Quando vedo e sento le persone cantare, sostanzialmente solo prima delle partite della nazionale, "Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" non posso che sorridere, se non ridere, innanzitutto perché cerco di immaginare questi leoni da tastiera col moschetto in mano e poi perché non riesco proprio ad individuare la corte, c'è si uno stato, ma è sparita la comunità, quindi chi stringe chi?
Ogni volta che leggo un testo di Marcello Veneziani non posso che essere d'accordo con lui, la sua è una visione più ad ampio raggio, io mi limito al bene del mio territorio, ma la questione di fondo è la stessa: non siamo più in grado di essere una comunità e abbiamo, pardon, hanno mortificato, a ogni livello e in ogni campo il senso della comunità.
Solleviamo lo sguardo dalla routine quotidiana per scavare sotto la superficie dei dibattiti politici e sociali. Ci troviamo di fronte a una sfida gigantesca e fondamentale, che supera i confini delle istituzioni per riversarsi nella nostra intimità: nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri e nell'intera Europa. Il vero nodo è che abbiamo smarrito il senso di comunità. Ragioniamo e agiamo esclusivamente come singoli, sganciati da ogni tessuto civile e legame sociale. Siamo diventati isole, individui confinati in una solitudine globale.
Il male più profondo delle società occidentali contemporanee risiede proprio in questa deriva individualista, che lascia tracce profonde in ogni aspetto della nostra esistenza. Il risultato è un isolamento radicale, dove la solitudine diventa la condizione normale della vita. Ci muoviamo nel mondo guidati dall'egoismo e dall'egocentrismo, chiusi in una visione puramente soggettiva dove l'unico orizzonte è il proprio io. È il trionfo del narcisismo: un amore malato per se stessi che rende impossibile aprirsi davvero agli altri. Persino nei rapporti di coppia, nella socialità e nella psicanalisi, il consiglio che rimbalza ovunque come un'ossessione è sempre lo stesso: l'importante è stare bene con se stessi. È il dogma dell'individualismo assoluto. Tutto il resto può andare in pezzi, e ogni legame può essere cancellato senza esitazione, pur di proteggere questo imperativo supremo.
"Sii te stesso" è diventato il vero mantra del nostro tempo, un valore idolatrato fino a trasformarsi in un feticcio. Dietro questo culto, però, si nasconde ancora una volta l'individualismo, nella sua forma più superficiale e vanitosa: il narcisismo. Non c'è spazio per l'amore né per relazioni durature in un mondo in cui il narcisismo è diventato una patologia di massa. Siamo troppo concentrati su noi stessi per prenderci cura di qualcun altro, per accettare il prossimo con i suoi limiti e le sue diversità, o per impegnarci a camminare insieme nel tempo. L'imperativo di "stare bene con se stessi" cancella ogni forma di lealtà, rendendo tutto precario, fluido e reversibile. L'unica cosa che conta davvero è l'Io, e l'unica priorità è il suo comfort emotivo. Con queste premesse, crolla ogni possibilità di fare comunità, di creare legami civili, di appartenere a un progetto politico o di far parte di un gruppo. Persino l'idea stessa di famiglia si dissolve di fronte al primato assoluto del singolo.
Senza il senso di comunità non esiste una vera società, ma solo un freddo contratto commerciale basato sull'utilità del momento. Non ci riconosciamo più come membri dello stesso cammino, ma come semplici utenti o, peggio, come consumatori che si incrociano per caso seguendo le stesse mode del momento. Diventa impossibile pensare in termini di "noi", perché cambiamo continuamente pelle in base ai nostri desideri passeggeri, sostituendo con la stessa facilità il partner, il gestore telefonico o il compagno di un'avventura temporanea. Al tempo stesso, ci troviamo a vivere in una società sempre più blindata, sorvegliata e controllata. Accettiamo limiti e restrizioni che sarebbero impensabili persino nella comunità più rigida, senza però ricevere in cambio quel calore, quel sostegno e quelle motivazioni profonde che solo una vera comunità sa dare.
Per uscire da questa gabbia artificiale, l'unica via di fuga non si trova nell'ennesima astrazione globale, ma nel ritorno alla concretezza della terra e delle nostre radici. Curare la patologia dell'individualismo significa riscoprire l'appartenenza a un territorio, la sacralità dei legami generazionali e l'identità profonda di un popolo che condivide una storia comune. Solo ripartendo dalla dimensione locale — dal paese, dal quartiere, dalle tradizioni vive della nostra terra — possiamo sperare di spezzare l'isolamento. Dobbiamo tornare a riconoscerci custodi del nostro territorio e dei nostri legami originari, per trasformare di nuovo una massa di individui solitari in una comunità autentica, unita dal destino e radicata nei propri valori.
Giorgio Bargna

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