venerdì 5 dicembre 2025

INDICE DI VIVIBILTA', LA RICETTA E' UNA SOLA, ANZI DUE

 



Se andiamo fare una ricerca semplice su internet scopriamo che in Europa, i paesi con stipendi più alti (Svizzera, Lussemburgo, Danimarca) spesso coincidono con quelli con un costo della vita elevato, ma che alcune nazioni come ad esempio Germania, Paesi Bassi e Austria offrono un buon equilibrio tra salari decenti e costi più gestibili.

In Italia riscontriamo stipendi medi significativamente inferiori alla media europea (circa 2.729 € lordi vs 3.155 €/media UE) che provocano il calo del potere d'acquisto e che soffrono di un alto rischio di povertà lavorativa, malgrado un, per quanto modesto, aumento della produttività. Reputo sinceramente il dato sugli stipendi italiani drogato verso l'alto.

Alcuni paesi dell'Est Europa, come Polonia, Romania e Bulgaria, hanno costi della vita molto più bassi, che rendono stipendi modesti più sostenibili, ma la qualità generale è diversa. 

Ho dato un occhiata ad un’analisi della Banca N26, che ha creato un indice di vivibilità esaminando le spese di affitto ed elettricità, classificandole dalla più bassa alla più alta, confrontando gli aumenti salariali con altri Paesi e considerando la densità di popolazione e il senso generale di felicità dei residenti di ciascun Paese.

Con un punteggio finale di 38,5 su 50, la Danimarca ha conquistato il primo posto nell' indice di vivibilità, classificandosi come il miglior Paese in cui vivere, la Svizzera si è aggiudicata il secondo posto con 35,2 punti e il Belgio il terzo con 34,8 punti.

I tre Paesi che si sono posizionati più in basso in classifica sono stati il Regno Unito, con 19,7 punti, l'Italia e i Paesi Bassi, con 20,4 punti ciascuno.

Se chiediamo all'intelligenza artificiale, gli stipendi bassi in Italia sono dovuti principalmente a una combinazione di bassa produttività, struttura del mercato del lavoro caratterizzato da tante piccole imprese e precarietà, tasso di istruzione mediamente inferiore e fattori come il cuneo fiscale e la scarsa crescita economica che limitano la capacità delle aziende di aumentare i salari.

Se per esperienza personale posso confermare la poca capacità produttiva di alcuni lavori, contesto parzialmente la colpa delle PMI ed ovviamente, non è possibile il contrario, riconosco i danni delle nostre "bizzarre" tassazioni.

Viviamo in Italia della diffusione di contratti atipici, della precarietà e della discontinuità lavorativa che contribuiscono a mantenere bassi i salari medi. Esiste inoltre un forte squilibrio tra Nord e Sud, con salari e potere d'acquisto mediamente più bassi nel Mezzogiorno rispetto alle regioni settentrionali.

Poi indubbiamente il lavoro nero, la nuova, ma non troppo, frontiera, legata a triplo filo con l'immigrazione e i contratti atipici, contribuisce a ridurre i salari regolari o meno che siano.

Quindi come affrontare la questione per rendere gli stipendi adeguati alle necessità della vita?

Una parte della risoluzione tocca al mondo imprenditoriale che deve seguitare ad evolversi, il resto tocca alla politica, alle istituzioni, alla strutturazione fiscale e geografica del Paese.

Guarda caso due dei paesi con il più alto indice di vivibilità (Svizzera e Belgio), sono federali, così come la Germania che offre un buon equilibrio tra salari decenti e costi più gestibili.

Ancora una volta la via Svizzera si dimostra all'avanguardia, distante anni luce dall'Italia.

Quindi la prima ricetta politica resta, lo sarà eternamente, il federalismo di modello svizzero.

La seconda ricetta?

Mi tocca ribadirlo, le gabbie salariali.

Prima di morire soffocati nella trappola di questa situazione attuale, ragionate, informatevi, raffrontatevi.

Scoprirete che le "ricette servite" da Patto per il Nord hanno solide basi e sono efficaci.

Unitevi a noi per costruire innanzitutto una nuova classe politica e poi per ricostituire un nuovo Paese, da Nord a Sud, ognuno secondo le proprie capacità, ognuno secondo le proprie esigenze, acummunati da un solo filo logico: Federalismo di stampo Svizzero!!!

Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como

Per Il Nord, Insieme




martedì 2 dicembre 2025

PADRI, MADRI, FIGLI: PADRI IN DIFFICOLTA' E RELATIVI DRAMMI



Proseguiamo il discorso parlando di due temi contemporaneamente, la difficoltà dei padri separati e i figlicidi perpetrati dai padri, temi spesso legati a doppio taglio.


Esiste sicuramente il “dramma dei padri separati”, che spesso nelle separazioni corrono il rischio di perdere i figli. 

Nulla può giustificare un gesto così orribile come l'uccisione di un figlio. E qui non si tratta certo di giustificare ma di capire. Ammesso che sia possibile. Non ho dubbi che nelle vicende di separazione e affidamento il padre sia la parte debole, almeno a breve e medio termine.

L’aspetto più critico che lo riguarda, quando la separazione è conflittuale è la perdita dei figli.

Sappiamo tutti ormai che vengono sentenziati  affidamenti condivisi in percentuali altissime, ma sappiamo bene anche che si tratta in molti casi di pura formula facilmente eludibile da parte della madre con mille escamotage, accompagnati a volte da accuse strumentali di violenze fisiche o, peggio, di abusi sessuali sui figli. 

Siamo comunque anche  consapevoli che pure i padri danno spesso, nella separazione, il peggio di sé, ignorando il dovere economico del mantenimento dei figli, trascurando in vari modi la prole (per non parlare di coloro che, incapaci di accettare la separazione, agiscono con violenza contro la partner aggredendola, ferendola, uccidendola), il rischio di essere privati del rapporto con i figli è concreto. 

Come nei casi di figlicidio "matrigno" incide sicuramente l'equilibrio mentale di un padre.

Separarsi da un figlio è un rischio che può tradursi in un dolore indicibile, esasperare al limite della follia, del gesto inconsulto (non sono pochi i padri che si sono suicidati per il dolore di non riuscire a frequentare i figli).

E’ ovvio che chi commette un gesto tanto drammatico come un figlicidio non è in possesso di un perfetto equilibrio psichico e nervoso, è plausibile che incorpori una debolezza, una fragilità, una paura che lo ha spinto ad arrendersi, nel modo peggiore, anziché combattere per il proprio diritto di genitore. 

Non scopriamo certo l'acqua calda asserendo che l’uccisione di un figlio sia l’espressione di una patologia o di uno sconvolgimento della mente, ma quella patologia, non si sarebbe mai manifestata se la separazione non avesse significato, in concreto o in prospettiva, la probabile perdita dei figli. 

C'è sicuramente qualcosa di sbagliato nelle leggi, non si può chiedere agli uomini di essere presenze amorevoli per i figli e poi estrometterli brutalmente dalla quotidianità degli affetti per farne dei "visitatori" saltuari e ininfluenti. 

Ovviamente non si tratta puramente di colpe legate alle leggi, negli autori di questi gesti a volte sopravvive  anche un sentimento patriarcale di possesso e di dominio, che rende loro intollerabile l’idea di essere abbandonati,  un modo aberrante di riaffermare un diritto assoluto sulla donna da parte del maschio e un evidente segnale di debolezza, disorientamento, paura.

Crediamo meno ai raptus, anche se la scienza li riconosce, quale causa di un figlicidio, anche se questa carta viene spesso giocata dagli avvocati.

Non dimentichiamoci poi di un elemento che colpisce al giorno d'oggi, con reazioni a volte diverse tra uomo e donna, molte persone, la depressione, che ha due volti in tutti noi: quello autodistruttivo, implosivo, che comprime la persona in un’inquieta inerzia sempre più paralizzante ed il volto aggressivo, che si alimenta di rabbia, di frustrazione, di odio. 

Prendo un esempio base, per un uomo perdere il lavoro può essere devastante.

La perdita del lavoro significa una gravissima crisi per l’identità: in un giorno perde reddito, status di lavoratore, relazioni sociali, ritmi quotidiani, rispetto dei familiari. 

L’angoscia del domani può diventare pervasiva, la depressione spalanca le porte ai pensieri di morte. Suicidi od omicidi, se l’aggressività viene diretta contro altri, con l’elemento frenante della paura delle conseguenze che perde tutta la sua forza, davanti al pensiero di aver perso tutto: il lavoro, l’amore, il rispetto dei figli. 

Quanto elencato sinora dunque, sono fattori che possono armare la mano, soprattutto quando crescono in uomini dal pensiero primitivo, impulsivi, poco capaci di autocontrollo per carattere, educazione o disperazione. Dal punto di vista preventivo sarebbe essenziale non banalizzare la depressione, specie nella sua forma violenta. 

Come già in parte concluso nel post precedente all’interno delle famiglia, sarebbe essenziale che tutti ci ascoltassimo, restando su questo tema quanto all'interno di un nucleo famigliare si sa sostenere un uomo, in crisi profonda? Poco e male dico io.

Siamo sempre su quel punto, si lo Stato, si la società, ma soprattutto noi, nel nostro quotidiano, famigliare o sociale che sia, siamo gli artefici di un cambiamento radicale e/o i complici, indiretti a volte, diretti in altre occasioni, di quanto accade.

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna