Di seguito alla mia pubblicazione inerente alla ormai famosa "Casa nel bosco", tramite commento, una psicologa mi suggeriva di seguire piuttosto, con più interesse, i figlicidi, ma non mi limiterò a questo, metteremo in pista altri due capitoli, uno sulla situazione delle madri separate e un altro sui padri separati, oltre quello dei figlicidi da parte di madre e padre.
Oggi ci occupiamo dei figlicidi perpetrati dalle madri. Parto con un quadro della situazione che ho individuato sul sito dell'Arma dei Carabinieri:
"Facendo un quadro conclusivo per quanto concerne il fenomeno del figlicidio, nonché cercando di fornire quegli elementi che permettano una visione oggettiva e particolareggiata del problema, si può affermare - in base ai risultati di studi specifici - che un terzo dei casi è riconducibile ad una motivazione inerente a una grave malattia mentale in relazione soprattutto a patologie facenti parte della serie depressiva (spesso nell’ambito di un progetto patologico di suicidio allargato) e paranoidea (omicidio altruistico per salvare il bambino da forze persecutorie, maligne e mortifere); nei restanti due terzi, le figlicide sono affette da disturbi di personalità (antisociale, borderline, immatura, ecc.), disturbi questi che non permettono loro una gestione normale di situazioni di vita difficili e penose (es. perdita di familiari, allontanamenti, frustrazioni sociali e personali, ecc.), di problemi legati alla tossicodipendenza, in situazioni emotive caratterizzate da difficoltà ad acquisire un ruolo materno consapevole e responsabile. Indipendentemente dalla eventuale patologia del soggetto, prima di arrivare alla condotta di reato ci possono essere dei sintomi inequivocabili che, se analizzati con le dovute cautele, possono mettere in allarme e far intravedere che le condizioni psico-fisiche della persona al momento sono deficitarie e necessitano di cure o quantomeno di un intervento medico immediato."
Se ci affidiamo invece all'intelligenza artificiale abbiamo questo responso:
"Le madri possono arrivare a uccidere i propri figli a causa di una complessa interazione di gravi fattori psicologici, sociali e situazionali, che spesso includono disturbi mentali non diagnosticati o non curati appropriatamente, come la depressione post-partum e la psicosi puerperale".
Le motivazioni sono varie e profonde:
-Disturbi psichici: La presenza di gravi patologie psichiatriche, in particolare la psicosi post-partum, è un fattore di rischio significativo. In questi casi, la madre può vivere alterazioni gravi dello stato di coscienza o deliri che la portano a compiere azioni estreme.
-Motivazione "altruistica" (distorta): In alcuni casi, specialmente in presenza di forte depressione, la madre può percepire l'uccisione del figlio come un atto "salvifico" o un "male minore" per sottrarre il bambino a una vita che lei immagina piena di dolore o ingiustizia, in una visione del mondo distorta dalla malattia."
Aggirandoci invece su pubblicazioni di marca psicologica troviamo alcune ipotesi specifiche.
Per l’infanticidio tra le possibili cause viene indicata anche la sindrome di Medea.
La sindrome di Medea è un termine psicologico che descrive una madre che uccide i propri figli (fisicamente o psicologicamente) come atto di vendetta contro il padre. Deriva dal mito greco di Medea, che uccise i propri figli per vendicarsi di Giasone dopo essere stata abbandonata. Questa sindrome è spesso associata a profonda rabbia, gelosia e un desiderio di punire l'ex partner attraverso il danno più grande possibile.
Tra i sintomi che si possono riscontrare nella sindrome di Medea, possono esserci: aggressività, stato confusionale, tendenze suicide, impulsività, conflitti di coppia, senso di solitudine, rabbia e frustrazione.
Tra i fattori descritti come possibili cause di infanticidio ne vengono elencati una lunga serie:
-individuali: età, livello d’istruzione, capacità intellettive e cognitive, salute mentale e fisica, presenza/assenza di esperienze traumatiche, legame affettivo-emotivo o no con il figlio.
-familiari: famiglia d’origine della donna, presenza di altri figli o gravidanze ravvicinate.
-situazionali: condizione economica-affettiva, tocofobia, gravidanza difficile o in cui c'è stata violenza ostetrica, temperamento o problematiche fisiche del neonato, depressione post parto o psicosi puerperale.
Ci viene inoltre ricordato che una madre vive una serie di micro lutti:
-il momento della nascita, perché con questo evento c'è il distacco definitivo a livello fisico con il bambino portato in grembo per nove mesi.
-il "sostituire" il bambino fantasticato durante la gravidanza con il bambino reale (quanta più idealizzazione la madre ha creato, tanto meno sarà in grado di accettare ciò).
-l'idealizzazione della maternità e l'immagine di sé come madre.
Alcune statistiche ci dicono che sei bambini su dieci sono uccisi dalla madre (questo dovrebbe far aprire il capitolo sui padri assassini), che molti decessi di bambini sono archiviati come accidentali o dovuti a cause naturali, che vi sono centinaia di tentativi non riusciti.
Dal 2020 al 2023 in Italia si sono registrati 535 figlicidi che rappresentano il 12,5% degli omicidi perpetrati in ambito famigliare.
Andiamo verso le conclusioni.
Il reinserimento sociale di una madre assassina.
Si tratta di un processo molto delicato poiché la madre dopo aver scontato la pena, deve ritornare a rapportarsi con il mondo esterno al carcere. Per il tipo di delitto commesso sarà segnata a vita dalla società. Il reinserimento però è un aspetto estremamente importante, di cui avere cura e da non sottovalutare, e da svolgere con la supervisione di professionisti della salute mentale.
Ma ancor più fondamentale è la prevenzione del reato, ma soprattutto la tutela di una madre fragile.
Vi sono, in alcuni episodi tragici, campanelli d'allarme che vengono ignorati o sottovalutati. In alcuni casi di infanticidio si può tentare una previsione. Prevenire invece è difficile e complesso, ma non impossibile. Sarebbe importante non sottovalutare e anzi comprendere il disagio psichico che può portare a un infanticidio.
Certo è che un mondo che corre all'impazzata come questo moderno spesso ci impedisce di focalizzare gli eventi attorno a noi.
Dovrebbero essere probabilmente i padri e ogni genere di componente della famiglia i primi ad intercettare il problema, ma essendo ormai la società atomizzata i "nonni" spesso sono distanti e i padri presi dal lavoro, dallo stress, magari da un rapporto di coppia poco felice a volte non osservano oppure sottovalutano la situazione della madre.
Poi ci dovrebbero essere le istituzioni, che in realtà alcuni mezzi li mettono a disposizione, a creare una campagna di sensibilizzazione sullo stampo di quella messa in corso sulla violenza verso le donne.
Non credo esista una ricetta perfetta, ma credo, questo si, che ognuno di noi, uomini e donne, dovremmo, nel nostro quotidiano, prestare più attenzione a questo tema.
Grazie per l'attenzione,
Giorgio Bargna

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