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domenica 27 settembre 2026

Il grande freddo delle nostre comunità anziani soli, matrimoni d’interesse e la fine della solidarietà paesana



Da localista e da persona che crede nel valore dell'identità e della famiglia, non posso far finta di niente. Qui non si tratta di fare la caccia alle streghe né di negare il lavoro, spesso fondamentale, di tante assistenti familiari. Il punto è un altro: come siamo arrivati al punto che i nostri vecchi preferiscono consegnare i propri risparmi e la propria eredità a una sconosciuta piuttosto che contare sui propri figli o sul proprio vicinato?

La frattura sociale ed economica

Le dinamiche della cronaca giudiziaria e dell'ISTAT ci mostrano una realtà a due facce:

  • La solitudine come merce di scambio: Scomparsa la rete della famiglia allargata e disgregata la solidarietà di quartiere, l'anziano diventa preda facile. In molti casi si instaurano unioni di comodo — talvolta persino pilotate da organizzazioni poco chiare — volte unicamente all'ottenimento rapido della cittadinanza o alla pensione di reversibilità.

  • Il peso sul sistema previdenziale: La pensione di reversibilità nasce per proteggere chi ha condiviso una vita di sacrifici con il lavoratore. Se il coniuge ha un’età molto inferiore, l'INPS si ritrova a erogare prestazioni per 50 o 60 anni a fronte di unioni durate pochi mesi. La legge (la n. 111/2011) prevede già dei tagli alla pensione se il matrimonio dura meno di 10 anni in caso di forti divari d'età, ma il meccanismo contorto finisce comunque per scaricare il costo sulle future generazioni e su chi oggi lavora per una pensione da fame.

Come se ne esce? Le risposte identitarie e territoriali

La soluzione non è l'ennesimo burocratico cavillo statale, ma il ricostruire la comunità dal basso, restituendo valore alla nostra terra e alle nostre radici:

  1. Rifondare il Patto Intergenerazionale di Comunità I comuni e i quartieri devono farsi promotori di reti di vicinato attive. Un tempo nei nostri paesi il "vecchio" era la memoria storica da accudire e rispettare, non un intralcio da scaricare in una RSA. Servono progetti locali di mutuo soccorso, banche del tempo e incentivi per i giovani che scelgono di rimanere vicini alle famiglie d'origine anziché emigrare.

  2. Tutela preventiva della fragilità nei Comuni Invece di intervenire a cose fatte a colpi di tribunali, la rete dei servizi sociali comunali — in sinergia con i medici di base — deve monitorare proattivamente le situazioni di forte isolamento. L'istituto dell'Amministratore di Sostegno va promosso per tempo, affinché il patrimonio e la memoria di una vita restino legati al territorio e alla famiglia, al riparo da circonvenzioni e raggiri.

  3. Incentivi al Co-Housing di Paese e alle Associazioni Locali Favorire forme di coabitazione assistita tra anziani dello stesso paese, gestite da associazioni radicate sul territorio. Questo riduce i costi per le famiglie, abbatte la solitudine e impedisce che l'anziano diventi bersaglio di speculazioni affettive ed economiche.

Non salviamo le nostre radici sventolando bandiere, ma occupandoci di chi quelle radici le ha piantate. Se lasciamo i nostri anziani nella solitudine più nera, non dobbiamo sorprenderci se a prendersi la loro eredità — materiale e culturale — sarà qualcun altro.



Giorgio Bargna

 

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna

 

giovedì 24 settembre 2026

L’alternativa parte dal basso: perché la vera politica siamo noi



Spesso si tende a credere che per incidere davvero in politica serva per forza una poltrona in Parlamento o una carica istituzionale. È una convinzione sbagliata e rassegnata: chi milita sul territorio, chi anima una forza extraparlamentare o fa attivismo dal basso non firma decreti, ma possiede armi potenti per condizionare le scelte di chi governa e tutelare i diritti della comunità.

In primo luogo, c'è il potere della pressione pubblica e del controllo. Denunciare i disservizi sui media, sui social o in piazza significa accendere i riflettori sui problemi reali, costringendo la politica di palazzo a uscire dall'ambiguità e a fornire risposte. È un’azione di fiato sul collo che come Patto per il Nord portiamo avanti ogni giorno.

Esistono poi gli strumenti di democrazia diretta. C’è la strada della legge di iniziativa popolare, che permette ai cittadini di portare progetti di riforma direttamente alle Camere raccogliendo 50.000 firme. Ci sono gli strumenti ancora più immediati della politica locale: petizioni, mozioni e consulte previste dagli statuti comunali e regionali, utili a muovere i Consigli e ad affrontare questioni vitali per i nostri territori. Lo abbiamo dimostrato mettendoci la faccia nelle piazze, tra gazebo e sit-in, per le battaglie sulla Variante della Tremezzina e contro il pedaggio sulla Milano-Meda; con la stessa determinazione saremo di nuovo sul campo a difesa del Punto Nascite dell’Ospedale di Erba.

Oltre ai presidi fisici, le assemblee e le manifestazioni servono a dare forma e voce al dissenso. Ma la protesta, per essere credibile, deve farsi proposta. Per questo elaboriamo programmi concreti e visioni alternative, dimostrando che un altro modo di amministrare la cosa pubblica non solo è possibile, ma è già a disposizione.

La politica non è un club privato riservato ai soli addetti ai lavori: è una porta aperta sul futuro della propria terra.

Questo messaggio si rivolge a chi ama davvero la propria terra, a chi ne conosce le radici, le fatiche e le straordinarie potenzialità. Amare il proprio territorio significa non voltarsi dall'altra parte quando viene trascurato o impoverito dei suoi servizi essenziali; significa difendere le nostre comunità con l'orgoglio e la dignità che meritano.

Ogni grande cambiamento della storia è nato da una minoranza determinata che ha deciso di non rassegnarsi. Chi vorrebbe farci credere che "tanto non cambia nulla" scommette sulla nostra apatia per mantenere lo status quo. Partecipare, iscriversi, scendere in piazza o firmare un’iniziativa significa riprendersi la parola e togliere la delega in bianco a chi decide sopra la testa delle persone.

Rimboccarsi le maniche e metterci impegno, competenza e cuore è l'unico modo per trasformare la rassegnazione in riscatto. Se hai a cuore il futuro della nostra terra e vuoi tutelarla per chi ci vive e per chi verrà, l'alternativa c'è e si costruisce insieme, un passo alla volta: unisciti a noi e fai la tua parte.



Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como


 

martedì 22 settembre 2026

Caso Erba, la verità sul punto nascite: la Regione sapeva tutto. Ora basta tagli ai nostri territori!



Ospedali convenzionati e chiusura reparti: come funziona la catena di comando

La chiusura o la sospensione delle attività di un reparto in un ospedale privato accreditato (convenzionato) da parte dell'ATS (Agenzia Tutela della Salute) non avviene mai all'insaputa della politica. L'idea che tali provvedimenti scattino "senza che i politici regionali e nazionali ne siano informati" non corrisponde al reale funzionamento della catena istituzionale e gerarchica della sanità italiana.

L'ATS è l'organo tecnico e ispettivo della Regione. Pur avendo il potere di sospendere le attività o revocare l'accreditamento di un reparto, l'ATS non è un ente indipendente, ma il braccio operativo della Giunta Regionale. I suoi Direttori Generali sono nominati direttamente dal Presidente della Regione e dall'Assessore al Welfare/Sanità. Di conseguenza, qualsiasi azione strutturale — come la rimodulazione dei posti letto convenzionati — discende dai piani sanitari regionali o viene tempestivamente notificata all'Assessorato competente, che detta la linea politica.

Se un reparto chiude improvvisamente, la proprietà privata dell'ospedale e i vertici della Regione sono perfettamente a conoscenza delle motivazioni, siano esse economiche, legate alla carenza di medici o al mancato rispetto degli standard di sicurezza.

Il ruolo (limitato) del Sindaco

Il Sindaco, pur essendo la massima autorità sanitaria sul territorio comunale, ha competenze legate esclusivamente alla salute pubblica e alla vigilanza d'urgenza (ordinanze contingibili e urgenti). Il Sindaco non ha alcun potere gestionale sugli ospedali o sui contratti di convenzione tra Regione e privati.

Per questo motivo i primi cittadini lamentano spesso di non essere stati informati preventivamente, venendo a conoscenza dei provvedimenti solo a cose fatte o tramite i comitati dei cittadini: la programmazione della rete ospedaliera spetta per legge alla Regione, non al Comune.

Il caso del punto nascite dell'Ospedale Sacra Famiglia di Erba

La vicenda del punto nascite di Erba conferma questa dinamica: l'ATS Insubria non ha agito in segreto, ma ha avviato una formale procedura tecnica dettata da standard nazionali e regionali.

1. Chi ha deciso e perché?

Il 17 settembre 2026, il Comitato Locale Percorso Nascita di ATS Insubria ha espresso parere favorevole alla riorganizzazione (e quindi alla chiusura) del reparto.

  • La motivazione ufficiale: Il crollo verticale delle nascite. Nel 2025 si sono registrati solo 320 parti e la proiezione per il 2026 è di circa 250.

  • Il legame con la legge nazionale: Il Decreto Balduzzi prevede che sotto la soglia dei 500 parti all'anno i punti nascita debbano essere dismessi o messi in deroga per ragioni di sicurezza clinica (mancanza di casistica sufficiente e assenza di rianimazione neonatale H24).

2. L'ok finale spetta alla politica regionale

L'ATS non ha l'ultima parola. Il parere favorevole di ATS Insubria è stato immediatamente trasmesso alla Regione Lombardia e al Comitato Regionale Percorso Nascita (convocato per il 22 settembre 2026). La decisione finale sui tempi e sulle modalità della chiusura spetta esclusivamente alla Giunta Regionale guidata da Attilio Fontana. I tecnici dell'assessorato al Welfare regionale guidano politicamente questo processo: la Regione stessa è il destinatario che deve firmare il decreto definitivo di chiusura.

Reazioni locali e posizionamento politico

Quando i politici locali, regionali o nazionali dichiarano pubblicamente di essere "sorpresi" o si oppongono fermamente, spesso si tratta di una scelta di posizionamento sul territorio. I sindaci e i rappresentanti locali si trovano quasi sempre a rincorrere decisioni tecniche basate sui numeri nel tentativo di negoziare deroghe politiche dell'ultimo minuto.

La notizia del punto nascite di Erba ha scatenato un'immediata mobilitazione bipartisan, evidenziando due approcci distinti:

  • La politica di governo regionale: Esponenti dei partiti che guidano la Regione (come la Lega, con il deputato erbese Eugenio Zoffili, e Fratelli d'Italia) hanno richiesto interventi pubblici, nonostante i rispettivi schieramenti controllino i vertici dell'assessorato competente e non potessero non sapere.

  • I movimenti del territorio: Realtà locali come Erba Civica e Patto per il Nord hanno depositato mozioni e avviato raccolte firme, dimostrando come l'atto tecnico abbia attivato una risposta politica territoriale indipendente dalle dinamiche della politica nazionale.

  • La conseguenza pratica:

Al di là del dibattito istituzionale, l'impatto reale ricade sui cittadini. Le neomamme del territorio erbese saranno costrette a rivolgersi alle strutture di Lecco, Como o Merate, con tutti i disagi logistici legati ai tempi di percorrenza, aggravati nei mesi invernali.

La sostanza politica che Patto per il Nord rivendica è chiara: questa vicenda svela fino in fondo l'ipocrisia della politica dei palazzi. Da un lato, i partiti tradizionali che governano la Regione firmano i decreti di chiusura applicando ciecamente i diktat nazionali; dall'altro, i loro rappresentanti locali scendono in piazza a protestare contro se stessi pur di non perdere consenso sul territorio. Una recita a cui i cittadini non possono più credere.

La sanità non può essere gestita solo con la calcolatrice in mano, ignorando la geografia e la vita reale delle persone. La chiusura del punto nascite di Erba è il risultato di un sistema centralista che esautora i Sindaci — lasciati sistematicamente all'oscuro — e penalizza le nostre comunità.

L'azione di Patto per il Nord dimostra che esiste un’alternativa: una politica che non risponde a logiche di scuderia nazionale o di autoconservazione, ma che si batte per un vero federalismo dei servizi. Le firme raccolte e le mozioni depositate non sono solo una protesta, ma l'inizio di una battaglia per restituire ai territori il potere di decidere sul proprio destino e sulla propria salute, perché la vita di una madre e di un bambino conta più di un freddo vincolo numerico del Decreto Balduzzi.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como






 

lunedì 21 settembre 2026

Virtute et Constantia: la nostra battaglia per Erba e per il futuro del Nord



Virtute et Constantia: il nostro cammino per il Nord, senza compromessi

Ci sono momenti in cui la politica deve smettere di guardare ai sondaggi del giorno dopo e riscoprire le proprie radici valoriali. Per me, e per tutto il movimento del Patto per il Nord, questo momento è adesso.

Esiste un'antica locuzione latina che descrive perfettamente la fase che stiamo vivendo e la sfida che abbiamo deciso di raccogliere: "Virtute et Constantia" – Con valore e fermezza. Non si tratta di un semplice motto accademico, ma di una vera e propria bussola politica per il nostro percorso, essenziale per rispondere ai continui attacchi che colpiscono i nostri territori.

La "Virtute": il coraggio di difendere la nostra gente (Il caso Erba)

La virtù, per come la intendiamo noi, non è una medaglia da appuntarsi al petto, ma il coraggio delle proprie azioni. Significa avere l'audacia di dire che i vecchi poli – una destra e una sinistra ormai centraliste e distanti – non rappresentano più le necessità delle nostre comunità.

La nostra virtute si vede nelle battaglie quotidiane. L'esempio più lampante è quello che stiamo vivendo in questi giorni: la scelta inaccettabile di chiudere il Punto Nascite dell'Ospedale di Erba. Una decisione ipocritamente mascherata sotto il termine di "riorganizzazione", che rappresenta l'ennesimo schiaffo al nostro territorio.

Da anni lo Stato centrale fa cassa a spese dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. Privare le future mamme dei Comuni dell'Erbese e del Triangolo Lariano di un presidio medico fondamentale non è solo un danno logistico, è un attacco diretto ai servizi di prossimità essenziali. Come Patto per il Nord, abbiamo fatto sentire subito la nostra voce pretendendo che la Regione intervenga e blocchi questo ridimensionamento. Questa è la nostra virtù: tutelare i diritti della nostra gente dove gli altri partiti preferiscono tacere o allinearsi ai diktat di Milano e Roma.

La "Constantia": la tenacia di chi non molla di un millimetro

Se la virtù è la scintilla che accende la protesta per l'ospedale di Erba, la costanza è il motore che ci fa andare avanti ogni singolo giorno. Fare politica oggi con il Patto per il Nord richiede una fermezza d'animo non comune. Significa scegliere la strada più lunga e difficile: quella del radicamento, dei gazebo nel weekend, del confronto continuo e senza filtri nelle piazze.

La constantia è il rifiuto categorico delle scorciatoie populiste e delle promesse elettorali che svaniscono il giorno dopo il voto. Noi portiamo avanti la bandiera del federalismo, dell'autogoverno e della gestione responsabile delle risorse con la stessa identica fermezza, indipendentemente dalle mode del momento. Perché le istituzioni locali forti e la sanità territoriale non sono un capriccio, ma l'unica garanzia di buon governo.

Un cammino condiviso: la chiamata all'azione

Questo percorso non lo faccio da solo. Lo faccio insieme a un movimento che ha deciso di essere il vero ed unico "Sindacato del Territorio". Un gruppo di donne e uomini che non cercano poltrone nei palazzi romani, ma risposte concrete per i nostri Comuni e le nostre Province.

Ma per vincere battaglie come quella di Erba, e per ridare dignità a tutto il nostro territorio, la forza dei nostri rappresentanti non basta: serve la tua voce.

Non possiamo più permetterci di restare a guardare mentre smantellano, pezzo dopo pezzo, il futuro delle nostre comunità. Se credi anche tu in un Nord padrone del proprio destino, capace di difendere i propri ospedali, le proprie imprese e le proprie famiglie, è il momento di scendere in campo.

Sostieni le nostre iniziative sul territorio, partecipa ai nostri prossimi gazebo e unisciti al movimento.

Sabato 3 Ottobre saremo presenti ad Erba per traccogliere firme ed idee, vieni, parla, firma, iscriviti, partecipa.

Virtute et constantia. Riprendiamoci il nostro futuro. Unisciti al Patto per il Nord!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como




 

sabato 19 settembre 2026

Giù le mani dall’Erbese: la farsa del bollo auto non pagherà il taglio della nostra sanità!


Ci risiamo: ecco l’ennesimo schiaffo al nostro territorio. La chiusura del reparto di maternità dell’Ospedale Sacra Famiglia (Fatebenefratelli) di Erba — ipocritamente mascherata sotto la parola "revisione" — è la goccia che fa traboccare il vaso. Da anni lo Stato centrale fa cassa sulla pelle dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. È semplicemente intollerabile che la sanità della Lombardia, da sempre un'eccellenza nazionale, venga continuamente saccheggiata per coprire i fallimenti altrui.

Guardiamo alla realtà dei fatti: smantellare il punto nascite di Erba significa scaricare un peso insostenibile sugli ospedali Valduce e Sant'Anna, strutture i cui reparti sono già oggi al limite del collasso. Dobbiamo pretendere rispetto. Rispetto per il nostro territorio, rispetto per le mamme e per i bambini che nasceranno, ma anche rispetto per medici, infermieri e personale sanitario che lavorano con dedizione pur essendo già allo stremo delle forze.

Ma c'è di più. In questi giorni si fa un gran parlare della presunta "svolta" sull'abolizione del bollo auto per il 2027. Ci raccontano che per le casse della Regione Lombardia sarà a costo zero e che il Governo nazionale compenserà interamente il mancato gettito. Il governatore Attilio Fontana ci rassicura, promettendo che il Ministero dell'Economia coprirà ogni centesimo. Ma la verità è un'altra, ed è sotto gli occhi di tutti: è veramente difficile credere alle favole.

Lo Stato non sta cancellando una tassa regalando soldi ai cittadini. La bozza del decreto parla chiaro: i 2,36 miliardi di euro necessari a coubrire l'operazione nazionale verranno scippati dai fondi non utilizzati del PNRR e, soprattutto, da una rimodulazione dello sconto sulle accise dei carburanti (in particolare sul diesel). Tradotto in parole povere: nel 2027 non pagherai il bollo, ma lo lascerai direttamente al distributore ogni volta che farai il pieno di benzina o gasolio. Una beffa colossale.

Non a caso, molti presidenti di Regione hanno già alzato gli scudi, denunciando che i fondi stanziati dal Governo non copriranno mai il reale valore delle tasse non riscosse. Nonostante le rassicurazioni del ministro Giorgetti, la diffidenza resta altissima. Il bollo auto è un’entrata a destinazione libera che le Regioni usano per finanziare i servizi essenziali. Togliere queste risorse significa costringere gli amministratori locali a tagliare ulteriormente sulla sanità pubblica e sui trasporti per far quadrare i conti.

A confermare questo sospetto è la durata stessa del provvedimento. Guarda caso, la sospensione vale solo per il 2027, l’anno delle elezioni politiche nazionali. Siamo davanti a una cinica "svendita di fine stagione", una mossa elettorale che regala un'illusione immediata per raccogliere voti, scaricando sulle amministrazioni locali e sui cittadini il collasso dei servizi nei mesi successivi.

Da territorialista convinto, legato a questa terra che va dalle sponde del nostro lago alle vette del Triangolo Lariano, non posso restare in silenzio di fronte a questo scempio. Il benessere profondo delle nostre comunità si misura dalla capillarità dei servizi di prossimità. Sradicare la maternità dal cuore dell'Erbese non è una semplice scelta tecnica: significa costringere le famiglie di Asso, di Canzo, della Vallassina e di tutta l'Alta Brianza comasca a fare chilometri di tornanti e code sulla statale solo per dare alla luce un fragile neonato. Stanno desertificando i servizi storici della provincia di Como per piegarli alle logiche burocratiche dei palazzi. E mentre ci tolgono il diritto di nascere a casa nostra, a Roma giocano al gioco delle tre carte con i fondi del bollo auto per fare propaganda elettorale. La Lombardia e il Comasco producono la ricchezza di questo Paese e meritano autonomia vera, rispetto e la certezza assoluta che le risorse generate qui rimangano qui, a difesa dei nostri ospedali e della nostra gente. Difendere Erba oggi significa difendere il futuro stesso della nostra terra.Giù le mani dalla nostra sanità, giù le mani dal nostro territorio!

Giorgio Bargna


 

giovedì 3 settembre 2026

La bilancia demografica si è rotta: come salvare la nostra comunità


Prendiamo ancora una volta spunto da un articolo de La Provincia di Como per far parlare i numeri: il gap demografico tra le nuove generazioni e la popolazione anziana sta disegnando un futuro che è già qui.

I dati ISTAT per la nostra provincia raccontano una sproporzione netta: a fronte di 69.484 ragazzi sotto i 14 anni, contiamo 148.963 over 65 e ben 78.829 over 75. Intendiamoci: definire "anziano" un sessantacinquenne oggi è del tutto anacronistico. Ciò che rileva, però, è la direzione della bilancia. Il saldo tra nuovi nati e generazioni mature è destinato a inclinarsi sempre più dalla stessa parte, almeno fino a quando non interverrà una svolta socioculturale oggi difficile da scorgere.

Come fa notare con lucidità il quotidiano locale, la platea delle potenziali madri continua a restringersi. Senza un’improvvisa (e improbabile) esplosione delle nascite, un’inversione di rotta appare irrealistica.

Questa tendenza non è una nozione astratta: sta già ridisegnando le fondamenta del nostro tessuto sociale ed economico. Le prime crepe sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla tenuta della sanità territoriale e dal ridimensionamento della rete scolastica.

Siamo di fronte a una trasformazione epocale. Da un lato facciamo i conti con la carenza di manodopera, la sostenibilità del sistema previdenziale e la necessità di ripensare da cima a fondo i modelli assistenziali ed educativi. Dall'altro assistiamo all'ascesa della cosiddetta Silver Economy: un mercato di prodotti e servizi ritagliato su una popolazione senior che, almeno per ora, può ancora fare affidamento su un’entrata sicura a fine mese.

La vera sfida non è solo constatare questo squilibrio, ma capire come la nostra comunità saprà riorganizzarsi prima che il divario diventi incolmabile.

In un’ottica squisitamente localista e comunitaria — orientata al principio di sussidiarietà, alla valorizzazione dei borghi e al rafforzamento dei legami di prossimità — la crisi demografica non si combatte con freddi bonus a pioggia o con l'assistenzialismo centralizzato. Si affronta ridando centralità al territorio, alle famiglie e alla cooperazione di bacino.

Ecco una serie di proposte concrete articolate tra livello locale (comunale e provinciale) e livello nazionale:

Livello Locale: Welfare di Prossimità e Borghi Vivi

  • Micro-RSA di Borgo e Co-housing Intergenerazionale: Superare il modello delle grandi strutture sociosanitarie spersonalizzanti e costose. Si possono riqualificare edifici storici o pubblici dismessi nei centri urbani e nei paesi per creare piccole strutture residenziali integrate nel quartiere. L'integrazione di spazi di co-housing dove giovani studenti o giovani coppie ottengono affitti calmierati in cambio di ore di assistenza o compagnia agli anziani crea una reale solidarietà di quartiere.

  • Assegno di Cura Territoriale e Albo Comunale dell'Assistenza: Anziché delegare la cura a contributi statali indistinti, i Comuni e le ATS possono istituire un Assegno di Cura gestito a livello di Distretto sociosanitario, affiancato da un Albo comunale o d'ambito per le assistenti familiari verificate e formate. In questo modo si mantiene l'anziano nella propria casa, supportando l'economia informale locale e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

  • Integrazione dei Distretti e Svincolo dai Campanilismi: A livello provinciale (come nell'asse Cantù-Como e nelle valli), occorre superare i frammentarismi comunali per gestire in modo associato la rete dei servizi alla persona, i trasporti sociali di bacino e la medicina territoriale di base, garantendo pari dignità di cura anche nelle aree più periferiche.

  • Spazi di Aggregazione e Presìdi di Frazione: Convertire gli ex spazi comunali, scuole dismesse o vecchie sedi associative in centri polivalenti di frazione. Spazi che uniscano attività per la terza età, presìdi infermieristici di comunità, punti di facilitazione digitale e piccole attività ricreative per bambini.

Livello Nazionale: Politiche di Sussidiarietà e Radicamento

  • Fiscalità di Svantaggio per la Famiglia e Radicamento Giovanile: Introdurre una misura di fiscalità di vantaggio (es. quoziente familiare reale sulle addizionali e sulle imposte dirette) tarata per incentivare la permanenza dei giovani nei propri territori d'origine, contrastando lo spopolamento e la fuga dei talenti verso le metropoli o l'estero.

  • Defiscalizzazione del Welfare Comunitario e Aziendale Territoriale: Riconoscere forti sgravi fiscali alle imprese locali che investono nel welfare dei propri dipendenti attraverso asili nido aziendali o interaziendali, flessibilità oraria per la gestione dei familiari anziani e contributi diretti alla rete dei servizi sociali del Comune di appartenenza.

  • Riforma della Governance Sociosanitaria: Riconoscere maggiore autonomia decisionale e di budget ai Distretti sociosanitari e ai Comuni capofila d'ambito, permettendo di adattare l'offerta dei servizi alle reali caratteristiche demografiche del singolo bacino territorialmente omogeneo, anziché applicare direttive rigide e uguali per tutti a livello centrale o regionale.

  • Valorizzazione della Formazione Professionale e del Lavoro di Cura: Promuovere e finanziare la rete della formazione professionale territoriale (CFP e ITS) per riqualificare i giovani e gli inoccupati locali nelle professioni sociosanitarie e nell'assistenza qualificata, trasformando la Silver Economy da mero costo passivo a volano di occupazione stabile e radicata.

Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere l'attesa passiva di sussidi statali centralizzati. Serve una svolta localista, fondata sulla sussidiarietà e sulla valorizzazione della comunità: dalla creazione di Micro-RSA di borgo al rafforzamento dell'assistenza domiciliare di distretto, fino a una fiscalità che aiuti i giovani a mettere radici nel proprio territorio. Solo ricucendo il patto tra generazioni a livello locale potremo trasformare l'invecchiamento da emergenza a risorsa per i nostri paesi.

Giorgio Bargna

 

martedì 25 agosto 2026

Oltre lo sciacallaggio: il vaccino come alibi per smantellare la sanità pubblica



 



Chi mi segue da anni conosce la mia posizione: ho fatto vaccinare mio figlio e me stesso per tutte le malattie che dispongono di un vaccino ampiamente testato, mentre a suo tempo ho criticato la vaccinazione anti-COVID perché priva delle necessarie garanzie. Certo, anche i vaccini sicuri comportano effetti indesiderati, ma — volendo essere pragmatici — anche viaggiare in auto comporta dei rischi.

Detto questo, parliamo di sciacallaggio.

Giornali e social rilanciano il caso della bambina di 4 anni morta, presumibilmente, di difterite. Sul caso specifico è giusto attendere gli accertamenti delle autorità. Ma la macchina mediatica si è già attivata sul corpo ancora caldo della bambina: accertato che non fosse vaccinata, si è scatenata la solita tifoseria nostalgica dell'epoca Covid.

Io ritengo raccomandabile vaccinarsi contro una malattia seria e con un vaccino collaudato come quello per la difterite. Ma il punto centrale è un altro, ed è ciò da cui stanno deviando l'attenzione: la difterite è una malattia seria, ma curabile. E in questo caso, a quanto pare, la bambina non è stata curata per tempo.

In un sistema sanitario sovraccarico, con medici di base introvabili e personale stremato, il rischio di non essere curati per patologie trattabili cresce esponenzialmente. Questo dettaglio viene ignorato per spingere il cittadino verso i vaccini: presidi facili da somministrare che trasferiscono risorse pubbliche direttamente alle multinazionali del farmaco.

Far credere che la prevenzione vaccinale possa sostituire un sistema ospedaliero efficiente è un'illusione utile. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nessuno nota lo schema di un sistema che:

  • a) Terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia funzionale al racconto;

  • b) Fornisce cure pubbliche sempre più inefficienti, spingendo verso il privato;

  • c) Promuove come salvifico l'unico strumento sanitario che non richiede strutture pubbliche funzionanti e garantisce un guadagno netto a Big Pharma?

Forse è ora di unire i puntini.

Nessuno qui nega il valore della prevenzione, ma i vaccini da soli non bastano se dietro c'è il deserto. Ridurre la tutela della salute a un'unica profilassi, mentre nei nostri comuni chiudono i presidi, i pronto soccorso scoppiano e i medici di famiglia scappano dal servizio pubblico, è una resa politica inaccettabile.

La vera priorità — quella di cui nessuno nei palazzi vuole parlare — è la ricostruzione della sanità pubblica territoriale. Difendere la salute dei nostri cittadini significa pretendere investimenti reali sui medici di medicina generale, sulle strutture di prossimità e sulla capacità di diagnosi e cura nei nostri ospedali. Se permettiamo che la risposta ad ogni crisi sanitaria diventi solo un'emergenza mediatica da delegare al privato o al bilancio delle farmaceutiche, avremo rinunciato al diritto fondamentale alla cura sancito dalla nostra Costituzione.

È ora di smetterla di guardare il dito e tornare a pretendere una sanità pubblica che funzioni, dalle profilassi fino ai letti d'ospedale.

Giorgio Bargna





domenica 9 agosto 2026

Chiusura dei parchi a Lecco quando la resa della burocrazia punisce i cittadini


La chiusura dell'area campi al Parco Eunice Kennedy di Castello, disposta dall'amministrazione di Lecco con l'ordinanza del 4 agosto, ha riacceso il dibattito sulla gestione della sicurezza in città. Il provvedimento — che terrà sbarrati i campetti fino alla riapertura delle scuole — nasce come risposta a episodi di vandalismo, degrado e continui schiamazzi notturni segnalati dai residenti. Oggi l'area è transennata, accessibile solo a tecnici e Polizia Locale.

È comprensibile la volontà di dare un segnale di discontinuità di fronte al degrado. Tuttavia, la scelta di chiudere rappresenta un cortocircuito logico e politico: si finisce per cedere il passo a chi devia, punendo l'intera comunità. Sbarrare un parco significa privare i cittadini rispettosi delle regole, i bambini e le famiglie di uno spazio pubblico fondamentale.

I progetti educativi e il coinvolgimento del terzo settore sono intenzioni lodevoli, ma richiedono tempi lunghi. L'emergenza richiedeva una strategia opposta: presidiare, non chiudere. Più presenza della Polizia Locale, ricorso a servizi di vigilanza dedicati e, se necessario, una richiesta formale alle autorità sovracomunali per un rafforzamento delle Forze dell'Ordine sul territorio.

Avendo vissuto dall'interno la macchina amministrativa e le sue complessità — tra vincoli di bilancio e rigidità burocratiche — so bene che garantire presidi costanti non è un'operazione semplice. Ma la priorità delle istituzioni deve rimanere la difesa della legalità attraverso la presenza, non attraverso la resa temporanea. Ripristinare la sicurezza garantendo la fruibilità del parco dev'essere il prossimo passo inevitabile.

Ipotizzando un intervento strutturato e in linea con una visione focalizzata sulla sovranità funzionale, sul welfare territoriale e sul principio "bottom-up", le proposte sul piano sociale ed educativo per una situazione come quella del Parco Kennedy, a mio avviso, potrebbero articolarsi lungo queste direttive:

1. Sostituzione del vuoto con il presidio civico e sociale

  • Welfare di prossimità e custodia attiva: Anziché chiudere lo spazio o affidarsi solo a pattugliamenti esterni, l'idea è quella di occupare il territorio con attività reali. Questo significa coinvolgere associazioni di quartiere, realtà sportive e gruppi giovanili locali per organizzare tornei, laboratori ed eventi culturali nei pomeriggi e nelle sere d'estate.

  • Patti di cittadinanza locale: Invece di misure puramente punitive, attivare percorsi di inserimento o lavori di pubblica utilità a livello comunale per i giovani che commettono infrazioni, vincolandoli direttamente al ripristino e alla cura dei beni pubblici danneggiati.

2. Formazione, lavoro e valorizzazione dei giovani

  • Poli formativi e orientamento sul campo: Andare oltre la semplice animazione giovanile "tampone", affiancando progetti di educazione informale a vere occasioni di formazione tecnica, orientamento professionale e laboratori di competenze pratiche in collaborazione con le realtà produttive e artigianali del territorio.

  • Responsabilizzazione diretta: Trasformare i ragazzi da fruitori passivi (o elementi di disturbo) a gestori di spazi comunali, ad esempio affidando a cooperativi o gruppi giovanili locali la micro-gestione di chioschi, aree sportive o eventi interni al parco.

3. Autonomia gestionale e coordinamento "Bottom-Up"

  • Zero burocrazia per il terzo settore locale: Semplificare drasticamente le procedure burocratiche comunali per permettere alle associazioni di quartiere di utilizzare gli spazi pubblici senza iter complessi o costi accessori, facilitando l'organizzazione di presidi sociali spontanei e continui.

  • Risorse del territorio al servizio della comunità: Reinvestire le risorse fiscali locali per finanziare infrastrutture di welfare privato-pubblico e servizi dedicati alle famiglie del rione (come centri estivi a prezzi calmierati o supporto doposcuola), rendendo la comunità stessa il primo argine contro il degrado.

In conclusione, il degrado non si combatte con le ordinanze di chiusura o con il paternalismo statale, ma restituendo centralità alle comunità locali. Trasformare un parco in un cantiere di cittadinanza attiva e formazione significa smettere di subire i problemi e iniziare a governare il territorio con responsabilità, presenza e visione


Giorgio Bargna


 

sabato 8 agosto 2026

Oltre il condominio globale: riscoprire il valore della comunità

 


Esaminiamo ora i principi che reggono la comunità, prendendo a modello il pensiero di alcuni filosofi.

Ogni comunità si fonda su sentimenti condivisi, abitudini, memoria e fiducia. È la dimensione del villaggio, della famiglia, della nazione tradizionale. Si oppone concettualmente alla società, che si regge invece su contratti, calcolo e interesse individuale: se questa nasce dalla convenzione, la comunità scaturisce dal senso spontaneo di appartenenza, sia esso legato all'etnia, alla lingua o alla religione.

Per Benedetto Croce una nazione non è un semplice contratto. È memoria, dolore e simboli condivisi: se li perdi, ti ritrovi trasformato in un condominio. In sostanza, quando una società smarrisce i propri sentimenti comuni si riduce a mero mercato. L'eccesso di individualismo finisce per disgregarla, proprio perché viene meno il collante che la teneva unita.

Questo accade quando ogni valore viene declassato a mera opinione da mettere in discussione. Se la morale non è più condivisa, se la spiritualità svanisce e il sentimento comunitario si sgretola, significa che è subentrato un fattore divisivo. Una società omogenea resiste grazie a precisi elementi di coesione: valori condivisi su ciò che è giusto o sbagliato, la consapevolezza di un destino comune e la fiducia nel prossimo, supportata dalla certezza di una convergenza sui principi fondamentali.

Quando penetrano ideologie fortemente individualiste, il "noi" lascia il posto all'"io", e ogni diritto o dovere diventa oggetto di trattativa. Il bene comune viene così abbattuto in favore dell'interesse personale. In assenza di un senso di comunità — dinamica in parte già in atto — nessuno farebbe più figli, nessuno investirebbe e nessuno si sacrificherebbe: il passaggio dalla fiducia al sospetto diventa questione di un istante.

I sociologi definiscono questo fenomeno "atomizzazione". Quando viene impiegato nell'accezione di "operazione mirata a dividere per indebolire", è appropriato parlare di un'azione diabolica dotata di un preciso peso storico. Non si tratta di folklore con corna e forcone, ma di una vera e propria strategia di disgregazione. È il medesimo principio alla base della "guerra ibrida" o "culturale" dei nostri giorni: non serve invadere un Paese con le armi se si riesce a far litigare una società dall'interno, fino a portarla al collasso.

Ricostruire la comunità oggi non significa dunque rifugiarsi in un passato nostalgico, ma compiere l'atto più rivoluzionario e controcorrente della modernità. Se la disgregazione nasce dall'isolamento, la risposta risiede nel coltivare attivamente spazi di appartenenza concreta: valorizzare i beni comuni del proprio territorio, riscoprire i luoghi di aggregazione fisica e creare reti di solidarietà di prossimità in cui la parola data e il mutuo soccorso contino più del profitto. In un'epoca che spinge all'egoismo e all'atomizzazione digitale, scegliere il "noi" non è una rinuncia all'individualità, ma l'unico modo per restituirle un senso. Custodire una comunità significa, in ultima analisi, scegliere di non essere soltanto consumatori in un mercato, ma custodi di un destino comune.

Giorgio Bargna

venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

venerdì 31 luglio 2026

Oltre il paravento economico: perché l'inverno demografico è soprattutto una scelta culturale


Negli scorsi giorni, a margine di uno dei vari incontri sul territorio, è emerso il tema dei flussi migratori. Parlo chiaramente di immigrazione regolare — che semmai andrebbe regolamentata meglio nel rapporto tra autoctoni e immigrati. Il mio parere, senza troppi fronzoli, è lineare: se gli italiani non fanno figli, il Paese si ferma. Di conseguenza, diventa quasi "obbligatorio" importare manovalanza e persone che facciano girare l'economia attraverso affitti, mutui, spese al supermercato, in farmacia, acquisti di automobili e chi più ne ha più ne metta. Al contempo, mi sembra evidente che i "padroni del vapore" non abbiano alcun interesse a incentivare gli italiani a sentirsi tali: un popolo unito, consapevole e responsabile. L'immigrato, d'altronde, è spesso più ricattabile sul piano salariale e riattiva consumi che gli italiani tendono a contrarre.

Certo, non nego le difficoltà oggettive: oggi in Italia si arriva all'indipendenza economica sempre più tardi, gli stipendi d'ingresso sono bassi e la precarietà rende difficile pianificare a lungo termine. L'accesso al credito e la casa rappresentano ostacoli reali, e cresce la percezione che un figlio sia un fattore di impoverimento per i redditi medio-bassi.
Ma, ragazzi, parliamoci chiaro. Venticinque o trent'anni fa, chi come me non sapeva con certezza se avrebbe portato a casa lo stipendio il mese successivo, metteva comunque su casa e faceva figli. Ci si privava del vestito firmato, della cucina all'ultima moda o del salotto di design.

È vero che, rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o i Paesi Nordici, la spesa pubblica italiana a sostegno della famiglia è storicamente carente e frammentata. È vero che sono mancati servizi per l'infanzia, congedi equiparati e agevolazioni fiscali strutturali. Ma nulla di tutto questo ce lo sognavamo noi trent'anni fa.
Possiamo tirare in ballo anche il fattore aritmetico: ci sono meno donne in età fertile rispetto al passato a causa del calo iniziato negli anni '70 e '80, per cui, con una platea ridotta, le nascite calerebbero anche a parità di fecondità. Ma qui le nascite non "diminuiscono" soltanto: stanno crollando.

La verità è che il fattore economico è diventato un comodo paravento. La questione è prima di tutto sociale e culturale.
Assistiamo a una ridefinizione radicale delle priorità individuali e del concetto stesso di vita e di coppia. La genitorialità non è più vista come una tappa naturale dell'età adulta o come un dovere verso la comunità e la famiglia d'origine. Il concetto di "sacrificio" in nome delle generazioni future oggi non è più dato per scontato. Il paradigma è cambiato: al centro ci sono il benessere personale, la carriera, il tempo libero, i viaggi, l'autonomia finanziaria.
Non si tratta solo di "non volere rotture", ma della presa di coscienza che un figlio richiede una dedizione totale e irreversibile. Molti semplicemente — e sì, diciamolo, egoisticamente — scelgono di non rinunciare alla propria libertà quotidiana. In un mondo "atomizzato", questa viene perfino contrabbandata come una scelta di responsabilità verso se stessi e verso un ipotetico bambino a cui non si vorrebbe stravolgere la vita.

Ma chi pensa ancora in termini di comunità, di territorio e di futuro, non può che interpretare tutto ciò per quello che è: individualismo. Perché la tenuta sociale, pensionistica e assistenziale di un Paese si regge unicamente sul ricambio generazionale. E allora, a questo punto, è inutile lamentarsi dei flussi migratori.
In sintesi: la ricerca della propria comodità e il rifiuto di addossarsi il peso della genitorialità giocano un ruolo di primissimo piano. Non si tratta di negare le difficoltà economiche, ma di riconoscere che si sommano a un cambio culturale profondo: se fare un figlio richiede un impegno enorme e la società non richiede né valorizza più quel sacrificio come un bene comune, la scelta di evitarlo diventa un'opzione comoda, diffusa e socialmente assolta.

Alla fine è una questione di coraggio. Trent'anni fa non eravamo più ricchi o più tutelati di oggi, avevamo semplicemente più fame di futuro e meno paura del sacrificio. 

Oggi abbiamo scambiato la libertà con la comodità. Ma la comodità ha un prezzo salatissimo: la fine della nostra identità e della nostra continuità. Chi oggi rifiuta il peso di un figlio non si lamenti domani se a pagare la sua pensione o a vivere nel suo quartiere sarà qualcuno arrivato da migliaia di chilometri di distanza. Perché la storia, come la natura, non sopporta il vuoto.

Giorgio Bargna


 

lunedì 6 luglio 2026

Non c’è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci


Sono ormai lontani i tempi in cui a Cantù, come in gran parte della Brianza, sotto ogni condominio trovava spazio la bottega di chi quell’edificio lo aveva visto nascere. Sono lontani anche gli anni in cui l’immigrato – veneto, siciliano, calabrese o pugliese – riusciva, nel weekend, a costruire con le proprie mani e il supporto di amici e parenti la casa in cui vivere. I tempi cambiano, è un dato di fatto, ma la deriva odierna è diametralmente opposta e, soprattutto, insostenibile.

Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.

Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.

Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.

Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.

Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:

- meno di 1.000 euro netti: 8,9%

- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%

- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%

- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%

- oltre 2.500 euro: 13,6%

Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.

Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.

Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.

Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.

Giorgio Bargna

lunedì 22 giugno 2026

Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria



Riprendo oggi una riflessione condivisa da una mia follower. È un punto di vista che accolgo con interesse e che, pur non sposando integralmente nelle sue premesse, trovo estremamente significativo per la carica di umanità che porta con sé. Pur provenendo da chi non si occupa di politica per professione, queste parole nascono da un vissuto autentico e colgono le diseguaglianze del nostro tempo con una lucidità che spesso sfugge a chi guarda la società solo attraverso i numeri.

Il cuore della riflessione nasce da un contrasto stridente: da una parte le vacanze da sogno delle celebrità, costantemente esibite sui rotocalchi e sui social, dall'altra la dignità silenziosa di chi vive una realtà profondamente diversa. L'autrice interroga la giustizia di un mondo in cui, mentre una parte di società vive nell'agiatezza più sfrenata, molti altri — anziani che faticano a permettersi anche solo un caffè, lavoratori che hanno smarrito il contatto con il mare da anni o famiglie schiacciate dal peso di mutui e cure — sono costretti a fare i conti con una privazione costante.

Riporto qui alcune delle sue parole, che credo parlino da sole:

"Persone che hanno fatto lavori usuranti e hanno una pensione da poveri. Gente che ha cura di malati in casa, spesso abbandonata a se stessa, che avrebbe bisogno di una pausa, ma non può permetterselo. Mamme lavoratrici che tornano a casa per un 'secondo turno' domestico, con mutui da pagare e l'impossibilità di staccare la spina."

Analizzando questo sfogo, è inevitabile fare una distinzione. Pur distanziandomi dal confronto diretto con le vite di star e calciatori — le cui remunerazioni rispondono a logiche di mercato del tutto peculiari e distinte dal sistema di welfare sociale — trovo che la sua critica colpisca nel segno laddove evidenzia un vuoto sistemico: la mancata gratificazione di chi, pur costituendo la spina dorsale del Paese, non vede riconosciuto il valore del proprio impegno quotidiano.

Rispetto al ruolo istituzionale che ricopro, leggo in queste parole un monito. La politica non può limitarsi a gestire la macroeconomia; ha il dovere di guardare a queste "invisibili" fatiche quotidiane. Se la società non è in grado di garantire il diritto a un benessere minimo e a un sollievo dignitoso per chi ha speso una vita nel lavoro o nel sacrificio, il rischio è quello di una frattura che nessuna crescita del PIL potrà mai sanare.

Dalla riflessione all'azione: il realismo del fare

Sia chiaro: i miracoli appartengono alla sfera della fede, non a quella del governo. Se vogliamo affrontare il disagio reale, dobbiamo passare dall'etica alla concretezza, chiedendo da un lato un impegno solido alle istituzioni e, dall'altro, la consapevolezza che il cambiamento è un processo graduale che richiede a tutti noi un esercizio di sobrietà.

Ecco alcune proposte che credo possano incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana:

Welfare del Tempo: Propongo di incentivare, attraverso il credito d'imposta, le piccole e medie imprese locali che scelgono di integrare il salario con voucher per il "tempo libero": attività culturali, sportive o percorsi di sollievo che permettano di staccare realmente la spina, andando oltre il semplice bonus economico.

Sostegno al Caregiver: Chi si prende cura di un familiare malato è spesso invisibile. Dobbiamo rafforzare i Servizi di Sollievo a domicilio tramite il Comune e l'ente provinciale: poche ore a settimana di supporto professionale possono restituire una boccata d'ossigeno vitale a chi vive una condizione di isolamento.

Fiscalità ed Equità: Serve una rimodulazione dell'IRPEF o detrazioni specifiche per le famiglie che sostengono costi certificati di assistenza (anziani o disabili) sopra una certa soglia. Dobbiamo trasformare il carico fiscale in un "investimento sociale" riconosciuto. Parallelamente, è doveroso introdurre una defiscalizzazione per i lavori usuranti: chi ha speso la salute in una vita di fatica merita un riconoscimento concreto che renda accessibile un periodo di riposo dignitoso.

Turismo di Prossimità: Perché non creare convenzioni tra enti pubblici e operatori locali per pacchetti a prezzo calmierato? Promuovere il turismo nei nostri borghi e nelle località meno battute significa offrire esperienze rigeneranti a costi sostenibili. È una strategia "win-win": rigeneriamo il cittadino e valorizziamo il territorio, disinnescando al contempo quell'invidia sociale verso mete patinate che nulla hanno a che fare con la nostra realtà.

Oltre il PIL: la misura di una comunità
Infine, una riflessione politica che mi sta a cuore: la dignità di una società si misura superando la logica esclusiva del PIL. Iniziamo a guardare al "Tempo Libero di Qualità" pro-capite come a un indicatore di benessere imprescindibile.

Chi governa ha una responsabilità ulteriore: quando l'ostentazione del successo diventa lo stile della comunicazione istituzionale, si scava un solco profondo tra le istituzioni e il cittadino. Chiedere sobrietà e rispetto per la sofferenza reale non è solo un esercizio di stile, è il primo, fondamentale atto politico per ricucire il tessuto della nostra comunità.

Giorgio Bargna