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martedì 29 settembre 2026

L'eredità fantasma di Milano-Cortina: cantieri fermi, conti in rosso e la Lombardia tradita


L'eredità fantasma di Milano-Cortina: 3,6 miliardi di costi, cantieri al 2033 e la Lombardia in coda

I riflettori si sono spenti, le medaglie sono state assegnate e il grande circo mediatico delle Olimpiadi invernali ha levato le tende. Ma a sei mesi da Milano-Cortina 2026, lo spettacolo che va in scena sui nostri territori è ben diverso dal trionfalismo dei mesi passati. È lo spettacolo amaro dei cantieri fantasma e dei conti in rosso.

Chi vive in prima linea la quotidianità della macchina amministrativa locale sa bene che il vero banco di prova di un "Grande Evento" non è mai la cerimonia d'apertura, ma la cosiddetta legacy. L'eredità. Ci avevano promesso infrastrutture, viabilità scorrevole, una Lombardia finalmente sbloccata nei suoi nodi nevralgici. La realtà, certificata dal recente dossier di Libera e Open Olympics 2026, è una doccia fredda. E, numeri alla mano, non lascia spazio a interpretazioni.

Su 98 interventi infrastrutturali totali previsti, ben il 58% è ancora fermo alla fase di progettazione. Avete letto bene: non in ritardo, ma nemmeno partiti. Nella nostra Lombardia il paradosso è servito: su 29 opere programmate, appena 11 risultano concluse, mentre 10 sono rimaste semplici linee su una mappa. E il cronoprogramma? Per 48 opere la data di fine lavori è già slittata, con l'ultimo cantiere che traguarda addirittura il dicembre 2033.

Tutto questo mentre i costi sono letteralmente esplosi. Il Piano opere ha toccato l'esorbitante quota di 3,62 miliardi di euro, con un'infrastruttura su cinque che ha subito rincari in corso d'opera, bruciando 210 milioni di euro aggiuntivi.

Ma c'è un dato che suona come un allarme rosso per la tenuta dei conti pubblici: il buco della Fondazione Milano Cortina. Il bilancio 2025 registra un deficit patrimoniale di 176,5 milioni e debiti per oltre un miliardo di euro (1.020,4 milioni) a fronte di crediti per soli 365,8 milioni. Un disavanzo che, inevitabilmente, rischia di scaricarsi come un macigno sul sistema pubblico e, a cascata, sulle spalle degli Enti locali, già costantemente a corto di ossigeno.

Il vero dramma per noi cittadini si legge in un'ultima, impietosa percentuale: solo il 15,2% di questa montagna di denaro è stato destinato a finanziare opere di viabilità permanente (strade, ferrovie, potenziamenti). Il resto è stato assorbito da altre voci, o frammentato in una giungla di subappalti.

Per chi, come noi, ha l'orgoglio di dirsi localista e vive visceralmente la difesa della propria terra, questa non è solo cattiva amministrazione: è uno sfregio. Hanno trattato la nostra Lombardia – le nostre valli, i nostri laghi e i territori produttivi come la nostra Brianza – come un banale palcoscenico da allestire per quindici giorni di vetrina internazionale.

Una volta spenta la fiamma olimpica, le grandi cabine di regia hanno smontato il tendone, lasciandoci in eredità solo debiti, colate di cemento a metà e cantieri transennati che deturpano il paesaggio. Mentre noi, sui territori, combattiamo ogni giorno per difendere i servizi essenziali, le strutture sanitarie locali e la viabilità ordinaria per chi deve andare a lavorare, i grandi apparati centrali calano dall'alto progetti faraonici che si trasformano regolarmente in cattedrali nel deserto o in imbuti di traffico. È una ferita profonda per chi ama e difende le proprie radici: la nostra terra non è la scenografia di passaggio da sfruttare e abbandonare, ma una comunità viva che esige e merita rispetto.


Giorgio Bargna


 

domenica 27 settembre 2026

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna

 

venerdì 11 settembre 2026

DAL FANGO DELLA SERIE D AI VERTICI D'EUROPA: LA PARABOLA DEL COMO È IL MODELLO PER IL RISCATTO DEL NOSTRO NORD



Oggi parliamo di parabole, nel senso più ampio del termine: sia religioso che di percorso.

Il nostro Signore Gesù Cristo amava raccontare parabole. Erano storie semplici per descrivere concetti profondi, che per molti erano difficili da comprendere e accettare; storie che insegnavano l'amore e l'umiltà, ma anche dinamiche di vera e propria risurrezione dalle fasi più calanti dell'esistenza.

Oggi, a livello politico e strutturale, stiamo vivendo una fase complessa dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Molti cittadini non vedono all'orizzonte un movimento o un leader capace di fare il "miracolo". Eppure, la storia recente del Calcio Como ci offre una lezione straordinaria. Quasi una parabola, tanto ideale quanto pratica: ci insegna che se si lavora con serietà, costanza e programmazione, tutto ciò che sembrava impossibile può realizzarsi.

La parabola del Como 1907 sotto l'attuale presidenza della famiglia Hartono rappresenta uno dei casi più singolari, ambiziosi e di successo nel panorama calcistico internazionale recente. Rilevato nel 2019 dopo il fallimento, mentre militava in Serie D, il club lariano ha vissuto una scalata verticale impressionante. In pochissimi anni la squadra è passata dalle categorie dilettantistiche alla promozione in Serie A nel 2024, fino allo storico 4° posto conquistato nella stagione 2025-2026. Un traguardo che ha garantito l'incredibile e inedito debutto nella UEFA Champions League 2026-2027, culminato proprio il 10 settembre con un'esaltante vittoria.

I fratelli indonesiani Robert Budi e Michael Bambang Hartono (scomparso a marzo 2026 all'età di 86 anni) sono stati a lungo certificati da Forbes come la proprietà più ricca del calcio italiano. Ma nonostante le immense risorse finanziarie disponibili, la gestione guidata dal manager e presidente operativo Mirwan Suwarso non ha mai seguito la logica del mero "mecenatismo a fondo perduto", bensì una pianificazione strategica ben definita.

Perché il modello Como ha funzionato?

La presidenza vede il Como 1907 non solo come una squadra di calcio, ma come un asset d'intrattenimento e turismo globale. L'obiettivo è unire l'incredibile fascino internazionale del Lago di Como all'esperienza sportiva, attirando tifosi, appassionati e investitori da tutto il mondo.

In questo contesto, la scelta di volti non solo iconici, ma competenti e di respiro internazionale, ha influito parecchio. L'ingaggio e la successiva centralità di Cesc Fàbregas (prima come giocatore, poi azionista e allenatore), insieme al coinvolgimento di brand ambassador globali del calibro di Thierry Henry, hanno dato al club un'immediata visibilità planetaria.

Al tempo stesso, però, va evidenziato il rapporto viscerale con la comunità. Nonostante la forte spinta all'internazionalizzazione, la proprietà ha mantenuto un occhio di riguardo unico per il territorio. Un gesto concreto e bellissimo lo si è visto proprio in occasione dello storico esordio casalingo in Champions League, quando il presidente Suwarso e i massimi dirigenti hanno ceduto i propri posti in tribuna d'onore ai tifosi storici over 75 rimasti senza biglietto.

La parabola del Como, partita dal fango dei campi della Serie D, si è trasformata in un modello manageriale d'avanguardia che unisce sostenibilità aziendale, marketing territoriale d'alto livello e risultati sportivi di portata europea.

Da comasco, oggi voglio accostare questa parabola sportivo-aziendale al progetto politico-culturale di Patto per il Nord. Si tratta di un esercizio di sociologia territoriale affascinante: pur muovendosi in ambiti diversi (calcio globale e politica federalista), entrambi i modelli condividono la stessa area geografica d'origine e poggiano su logiche di sviluppo speculari. La "visione del Como" può essere considerata la traduzione pratica, in chiave privatistica e globale, di ciò che noi auspichiamo per le comunità locali in termini istituzionali, economici e nazionali.

1. La Questione Settentrionale: Valorizzazione dell'Identità e Autonomia Territoriale

Il focus primario di Patto per il Nord è denunciare l'abbandono delle problematiche del territorio settentrionale (infrastrutture inefficienti, cuneo fiscale soffocante, "tasse sulla salute" per i lavoratori frontalieri) causato da una politica centralista. La nostra tesi è chiara: il Nord deve essere lasciato libero di correre, valorizzando le proprie peculiarità.

  • Il parallelo con il Como: La gestione Hartono-Suwarso ha fatto esattamente questo a livello di brand. Invece di omologarsi ai modelli delle grandi metropoli del calcio (Milano, Torino, Roma), ha preso le caratteristiche uniche del territorio lariano — il lago, il turismo di fascia alta, l'attrattività internazionale — e le ha trasformate nel motore del proprio successo. Quando una realtà del Nord ottimizza le proprie risorse specifiche senza disperderle in logiche assistenziali, crea un valore immenso. Il Como è diventato un'eccellenza che si autofinanzia e attrae capitali esteri, incarnando perfettamente il concetto di autonomia virtuosa e responsabile.

2. Sostenibilità e Pragmatismo: Il Modello Gestionale contro l'Assistenzialismo

Nel proprio manifesto, Patto per il Nord si dimostra un movimento pragmatico, concentrato sulla risoluzione dei problemi reali del tessuto produttivo lombardo e settentrionale, composto da piccole e medie imprese, artigiani e lavoratori. Rifiutiamo la spesa pubblica a fondo perduto e il centralismo romano.

  • Il parallelo con il Como: Nonostante una proprietà tra le più ricche del pianeta, la gestione del club rifiuta categoricamente il modello del "Magnate spendaccione". Gli Hartono non hanno ripianato i debiti con immissioni di denaro sconsiderate, ma hanno investito in strutture stabili: centri sportivi, settore giovanile, ristrutturazione dello stadio Sinigaglia e un marketing capace di vendere il brand nel mondo. È la trasposizione sportiva del pragmatismo economico nordico: l'investimento deve produrre sviluppo reale e duraturo per la comunità, non dipendenza da sussidi esterni.


3. Il "Bene Nazionale": Se corre il Nord, corre tutta l'Italia

La tesi di Patto per il Nord riprende un pilastro storico del federalismo: la locomotiva settentrionale non vuole isolarsi, ma se viene lasciata libera di produrre ricchezza, finisce per trainare l'intero Paese. La risoluzione della "questione settentrionale" è la vera chiave per il benessere nazionale.

  • Il parallelo con il Como: Lo straordinario exploit del Como 1907 non ha fatto solo la fortuna della nostra città, ma ha arricchito l'intero sistema calcistico italiano. L'arrivo di stelle mondiali, gli investimenti esteri e la visibilità televisiva globale hanno ridato appeal internazionale a tutta la Serie A. Il successo di una "provincia del Nord" ha alzato il livello di competitività e il valore economico dell'intero movimento nazionale.

In conclusione, la parabola del Como mostra sul campo da gioco ciò che noi di Patto per il Nord vogliamo creare e vedere all'interno delle istituzioni: una realtà locale che, smettendo di dipendere dalle vecchie logiche centraliste e valorizzando le proprie forze e la propria identità, riesce a scalare i vertici europei, portando beneficio sia alla propria gente che all'intero sistema-Paese.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord - Como

 

martedì 1 settembre 2026

Custodi della nostra terra: l'alternativa identitaria alla fine del legame sociale


Quando vedo e sento le persone cantare, sostanzialmente solo prima delle partite della nazionale, "Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" non posso che sorridere, se non ridere, innanzitutto perché cerco di immaginare questi leoni da tastiera col moschetto in mano e poi perché non riesco proprio ad individuare la corte, c'è si uno stato, ma è sparita la comunità, quindi chi stringe chi?

Ogni volta che leggo un testo di Marcello Veneziani non posso che essere d'accordo con lui, la sua è una visione più ad ampio raggio, io mi limito al bene del mio territorio, ma la questione di fondo è la stessa: non siamo più in grado di essere una comunità e abbiamo, pardon, hanno mortificato, a ogni livello e in ogni campo il senso della comunità.

Solleviamo lo sguardo dalla routine quotidiana per scavare sotto la superficie dei dibattiti politici e sociali. Ci troviamo di fronte a una sfida gigantesca e fondamentale, che supera i confini delle istituzioni per riversarsi nella nostra intimità: nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri e nell'intera Europa. Il vero nodo è che abbiamo smarrito il senso di comunità. Ragioniamo e agiamo esclusivamente come singoli, sganciati da ogni tessuto civile e legame sociale. Siamo diventati isole, individui confinati in una solitudine globale.

Il male più profondo delle società occidentali contemporanee risiede proprio in questa deriva individualista, che lascia tracce profonde in ogni aspetto della nostra esistenza. Il risultato è un isolamento radicale, dove la solitudine diventa la condizione normale della vita. Ci muoviamo nel mondo guidati dall'egoismo e dall'egocentrismo, chiusi in una visione puramente soggettiva dove l'unico orizzonte è il proprio io. È il trionfo del narcisismo: un amore malato per se stessi che rende impossibile aprirsi davvero agli altri. Persino nei rapporti di coppia, nella socialità e nella psicanalisi, il consiglio che rimbalza ovunque come un'ossessione è sempre lo stesso: l'importante è stare bene con se stessi. È il dogma dell'individualismo assoluto. Tutto il resto può andare in pezzi, e ogni legame può essere cancellato senza esitazione, pur di proteggere questo imperativo supremo.

"Sii te stesso" è diventato il vero mantra del nostro tempo, un valore idolatrato fino a trasformarsi in un feticcio. Dietro questo culto, però, si nasconde ancora una volta l'individualismo, nella sua forma più superficiale e vanitosa: il narcisismo. Non c'è spazio per l'amore né per relazioni durature in un mondo in cui il narcisismo è diventato una patologia di massa. Siamo troppo concentrati su noi stessi per prenderci cura di qualcun altro, per accettare il prossimo con i suoi limiti e le sue diversità, o per impegnarci a camminare insieme nel tempo. L'imperativo di "stare bene con se stessi" cancella ogni forma di lealtà, rendendo tutto precario, fluido e reversibile. L'unica cosa che conta davvero è l'Io, e l'unica priorità è il suo comfort emotivo. Con queste premesse, crolla ogni possibilità di fare comunità, di creare legami civili, di appartenere a un progetto politico o di far parte di un gruppo. Persino l'idea stessa di famiglia si dissolve di fronte al primato assoluto del singolo.

Senza il senso di comunità non esiste una vera società, ma solo un freddo contratto commerciale basato sull'utilità del momento. Non ci riconosciamo più come membri dello stesso cammino, ma come semplici utenti o, peggio, come consumatori che si incrociano per caso seguendo le stesse mode del momento. Diventa impossibile pensare in termini di "noi", perché cambiamo continuamente pelle in base ai nostri desideri passeggeri, sostituendo con la stessa facilità il partner, il gestore telefonico o il compagno di un'avventura temporanea. Al tempo stesso, ci troviamo a vivere in una società sempre più blindata, sorvegliata e controllata. Accettiamo limiti e restrizioni che sarebbero impensabili persino nella comunità più rigida, senza però ricevere in cambio quel calore, quel sostegno e quelle motivazioni profonde che solo una vera comunità sa dare.

Per uscire da questa gabbia artificiale, l'unica via di fuga non si trova nell'ennesima astrazione globale, ma nel ritorno alla concretezza della terra e delle nostre radici. Curare la patologia dell'individualismo significa riscoprire l'appartenenza a un territorio, la sacralità dei legami generazionali e l'identità profonda di un popolo che condivide una storia comune. Solo ripartendo dalla dimensione locale — dal paese, dal quartiere, dalle tradizioni vive della nostra terra — possiamo sperare di spezzare l'isolamento. Dobbiamo tornare a riconoscerci custodi del nostro territorio e dei nostri legami originari, per trasformare di nuovo una massa di individui solitari in una comunità autentica, unita dal destino e radicata nei propri valori.

Giorgio Bargna


 

martedì 25 agosto 2026

Oltre lo sciacallaggio: il vaccino come alibi per smantellare la sanità pubblica



 



Chi mi segue da anni conosce la mia posizione: ho fatto vaccinare mio figlio e me stesso per tutte le malattie che dispongono di un vaccino ampiamente testato, mentre a suo tempo ho criticato la vaccinazione anti-COVID perché priva delle necessarie garanzie. Certo, anche i vaccini sicuri comportano effetti indesiderati, ma — volendo essere pragmatici — anche viaggiare in auto comporta dei rischi.

Detto questo, parliamo di sciacallaggio.

Giornali e social rilanciano il caso della bambina di 4 anni morta, presumibilmente, di difterite. Sul caso specifico è giusto attendere gli accertamenti delle autorità. Ma la macchina mediatica si è già attivata sul corpo ancora caldo della bambina: accertato che non fosse vaccinata, si è scatenata la solita tifoseria nostalgica dell'epoca Covid.

Io ritengo raccomandabile vaccinarsi contro una malattia seria e con un vaccino collaudato come quello per la difterite. Ma il punto centrale è un altro, ed è ciò da cui stanno deviando l'attenzione: la difterite è una malattia seria, ma curabile. E in questo caso, a quanto pare, la bambina non è stata curata per tempo.

In un sistema sanitario sovraccarico, con medici di base introvabili e personale stremato, il rischio di non essere curati per patologie trattabili cresce esponenzialmente. Questo dettaglio viene ignorato per spingere il cittadino verso i vaccini: presidi facili da somministrare che trasferiscono risorse pubbliche direttamente alle multinazionali del farmaco.

Far credere che la prevenzione vaccinale possa sostituire un sistema ospedaliero efficiente è un'illusione utile. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nessuno nota lo schema di un sistema che:

  • a) Terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia funzionale al racconto;

  • b) Fornisce cure pubbliche sempre più inefficienti, spingendo verso il privato;

  • c) Promuove come salvifico l'unico strumento sanitario che non richiede strutture pubbliche funzionanti e garantisce un guadagno netto a Big Pharma?

Forse è ora di unire i puntini.

Nessuno qui nega il valore della prevenzione, ma i vaccini da soli non bastano se dietro c'è il deserto. Ridurre la tutela della salute a un'unica profilassi, mentre nei nostri comuni chiudono i presidi, i pronto soccorso scoppiano e i medici di famiglia scappano dal servizio pubblico, è una resa politica inaccettabile.

La vera priorità — quella di cui nessuno nei palazzi vuole parlare — è la ricostruzione della sanità pubblica territoriale. Difendere la salute dei nostri cittadini significa pretendere investimenti reali sui medici di medicina generale, sulle strutture di prossimità e sulla capacità di diagnosi e cura nei nostri ospedali. Se permettiamo che la risposta ad ogni crisi sanitaria diventi solo un'emergenza mediatica da delegare al privato o al bilancio delle farmaceutiche, avremo rinunciato al diritto fondamentale alla cura sancito dalla nostra Costituzione.

È ora di smetterla di guardare il dito e tornare a pretendere una sanità pubblica che funzioni, dalle profilassi fino ai letti d'ospedale.

Giorgio Bargna





sabato 8 agosto 2026

Oltre il condominio globale: riscoprire il valore della comunità

 


Esaminiamo ora i principi che reggono la comunità, prendendo a modello il pensiero di alcuni filosofi.

Ogni comunità si fonda su sentimenti condivisi, abitudini, memoria e fiducia. È la dimensione del villaggio, della famiglia, della nazione tradizionale. Si oppone concettualmente alla società, che si regge invece su contratti, calcolo e interesse individuale: se questa nasce dalla convenzione, la comunità scaturisce dal senso spontaneo di appartenenza, sia esso legato all'etnia, alla lingua o alla religione.

Per Benedetto Croce una nazione non è un semplice contratto. È memoria, dolore e simboli condivisi: se li perdi, ti ritrovi trasformato in un condominio. In sostanza, quando una società smarrisce i propri sentimenti comuni si riduce a mero mercato. L'eccesso di individualismo finisce per disgregarla, proprio perché viene meno il collante che la teneva unita.

Questo accade quando ogni valore viene declassato a mera opinione da mettere in discussione. Se la morale non è più condivisa, se la spiritualità svanisce e il sentimento comunitario si sgretola, significa che è subentrato un fattore divisivo. Una società omogenea resiste grazie a precisi elementi di coesione: valori condivisi su ciò che è giusto o sbagliato, la consapevolezza di un destino comune e la fiducia nel prossimo, supportata dalla certezza di una convergenza sui principi fondamentali.

Quando penetrano ideologie fortemente individualiste, il "noi" lascia il posto all'"io", e ogni diritto o dovere diventa oggetto di trattativa. Il bene comune viene così abbattuto in favore dell'interesse personale. In assenza di un senso di comunità — dinamica in parte già in atto — nessuno farebbe più figli, nessuno investirebbe e nessuno si sacrificherebbe: il passaggio dalla fiducia al sospetto diventa questione di un istante.

I sociologi definiscono questo fenomeno "atomizzazione". Quando viene impiegato nell'accezione di "operazione mirata a dividere per indebolire", è appropriato parlare di un'azione diabolica dotata di un preciso peso storico. Non si tratta di folklore con corna e forcone, ma di una vera e propria strategia di disgregazione. È il medesimo principio alla base della "guerra ibrida" o "culturale" dei nostri giorni: non serve invadere un Paese con le armi se si riesce a far litigare una società dall'interno, fino a portarla al collasso.

Ricostruire la comunità oggi non significa dunque rifugiarsi in un passato nostalgico, ma compiere l'atto più rivoluzionario e controcorrente della modernità. Se la disgregazione nasce dall'isolamento, la risposta risiede nel coltivare attivamente spazi di appartenenza concreta: valorizzare i beni comuni del proprio territorio, riscoprire i luoghi di aggregazione fisica e creare reti di solidarietà di prossimità in cui la parola data e il mutuo soccorso contino più del profitto. In un'epoca che spinge all'egoismo e all'atomizzazione digitale, scegliere il "noi" non è una rinuncia all'individualità, ma l'unico modo per restituirle un senso. Custodire una comunità significa, in ultima analisi, scegliere di non essere soltanto consumatori in un mercato, ma custodi di un destino comune.

Giorgio Bargna

venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

domenica 26 luglio 2026

Siamo un popolo: storia, lingua e folclore della terra Insubre




Chiacchierando amichevolmente con Giancarlo "Mimmo" Pagliarini, oggi siamo finiti a parlare della "Diada".

La maggior parte di voi si starà chiedendo di cosa si tratti. La Diada Nacional de Catalunya, che si celebra ogni anno l'11 settembre, è la festa nazionale ufficiale della Catalogna.

La ricorrenza ha un profondo significato storico: commemora la caduta di Barcellona dell'11 settembre 1714 per mano delle truppe borboniche di Filippo V, al termine di un assedio durato 14 mesi durante la Guerra di Successione Spagnola.

Più che una vittoria militare, la Diada simboleggia la resistenza, la cultura, la lingua e l'identità catalana, ricordando la perdita dell'autogoverno seguita dal Decreto de Nueva Planta. Negli ultimi decenni, inoltre, questa giornata è diventata un momento centrale per imponenti rivendicazioni politiche e indipendentiste.

Tra i vari eventi, sia istituzionali che tradizionali, si tengono le deposizioni floreali ai monumenti storici, grandi cortei pacifici nelle principali città (in particolare a Barcellona) e manifestazioni di cultura popolare, come le tradizionali torri umane (castellers) e i balli di sardana.

Oggi ribadivo a Mimmo ciò che scrivo da sempre: anche noi Insubri siamo un popolo. Ce lo siamo dimenticati, o forse, più semplicemente, ce lo hanno fatto dimenticare.

Il paragone è semplice: qui dalle nostre parti siamo gli eredi diretti del Ducato di Milano. Condividiamo una lingua, delle tradizioni e una cultura comune.

Fondato l'11 maggio 1395 da Gian Galeazzo Visconti e dissolto il 17 ottobre 1797 con il Trattato di Campoformio, il Ducato di Milano è stato uno dei più importanti Stati preunitari italiani. Situato nel cuore dell'Italia settentrionale, faceva formalmente parte del Sacro Romano Impero — pur essendo di fatto indipendente — e ha rappresentato per secoli il fulcro politico, economico e militare della Pianura Padana.

I suoi confini variarono notevolmente nel tempo. Con capitale Milano, il territorio comprendeva gran parte dell'odierna Lombardia (ad eccezione del Mantovano dei Gonzaga) ed arrivò ad estendersi, seppur temporaneamente, in parti di Emilia, Liguria, Corsica, Piemonte, Toscana, Veneto e nell'attuale Canton Ticino.

Dopo aver raggiunto la massima espansione sotto Gian Galeazzo, il Ducato andò progressivamente riducendosi, fino a comprendere — al termine dell'epoca austriaca — l'area racchiusa tra la Svizzera, il Ticino, il Po e l'Adda, oltre a parte del Cremonese e del Mantovano.

È proprio a questo territorio che mi riferisco. Una terra che ancora oggi — in un'epoca che guarda più ai numeri che alle radici storiche — trova un solido trait d'union nell'economia. Ma il legame, lo ribadisco, va ben oltre l'aspetto economico.

La lingua insubre (o lombardo occidentale) racchiude i parlati della Lombardia occidentale e del Canton Ticino, tutelati dall'UNESCO sotto l'ombrello della Lingua lombarda. Copre un territorio vastissimo: da Milano a Como, da Varese a Lecco, fino a Monza, Sondrio, il Verbano-Cusio-Ossola, Novara e l'intero Canton Ticino. Eppure in Italia, a differenza di quanto avviene in Svizzera, non gode ancora di alcuna tutela ufficiale.

In perfetto spirito con la Diada catalana e la riscoperta delle radici, voglio lasciarvi una gemma della nostra tradizione folk: i firlinfeu e i fregamusun.

Si tratta del tipico flauto di Pan brianzolo, fatto a mano con canne palustri di varia grandezza (dal flauto piccolo per la melodia, a quello grande per i bassi). Mentre "firlinfeu" è il nome più diffuso per strumento e suonatori, "fregamusun" è la variante più popolare e verace usata nel Comasco e in Brianza.

I concerti di firlinfeu sono un vero spettacolo di folclore: i suonatori ed il corpo di ballo indossano abiti contadini manzoniani del '600 e '700, accompagnando la musica con danze popolari e vivaci coreografie.

Sebbene l'epicentro sia la Brianza e l'area dei laghi — con centri storici come Cantù, Erba (con il celebre gruppo I Bej), Pusiano, Olgiate Molgora, Mandello, Oggiono, Sovico e Bernareggio — il flauto di canna ha segnato l'intera Insubria. Nel Varesotto, nel Verbano o in Ticino lo strumento era usato storicamente dai pastori con vari nomi locali, prima di cedere il passo ad ottoni e fisarmoniche.

A unire l'intera regione sono sempre gli stessi simboli: la canna palustre dei nostri fiumi (come Adda e Lambro) e l'abito festivo contadino d'epoca.

Spero di avervi trasmesso qualcosa di utile. Ma soprattutto, voglio ricordarvi ancora una volta la cosa più importante: siamo un popolo. E siamo un popolo capace di grande integrazione, che negli anni ha saputo accogliere e valorizzare chiunque sia venuto a dar forza alle nostre comunità.


Giorgio Bargna


lunedì 29 giugno 2026

Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (6)


Sesta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Welfare e Sanità: Coesione, non Assistenzialismo
Il Congresso di Treviglio ha sancito un principio cardine: un sistema produttivo solido poggia necessariamente su una società coesa. Il modello di welfare per il Nord non può essere un mero riflesso di quello nazionale, poiché risponde a sfide profondamente diverse. La nostra non è la sfida della disoccupazione di massa, ma quella di garantire l'eccellenza dei servizi in un territorio a piena occupazione, dove il tempo è una risorsa scarsa, le famiglie sono sempre più frammentate e le reti di supporto tradizionali mostrano segni di cedimento.

Le nostre direttrici d’intervento

Sanità di prossimità: La cura deve tornare ad abitare il territorio. Dobbiamo superare il paradigma "ospedale-centrico" integrando le strutture di ricovero con una rete capillare di Case della Comunità, medicina territoriale e telemedicina. L’obiettivo è duplice: ridurre drasticamente le liste d'attesa e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo risposte rapide e adeguate vicino a casa.

Infrastruttura sociale per le famiglie: Asili nido, tempo pieno scolastico, assistenza agli anziani e politiche di conciliazione non sono servizi accessori, ma pilastri della nostra competitività. Un genitore che non trova sostegno nel proprio territorio è un capitale umano sottratto al sistema produttivo. Investire nella famiglia significa investire nella tenuta economica del Nord.

Welfare sussidiario e mutualistico: Il Nord vanta un ecosistema unico di terzo settore, volontariato, cooperazione sociale e fondazioni. La politica deve agire da catalizzatore, valorizzando e sostenendo queste realtà, evitando la tentazione di sostituirle con apparati burocratici pubblici spesso inefficienti e distanti dai bisogni reali.

Sicurezza urbana e sociale: La vivibilità e l’attrattività dei nostri territori sono direttamente proporzionali alla percezione di sicurezza dei cittadini. Occorre potenziare le risorse destinate alle forze dell'ordine, incentivare la sinergia con le polizie locali e garantire la certezza della pena per i reati che colpiscono la persona e il patrimonio.

Autonomia gestionale: Chiediamo il diritto di gestire sanità e welfare con poteri e risorse commisurati al gettito fiscale generato. È tempo di superare un sistema di finanziamento che livella verso il basso la qualità dei servizi, penalizzando le Regioni più virtuose e soffocando lo sviluppo del Nord.

Europa: Una sfida Federalista
Siamo europeisti per vocazione e per necessità economica. Il sistema produttivo del Nord è intrinsecamente europeo: esporta su mercati continentali, compete con realtà globali, opera in filiere transnazionali e attrae capitali e talenti dall'estero. L'appartenenza all'Unione non è per noi un'opzione politica, ma il presupposto stesso della nostra realtà economica.

Tuttavia, siamo europeisti critici. L’Unione soffre oggi dei medesimi mali che denunciamo sul piano nazionale: un centralismo burocratico soffocante, un eccesso di regolamentazione astratta e una crescente distanza dai territori. La risposta non può essere l'euroscetticismo, sterile e autolesionista, ma una svolta federalista.

I pilastri della nostra visione europea

Sussidiarietà reale: L'Unione deve concentrarsi solo su ciò che gli Stati e le Regioni non possono gestire individualmente: mercato unico, politica commerciale, difesa comune e grandi sfide ambientali. Ogni altra competenza va restituita ai livelli territoriali, più vicini al cittadino e alle imprese.

Approccio pragmatico, non ideologico: La transizione ecologica e le politiche industriali devono poggiare sull'evidenza scientifica e su rigorose analisi d'impatto, abbandonando agende ideologiche che finiscono per penalizzare proprio i territori più produttivi e innovativi del continente.

Protagonismo delle Regioni trainanti: Il Nord Italia deve fare rete con le aree motore d’Europa — come Baviera, Baden-Württemberg, Catalogna e Fiandre. Queste regioni devono avere un peso decisionale diretto a Bruxelles: è qui che si gioca la competitività europea.

Il rilancio della Mitteleuropa: Dobbiamo tornare a investire sui corridoi mitteleuropei. I legami storici, infrastrutturali ed economici con Austria, Baviera e Svizzera rappresentano un asset strategico troppo a lungo trascurato dalla politica nazionale.

Sicurezza e Interessi Strategici: Una Difesa al passo coi tempi
In uno scenario globale segnato da conflitti ibridi, minacce cibernetiche e instabilità geopolitica, la sicurezza non ammette dilettantismo. L'Italia deve passare da una gestione reattiva a una visione strategica di lungo periodo, capace di tutelare il sistema-Paese con competenza e continuità.

Le nostre priorità strategiche

Difesa come eccellenza industriale: È necessario un investimento costante nel comparto Difesa, che rappresenti non solo un dovere verso gli alleati, ma anche una leva per lo sviluppo tecnologico e industriale nazionale.

Resilienza digitale e infrastrutturale: La protezione delle reti energetiche, finanziarie e logistiche è la nuova frontiera della sicurezza. Serve un coordinamento serrato per rendere le nostre infrastrutture critiche inattaccabili dalle minacce ibride.

Tutela degli asset strategici: Il Golden Power non deve essere un vincolo burocratico, ma uno strumento di politica industriale attiva, volto a proteggere brevetti, tecnologie di punta e aziende di rilevanza sistemica.

Intelligence economica: In un mondo dominato dalla guerra dell'informazione, la capacità di raccogliere e analizzare intelligence economica è un vantaggio competitivo imprescindibile per sostenere il nostro export e la proiezione delle nostre aziende nel mondo.

Atlantismo, pragmatismo e autonomia: L'Alleanza Atlantica resta il pilastro insostituibile della nostra sicurezza. Essere alleati credibili, tuttavia, significa anche avere la capacità di tutelare con pragmatismo i propri interessi nazionali, facendo valere la propria voce nei consessi internazionali con coerenza e competenza.


 

venerdì 12 giugno 2026

Oltre l'elemosina di Stato: una proposta localista per arginare la fuga verso la Svizzera


Circa una dozzina di giorni fa, durante l'assemblea di Confindustria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiarava di aver già estenso il meccanismo delle ZES (Zone Economiche Speciali) a Marche e Umbria, aggiungendo di voler studiare la possibilità di estendere tale modello a tutto il territorio nazionale.

Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).

Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.


Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.

Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.

Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.

Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".

Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.

1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.

-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.

-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.

-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.

-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.

2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.

-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.

-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.

-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.

-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.

Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"

L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":

Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.

Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.

In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.

Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.

Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:

Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.

La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.

Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.

Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:

1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.

2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.

3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.

4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".

Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

mercoledì 27 maggio 2026

L'anno del Samurai: disciplina e resilienza per il futuro del Nord



Poco più di un anno fa scrivevo questo articolo dove elencavo la mia storia politica ed i motivi per cui ho scelto Patto per il Nord, diventando in seguito Segretario Provinciale per Como.

Le intenzioni del movimento sono quelle che hanno sempre caratterizzato la mia storia politica, che non mi ha mai visto iscritto alla Lega, ma che ne ricalca le intenzioni originali.

- Parliamo della politica intesa come servizio e non professione, attraverso il taglio e l'adeguamento degli stipendi parlamentari alla media ISTAT dei salari

- Parliamo di introdurre lo strumento dei referendum consultivi per tutti i livelli istituzionali e che siano vincolanti per le amministrazioni pubbliche locali, regionali e federali.

- Parliamo di una forma costituzionale in senso federale per l'autogoverno

- Parliamo dello smantellamento e  della soppressione delle agenzie fiscali a cominciare dall'agenzia delle entrate, delegandone le funzioni ai singoli comuni

- Parliamo di uno stato federale snello che pensi alla politica estera e alla difesa e lasci la possibilità ai privati ​​e alle comunità locali di occuparsi di tutti i servizi.

- Parliamo di garantire alle imprese maggiore libertà: meno burocrazia e più concorrenza che genera efficienza.

Ho messo a disposizione di Patto per il Nord le mie competenze, le mie idee e la mia onestà intellettuale, nell'intesa anche di convincere pure voi, attraverso la mia faccia, a seguire il nostro credo, la nostra serietà e il nostro amore per il territorio.

Oggi, a meno di 6 mesi dal Congresso fondativo del nostro movimento politico, in queste elezioni amministrative siamo stati in grado di presentarci in tutti i capoluoghi di provincia in Lombardia e in decine di comuni in tutto il Nord, da soli col nostro simbolo, in coalizione o all'interno di liste civiche. E' un inizio promettente: a Lecco e Mantova abbiamo sfiorato il 2 per cento, a Comacchio col 5,6 abbiamo superato anche la 'Salvini Premier' e col 'Patto per Legnano' siamo andati oltre il 10 per cento. 

Tutto questo è la dimostrazione di un lavoro diffuso che certifica un già forte radicamento in tante realtà territoriali. Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturato, non di opinione, non fosse altro che per il fatto che molta opinione pubblica neppure ci conosce dal momento che abbiamo risorse limitate e nessuna visibilità sulle televisioni nazionali. Il Nord è tornato, nonostante il veto di Salvini su di noi che ha finito col penalizzare proprio il centrodestra. 

Infine, seppure in un piccolo comune, Quinzano d'Oglio, nel Bresciano, abbiamo eletto il nostro primo Sindaco.

Metaforicamente parlando, quello che ci attende è "l'anno del Samurai".

Adotteremo una mentalità di estrema disciplina, dedizione, resilienza e concentrazione, ispirandoci ai valori storici dei guerrieri giapponesi, ma anche a quella dei "Fratelli Padani".

Affronteremo  le sfide con freddezza, senza farci sopraffare dagli eventi, votati al nostro codice etico agendo con totale dedizione.

Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturale e consapevole, espressione diretta della gente che lavora e produce.

Questi primi risultati sono solo la fondamenta di un progetto molto più grande. 

Non ci fermeremo ai numeri di oggi: siamo la risposta concreta alla vecchia politica. È tempo di rimboccarsi le maniche per liberare le nostre imprese dalla burocrazia e dare vero autogoverno alle nostre comunità. 

Salite a bordo di questo cammino di serietà e amore per la nostra terra. 

Il viaggio è appena iniziato!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

mercoledì 1 aprile 2026

DAL POLITICO LOCALE ALLA GESTIONE NAZIONALE (VARIANTE TREMEZZINA)

 



La figura di Leonardo (Leo) Carioni è storicamente legata alla Variante della Tremezzina, principalmente per il suo ruolo politico come Presidente della Provincia di Como dal 2002 al 2012. Durante il suo mandato, Carioni è stato uno dei principali promotori dell'opera, definendola strategica per risolvere l'annoso problema del traffico sulla Strada Statale 340 "Regina". Sotto la sua presidenza sono stati mossi i primi passi decisivi per la progettazione e il superamento dei vincoli ambientali, lavorando con determinazione per ottenere i finanziamenti necessari e l'inserimento dell'opera tra le priorità infrastrutturali della Lombardia.

Tuttavia, l'avvio effettivo dei cantieri è avvenuto molto dopo il termine del suo incarico. E qui le domande sorgono spontanee.

L'approvazione del progetto definitivo da parte di Anas (stazione appaltante) è arrivata solo nel 2019, seguita da quello esecutivo nel 2022. I lavori sono iniziati ufficialmente il 29 novembre 2021 con una stima iniziale di spesa di oltre 390 milioni di euro. Oggi, stime non ufficiali parlano già di un rincaro di almeno un centinaio di milioni. La cifra è destinata a lievitare a causa di varianti in corso d'opera e spese aggiuntive impreviste, come la gestione dell'arsenico e degli idrocarburi rinvenuti durante gli scavi – dettagli clamorosamente sfuggiti alle perizie iniziali.

Anche la tempistica è un miraggio: la consegna era prevista in tempo utile per le Olimpiadi del 2026. A fine 2024 Anas ha dichiarato "possibile" la fine dei lavori entro il 2028, ma fonti locali e istituzionali, visti i continui intoppi, già ipotizzano uno slittamento tra il 2028 e il 2029.

Senza scendere in tecnicismi, ci troviamo di fronte all'ennesimo, logorante scontro frontale: da un lato la lungimiranza di un politico locale che ama il proprio territorio e progetta soluzioni; dall'altro il solito "carrozzone" a gestione nazionale che rallenta, burocratizza e rischia di affondare tutto. Parliamo di Anas S.p.A., dal 2018 parte del Gruppo Ferrovie dello Stato, controllata dal Ministero dell'Economia e vigilata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Ed è qui che il paradosso diventa evidente. Lo stesso Ministero delle Infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, sta concentrando sforzi e risorse sul Ponte sullo Stretto di Messina, blindando uno stanziamento monstre di 13,5 miliardi di euro.

Miliardi contro milioni. Un paragone impietoso per un'opera, quella siciliana, lunga appena un terzo rispetto alla Tremezzina. Con una sola, amara certezza: la Variante della Tremezzina, una volta ultimata, sarà vitale e immediatamente utile a un intero distretto produttivo e turistico; sul Ponte di Messina, invece, si continua a discutere dalle calende greche, con i dubbi di sempre.

Se ami il tuo territorio, se ne vuoi il benessere e lo sviluppo, se pretendi che le tasse pagate dai cittadini del Nord restino qui per finanziare le nostre strade e i nostri servizi, sostieni o unisciti a "Patto per il Nord". Siamo l'unico movimento che ha ancora a cuore le istanze della nostra terra. L'unico che può legittimamente definirsi il vero "Sindacato del Nord"!

Giorgio Bargna

Patto per il Nord 

Como