sabato 25 aprile 2020

Esperienze ed approcci da tradurre futuro


Credo lo scriverò a inizio di ogni post ormai, così evitiamo di perdere tempo nei commenti; sono a cavallo tra autonomismo e federalismo, ma non ho mai avuto la tessera della Lega, non sono mai stato a Pontida a gridare “via i terun” e nemmeno ho simpatie per il signor Fontana, anzi semmai il contrario.

Questo però non mi impedisce di analizzare la situazione con gli occhi di un lombardo, con la presunzione di ragionare con la mia testa pur sapendo di non essere un Premio Nobel.

Non fermatevi alla prima parte del post, è in fondo che si parla delle cose più interessanti per il prossimo futuro.

Partiamo con due spunti che vanno a rispondere a due cavalli di battaglia che la sinistra in questi giorni cavalca a spron battuto e già fare campagna elettorale, anziché concentrarsi unicamente alla risoluzione dell’emergenza Covid, è un insulto ai morti lombardi e italiani ed a tutta la cittadinanza che loro rappresentano e da cui sono stati eletti.

Trovate sulla carta stampata e sui portali internet i risultati di uno studio dei ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele, nell’ambito di un progetto europeo Horizon 2020 su Covid-19, che analizzano la diffusione dell’epidemia in sei ambiti metropolitani.

A confronto le aree di New York (8,6 milioni di abitanti), di Parigi (12,3 milioni), la Greater London (9,3 milioni), l’area di Bruxelles-Capital (1,2 milioni), la Comunidad di Madrid (6,6 milioni) e la Lombardia (10 milioni).

Salta fuori dallo studio che la Lombardia, prima area interessata dall’epidemia e quindi la meno preparata all’impatto, ha si pagato in alto numero di morti, ma con proporzioni percentuali inferiori in confronto a tre di queste aree, ed aggiungo io anche ad alcune aree italiane.

Conclude la sua analisi lo scienziato che ha guidato lo studio con queste parole: “Questi dati dicono che non esiste un “caso Lombardia” quanto ad eccesso di mortalità e che il rapido adeguamento della rete ospedaliera, unito alle accortezze osservate dai cittadini e ai lockdown, ha saputo limitare la diffusione dell’epidemia”.

Torneremo però più in giù nelle righe a parlare di lockdown tramite i tamponi di Vo Euganeo.

Secondo spunto, senza andare a rimuovere le eventuali responsabilità personali di chi si fosse mosso nel dolo, le parole del direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità Europa, Hans Kluge "assolvono" in parte le RSA e le Case di Riposo lombarde: "Quasi la metà delle vittime del coronavirus in Europa erano residenti in case di cura. Il quadro su queste strutture è profondamente preoccupante".

Bisognerà pero capire perché in queste strutture si muore anche in una regione come la Calabria dove la diffusione del Virus è stata molto limitata.
Si tratta di negligenze, oppure dobbiamo arrenderci all'evidenza che al virus basta un nulla a sterminare alcune fasce di persone? Il tempo forse ci risponderà.

A questo link trovate le prime considerazioni sugli studi di Vo Euganeo.
Focalizziamo alcuni punti.

Sintomatici e asintomatici sono infettivi alla pari e grossomodo si suddividono in percentuale uguale.

Le costrizioni coattive hanno ridotto notevolmente la diffusione in una decina di giorni, le infezioni nei casi meno gravi guariscono nell’ordine di una decina di giorni, gli ultracinquantenni sono i più a rischio, i bambini sono risultati esenti.

L’analisi dei contatti e della catena di trasmissione ha rilevato che quasi tutti i nuovi infetti hanno contratto il virus da individui, alcuni sintomatici altri asintomatici, che avevano incontrato prima del lockdown o con cui condividevano uno spazio domestico. Lo studio evidenzia che la probabilità di infettarsi stando a contatto con un individuo positivo all’interno dello stesso spazio domestico è di circa l’85%.

Da questo studio possiamo trarre delle conclusioni. Queste sono le mie, ovviamente opinabili.

Innanzitutto non occorrono delle applicazioni astruse via internet per tracciare l’andamento del Virus, è sufficiente un buon lavoro, serio, realizzato sulle persone, direttamente, le quali davanti a qualcosa di chiaro non si sottraggono alla loro parte.

Poi intuiamo che (non ci voleva un genio ovviamente a capirlo) che l’isolamento sociale ha molto arginato l’epidemia, ma che la convivenza familiare comunque consente la diffusione con una percentualità più alta seppur la trasmissione è diretta a meno persone.

Secondo me c’è da porsi un quesito tramite questi dati.

In un eventuale nuova “fase uno” (lo dico perché eventuali nuove zone rosse sono state ventilate in caso di necessità) sarà davvero necessario un isolamento totale oppure alcune attività produttive si potrebbero lasciare aperte?

Io sono più un eventuale rischio per mio figlio che vive con me 24 ore o per un mio collega che mi vede 8 ore al giorno indossando delle protezioni?

Sono realmente più pericoloso al lavoro oppure se faccio una passeggiata solitaria di dieci chilometri o se gioco alla consolle coi miei figli oppure quando sono in fila al supermercato?

Non è semplicemente un discorso sanitario ma anche una questione economica che va a tutelare, oltre che i redditi di una famiglia, gli introiti fiscali di una Nazione.

Ricordatevi, ragionateci sopra, la “clausura” del lavoro porta alla chiusura delle aziende, la chiusura delle aziende crea povertà, la povertà porta a non comprare e quindi a non vendere, di conseguenza l’erario non incassa e non potrà avere i soldi per mantenere le strutture che ci consentono di vivere sicuri e in dignità, a partire dalla sanità ad arrivare agli ammortizzatori sociali.

Giorgio Bargna

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