venerdì 13 febbraio 2026

LO SCEMPIO DELL'ECOSISTEMA POLITICO


Partendo da un pensiero di un seguace di Gregory Bateson facciamo una riflessione legata all'ecosistema che possiamo poi tramutare in un pensiero dai tratti politici.
Oggi possiamo osservare la presenza contestatrice sul web di molte categorie: ambientalisti, animalisti, vegetariani, salutisti, attivisti vari, ecologisti, vegani, biocentrici, ecosistemici, ecomarxisti, anticiviltà, animisti, anti-industrialisti, movimenti giovanili per il clima, quelli della decrescita più o meno felice, alcuni seguaci delle filosofie native, i seguaci del “cancrismo” (pensano che la nostra specie sia un cancro del Pianeta, cioè un errore dell’evoluzione).
Movimenti spontanei che spesso non hanno nulla che li colleghi, tranne il comune pensiero che il mondo non vada avanti nel modo giusto, micropianeti contestatori che fanno bene all'anima ma resteranno confinati sul web.
Al contrario degli “attivisti politici” e degli opinionisti della TV di regime, i quali di antisistema non hanno nulla, loro avranno spazio solo sulla rete e qualche rivista "specializzata".
Ma a parte questo noi contestatori, mi ci metto anche io, non siamo ancora un numero molto elevato e quindi non siamo in grado di incidere sui comportamenti collettivi, frenati anche da un diffuso egoismo collettivo.
Se è vero che l'unico collante può essere  l’idea che occorre abbandonare la competizione economica, la globalizzazione, la crescita, il mercato e i consumi, sull'altro fronte i “politici” non hanno nessuna intenzione di modificare il "sistema", si limitano a qualche accorgimento di facciata, con qualche verniciata green e sbandierando il tutto con l’assurdità contradditoria dello sviluppo sostenibile. 
Sono d'accordo con  il seguace di Bateson su un aspetto, la terra è questa da migliaia di anni, l'essere umano no, è aumentato a dismisura e chiunque, anche senza una base scientifica, può capire questo pianeta fatica a supportare e sopportare l’esistenza permanente di un Primate di 70 Kg, che oltre tutto pretende di porsi al vertice della catena alimentare, nel numero di 8 miliardi e che non è intenzionato a fermare la propria crescita. L'esempio ci arriva dal mondo animale, c’è un’aquila ogni mille marmotte, c’è un leone ogni mille gazzelle, quando, in quella valle nordica, ci sono troppi lemmings, iniziano a correre verso il mare, dove annegano. Solo il 20% torna indietro, e sono ancora là…ma così quella valle-ecosistema si salva e l’equilibrio si ristabilisce.
Chiudiamo questa parte con un pensiero di Gregory Bateson: “La carenza di saggezza sistemica è sempre punita”.

Parlavamo di riportare il discorso a livello politico.
Un po' come il pianeta Terra il planisfero politico italiano (parliamo di livello nazionale) è stato ed è sovraffollato, In 17 tornate elettorali dal 1948 si sono presentati alle elezioni 380 partiti diversi, producendo un totale di 558 simboli, con una media di 32 partiti per ogni elezione, alcuni dei quali magari sopravvivono ancora economicamente grazie a media basse accompagnate da grandi escamotage .
Nonostante questo alto numero di sigle, la partecipazione attiva a comizi e cortei è calata negli ultimi vent'anni. 
Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. 
Al contrario, c'è un aumento della partecipazione politica tramite siti web o social media, con oltre 10,5 milioni di cittadini coinvolti nel 2024.
Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media, erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet.

Aldilà di questi dati chi ha partecipato allo scenario politico ha occupato ogni spazio possibile andando poi a inventarsi spesso e volentieri spazi dove inserire trombati ed amici, spesso persone con poche capacità  e conoscenze, altre volte sorte di prestanome asserviti.
Un overdose di movimenti, burocrazie, rallentamenti, "connivenze", incapacità, che oltre a mutare l'ecosistema politico ha allontanato i cittadini dalla politica, non sempre involontariamente.
Anche qui prima che l'ecosistema imploda bisogna intervenire,
Oggi va fermato a tempo indeterminato questo scempio e va introdotto un nuovo format di bipolarismo: il futuro sostenibile che si contrappone al vecchio, che non arretra ma anzi continua ad avanzare ignorando ogni giorno di più non solo i cittadini ma anche gli enti locali.

Patto per il Nord è nato proprio per questo motivo, fermare lo scempio e ridare importanza ai cittadini ed ai territori, salvaguardare il sistema ecologico così come le fasce deboli della società, rimettere ordine alla sicurezza fisica ed economica.  
Si tratta di un lavoro immenso, che richiede sforzi e tempi, per questo ogni giorno vi invito ad incontrarci e ad aderire a questo progetto, l'unico e ultimo baluardo eretto in resistenza alla partitocrazia ed alla burocrazia.

Giorgio Bargna


 

domenica 8 febbraio 2026

DIALETTO: SCRIGNO DI COMUNITA' E CULTURA

 


Un ennesima volta partiamo da un dato ISTAT.

Aumenta l’uso dell’italiano e delle lingue straniere. Sempre meno utilizzato il dialetto
In quasi quarant’anni in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024.

Nel 2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali, in crescita rispetto al 40,6% del 2015.
I livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio. L’inglese si conferma la lingua straniera più diffusa (58,6%), seguita dal francese (33,7%) e dallo spagnolo (16,9%).
L’uso esclusivo del dialetto è molto limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. 
Poco più di una persona su 10 (11,2%) utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale: il 9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli estranei. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%).
Per dinamiche ovvie aumenta all'interno dei nuclei famigliari l'utilizzo di lingue straniere.

Fino qui i dati.

Sicuramente il calo dell'utilizzo dei dialetti trova causa nell'italianizzazione, nella scolarizzazione, nelle migrazioni interne e nell'influenza dei media. Il dialetto viene oggi meno utilizzato come lingua esclusiva, ma vedremo, solo in alcune aree geografiche, venendo spesso sostituito dall'italiano o da forme miste, specialmente tra i giovani. 

La diffusione dell'istruzione obbligatoria e l'uso dell'italiano standard nei media, così come lo spostamento verso le città industriali e le operazioni burocratiche, hanno reso la lingua nazionale il mezzo di comunicazione primario, relegando il dialetto a un ruolo secondario.

Nei territori del Nord Italia la "rivoluzione industriale moderna", la "Milano da bere" tempo fa hanno associato al parlare in dialetto un basso livello culturale o a una scarsa istruzione. 
Ad esclusione del Veneto, del Trentino - Alto Adige, ormai le regioni dove si utilizza il dialetto si trovano tutte molto sotto la linea del Po; Campania , Basilicata, Calabria e Sicilia registrano l'uso più elevato dei dialetti, alternato solo per necessità alla lingua nazionale.
Nel pieno di un simbolo identitario il sud sponsorizza il dialetto, ne vanta la bellezza e soprattutto lo utilizza.

Il nord, che, va detto, ha subito varie ondate di immigrazioni, considera veramente poco l'utilizzo del dialetto, anche perché ormai raramente esiste chi lo possa tramandare,  il dialetto sta passando da lingua della quotidianità a segno di appartenenza e identità di pochi.

Da qui nasce l'errore. 

Sebbene il mondo cambi a ritmi vertiginosi, ogni territorio ha delle peculiarità importanti, che ne "giustificano l'esistenza".
Il dialetto è un fondamentale pilastro del patrimonio culturale immateriale, custode della storia, delle tradizioni e dell'identità locale di una comunità. 
Si tratta di un sistema espressivo ricco e vario che collega il passato al presente, rafforzando il legame col territorio e la memoria collettiva. 
Il dialetto rappresenta il "DNA" delle origini, preservando modi di dire, proverbi e usi locali che descrivono un vissuto unico.
E' nell'utilizzo del dialetto che esprimiamo sfumature emozionali e una precisione lessicale per concetti legati alla quotidianità che la lingua standard spesso non possiede, rendendo la comunicazione più autentica.

Molte volte nel passato si è detto "padroni a casa nostra". 
Ma padroni di cosa se l'identità e la cultura vengono disintegrate?
Il primo baluardo è una forte identità, anche e soprattutto in un era basata sul multiculturalismo.

Il concetto del multiculturalismo è un approccio politico e sociologico che promuove la convivenza rispettosa di diverse culture all'interno di una stessa società, garantendo il diritto alle minoranze di mantenere la propria identità.

Ma la domanda che oggi dobbiamo porci è: chi è la minoranza?
Se l'immigrazione interna del dopoguerra  ha dato inizio allo smembramento di un identità, quella attuale la sta polverizzando, quindi, in realtà, la cultura autoctona, pian piano, diventa minoranza, realtà da difendere.
Da difendere non tanto per un fattore etnico, quanto per un fattore culturale ed anche socioeconomico.
Le aree territoriali vanno difese in identità ed economia dagli attacchi economici internazionali.

La risorsa che rimane a disposizione sta nella tradizione da rispolverare, nel promuovere il dialetto a 360°, non solo come lingua in se stessa ma anche quale raccoglitore di usanze e proverbi.
Corsi per adulti, eventi specifici, inserimento nelle scuole dello studio dei dialetti dovrebbero essere automatici se non d'obbligo.

Il dialetto sarà sempre un "scrigno" che conserva la storia, gli usi e i valori di una specifica comunità territoriale. Rappresenta un forte collante sociale e un modo per sentirsi parte di una cultura locale, anche in un mondo globalizzato. Utile anche per l'integrazione, chi viene da mondi poveri non ha paura dei dialetti. Parlare un dialetto accanto ad una lingua ufficiale è una forma di bilinguismo. Questo stimola il cervello, migliorando la flessibilità mentale e aiutando a contrastare il declino cognitivo.

Detto questo, affianco ad altri obbiettivi per il territorio, terrò sempre ben presente l' obbiettivo della salvaguardia culturale locale.

Giorgio Bargna