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giovedì 24 settembre 2026

L’alternativa parte dal basso: perché la vera politica siamo noi



Spesso si tende a credere che per incidere davvero in politica serva per forza una poltrona in Parlamento o una carica istituzionale. È una convinzione sbagliata e rassegnata: chi milita sul territorio, chi anima una forza extraparlamentare o fa attivismo dal basso non firma decreti, ma possiede armi potenti per condizionare le scelte di chi governa e tutelare i diritti della comunità.

In primo luogo, c'è il potere della pressione pubblica e del controllo. Denunciare i disservizi sui media, sui social o in piazza significa accendere i riflettori sui problemi reali, costringendo la politica di palazzo a uscire dall'ambiguità e a fornire risposte. È un’azione di fiato sul collo che come Patto per il Nord portiamo avanti ogni giorno.

Esistono poi gli strumenti di democrazia diretta. C’è la strada della legge di iniziativa popolare, che permette ai cittadini di portare progetti di riforma direttamente alle Camere raccogliendo 50.000 firme. Ci sono gli strumenti ancora più immediati della politica locale: petizioni, mozioni e consulte previste dagli statuti comunali e regionali, utili a muovere i Consigli e ad affrontare questioni vitali per i nostri territori. Lo abbiamo dimostrato mettendoci la faccia nelle piazze, tra gazebo e sit-in, per le battaglie sulla Variante della Tremezzina e contro il pedaggio sulla Milano-Meda; con la stessa determinazione saremo di nuovo sul campo a difesa del Punto Nascite dell’Ospedale di Erba.

Oltre ai presidi fisici, le assemblee e le manifestazioni servono a dare forma e voce al dissenso. Ma la protesta, per essere credibile, deve farsi proposta. Per questo elaboriamo programmi concreti e visioni alternative, dimostrando che un altro modo di amministrare la cosa pubblica non solo è possibile, ma è già a disposizione.

La politica non è un club privato riservato ai soli addetti ai lavori: è una porta aperta sul futuro della propria terra.

Questo messaggio si rivolge a chi ama davvero la propria terra, a chi ne conosce le radici, le fatiche e le straordinarie potenzialità. Amare il proprio territorio significa non voltarsi dall'altra parte quando viene trascurato o impoverito dei suoi servizi essenziali; significa difendere le nostre comunità con l'orgoglio e la dignità che meritano.

Ogni grande cambiamento della storia è nato da una minoranza determinata che ha deciso di non rassegnarsi. Chi vorrebbe farci credere che "tanto non cambia nulla" scommette sulla nostra apatia per mantenere lo status quo. Partecipare, iscriversi, scendere in piazza o firmare un’iniziativa significa riprendersi la parola e togliere la delega in bianco a chi decide sopra la testa delle persone.

Rimboccarsi le maniche e metterci impegno, competenza e cuore è l'unico modo per trasformare la rassegnazione in riscatto. Se hai a cuore il futuro della nostra terra e vuoi tutelarla per chi ci vive e per chi verrà, l'alternativa c'è e si costruisce insieme, un passo alla volta: unisciti a noi e fai la tua parte.



Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como


 

martedì 8 settembre 2026

La trappola del tecnototalitarismo: perché stiamo smettendo di pensare


Ci sono dati veramente allarmanti, situazioni pratiche e dinamiche sociologiche che rischiano di minare il nostro futuro. Si sta estendendo in forma massiccia l’analfabetismo funzionale: la condizione di chi, pur sapendo leggere e scrivere, è incapace di comprendere, valutare e utilizzare appieno un testo scritto.

Se cerchiamo di mettere a fuoco il problema, ci accorgiamo che l'analfabeta di ritorno ha difficoltà a decifrare concetti semplici, a eseguire calcoli matematici basilari, non possiede coordinate storiche e manca del tutto di spirito critico. Non si tratta di semplice scolarizzazione o di titoli di studio: l’analfabeta funzionale, spesso, non sa nemmeno di esserlo. In Italia i numeri sono impietosi: un’indagine dell’OCSE stima che il fenomeno riguardi il 27% della popolazione adulta, il dato più elevato d'Europa. Nello specifico, il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi brevissimi, mentre il 22,2% riesce a decodificare contenuti cartacei o digitali solo se estremamente sinteti: parliamo di oltre quindici milioni di persone.

Le fasce interessate sono trasversali, e tra queste si contano ben tre milioni di giovani. La maggior parte ha un'occupazione, spesso manuale o ripetitiva. L'italiano medio, del resto, si informa pressoché unicamente attraverso la televisione: legge poco o nulla, non va a teatro né al cinema, non coltiva particolari interessi e non riceve stimoli cognitivi. Pur essendo molto attivo sui social, analizza il mondo prendendo in considerazione soltanto la propria esperienza diretta: il microcosmo individuale diventa l'unica realtà a cui riconosce accesso.

Legge, ascolta, guarda, ma non elabora. Ogni giorno si discute di politica, lavoro, sport o religione ripetendo a memoria ciò che il cervello ha immagazzinato, senza aver mai assimilato i concetti. Durante uno scambio di opinioni ci scopriamo incapaci di spiegare quanto appena ascoltato, di ricostruire il ragionamento sottostante o di cogliere la complessità della realtà: ne percepiamo solo i passaggi più semplici, privi di una vera rielaborazione logica.

Diciamocelo chiaramente: l’evoluzione tecnologica — niente affatto neutra e guidata da chi ne detiene i brevetti — ha semplificato all'estremo azioni e pensieri, atrofizzando le nostre capacità analitiche. L’analfabetismo funzionale non è dunque la semplice eredità di una scarsa istruzione, ma il prodotto di un modello preciso.

Tra guardare la TV e leggere c'è una differenza abissale. Persone che guardano lo stesso film lo racconteranno usando più o meno le stesse immagini e percezioni. Chi si immerge nella lettura di un libro, al contrario, produrrà riflessioni così personali da far pensare a opere differenti. Lo schermo addormenta il cervello: guardiamo e ascoltiamo senza partecipare, senza generare nuove connessioni. La lettura ha l'effetto opposto: stimola la mente, accende l'immaginazione e modella mondi e personaggi a nostra immagine. Passare ore tra smartphone e TV ci assuefà a concetti banali e ci rende insofferenti alle argomentazioni articolate. Così, a furia di percorsi mentali semplificati, il cervello si spegne gradualmente, trascinando con sé l'intuizione, lo spirito critico e la capacità di connettere saperi differenti — ossia l'essenza stessa della cultura.

Il medesimo effetto lo produce il navigatore GPS. Ci chiediamo come si potesse vivere senza, eppure ci bastavano una cartina, qualche domanda ai passanti e l'uso combinato di memoria e orientamento. Ora seguiamo passivamente una voce elettronica, incapaci di valutare la strada e persino pronti a violare i cartelli di divieto se il «tecnopadrone» lo impone. Il titolo di una celebre commedia irrideva il turismo inconsapevole: Se è giovedì, deve essere il Belgio. Non c'era ancora lo smartphone, vera propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Oggi abbiamo in tasca uno strumento che erode la capacità di pensiero: una micro-televisione che ci culla e ci spegne, rendendoci schiavi dell'immagine. Il cervello si modella su contenuti frammentari e veloci, intrappolato nelle logiche di algoritmi che ci propongono solo ciò che vogliamo vedere per trattenerci a sé.

Google stima in otto secondi il tempo medio della nostra concentrazione. Con una soglia così ridotta, la comprensione del mondo cade in frantumi. Diventiamo passivi e intorpiditi, inclini a reiterare formule altrui senza rielaborarle o argomentarle, incapaci di nessi autonomi. Inseguiamo la facilità e la banalità, al punto da mettere in dubbio verità millenarie soltanto perché difformi dai dogmi odierni.

E domani? Chi dirige i giochi sfruttando l'illusione della nostra autonomia sa perfettamente quanto il cervello sia plastico. Vi è il fondato timore che l'intelligenza artificiale finisca per far esplodere l'analfabetismo funzionale, infierendo su chi è già sprovvisto di capacità analitiche. Gli stessi assistenti digitali che ci suggeriscono decisioni e scansiscono le nostre giornate ne sono la prova: si insediano nella plasticità cerebrale fino a diventare insostituibili.

Ma questo è solo il primo passo di un disegno in cui poteri economici e tecnocrazia lavorano per ridefinire ogni ambito della vita umana, compreso il lavoro. Circa quattro milioni di italiani rischiano il posto nei prossimi anni per via dell'automazione, nella vaga speranza di potersi riconvertire nei servizi. Riusciamo a comprendere il cortocircuito di un sistema in cui la sostituzione progressiva degli esseri umani produce povertà e marginalità, mentre si pretende di gestire la società come un algoritmo?

Sia chiaro: l’intelligenza artificiale non è un male in sé, ma l’uso dei suoi algoritmi viene sfruttato per manipolare l’opinione pubblica attraverso la diffusione chirurgica di informazione e disinformazione. La dipendenza da questi sistemi automatizzati atrofizza la capacità di svolgere compiti pratici e di assumere decisioni autonome. La libertà di scelta diventa un’illusione e, se a questo sommiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende come si possa essere manovrati in ogni momento.

Sradicare la capacità di elaborazione, la memoria e l’analisi di ciò che ci circonda è la chiave per esercitare il controllo sulle persone. In una società individualista e materialista, plasmare individui incapaci di pensare significa potersi assicurare un dominio totale con il minimo sforzo. Di fronte a popolazioni prive di senso critico e regredite nell'ignoranza, l'IA conferisce un potere immenso a chi la possiede, la programma e la orienta. È la nascita del tecnototalitarismo: uno scenario in cui, incapaci persino di distinguere la realtà, diventeremo strumenti inconsapevoli nelle mani di chi detiene la tecnologia. È questa la vera posta in gioco, ben oltre le futili schermaglie tra tifoserie politiche — un potere, quello politico, ormai ridotto al più debole, fungibile ed eterodiretto.

Difendere la propria capacità di pensare, leggere e connettere i fatti non è più un semplice esercizio culturale: è l'ultimo atto di resistenza per rimanere umani e liberi.

Giorgio Bargna

 

domenica 6 settembre 2026

Dalla Piccola Patria al Mercato Globale: Come ci hanno sradicati (e come possiamo resistere)



Il "problema della politica" ha molte sfaccettature, ma una è più radicale e originaria di tutte.


Nel suo senso più autentico ed etimologico, la politica è l'azione all'interno della società (polis) finalizzata a un bene comune. Fare politica significa proporre un'azione collettiva. Questa può esprimersi in forme diverse: dalle proteste spontanee e poco coordinate di una rivolta, fino alle strutture altamente organizzate di un partito o di uno Stato.


La politica si fonda sulla persuasione: senza di essa, restano solo i rapporti di forza.

Tuttavia, l'esistenza stessa della politica presuppone una comunità di riferimento, che sia una società, un popolo o, più originariamente, una patria locale dotata di una specifica identità culturale e territoriale. È proprio su questo legame organico che la "rivoluzione neoliberale e globalista", avviata alla fine degli anni '70, ha impresso danni antropologici irreparabili attraverso due fasi: una distruttiva e una affermativa.

Sul piano distruttivo, si è alimentata una frammentazione sociale orizzontale, coltivata in modo scientifico e sistematico per sradicare i popoli dalle loro radici storiche e geografiche e trasformarli in atomi isolati:


Guerra generazionale: rompendo la trasmissione della memoria e della tradizione tra anziani e giovani.

  • Guerra professionale e territoriale: mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, desertificando le economie locali a favore delle grandi catene globali.

  • Guerra culturale e di genere: i media hanno alimentato un discorso d'odio costante, frammentando la società in micro-identità artificiali e fluide (donne contro uomini, minoranze contro maggioranze) per distruggere l'identità autentica e condivisa di un popolo.

Il paradosso finale è che, dopo aver svuotato le culture locali e fomentato questi conflitti, lo stesso sistema globale si erge a giudice, mettendo in guardia la popolazione dai "discorsi d'odio" che esso stesso ha creato.

Anche la "lotta di classe" ha subito una profonda metamorfosi. Nata come difesa del lavoro e del territorio contro i meccanismi del grande potere economico, è stata degradata a una generica invidia sociale, orizzontale e individuale. Al contempo, la difesa sacrosanta delle proprie radici e della propria identità è stata criminalizzata come anacronistica.

Sul piano affermativo, questo processo si è tradotto in una forma di autoaffermazione individualista e apolide, in cui l'unico fondamento dell'identità non sono più la storia, la terra o la comunità, ma la percezione soggettiva e fluida di sé. Un vero e proprio delirio trasformato in senso comune: "come mi immagino, così sono". Di conseguenza, se la realtà del territorio e della natura non asseconda i desideri momentanei del singolo, è la realtà a essere sbagliata.

I media e l'industria culturale incarnano perfettamente questa logica. Ogni film e prodotto globale ripete lo slogan sradicato "puoi essere qualunque cosa tu voglia essere", purché tu sia un consumatore standardizzato. Si tratta di un rifiuto del "principio di realtà" (fatto di legami, doveri e appartenenze) a favore di un "principio di piacere", da soddisfare esclusivamente attraverso il mercato globale e gli atti di consumo.

L'esito di questo processo è oggi sotto gli occhi di tutti. Si manifesta in modo acuto sui social network, dove regna il trionfo della Schadenfreude: il piacere cinico per le disgrazie altrui. Nessuna epoca ha mai abusato così tanto della parola "empatia", usata come arma virtuale da individui incapaci di amare il proprio vicino e la propria comunità reale. Il meccanismo psicologico è diventato distruttivo: ogni altra persona ha la colpa di essere un ostacolo alla mia autoaffermazione, mentre io soffro perché non riesco a raggiungere gli standard fittizi del modello globale.

Su un retroterra culturale di questo tipo, l'azione politica collettiva su grande scala sembra paralizzata. Ci hanno fottuto per bene, sradicandoci.


La Soluzione: Ripartire dal Locale e dall'Identità

Se risalire la cascata a nuoto è impossibile, la soluzione non è arrendersi, ma cambiare il terreno di gioco. Se lo Stato-nazione è stato svuotato dal globalismo, la vera resistenza politica ed esistenziale nasce oggi dal basso.

  • Il Comunitarismo di Prossimità: Ricostruire il legame sociale partendo dai territori, dai quartieri, dai piccoli comuni. Laddove le persone si guardano in faccia, la manipolazione mediatica perde potere.

  • Sovranità Economica e Culturale Locale: Sostenere le economie di prossimità, l'artigianato, i prodotti della terra e la filiera corta. Difendere la trasmissione della storia locale, dei dialetti e delle tradizioni comunitarie come scudo contro l'omologazione di massa.

  • Dal Consumatore all'Uomo Radicato: Rifiutare il modello dell'individuo "fluido" e ritrovare la stabilità delle appartenenze condivise.

La vera azione politica oggi non si fa nei palazzi della finanza globale o nei talk show, ma ricolti-vando la terra e i legami che il neoliberismo ha cercato di recidere. Per ritrovare un popolo, dobbiamo ripartire dai luoghi.

Giorgio Bargna

 

domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna

 

venerdì 21 agosto 2026

Sotto la mongolfiera: ritorno alla terra e alla comunità


In un periodo storico particolare dove viene già difficile definire la situazione di un piccolo luogo, parlare di un’intera nazione è ancora più complicato, vista e considerata l'atomizzazione del mondo e lo slancio consumistico consumismo egocentrico.

Denunciava, già in tempi non sospetti, il consumismo Pier Paolo Pasolini.

Negli anni a seguire il mondo si è spogliato dei valori e delle "necessità" e la potenza del meccanismo produzione-consumo è andata avanti e si è fatta pervasiva. Stiamo parlando di un problema mondiale, ma soffermiamoci alle nostre lande.

Come affermo per ogni genere di tema è fuorviante mettere il peso dei problemi sulla bilancia destra-sinistra.

Difendo l’idea che le nostre classi dirigenti non siano le vere artefici della situazione in cui versa la nazione. Piuttosto che plasmarla, esse si adattano a una società gelatinosa e priva di forma, dove la spinta individuale ad affermarsi e farsi spazio prevale sul desiderio profondo di abitarlo con consapevolezza.

Che sia una metropoli o un piccolo borgo, al Nord come al Sud, emerge ovunque la sensazione di un luogo inadeguato, popolato da persone a disagio. È quel consumismo egocentrico in cui il consumo si salda al distacco dal reale per rifugiarsi nell’irreale, barattando la terra viva con la terra senza vita del digitale.

Se al tempo di Pasolini il consumismo trovava ancora di fronte a sé una struttura sociale solida, fatta di partiti, comunità e di contrapposizioni chiare tra interessi contrapposti, oggi lo scenario è radicalmente mutato. Da un certo momento in poi qualcosa si è spezzato: ci si è ripiegati sul proprio privato, faccia a faccia con il proprio fantasma, scoprendo che una vita pretesa come "tutto" finisce inevitabilmente per ridursi al nulla.

Il desiderio si è trasformato in disorientamento: non sappiamo più cosa volere, di cosa abbiamo davvero bisogno, chi accogliere e da chi allontanarci. Amori e amicizie si disperdono in un eccesso di contatti effimeri. Io ignoro dove tu sia e tu non sai dove cercarmi. Ci si ritrova sempre al medesimo bivio: la noia o il rancore, prigionieri di legami che si svuotano proprio mentre si sovraccaricano.

Ognuno galleggia nella propria mongolfiera, sradicato dalla terra e incapace di condividere lo stesso spazio con gli altri. Un consumismo narcisista ci aliena da tutto, persino da noi stessi, riducendoci a presenze ambigue: non si capisce più se siamo ciò che mostriamo o il suo esatto contrario, se siamo i narratori della nostra identità o i parassiti che ne erodono la sostanza fino a renderla invisibile. Nessun bene materiale di cui ci rivestiamo potrà mai restituirci spessore: il pericolo è diventare come un albero di Natale da cui è scomparso il tronco, lasciando solo gli addobbi sospesi nel vuoto.

Evocare il fascismo in una situazione del genere è come giocare a palle di neve nel deserto. Il male è la mercificazione di tutto, anche delle anime e un processo di questo tipo non è di destra, né di sinistra, è il capitalismo che è allo stesso tempo feroce e abulico.

Da dove si riparte, dunque, quando persino l'anima è diventata merce? Forse proprio da quel piccolo spazio locale da cui siamo partiti. Se non possiamo governare le grandi maree del capitalismo globale, possiamo però fare una scelta di campo nei nostri borghi e nelle nostre città: disappaltare la nostra esistenza al consumo e restituirla alla comunità. Coltivare legami non utilitaristici, prendersi cura del bene comune, restituire peso specifico alle parole e al tempo trascorso insieme. Riconoscere l'inganno di questa solitudine di massa è già il primo passo per scendere dalla propria mongolfiera e tornare a camminare, finalmente insieme, sullo stesso terreno.

Giorgio Bargna


 

giovedì 20 agosto 2026

La trappola del riarmo: perché comprare armi non ci rende sovrani



Il dibattito sul riarmo italiano, sia in ottica nazionale che internazionale, sta tralasciando gli aspetti più cruciali. L'impressione è che ci si stia avviando verso un'Italia con più carri armati, caccia e missili, ma ancora del tutto dipendente da tecnologie, software e infrastrutture altrui. Il rischio? Spendere cifre enormi solo per confermare la nostra subalternità.

Al di là delle posizioni ideologiche sul riarmo, la domanda fondamentale è un'altra: che cosa stiamo acquistando davvero quando diciamo di volerci difendere?

Una reale serietà intellettuale imporrebbe di chiarire prima di quali capacità strategiche abbiamo bisogno, e solo dopo fare i conti. Invece, la corsa europea alle armi segue la logica opposta: si stabiliscono i miliardi da spendere e poi si cerca cosa comprare. Un’ottima notizia per l'industria bellica, un suicidio per la pianificazione strategica nazionale.

L’Italia si appresta ad aumentare progressivamente la spesa militare, con programmi già autorizzati per oltre 85 miliardi di euro (tra Panther, Eurofighter e sistemi missilistici). Ma questi investimenti generano autonomia o semplice accumulo di hardware?

I conflitti contemporanei dimostrano che la guerra del futuro si gioca su intelligence, guerra elettronica, cybersicurezza, intelligenza artificiale, satelliti e sistemi autonomi. L'esperienza in Ucraina insegna che la velocità dei cicli di innovazione e l'aggiornamento software contano più della quantità di mezzi tradizionali.

Qui emerge la contraddizione: a cosa serve comprare armi se poi non possiamo deciderne autonomamente l'impiego? Un Paese che dipende dall'estero per comunicare, osservare e navigare ha forse delle capacità militari, ma non una sovranità strategica. Tra il 2018 e il 2023, il 78% degli appalti per la difesa nell’UE è andato a fornitori extraeuropei (il 63% ai soli Stati Uniti). L’Europa dice di volere l'autonomia, ma la acquista all'esterno.

La cooperazione con gli alleati è doverosa, ma la dipendenza strategica è un'altra cosa. Un Paese sovrano deve poter collaborare senza cedere la propria capacità decisionale; altrimenti non si tratta di difesa, ma di outsourcing della sovranità.

La sovranità non consiste nel possedere più armi, ma nel poter decidere come e quando usarle. Prima di chiedere altri miliardi ai cittadini, occorre chiarire quale sicurezza vogliamo costruire. Perché se il risultato sarà un’Italia armata fino ai denti ma priva delle chiavi tecnologiche dei propri sistemi, avremo speso una fortuna solo per comprare la nostra stessa dipendenza. E chiamarla sovranità non la renderà tale.

Soluzioni e proposte da integrare

  1. Clausola di Sovranità Digitale / Codice Sorgente

    • Problema: I sistemi d'arma moderni sono guidati da software proprietari stranieri ("kill switch" o aggiornamenti condizionati).

    • Soluzione: Inserire negli appalti l'obbligo di accesso al codice sorgente e l'archiviazione locale dei dati di intelligence e navigazione.

  2. Politica Industriale Europea Focalizzata sulle Tecnologie abilitanti (non solo sull'Hardware)

    • Problema: Si comprano prodotti finiti USA invece di sviluppare capacità UE.

    • Soluzione: Chiedere che una quota fissa della spesa della Difesa (es. almeno il 20-25%) sia vincolata a R&S su tecnologie dual-use (IA, quantistica, cyber, droni) sviluppate in consorzi europei.

  3. Integrazione Interforze e Cicli di Innovazione Veloci

    • Problema: L'acquisto di carri armati richiede decenni, la tecnologia droni cambia in mesi.

    • Soluzione: Creare un'agenzia di innovazione rapida (modello DARPA) per integrare startup tecnologiche civili nella difesa, velocizzando i tempi di adozione delle tecnologie critiche.


In definitiva, la vera sfida non è decidere quanto spenderemo, ma che tipo di Paese saremo dopo aver speso. Se vogliamo davvero parlare di difesa e sovranità, dobbiamo smettere di comportarci da meri consumatori di tecnologia altrui. Investire nella sicurezza ha senso solo se questi miliardi servono a sviluppare competenza, innovazione e autonomia industriale a casa nostra. Altrimenti, non stiamo costruendo uno scudo per proteggere l'Italia: stiamo solo firmando l'ennesimo abbonamento a termine per la nostra dipendenza.


Giorgio Bargna

 

mercoledì 19 agosto 2026

Tra complotti e realtà: quanti dobbiamo essere per salvare il Pianeta?



In questi giorni mi sono imbattuto in una riflessione di Arri Wind. Il suo pensiero, espresso in modo crudo e provocatorio, parte da una premessa: i potenti della Terra vorrebbero ridurre drasticamente la popolazione mondiale.

Secondo Wind, per la prima volta nella storia l'essere umano non è più indispensabile. Se in passato siamo serviti come schiavi, servi, contadini, soldati, operai e infine consumatori, oggi rischiamo di essere progressivamente sostituiti da robot e intelligenza artificiale. Al di là degli estremi del suo discorso, è difficile negare che l'impatto dell'automazione sul lavoro sia un tema concreto.

L'ipotesi di Wind è che le élite puntino a riportare gli abitanti del pianeta sotto il miliardo. Per farlo, sostiene che vengano impiegati gli strumenti più disparati e sofisticati:

  • Geoingegneria e tecnologie: scie chimiche, elettrosmog, 5G.

  • Sanità e pandemie: virus emergenti, sieri genici sperimentali e un uso sistematico dei farmaci.

  • Alimentazione: cibi ultraprocessati, zuccheri raffinati, fast food e inquinamento della filiera alimentare.

  • Conflitti e media: guerre ad alta tecnologia capaci di creare devastazione, unite a una costante manipolazione mediatica fondata sulla paura.

Lasciando da parte le visioni più estreme e catastrofiste, il tema di fondo merita comunque una riflessione: quanti siamo oggi sulla Terra e quanti dovremmo essere per vivere in modo davvero sostenibile?

Oggi la popolazione globale ha raggiunto gli 8 miliardi di persone. Non esiste una cifra "magica", poiché la capacità di carico del pianeta dipende da come consumiamo e produciamo energia, non solo dal numero di abitanti. Gli studi scientifici offrono stime differenti a seconda dei modelli adottati:

Scenario di Consumo

Popolazione Sostenibile Stimata

Note Ecologiche

Standard Occidentale

2 - 3 miliardi

Limite calcolato per garantire a tutti un elevato tenore di vita senza prosciugare la biocapacità del pianeta.

Consumo Intermedio

3 - 5 miliardi

Raggiungibile con stili di vita moderati e diete a basso impatto (meno carne, più alimenti vegetali).

Se pensiamo che nel 1950 eravamo appena 2,5 miliardi, il numero di abitanti si è più che triplicato in sette decenni. Questa esplosione demografica è stata guidata da quattro pilastri principali:

  1. Igiene e medicina moderna: La diffusione di antibiotici, vaccini pediatrici, potabilizzazione dell'acqua e migliori prassi ospedaliere ha fatto crollare la mortalità infantile dal 20% a meno del 4%.

  2. Rivoluzione Agricola: L'introduzione di fertilizzanti, meccanizzazione e selezione delle sementi ha moltiplicato le rese alimentari globali.

  3. Aumento dell'aspettativa di vita: La speranza di vita media alla nascita è salita da 46 anni (nel 1950) a oltre 73 anni.

  4. Transizione demografica: Nei Paesi in via di sviluppo, il rapido calo della mortalità ha preceduto la diminuzione della natalità, generando una fase di crescita vertiginosa.

Il vero nodo del futuro, quindi, non risiede nelle teorie del complotto, ma in scelte politiche ed economiche molto concrete. L'automazione non deve trasformarsi in marginalizzazione sociale, così come la transizione ecologica non può gravare solo sulle fasce più deboli. Ridurre l'impronta ecologica, efficientare l'uso delle risorse ed equilibrare i modelli di consumo non sono opzioni per pochi, ma le uniche leve reali per far sì che 8 miliardi di persone possano vivere dignitosamente senza esaurire il pianeta."

domenica 16 agosto 2026

Niente è gratis: perché dobbiamo smettere di ringraziare lo Stato per i servizi che abbiamo già pagato


Già da tempo volevo dedicare dei minuti al sostituto d'imposta, questo sconosciuto.

Recentemente attraverso i commenti sui miei post mi sono reso conto che la situazione è parecchio confusa, le persone non comprendono esattamente come e cosa pagano di tasse e chi mi parla di estero, addicendo che li alcune tasse sono dedicate e in Italia no si confonde.

Dal "meccanismo tecnico" alla "consapevolezza fiscale": Il sostituto d'imposta crea l'illusione che le tasse le paghi qualcun altro o che il netto sia l'unico vero stipendio. Far vedere quanto "costa" davvero il servizio pubblico al mese attiva il senso di proprietà del cittadino.

  1. Il principio del contraccambio (Patto Fiscale): Le tasse non sono un pizzo, ma il pagamento anticipato di un abbonamento a un pacchetto di servizi (Sanità, Sicurezza, Strade, Scuole, Pensioni). Se l'abbonamento è caro, la qualità non può essere scadente.

Pagarle (tutte) per averle (tutti): perché il Sostituto d'Imposta ci ha resi analfabeti fiscali

Se ogni mese andaste al ristorante, pagaste un conto fisso da 500 euro a testa e vi servissero un piatto freddo e pane raffermo, accettereste la situazione? Probabilmente no. Pretendereste la qualità per cui avete pagato.

Quando si parla di Stato e servizi pubblici, però, accade l'opposto: subiamo passivamente disservizi, liste d'attesa infinite e burocrazia.

La radice di questa rassegnazione risiede in un meccanismo che all'apparenza sembra una comodità, ma che nei fatti ha anestetizzato la nostra consapevolezza: il sostituto d'imposta.

Il grande inganno del "Netto in Busta"

Il sostituto d'imposta (il datore di lavoro o l'INPS) versa le tasse e i contributi al posto nostro prima ancora che il denaro tocchi il nostro conto corrente.

  • Come funziona: Il sostituto calcola l'IRPEF, le addizionali e i contributi, li trattiene dal lordo e versa direttamente al fisco la differenza, consegnandoci il netto.

  • L'effetto psicologico: Il cittadino si abitua a considerare "suo" solo l'importo netto. Non vedendo mai uscire dal proprio conto le centinaia o migliaia di euro che ogni mese finiscono allo Stato, perde la percezione di quanto sta effettivamente sborsando per la macchina pubblica.

Se ogni mese il lavoratore o il pensionato dovesse fare manualmente un bonifico all'Agenzia delle Entrate con un terzo o la metà del proprio guadagno, la pretesa di avere strade senza buche, sanità efficiente e burocrazia rapida diventerebbe immediata e intransigente.

Quanto e come paghiamo la macchina pubblica?

Ognuno di noi, in forme diverse, versa cifre imponenti per finanziare la comunità. Non esistono "servizi gratuiti": ogni prestazione statale è pre-pagata dal nostro lavoro.

1. Lavoratori Dipendenti Trattengono mensilmente fino al 43% di IRPEF (più le addizionali regionali e comunali) e circa il 9% di contributi previdenziali a proprio carico (oltre a quelli versati dal datore di lavoro).

  • Cosa finanziano: L'IRPEF sostiene lo Stato, la difesa, la scuola e la giustizia; l'Addizionale Regionale copre la Sanità; quella Comunale gestisce i servizi locali (asili, strade, illuminazione).

2. Pensionati Le pensioni non sono regali: sono redditi da lavoro differito assoggettati alle stesse aliquote IRPEF dei lavoratori (fino al 43%, eccezione fatta per la No Tax Area fino a 8.500 €). Il pensionato continua a finanziare la sanità e i servizi locali esattamente come quando lavorava.

3. Partite IVA e Autonomi Che siano in Regime Forfettario (imposta sostitutiva al 5% o 15%) o in Regime Ordinario (IRPEF a scaglioni), i lavoratori autonomi finanziano la sanità e la spesa pubblica tramite le imposte e la fiscalità generale (IVA e IRAP), versando al contempo quote contributive INPS o alle Casse Professionali tra il 24% e il 26%.

Perché dobbiamo pretendere di più

Che si tratti di cure mediche, sicurezza o manutenzione urbana, nessun servizio erogato dallo Stato è una concessione o un favore.

L'accesso al Servizio Sanitario Nazionale, la scuola per i figli o l'illuminazione della strada sotto casa non sono "gratis": sono già stati saldati al momento della trattenuta sul cedolino della pensione, sulla busta paga o nel modello F24 della Partita IVA.

Superare l'analfabetismo fiscale significa iniziare a guardare il proprio stipendio o la propria pensione partendo dal costo lordo. Soltanto riappropriandoci della misura reale di ciò che diamo allo Stato potremo passare da una posizione di passiva rassegnazione a una di attiva pretesa di efficienza e rispetto del cittadino-contribuente.

Il giorno in cui smetteremo di definire "gratuita" la sanità, la scuola o la manutenzione delle nostre città e inizieremo a chiamarli "servizi pre-pagati a caro prezzo", quel giorno cambierà il nostro rapporto con lo Stato. Pretendere efficienza non è una pretesa egoistica: è l'unico modo per far valere il valore del nostro lavoro.

Giorgio Bargna






 

martedì 11 agosto 2026

Tra burocrazia e buonsenso: se un bicchiere di limonata diventa un reato


È di questi giorni la notizia, con relative riflessioni, dei tre ragazzini (13-14 anni) a Udine che hanno allestito un banchetto di limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao — un Ciao, ragazzi! Un passante, evidentemente privo di meglio da fare, li ha segnalati per vendita senza licenza, costringendo le forze dell'ordine a intervenire per sanzionare l'illecito.

Ferma restando la riprovazione per il denunciante, comprendo l'operato della polizia: una volta chiamata in causa, ha dovuto fare il proprio dovere, probabilmente con il magone, ma senza alternative.

Ho cinquant'anni più di questi ragazzi, ma ricordo benissimo quando, a dieci anni, esponevo fuori casa giornalini, giochi e suppellettili insieme agli amici. Volevamo racimolare qualche soldo per comprare le patatine con in regalo gli occhiali da sub o il Mini Going. Nessun adulto ci ha mai sgridati; al contrario, spesso ci lasciavano qualche lira senza prendere nulla.

Questo episodio, apparentemente banale, mette il dito nella piaga di una questione enorme: il ruolo delle norme sociali.

Da sempre la società si regge su due pilastri: le norme informali, basate su usanze e aspettative condivise, e quelle formali, fondate su codici ed esecuzione statale. Un tempo era il buonsenso a guidare l'agire umano; oggi non più. Se le società ancestrali si basavano quasi esclusivamente su consuetudini e tradizioni, l'evoluzione sociale ha reso necessarie le leggi scritte e le sanzioni giudiziarie come elemento complementare e integrativo.

Il dramma della modernità è l'aver spinto all'estremo la sostituzione del senso comune con il cavillo legale. Per ogni disaccordo, attrito o incomprensione, siamo ormai portati a invocare un giudice terzo (che sia il carabiniere, il magistrato o lo Stato). Tuttavia, per ragioni logiche e pratiche, il tessuto informale non può essere interamente rimpiazzato dai codici, a meno di non girare tutti con un tribunale tascabile al seguito.

Ed è qui che casca l'asino. Per non dipendere ciecamente dalle leggi formali, bisognerebbe potersi fidare delle norme informali. Ma queste ultime richiedono un elevato grado di condivisione culturale e di valori. Oggi, invece, ci si vanta di aver costruito società "aperte" e "cosmopolite" in cui tale retroterra comune è stato in gran parte smantellato.

L'esito di questa deriva è una parabola iper-legalista, securitaria e ossessionata dal controllo, il cui "eroe" ideale è il cittadino che segnala i ragazzini della limonata. Meno puoi fidarti di un sentimento comune con chi ti circonda, più ti sembrerà inevitabile delegare tutto alla forza pubblica.


Ora il buonsenso, qualità caduta in disuso, mi consente di dare dei consigli informali ad amministtrazioni e forze dell'ordine:


1. Iniziativa Politico-Amministrativa (Protezione dell'Informale)

    Introduzione di "Zone di Tolleranza Comunitaria" o Deroghe per Minori:

  • Proporre norme comunali che istituiscano la "Tolleranza per iniziative estemporanee giovanili o di vicinato". Piccoli mercatini di scambio, banchetti o vendita non a fini commerciali professionali devono essere esentati per legge dalle autorizzazioni commerciali ordinarie.

    Principio di Tenuità e Proporzionalità:

  • Richiedere direttive chiare per le forze di Polizia Locale, affinché gli interventi in situazioni simili si risolvano con l'istituto del "richiamo verbale" o della conciliazione, evitando la formalizzazione automatica della sanzione quando il fatto è privo di lesività reale.

2. Contromisura Culturale e Simbolica (Rafforzamento della Comunità)

    Promozione della "Solidarietà di Quartiere/Paese":

  • Creare eventi o contenitori istituzionali (es. "Il Mercatino dei Ragazzi" o "Giornate del Libero Scambio") per incentivare lo spirito d'iniziativa nei giovani senza la morsa della burocrazia.

    Denuncia del "Legalismo Ostile":

  • Costruire una campagna di sensibilizzazione contro l'iper-burocratizzazione della vita quotidiana, promuovendo l'idea che la sicurezza nasce dalla coesione sociale e dal buonsenso, non dalla denuncia cieca e dall'invocazione continua dello Stato per dirimere inezie.

3. Azione Esemplare Immediata (Risposta Eletta)

    Premiare l'Iniziativa:

  • Azioni di supporto diretto a ragazzi che metteno in campo sano spiriton di iniziativa (es. In questo caso specifico organizzare una colletta formale o una donazione istituzionale per aiutarli ad acquistare il Piaggio Ciao). Questo trasmette il messaggio politico chiaro che l'intraprendenza giovanile e lo spirito di sacrificio vanno valorizzati e non puniti dalla rigidità del sistema.

Ripristinare il buonsenso non è una questione di nostalgia, ma di sopravvivenza comunitaria. Se non torniamo a difendere la fiducia reciproca e il valore dell'iniziativa, finiremo per vivere in un enorme condominio burocratizzato, dove ogni gesto spontaneo è un reato e ogni vicino è un potenziale delatore. Difendere quei ragazzi e il loro sogno su due ruote significa, in fondo, difendere la nostra stessa libertà.


Giorgio Bargna

lunedì 10 agosto 2026

La finzione dei "100 facili": perché la scuola italiana va rifondata partendo dal Nord


La geografia conta, eccome. A dimostrarlo anche quest'anno è il contrasto tra i risultati dei test INVALSI e i voti dell'Esame di Maturità, uno dei paradossi più discussi della scuola italiana.

I dati tracciano una mappa nettamente capovolta: il Nord registra le percentuali più alte di studenti con competenze eccellenti nei test standardizzati nazionali (Italiano, Matematica e Inglese), mentre il Sud concentra la quota maggioritaria di diplomati con il massimo dei voti (100 e 100 e lode).

È colpa del clima, dell'etnia o di qualche altro misterioso fattore astrologico? Fuori dal sarcasmo, proviamo ad analizzare la questione.

Le prove INVALSI sono anonime, corrette in modo automatizzato e basate su parametri uniformi in tutta Italia. Si potrebbe obiettare che l'anonimato e la mancanza di un voto in pagella spingano gli studenti a metterci meno impegno. Eppure, un alunno motivato tende a prendere sul serio ogni prova. A meno di non voler credere che le domande siano scritte apposta per avvantaggiare gli studenti settentrionali.

D'altro canto, la Maturità viene valutata da commissioni miste che applicano metri di giudizio calibrati sul contesto locale e sul percorso personale del singolo studente. Dovremmo quindi dedurne, sempre con un pizzico di ironia, che al Sud gli studenti diventino improvvisamente molto più preparati e brillanti proprio nei tre giorni di esame?

In realtà, le ragioni di questo divario sono principalmente due:

  • Incentivi e motivazione: Gli INVALSI non incidono sulla media né sul voto di diploma, riducendo l'impegno percepito come "necessario". La Maturità determina invece il voto finale, l'accesso a borse di studio e l'ingresso nei collegi di merito.

  • Manica di valutazione differente: Al Nord prevale un metro di giudizio più restrittivo nell'assegnazione dei voti massimi. In diverse regioni del Mezzogiorno, al contrario, le commissioni mostrano una maggiore manica larga nell'attribuire 100 e lodi.

Questa sperequazione genera profonde storture sul piano dell'equità. Quando il voto di diploma non rispecchia in modo omogeneo le competenze reali misurate su scala nazionale, si crea un cortocircuito tra il merito formale e la preparazione effettiva. Ed è proprio su questo disallineamento che vale la pena riflettere.

Superando l’ironia e le frasi fatte, è il momento di analizzare ciò che la scuola lascia davvero in dotazione ai propri studenti al termine del percorso.

Il quadro che emerge è quello di una preparazione sbilanciata: eccellente per un modello concettuale del passato, ma spesso sprovvista degli strumenti adatti alle dinamiche economiche e professionali di oggi.

Da un lato, l’impostazione teorica e analitica della scuola (e dell'università) italiana fornisce una solida forma mentis. Chi esce dalle nostre aule sa studiare, possiede una visione d'insieme e sviluppa un'ottima flessibilità mentale. Non è un caso che i laureati italiani all'estero siano particolarmente apprezzati per le loro capacità di adattamento e di ragionamento.

Dall'altro lato, però, manca quasi del tutto la capacità di trasformare la teoria in azione. Il problem solving operativo, il lavoro di squadra, la gestione dei progetti (project management) e l'uso avanzato degli strumenti digitali vengono appresi solo "sul campo", quasi mai tra i banchi. A questo si aggiunge un dato preoccupante già emerso dai test INVALSI e PISA: una quota consistente di studenti chiude il ciclo scolastico senza padroneggiare competenze fondamentali nella comprensione di testi complessi o nella matematica base, delineando un'Italia a due o tre velocità in cui troppi ragazzi rimangono indietro.

La scuola italiana consegna ai giovani una straordinaria "cassetta degli attrezzi teorica", ma con cacciaviti e martelli spuntati per le sfide odierne. I limiti di questo modello si riflettono inevitabilmente sul piano strutturale:

  • Un'impostazione nozionistica: Il modello scolastico ed accademico privilegia tradizionalmente la teoria, lasciando gli studenti scoperti sulle metodologie di lavoro pratiche e sulle dinamiche aziendali.

  • I ritardi internazionali: Le rilevazioni OCSE evidenziano gap sistematici nelle competenze matematico-scientifiche, nella financial literacy e nelle abilità digitali avanzate rispetto alla media dei Paesi sviluppati.

  • L'atrofia delle competenze: Senza contesti lavorativi stimolanti, molti diplomati e laureati rischiano di perdere nel tempo persino la capacità di analizzare dati e testi complessi.

Tuttavia, il vero nodo non è solo la preparazione iniziale, ma il modo in cui il sistema economico e amministrativo assorbe e valorizza questi ragazzi.

Nel settore privato, la prevalenza di piccole e medie imprese a conduzione familiare limita spesso la domanda di figure ad alta specializzazione. Il risultato è un doppio corto circuito: da un lato l'inadeguatezza delle competenze pratiche per ruoli tecnici (skill mismatch), dall'altro la sovra-istruzione (over-qualification), con laureati impiegati in mansioni al di sotto delle loro capacità.

Nel settore pubblico, i concorsi hanno storicamente premiato la memorizzazione nozionistica di codici e norme a scapito delle competenze manageriali e gestionali. Il risultato è una burocrazia che fatica a innovare, non per mancanza di cultura dei singoli, ma per un sistema di selezione anacronistico.

Si alimenta così un circolo vizioso: retribuzioni d'ingresso tra le più basse d'Europa e scarse prospettive di carriera spingono una parte consistente dei giovani più qualificati a emigrare. Senza di loro, il tessuto produttivo e amministrativo non riesce ad alzare l'asticella della produttività, consolidando l'impressione generale di un Paese che non riesce a valorizzare i propri talenti.

Tirando le somme, il quadro che emerge non è solo quello di un sistema scolastico da riformare, ma di un vero e proprio patto generazionale tradito.

Continuare a tollerare la finzione dei "diplomi facili" e il disallineamento tra il merito formale e le competenze reali significa condannare il Paese alla stagnazione. In un'economia globale competitiva, il Nord – motore produttivo d'Italia ed d'Europa – non può più permettersi di vedere penalizzati i propri studenti da un sistema di valutazione sperequato, né di veder scappare all'estero le menti migliori perché soffocate da retribuzioni basse e da un mercato del lavoro immobile.

Servono scelte di rottura e un cambio di paradigma radicale:

  • Valutazione e Trasparenza: Standard nazionali oggettivi per la valutazione del merito, affinché un voto di diploma torni ad avere lo stesso peso e valore in qualsiasi angolo d'Italia.

  • Autonomia e Flessibilità: Maggiore autonomia agli istituti scolastici e agli atenei per adattare i programmi alle reali esigenze del tessuto economico e produttivo locale, puntando su competenze STEM, digitali e applicative.

  • Premiare il Merito Vero: Un mercato del lavoro e una Pubblica Amministrazione che smettano di selezionare sulla base della mera memorizzazione nozionistica e inizino a premiare le capacità gestionali, l'innovazione e la produttività.

Se non riallineiamo la formazione alle sfide del mondo reale e non torniamo a investire sul merito vero, continueremo a formare giovani talenti per far la fortuna degli altri Paesi. Ridare dignità alla preparazione, rigore alla valutazione e attrattività alle nostre imprese non è più solo una proposta di riforma scolastica o economica: è l'unica strada possibile per garantire un futuro al Nord e a tutta l'Italia.

Giorgio Bargna



 

venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

giovedì 6 agosto 2026

Oltre i pregiudizi: la sociologia dell'integrazione che la politica ignora

 



Qualche giorno fa un sindaco di sinistra, leggendo il mio post "Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza", ha — diciamo così — storto il naso.

Proviamo allora a dare sostanza alla mia proposta, partendo da basi concrete e da ciò che ognuno di noi può osservare quotidianamente. Nel post precedente proponevo in sintesi due punti chiave:

  • Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua, della storia e della civiltà italiana.

  • Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Analizziamo la realtà dell'immigrazione in Italia mettendo a confronto due fasce. Non su base etnica, ma su base sociologica e culturale: da un lato chi condivide un background d'impronta europea, dall'altro chi proviene da tradizioni diametralmente opposte.

Il blocco a matrice europea e occidentale I dati e la quotidianità ci dicono che i più integrati sono i Rumeni, seguiti da Albanesi e Ucraini. Un discorso a parte meritano i Filippini, che pur essendo meno numerosi vantano una presenza storicamente ben radicata e rispettosa. A favorire questa buona convivenza è senza dubbio la matrice culturale e cristiana (anche quando si parla della quota musulmana della popolazione albanese, la vicinanza geografica e storica fa la differenza).

I Rumeni beneficiano certamente dell'appartenenza all'Unione Europea, ma portano anche un prezioso bagaglio di competenze manuali e artigianali: edilizia, arredo e idraulica per quanto riguarda gli uomini. Sul fronte femminile, libero da vincoli religiosi o moralisti invadenti, troviamo una presenza massiccia sia nel settore industriale sia nei servizi, dalle cure domestiche all'assistenza familiare (colf e badanti).

Lo stesso principio vale per Ucraini e Albanesi. Avendo lavorato al loro fianco in diversi settori, posso confermare che sul piano professionale ed etico del lavoro non hanno nulla da invidiarci.

Le realtà a forte distanza culturale Il quadro cambia notevolmente quando ci si confronta con le comunità provenienti da contesti differenti. Per motivi di tradizione culturale e sociale, l'integrazione piena risulta assai più complessa per i cittadini provenienti da Nord Africa, India e Pakistan.

La comunità cinese, infine, rappresenta un vero e proprio mondo a sé: un ecosistema produttivo e sociale operoso, ma sostanzialmente chiuso ed estraneo alla vita pubblica generale, quasi invisibile agli occhi dei più.

Tutto questo, che piaccia o meno, genera evidenti squilibri sia nell'accesso al mondo del lavoro sia nell'integrazione nel tessuto sociale, finendo per riflettersi in modo inevitabile anche nelle statistiche sulla criminalità.

Mercato del lavoro e divario formativo Se la fascia di matrice europea trova un inserimento lavorativo più lineare e qualificato (come abbiamo visto precedentemente), la compagine proveniente dal Nord Africa (ad esempio Marocco, Tunisia ed Egitto) finisce in gran parte relegata all'agricoltura stagionale, alla logistica, alla ristorazione, ai servizi urbani e al commercio al dettaglio. Si tratta di ambiti dove è purtroppo più frequente l'impiego informale o di mera sussistenza, caratterizzato dall'assenza di tutele contrattuali e, nei casi più gravi, dalla sottomissione alle piaghe del caporalato. Su questo divario incide in maniera determinante anche il livello di scolarizzazione e formazione di partenza, mediamente più elevato tra chi proviene da Paesi europei.

L'analisi delle statistiche criminali: numeri assoluti vs incidenza percentuale Un discorso analogo vale per l'analisi dei reati, dove occorre fare chiarezza per evitare facili strumentalizzazioni:

  • In termini assoluti, le comunità romena e albanese registrano il maggior numero complessivo di denunce e arresti tra gli stranieri. Un dato ampiamente prevedibile, essendo le comunità numericamente più vaste e stabili sul territorio nazionale.

  • In termini percentuali (in rapporto ai residenti ufficiali), si registra invece un'incidenza proporzionalmente più alta tra i cittadini provenienti dall'Africa settentrionale. Questo dato si concentra in prevalenza su specifiche tipologie di reato urbano, quali lo spaccio di stupefacenti al dettaglio e i reati contro il patrimonio (furti e rapine).

La struttura sociale: perché non è una questione etnica, ma culturale e demografica Anche in questo caso, la spiegazione non è di natura etnica o biologica, bensì squisitamente sociologica e culturale.

Mentre l'immigrazione europea e dell'Est si muove prevalentemente per nuclei familiari o si stabilizza in tempi brevi, i flussi dal Nord Africa, dal Pakistan e dall'India sono spesso composti da singoli individui. La presenza di giovani uomini soli, privi di una rete familiare di supporto, di un'abitazione formale e di un contesto comunitario di riferimento li espone a un rischio statisticamente molto più elevato di scivolare nella marginalità e, di conseguenza, nella microcriminalità, rispetto a chi è inserito in un nucleo familiare strutturato.

Non si tratta quindi di alimentare pregiudizi o di tracciare divisioni ideologiche, ma di guardare la realtà per quella che è. L'integrazione non avviene per magia né per decreto: funziona dove ci sono condizioni culturali, familiari e normative che la favoriscono; fallisce dove si creano sacche di marginalità e clandestinità.

Ed è esattamente qui che si inserisce la mia proposta: vincolare i permessi a contratti di integrazione seri e premiare chi rispetta le regole. Continuare a negare queste evidenze in nome di un multiculturalismo astratto non fa il bene del Paese e, soprattutto, non fa il bene di chi in Italia cerca davvero un futuro di lavoro e rispetto reciproco.

Giorgio Bargna