domenica 8 febbraio 2026

DIALETTO: SCRIGNO DI COMUNITA' E CULTURA

 


Un ennesima volta partiamo da un dato ISTAT.

Aumenta l’uso dell’italiano e delle lingue straniere. Sempre meno utilizzato il dialetto
In quasi quarant’anni in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024.

Nel 2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali, in crescita rispetto al 40,6% del 2015.
I livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio. L’inglese si conferma la lingua straniera più diffusa (58,6%), seguita dal francese (33,7%) e dallo spagnolo (16,9%).
L’uso esclusivo del dialetto è molto limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. 
Poco più di una persona su 10 (11,2%) utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale: il 9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli estranei. Molto contenuta la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%).
Per dinamiche ovvie aumenta all'interno dei nuclei famigliari l'utilizzo di lingue straniere.

Fino qui i dati.

Sicuramente il calo dell'utilizzo dei dialetti trova causa nell'italianizzazione, nella scolarizzazione, nelle migrazioni interne e nell'influenza dei media. Il dialetto viene oggi meno utilizzato come lingua esclusiva, ma vedremo, solo in alcune aree geografiche, venendo spesso sostituito dall'italiano o da forme miste, specialmente tra i giovani. 

La diffusione dell'istruzione obbligatoria e l'uso dell'italiano standard nei media, così come lo spostamento verso le città industriali e le operazioni burocratiche, hanno reso la lingua nazionale il mezzo di comunicazione primario, relegando il dialetto a un ruolo secondario.

Nei territori del Nord Italia la "rivoluzione industriale moderna", la "Milano da bere" tempo fa hanno associato al parlare in dialetto un basso livello culturale o a una scarsa istruzione. 
Ad esclusione del Veneto, del Trentino - Alto Adige, ormai le regioni dove si utilizza il dialetto si trovano tutte molto sotto la linea del Po; Campania , Basilicata, Calabria e Sicilia registrano l'uso più elevato dei dialetti, alternato solo per necessità alla lingua nazionale.
Nel pieno di un simbolo identitario il sud sponsorizza il dialetto, ne vanta la bellezza e soprattutto lo utilizza.

Il nord, che, va detto, ha subito varie ondate di immigrazioni, considera veramente poco l'utilizzo del dialetto, anche perché ormai raramente esiste chi lo possa tramandare,  il dialetto sta passando da lingua della quotidianità a segno di appartenenza e identità di pochi.

Da qui nasce l'errore. 

Sebbene il mondo cambi a ritmi vertiginosi, ogni territorio ha delle peculiarità importanti, che ne "giustificano l'esistenza".
Il dialetto è un fondamentale pilastro del patrimonio culturale immateriale, custode della storia, delle tradizioni e dell'identità locale di una comunità. 
Si tratta di un sistema espressivo ricco e vario che collega il passato al presente, rafforzando il legame col territorio e la memoria collettiva. 
Il dialetto rappresenta il "DNA" delle origini, preservando modi di dire, proverbi e usi locali che descrivono un vissuto unico.
E' nell'utilizzo del dialetto che esprimiamo sfumature emozionali e una precisione lessicale per concetti legati alla quotidianità che la lingua standard spesso non possiede, rendendo la comunicazione più autentica.

Molte volte nel passato si è detto "padroni a casa nostra". 
Ma padroni di cosa se l'identità e la cultura vengono disintegrate?
Il primo baluardo è una forte identità, anche e soprattutto in un era basata sul multiculturalismo.

Il concetto del multiculturalismo è un approccio politico e sociologico che promuove la convivenza rispettosa di diverse culture all'interno di una stessa società, garantendo il diritto alle minoranze di mantenere la propria identità.

Ma la domanda che oggi dobbiamo porci è: chi è la minoranza?
Se l'immigrazione interna del dopoguerra  ha dato inizio allo smembramento di un identità, quella attuale la sta polverizzando, quindi, in realtà, la cultura autoctona, pian piano, diventa minoranza, realtà da difendere.
Da difendere non tanto per un fattore etnico, quanto per un fattore culturale ed anche socioeconomico.
Le aree territoriali vanno difese in identità ed economia dagli attacchi economici internazionali.

La risorsa che rimane a disposizione sta nella tradizione da rispolverare, nel promuovere il dialetto a 360°, non solo come lingua in se stessa ma anche quale raccoglitore di usanze e proverbi.
Corsi per adulti, eventi specifici, inserimento nelle scuole dello studio dei dialetti dovrebbero essere automatici se non d'obbligo.

Il dialetto sarà sempre un "scrigno" che conserva la storia, gli usi e i valori di una specifica comunità territoriale. Rappresenta un forte collante sociale e un modo per sentirsi parte di una cultura locale, anche in un mondo globalizzato. Utile anche per l'integrazione, chi viene da mondi poveri non ha paura dei dialetti. Parlare un dialetto accanto ad una lingua ufficiale è una forma di bilinguismo. Questo stimola il cervello, migliorando la flessibilità mentale e aiutando a contrastare il declino cognitivo.

Detto questo, affianco ad altri obbiettivi per il territorio, terrò sempre ben presente l' obbiettivo della salvaguardia culturale locale.

Giorgio Bargna