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mercoledì 15 luglio 2026

Metterci la faccia: il nostro Patto per tornare protagonisti



Lungo i sentieri della vita capita di incontrare — per caso o per destino — persone interessanti, stimolanti e capaci di fare rete. Recentemente mi è successo di imbattermi, attraverso un post su Facebook, in Francesco Ravenda, un giornalista digitale specializzato in informazione responsabile e giornalismo costruttivo. Questa è una visione che ci accomuna profondamente. Proprio partendo da alcune sue riflessioni, vorrei provare oggi a costruire delle metafore: non so quanto efficaci, ma sicuramente animate da un intento costruttivo e intelligente.

Prima metafora: Dagli "affittuari digitali" alla responsabilità reale

La visione di Ravenda: "Oggi ci sentiamo spesso 'inquilini in affitto' di piattaforme governate da algoritmi che non ci appartengono. In questo scenario, la nostra firma deve tornare a essere un bene rifugio. Ma per farlo, dobbiamo cambiare prospettiva su ciò che produciamo."

La mia riflessione: Se trasportiamo questo concetto nella nostra quotidianità, molti di noi oggi si sentono come piccoli atomi isolati, privi di reale potere di replica in un mondo governato da decisori politici e tecnocrati che spesso non possiamo scegliere e che non ci rappresentano.

In un contesto simile, metterci la faccia non è più una scelta, ma un dovere morale, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Chi, come me, lo fa scrivendo e facendo politica attiva in prima persona, chi seguendo la politica con occhio attento e critico, chi decidendo, finalmente, di tornare a votare.

Oggi, noi di "Patto per il Nord" vi presentiamo un movimento politico che vuole essere proprio questo: un'alternativa che si identifica e si incarna profondamente con il proprio territorio.

Seconda metafora: L'impegno come dono d'amore

La visione di Ravenda: "Produrre un contenuto digitale non dovrebbe essere un esercizio di stile per compiacere un motore di ricerca, ma un gesto simile a fare un regalo a una persona a cui volete bene. In un dono, ciò che conta è l’intenzione, il tempo e l’investimento emotivo che abbiamo sacrificato per renderlo unico. Se un contenuto non mostra alcuno sforzo o 'fatica' intellettuale, perché dovrebbe avere valore per chi lo legge?"

La mia riflessione: Questo principio vale ancora di più nella sfera pubblica: scrivere di politica e fare politica non possono ridursi a un esercizio di compiacimento per accaparrarsi "like" e voti. Tutto questo ha senso solo se guidato da un sentimento sincero. Alla politica vanno dedicati tempo, passione e un amore viscerale per la propria comunità. Del resto, se non siamo noi i primi a dimostrare questo legame profondo verso la nostra terra e i nostri concittadini, come possiamo pretendere che loro si fidino di noi?

La buona politica si fonda su un esercizio quotidiano di responsabilità: farsi domande difficili, sforzarsi di trovare risposte concrete e, soprattutto, mettersi in ascolto di chi chiede attenzione. Solo così l'impegno pubblico si trasforma in un dono di valore per tutti.

Terza metafora: Essere "Certificatori di Senso"

La visione di Ravenda:"Questa idea del 'contenuto come dono' si sposa con il concetto di Certificatore di Senso. Secondo questa visione, il senso non è un dato che esiste a prescindere, ma qualcosa che viene costruito e validato attraverso il racconto. Mentre l’intelligenza artificiale può gestire con precisione chirurgica il 'chi', il 'cosa' e il 'quando', essa rimane muta davanti al 'perché'. Certificare il senso significa assumersi la responsabilità di aggiungere contesto, morale e storia a quel materiale grezzo che l’algoritmo distribuisce istantaneamente."

La mia riflessione: Questo straordinario concetto si applica perfettamente anche alla politica. Oggi non possiamo più accontentarci del pensiero unico — nemmeno quando è un pensiero che ci piace o ci fa comodo. Abbiamo il dovere di accendere le nostre menti, di farci domande scomode e di metterci alla ricerca di risposte reali. Un'ideologia politica del passato, se ripetuta pigramente per decenni senza mai essere discussa, finisce per comportarsi proprio come un'Intelligenza Artificiale: si consolida nell'etere, ma perde del tutto la capacità di sviscerare i problemi reali e le esigenze concrete di oggi.

La politica locale e del territorio non può essere un algoritmo che ripete formule preimpostate. Dobbiamo essere noi, con la nostra presenza e la nostra testa, i veri "certificatori di senso" della nostra comunità, traducendo la teoria in risposte vive per il presente.

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente. Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnando si onestamente ed alacremente.

Il nostro patto: dalle parole all'azione

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente.

Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnandosi onestamente ed alacremente.

È proprio su questo patto di lealtà, presenza e ascolto reciproco che nasce e si fonda Patto per il Nord.

Non vogliamo più essere "inquilini in affitto" delle decisioni altrui, né vogliamo che il destino delle nostre comunità e delle nostre famiglie sia deciso da algoritmi lontani, da freddi calcoli romani o da una politica senza volto. Vogliamo tornare a essere i proprietari del nostro futuro, i custodi fieri della nostra terra.

Metterci la faccia, per noi, significa proprio questo: smettere di essere spettatori passivi di un declino imposto dall'alto ed entrare nell'arena a testa alta. Significa trasformare la rassegnazione in partecipazione, la rabbia in proposta.

Non vi chiediamo un semplice voto di delega, ma una camminata comune. Vi chiediamo di accendere la mente, di fare domande scomode e di pretendere, insieme a noi, risposte vive, concrete, reali.

Sforziamoci insieme di dare un senso nuovo al nostro domani. Spegniamo lo schermo, usciamo dal feed e torniamo a guardarci negli occhi. La nostra terra ha bisogno di persone che la amino davvero.

Noi ci siamo, pronti a fare la nostra parte. E voi, siete pronti a fare questo cammino con noi?

Giorgio Bargna 

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

venerdì 12 giugno 2026

Oltre l'elemosina di Stato: una proposta localista per arginare la fuga verso la Svizzera


Circa una dozzina di giorni fa, durante l'assemblea di Confindustria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiarava di aver già estenso il meccanismo delle ZES (Zone Economiche Speciali) a Marche e Umbria, aggiungendo di voler studiare la possibilità di estendere tale modello a tutto il territorio nazionale.

Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).

Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.


Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.

Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.

Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.

Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".

Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.

1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.

-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.

-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.

-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.

-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.

2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.

-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.

-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.

-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.

-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.

Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"

L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":

Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.

Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.

In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.

Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.

Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:

Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.

La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.

Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.

Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:

1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.

2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.

3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.

4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".

Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

giovedì 28 maggio 2026

Un Manifesto per il Federalismo Gestionale


Nei giorni scorsi leggevo su una testata online di settore una disamina – se così possiamo definirla – su come interpretare il federalismo oggi. 
Più che un'analisi oggettiva, si trattava di una critica nemmeno troppo velata al Patto per il Nord; una critica sterile, poiché una vera disamina dovrebbe offrire spunti propositivi anziché limitarsi a una semplice recensione.
Su un punto, tuttavia, concordo: il Nord, così come il resto del mondo, è profondamente cambiato. 
Sono mutate le necessità, le esigenze, gli stili di vita e il mercato del lavoro, ridefinendo la ricchezza economica del Settentrione e dell'intero Paese.
Tra i settori che hanno subìto le trasformazioni più radicali ci sono senza dubbio la sicurezza e la sanità. Qui al Nord, dove la sanità ha sempre rappresentato un fiore all’occhiello, è ormai evidente la grave difficoltà dei sistemi regionali nel mantenere gli standard storici, o quantomeno accettabili. Il problema non risiede solo nella carenza di medici di base, nel collasso dei pronto soccorso o nelle liste d'attesa interminabili per visite ed esami specialistici: assistiamo a un vero e proprio cedimento strutturale della qualità del servizio.
Il paradigma della sicurezza urbana ha subìto una profonda trasformazione. 
In passato la principale minaccia era rappresentata dalla criminalità organizzata; oggi, invece, la microcriminalità e i reati predatori sono stabilmente in cima alle preoccupazioni dei residenti. Se un tempo il pericolo appariva distante dalla vita di tutti i giorni, oggi influisce direttamente sulle nostre routine: dall'uscita mattutina per andare al lavoro, alla passeggiata serale, fino a un semplice aperitivo al bar. Furti, scippi, violenze gratuite e degrado urbano sono ormai diventati un'allarmante realtà quotidiana.
Anche l’elettore padano ha cambiato prospettiva. 
Se un tempo la richiesta di autonomia nasceva dal bisogno di difendere la propria ricchezza, oggi la priorità è proteggersi dal carovita, se non dalla povertà vera e propria. 
Un’inflazione persistente sta erodendo il potere d’acquisto dei salari, intrecciandosi con l'emergenza abitativa: i costi insostenibili di affitti e mutui, infatti, non risparmiano più nemmeno le province. Nei trent'anni trascorsi dalla nascita del "sogno padano", sono emersi problemi strutturali che la politica ha spesso ignorato o eluso, per convenienza o sudditanza verso determinati gruppi di interesse. 
La congestione del traffico stradale e la necessità di potenziare i trasporti pendolari sono istanze fortemente sentite ma prive di risposte concrete, al pari di una stagnazione salariale che ha disallineato gli stipendi dal costo della vita.
Ci troviamo di fronte a un’economia a due velocità. I dati macroeconomici di istituti come Assolombarda confermano che, sebbene la regione resti la "locomotiva d'Italia", la crescita complessiva è modesta e disomogenea. I salari reali rimangono fermi, mentre l'inflazione locale e i costi energetici penalizzano pesantemente sia i bilanci familiari sia le piccole imprese artigiane.

Beh, io propendo verso il Federalismo delle Competenze, moderno, 3.0, che non deve più essere una battaglia ideologica di bandiera, ma uno strumento gestionale focalizzato su efficienza, prossimità e sussidiarietà.
Riguardo la sanità io propongo autonomia di gestione e reclutamento. Per superare il cedimento strutturale dei sistemi regionali, la mia soluzione federalista prevede la contrattazione territoriale, cioè la libertà per le Regioni di ridefinire gli stipendi del personale medico per frenare la fuga verso il privato o l'estero. Chiedo flessibilità formativa: gestione locale dei posti nelle scuole di specializzazione medica in base al fabbisogno epidemiologico del territorio. Ritengo necessaria l'integrazione sociosanitaria, con il trasferimento dei fondi statali per la non-autosufficienza direttamente ai distretti comunali per azzerare la burocrazia.
Riguardo la sicurezza urbana ritengo necessaria la creazione di una Polizia Locale Regionale. Il contrasto alla microcriminalità richiede il passaggio da un modello centralizzato a uno di prossimità, attraverso la trasformazione della Polizia Locale in una vera forza di sicurezza regionale con pieni poteri giudiziari e di controllo del territorio. Questo richiede risorse vincolate attraverso la trattenuta diretta di una quota delle tassazioni locali per finanziare sistemi di videosorveglianza e presidi fissi nei quartieri degradati. Occorre inoltre rimodulare la funzione del Prefetto, o meglio sostituirla attraverso una figura che tratti e risponda direttamente ai presidenti di Regione per i piani di sicurezza pubblica urbana e che sia in grado di colloquiare anche con Sindaci e vertici della sicurezza locale.
Riguardo il contrasto al carovita ritengo fondamentali gabbie salariali ed equità. Per proteggere il potere d'acquisto dell'elettore e rispondere alla transizione economica occorre una fiscalità differenziata. Parlo di detrazione delle spese vive (affitti, trasporti) dalle tasse regionali in base al reale costo della vita locale. Parlo, infine, della trattenuta delle tasse sul territorio, affinché la ricchezza prodotta dai cittadini resti dove viene generata per finanziare direttamente i servizi locali.
Ritengo fondamentali dei salari minimi territoriali, tradotto, la  possibilità di concordare contratti collettivi regionali integrativi per adeguatezza al carovita del Settentrione.
E poi quello che non è solo un parametro del federalismo 3.0, ma ciò che ci contraddistingue dall'inizio, l'ascolto della gente, delle necessità e dei problemi, perché la risposta politica non può nascere che dall'ascolto.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como






 

mercoledì 27 maggio 2026

L'anno del Samurai: disciplina e resilienza per il futuro del Nord



Poco più di un anno fa scrivevo questo articolo dove elencavo la mia storia politica ed i motivi per cui ho scelto Patto per il Nord, diventando in seguito Segretario Provinciale per Como.

Le intenzioni del movimento sono quelle che hanno sempre caratterizzato la mia storia politica, che non mi ha mai visto iscritto alla Lega, ma che ne ricalca le intenzioni originali.

- Parliamo della politica intesa come servizio e non professione, attraverso il taglio e l'adeguamento degli stipendi parlamentari alla media ISTAT dei salari

- Parliamo di introdurre lo strumento dei referendum consultivi per tutti i livelli istituzionali e che siano vincolanti per le amministrazioni pubbliche locali, regionali e federali.

- Parliamo di una forma costituzionale in senso federale per l'autogoverno

- Parliamo dello smantellamento e  della soppressione delle agenzie fiscali a cominciare dall'agenzia delle entrate, delegandone le funzioni ai singoli comuni

- Parliamo di uno stato federale snello che pensi alla politica estera e alla difesa e lasci la possibilità ai privati ​​e alle comunità locali di occuparsi di tutti i servizi.

- Parliamo di garantire alle imprese maggiore libertà: meno burocrazia e più concorrenza che genera efficienza.

Ho messo a disposizione di Patto per il Nord le mie competenze, le mie idee e la mia onestà intellettuale, nell'intesa anche di convincere pure voi, attraverso la mia faccia, a seguire il nostro credo, la nostra serietà e il nostro amore per il territorio.

Oggi, a meno di 6 mesi dal Congresso fondativo del nostro movimento politico, in queste elezioni amministrative siamo stati in grado di presentarci in tutti i capoluoghi di provincia in Lombardia e in decine di comuni in tutto il Nord, da soli col nostro simbolo, in coalizione o all'interno di liste civiche. E' un inizio promettente: a Lecco e Mantova abbiamo sfiorato il 2 per cento, a Comacchio col 5,6 abbiamo superato anche la 'Salvini Premier' e col 'Patto per Legnano' siamo andati oltre il 10 per cento. 

Tutto questo è la dimostrazione di un lavoro diffuso che certifica un già forte radicamento in tante realtà territoriali. Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturato, non di opinione, non fosse altro che per il fatto che molta opinione pubblica neppure ci conosce dal momento che abbiamo risorse limitate e nessuna visibilità sulle televisioni nazionali. Il Nord è tornato, nonostante il veto di Salvini su di noi che ha finito col penalizzare proprio il centrodestra. 

Infine, seppure in un piccolo comune, Quinzano d'Oglio, nel Bresciano, abbiamo eletto il nostro primo Sindaco.

Metaforicamente parlando, quello che ci attende è "l'anno del Samurai".

Adotteremo una mentalità di estrema disciplina, dedizione, resilienza e concentrazione, ispirandoci ai valori storici dei guerrieri giapponesi, ma anche a quella dei "Fratelli Padani".

Affronteremo  le sfide con freddezza, senza farci sopraffare dagli eventi, votati al nostro codice etico agendo con totale dedizione.

Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturale e consapevole, espressione diretta della gente che lavora e produce.

Questi primi risultati sono solo la fondamenta di un progetto molto più grande. 

Non ci fermeremo ai numeri di oggi: siamo la risposta concreta alla vecchia politica. È tempo di rimboccarsi le maniche per liberare le nostre imprese dalla burocrazia e dare vero autogoverno alle nostre comunità. 

Salite a bordo di questo cammino di serietà e amore per la nostra terra. 

Il viaggio è appena iniziato!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como



 

venerdì 1 maggio 2026

Rottamazioni infinite: lo Stato che scommette (e perde) sulle tasse evase


Parliamo di credibilità da parte delle Istituzioni.
Prendiamo spunto innanzitutto da un tema in corso, la rottamazione delle cartelle esattoriali.
La situazione è paradossale, lo Stato si inventa periodicamente tasse e balzelli che non è in grado di incassare.
E allora che fa? Si inventa una procedura che si perpetua negli anni nella speranza di recuperare una parte delle tasse evase.
Nelle prime edizioni, la simpatica trovata ebbe qualche successo, ma recentemente e progressivamente è stata snobbata dai debitori, vuoi perché qualcuno non ha veramente la capacità economica per pagare, ma soprattutto perché ormai l'evasore seriale ha capito di dover temere poco dagli enti creditori.
Nel dettaglio le quattro precedenti edizioni della rottamazione hanno portato complessivamente nelle casse dello Stato 28,9 miliardi di euro a fronte di un gettito previsto di 111,2 miliardi.
Per la rottamazione attuale, le stime basate sulle relazioni tecniche indicano un incasso previsto per lo Stato di circa 9 miliardi di euro distribuiti nell'arco di 9 anni, ma allo stato attuale delle cose si stima un tasso di adesione del 3,3% rispetto al totale dei carichi affidati.
Lo Stato non fa paura, secondo i dati della Corte di Conti del resto emerge che venga controllato il 4% dei contribuenti, l'Agenzia delle Entrate riesce ad incassare non più del 17% dell'evasione accertata.
Ecco diciamo che nell'insieme delle cose il rischio di essere punito per un evasore sarà si e no dell'1%.
Diventa ovvio che l'evasore seriale non abbia alcun timore davanti a questi dati e davanti a questo presunto metodo di recupero credito.
Lo Stato potrebbe verificare i suoi conti in banca ma non lo fa, potrebbe verificare la congruità del tenore di vita di molte famiglie, perché non si parla solo di partite IVA per l'evasione, ma non lo fa.
Lo Stato si limita a incassare il sicuro e a scommettere, come fosse il "Gratta e Vinci", sul presunto evaso, presunto visto che non riesce a verificare i redditi.
A versare almeno un euro di Irpef in Italia sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara. 
Su questi numeri, oltre al controllo del "nero" ci si dovrebbe concentrare, ma è evidentemente più semplice calcare la mano sul sicuro, cioè sulle buste paga e sulle dichiarazioni dei piccoli e medi imprenditori.
Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13%.
Entrando molto meno nel dettaglio altri fattori minano la credibilità della Stato, pensiamo al sistema giudiziario ed a quello sanitario dei quali abbiamo scritto già in altre occasioni.
Ma anche alla burocrazia ed al debito pubblico, alla scarsa meritocrazia ed alla corruzione.
E allora che fare?
Beh, lo Stato siamo noi, non la partitocrazia ed il proprio apparato ancorato alle persone.
Patto per il Nord è nato anche per costruire una nuova classe politica, che si occupi del presente e del futuro, del territorio locale si, ma anche della nazione intera.
Unisciti a noi e costruiamo insieme, da capo, la credibilità delle Istituzioni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

giovedì 19 marzo 2026

NEL TUO NOME, AVANTI TUTTA!!!!!

 


Non ho mai avuto la tessera della Lega, ma vi assicuro di essere il più leghista tra i "leghisti".

Ti saluto Umberto, tu non lo sai, ma io volevo invitarti al mio matrimonio, ma tu il giorno prima celebravi la "Dichiarazione di Indipendenza della Padania" e non ho osato disturbarti.

Tu sei stato il vero motivo che mi ha spinto e mi spinge oggi a fare politica.

Tu sei l'unico che ha portato l'idea di un innovazione sullo scenario politico nazionale.

Tu, da oggi, sappi che nel tuo ricordo, nel tuo onore, nella tua grandezza mi impegnerò ancora di più per portare avanti l'idea federalista.

Meriti che il sogno si coroni, meriti che il Nord abbia dignità.

Ma noi, Lumbard, siamo generosi, a volte senza saperlo e il nostro impegno porterà benessere a tutta la Nazione, perché la burocrazia, la negligenza, le mafie e il malcostume si cancellano soltanto attraverso il federalismo.

Riposa in pace Umberto, il tuo sogno verrà realizzato da Paolo, me e tutti i "ragazzi" di Patto per il Nord e grazie ancora per essere stato il mio maestro politico.


Giorgio Bargna

Segretario Provinciale

Patto per il Nord


sabato 14 marzo 2026

ASTENSIONISMO VS PARTECIPAZIONE ( Vieni a fare politica con noi)


Oggi trattiamo il tema dell'astensionismo, identificabile sia come fenomeno sociologico che come "piaga sociale".

Intanto proviamo ad analizzare i motivi che hanno portato a questa situazione.

Esistono tre vocaboli che messi insieme definiscono un concetto: democrazia liberale rappresentativa.

Oggi la democrazia (in senso stretto il potere del popolo) finisce con lo sfumare nel dominio di poteri quali ad esempio finanza, economia, tecnostruttura, organizzazioni transnazionali, di conseguenza quel che resta della volontà popolare viene sequestrata da cricche partitiche e oligarchie burocratiche.

Se c'è stato un tempo in cui liberale era un aggettivo che riportava alle libertà, oggi questo attributo si è andato a trasformare nella legittimazione della privatizzazione del mondo e dell’esclusione di qualunque limite economico, morale, comportamentale. 

Quanto descritto purtroppo si unisce, in sinergia, alle trappole normative, agli sbarramenti da superare per ottenere almeno un diritto di tribuna nei parlamenti, alle innumerevoli difficoltà pratiche frapposte alla partecipazione al dibattito pubblico. 

Tutto questo ovviamente porta allo scollamento tra cittadino e politica, tra cittadino ed amministrazione, considerato che ci troviamo a confrontarci anziché che con la democrazia con la plutocrazia, dominio del denaro, oligarchia dei potenti.

Questo è quello che il cittadino legge, che l'elettore percepisce, che di conseguenza alimenta sfiducia ed astensionismo.

Negli ultimi anni, il Covid è stato un esempio concreto, le democrazie liberali che vivono un paradosso crescente, si presentano come garanti delle libertà civili, ma moltiplicano i meccanismi normativi che limitano, controllano e regolano il comportamento individuale e collettivo. Le misure liberticide non vengono mai presentate per quello che sono (restrizioni, obblighi, divieti), sistematicamente giustificate in nome di principi postulati come superiori: salute, sicurezza, lotta all’odio, solidarietà, tutela dell’ambiente, eccetera. Il sistema si dice neutrale in termini valoriali e assiologici, ma legittima sé stesso in termini di virtù: uno stato etico di nuovo conio. Il procedimento mille volte replicato funziona, così si introduce una restrizione (divieto, tassa, obbligo, sorveglianza). Questa viene giustificata da un valore morale presentato come ovvio, auto evidente: salvare vite umane, proteggere i bambini, difendere il pianeta, accogliere i rifugiati. 

Pian piano si sono presi questi poteri, senza ostruzione di parte alcuna ed un pensiero ripetuto più volte diventa verità assodata, supinamente accettata.

Lasciare, consapevolmente o meno, si creasse un immigrazione incontrollata, sfociante in un aumento della criminalità ha aperto la strada ad altri limiti della libertà.

E' aumentato l’apparato di sicurezza. Telecamere, droni, tecnologie di riconoscimento biometrico incombono, nel nome della sicurezza regolamentano, burocratizzano, rendono illegittime le condotte più ordinarie. 

Sconfortante vero?

Ma c'è chi ancora vuole dare voce al cittadino.

C'è ancora chi vuole mettere al centro il cittadino.

C'è ancora chi vuole costruire una nuova classe politica formata da cittadini.

Questa speranza, che divampa, si chiama "Patto per il Nord".

A te astensionista non chiediamo solo il voto, noi ti invitiamo a collaborare, ti invitiamo a portare sui nostri social ed ai nostri gazebo, le tue istanze, le tue idee, il tuo contributo sotto ogni forma.

Tradotto, costruiamo insieme il nostro futuro.

Noi ci siamo.

Ghe semm, e vorum fal insema a te!!!!

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

domenica 22 febbraio 2026

Nunch a semm chì cun ti

 


Prendo spunto da un pensiero che il Carnevale ha ispirato a Marcello Veneziani.
Chiedendosi che reazione, sentimento, percezione, abbia, in questo momento, un cittadino riguardo chi ricopre incarichi pubblici, la risposta è unica.
La gente, più o meno consciamente, capisce di stare assistendo ad una recita, ad una simulazione, fatta di atti come al teatro, di un gergo come in un clan, di pose come al cinema.
Ci dice Veneziani: "Ciascuno recita una parte, dice le cose prevedibili e scontate conformi al suo ruolo, mai sorprende dicendo qualcosa di diverso dal cliché e dalla maschera che indossa. E il Carnevale che ora sopraggiunge è il momento adatto per denunciare questo teatrino permanente di maschere".
Ormai la verità è un dettaglio futile, la storia, gli ideali, il concetto vengono falsati, gli attori della commedia recitano imperterriti la loro parte, si dicono certe cose e se ne omettono delle altre perché così conviene. 
Ormai assuefatti dal ruolo, recitano tutti, i leaders politici e la loro manovalanza, gli opinionisti e i "giornalari", financo prelati e chi dovrebbe mantenere un integrità mentale per lavoro e moralità.
Ci dice Veneziani: "Chiunque salga su un palcoscenico, cioè chiunque parli oltre l’ambito strettamente privato, deve assumere una postura, una movenza, un linguaggio che non corrispondono a ciò che realmente è, pensa o vuole, ma a ciò che è richiesto in quel momento nella sua posizione". 
Ormai più nessuno tra loro esprime la propria idea, la propria opinione, il proprio credo, stanno semplicemente attenti a non urtare le suscettibilità protette, a non toccare qualche punto delicato, a non rischiare che venga strappato il contratto teatrale.
Ci dice Veneziani: "Una tesi sposata ieri viene capovolta oggi perché ora la sostiene il tuo avversario, in una spregiudicata guerra di posizioni. L’identità, l’eredità e la propria storia vengono velocemente accantonate, abiurate o capovolte, perché è più utile così". 
Davanti ai temi del momento giustizia e separazioni delle carriere,  fascismo e antisemitismo, alleanze e tensioni internazionali, sicurezza e famiglia un giorno ci mostrano il viso l'altro il deretano. 
Ci dice Veneziani: " Non c’è dichiarazione politica che abbia qualche attinenza con l’identità, la verità storica e l’autenticità delle passioni e delle convinzioni; tutto è ridotto a tattica e risultati, necessità di compiacere anche a costo di nascondere e perseguire finalità pratiche".
Ci dicono che questo teatrino sia gratis, in realtà ogni giorno, in ogni azione quotidiana ne paghiamo il prezzo, inoltre ormai sono conclamate la diffidenza diffusa e la sfiducia generale. 
Come ci racconta Veneziani la conseguenza di tutto ciò si tramuta nell’astensione dal voto, nella disaffezione verso le istituzioni, nel crollo di credibilità delle classi dirigenti, politici, governanti, magistrati, vescovi, comunicatori.
Lui chiede agli attori di chiudere il sipario per evitare la diserzione totale, io vi dico che c'è gente che non recita, onesta, desiderosa di rimettere in piedi il mondo, con onestà si, ma anche con l'orgoglio del proprio territorio e delle proprie identità.
Patto per il Nord non recita nel teatrino, il Patto opera nelle piazze, nei mercati, in ogni luogo dove c'è la gente, parlando, ascoltando, sorridendo, perché un futuro ancora c'è e lo vogliamo costruire insieme a te.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


sabato 7 febbraio 2026

VIENI A FARE POLITICA CON ME

 


Facciamo un tour su politica e politici.
Facciamo un quadro della situazione.
Cerchiamo di capire come gli italiani attraverso i loro occhi identificano politica e politici.
Cerchiamo di capire l'utilità e la bellezza del fare politica.

Possiamo facilmente imbatterci in un pensiero comune, molte persone escludono la politica perché sembra disordinata o estenuante. 
Potremmo anche essere d'accordo su un disordine attuale e sulla fatica che la politica può portare, sia per chi la deve seguire, in un mondo che corre, sia per chi la esercita.
Ma va raccomandato che quasi tutto ciò con cui abbiamo a che fare quotidianamente si ricollega a decisioni politiche: sanità, salari, alloggi, istruzione, trasporti e persino prezzi dei prodotti alimentari.

Spesso la maggior parte delle persone sottovaluta quanto profondamente la politica influenzi le loro vite, scegliendo di non preoccuparsene, un errore che porta a subire supinamente le scelte di chi governa, o fa opposizione, a volte onestamente, altre meno.
 
La stragrande maggioranza delle persone rimane schifata, delusa, dall' inciviltà e dai toni da bar usati dai leader.
Quanto succede nelle piazze, con gruppi organizzati di manifestanti che porgono la sponda a facinorosi non aiuta.
In un mondo ormai basato essenzialmente sui media, più o meno social che siano,  la politica urlata e/o violenta diventa lo strumento più idoneo ad alimentare discorsi d’odio e di inciviltà. 

Su questo livello, ve lo assicuro, non troverete mai schierato "Patto per il Nord".
Non saremo mai votati ad un linguaggio politico alla ricerca permanente degli effetti speciali, dell’audience a tutti i costi, della battuta spesso greve e squalificante. 
Certo, anche noi proporremo delle critiche, è inevitabile, saranno a volte molto taglienti si, ma quanto costruttive.
Siamo più votati al confronto sui temi, semplificando al massimo, laddove è possibile, con argomentazioni facili da comprendere. 

Per quanto gli italiani, al Nord, quanto al Sud, rifiutino  soluzioni autoritarie la politica viene vista spesso come un affare, o una "casta" di privilegiati, con una forte tendenza alla critica e al livore.
L'interesse è in calo, con una partecipazione inferiore tra chi è più svantaggiato nel mercato del lavoro e tra i giovani che, a ragione o torto, chiedono un maggiore ascolto dei loro bisogni e un focus reale su ambiente e futuro.
Con l'assenza totale di chi ha visto traditi i propri valori fondamentali.

Per quanto gli italiani non cerchino scorciatoie autoritarie, confermando la volontà di mantenere il sistema democratico, la critica popolare è potente, se gli dovessimo affidare un inno potrebbero recitare: "cambia l'orchestra, ma la musica è la stessa". 
Fortunatamente, più al Nord, ma in tutta Italia, il volontariato è nel DNA, parliamo di "un'antipolitica" attiva che contesta le strutture e le procedure, preferendo un "fare" pratico e veloce.
A questo ci votiamo, alla politica costruita dal basso, alle idee proposte dai cittadini, alla responsabilità del "buon padre di famiglia".

Purtroppo l'atomizzazione in corso da qualche decennio ha allontanato le persone, soprattutto i giovani, dalle sezioni di partito e dalle associazioni in generale.
Chi non ha mai vissuto la politica attiva riesce a vedere quale politico solamente il leader che appare in TV, non conosce un mondo fatto di sezioni territoriali, di confronti politici, di sudore, di brave persone che ci mettono faccia e chiappe per il territorio.
Chi non ha mai vissuto la politica attiva non riesce nemmeno a immaginare che ci sono persone che la notte o all'alba portano i santini nelle loro cassette postali, che attacchinano manifesti; non riesce a immaginare che esistono persone che dopo lunghe ore di lavoro si incontrano in sezione per il bene comune o che vanno a friggere le patatine alla festa di sezione.
Non riescono a immaginare che a volte, dopo il sudore e la fatica, capiti arrivino anche le minacce.

Detto così fare politica sembra un safari, invece signori è innanzitutto una palestra di vita, poi il miglior "social network" possibile.
Guardiamo i lati positivi.

Si conoscono persone.
Ci si interfaccia, si discute, si impara ad esporre le proprie idee ed ad ascoltare le altrui e farne tesoro.
Si lavora a stretto gomito durante le feste, durante gli eventi, le campagne elettorali, creando uno spirito di gruppo che ti manda a casa, stanco  si, ma soddisfatto.
Si apprezzano l'onore e l'orgoglio.
Si crea una rete sociale che ti porta magari a proporti su altri progetti di volontariato.
Ci si sente soddisfatti di quanto creato; personalmente sarò sempre orgoglioso di aver modificato lo statuto comunale della mia città inserendo strumenti di democrazia diretta e partecipata.
Il "bello" di fare politica risiede nella capacità di trasformare l'impegno individuale in un impatto collettivo concreto, nonostante le fatiche.
Fare politica significa, nella sua essenza più nobile, prendersi cura delle persone e dei luoghi in cui viviamo. 
È un atto di servizio volto al pieno sviluppo della persona e delle comunità.

ECCO, PER QUESTO TI INVITO A FARE POLITICA CON ME, CON NOI, CON IL CUORE E COL SORRISO!!!!

Giorgio Bargna
Segretario Provinciale
Patto il Nord
Como





martedì 3 febbraio 2026

FEDERALISMO PRAGMATICO

 



Abbiamo parlato su queste pagine spesso e volentieri di federalismo, sotto varie forme, tutte classiche.

Oggi il buon Mario Draghi ci offre la sponda per parlare di un federalismo meno geografico e più utile alla comunità, il federalismo pragmatico.

Se chiediamo all' intelligenza artificiale cos'è essa ci risponde che il federalismo pragmatico è un approccio che privilegia l'integrazione basata su necessità concrete e obiettivi comuni, anziché su visioni ideologiche o riforme istituzionali globali. 

A grandi livelli come esempi possiamo portare l'euro o gli accordi degli anni cinquanta su carbone e acciaio.

Noi vogliamo decisamente più bassi ma non per questo meno pragmatici.

Noi vogliamo immaginare il federalismo pragmatico come trait d'union tra un movimento politico costruttivo che nasce dal basso, qual è Patto per il Nord, e i cittadini, il tessuto sociale, le associazioni, i comitati spontanei e, perché no, le liste civiche pure, non contaminate dalla politica "tradizionale".

Il tutto per portare benessere sui territori, per rendere la vita di tutti noi più sostenibile, per creare una vita quotidiana molto meno affannata ed un futuro sereno per i nostri figli e nipoti.

Noi siamo disponibili ad ogni genere di confronto e collaborazione con ogni tipo di "attore" citato, ora tocca a voi darci fiducia, capire che noi non siamo il solito partito che punta ai soldi ed al potere.

Tra noi non esiste un parassita, tutti abbiamo un lavoro e dedichiamo il nostro tempo libero a questo progetto di benessere collettivo.

Dateci fiducia ed insieme portiamo in essere il vero federalismo pragmatico.

Giorgio Bargna 

Patto per il Nord 

Como 


domenica 1 febbraio 2026

CONTRATTI COLLETTIVI E STIPENDI

 




 E' di questi giorni il dibattito aperto sulla norma "Salva-Imprenditori"

1 - Vediamo di cosa si tratta
2 - Vediamo cos'è un contratto di lavoro collettivo
3 - Vediamo alcuni "difetti di forma"
4 -  Parliamo di stipendi
5 - Parliamo di "sopravvivenza" 

Nel dibattito politico attuale  il termine detto "Salva-Imprenditori" è associato a una disposizione inserita nel Decreto PNRR. 
Questa norma mira a tutelare gli imprenditori nei casi in cui un giudice accerti che i salari pagati siano inferiori alla soglia di dignità prevista dalla Costituzione (Art. 36). 
Di fatto impedisce che, in caso di condanna per sottosalario, l'imprenditore debba corrispondere tutti gli arretrati maturati negli anni passati, limitando l'obbligo di adeguamento salariale solo per il futuro.
I sindacati definiscono questa misura un "attacco ai diritti dei lavoratori", sostenendo che possa incentivare il dumping salariale e indebolire la contrattazione collettiva. 

Il Contratto Collettivo di Lavoro è un accordo stipulato tra organizzazioni di datori di lavoro e sindacati dei lavoratori, che stabilisce le condizioni economiche e normative minime (salario, orario, ferie, malattia) per i rapporti di lavoro in uno specifico settore (es. Commercio, Metalmeccanico, Pubblico Impiego). Definisce regole uniformi per tutti i lavoratori di quella categoria, includendo aspetti normativi (orario, ferie) e obbligatori (relazioni tra le parti).  
Viene stipulato tra associazioni datoriali (es. Confindustria) e sindacati (es. CGIL, CISL, UIL), con l'ARAN per il pubblico impiego.
Stabilisce condizioni uniformi e obbligatorie, fungendo da base per i contratti individuali, e disciplina le relazioni industriali. Solitamente ha una durata limitata (spesso 3-4 anni), con parti normative e retributive con scadenze diverse. Si colloca sotto la Costituzione e le leggi speciali, ma sopra il contratto individuale di lavoro.

Esistono però anche dei CCNL stretti con piccoli sindacati o sigle minori.
Si tratta di un contratto collettivo nazionale che, pur rispettando i requisiti formali, spesso presenta tutele inferiori rispetto a quelli sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. In Italia esiste una "giungla" di contratti, talvolta definiti "pirata", che possono portare a una minore tutela normativa ed economica. 

Si tratta sostanzialmente di "Contratti Pirata".
Spesso tali accordi sono stipulati per offrire condizioni economiche o normative al ribasso, meno onerose per le aziende, a scapito dei diritti dei lavoratori. 
Le aziende non iscritte ad associazioni datoriali hanno libertà di scelta, ma possono optare per questi contratti per ridurre i costi.
I sindacati che non firmano i contratti principali (a causa della scarsa rappresentatività) possono comunque stipularne di propri, ma la validità e la forza contrattuale sono ridotte, ed esclude tali sindacati da trattative di secondo livello.
E' chiaro che questo genere di contrattazione favorisce imprenditori piuttosto "spediti" che resteranno tutelati dalla norma in questione.
E' altrettanto chiaro che i dipendenti sottoposti a questi contratti ci perdono sia economicamente che sotto l'aspetto della sicurezza sul lavoro.

A proposito di soldi, parliamo un po' di stipendi.
In generale, gli stipendi in Italia non sono considerati adeguati al costo della vita e sono tra i più bassi dell'OCSE, con una sostanziale stagnazione negli ultimi 30 anni, contrariamente al trend europeo. 
Il potere d'acquisto è in calo, con salari reali ridotti dell'8,8% rispetto al 2021, una vasta maggioranza dei lavoratori (78%) è insoddisfatta delle proprie retribuzioni. 
L'Italia è al 22° posto su 34 Paesi OCSE per salari medi annui. Nel periodo 1990-2020, è l'unico Paese europeo in cui i salari sono diminuiti (-2,9%), mentre altrove crescevano. L'aumento del costo della vita ha eroso il valore reale delle retribuzioni. Anche a fronte di un aumento nominale, il potere d'acquisto effettivo è diminuito, specialmente dopo il 2021.
I fattori strutturali includono la bassa produttività, contratti collettivi spesso non rinnovati e una diffusione di lavori a basso salario e qui torniamo ai "Contratti Pirata" stipulati spesso nelle Regioni Fragili, esiste una forte disparità interna (La Calabria, con Vibo Valentia, presenta percentuali elevate, mentre Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta sono le zone più virtuose. ), con stipendi molto più bassi al Sud (circa 17.898 euro nelle Isole) rispetto al Nord Ovest (28.852 euro) dovuta anche a questo.

Ma attenzioni alle cifre.
Nel 2025, uno stipendio considerato “buono” in Italia si colloca tra i 35.000 € e i 45.000 € lordi annui, diciamo a spanne 2.000 € netti al mese.
2.000 €  al mese (netti) possono essere considerati uno stipendio decente/sufficiente in Italia, ma la sua qualità varia molto: è buono per vivere dignitosamente da soli e risparmiare un po', ma può essere insufficiente per una famiglia o per chi vive in Città e Regioni costose come Milano e Lombardia, dove appena si coprono le spese essenziali e c'è poco per imprevisti o grandi progetti di vita, soprattutto con l'aumento dell'inflazione.

Rientra qui il discorso delle gabbie salariali che abbiamo già toccato qui  e qui quindi non vi tedio anche se vi invito a leggere gli articoli.

La sostanza finale è che non ci si può più affidare ai sindacati (piccoli o grandi che siano) per salvaguardare il portafogli, oggi bisogna votarsi a chi vuole il vero cambiamento, votarsi al Sindacato del Nord, alla nuova Classe Politica del Nord (a cui siete invitati ad aderire).

Patto per il Nord sta lottando per i territori, per una vita dignitosa, per una sanità garantita a tutti, per delle infrastrutture decorose.

Unitevi a noi e rivoltiamo il calzino.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como