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venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

lunedì 3 agosto 2026

L'ombra del Fentanyl sulla società del dissenso (Tra memoria dell'eroina e nuove dipendenze



Come già accaduto in passato, prendo spunto dalla rassegna stampa di "Arianna Editrice" per approfondire un tema di attualità.

Oggi traggo alcune riflessioni sul Fentanyl a partire da un'intervista curata da Federico Dal Cortivo per L’Adige di Verona a Marilina Veca, giornalista d’inchiesta, laureata in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma e specializzata in Paleografia latina, archivistica e diplomatica presso l’Archivio Apostolico Vaticano.

La cronaca recente ci riporta il furto avvenuto a Roma il 3 luglio 2026: dall'Ospedale Israelitico sono sparite 80 fiale di Fentanyl, la cosiddetta "droga degli zombie". Parliamo di un potente farmaco antidolorifico che rappresenta anche una delle sostanze sintetiche più diffuse e pericolose al mondo.

È del tutto evidente che si tratti di un furto su commissione, finalizzato alla rivendita sul mercato nero del dark web. Eppure, a dispetto della gravità dell'evento e del potenziale impatto sociale della sostanza, la notizia è stata rapidamente riassorbita e archiviata nel giro di due o tre giorni, travolta dal flusso quotidiano di cronaca nera, notizie di guerra e dibattiti televisivi.

Per inquadrare la natura del farmaco, cito le parole della giornalista:

«Il Fentanyl è un oppioide sintetico 80-100 volte più potente della morfina. Gli oppioidi sono una classe di farmaci usati contro il dolore grave. Quelli sintetici non derivano direttamente dal papavero da oppio come quelli naturali (per esempio la morfina o la codeina), ma sono prodotti in laboratorio e progettati per potenziare gli effetti degli oppioidi naturali. In ambito medico il Fentanyl è impiegato da decenni principalmente in anestesia, nella fase post-operatoria e in terapia intensiva, in caso di lesioni traumatiche oppure per contrastare le manifestazioni più importanti di dolore cronico grave, come nei malati oncologici o in altre condizioni che comportano dolore forte e persistente.»

Al di là del danno fisico individuale, l'aspetto che più merita attenzione è la dimensione del danno sociale, la cui natura indotta appare più di una semplice ipotesi.

Riporto un ulteriore passaggio dell'intervista a Marilina Veca, di cui condivido la sostanza:

«Il furto di questi giorni ha sollevato forti preoccupazioni sul rischio di una diffusione di massa di questa droga, richiamando alla memoria storica le dinamiche con cui l’eroina invase l’Italia e l’Europa negli anni ’70. (...) Esiste un riferimento con l’eroina degli anni ’70 e con la sua immissione selvaggia sul mercato che servì a smantellare un enorme movimento di lotta e a distruggere un’intera generazione? Il timore che il Fentanyl possa replicare la devastazione dell’eroina degli anni ’70 è reale e si basa su analogie nella diffusione e nell’impatto sociale. Ci fu allora, come ora, un’invasione improvvisa e violenta del mercato. Negli anni ’70 l’eroina arrivò in Italia quasi da un giorno all’altro, sostituendo le droghe leggere. Il timore attuale è che l’immissione sul mercato nero di scorte rubate di Fentanyl possa saturare rapidamente le piazze di spaccio. All’epoca della diffusione dell’eroina nacquero ipotesi storiche (come la teoria dell’Operazione Blue Moon) secondo cui l’afflusso massiccio di droga pesante tra i giovani è servito a sedare le tensioni politiche e la contestazione sociale agendo sulle fasce più fragili della popolazione colpite da isolamento e disagio. (...) Nell’immissione selvaggia dell’eroina in Italia negli anni ’70, è intervenuta a livello organizzativo la grande rete criminale, ma la decisione di diffondere l’eroina è stata prima di tutto una decisione politica, risultato di una combinazione di fattori criminali, geopolitici e sociali ed è stata programmata come repressione, quanto mai cinica ed efficace, del movimento di lotta. Ovviamente la criminalità organizzata si è appoggiata, per la distribuzione nei quartieri popolari delle grandi città, sulla criminalità locale, creando una rete micidiale per efficacia e volontà di uccidere. (...) L’eroina accelerò il fenomeno storico del riflusso alla fine degli anni ’70, che, insieme alle leggi speciali e alla repressione selvaggia, segnò il traumatico passaggio dall’impegno politico collettivo alla chiusura nel privato. La droga diventò strumento di autodistruzione per migliaia di militanti politici che avevano sognato e lottato per cambiare il mondo, per realizzare l’utopia morale e politica di un mondo migliore.»

Sebbene l'analisi della giornalista si focalizzi principalmente sui movimenti di contestazione della sinistra dell'epoca, la dinamica di fondo ha una portata più generale. I centri di potere ricorrono da sempre a strumenti ben precisi per neutralizzare il dissenso e disinnescare la spinta al cambiamento: il classico divide et impera e le forme di stordimento di massa, che si tratti di narrazioni mediatiche e dinamiche social, di strutture e organizzazioni d'inquadramento o, nel senso più letterale e devastante, di sostanze stupefacenti.

Quindi parliamoci chiaro se la presenza del Fentanyl dovesse consolidarsi sul mercato nero e capillarizzarsi nei contesti urbani, le ricadute non sarebbero soltanto sanitarie, ma profondamente strutturali:

A. Livello Sanitario ed Epidemiologico

Impennata di overdosi fatali: A causa dell'estrema potenza della sostanza (misurabile in microgrammi), il margine tra dose efficace e dose mortale è ridottissimo. L'inconsapevolezza dei consumatori sul taglio della sostanza rischia di causare un'ecatombe silenziosa.

Saturazione del sistema sanitario: I reparti di pronto soccorso e i servizi di tossicodipendenza si troverebbero a fronteggiare una crisi improvvisa per cui l'assistenza tradizionale da oppioidi (es. metadone) potrebbe rivelarsi insufficiente o inadeguata senza protocolli specifici per oppioidi sintetici.

B. Livello Sociale e Territoriale

Degrado e insicurezza nei quartieri urbani: Come documentato nelle città nordamericane colpite dalla Fentanyl crisis, si assisterebbe alla rapida nascita di zone di spaccio a cielo aperto, con un forte aumento della microcriminalità di sussistenza e un progressivo spopolamento/degrado degli spazi pubblici.

Atomizzazione del disagio giovanile: La sostanza agisce come un "isolante emotivo". La conseguenza diretta è l'annullamento della conflittualità sociale organizzata, sostituita da una forma di autodistruzione passiva e individuale.

C. Livello Politico e Culturale

Accettazione del "Riflusso 2.0": Di fronte all'incapacità di incidere sui grandi problemi del presente (precarietà, guerre, crisi economica), la diffusione di una droga a bassissimo costo offre una "scappatoia" nichilista, accelerando il disimpegno civile e la rassegnazione.

Inasprimento emergenziale della sicurezza: L'aumento del degrado fornirà la giustificazione perfetta per politiche meramente repressive e securitarie, che spesso colpiscono l'anello debole (il consumatore o il piccolo spacciatore) senza intaccare le reti di traffico apicali.

Di conseguenza, aldilà delle contromisure mediche occorrerà predisporre degli interventi legali:

 - Sicurezza della Filiera Farmaceutica e Vigilanza

Inasprimento della tracciabilità ospedaliera: Revisione dei protocolli di custodia dei farmaci ad alto impatto nelle strutture sanitarie, per impedire che il canale legale diventi il principale fornitore del dark web.

Monitoraggio del Dark Web e dei flussi finanziari: Aumentare la cooperazione tra intelligence, forze dell'ordine e nuclei cibernetici per intercettare i canali di approvvigionamento e di pagamento decentralizzato (criptovalute).

 - Ricostruzione del Tessuto Comunitario

Presidio del territorio: Favorire l'associazionismo, i centri di aggregazione giovanile e le iniziative di quartiere. La presenza viva delle comunità locali negli spazi pubblici è il miglior anticorpo naturale contro l'insediamento del mercato dello spaccio e contro la solitudine che lo alimenta.

Riconoscere questa dinamica significa non cedere alla rassegnazione. La vera contromisura a qualsiasi forma di "anestesia sociale", chimica o digitale che sia, resta la consapevolezza critica e la capacità di fare comunità: l'unico vero anticorpo contro l'isolamento in cui il potere spera di confinarci.

Giorgio Bargna

 

sabato 1 agosto 2026

La trappola della complessità come l'analfabetismo funzionale sta cambiando il voto e la società



L'impatto invisibile dell'analfabetismo funzionale: dalla scrittura al voto

Di recente mi sono imbattuto più volte in pubblicazioni dedicate all'analfabetismo funzionale. Scrivendo e pubblicando regolarmente testi di una certa lunghezza, ho avvertito il bisogno di approfondire l'argomento. Volevo capire se il mio sforzo comunicativo rischiaste di perdersi nel vuoto.

L'analfabetismo funzionale non descrive chi non sa leggere o scrivere, ma chi possiede le competenze di base senza riuscire a usarle efficacemente nella vita di tutti i giorni. Come sancito dall'UNESCO nel 1984, è l'incapacità di comprendere e valutare i testi scritti per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie potenzialità. In sintesi: si comprendono le singole parole, ma non si afferra il quadro generale di un discorso complesso.

In Italia la situazione è critica e si divide in tre grandi fasce:

  1. Il 35% della popolazione (Livello 0-1) fatica anche con i testi più semplici. Queste persone individuano un dato isolato – come un orario su un cartello – ma si bloccano se la lettura richiede di confrontare informazioni o interpretare un paragrafo.

  2. Il 40% (Livello 2) comprende solo testi diretti e lineari. Leggono facilmente una ricetta o un articolo di cronaca, purché privi di figure retoriche o tecnicismi. Mostrano forti difficoltà davanti a contratti, informative sulla privacy o testi argomentativi.

  3. Solo il 25% (Livello 3+) possiede un'ottima capacità di analisi. Parliamo di un solo italiano su quattro in grado di cogliere l'ironia, verificare le fonti e smontare testi articolati.

All’origine di questo scenario ci sono la mancanza di una fruizione culturale continua dopo la scuola, il sovraccarico informativo dei canali digitali – che frammenta l'attenzione e penalizza la sintassi complessa – e un divario strutturale che ci vede ancora molto indietro rispetto alla media dei paesi OCSE.

Fatti due conti, sebbene il 65-70% degli italiani sia in grado di assimilare un testo semplice scritto in modo chiaro, basta l'introduzione di una minima complessità logica per dimezzare la platea di chi comprende davvero.

Come l'analfabetismo funzionale trasforma il voto

Le ripercussioni di questa frattura cognitiva non si limitano alla ricezione di un articolo, ma si riflettono direttamente sulla vita democratica e sul comportamento elettorale, manifestandosi attraverso quattro dinamiche principali:

  • Vulnerabilità alla disinformazione: L'incapacità di analizzare criticamente una fonte spinge a credere a notizie false, bufale e teorie del complotto. I messaggi politici basati su risposte emotive, stimoli visivi e narrazioni ultra-semplificate trovano qui un terreno ideale.

  • Predilezione per slogan e soluzioni facili: Le grandi questioni (come la gestione economica, i flussi migratori o le riforme strutturali) richiedono ragionamenti articolati. Chi soffre di questo deficit tende a premiare i leader che offrono rispostemmediate, dicotomiche ("noi contro loro") e prive di una reale fattibilità.

  • Percezione limitata all'esperienza diretta: Come evidenziato dal linguista Tullio De Mauro, l'analfabeta funzionale interpreta il mondo solo attraverso la propria sfera personale e immediata. Fatica a valutare gli effetti indiretti, collettivi o a lungo termine di una scelta politica.

  • Sfiducia istituzionale e voto di protesta: Questa barriera genera spesso un profondo risentimento verso la collettività e lo Stato. Il risultato è un grave disallineamento democratico, che si traduce nell'allontanamento totale dalle urne (astensionismo cronico) o in un voto di pura rabbia.

Il costo socioeconomico: produttività, povertà e criminalità

Le conseguenze colpiscono l'intero tessuto socioeconomico. Già nel 2001, uno studio del Northeast Institute evidenziava come le perdite economiche causate da bassa produttività, errori sul lavoro e incidenti legati all'analfabetismo funzionale ammontassero a miliardi di dollari all'anno. Esiste infatti un legame diretto tra le competenze degli adulti e il futuro del Paese: la ricerca sociologica dimostra che le nazioni con una solida competenza civica tra gli adulti registrano anche i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra i giovani.

Al contrario, la carenza di queste abilità espone le persone a intimidazioni sociali, rischi per la salute, stress cronico e redditi stabilmente bassi, creando un ponte invisibile verso la povertà e l'illegalità.

La correlazione tra criminalità e analfabetismo funzionale è un dato purtroppo noto a criminologi e sociologi. Nei primi anni 2000, le stime negli Stati Uniti indicavano che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che ben l'85% dei minorenni entrati nel circuito della giustizia minorile avesse gravi lacune nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Conclusione: la responsabilità di chi comunica

Tornando al mio dubbio iniziale, la risposta è sì: il nostro sforzo comunicativo ne risente profondamente. Scrivere oggi non significa più soltanto esprimere un'idea, ma fare i conti con la reale capacità di ricezione del pubblico.

Se la maggioranza dei cittadini fatica a decodificare la complessità, il rischio per chi pubblica testi articolati è duplice: essere fraintesi o, peggio, diventare invisibili. Ma la soluzione non può essere l'appiattimento culturale o la rinuncia alla profondità. Al contrario, la sfida per noi divulgatori e autori diventa quasi pedagogica. Dobbiamo imparare a padroneggiare la chiarezza senza sacrificare la precisione, usando una sintassi lineare come ponte per spiegare concetti complessi.

Solo riducendo l'attrito della lettura potremo sperare di stimolare quel pensiero critico che oggi, i dati dimostrano, è il vero e più fragile pilastro della nostra società.



 

mercoledì 15 luglio 2026

Metterci la faccia: il nostro Patto per tornare protagonisti



Lungo i sentieri della vita capita di incontrare — per caso o per destino — persone interessanti, stimolanti e capaci di fare rete. Recentemente mi è successo di imbattermi, attraverso un post su Facebook, in Francesco Ravenda, un giornalista digitale specializzato in informazione responsabile e giornalismo costruttivo. Questa è una visione che ci accomuna profondamente. Proprio partendo da alcune sue riflessioni, vorrei provare oggi a costruire delle metafore: non so quanto efficaci, ma sicuramente animate da un intento costruttivo e intelligente.

Prima metafora: Dagli "affittuari digitali" alla responsabilità reale

La visione di Ravenda: "Oggi ci sentiamo spesso 'inquilini in affitto' di piattaforme governate da algoritmi che non ci appartengono. In questo scenario, la nostra firma deve tornare a essere un bene rifugio. Ma per farlo, dobbiamo cambiare prospettiva su ciò che produciamo."

La mia riflessione: Se trasportiamo questo concetto nella nostra quotidianità, molti di noi oggi si sentono come piccoli atomi isolati, privi di reale potere di replica in un mondo governato da decisori politici e tecnocrati che spesso non possiamo scegliere e che non ci rappresentano.

In un contesto simile, metterci la faccia non è più una scelta, ma un dovere morale, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Chi, come me, lo fa scrivendo e facendo politica attiva in prima persona, chi seguendo la politica con occhio attento e critico, chi decidendo, finalmente, di tornare a votare.

Oggi, noi di "Patto per il Nord" vi presentiamo un movimento politico che vuole essere proprio questo: un'alternativa che si identifica e si incarna profondamente con il proprio territorio.

Seconda metafora: L'impegno come dono d'amore

La visione di Ravenda: "Produrre un contenuto digitale non dovrebbe essere un esercizio di stile per compiacere un motore di ricerca, ma un gesto simile a fare un regalo a una persona a cui volete bene. In un dono, ciò che conta è l’intenzione, il tempo e l’investimento emotivo che abbiamo sacrificato per renderlo unico. Se un contenuto non mostra alcuno sforzo o 'fatica' intellettuale, perché dovrebbe avere valore per chi lo legge?"

La mia riflessione: Questo principio vale ancora di più nella sfera pubblica: scrivere di politica e fare politica non possono ridursi a un esercizio di compiacimento per accaparrarsi "like" e voti. Tutto questo ha senso solo se guidato da un sentimento sincero. Alla politica vanno dedicati tempo, passione e un amore viscerale per la propria comunità. Del resto, se non siamo noi i primi a dimostrare questo legame profondo verso la nostra terra e i nostri concittadini, come possiamo pretendere che loro si fidino di noi?

La buona politica si fonda su un esercizio quotidiano di responsabilità: farsi domande difficili, sforzarsi di trovare risposte concrete e, soprattutto, mettersi in ascolto di chi chiede attenzione. Solo così l'impegno pubblico si trasforma in un dono di valore per tutti.

Terza metafora: Essere "Certificatori di Senso"

La visione di Ravenda:"Questa idea del 'contenuto come dono' si sposa con il concetto di Certificatore di Senso. Secondo questa visione, il senso non è un dato che esiste a prescindere, ma qualcosa che viene costruito e validato attraverso il racconto. Mentre l’intelligenza artificiale può gestire con precisione chirurgica il 'chi', il 'cosa' e il 'quando', essa rimane muta davanti al 'perché'. Certificare il senso significa assumersi la responsabilità di aggiungere contesto, morale e storia a quel materiale grezzo che l’algoritmo distribuisce istantaneamente."

La mia riflessione: Questo straordinario concetto si applica perfettamente anche alla politica. Oggi non possiamo più accontentarci del pensiero unico — nemmeno quando è un pensiero che ci piace o ci fa comodo. Abbiamo il dovere di accendere le nostre menti, di farci domande scomode e di metterci alla ricerca di risposte reali. Un'ideologia politica del passato, se ripetuta pigramente per decenni senza mai essere discussa, finisce per comportarsi proprio come un'Intelligenza Artificiale: si consolida nell'etere, ma perde del tutto la capacità di sviscerare i problemi reali e le esigenze concrete di oggi.

La politica locale e del territorio non può essere un algoritmo che ripete formule preimpostate. Dobbiamo essere noi, con la nostra presenza e la nostra testa, i veri "certificatori di senso" della nostra comunità, traducendo la teoria in risposte vive per il presente.

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente. Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnando si onestamente ed alacremente.

Il nostro patto: dalle parole all'azione

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente.

Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnandosi onestamente ed alacremente.

È proprio su questo patto di lealtà, presenza e ascolto reciproco che nasce e si fonda Patto per il Nord.

Non vogliamo più essere "inquilini in affitto" delle decisioni altrui, né vogliamo che il destino delle nostre comunità e delle nostre famiglie sia deciso da algoritmi lontani, da freddi calcoli romani o da una politica senza volto. Vogliamo tornare a essere i proprietari del nostro futuro, i custodi fieri della nostra terra.

Metterci la faccia, per noi, significa proprio questo: smettere di essere spettatori passivi di un declino imposto dall'alto ed entrare nell'arena a testa alta. Significa trasformare la rassegnazione in partecipazione, la rabbia in proposta.

Non vi chiediamo un semplice voto di delega, ma una camminata comune. Vi chiediamo di accendere la mente, di fare domande scomode e di pretendere, insieme a noi, risposte vive, concrete, reali.

Sforziamoci insieme di dare un senso nuovo al nostro domani. Spegniamo lo schermo, usciamo dal feed e torniamo a guardarci negli occhi. La nostra terra ha bisogno di persone che la amino davvero.

Noi ci siamo, pronti a fare la nostra parte. E voi, siete pronti a fare questo cammino con noi?

Giorgio Bargna 

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

giovedì 28 maggio 2026

Un Manifesto per il Federalismo Gestionale


Nei giorni scorsi leggevo su una testata online di settore una disamina – se così possiamo definirla – su come interpretare il federalismo oggi. 
Più che un'analisi oggettiva, si trattava di una critica nemmeno troppo velata al Patto per il Nord; una critica sterile, poiché una vera disamina dovrebbe offrire spunti propositivi anziché limitarsi a una semplice recensione.
Su un punto, tuttavia, concordo: il Nord, così come il resto del mondo, è profondamente cambiato. 
Sono mutate le necessità, le esigenze, gli stili di vita e il mercato del lavoro, ridefinendo la ricchezza economica del Settentrione e dell'intero Paese.
Tra i settori che hanno subìto le trasformazioni più radicali ci sono senza dubbio la sicurezza e la sanità. Qui al Nord, dove la sanità ha sempre rappresentato un fiore all’occhiello, è ormai evidente la grave difficoltà dei sistemi regionali nel mantenere gli standard storici, o quantomeno accettabili. Il problema non risiede solo nella carenza di medici di base, nel collasso dei pronto soccorso o nelle liste d'attesa interminabili per visite ed esami specialistici: assistiamo a un vero e proprio cedimento strutturale della qualità del servizio.
Il paradigma della sicurezza urbana ha subìto una profonda trasformazione. 
In passato la principale minaccia era rappresentata dalla criminalità organizzata; oggi, invece, la microcriminalità e i reati predatori sono stabilmente in cima alle preoccupazioni dei residenti. Se un tempo il pericolo appariva distante dalla vita di tutti i giorni, oggi influisce direttamente sulle nostre routine: dall'uscita mattutina per andare al lavoro, alla passeggiata serale, fino a un semplice aperitivo al bar. Furti, scippi, violenze gratuite e degrado urbano sono ormai diventati un'allarmante realtà quotidiana.
Anche l’elettore padano ha cambiato prospettiva. 
Se un tempo la richiesta di autonomia nasceva dal bisogno di difendere la propria ricchezza, oggi la priorità è proteggersi dal carovita, se non dalla povertà vera e propria. 
Un’inflazione persistente sta erodendo il potere d’acquisto dei salari, intrecciandosi con l'emergenza abitativa: i costi insostenibili di affitti e mutui, infatti, non risparmiano più nemmeno le province. Nei trent'anni trascorsi dalla nascita del "sogno padano", sono emersi problemi strutturali che la politica ha spesso ignorato o eluso, per convenienza o sudditanza verso determinati gruppi di interesse. 
La congestione del traffico stradale e la necessità di potenziare i trasporti pendolari sono istanze fortemente sentite ma prive di risposte concrete, al pari di una stagnazione salariale che ha disallineato gli stipendi dal costo della vita.
Ci troviamo di fronte a un’economia a due velocità. I dati macroeconomici di istituti come Assolombarda confermano che, sebbene la regione resti la "locomotiva d'Italia", la crescita complessiva è modesta e disomogenea. I salari reali rimangono fermi, mentre l'inflazione locale e i costi energetici penalizzano pesantemente sia i bilanci familiari sia le piccole imprese artigiane.

Beh, io propendo verso il Federalismo delle Competenze, moderno, 3.0, che non deve più essere una battaglia ideologica di bandiera, ma uno strumento gestionale focalizzato su efficienza, prossimità e sussidiarietà.
Riguardo la sanità io propongo autonomia di gestione e reclutamento. Per superare il cedimento strutturale dei sistemi regionali, la mia soluzione federalista prevede la contrattazione territoriale, cioè la libertà per le Regioni di ridefinire gli stipendi del personale medico per frenare la fuga verso il privato o l'estero. Chiedo flessibilità formativa: gestione locale dei posti nelle scuole di specializzazione medica in base al fabbisogno epidemiologico del territorio. Ritengo necessaria l'integrazione sociosanitaria, con il trasferimento dei fondi statali per la non-autosufficienza direttamente ai distretti comunali per azzerare la burocrazia.
Riguardo la sicurezza urbana ritengo necessaria la creazione di una Polizia Locale Regionale. Il contrasto alla microcriminalità richiede il passaggio da un modello centralizzato a uno di prossimità, attraverso la trasformazione della Polizia Locale in una vera forza di sicurezza regionale con pieni poteri giudiziari e di controllo del territorio. Questo richiede risorse vincolate attraverso la trattenuta diretta di una quota delle tassazioni locali per finanziare sistemi di videosorveglianza e presidi fissi nei quartieri degradati. Occorre inoltre rimodulare la funzione del Prefetto, o meglio sostituirla attraverso una figura che tratti e risponda direttamente ai presidenti di Regione per i piani di sicurezza pubblica urbana e che sia in grado di colloquiare anche con Sindaci e vertici della sicurezza locale.
Riguardo il contrasto al carovita ritengo fondamentali gabbie salariali ed equità. Per proteggere il potere d'acquisto dell'elettore e rispondere alla transizione economica occorre una fiscalità differenziata. Parlo di detrazione delle spese vive (affitti, trasporti) dalle tasse regionali in base al reale costo della vita locale. Parlo, infine, della trattenuta delle tasse sul territorio, affinché la ricchezza prodotta dai cittadini resti dove viene generata per finanziare direttamente i servizi locali.
Ritengo fondamentali dei salari minimi territoriali, tradotto, la  possibilità di concordare contratti collettivi regionali integrativi per adeguatezza al carovita del Settentrione.
E poi quello che non è solo un parametro del federalismo 3.0, ma ciò che ci contraddistingue dall'inizio, l'ascolto della gente, delle necessità e dei problemi, perché la risposta politica non può nascere che dall'ascolto.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como






 

venerdì 15 maggio 2026

Politica di prossimità: la mia sfida per Como, la Lombardia. il Nord


Aderisco con profonda convinzione al Patto per il Nord, una realtà che supera la logica del semplice movimento politico per configurarsi come una vera iniziativa culturale e sociale. Il nostro obiettivo fondamentale è rimettere al centro del dibattito nazionale le esigenze imprescindibili del Nord Italia, focalizzando l'azione su tre direttrici strategiche: autonomia fiscale, potenziamento delle infrastrutture e sviluppo del welfare territoriale.

Da maggio 2025 ho l'onore di ricoprire l'incarico di Segretario Provinciale a Como. Vivo questo ruolo con passione quotidiana, impegnandomi attivamente nella diffusione dei nostri valori fondanti e nel consolidamento di un legame diretto e trasparente con i cittadini del territorio comasco. 
Nella mia doppia veste di analista e blogger, la mia missione principale è azzerare la distanza tra la base elettorale e le istituzioni, coniugando l'indipendenza del libero pensiero con gli storici ideali federalisti del nostro movimento.

La mia visione politica e sociale si articola su quattro pilastri programmatici:

Riavvicinamento alla politica: Dobbiamo contrastare fermamente l'apatia elettorale e l'astensionismo. È necessario restituire centralità ai cittadini, coinvolgendoli in modo attivo e consapevole nelle scelte decisionali che impattano sul loro futuro.

Identità territoriale: Promuovo la valorizzazione delle tradizioni locali e la tutela assoluta delle nostre comunità. Esse rappresentano le fondamenta storiche, economiche e culturali su cui poggia il nostro intero tessuto sociale.

Welfare di prossimità: Sostengo con forza un modello di assistenza sanitaria e sociale radicato nel territorio, prendendo come riferimento virtuoso le Case della Comunità. Questo sistema deve integrarsi sinergicamente con il mondo del volontariato e del terzo settore, pilastri insostituibili della coesione sociale.

Patto sociale per il Nord: Propongo un nuovo accordo strategico che integri welfare, sanità e istruzione scolastica. Questi servizi essenziali devono essere rimodellati in base alle reali dinamiche demografiche e alle esigenze produttive specifiche delle regioni settentrionali.

Attraverso questa piattaforma porto avanti un'azione politica che vuole essere al contempo critica e fortemente propositiva. Chiediamo con fermezza che le risorse fiscali e i fondi nazionali siano destinati prioritariamente a opere pubbliche utili e alle concrete necessità locali. Ci opponiamo, oggi e sempre, alla logica assistenziale delle "cattedrali nel deserto" e a ogni forma di spreco del denaro pubblico.

Giorgio Bargna
Segretario Provinciale Como 
Patto per il Nord

sabato 9 maggio 2026

Migrazioni a confronto: Anni '60 e oggi, tra integrazione e disagio



Proviamo oggi a fare un raffronto sociologico tra le situazioni di disagio e violenza dell'immigrazione interna degli anni 50/60 e di quella odierna, legata a flussi migratori stranieri.

Vi tolgo subito la possibilità di indicarmi quale razzista visto che nel mio sangue corre sangue pugliese.

Per prima cosa vorrei spendere qualche riga, anche se non è esattamente il centro del problema, per un confronto tra il "soggiorno obbligato" e  l' "immigrazione clandestina indotta".

A mio avviso il primo fu un intelligente pretesto per spostare un certo tipo di delinquenza all'interno del territorio nazionale. la seconda, è lampante, serve a "deportare" gente disperata da mettere a disposizione della delinquenza sia come manovalanza che come soggetti da ricattare e sfruttare.

Le analogie tra i due fenomeni riguardano il controllo dello spostamento e della residenza di soggetti considerati "indesiderati" o "pericolosi" all'interno del territorio nazionale. Entrambi sono strettamente collegati alle mafie. Il soggiorno obbligato veniva utilizzato per "spostare" i mafiosi, mentre l'immigrazione clandestina è oggi una fonte di profitto per la criminalità organizzata transnazionale. Sia il soggiorno obbligato che la condizione di clandestinità impongono alla persona un luogo di vita preciso e limitante (il comune di soggiorno per il mafioso, il luogo di lavoro in nero o l'alloggio di fortuna per il migrante).

Questo però è un tema da approfondire in un altro testo, torniamo invece al tema iniziale.

Va ricordato che  la migrazione interna (dal Sud al Nord Italia) ha generato dinamiche di integrazione e conflitto sociale spesso risolte con l'inclusione, l'immigrazione straniera di oggi affronta sfide legate alla clandestinità, alla diversità culturale e a una maggiore sovra-rappresentazione nelle statistiche di microcriminalità. Pur subendo discriminazioni (episodi di razzismo interno), erano cittadini italiani, condividevano lingua, religione e diritti civili, facilitando l'inserimento nel mercato del lavoro industriale; di conseguenza l'onesto difficilmente si votava alla delinquenza.

Negli anni citati, ed altri a seguire, milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova).

I dati dell'epoca mostrano che gli immigrati interni non avevano tassi di criminalità superiori agli autoctoni, spesso persino inferiori, nonostante vivessero in condizioni disagiate ed eventuali reati erano legati alla marginalità sociale e urbana, ma non a una "criminalità etnica".

Però negli anni addietro il lavoro c'era, ed in forma elettrizzante, chi si spostava all'interno del nostro territorio se predisposto un lavoro lo trovava, oggi non è più così certo.

Di conseguenza la criminalità è fortemente correlata all'impossibilità di lavorare legalmente, alla disperazione e allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, gli stranieri con permesso di soggiorno regolare e lavoro hanno tassi di criminalità quasi identici a quelli degli italiani. Situazione immutata se facciamo un confronto con qualche riga sopra.

Detto questo però passiamo ad trattare di un fenomeno attuale che riguarda tanto l'Italia che altri paesi con forte tasso di immigrazione: le seconde generazioni.

Tanto la sociologia che la criminologia evidenziano forti analogie tra i fenomeni di devianza dei figli degli immigrati dal Sud Italia (anni '50-'60) e quelli delle attuali seconde generazioni straniere. 

Le similitudini non dipendono dall'origine etnica, ma da meccanismi di marginalità sociale e conflitto identitario comuni a chi vive il passaggio tra due mondi culturali diversi.

Entrambi i gruppi hanno vissuto in quartieri periferici degradati ("coree" negli anni '60, periferie odierne), dove la mancanza di servizi e lo stigma sociale favoriscono l'adesione a "culture oppositive" o gruppi devianti come forma di riscatto.

La sociologia ha dimostrato come i figli dei migranti si sentano spesso "stranieri" sia nel paese dei genitori che in quello di nascita. Questa crisi di identità, vissuta dai figli dei meridionali a Torino o Milano cinquant'anni fa, è identica a quella vissuta oggi dai giovani con background migratorio.

La propensione alla devianza è spesso legata a un alto livello di conflitto tra genitori (legati a valori tradizionali) e figli (che desiderano gli agi del modello societario locale).

Quanto descritto ci porta ad affrontare un confronto tra le baby gang moderne (prevalentemente composte da seconde generazioni di origine straniera) e le bande di quartiere del dopoguerra (figli di immigrati interni dal Sud) che rivela una continuità sorprendente nelle dinamiche di gruppo, pur in contesti tecnologici diversi.

Negli anni del boom economico le bande nascevano intorno a luoghi fisici precisi, quali potevano essere ad esempio, i grandi palazzoni delle periferie di Milano e Torino o dei quartieri abusivi.

In quegli anni la banda serviva a proteggere il territorio dai "locali" che discriminavano i "terroni", creando un senso di appartenenza laddove la società li escludeva.

Oggi tanto la musica trap che i social media ci insegnano che il territorio non è più solo un "luogo fisico", ma diventa un "brand" da difendere anche online per ottenere prestigio.

Oggi come allora, la banda compensa l'assenza di figure adulte di riferimento, si trasforma in una sorta di "Famiglia Sostitutiva". Tanto allora che oggi, i genitori erano e sono, alle prese con il lavoro e/o  una "distanza culturale" che ha impedito ed impedisce loro di guidare i figli nel contesto di residenza.

Tanto oggi che allora la maggior parte di questi gruppi non è legata alla criminalità organizzata (mafia o cartelli), ma è composta da aggregazioni spontanee di giovani tra i 14 e i 24 anni che compiono reati di opportunità (furti, rapine, atti di vandalismo).

Una sostanziale differenza sta nel fatto che le bande storiche erano più isolate, più settoriali, mentre le baby gang attuali sono spesso multietniche, non prive di italiani "autoctoni" e mostrano una maggiore fluidità, spostandosi tra quartieri diversi grazie ai trasporti pubblici, ma anche verso località turistiche durante i weekend.

Un'altra invece riguarda il genere di cruenza, se ieri la violenza era funzionale allo scontro fisico tra bande rivali o alla piccola sopravvivenza oggi è spesso esibita e spettacolarizzata. I video delle aggressioni vengono caricati su Tik Tok o Instagram per "fare hype", trasformando l'atto deviante in una performance per guadagnare follower e status.

Il raffronto tra l'immigrazione interna degli anni '50/'60 e quella straniera odierna evidenzia una profonda differenza di contesto, nonostante le analogie nel disagio sociale e nello sfruttamento criminale. Se ieri il conflitto era di natura socio-economica e culturale tra italiani (risolto col tempo attraverso la condivisione della cittadinanza e la "nazione"), oggi ci troviamo di fronte a una sfida più complessa, esacerbata dalla clandestinità indotta, che trasforma i migranti in soggetti ricattabili e manovalanza per la criminalità organizzata.

La conclusione è che, mentre l'immigrazione interna trovava una naturale strada verso l'inclusione, quella attuale è strutturalmente ostacolata da barriere normative e culturali, che rendono la sovra-rappresentazione nella microcriminalità non un dato etnico, ma una conseguenza diretta della mancanza di percorsi legali e dignitosi di inserimento.

Alla luce di questa analisi, emerge chiara una necessità: il territorio non si difende con la retorica, ma con il governo dei virtuosismi. 

Se le periferie di ieri, pur tra mille difficoltà, sono state ricucite grazie al lavoro e all'inclusione, quelle di oggi rischiano di diventare zone franche in mano alla criminalità, che sfrutta la disperazione dell'immigrazione clandestina per i propri sporchi affari.

Come forza politica radicata nel territorio, non possiamo accettare né lo sfruttamento dei disperati, che crea insicurezza, né l'abbandono delle seconde generazioni a derive devianti. La nostra ricetta è chiara: legalità rigorosa contro chi sfrutta e criminalizza, ma anche percorsi certi di integrazione per chi lavora e rispetta le regole.

Dobbiamo tornare a presidiare il territorio con servizi, educazione e lavoro, sottraendo i giovani – di origine italiana o straniera – alle logiche delle "baby gang" e delle culture oppositive. La vera identità di una comunità si misura dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini, trasformando le periferie da zone di conflitto a luoghi di opportunità. Solo così possiamo garantire la sicurezza dei nostri cittadini e la dignità di chi vive nel nostro territorio


Giorgio Bargna


 

martedì 28 aprile 2026

L’ ignoranza che alimenta la polemica: come funziona davvero la Sanità

 


Il tema trattato oggi risulterà antipatico a molti, soprattutto a chi ragiona di pancia o per spirito di polemica a prescindere.
Ammetto che in certe circostanze si potrebbe cercare di soprassedere, ma certi meccanismi sono spesso automatici e normali per chi svolge una professione.
Prima di entrare appieno nel tema facciamo una specifica. 
In Lombardia, come in altre Regioni italiane, è prevista una forma di trasparenza sui costi del ricovero, ma è importante distinguere tra l'informazione del costo a carico del Servizio Sanitario Regionale e l'effettivo pagamento da parte del paziente.
E' una cosa che ho vissuto anche io come antipatica, vista una mia particolare situazione, ma che è stabilita da una legge e che comunque non mi accusa di nulla, tantomeno di aver sfruttato il Servizio Sanitario.
Aggiungo un esperienza personale di più di 30 anni fa.
Un sabato sera, 35 anni fa, a Lugano mia moglie ha un leggero malore, andiamo all'Ospedale Italiano.
Pronto Soccorso pulito, vuoto, efficace, visita rapida e approfondita.
Mi vengono chieste 100.000 lire che poi la Regione (con calma olimpica) mi restituirà; qualche anno dopo andando in Grecia scopro che la regola d'ingaggio è la stessa.
Oggi (vi ricordo che stiamo parlando dalla nazione della strage di Corinaldo) si monta la polemica sulla trasmissione dei costi sanitari della tragedia di Cran Montana.
Che i giornali che devono fatturare montino un caso, che qualche giornalista che non approfondisce, polemizzano ci sta. Che lo faccia il Presidente dl Consiglio un po' meno, dovrebbe essere informato sulle ratifiche internazionali, dovrebbe. Invece abbiamo vissuto una totale ignoranza del funzionamento del sistema sanitario svizzero, e dall’ignoranza sul contenuto dei trattati bilaterali fra i due Paesi, che regolano anche l’assistenza medica. 
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche, sono obbligati a inviare copia delle fatture alle persone che hanno curato.
Le cure prestate in Svizzera a una persona di cittadinanza italiana sono regolate dai trattati bilaterali fra i due Paesi. In nessun caso, a quella persona verrà richiesto di pagare una fattura. Sono gli enti rispettivi a gestire la partita, attraverso l’Istituzione comune LAMal, fondazione di diritto pubblico elvetica che gestisce le pratiche sanitarie internazionali ed in ogni caso oggi  le famiglie non dovranno pagare alcuna fattura medica.
L'unico in Italia che sembra avere le idee chiare è Guido Bertolaso,assessore al Welfare della Regione Lombardia: “Atti dovuti, certificazioni che gli ospedali devono fare per coprire il loro bilancio e giustificare ai loro contabili. È chiaro che non esiste che nessuno debba sborsare un solo euro per quello che è successo”.
Inoltre va ricordato che in Italia:
-  I cittadini europei possono usufruire delle cure necessarie (urgenti e non) esibendo la Tessera Europea Assicurazione Malattia. Il costo viene addebitato allo Stato di provenienza.
-  I turisti o visitatori extracomunitari sono tenuti al pagamento delle tariffe regionali per le prestazioni sanitarie ricevute.
- Ai cittadini stranieri non in regola è comunque garantita l'assistenza sanitaria urgente o essenziale in pronto soccorso. Il costo di tali prestazioni è a carico del SSN, cioè il Contribuente, in attesa di eventuale rivalsa. 
Se sull'ultima prestazione si potrebbe lanciare un altro approfondimento sul resto direi che se a Corinaldo fosse stato ferito uno Svizzero, quindi extracomunitario, a parti inverse la legge è praticamente la stessa, da vedere il buonsenso non chiedere risarcimenti.
L'invito è ad informarsi, su questo come su tutto, anziché farsi traviare dalle polemiche sterili e magari consapevoli.
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche sono obbligati per legge a rendicontare il valore economico dell'intervento. Non si tratta di una "fattura da pagare" inviata per mancanza di tatto, ma di un atto amministrativo dovuto, previsto dai trattati bilaterali che regolano l'assistenza tra Stati.
È il meccanismo della trasparenza: il cittadino viene informato di quanto la collettività ha sostenuto per la sua salute. Eppure, abbiamo assistito allo spettacolo deprimente di una politica che, pur di inseguire il consenso immediato, preferisce cavalcare l’indignazione piuttosto che spiegare il diritto.
Se persino le massime istituzioni confondono un atto di trasparenza con un atto di scortesia, significa che abbiamo rinunciato a capire come funziona il mondo per ridurlo a un eterno, inutile post sui social. La gestione della cosa pubblica meriterebbe competenza e studio dei trattati, non reazioni emotive che servono solo a nascondere la realtà dei fatti.
Giorgio Bargna


mercoledì 22 aprile 2026

Mussolini e il pane quotidiano



È più importante discutere di una cittadinanza onoraria di 100 anni fa o delle liste d'attesa in sanità? Nel comasco si torna a parlare di Mussolini, ma il sospetto è che sia l'ennesimo polverone distrattivo per non affrontare i problemi reali di operai e pensionati. Ecco la mia riflessione.





Leggiamo nelle cronache locali di questi giorni che in alcuni Comuni della Provincia di Como, Olgiate Comasco e Cantù, viene richiesta, discussa, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Si parla di una deliberazione messa in pratica 102 anni fa da moltissimi comuni di tutta Italia, un atto di propaganda fascista in linea con i dettami di quel tempo.
Fatto salvo che se non fosse stato indicato il tema dal "Comitato comasco per la morte di Giacomo Matteotti", nessun comasco si sarebbe mai svegliato la mattina con questa problematica, chiamiamola così, da risolvere.
Anzi diciamola tutta, il comasco nemmeno sapeva che queste cittadinanze fossero state assegnate.
Diciamocela tutta, chi scrive è persona sicuramente di destra, ma mai stata fascista, anzi tra le mie pagine il fascismo viene aberrato, ma ogni volta che viene riproposta una posizione ideologica arcaica, obsoleta, belligerante su fatti di storia seppelliti decenni fa, qualche dubbio mi assale.
Mi chiedo, siamo semplicemente davanti a persone che non riescono ad uscire da uno stereotipo?
Mi chiedo, non essendo in grado di proporre concretezza, alcune persone si attaccano al passato?
Mi chiedo, soprattutto quando si tratta di amministratori, ma nella vostra città non ci sono problemi concreti da risolvere?
Mi chiedo, anzi vi chiedo, per il cittadino, per il pensionato, per l'operaio pensate che sia più importante un Consiglio Comunale che tratti di questa tematica oppure uno dove si discute di un problema quotidiano?
Parliamoci chiaro, il fascismo andava e va condannato, ai ragazzi va insegnato che è male.
Parliamoci chiaro, l'antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, forme ancora presenti, vanno combattuti, ma basandosi sugli accadimenti moderni, ragionando e proponendo in base alla realtà attuale, non continuando ad attaccarsi ad episodi di un secolo fa, perpetrati tra l'altro in una situazione sociopolitica oggi inconcepibile e neppure immaginabile, vista la diversità dei tempi e delle culture a confronto. 
L'ho già scritto decine di volte, la divisione anacronistica tra destra e sinistra è ormai superata da anni, oggi la "battaglia" si combatte, si deve combattere, tra chi deve salvare il proprio salario, il proprio potere d'acquisto e chi ogni giorno glielo erode voracemente pur di mantenere in piedi un apparato politico consolidato.
Nel momento in cui non devi far sapere al cittadino, al contribuente, che lo stai sodomizzando, tanto a chi sta a destra, quanto a chi sta a sinistra, viene comodo alzare polveroni distrattivi.
Perché il popolo non deve pensare alla mafia, non deve pensare alle lunghe liste d'attesa in sanità, non deve pensare all'aumento delle bollette.
Il popolo deve seguire i processi in TV, i talk show di cui abbiamo scritto qui, i grandi fratelli ed i piccoli artisti allo sbaraglio, richiamando si, in questo modo, la disinformazione tipica dei regimi.
Quindi da sinceri antifascisti, questo si lo dobbiamo essere, non facciamoci gabbare da inutili discussioni, ma pretendiamo risposte sui nostri problemi e sulle nostre necessità quotidiane.
Giorgio Bargna






martedì 14 aprile 2026

EGOISMO, L'ESSERE IO, L'ESSERE DIO




Come succede qualche volta prendo spunto da un pensiero di Marcello Veneziani, troverete in parte il suo pensiero, in parte il mio, due pensieri comunque simili.

Nella vicenda del ragazzino che ha accoltellato l'insegnante ci possiamo leggere il manifesto della nostra epoca, un macabro resoconto di una parte predominante della nostra società che incrociamo anche in altre vicende più recenti che vedono protagonisti i giovani, i più fragili davanti al mondo.

Veneziani isola, interpetra, il riassunto delle frasi del tredicenne, le identifica nella sindrome che affligge il nostro tempo. 

“Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi”. 

Cosa possiamo riconoscere dentro l'Io di chi si crede Dio ed odia tutto ciò che non si riconosce in lui?

Sicuramente ci possiamo riconoscere del disagio più o meno sociale e come afferma Veneziani ci possiamo riconoscere anche il disprezzo della realtà e la considerazione di sé come Unico, Individuo Assoluto, senza limiti e freni. 

Io sono sempre stato un ribelle, ancora lo sono oggi, ma con un codice d'onore, una sorta di vademecum, con il rispetto per il prossimo.

Veneziani, e sono in accordo con lui, vede trasparire in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. 

Infine la regola regina dell’egoismo, anzi dell’autoesaltazione presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi.

Qui ragazzi, lasciamo perdere le congetture tipo famiglia difficile, caso isolato, istituzioni assenti.

Qui siamo davanti a un pensiero comune di questa epoca. 

Qui siamo davanti ad un  individualismo esasperato, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e tutto il resto, ogni realtà oggettiva che non rientri nella propria sfera d’interessi, viene decisamente ignorata se non addirittura negata,

Qui siamo di fronte ad una miscela esplosiva che aggiunge a quanto detto nel paragrafo precedente egocentrismo, egoismo e narcisismo patologico. 

Cosa comporta questa filosofia di vita?

Chi la interpetra è disposto a rompere o rinnegare ogni genere di legame, ogni genere di impegno, è disposto anche a far del male agli altri, quando non si accontenta di trascurarli.

Sintetizza Veneziani, la traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non conta. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto. 

Se stessimo parlando di un caso isolato non sarebbe preoccupante a livello sociologico, ma questo è un pensiero diffuso, purtroppo non solo tra i giovani.

Come esplicita Veneziani l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi. 

È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.

E qui torniamo al mio (ma anche della mia intera generazione) codice d'onore, alla sorta di vademecum, al rispetto per il prossimo.

Molti, soprattutto gli adulti, riescono a mediare tra il proprio egoismo e quello degli altri tenendo in piedi una sorta di utilità reciproca.

Ma per i giovani è molto più facile cadere nella versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista. 

Ci dice Veneziani che quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare seppur in modo estremo una nuova, tremenda normalità. 

Sono questi i danni dell'atomizzazione, di una società in  cui gli individui sono isolati, privi di legami sociali significativi, di una dimensione pubblica condivisa e di un senso di appartenenza a una comunità.

La società atomizzata è caratterizzata da una profonda passività, da un egoismo diffuso, dalla mancanza di mutualità e purtroppo anche dall'abbandono dell'altro al proprio destino.

E l'altro, non molto raramente è nostro figlio, quindi assumiamoci anche noi le colpe. almeno fino quando non avremo ristabilito il senso di comunità perché vivere in comunità aiuta a trasformare la fragilità in risorse condivise e irrora la consapevolezza che il singolo conta per il gruppo e viceversa.

Giorgio Bargna


mercoledì 11 marzo 2026

Analisi della Sicurezza in Provincia di Como: una sfida complessa tra risorse, territorio e prevenzione



Dedichiamo qualche riflessione alla sicurezza in Provincia di Como. Sebbene la cronaca sia dominata da rapine e reati di strada, il quadro complessivo è ben più articolato e richiede un’analisi profonda.

Un quadro critico La nostra provincia registra numeri preoccupanti: siamo costantemente tra le prime province italiane per furti in appartamento. Le infrastrutture di trasporto rappresentano un punto nevralgico: nel primo semestre del 2025, sono state oltre 2.900 le denunce raccolte nelle stazioni e sui treni lombardi, un dato che ci tocca da vicino data la mobilità quotidiana dei nostri pendolari. Sul fronte dello spaccio, i dati 2024 ci collocano al 59° posto, ma è l'escalation della violenza di genere e sessuale a imporre un campanello d'allarme: con circa 35 denunce mensili tra stalking, maltrattamenti e violenze, Como risulta essere, dopo Milano, tra le realtà lombarde più esposte.

Esiste inoltre una criticità spesso sottaciuta, ma di estremo rilievo sociale: la sicurezza sul lavoro. Le irregolarità in cantieri e aziende sono frequenti, come testimoniano i sei cantieri sospesi tra Como e Cantù nei primi mesi del 2026.

Oltre le polemiche: le cause strutturali Sarebbe populismo spiccio puntare il dito contro chi, sul territorio, si occupa di sicurezza. Esprimiamo la nostra massima solidarietà alle Forze dell’Ordine, costantemente sotto pressione e spesso vittime di aggressioni durante il servizio, fattore che ne limita inevitabilmente l'efficacia operativa. Il problema non è la mancanza di volontà, ma un deficit strutturale di risorse, inadeguate alla complessità di un territorio che funge da crocevia internazionale. La posizione di frontiera facilita il transito di attività illecite, mentre la presenza sotterranea, ma pervasiva, della criminalità organizzata complica ulteriormente la gestione dell'ordine pubblico.

A questo si aggiunge l'emergere, tra fine 2025 e inizio 2026, di fenomeni legati a "baby gang" e aggressioni di gruppo, che coinvolgono coetanei di diversa estrazione, in un contesto dove la percezione di una giustizia lenta e di una pena poco certa riduce drasticamente l'effetto deterrente delle operazioni di polizia. Pur mantenendo alta l’attenzione sull'immigrazione irregolare — come dimostrato dai 13 allontanamenti eseguiti dalla Questura nel marzo 2026 nei confronti di soggetti con gravi precedenti — la repressione, da sola, non basta.

Una nuova strategia: l'approccio integrato Il problema ha radici profonde che toccano il tessuto sociale. Quando la convivenza civile e il rispetto reciproco vengono meno, l'intervento deve farsi corale. Proporre di trattenere il residuo fiscale o aumentare gli organici è legittimo, ma serve anche un approccio integrato che affianchi alle misure repressive strategie educative, sociali e urbanistiche.

Cosa può fare chi amministra le città?

  • Sicurezza urbana: Potenziamento della videosorveglianza, supporto al controllo di vicinato e presidi mirati nei punti critici.

  • Prevenzione sociale: Investire in programmi scolastici sulla gestione dei conflitti e contro il bullismo; creare centri giovanili e percorsi di mentoring che offrano alternative concrete alla strada.

  • Formazione e lavoro: Contrastare la descolarizzazione con programmi di formazione professionale per offrire prospettive di futuro ai giovani più fragili.

  • Urbanistica: Progettare spazi pubblici più sicuri, migliorando l'illuminazione, curando il decoro e favorendo una "sorveglianza naturale" attraverso una pianificazione urbana attenta.

In conclusione, la sfida della sicurezza non si vince solo con le divise, ma costruendo una comunità più coesa e attenta. Queste sono le indicazioni che intendo sottoporre ai nostri Sindaci: passare da un'amministrazione che subisce l'emergenza a una che la previene.

Giorgio Bargna 

Patto per il Nord

 Como

domenica 1 marzo 2026

TRA UN CAPPUCCINO ED UNO SPRITZ LASCIAMO FUORI ALMENO REZA PAHLAVI


Iniziamo questo personale ragionamento partendo da un fatto che potrebbe risultare futile, ma che forse tanto futile non è.

Il nostro ministro della difesa Guido Crosetto, ma fosse stato il ministro della Sanità poco cambiava, si è ritrovato bloccato, in pieno scenario di guerra a Dubai. 

Una situazione tra il surreale ed il grottesco, che ad essere maliziosi porta a pensare che lui e il governo Meloni non fossero stati pre-allertati sull’escalation di guerra. 

Altrimenti dovremmo pensare a qualche difficoltà intellettiva del Ministro, tanto è vero che , ironicamente il generale Roberto Vannacci ha commentato la questione: “Salvate il soldato Crosetto, l'unico ministro della difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”. 

Ma andiamo oltre, usciamo dai ragionamenti che si fanno davanti ad un cappuccino o ad uno spritz.

E' morto Khamenei? Va bene!!!

E' caduto Maduro? Va bene!!!

Intanto l'amministrazione Trump ha annunciato un piano per acquisire e commercializzare il petrolio venezuelano, versando i proventi in conti controllati dagli Stati Uniti,  nel frattempo gli USA mantengono una sorveglianza (quarantena) sulle navi e credo proprio che il 56% della popolazione locale che vive in condizioni di estrema povertà non abbia molte speranze di miglioramento.

Ma torniamo in Iran, qui hanno fatto fuori la testa, una testa anziana ed incaponita che dava, probabilmente, ormai fastidio anche ai suoi collaboratori, che sono pronto a scommettere, direttamente o indirettamente resteranno al loro posto.  

Magari la Gestapo locale che non si richiamerà più ai guardiani della rivoluzione, farà maquillage, magari vedremo qualche nuovo volto in TV, ma gli amici di Khamenei, ora, per restare comodi al loro posto, non si faranno problemi ad accordarsi con CIA e Mossad per vendere gas e petrolio. 

Finita questa proiezione cinematografica ai giovani iraniani, forse, verrà concesso un minimo di internet e qualche peccatuccio sessuale in più, ma la vera libertà non la conoscerà nemmeno questa generazione.

Ma spostiamoci un passo a fianco, io l'ho definita testa anziana ed incaponita, ma Khamenei, soprattutto il suo ruolo, nel mondo sciita è paragonabile a quello che il Papa ha per il mondo occidentale.

Troviamo fondamento in questo nelle odierne manifestazioni di piazza in Iran, come in Pakistan, come persino in Grecia,  dove le varie comunità sciite stanno, in alcuni casi, mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. 

Per concludere torniamo ai discorsi davanti al cappuccio od allo spritz.

In un Paese come l'Italia, dove secondo dati Istat, il 31,5% delle donne ha subito violenze nella vita, con prevalenza di minacce e violenze fisiche da partner, ma dobbiamo aggiungere quelle psicologiche ed economiche, in un Paese che si posiziona all'85° posto nel mondo nel Global Gender Gap Report 2025 per la parità, oggi molti indefessi del chiacchiericcio festeggeranno per la presunta libertà delle donne, dei giovani, degli omossessuali in Iran. 

Oggi perché è il giorno X, domani, al più tardi la prossima settimana, per loro non ci sarà il problema, esattamente come non c'è mai stato in passato, visto che, abbiamo letto qualche riga fa, sono coloro che hanno riempito la statistica ISTAT che non rileva ovviamente le violenze non dichiarate.

Alla fine di questo ragionamento vi lascio una mia certezza ed una domanda, che contiene secondo me una risposta direttamente correlata alla mia certezza.

La certezza.

Quando un paese attacca od invade un altro non lo fa mai sicuramente in nome della libertà dell'altro.

Le libertà i popoli se riescono ad averle è soltanto perché le volevano e se le sono conquistate.

Il resto si chiama guerra, si fa per ragioni economiche e spesso e volentieri sui territori "liberati" rimangono presenti le forze armate dei "liberatori".

La pseudodomanda.

Perché in Italia non ci sono centrali nucleari? Oh certo, abbiamo tenuto un referendum su questo, ma in un momento di crisi energetica praticamente nessuno, a livello politico, sposa l'idea di riaccendere il dibattito.

Perché in Italia non abbiamo armi nucleari?

Molto semplice, l'Italia, 70 anni fa ha perso una guerra e quindi in Italia sono custodite testate atomiche statunitensi nelle basi militari di Ghedi (BS) e Aviano (PN).

Pochi anni dopo l’Italia avvio programmi per utilizzare l’energia nucleare in ambito militare internazionale, indirizzata per alimentare i motori dei mezzi navali, soprattutto sottomarini e portaerei; non ci si poteva permettere molto di più, perché era vietato dal trattato di pace firmato al termine della Seconda guerra mondiale, e comunque poi la Francia si chiamò fuori. 

L’Italia qualche anno dopo riuscì a  sviluppare una tecnologia all’avanguardia per l’utilizzo civile dell’energia nucleare,  che avrebbe potuto dare la possibilità di costruire bombe atomiche in tempi relativamente rapidi fosse mutato lo scenario.

Ma nel 1975 il Paese aderì al Trattato di non proliferazione nucleare e quindi nessun programma venne portato a compimento, malgrado il trattato, però, nella Penisola sono ospitate testate atomiche statunitensi.

Oggi nel nostro Paese sono ospitate bombe atomiche americane nell’ambito del programma della Nato per il nuclear sharing (condivisione nucleare, applicato anche in altri Stati). Le bombe possono essere attivate solo con i codici posseduti dal personale militare statunitense, ma, in caso di guerra, devono essere montate su aerei del Paese ospitante.

Fonte per quest'ultima parte Geopop.

In conclusione una speranza, che non si arrivi in qualche modo, demolendo quanto scritto da me in precedenza, a mettere al potere in Iran Reza Pahlavi, visto, innanzitutto, che si dichiara pretendente al trono iraniano, quindi dalla padella alla brace, poi perché, sinceramente, non credo che in Iran se lo fili più di qualcuno e che abbia il carisma per poter governare un cambiamento libero ed incondizionato.

Grazie per l'attenzione
Giorgio Bargna