Parto un concetto stringato e lapidario.
Se da bambino mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo il poliziotto o il pompiere, oggi ti rispondono l'influencer, nel migliore dei casi il programmatore informatico.
Ora, malgrado chi scrive, pur nel rispetto della legge, è sempre stato un ribelle, potrebbe sembrare strano che, parlando di alcune situazioni, ormai conclamate, io affermi che tutto parta anche dalla mancanza di riconoscimento delle autorità, dalla loro svalutazione, dallo snobbarle e sminuirne il valore.
Facendo qualsiasi ricerca internet, ascoltando e leggendo i media, se chiedessimo a chi tocca la responsabilità di educare i giovani, la risposta sarebbe che è una responsabilità condivisa che coinvolge primariamente i genitori, ma anche la scuola, la comunità e i professionisti dell'educazione (pedagogisti, educatori professionali), creando una fondamentale alleanza educativa tra famiglia e istituzioni per la crescita integrale dei ragazzi.
Perfetto, ma la domanda è: quanto i genitori riconoscono oggi il valore della scuola e di chi ci lavora ed il valore di tutte le altre categorie elencate (lavori che hanno trovato espansione negli ultimi decenni, quasi sconosciuti fino alla soglia del 2000)?
Quanti genitori insegnano ai figli che esiste l'autorità?
L'autorità non è solo quella costituita, è anche quella che affronti ogni giorno della vita al lavoro, a scuola, nelle associazioni ed in ogni forma di rapporto sociale, si ogni rapporto sociale, perché la prima forma di autorità si chiama rispetto.
Ci viene detto spesso che le cause del malessere giovanile sono complesse e multifattoriali, che includono pressioni sociali e accademiche (ansia da prestazione, incertezza per il futuro), dinamiche familiari (mancanza di supporto, conflitti, assenza genitoriale), fattori individuali (bassa autostima, problemi di salute mentale preesistenti) e l'impatto dei media e della tecnologia (social media, cyberbullismo, isolamento).
Ma chiediamoci, chi tra noi non più esattamente giovani non ha dovuto affrontare l'incertezza del futuro o affrontare delle prove?
Chi tra noi non ha conosciuto, direttamente o indirettamente, famiglie in conflitto interno?
Posso invece essere d'accordo in parte con un assenza famigliare, oggi che la "famiglia gerarchica" che comprendeva nonni, zii e parenti non è più applicabile, ma anche io lavoro, faccio politica eppure trovo il tempo di insegnare a mio figlio ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità.
Posso essere anche d'accordo sul fattore tecnologico, ma questo va in concausa con l'abbandono genitoriale, che nasce e si coltiva nel primo decennio di vita, mio padre dopo 10 ore di lavoro la serata la passava comunque in mia compagnia, mi spiegava lui quello che veniva trasmesso in TV (insieme alla radio, unico mezzo a disposizione ai tempi), quello che io non capivo e mi insegnava la distinzione tra il giusto e lo sbagliato.
Mi insegnava che la vita non è perfetta, che le guerre e la violenza esistono, che nella vita avrei incontrato delle difficoltà da affrontare, in ogni fase di essa. Me l'ha insegnato anche dandomi consigli, che io ero libero di accettare o meno, ma lo sentivo vicino.
Oggi la mia impressione è che si cerchi di nascondere ai figli che la vita non è un isola dorata, che ci sono delle responsabilità da assumere, che nella vita ci sono gerarchie e autorità le quali rendono possibile il vivere comune.
Ecco, se non insegni che la vita è dura, se non insegni fin da piccolo a tuo figlio che il maestro è si un autorità, ma un autorità a sua disposizione, se gli dici che è un cretino, se lo insulti, se lo porti davanti a un tribunale perché l'ha bocciato, lo abbandoni al caos, non ha le basi per una vita sociale normale.
Dopo non ti devi stupire se tuo figlio, e tutti i ragazzi, "improvvisamente", maturano aggressività, irritabilità, ansia e depressione, che di riflesso gli portano delle difficoltà scolastiche, dei disturbi alimentari, dell'autolesionismo.
Se non gli fai sentire la tua vicinanza non devi stupirti se cade nell'isolamento sociale, se vive problemi relazionali che portano a dipendenze forti quali possono essere alcol, droghe, videogiochi.
Certo la droga c'era anche decenni fa, l'alcol, più facile da raggiungere, e forse ancora più pericoloso, è fenomeno recente, casalingo.
Il videogioco, al contrario del "girogirotondo", insegna, spesso, prevaricazione e violenza, minando la capacità di capire dove finisce la finzione e dove inizia la realtà.
L'escalation degli atti di violenza giovanile odierna include forme fisiche (risse, aggressioni), psicologiche (bullismo, mobbing, insulti), verbali e sessuali (molestie), fino al vandalismo e atti online come il revenge porn, spesso guidati da ricerca di riconoscimento, frustrazione e influenzati da social media e contesto familiare/sociale.
Alla fine di questo lungo giro la mia sentenza, no, la mia esortazione è: torniamo a fare i genitori, torniamo a dire che la vita è una cosa bella anche se difficoltosa, torniamo a dire che il rispetto delle persone e delle regole sociali sono il pane della vita, scopriremo che avremo dei figli molto più sicuri di se stessi e pronti a vivere più serenamente i rapporti sociali e le difficoltà della vita.
Diamo a loro delle persone di riferimento, loro ci sapranno interloquire.
Grazie per la pazienza,
Giorgio Bargna
