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domenica 16 agosto 2026

Niente è gratis: perché dobbiamo smettere di ringraziare lo Stato per i servizi che abbiamo già pagato


Già da tempo volevo dedicare dei minuti al sostituto d'imposta, questo sconosciuto.

Recentemente attraverso i commenti sui miei post mi sono reso conto che la situazione è parecchio confusa, le persone non comprendono esattamente come e cosa pagano di tasse e chi mi parla di estero, addicendo che li alcune tasse sono dedicate e in Italia no si confonde.

Dal "meccanismo tecnico" alla "consapevolezza fiscale": Il sostituto d'imposta crea l'illusione che le tasse le paghi qualcun altro o che il netto sia l'unico vero stipendio. Far vedere quanto "costa" davvero il servizio pubblico al mese attiva il senso di proprietà del cittadino.

  1. Il principio del contraccambio (Patto Fiscale): Le tasse non sono un pizzo, ma il pagamento anticipato di un abbonamento a un pacchetto di servizi (Sanità, Sicurezza, Strade, Scuole, Pensioni). Se l'abbonamento è caro, la qualità non può essere scadente.

Pagarle (tutte) per averle (tutti): perché il Sostituto d'Imposta ci ha resi analfabeti fiscali

Se ogni mese andaste al ristorante, pagaste un conto fisso da 500 euro a testa e vi servissero un piatto freddo e pane raffermo, accettereste la situazione? Probabilmente no. Pretendereste la qualità per cui avete pagato.

Quando si parla di Stato e servizi pubblici, però, accade l'opposto: subiamo passivamente disservizi, liste d'attesa infinite e burocrazia.

La radice di questa rassegnazione risiede in un meccanismo che all'apparenza sembra una comodità, ma che nei fatti ha anestetizzato la nostra consapevolezza: il sostituto d'imposta.

Il grande inganno del "Netto in Busta"

Il sostituto d'imposta (il datore di lavoro o l'INPS) versa le tasse e i contributi al posto nostro prima ancora che il denaro tocchi il nostro conto corrente.

  • Come funziona: Il sostituto calcola l'IRPEF, le addizionali e i contributi, li trattiene dal lordo e versa direttamente al fisco la differenza, consegnandoci il netto.

  • L'effetto psicologico: Il cittadino si abitua a considerare "suo" solo l'importo netto. Non vedendo mai uscire dal proprio conto le centinaia o migliaia di euro che ogni mese finiscono allo Stato, perde la percezione di quanto sta effettivamente sborsando per la macchina pubblica.

Se ogni mese il lavoratore o il pensionato dovesse fare manualmente un bonifico all'Agenzia delle Entrate con un terzo o la metà del proprio guadagno, la pretesa di avere strade senza buche, sanità efficiente e burocrazia rapida diventerebbe immediata e intransigente.

Quanto e come paghiamo la macchina pubblica?

Ognuno di noi, in forme diverse, versa cifre imponenti per finanziare la comunità. Non esistono "servizi gratuiti": ogni prestazione statale è pre-pagata dal nostro lavoro.

1. Lavoratori Dipendenti Trattengono mensilmente fino al 43% di IRPEF (più le addizionali regionali e comunali) e circa il 9% di contributi previdenziali a proprio carico (oltre a quelli versati dal datore di lavoro).

  • Cosa finanziano: L'IRPEF sostiene lo Stato, la difesa, la scuola e la giustizia; l'Addizionale Regionale copre la Sanità; quella Comunale gestisce i servizi locali (asili, strade, illuminazione).

2. Pensionati Le pensioni non sono regali: sono redditi da lavoro differito assoggettati alle stesse aliquote IRPEF dei lavoratori (fino al 43%, eccezione fatta per la No Tax Area fino a 8.500 €). Il pensionato continua a finanziare la sanità e i servizi locali esattamente come quando lavorava.

3. Partite IVA e Autonomi Che siano in Regime Forfettario (imposta sostitutiva al 5% o 15%) o in Regime Ordinario (IRPEF a scaglioni), i lavoratori autonomi finanziano la sanità e la spesa pubblica tramite le imposte e la fiscalità generale (IVA e IRAP), versando al contempo quote contributive INPS o alle Casse Professionali tra il 24% e il 26%.

Perché dobbiamo pretendere di più

Che si tratti di cure mediche, sicurezza o manutenzione urbana, nessun servizio erogato dallo Stato è una concessione o un favore.

L'accesso al Servizio Sanitario Nazionale, la scuola per i figli o l'illuminazione della strada sotto casa non sono "gratis": sono già stati saldati al momento della trattenuta sul cedolino della pensione, sulla busta paga o nel modello F24 della Partita IVA.

Superare l'analfabetismo fiscale significa iniziare a guardare il proprio stipendio o la propria pensione partendo dal costo lordo. Soltanto riappropriandoci della misura reale di ciò che diamo allo Stato potremo passare da una posizione di passiva rassegnazione a una di attiva pretesa di efficienza e rispetto del cittadino-contribuente.

Il giorno in cui smetteremo di definire "gratuita" la sanità, la scuola o la manutenzione delle nostre città e inizieremo a chiamarli "servizi pre-pagati a caro prezzo", quel giorno cambierà il nostro rapporto con lo Stato. Pretendere efficienza non è una pretesa egoistica: è l'unico modo per far valere il valore del nostro lavoro.

Giorgio Bargna






 

lunedì 27 luglio 2026

Dal disagio all'autonomia: difendiamo il nostro territorio e i diritti dei cittadini

 


Propongo oggi una riflessione sulla reale situazione che vivono i nostri cittadini: una sola parola la descrive ed è DISAGIO.

C’è stato un tempo in cui gli abitanti dei nostri quartieri — dalle periferie ai centri delle grandi e piccole città italiane — credevano sinceramente in un miglioramento concreto della qualità della vita. Si sperava in parchi più sicuri, strade curati, una sanità efficiente e una maggiore fruibilità di servizi, negozi e spazi pubblici.

Oggi, purtroppo, viviamo l'esatto contrario. Il quadro è quello di una cittadinanza oppressa e ferita da continui disservizi. Quel poco che la politica locale garantiva è scomparso: un po' per incapacità, un po' per i tagli continui dello Stato centrale agli Enti Locali. Un regresso che si sente sulla pelle ogni giorno: quando si scopre che una linea d'autobus è stata cancellata o quando un negozio sotto casa abbassa per sempre la saracinesca.

Treni, bus e tram sono sempre meno e costantemente in ritardo. Le strade sono bloccate da cantieri e deviazioni infinite, la sanità pubblica è al collasso — costringendo i cittadini al privato — e i medici di base scarseggiano. Il cittadino si sente inerme, imbrigliato da una burocrazia asfissiante. I parchi, abbandonati all'incuria, diventano terra di nessuno, inaccessibili ad anziani, mamme e bambini. Dopo il calare del sole, le piazze si trasformano in teatro di degrado e criminalità, rendendo persino una passeggiata serale un rischio reale, come leggiamo ogni giorno in cronaca.

Persino le scuole — prima fondamentale palestra di vita — versano in condizioni di vergognosa fatiscenza.

Questo decadimento generalizzato ha un impatto devastante sul piano emotivo: le persone si ammalano, cade la fiducia, crescono la rabbia e lo sconcerto. La politica promette mari e monti ma restituisce il deserto, ignorando la sofferenza di chi fa code infinite per un diritto negato. A "Lorsignori" la voce del popolo non interessa più; passa il messaggio che le priorità siano il riarmo e la guerra, mentre la vita quotidiana dei cittadini viene sacrificata.

Oggi ci accorgiamo, sbigottiti, di non essere più sicuri di nulla, nemmeno di portare una catenina al collo senza temere per la propria incolumità.

È giunto il momento di dire basta. Servono soluzioni concrete, affidate a persone che amano davvero il territorio e che sappiano guidarne il rilancio.


Cerchiamo argomentazioni e soluzioni concrete:

1. Sui tagli della politica e lo "Stato Centrale"

  • Autonomia differenziata e Trattenimento delle risorse.

  • L'argomentazione: «I tagli agli Enti Locali e il degrado che vivete non sono un caso, ma il risultato di un centralismo romano che usa i Comuni del Nord come bancomat. Il Nord produce la maggior parte del PIL e del gettito fiscale nazionale, ma i soldi dei cittadini lombardi, veneti e piemontesi finiscono nel "buco nero" della spesa pubblica centrale anziché tornare sul territorio under forma di autobus, medici e manutenzione delle strade.»

  • La soluzione: Pretendere il trattenimento di almeno il 75% delle tasse sul territorio di produzione (residuo fiscale) per finanziare direttamente i servizi locali senza attendere i "trasferimenti" da Roma.

2. Sanità al collasso e la mancanza di Medici di Base

  • Gestione regionale autonoma e stipendi adeguati.

  • L'argomentazione: «La sanità deve tornare a essere un'eccellenza territoriale. Se i medici di base mancano o vanno nel privato, è perché i tetti nazionali agli stipendi e la burocrazia del Ministero della Salute soffocano i nostri professionisti, che spesso preferiscono andare a lavorare oltreconfine (es. in Svizzera).»

  • La soluzione: Svincolare la sanità dai vincoli di spesa nazionali per pagare di più i medici locali, eliminare i test d'ingresso a numero chiuso imposti da Roma e valorizzare gli ospedali e i presidi di territorio.

3. Sicurezza, degrado nei parchi e criminalità serale

  • Controllo stringente del territorio, Polizia Locale potenziata e stop all'immigrazione clandestina.

  • L'argomentazione: «Se le mamme, i bambini e gli anziani non possono più usare i parchi ed è rischioso portare una catenina al collo, è perché si è tollerata per anni l'assenza di controllo e il degrado diffuso. La sicurezza non è di destra né di sinistra, è il primo dei diritti di un cittadino.»

  • La soluzione:

    1. Dare più poteri e dotazioni alla Polizia Locale (taser, strumenti operativi) trattandola come vera forza di sicurezza territoriale.

    2. Tolleranza zero per il vandalismo e le occupazioni abusive degli spazi pubblici.

    3. Presidio fisso nei quartieri critici e nelle stazioni.

4. Burocrazia, trasporti e "riarmo/guerra"

  • Pragmatismo locale contro le ideologie e la geopolitica d'élite.

  • L'argomentazione: «I cittadini soffrono la burocrazia e la mancanza di treni e bus perché le priorità della politica "di palazzo" sono staccate dalla realtà quotidiana. Si destinano risorse ed energie a dinamiche geopolitiche lontane o a vincoli ideologici (es. direttive europee su mobilità e casa) mentre le ferrovie locali e le strade provinciali cadono a pezzi.»

  • La soluzione: Sburocratizzare a livello regionale/comunale per far ripartire i cantieri utili e reinvestire i fondi pubblici nelle infrastrutture di prossimità (pendolari, mobilità locale, manutenzione ordinaria delle scuole).

In sintesi: che soldi del Nord restino al Nord per garantire sicurezza, sanità e servizi ai nostri cittadini. Meno burocrazia da Roma, più potere alle nostre comunità.


Giorgio Bargna





domenica 26 luglio 2026

Stipendi al palo o carovita fuori controllo? Perché la risposta è entrambe le cose

 


Spesso mi sono chiesto se negli ultimi anni fossero gli stipendi a non adeguarsi al costo della vita o se, al contrario, fosse quest'ultimo a galoppare troppo.

La risposta breve è: entrambe le cose. Ma con dinamiche specifiche che hanno stretto il potere d'acquisto in una vera e propria morsa, specialmente in Italia.

Analizzando i dati del decennio 2016-2026, emerge una combinazione micidiale: stagnazione salariale strutturale da un lato e fiammate inflazionistiche concentrate dall'altro. Quando il costo dei beni essenziali sale rapidamente e le buste paga rimangono rigide, il crollo del potere d'acquisto cessa di essere una mera percezione e diventa un dato di fatto. Il punto, quindi, non è solo l'aumento dei prezzi, ma la totale incapacità del nostro sistema retributivo di reagire con la dovuta reattività.

Stipendi al palo da trent'anni

Se il carovita è un'emergenza recente, la stasi degli stipendi è un male cronico. Non parliamo di un problema dell'ultimo decennio, e nemmeno dei due precedenti: l'Italia detiene il triste primato di un'unica performance negativa nell'area OCSE negli ultimi trent'anni.

Negli ultimi dieci anni, mentre in Germania o Francia i salari nominali crescevano al passo con l'inflazione (o persino al di sopra), in Italia i salari reali sono rimasti al palo o sono addirittura diminuiti. A frenare gli aumenti nei contratti collettivi contribuiscono la cronica scarsa crescita della produttività e la proliferazione di contratti a termine (di cui abbiamo già scritto più volte), part-time involontario e frammentazione contrattuale, che hanno impoverito la media salariale complessiva.

Lo strappo del costo della vita

Sull'altro fronte, il costo della vita non è salito in modo lineare, ma ha subito uno strappo violento a partire dal biennio 2021-2022. Dopo anni di inflazione quasi azzerata (2014-2020), la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e le strozzature nelle catene di approvvigionamento post-pandemia hanno innescato una spinta inflazionistica record. A questo scenario si aggiungono oggi le tensioni militari nel Golfo e le conseguenti ritorsioni sugli stretti navali.

L'impatto si è abbattuto con durezza estrema sui beni di prima necessità e sulla casa:

  • Alimentari e carrello della spesa: Aumenti a doppia cifra accumulati nel giro di un biennio.

  • Energia e bollette: Un colpo diretto e devastante sui bilanci familiari.

  • Casa e mutui: L'impennata dei tassi d'interesse per contenere l'inflazione ha fatto schizzare le rate dei mutui variabili, mentre i canoni di locazione sono esplosi nelle aree urbane.

Oggi, per un operaio, un impiegato o un operatore sanitario, coprire i costi di un affitto o di un mutuo significa spesso impiegare un intero stipendio mensile.

Le contromisure: cosa serve fare subito

Il collasso è alle porte. Per evitarlo non servono palliativi, ma contromisure immediate e strutturali.

1. Adeguamento salariale al costo della vita reale

Occorre superare la logica dei Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) così come li conosciamo, che pretendono di trattare allo stesso modo territori con un costo della vita radicalmente diverso. Serve introdurre gabbie salariali "moderne" o rafforzare la contrattazione di secondo livello, prevedendo indennità territoriali o di residenza per chi lavora al Nord o in aree ad alto costo. Non si tratta di tagliare le retribuzioni altrove, ma di riconoscere un bonus carovita legato agli indici ISTAT locali sui prezzi e sull'abitare.

A questo va affiancata una decisa defiscalizzazione del welfare aziendale, rendendo del tutto esentasse i benefit legati alle spese primarie: buoni pasto, rimborsi utenze, trasporto pubblico e mutui.

2. Autonomia Fiscale e "Trattenuta del Residuo Fiscale"

Per far fronte sia alla stasi degli stipendi sia all'aumento dei costi, la proposta cardine è trattenere la ricchezza prodotta sul territorio:

  • Taglio delle aliquote IRPEF e IRES regionali: Lasciare una quota maggiore di tasse direttamente nei territori in cui vengono generate. Ridurre la pressione fiscale locale sui redditi medio-bassi significa aumentare subito lo stipendio netto in busta paga, senza caricare di ulteriori costi le imprese.

  • Detassazione di straordinari e premi di produttività: Azzerare o ridurre al minimo l'imposta sui premi legati all'efficienza aziendale per stimolare sia la produttività che le retribuzioni.

3. Calmiere sui "Costi Obbligati" e difesa dei Servizi Pubblici

L'inflazione punisce soprattutto chi vive in contesti dove i servizi essenziali sono cari o parzialmente privatizzati. Le risposte devono essere locali e mirate:

  • Sostegno alle tariffe di RSA e Sanità: Interventi diretti di Regioni ed Enti Locali per abbattere le rette delle strutture assistenziali e i ticket sanitari, evitando che le famiglie prosciughino i propri risparmi per curare anziani o fragili.

  • Politiche sull'Abitare: Agevolazioni fiscali per chi affitta a canone concordato a lavoratori residenti (infermieri, insegnanti, giovani coppie), così da frenare la bolla immobiliare.

  • Calmiere dei costi energetici: Spinta decisa sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) a livello comunale e provinciale, per autoprodurre energia e abbassare le bollette di famiglie e piccole imprese.

Diciamolo chiaramente: non stiamo parlando di assistenzialismo generico o di sussidi a pioggia. Parliamo di riallineare le buste paga al costo reale della vita e di attivare una gestione fiscale territoriale capace di finanziare i servizi sociali senza strozzare ulteriormente i cittadini.

Giorgio Bargna


sabato 18 luglio 2026

Il residuo fiscale è legittimo: ce lo dice l'Europa



Devo ammettere che la mia sensibilità è più autonomista che secessionista, pur senza escludere a prescindere la seconda strada. In queste ore, una notizia cruciale arriva dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto l'amnistia spagnola per gli indipendentisti catalani compatibile con il diritto dell'Unione. Si tratta di una pronuncia che stabilisce un principio cardine, capace di andare ben oltre il caso specifico e di toccare da vicino tutte le istanze autonomiste e indipendentiste del continente.

Se non interpreto male, la sentenza europea sancisce due punti fondamentali. Il primo è che la concessione dell’amnistia per la responsabilità contabile (legata alle spese per il referendum) non compromette le finanze europee né lede gli interessi finanziari dell’Unione. Il secondo, ancora più dirompente, è che un'eventuale diminuzione del Reddito Nazionale Lordo (RNL) derivante dalla secessione di una parte del territorio non si pone in contrasto con il diritto europeo.

Senza cedere a facili entusiasmi, dobbiamo ricordare che il dossier catalano è da oltre dieci anni uno dei più delicati della politica comunitaria. Tra referendum, dichiarazioni unilaterali, processi e colpi di spugna normativi, la Spagna ha fatto da laboratorio: ha dimostrato che l’Unione deve gestire al proprio interno pulsioni identitarie profonde, che non possono più essere liquidate come mere questioni di ordine pubblico.

Analizziamo la portata economica e giuridica di questo passaggio. Sostenere che il calo del reddito nazionale a seguito di una separazione non violi il diritto Ue significa sgonfiare un grande spauracchio. Il diritto dell’Unione, infatti, non impone agli Stati membri di mantenere invariato il proprio PIL. Non esiste una norma europea che vieti a una regione di staccarsi sol perché questo ridurrebbe la ricchezza dello Stato centrale. Per anni, nei dibattiti su Catalogna, Scozia e sullo stesso Nord Italia, si è gridato all'incompatibilità della secessione con i trattati Ue per via dei rischi sulla stabilità economica e sul bilancio comunitario. La Corte ha chiarito che il mero calo del reddito non è un parametro di illegittimità europea.

Intendiamoci: l’Unione non ha legittimato le secessioni unilaterali né le incoraggia. Semplicemente, non le vieta con strumenti di diritto comunitario, considerandole fatti interni da gestire secondo le rispettive Costituzioni nazionali.

Ed è qui che il discorso si allarga e tocca un tema a me particolarmente caro: il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto i cittadini e le imprese di un territorio versano allo Stato sotto forma di tasse e quanto ricevono indietro in termini di spesa pubblica e servizi.

Se la secessione – che abbatte il reddito di uno Stato – non contrasta con il diritto Ue, a maggior ragione non può contrastarlo la richiesta di trattenere sul territorio il proprio residuo fiscale. Le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – rivendicano da anni una maggiore autonomia fiscale basandosi sull’articolo 116, terzo comma, della nostra Costituzione. Alla luce del pronunciamento europeo, questa battaglia non può più essere bollata come anti-europea o incompatibile con i vincoli di Bruxelles.

Trattenere risorse sul territorio e gestire direttamente una quota consistente del gettito non lede gli interessi finanziari dell’Unione. Al contrario, l'Europa ci offre oggi lo scudo giuridico per dimostrare che l'autonomia non è un atto di egoismo, ma una scelta di efficienza.


Da questo laboratorio europeo non dobbiamo quindi trarre un incentivo alla frammentazione fine a se stessa, quanto piuttosto la spinta a rifondare il rapporto tra territori e Stati centrali su basi nuove e più mature. La sentenza della Corte UE ci dice che l’architettura comunitaria è abbastanza flessibile da accogliere geometrie istituzionali diverse, purché orientate alla stabilità e alla responsabilità.

La sfida per il Nord Italia non è quella di inseguire strappi unilaterali logoranti, ma di fare dell'autonomia differenziata il motore di una modernizzazione complessiva. Gestire le proprie risorse non significa voltare le spalle all'Europa, ma interpretarne al meglio il principio fondante della sussidiarietà: fare a livello locale ciò che il centro non riesce più a fare con efficienza. Diventare padroni del proprio residuo fiscale si traduce nella possibilità di investire in infrastrutture strategiche, innovazione e welfare a chilometro zero, trasformando il blocco padano in una macro-regione europea iper-competitiva. L'Europa ha aperto una strada giuridica; ora sta alla politica italiana percorrere quella della responsabilità, dimostrando che un territorio più autonomo non indebolisce l'Unione, ma la arricchisce di nuove energie.

Giorgio Bargna 

venerdì 12 giugno 2026

Oltre l'elemosina di Stato: una proposta localista per arginare la fuga verso la Svizzera


Circa una dozzina di giorni fa, durante l'assemblea di Confindustria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiarava di aver già estenso il meccanismo delle ZES (Zone Economiche Speciali) a Marche e Umbria, aggiungendo di voler studiare la possibilità di estendere tale modello a tutto il territorio nazionale.

Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).

Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.


Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.

Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.

Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.

Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".

Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.

1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.

-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.

-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.

-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.

-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.

2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.

-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.

-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.

-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.

-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.

Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"

L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":

Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.

Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.

In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.

Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.

Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:

Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.

La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.

Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.

Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:

1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.

2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.

3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.

4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".

Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

domenica 24 maggio 2026

Portafogli a dieta: il caso Como e la trappola dei rincari



Più o meno un mesetto fa sulle cronache locali si scopriva che una famiglia residente nel comasco nel 2026 sarà costretta a spendere 816 euro in più rispetto all’anno precedente.

Stando all'articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como" una stima che si ricava da un analisi dei dati dell’inflazione colloca Como al primo posto in Italia tra le città che hanno subito,
lo scorso mese di marzo, la maggiore crescita del costo della vita.

Vediamo un attimo cos'è l'inflazione.
Tendenzialmente l'inflazione nasce da un disequilibrio tra la quantità di denaro in circolazione e la disponibilità di beni e servizi. In parole semplici, accade quando c'è "troppa moneta a caccia di troppi pochi beni".
Può succedere che i prezzi salgano perché la scarsità dei prodotti spinge chi compra a offrire di più.
Aumento dei costi di produzione ma anche che le aziende alzino i prezzi per non perdere guadagno se aumentano le spese.
Non succede da molto ma se gli stipendi salgono molto velocemente, le imprese scaricano il costo sui prezzi finali; è molto più attuale che se petrolio o gas costino di più, tutto il resto rincari.
Succede anche un errore macroscopico legato alla partitocrazia, se le Banca Centrale stampa troppo denaro, ogni singola banconota perde valore; succede anche che se la moneta nazionale si indebolisce, comprare prodotti dall'estero costa di più.

Ma anche la burocrazia incide sull'inflazione agendo come un costo di produzione indiretto che le imprese scaricano sui prezzi finali. In Italia, questo fenomeno è particolarmente evidente: il carico burocratico rappresenta una "tassa occulta" stimata in oltre 80 miliardi di euro all'anno, pari a circa il 3-4% del PIL.
La burocrazia alimenta l'inflazione attraverso tre canali principali:
Aumento dei costi operativi: Le imprese spendono tra 45 e 190 giorni lavorativi l'anno solo per adempiere agli obblighi amministrativi. Questo tempo sottratto alla produzione diventa un costo fisso che gonfia il prezzo di beni e servizi.
Barriere all'ingresso: La complessità normativa ostacola la nascita di nuove aziende, riducendo la concorrenza. Con meno competitor, le imprese esistenti hanno più facilità ad aumentare i prezzi senza perdere quote di mercato.
Ritardi negli investimenti: L'inefficienza della Pubblica Amministrazione rallenta l'adozione di nuove tecnologie e la digitalizzazione. Una bassa produttività impedisce di compensare l'aumento dei costi delle materie prime, rendendo i prezzi più sensibili agli shock esterni.

Quindi sebbene l'inflazione sia guidata principalmente da fattori monetari ed energetici, la burocrazia agisce come un moltiplicatore, impedendo ai prezzi di scendere anche quando le cause esterne (come il costo del gas) si attenuano.

Di questi ultimi giorni, se ne è discusso parecchio sui media, la notizia che la Premier Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per richiedere una deroga specifica volta a fronteggiare il caro energia senza compromettere i conti pubblici.
Sostanzialmente l'Italia ha chiesto formalmente all'Unione Europea di escludere le spese energetiche dal calcolo del deficit previsto dal Patto di Stabilità.
In sostanza l'Italia punta a trasformare la crisi energetica in una "clausola di salvaguardia" per mantenere gli investimenti necessari alla crescita senza incorrere in procedure d'infrazione, ma non è esattamente così, tanto è vero che esperti e istituzioni monitorano con attenzione la dinamica del debito italiano, considerato ancora un elemento di fragilità.

Ma vediamo cos'è il Patto di Stabilità e Crescita. 
È l'accordo tra i paesi dell'Unione Europea per garantire finanze pubbliche sane. Nel 2024 sono entrate in vigore nuove regole approvate in via definitiva dal Parlamento Europeo che puntano a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL ed il debito che deve rimanere sotto il 60% del PIL (o ridursi a un ritmo soddisfacente). Gli Stati che non rispettano i parametri possono subire procedure per disavanzo eccessivo.
In sostanza si tratta dell'insieme di regole che applica i vincoli europei ai bilanci di Comuni, Province e Regioni per assicurare che il sistema Paese nel suo complesso rispetti i target di deficit.
In questo periodo il governo ha prorogato il taglio delle accise sui carburanti fino al 6 giugno 2026. L'intervento, varato il 22 maggio 2026, mirerebbe a contrastare i rincari legati alle tensioni internazionali. Il costo per le casse statali non sarà indolore, forse c'era da fare a meno e/o studiare altri tipi di manovra, ma evidentemente ci sono categorie da proteggere arrivando ad investire anche 200-300 milioni di euro  per portare  alla sospensione, rimarco, sospensione, dello sciopero previsto.

Ma questo agire è nell' indole della politica italiana.
Guardiamo ad esempio quanto è costato al contribuente il superbonus.
Il costo totale del Superbonus a carico dello Stato ha superato i 170 miliardi di euro, secondo le stime più recenti di maggio 2026, questa cifra rappresenta un aumento enorme rispetto alle previsioni iniziali, che stimavano un impegno di circa 35-36 miliardi.

Alcuni studi (come quelli del Consiglio Nazionale dei Commercialisti) suggeriscono che una parte della spesa (circa il 47%) rientri nelle casse dello Stato sotto forma di maggiori entrate fiscali generate dai cantieri e dai consumi, ma  altri parlano al massimo del 20%. quello che è sicuro è quanto economicamente ogni italiano ha messo a disposizione di poche e potenti categorie.
Dividendo la spesa stimata di 170 miliardi per la popolazione italiana, il costo teorico si aggira intorno ai 2.800 - 3.000 euro per ogni cittadino (inclusi neonati e anziani).

I dati pubblicati da "La Provincia" non sono solo statistiche: sono uno schiaffo alle famiglie comasche. 816 euro di rincaro annuo sono il frutto avvelenato di un sistema che ci munge come sudditi e ci ignora come cittadini.
Perché Como è la più colpita? La risposta sta nel cortocircuito tra una realtà locale produttiva e un sistema centrale parassitario.
L’inflazione non è un fenomeno meteorologico, ma una scelta politica. La partitocrazia romana ed europea ha inondato il mercato di moneta per finanziare bonus elettorali e spesa pubblica improduttiva. Il risultato? Il valore dei vostri risparmi evapora per mantenere apparati di partito che non producono nulla.
Il testo lo dice chiaramente: la burocrazia ci costa 80 miliardi l’anno. 
Ma chi alimenta questa giungla di timbri e permessi? 
Lo Stato centrale. Ogni modulo in più è un posto di lavoro creato per un burocrate nominato dalla politica, pagato con i soldi sottratti alle imprese di Como. È una "tassa occulta" che finisce direttamente nel prezzo del latte e del pane che comprate.

La soluzione può essere solo  federalista: trattenere le risorse.
Se Como è la città più cara, è perché siamo costretti a subire decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza da chi non conosce le dinamiche del nostro territorio.
Se le tasse restassero sul territorio, potremmo abbattere i costi locali e sostenere il potere d'acquisto delle famiglie senza aspettare i "permessi" di Roma.
Non serve "riformare" la burocrazia, bisogna abbatterla. Meno uffici centrali significa meno costi per le imprese e prezzi più bassi per tutti.
Basta essere il bancomat d’Italia.
È ora di dire basta a un sistema partitocratico che crea inflazione per coprire i propri debiti. Vogliamo che la ricchezza prodotta a Como resti a Como, per difendere le famiglie da un carovita che ha un solo colpevole: lo Stato centralista.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

mercoledì 19 novembre 2025

PRAGMATISMO APPLICATO AD UNA NUOVA IDEA DI REGIONE AUTONOMA


Era ovvio che dopo il Congresso Federale di Patto per il Nord si leggessero molte reazioni sui social.

Reazioni positive e negative scontate, sostenitori e detrattori non possono mai mancare sullo scenario politico, ci mancherebbe. Però mi ha colpito in modo particolare il pensiero di una persona cara a molti amanti dei territori del Nord, Gioann March Pòlli.

Molti di noi hanno letto i Quaderni Padani, altri ne avranno sentito parlare. Roba da autonomisti, non certo da democristiani.

Ci dice Giovanni Marco Polli in sostanza che tra le motivazioni per le quali il "Patto" sostiene il federalismo manca la questione identitaria, da associare a quella socioeconomica.

Va detto che il Gioann non ha tutti i torti, al congresso la questione è stata nominata in parte in alcuni interventi, forse non è stata evidenziata a dovere, ma c'è una motivazione, anche io in molti miei testi ho parlato di tradizione e comunità, un fondamento, ma oggi i tempi richiamano molto di più a una lotta per la sopravvivenza. che alla poesia.

Ringrazio però Polli perché mi ha aperto il cervello ad una riflessione che non sarebbe dovuta sfuggire a chi come me ha fatto parte di un gruppo politico chiamato "Movimento Autonomista Lombardo" che propose e lavorò per la creazione di una nuova Regione a Statuto Speciale.

Io stesso, nei miei pensieri che condivido, mi faccio forviare dall'idea di regione autonoma in base ai confini che lo Stato italiano ha definito, anziché ragionare su regioni tipo quella proposta dal M.A.L. (Lario, Brianza e Valtellina) o su qualcosa di ancora più storico e fondato come potrebbe essere  l'Insubria, che però non è solo storia, ma ancora oggi un territorio aggregato.

L'Insubria parte grossomodo dal Verbano per arrivare ad est fino alla bergamasca, scendendo fino al pavese e salendo ipoteticamente fin dentro il Canton Ticino. Stessa lingua, grammatica uguale per mille accenti. Stessa cultura storica, che deriva dall'artigianato e dall'agricoltura. Oggi stessa sorte dovuta all'industrializzazione e alla globalizzazione, dovuta allo statalismo e alla burocrazia, fatta di difficoltà produttiva e di depredamento da parte delle casse erariali centrali.

Io sono solo una piccola pedina nello scacchiere immenso di "Patto per il Nord", ma nella mia funzione di Segretario Provinciale mi spenderò, non appena il movimento ne avrà la forza, affinché la Segreteria Nazionale Lombarda attivi la procedura preposta per la realizzazione di una Regione Autonoma a Statuto Speciale fondata sui principi qui sopra elencati, storici si, ma soprattutto legati alla situazione attuale visto che oggi occorre molto di più una soluzione pragmatica per migliorare la vita dei cittadini che un romantico legame storico.

Si tratta di un esempio di “Democrazia dal Basso”. Si tratta di un Federalismo che si fonda sul localismo, sull’autonomia, sulla responsabilità e sulla partecipazione popolare; un Federalismo che si fonda sul Municipio e che vuole arrivare lontano. Si tratta di portare avanti dei valori; valori fondati sull’Autonomia, la Responsabilità, sulla Partecipazione, sul Localismo, sulla Sostenibilità.

Ci credo e mi spenderò,
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


lunedì 27 ottobre 2025

IL MODELLO SVIZZERO, UNICA SALVEZZA

 


Sono passati ormai vent'anni dall'inizio delle mie pubblicazioni e dall'inizio della mia attività politica attiva.

Ho scritto di politica, di sociale, di costume, ma nel tempo ho sempre trattato e sponsorizzato due temi: la democrazia diretta e il federalismo, tradotto in parole povere, la Svizzera.

Ho vissuto molte esperienze politiche affini a Patto per il Nord che non si sono concretizzate, tra le tante esperienze un contatto con un Parlamentare svizzero che voleva federare parte della Lombardia alla Confederazione Elvetica, ma mai come oggi ho sentito il risultato vicino.

Ci sono dei compagni di viaggio in questo percorso politico, come Giancarlo Pagliarini, che sono dei luminari in questo, ma cerco comunque di dare il mio contributo nel farvi capire cos'è la Svizzera, cos'è il federalismo perfetto.


In Svizzera vige un sistema politico-amministrativo con poteri ripartiti su tre livelli precisi: la Confederazione, i 26 Cantoni e i Comuni. 

Nel pieno principio della sussidiarietà la Confederazione si occupa solo di competenze quali la politica estera o la difesa, per il resto i Cantoni godono di ampia autonomia, con proprie costituzioni, parlamenti e leggi in settori come istruzione, sanità e polizia.

Fatto salvo che non uno stato centralizzato ma federale, alienati alcuni limiti costituzionali i Cantoni sono "sovrani", muniti della facoltà di redigere la propria Costituzione e di gestire le proprie competenze. 

Fedeli al principio di sussidiarietà le decisioni vengono prese al livello più basso possibile. La Confederazione interviene solo quando i Cantoni non possono o non sono in grado di gestire un compito in modo più efficiente. 

Ai  Cantoni è data possibilità di partecipare al processo decisionale a livello federale, quali ad esempio le modifiche alla Costituzione che devono essere approvate dalla maggioranza del popolo e dei Cantoni. 

Il federalismo fiscale svizzero si basa sulla divisione delle competenze fiscali tra Confederazione, Cantoni e Comuni, ognuno con il proprio livello di autonomia nella tassazione.

La Confederazione può riscuotere solo le imposte espressamente previste dalla Costituzione, limitate e devono essere regolarmente confermate dal popolo tramite votazione. 

I Cantoni sono sovrani in materia fiscale e hanno leggi, imposte e aliquote proprie per le imposte su reddito, sostanza, successioni e altre voci. 

Ai Comuni è concesso riscuotere imposte solo se i Cantoni lo permettono, partecipando molto spesso tramite le loro tassazioni al gettito fiscale cantonale. 

Questo possiamo metterlo, in parte, in linea con la perequazione finanziaria che è uno strumento chiave per ridurre le disparità economiche tra i Cantoni, con i Cantoni più ricchi che contribuiscono al sostegno di quelli più deboli. 

La Svizzera, poi, combina un sistema di democrazia rappresentativa con degli strumenti di democrazia diretta.

In Svizzera diversi strumenti della democrazia diretta possono essere utilizzati per portare il popolo alle urne. La forma più conosciuta è l’iniziativa popolare.

I cittadini possono ricorrere all’iniziativa popolare per sottoporre all’elettorato una modifica della Costituzione federale. Per andare alle urne, devono raccogliere almeno 100’000 firme valide di persone con diritto di voto nell’arco di 18 mesi.

Le iniziative popolari risultano tra l'altro anche uno strumento per iscrivere una determinata questione nell’agenda politica. Il Governo e il Parlamento possono reagire alle iniziative con delle controproposte (controprogetto).

Esistono poi due tipi di referendum.

Quello obbligatorio che rientra nella sfera della democrazia diretta. Se il Governo e il Parlamento svizzeri vogliono modificare la Costituzione o aderire a organizzazioni internazionali deve essere indetto un referendum obbligatorio.

Quello facoltativo, invece, è una votazione popolare indetta da un comitato di cittadini su una legge approvata. Se il Governo e il Parlamento hanno approvato una legge, cittadini e cittadine possono lanciare un referendum contro di essa. Se raccolgono almeno 50’000 firme valide in 100 giorni, il popolo si esprimerà alle urne.

Il sistema giudiziario svizzero è federale, con ampia autonomia dei cantoni, ma con competenze federali per la legislazione e la procedura penale. Il potere giudiziario federale è guidato dal Tribunale federale, il tribunale supremo, supportato da altri tre tribunali federali: il Tribunale penale federale, il Tribunale amministrativo federale e il Tribunale federale dei brevetti. A livello cantonale, l'organizzazione giudiziaria varia, ma in genere include tribunali di prima e seconda istanza, che gestiscono le cause civili, penali e amministrative. 

Il sistema educativo svizzero è caratterizzato da una scuola pubblica forte con radicamento locale e da un’elevata permeabilità tra i diversi percorsi di formazione. La scuola obbligatoria è di competenza dei Cantoni. Nell’ambito della formazione postobbligatoria, la responsabilità è ripartita tra Confederazione e Cantoni che collaborano strettamente. 

Potete rendervi conto da soli che grazie al federalismo fiscale ed al controllo focale dei cittadini non sia possibile in Svizzera riscontrare situazioni vergognose quali possono essere le nostre attese in merito alla sanità oppure i colabrodi che percorriamo in auto.

Esportare in Italia questo modello è tra le priorità maggiori di "Patto per il Nord", si tratta di un sistema giuridico per nulla complicato e molto efficace a cui solo chi è legato a doppio taglio al centralismo può porre un rifiuto.


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


lunedì 18 agosto 2025

Obbiettivi programmatici Patto per il Nord: Lo Stato Federale


L'obbiettivo programmatico per eccellenza di
"Patto per il Nord" è la riforma costituzionale in senso federale, solo grazie a questa è possibile raggiungere la sostenibilità nazionale.

E' possibile ogni cultura locale, ogni forma di economia locale, ogni qualità trasmettibile al resto del Paese.

Il modello più pratico, attuabile, snello ce lo ha donato anni fa Gianfranco Miglio, l'autogoverno del Nord, del Centro e del Sud con l'intesa di superare il vetusto e insostenibile centralismo partitico e assistenzialista, attraverso un moderno Stato Federale, nel rispetto e nella tutela di tutti i popoli che lo costituiscono, indipendentemente dalla loro consistenza numerica, dalla provenienza, dalla loro cultura.

Sostanzialmente una fusione delle regioni con relativo risparmio di soldi pubblici, che consenta però agli Enti Locali, arrivando possibilmente anche ai Comuni, una forte autonomia, anche fiscale, anche nel rispetto delle scelte dei contribuenti cittadini.

Ed a proposito dei Contribuenti ,va ridisegnata la tassazione e la redistribuzione di quanto pagato.

È vero che è complicato, quasi impraticabile, al giorno odierno aprire migliaia di uffici delle entrate locali, ma esistono i codici e quindi quanto versato a livello locale, utilizzando qualsiasi forma di pagamento all' agenzia federale, è facilmente restituibile a tempo zero, consentendo alle Amministrazioni Locali di gestire e far crescere il proprio territorio, partendo dai Comuni per passare attraverso Provincie e Regioni allo Stato Federale.

Sostanzialmente l'esatto contrario di quanto avviene oggi.

Intendiamo uno Stato Federale snello che al suo livello più alto si occupi soltanto di politica estera, difesa e moneta e lasci la possibilità ai privati e alle comunità locali di occuparsi di tutti i servizi, attraverso un "modello svizzero" applicato a Regioni e Provincie autonome ed ai Comuni.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

 

sabato 16 agosto 2025

Obbiettivi programmatici Patto per il Nord: Gabbie salariali

 


Patto per il Nord, tra le altre cose si identifica quale "Difensore del Nord".

Uno degli obbiettivi della nostra forma "difensiva" è il salario basato sul costo della vita dei territori, la contrattazione collettiva non basta come Milano ed altre città hanno ampiamente dimostrato. 

Nel mondo moderno - vedi il “London living wage” - gli stipendi non sono più nazionali ma territoriali.

Non è certo la scoperta dell'acqua calda, in Italia erano già in vigore le "Gabbie Salariali"

Le prime applicazioni risalgono al 1946, ma il sistema fu formalmente in vigore tra il 1954 e il 1969, con cancellazione definitiva nel 1972. 

Si tratta sostanzialmente di sostenere il potere d’acquisto dei dipendenti attraverso la previsione di trattamenti economici accessori collegati al costo della vita dei beni essenziali, così come definito dagli indici Istat, nelle aree territoriali presso cui si svolge l’ attività lavorativa, con particolare riferimento alla distinzione tra aree metropolitane urbane, suburbane, interne e di confine.

Si iniziò a parlarne, anche attraverso Umberto Bossi, nel primo decennio del 2000, se ne riparlò anche in tempi più recenti, ma nulla sembra essersi concretizzato.

A causare la loro cancellazione furono le agitazioni sindacali dell'autunno caldo del 1969 che portarono all'abolizione graduale delle gabbie salariali. 

Questo sistema fu considerato ingiusto e penalizzante per i lavoratori del Sud, che percepivano salari più bassi pur svolgendo mansioni simili a quelli del Nord, senza tenere in considerazione che in alcune zone del Paese la vita ha voci di spesa maggiori in confronto ad altre e spesso anche a costi superiori.

Tra l'altro non è necessario applicare contratti diversi da quelli nazionali, ma è sufficiente introdurre sgravi e agevolazioni in alcune zone dove si rendono necessarie e sottrarne dove non sono necessari.

Oggi abbiamo uno squilibrio sul numero delle famiglie considerate povere, meno al nord che al sud; di primo acchito potrebbe sembrare che le gabbie salariali possano essere un ulteriore capestro, invece noi affermiamo che già il salario attuale penalizza il nord e che il sud soffra perché, in zone meno organizzate a livello strategico sul lavoro, stipendi "troppo adeguati" limitino le possibilità di sviluppo delle aziende locali.

Di conseguenza ci spenderemo molto su questo obbiettivo, fino al raggiungimento.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord


 



lunedì 28 luglio 2025

L'ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA ED IL SOGNO PADANO



Prendiamo in prestito il vecchio concetto "dell'attaccamento alla maglia".

Se ci affidiamo all'intelligenza artificiale essa ci racconterà che "l'attaccamento alla maglia, nel contesto sportivo, si riferisce alla fedeltà e al legame emotivo di un giocatore verso la squadra per cui gioca, spesso espresso attraverso la rinuncia a offerte più vantaggiose da altre squadre per continuare a vestire i colori sociali. Questo termine è spesso associato alle "bandiere", ovvero quei giocatori che diventano simboli di attaccamento alla squadra, rimanendo per molti anni e identificandosi con i suoi colori".

Qualche anno fa, fuori dal calcio, lo stesso concetto veniva applicato alla famiglia, al lavoro, all'associazionismo, alla politica.

Così come nel calcio il concetto di "attaccamento alla maglia" è diventato più complesso, soprattutto ad alti livelli, dove i trasferimenti sono più frequenti e motivati da ragioni economiche e professionali, anche nella società civile l'individualismo, il profitto, la sete di potere, il distacco dalle tradizioni e dal concetto di familiarità hanno portato all'atomizzazione ed al distacco dai valori.

Anche l'azione politica degli ultimi anni ha contribuito a creare la situazione appena descritta, soprattutto al Nord, territorio che si era affidato al sogno padano descritto da Bossi e Miglio, un sogno destinato al benessere della propria terra, delle proprie attività, dei propri figli, dei propri anziani.

Soprattutto negli ultimi chi doveva tutelare questo sogno lo ha svenduto, in realtà lo ha sotterrato.

Oggi per prendersi carico di questo sogno padano proprio Umberto Bossi ha voluto che si costituisse "Patto per il Nord".

E' vero ogni giorno punteremo l'indice sui traditori, ma il nostro obbiettivo non è questo, sarebbe inutile ed improduttivo.

Noi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ci impegneremo a seminare nuovamente questo fertile terreno, ascoltando la nostra gente, prendendola per mano, istituendo le fondamenta del nuovo sogno padano.

La base saranno sicuramente il federalismo e l'autonomia, ma come ci insegnano i cugini elvetici anche una dose di democrazia diretta e soprattutto la fratellanza. Perchè questo è uno dei concetti fondamentali, siamo soprattutto un popolo. 

Un popolo cosa altro non è che "l'attaccamento alla magia" di cui abbiamo scritto all'inizio.

Allora come nel calcio indossiamo una maglia, la nostra sarà verde Padania,

Il nome dello sponsor sul petto? 

Non c'è dubbio alcuno: "Patto per il Nord"!!!

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Per il Nord, Noi!!!!

sabato 5 aprile 2025

L'esempio Elvetico da seguire

 


Se leggiamo l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes, riferito al 2024, che fotografa tra l'altro la misura della fiducia dei cittadini nelle istituzioni scopriamo che, perla rara, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, raccoglie un largo consenso in termini di fiducia espressa dai cittadini nei suoi confronti (60,8%; +8,6% rispetto al 2023).

Il Parlamento si ferma al 33,6% ma i cittadini delusi restano la maggioranza (58%). I cittadini sono divisi sul giudizio nei confronti della Magistratura: il 47% si dice fiducioso contro il 44% degli sfiduciati e sui Presidenti di Regione (apprezzati dal 41,2% e “bocciati” nel 47,4% dei casi).

Quindi passano l'esame solo i Presidenti, anche se quelli di Regione non è che possano ballare il trenino di Capodanno.

Negli Stati Uniti, Paese Federale che anch'esso si affida alla Democrazia Diretta, nel 2023 meno di un terzo della popolazione diceva di avere fiducia nel Congresso, quota che saliva a due terzi quanto a quella riposta nelle istituzioni governative locali.

Andiamo a vedere invece la Confederazione Svizzera, Paese che può ricordare molto il mondo che "Patto per il Nord" vorrebbe, dove i quattro maggiori partiti condividono l’arte del governare, come d’altronde è per lo più avvenuto a partire dal 1959, nella Confederazione la percezione della politica e delle istituzioni è più positiva di quanto si osservi nel contesto internazionale.

In un sondaggio realizzato in Svizzera nel novembre 2023, il 61,9% ha dichiarato di riporre molta o moderata fiducia nel Governo federale. Solo il 23,6% ha indicato poca o scarsa fiducia.

Quali saranno le motivazioni? Il benessere economico? La cultura politica, che fa sì che il Consiglio federale viaggi in treno come le persone comuni? Oppure c’entra la democrazia diretta? O tutti insieme questi ed altri fattori?

Fatto sta che la fiducia crea stabilità, e che la stabilità rende possibile la fiducia. Senza stabilità, non c’è fiducia. Ma in una democrazia stabilità non significa certo che sia impossibile introdurre cambiamenti.

Questo significa però che i meccanismi di funzionamento delle istituzioni politiche devono essere solidi e trasparenti. Fattore essenziale, d’altronde, perché una democrazia possa funzionare.

Laddove c’è fiducia, difficilmente si finisce per votare un partito che punta alla distruzione o al populismo. La fiducia diffusa nella società finisce, di fatto, per generare anche stabilità democratica.

Un altro sondaggio ha di recente mostrato che la maggioranza in Svizzera ritiene che il sistema elvetico, una parziale democrazia diretta, sarebbe il migliore del mondo. La popolazione partecipa al dibattito politico e nel farlo, impara a capire cosa significhi esattamente.

Spesso le votazioni popolari vengono apprezzate soprattutto per un loro peculiare aspetto: quel consentire un dibattito ampio nella popolazione su un determinato argomento, dibattito che poi condurrà a prendere una decisione. Come dire: che bello che ne abbiamo parlato ma ora, che sia la maggioranza a decidere.

Ma potrebbe anche essere proprio il contrario: la minoranza è in condizione di esplicitare il suo malcontento, e l’intero consesso sociale è tenuto a farci i conti. E se la proposta referendaria dovesse anche fallire, in ogni caso il Governo locale tenderà quanto meno a prestare maggiore attenzione a non commettere errori. Perché chi ha un’opinione differente è consapevole del suo diritto, è determinato a farne uso e sa bene che quel diritto è intoccabile.

Certo la formula elvetica è difficile da eguagliare visto il lungo rodaggio, ma non impossibile da imitare.

In Svizzera, il fattore fiducia è probabilmente così forte perché la popolazione è consapevole che la democrazia è una rete, della quale fanno parte a pieno titolo la cittadinanza e il Governo.

Questo significa anche che in Svizzera è diffuso il sentire che politica locale, cantonale e nazionale sono collegate. Chi ha fiducia nelle autorità locali, non è detto che per questo comprenda a pieno il funzionamento del Parlamento o dell’esecutivo federale. Ma è consapevole del fatto che il Governo locale è parte della stessa comunità. Il fattore fiducia alla svizzera è, insomma, un gioco di collaborazione che coinvolge tutti i livelli del vivere insieme.

Prendano esempio gli elettori del Nord Italia, della Padania, anziché eleggere i "cianfurini" che hanno votato finora eleggano i futuri candidati di "Patto per il Nord", gli unici che potranno portare stabilità e fiducia alle nostre amate Terre Padane!!!!

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

Testo ispirato e supportato da questo articolo