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domenica 31 maggio 2026

Rotte a rischio, dalle guerre mondiali alla guerra globale?

 


Spesso si pensa che le guerre mondiali siano un fenomeno esclusivamente moderno. 

In realtà, la storia mappa eventi globali ben prima del Novecento. 

Anche senza la mobilitazione di massa o le tecnologie del XX secolo, alcuni conflitti passati hanno avuto ripercussioni geopolitiche ed economiche su scala planetaria:
-La Guerra dei Trent'anni (1618-1648): Coinvolse gran parte delle potenze europee. Devastò l'Europa centrale e ridefinì i confini del Sacro Romano Impero, segnando la nascita del moderno sistema degli Stati sovrani.
-La Guerra dei Sette Anni (1756-1763): Definita da Winston Churchill la prima vera "guerra mondiale". Vide la coalizione britannico-prussiana opporsi a quella franco-austro-russa. Si combatté simultaneamente in Europa, nelle Americhe, nei Caraibi, in Africa e in India, riorganizzando gli equilibri coloniali globali.
-Le Guerre Napoleoniche (1799-1815): Coinvolsero tutte le maggiori potenze europee e le rispettive colonie. I combattimenti si estesero ai mari di tutto il mondo e alle Americhe. La Francia di Napoleone impose la propria egemonia sul continente, scontrandosi ripetutamente con le coalizioni guidate da Regno Unito e Russia.

Prima del XX secolo non esistevano "guerre mondiali" nel senso contemporaneo del termine. Tuttavia, gli storici considerano queste guerre imperiali ed egemoniche come i primi veri conflitti globali

Facciamo un balzo in avanti.
Le radici della Grande Guerra affondano in un complesso sistema di tensioni latenti, ben oltre l'attentato di Sarajevo e la conseguente dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia che attivò le alleanze militari.
Le crisi marocchine accesero la rivalità franco-tedesca, parallelamente, il declino dell'Impero Ottomano spinse Austria e Russia a competere aggressivamente per l'influenza sui Balcani e la Francia desiderava vendicare la sconfitta del 1870 contro la Prussia e riconquistare l'Alsazia-Lorena.
Economicamente le potenze europee si scontrarono per il controllo di mercati e materie prime in Africa e Asia, in Europa, la rapida crescita industriale della Germania iniziò a minacciare direttamente il primato economico del Regno Unito.

Tra le cause che scatenarono la Seconda Guerra Mondiale, alcune risultano inquietantemente attuali. Concentrandoci su queste, il primo parallelo riguarda il fallimento della Società delle Nazioni, l'organismo internazionale non riuscì a fermare le violazioni dei trattati e le aggressioni di Germania, Italia e Giappone. Una dinamica che oggi ricorda da vicino l'impotenza dell'ONU, spesso percepita come un teatrino a causa del diritto di veto delle superpotenze.
Un secondo fattore chiave è la crisi economica e sociale, che permise a Hitler e Mussolini di prendere il potere cavalcando nazionalismo e militarismo. Il Crollo di Wall Street del 1929 distrusse le economie europee, causando disoccupazione di massa e la perdita di fiducia nella democrazia.
 
Gli Stati Uniti, per far fronte alla crisi, richiesero indietro i prestiti concessi e imposero tariffe doganali protezionistiche. Di conseguenza:
-Il commercio mondiale si ridusse del 66%.
-Grandi banche (come il Creditanstalt austriaco) fallirono.
-La disoccupazione in Germania superò il 30%.
Hitler seppe capitalizzare questa disperazione, promettendo lavoro, ordine e la revoca del Trattato di Versailles. Inoltre, la chiusura delle frontiere commerciali spinse gli Stati privi di materie prime, come Germania, Italia e Giappone, a ottenerle attraverso l'espansione militare.

Una guerra mondiale si scatena quando un conflitto locale si espande su scala globale a causa di alleanze militari vincolanti, interessi geopolitici contrapposti e tensioni economiche e ideologiche accumulate nel tempo. Non si tratta mai di un evento improvviso, bensì del collasso di un intero sistema internazionale, all'interno del quale i meccanismi di sicurezza si trasformano in trappole inevitabili.

Oggi i conflitti con il più alto potenziale di innesco globale vedono il coinvolgimento diretto o indiretto delle maggiori superpotenze nucleari e militari (Stati Uniti, Russia, Cina e blocco NATO).
 
I fronti principali sono tre:
-Ucraina ed Europa orientale: Il continuo superamento delle "linee rosse" geopolitiche aumenta il rischio di uno scontro militare diretto tra la Russia e i Paesi della NATO, con il conseguente pericolo di un'escalation nucleare.
-Medio Oriente (Asse USA-Israele vs Iran): L'Iran e la sua rete di alleati regionali (Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen) si contrappongono al blocco occidentale. Teheran mantiene inoltre solidi legami strategici ed economici con Pechino e Mosca. Un conflitto totale in questa regione rischierebbe di bloccare lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso, provocando il collasso dell'economia mondiale e forzando l'intervento delle potenze globali per proteggere i propri interessi energetici.
-Stretto di Taiwan: La Cina considera l'isola una provincia ribelle da riunificare, anche con la forza, mentre gli Stati Uniti mantengono una politica di forte supporto militare e strategico a Taipei. Questo scenario, spesso sottovalutato in Occidente, rischierebbe di scatenare una guerra ad alta intensità tra le prime due economie del mondo, paralizzando la produzione globale di microchip e semiconduttori.

Gli analisti geopolitici esprimono forte preoccupazione per la progressiva polarizzazione delle crisi internazionali in due blocchi informali ma fortemente armati:
-Blocco Occidentale: Stati Uniti, Paesi NATO, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud e Australia.
-Asse Revisionista: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Questi Paesi cooperano in modo sempre più stretto attraverso scambi di tecnologie militari, forniture energetiche e supporto diplomatico.

Proviamo ad analizzare l'impatto economico globale che avrebbe il blocco delle rotte commerciali in caso di escalation, visto che comunque è l'economia oggi più che mai a provocare alcuni interventi.
Il blocco simultaneo dei principali colli di bottiglia marittimi mondiali metterebbe a rischio oltre 10 miliardi di dollari al giorno di scambi commerciali, innescando uno shock sistemico capace di trascinare l'economia globale in una profonda recessione.

Il blocco combinato dello Stretto di Hormuz e di Bab al-Mandeb (Mar Rosso) congelerebbe circa il 25% dell'offerta globale di petrolio e gas, determinando effetti immediati:
-Prezzi dell'energia: In caso di chiusura prolungata, il greggio vedrebbe un'impennata immediata, con il rischio concreto di sfondare la barriera dei 200 dollari al barile.
-Gas Naturale Liquefatto (GNL): Attacchi o blocchi a hub strategici dimezzerebbero le forniture dirette verso Europa e Asia, provocando il raddoppio dei costi del gas.
-Rotte alternative sature: I tentativi di bypassare i blocchi tramite oleodotti di terraferma sposterebbero solo il problema logistico, saturando rapidamente le infrastrutture residue.

Ad esempio il blocco dei transiti di componenti chiave estratti o lavorati nel Golfo (come l'elio qatariota) rallenterebbe la produzione di microchip, autoveicoli e dispositivi medici, frenando bruscamente gli investimenti nel settore tech; ma non è solo questo.
Il Golfo Persico non è solo uno snodo energetico, ma una delle aree di massima produzione di componenti per l'agricoltura.

Le istituzioni finanziarie internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) stimano che un'escalation prolungata ridurrebbe la crescita del PIL mondiale sotto il 2,6%, portando i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni (come l'Italia) verso una recessione immediata.
In un mondo dove le catene di approvvigionamento sono tese fino al millimetro, la geografia torna a dettare le regole della politica internazionale. 
La vulnerabilità di questi pochi, cruciali chilometri di mare dimostra che la globalizzazione ha un prezzo nascosto: l'interdipendenza totale. Se l'economia è oggi il motore che muove i fili dei conflitti, è anche lo specchio che riflette le conseguenze di ogni mossa azzardata. Un'escalation militare nei colli di bottiglia del commercio mondiale non si tradurrebbe semplicemente in una crisi regionale, ma nell'innesco di un collasso economico planetario. Una reazione a catena globale da cui, alla fine, nessuno scenario geopolitico uscirebbe davvero vincitore.

Il blocco delle rotte commerciali strategiche innescherebbe uno shock economico globale, mettendo a rischio oltre 10 miliardi di dollari al giorno di scambi. Per mitigare questo scenario, le strategie principali includono la diversificazione energetica verso le rinnovabili,nucleare compreso, per quanto riguarda noi, la resilienza logistica tramite infrastrutture alternative, la sicurezza marittima multinazionale e il nearshoring industriale. 

Giorgio Bargna




domenica 8 marzo 2026

IRANIAN REFLEX

 


Ne ho già scritto a titolo personale e torno sul tema, gli scenari internazionali stanno cambiando e i contraccolpi economici e militari si sentono.

Scrivo da ignorante in termini economici e militari, ma cerco di utilizzare la poca materia grigia di cui la natura mi ha dotato per ragionare.

Intanto abbiamo capito tutti che le regole d'ingaggio non ci sono più, semmai avessero avuto concretezza, più nessuno ormai da credito all'ONU ed ai vari tribunali o alle varie egide internazionali.

Tra gli attori in campo elenchiamo,  oltre i già citati Usa, Russia, Cina, Brics vari, anche i paesi mediorientali e dell'area del Golfo, paesi di grande "disturbo" per tutti, ma principalmente per Israele, ma osserviamo anche una certa crescita dei paesi che stanno sotto la linea del Sahara.

Sì, l'economia africana è in crescita significativa, posizionandosi come la seconda regione a più rapida crescita al mondo dopo l'Asia, trainata da investimenti infrastrutturali, risorse naturali, digitalizzazione e una popolazione giovane, la crescita è solida anche se rimane ancora il freno di un alto debito. Niger, Senegal, Ruanda, Costa d'Avorio ed Etiopia figurano tra le economie a più alto tasso di crescita. Come dicevamo investimenti in risorse naturali, infrastrutture, fintech, green tech ed e-commerce sono i fattori trainanti ed una rapida urbanizzazione alimentano i consumi privati.

Dicevamo di Medio Oriente, Golfo, Nordafrica.

Il mercato dei paesi mediorientali e nordafricani (area MENA - Middle East and North Africa)  si configura sempre più come una regione dinamica, caratterizzata da una crescita economica in rafforzamento e da una forte diversificazione, oltre il settore energetico, la regione si posiziona come un'area di opportunità per investimenti e export, in particolare nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

I paesi del GCC (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein) stanno attivamente diversificando le loro economie, con grandi investimenti in settori non idrocarburici, infrastrutture, turismo e tecnologia ( l'area del Golfo, sta vivendo un boom nell'adozione dell'intelligenza artificiale e nello sviluppo di infrastrutture per data center).

Non dimentichiamoci di Egitto e Marocco.

Nell' insieme di queste due economie rientrano il turismo, gli idrocarburi (gas/petrolio), la sempre comunque importante presenza del Canale di Suez, le industrie di automotive ed aeronautica, oltre ad un agricoltura che punta ad essere più moderna e green.

Potenzialmente l'area più pericolosa a livello di crescita economica e di cultura e fondamenti religiosi estremamente diversi dai nostri, alla pari del mediooriente in generale. Questa diversificazione culturale la troviamo anche nei confronti della Cina e sostanzialmente nell'area asiatica del Brics. Potrebbe sembrare un fattore secondario, che non tocchiamo, ma che proprio secondario non è.

I BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia rappresentano circa il 37% del PIL globale e il 45% della popolazione mondiale.

Come potete leggere molti di questi nomi tornano spesso e quindi a mio avviso c'è poco da stupirsi se da una parte con la scusa della democrazia piovono bombe e missili sull'Iran e dall'altra parte ne vengono indirizzati altri verso gli Emirati Arabi, il Bahrein, il Qatar.

Economicamente parlando questo non può dispiacere ad Israele che ha un economia basata, oltre che  sull' industria militare e farmaceutica, anche in questo caso su high-tech ed Intelligenza artificiale.

In tutto questo marasma, ma come quasi in ogni evento, la Cina rimane quantomeno defilata.

E anche la Russia sta restando fuori dal caos delle ultime ore.

Come la Russia oggi (e l'URSS ai tempi) la Cina è un grosso cruccio per gli USA e la politica atlantista.

La Cina è temuta per la sua forza, la sua crescita continua, perché non fa guerre e se fa alleanze e accordi di successo, può davvero arrivare ad essere la grande potenza principale del mondo.

La Russia malgrado la "calda amicizia" con l'Iran sta alla finestra? 

Signori, con la eventuale caduta dell’Iran Islamico e Rivoluzionario, la Cina si troverebbe ad avere un unico partner commerciale per l’uranio, cioè la Russia, e non più due.  Con tutto il vantaggio che ne consegue per poter controllare, arginare, negli intenti, lo sviluppo energetico della Cina, che è il primo passo indispensabile per lo sviluppo tecnologico. 

Precedentemente avevo scritto che a pagare scotto siamo essenzialmente noi da questa situazione iraniana, come in fondo succede per quella Ucraina.

Lo percepiamo guardando le bollette di gas e luce e facendo il pieno ai distributori.

Sono guerre, militari, politiche, economiche, che non ci appartengono, imposte da nostri presunti o presumibili amici.

E dicevo noi paghiamo risvolti molto pesanti al momento, ma questa guerra in particolare sta mettendo in ginocchio, e lo farà sempre di più, anche le economie emergenti che vivono anche dell'emigrazione (che diventa anche economica)  dei loro "missionari".

Ora si che l'Europa è il momento che diventi scaltra, che il Nord Italia all'interno dell'Europa diventi scaltro e decisivo.

E' giunta l'ora di una svolta politica che ci porti a guadagnare da certe situazioni anziché portarci semplicemente in casa difficoltà economiche, profughi e terroristi.

Giorgio Bargna

domenica 1 marzo 2026

TRA UN CAPPUCCINO ED UNO SPRITZ LASCIAMO FUORI ALMENO REZA PAHLAVI


Iniziamo questo personale ragionamento partendo da un fatto che potrebbe risultare futile, ma che forse tanto futile non è.

Il nostro ministro della difesa Guido Crosetto, ma fosse stato il ministro della Sanità poco cambiava, si è ritrovato bloccato, in pieno scenario di guerra a Dubai. 

Una situazione tra il surreale ed il grottesco, che ad essere maliziosi porta a pensare che lui e il governo Meloni non fossero stati pre-allertati sull’escalation di guerra. 

Altrimenti dovremmo pensare a qualche difficoltà intellettiva del Ministro, tanto è vero che , ironicamente il generale Roberto Vannacci ha commentato la questione: “Salvate il soldato Crosetto, l'unico ministro della difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”. 

Ma andiamo oltre, usciamo dai ragionamenti che si fanno davanti ad un cappuccino o ad uno spritz.

E' morto Khamenei? Va bene!!!

E' caduto Maduro? Va bene!!!

Intanto l'amministrazione Trump ha annunciato un piano per acquisire e commercializzare il petrolio venezuelano, versando i proventi in conti controllati dagli Stati Uniti,  nel frattempo gli USA mantengono una sorveglianza (quarantena) sulle navi e credo proprio che il 56% della popolazione locale che vive in condizioni di estrema povertà non abbia molte speranze di miglioramento.

Ma torniamo in Iran, qui hanno fatto fuori la testa, una testa anziana ed incaponita che dava, probabilmente, ormai fastidio anche ai suoi collaboratori, che sono pronto a scommettere, direttamente o indirettamente resteranno al loro posto.  

Magari la Gestapo locale che non si richiamerà più ai guardiani della rivoluzione, farà maquillage, magari vedremo qualche nuovo volto in TV, ma gli amici di Khamenei, ora, per restare comodi al loro posto, non si faranno problemi ad accordarsi con CIA e Mossad per vendere gas e petrolio. 

Finita questa proiezione cinematografica ai giovani iraniani, forse, verrà concesso un minimo di internet e qualche peccatuccio sessuale in più, ma la vera libertà non la conoscerà nemmeno questa generazione.

Ma spostiamoci un passo a fianco, io l'ho definita testa anziana ed incaponita, ma Khamenei, soprattutto il suo ruolo, nel mondo sciita è paragonabile a quello che il Papa ha per il mondo occidentale.

Troviamo fondamento in questo nelle odierne manifestazioni di piazza in Iran, come in Pakistan, come persino in Grecia,  dove le varie comunità sciite stanno, in alcuni casi, mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. 

Per concludere torniamo ai discorsi davanti al cappuccio od allo spritz.

In un Paese come l'Italia, dove secondo dati Istat, il 31,5% delle donne ha subito violenze nella vita, con prevalenza di minacce e violenze fisiche da partner, ma dobbiamo aggiungere quelle psicologiche ed economiche, in un Paese che si posiziona all'85° posto nel mondo nel Global Gender Gap Report 2025 per la parità, oggi molti indefessi del chiacchiericcio festeggeranno per la presunta libertà delle donne, dei giovani, degli omossessuali in Iran. 

Oggi perché è il giorno X, domani, al più tardi la prossima settimana, per loro non ci sarà il problema, esattamente come non c'è mai stato in passato, visto che, abbiamo letto qualche riga fa, sono coloro che hanno riempito la statistica ISTAT che non rileva ovviamente le violenze non dichiarate.

Alla fine di questo ragionamento vi lascio una mia certezza ed una domanda, che contiene secondo me una risposta direttamente correlata alla mia certezza.

La certezza.

Quando un paese attacca od invade un altro non lo fa mai sicuramente in nome della libertà dell'altro.

Le libertà i popoli se riescono ad averle è soltanto perché le volevano e se le sono conquistate.

Il resto si chiama guerra, si fa per ragioni economiche e spesso e volentieri sui territori "liberati" rimangono presenti le forze armate dei "liberatori".

La pseudodomanda.

Perché in Italia non ci sono centrali nucleari? Oh certo, abbiamo tenuto un referendum su questo, ma in un momento di crisi energetica praticamente nessuno, a livello politico, sposa l'idea di riaccendere il dibattito.

Perché in Italia non abbiamo armi nucleari?

Molto semplice, l'Italia, 70 anni fa ha perso una guerra e quindi in Italia sono custodite testate atomiche statunitensi nelle basi militari di Ghedi (BS) e Aviano (PN).

Pochi anni dopo l’Italia avvio programmi per utilizzare l’energia nucleare in ambito militare internazionale, indirizzata per alimentare i motori dei mezzi navali, soprattutto sottomarini e portaerei; non ci si poteva permettere molto di più, perché era vietato dal trattato di pace firmato al termine della Seconda guerra mondiale, e comunque poi la Francia si chiamò fuori. 

L’Italia qualche anno dopo riuscì a  sviluppare una tecnologia all’avanguardia per l’utilizzo civile dell’energia nucleare,  che avrebbe potuto dare la possibilità di costruire bombe atomiche in tempi relativamente rapidi fosse mutato lo scenario.

Ma nel 1975 il Paese aderì al Trattato di non proliferazione nucleare e quindi nessun programma venne portato a compimento, malgrado il trattato, però, nella Penisola sono ospitate testate atomiche statunitensi.

Oggi nel nostro Paese sono ospitate bombe atomiche americane nell’ambito del programma della Nato per il nuclear sharing (condivisione nucleare, applicato anche in altri Stati). Le bombe possono essere attivate solo con i codici posseduti dal personale militare statunitense, ma, in caso di guerra, devono essere montate su aerei del Paese ospitante.

Fonte per quest'ultima parte Geopop.

In conclusione una speranza, che non si arrivi in qualche modo, demolendo quanto scritto da me in precedenza, a mettere al potere in Iran Reza Pahlavi, visto, innanzitutto, che si dichiara pretendente al trono iraniano, quindi dalla padella alla brace, poi perché, sinceramente, non credo che in Iran se lo fili più di qualcuno e che abbia il carisma per poter governare un cambiamento libero ed incondizionato.

Grazie per l'attenzione
Giorgio Bargna

 

sabato 28 febbraio 2026

DAL GOLAN ALL' IRAN: CHI CI PERDE E COSA POSSIAMO FARE



Partirò esprimendo pensieri personali per giungere a pensiero politico che sicuramente è condiviso dal movimento politico in cui milito.Il mio primo ricordo della guerra risale a quando, nel giugno del 1967, non avevo ancora compiuto tre anni e seguivo, come si usava allora, sulla TV B/N del nonno, le vicende delle alture del Golan e della "Guerra dei Sei Giorni".Tra l'altro a 60 anni di distanza, ma è cosa che dura nei millenni, li la pace è ancora un ipotesi.In questi oltre sessanta anni di vita l'unica certezza che ho sviluppato è che le guerre si combattono, si creano, a volte finiscono, solo ed unicamente per denaro ed interesse.

Chi muove gli interessi?Certamente i grossi gruppi di affari legati alla politica, sicuramente i capi di stato delle maggiori potenze (nessuna esclusa),  sicuramente ogni genere di mafia, dalle europee alle sudamericane, sicuramente influenzano, più o meno direttamente, le tre principali religioni mondiali, che economicamente parlando, non sono sicuramente le ultime ad avere voce in capitolo.

Chi ci perde?

A volte ci perde chi può sembrare più forte.

In Ucraina sicuramente la Russia non può cantare vittoria,  in quattro anni non è stata capace di avanzare,  la sua economia è al collasso e sta per crollare, però ci raccontano che si preparando ad invadere l'Europa, che dobbiamo prepararci alla guerra, che è necessario spostare risorse da sanità, istruzione e servizi per finanziare il riarmo, perché nel 2027 o nel 2030 saremo invasi dai russi. 

In un azione militare in Afghanistan, messa un po' nel freezer negli ultimi anni , nel 2020, l'amministrazione Trump ( personaggio di cui riparliamo tra qualche riga) firmò un accordo con i Talebani per il ritiro delle truppe, mentre sotto l'amministrazione Biden, i Talebani lanciarono un'offensiva fulminea riconquistando Kabul il 15 agosto 2021.

Sempre perdiamo noi cittadini, di tutto il mondo, in serenità, a livello economico ed i più sfortunati, quelli direttamente interessati, conoscono direttamente l'orrore e la morte.

E' di oggi la notizia della nuova escalation in Iran, qui torniamo su Trump, quello che chiude le guerre, così dice.

Certo forse è ancora presto immaginare gli scenari dei prossimi giorni. ma non è idea peregrina ipotizzare il rischio di una terza guerra mondiale, considerando che l’Iran, che ci ha fatto sapere che questa volta risponderà seriamente, ha una popolazione di cento milioni di persone, non 32 come il Venezuela e  può contare su amici potenti come ad esempio la Cina, cui fornisce 1,7 barili di petrolio al giorno e la Russia che lo tutela in funzione anti americana, senza dimenticare che come scrivevo qui tempo fa, non va dimenticato che nello scacchiere internazionale a fianco e spesso in collaborazione con Cina e Russia si sono fatti forza paesi come Brasile, India, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Indonesia e ribadisco oggi quanto affermavo politicamente nel finale di quell'articolo.

La mia ricetta da servire a Patto per il Nord, per un indirizzo politico internazionale, è tanto semplice quanto impegnativa. Innanzitutto, dicevo, siamo piccoli quindi non è il momento di prendere posizioni strategiche a livello internazionale, ma è quello di "esplodere" sul territorio.Lo stiamo facendo, stiamo lavorando per creare una rete che comprenda sui territori, oltre noi, associazioni, liste civiche, imprenditori, gente di "buona volontà", uniti da un unico vero e inscindibile punto, la cura e lo sviluppo dei territori del Nord, la buona gestione delle risorse economiche da tenere in loco e lo sviluppo di strategie sostenibili su ogni tematica.Sta succedendo e ci porterà nel tempo a governare, tutti insieme, borghi, città, regioni e ad entrare in Parlamento. Successo questo, la nostra linea sulla politica internazionale, a mio avviso, può essere una sola.Siamo parte integrante dell'UE, anzi il Nord Italia è uno dei motori principali dell'economia europea, manca però, a mio avviso, di un elevato potere politico.Noi dovremo lavorare per avere questo potere politico, per poter indirizzare le scelte europee sullo scacchiere internazionale.Parlavo dell'Europa dei Popoli, questa non va intesa solo a livello socioculturale, etnico, storico, va intesa anche sul peso che ogni Popolo mette a disposizione, volontariamente, al resto della comunità.Il Nord Italia esercita un potere economico significativo in Europa, soprattutto grazie alla Lombardia (seconda regione UE per PIL totale dopo Île-de-France), all'Emilia-Romagna, al Veneto.Il potere economico del Nord Italia è fondamentale per l'Unione Europea, grazie alla forza e alla caparbietà degli abitanti, autoctoni o meno che siano, del Nord-Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta) e del Nord-Est (Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia).Ma non è solo una questione economica a valorizzare ed ad alimentare le mie pretese di potere a livello europeo. Il Nord Italia ad esempio eccelle anche sul sociale, specialmente a livello di volontariato sia in dentro i confini che fuori.Il Nord Italia è un motore cruciale per il volontariato europeo, con tassi di partecipazione significativamente alti, fornendo una solida base di volontari, soprattutto in settori come la sanità e il soccorso, sebbene l'Italia complessivamente si collochi indietro rispetto ai paesi nordici per partecipazione complessiva. La maggior parte dei volontari attivi in Italia si trova nel Nord, con la Lombardia che da sola ne ospita oltre 1 milione, più di molte regioni del Sud messe insieme.Il Nord Italia è un punto di riferimento per il volontariato sanitario (ambulanze, clown dottori), supportando l' infrastruttura di volontariato a livello europeo. Poi, il Nord Ovest e tutto il nord dell’Italia, hanno l’economia più “green” d’Europa. Sono l’eccellenza nell’economia circolare, più ancora di Paesi come la Germania, la Svezia, l’Olanda abitualmente celebrati come i più avanzati quanto a sostenibilità ambientale e capacità di eco-innovazione delle rispettive economie. Il Nord Ovest è primo in Europa per consumo interno di materia procapite e per unità di Pil, e per tasso di riciclo sul totale di rifiuti prodotti , e si colloca nelle prime posizioni anche per quota di motorizzazioni alternative a benzina e diesel (metano, Gpl, ibrido, elettrico) sul parco auto (8,1%) e per consumi finali di energia per unità di Pil.

Potrei cercare mille altre motivazioni per asserire che il Nord Italia ha il diritto ed il dovere di essere forza decisionale importante sullo scenario europeo ed internazionale, ma mi fermo qui, ribadendo che è necessario per Patto per il Nord crescere velocemente creando la "nuova classe politica" che sarà non solo la salvezza del Nord, ma una grande forza di indirizzo nella politica internazionale.


Giorgio Bargna


 

domenica 15 novembre 2015

Qual'è il mondo migliore?

Ieri sera, un po’ di getto, ma con convinzione, ho aggiornato il mio stato su Facebook; la frase incriminabile era questa:
Forse più che usare foto celebrative conviene impegnarsi per un mondo migliore, sarà difficile che finiscano le morti se c'è un dislivello della qualità della vita così ampio e se l'economia regna sovrana”.

Una frase concisa che contiene ragionamenti molto più ampi, una frase che in momenti più sereni viene letta per quello che è da chi ha voglia di guardare verso il mondo, in attimi di tensione come questi magari crea discussione.

Premetto che al tempo di Charlie Hebdo pur cercando di restare sull’analisi anch’io mi sono fatto contaminare dalle matite spezzate, sarà comunità, sarà solidarietà, saranno anche belle cose, ma temo che esporre la bandiera francese serva proprio a nulla in termini concreti…in verità probabilmente, nella concretezza,  non serve a molto neppure leggere o scrivere analisi politiche, però almeno possiamo farci sopra dei ragionamenti.

Preciso per chiarezza che non difendo il terrorismo e tanto meno chi si fa bandiera della religione per far le guerre che si tratti di fondamentalisti islamici tipo ISIS o cristiani di stampo balcanico.

Ma non voglio neppure fare un analisi sulla situazione attuale, intesa come il fatto di cronaca in se stesso, ma prendo punto da alcuni commenti lasciati sullo stato Facebook per spaziare un attimo e rispondere ad alcuni; lo spunto me lo ha dato il primo commento di un’amica francese su cui si può discutere, che poi ha lasciato un secondo commento nello svilupparsi della discussione con altri amici che da il polso della situazione, seguito da un terzo a cui una risposta va data.

Nel secondo commento Lilian dice “Vogliono il loro mondo nel nostro mondo e questo non lo accettiamo”, se questa frase l’avesse pronunciata un equadoregno non mi avrebbe toccato, ma pronunciata da un francese cambia significato, la Francia ha colonizzato paesi in ogni continente del mondo, si sono mai chiesti se gli autoctoni ne fossero felici? Temo di no!

Nel terzo commento punta il dito: “Quando ammazzeranno i vostri figli cambierete discorso”.

L’Italia è certamente un paese strano, probabilmente privo di una vera base identitaria, ma il terrorismo, le stragi, i morti, il pianto li conosce bene. Conosce i morti per i muri di gomma, per le stragi politiche, per le stragi mafiose, per le stragi in paesi di guerra sebbene non sia certo la nostra nazione il primo beneficiario dei beni sottratti ad altri paesi. L’Italia in un modo o nell’altro si è sempre risvegliata ed ha sempre reagito alle stragi, nessuno venga ad insegnarci qualcosa in merito.

Però avevo deciso di scrivere questo articolo alla pubblicazione del primo commento di Lilian ed in seguito ad altri. Agli altri sarebbe semplice rispondere ma sono argomenti da botta e risposta, dove ognuno dice quello che pensa, Lilian invece fa un’osservazione pesante: “Noi facciamo di tutto per un mondo migliore ma loro non lo vogliono. Vogliono il "loro" mondo”.

Nel botta e risposta ci starebbe alla grande la risposta di Giorgio Masocco: “Il loro mondo sono le praterie afgane, irachene, pachistano, palestinesi, in balia di droni francesi, americani, inglesi, israeliani, che gli sterminato interi villaggi, ospedali di MSF, dove con licenza di uccidere ammazzano, gli occidentali. Inermi madri e bambini. C' est la vie, come dite voi.

Però io voglio provare a confrontare due mondi per un attimo e chiedermi:
E’ meglio un mondo dove si muore per un mal di denti o quello dove hai quintali di medicinali, ma muori di tumore per la carne che mangi o per quello che respiri al lavoro?

E’ meglio un mondo dove per ignoranza o intelligenza (non sta a me stabilirlo) segui delle regole arcaiche o un mondo dove credi di essere libero ed invece devi alzarti la mattina per andare a lavorare in modo di potere pagare le rate dell’auto che ti porta a lavorare e dove sei schiavo del consumismo che ti lega al denaro obbligandoti a compromessi meschini?

Fatto salvo che tanto in un mondo che nell’altro chi si fa largo col terrorismo rappresenta solo la parte estremista di quel tessuto e chi (come dice Giorgio) usa i droni rappresenta solo l’élite dominate, viene difficile stabilire qual è il mondo migliore tra i due, soprattutto senza averli vissuti entrambi e non dico vissuti da turista o di passaggio, ma vivendoli quotidianamente per tempo.

Ragiono però guardando il mio modello di mondo, quel modello che si è imposto su altri grazie anche a grandi stermini, ricordiamo le Americhe ai tempi delle invasioni spagnole, tanto per citarne uno, quel modello che per sopravvivere ha distrutto l’ambiente e l’habitat naturale, un modello che se fosse applicato in ogni angolo del mondo avrebbe già creato una catastrofe naturale immane.

Io non so di preciso cosa dovrebbe fare chi vive nell’ “altro mondo”, so che io devo impegnarmi nel mio nel cercare di frenarlo e migliorarlo e so anche che se vado ad impormi altrove prima o poi qualcuno se la prende a male e reagisce, magari anche sovvenzionato dalla mia élite, e non devo lamentarmi troppo se per avere la casa calda d’inverno qualcuno paga con la pelle.

Ribadisco il concetto, aborro il terrorismo e le guerre, ma sono conseguenze dirette di un sistema che esiste, anche se in forma più lieve, dai tempi di Adamo ed Eva, ma che spero sia dismesso quando nasceranno i miei pronipoti.

Forse alla fine di queste pagine non siamo venuti a capo di nulla, fatene ciò che volete, conservatele nel diario oppure appallottolatele e buttatele nel cestino, l’importante è che facciate una piccola riflessione in merito.


Giorgio Bargna

lunedì 6 aprile 2015

...nemmeno lentamente muore...

Prendo in prestito le parole di Martha Medeiros (o se preferite di Pablo Neruda) e dico che “nemmeno troppo lentamente muore, muore questo mondo negli occhi dei bambini”.

Muore nell’orrore che vedono tra i cadaveri delle guerre, siano esse nascoste dai credo o dai danari.

Muore nello schifo di chi picchia e stupra i bambini, picchia e stupra le loro madri, sfrutta e maltratta i loro padri per un tozzo di pane.

Muore nei loro occhi quando non capiscono perché qualcuno muore di fame e non siamo in grado di spiegargli il perché.

Muore nei loro occhi quando si fidano di qualcuno che li tradisce, li usa, li sfrutta ne fa arma di ricatto in faccende domestiche.

Muore nei loro occhi quando nessuno è più in grado di regalare loro un sorriso, una carezza, un gesto d’amore.

Muore negli occhi di tutti quando ci guardiamo attorno e ci accorgiamo che vicino a noi c’è Giuda e non un solo amico.

Questo mondo, nemmeno lentamente, muore perché si sta dimostrando degradato, perverso, meschino, orribile, senza più valori e dignità.

Nel mio piccolo, senza pretendere di essere perfetto, anzi errando spesso, cerco di non farlo morire questo mondo, ma non è facile. Ci sono ancora persone che ci credono e lo vogliono un mondo che vive; non ho ancora capito bene se sono poche o se io sono miope.

Non posso considerarmi certamente un praticante di valore, ma vi lascio in calce quanto riportato nella II lettera di San Paolo a Timoteo:

"...negli ultimi giorni ci saranno tempi difficili.  Poiché gli uomini saranno amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali,  senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori, senza padronanza di sé, fieri, senza amore per la bontà,  traditori, testardi, gonfi [d’orgoglio]"


Facciamo non muoia davvero, Giorgio Bargna

venerdì 30 gennaio 2015

Non avrai altro Dio


All’interno dell’Assemblea di “Lavori in Corso”, dopo il varo del PGT canturino, sono stato certamente tra i più strenui (se non il più strenue) difensori dell’idea che un referendum contro la costruzione non andasse fatto, per motivi ideologici e per coerenza, semmai una consultazione andava fatta prima del varo del documento urbanistico.

Per quanto io sia fermamente convinto (oggi come allora) che una lotta in difesa della libertà di religione (ma di ogni libertà) vada sempre fatta, a suo tempo ho sostenuto che i tempi non fossero ancora maturi per questo passo, per svariati motivi;  a mio vedere però una volta fatta la scelta questa deve essere difesa a spada tratta, con la convinzione pari a quella che la ha fatta maturare, a dispetto questo di quanto ne pensi il Sindaco di Cantù.

In campagna elettorale era stata spesa una promessa di consultazione, ma (ribadisco il concetto) andava concretizzata prima delle scelte. A bocce ormai lanciate era certamente più elegante e giusto ammettere un errore, piuttosto che rincorrerlo, commettendone altri ed aprendo il campo a chi su questa vicende costruisce una battaglia politica.
Come era ovvio, viste leggi e regolamenti, la proposta di Referendum avanzata dalla Lega nei giorni scorsi è stata cassata, senonchè proprio in concomitanza con “Il giorno della Memoria” è stata varata una norma regionale minante, a mio personale e magari sbagliato modo di vedere, in modo esplicito i principi di uguaglianza e di libertà religiosa.

Non sono ne un tecnico ne un esperto giuridico ma mi pongo una domanda pur non conoscendone il testo preciso in questo momento: sarà cassabile dalla Consulta questa norma?

Ma passiamo alla parte meno tecnica e più politica ed ideologica. A varare la norma un Consiglio presieduto da uno dei leader di un movimento politico proclamatosi di volta in volta libertario, indipendentista, federalista e autonomista, un movimento ed un leader che oggi invece agiscono da Podestà, calando dall’alto vincoli alle comunità, come farebbe un esperto centralista.

Si parla in questi giorni di integralismo islamico. Questo integralismo esce vincente, in queste ore, in questa regione, grazie ad un altro integralismo, quello cattolico che ha ingaggiato la battaglia locale varando una norma che va a creare enormi difficoltà a tutte le religioni che non siano quella cattolica, tanto che contro questa norma si sono schierati anche i rappresentanti delle altre 11 confessioni presenti in Lombardia.

Come leggo su “La stampa-online”: «Netto dissenso» esprime la Conferenza Evangelica nazionale, mentre i Valdesi scrivono che «ancora una volta in Italia si dimostra che la tutela della libertà di religione e di pensiero non è un dato acquisito».

Aldilà della legittimità della norma e della sua eventuale applicazione nella vicenda canturina (tutto da appurare davanti al testo) vedere telecamere, limitazioni urbanistico-edilizie praticamente impossibili da superare e organi regionali di censura che sottraggono autonomia agli enti locali, mi porta a pensare una cosa: semmai esista una guerra tra religioni questa battaglia non è stata vinta da una parte, ma persa dall’altra che, autisticamente comportandosi, davanti all’assenza di risposte legate all’intelletto è passata alle vie di fatto, vie di uno stampo  non propriamente legate al confronto, anzi, semmai, sommarie e isolazioniste.

Giorgio Bargna

venerdì 16 gennaio 2015

(Effetto) Domino II

Nel chiudere la prima parte di questa riflessione auspicavo di trattare tra l’altro di istruzione, non intendo parlarne nel senso stretto, chi mi conosce è informato della mia convinzione che ormai l’istruzione “omologata e globalizzata” sia un efficace arma utilizzata dai padroni del vapore per rincoglionire i propri sottomessi; vado ad approfondire invece qualche sfumatura che collega l’istruzione alla “comunicazione sottoposta” ed alla standardizzazione.
Mesi fa pubblicai un post dedicato alla comunicazione moderna, a mio avviso, se utilizzata con criterio, porta vantaggi immensi, il dramma è purtroppo che qualcuno ne fa un uso veramente scandaloso.
Recentemente leggevo sul web un articolo sul tema, lo spunto è la notizia che tra le  intenzioni di chi governa in Finlandia ci sia anche quella di non voler più insegnare nelle scuole a scrivere in corsivo e nel tempo di puntare alla sola scrittura con la tastiera di un computer.
Condivido il pensiero dell’autore. E’ pur vero che praticamente PC, tablet e smartphone (prossimamente si aggiungeranno alla lista gli e-book) hanno soppiantato carta e penna nella praticità, ma con le funzioni automatiche stanno anche devastando la capacità di pensiero e concentrazione durante la scrittura; scrivere senza uno strumento digitale significa non poter tornare indietro ad ogni paragrafo, significa pensare bene cosa scrivere, significa tenere un foglio ordinato e ben pulito.
Eliminare il corsivo per votarsi allo stampatello (grafia del semianalfabetismo) ed ai correttori digitali (oppure agli idiomi degli SMS) significa voler creare un’ondata di (neo)analfabetismo di ritorno; ne guadagnerà chi vuole per necessità un popolo artefatto e bue anziché colto e maturo e ne guadagnerà l’industria informatica supportata dal solito gruppo “politically correct” che osannerà la salvezza delle piante.
Parlavo proprio oggi al bar con gli amici del rischio legato all’energia elettrica, non oggi, tra una ventina di anni, scrivere (e leggere, con l’avvento delle e-libraries) in caso di cataclismi o guerre potrebbe rivelarsi un impresa epica considerato che ormai, sottoposti all’omologazione, non ci trasmettiamo praticamente più le “memorie storiche” orali.
Queste considerazioni ci collegano, senza neppure sforzarci troppo in fantasia, con il mondo del lavoro; un cittadino ignorante diventa facilmente un lavoratore felicemente succube e devoto.

Passiamo quindi a “ragionare” di lavoro.

Sarebbe semplice e quasi rasserenante parlare semplicemente del tasso di disoccupazione che colpisce giovani e ultracinquantenni malgrado che le percentuali siano veramente inquietanti. Sarebbe altrettanto rinfrancante sostenere che siamo governati da inetti facenti capo a categorie che non conoscono le difficoltà di ogni giorno e che la presenza del popolino al Parlamento gioverebbe … POPULISMO di bassa lega!
Piacerebbe anche a me gongolarmi in quel pensiero che auspica il tracollo economico quale guado verso una rifondazione. Il collasso sicuramente è in vista, ma non illudiamoci che i “padroni del vapore” (multinazionali, banche, cerchie guerrafondaie, massonerie) che a questo sono voluti arrivare, non si siano già predisposti per governarci di nuovo a loro piacimento imponendosi all’occorrenza anche tramite la forza militare, se quanto già descritto non bastasse; la loro intenzione, neppure tanto celata, è imporci nuovi regimi autoritari fascistoidi di cui già si vedono all’orizzonte alcuni esempi.
Prossimamente andremo a visionare come ci abbiano scippato la dignità lavorativa e come in fondo lavoro ed immigrazione siano temi legati a doppio filo, oggi limitiamoci al ricordo delle prime vere spallate subite.
Il governo Craxi, il 14 febbraio 1984, varò il cosidetto decreto di San Valentino, primo, deciso attacco contro la scala mobile, destinata a essere completamente soppressa anche con l’avvallo del referendum dell’anno dopo. Crollarono vertiginosamente le quotazioni dei partiti e delle associazioni che fin li furono i “rappresentanti” (nel bene o nel male) dei lavoratori; la classe operaia iniziò letteralmente a disintegrarsi, sul piano culturale, su quello sociale e su quello politico. Ne patirono, in quel primo acchito, anche l’ intellighènzia, i quadri medi e i, fino ad allora invidiati, dipendenti impiegatizi. Lo spauracchio negli anni ottanta era quello dell’inflazione, agitato con il vero scopo di modificare la distribuzione del prodotto sociale fra lavoro e capitale, con la fatale e progressiva riduzione dei redditi popolari e da lavoro dipendente.
L’attacco al ceto medio allora partiva in sordina, per poi manifestarsi, aspramente, durante gli anni duemila; un “genocidio” che spianò la strada al dominio neoliberista, globalista, finanziario che abbiamo visto manifestarsi appieno praticamente ieri.
(continua)

martedì 13 gennaio 2015

La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente

Sta di fatto che il terrorismo fine a se stesso va sempre condannato e che un giorno magari approfondiremo dove non è fine a se stesso, ma oggi, dopo essere stati tutti Charlie, ragioniamo anche sul fatto che è vero che "la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente", e continuerò a difendere sempre questo principio, ma se uno sbaglia bisogna anche un pò avvisarlo.

Sono iscritto a parecchie newsletters, tra queste anche una gestita da Marco Tarchi, sostanzialmente l'alter ego italiano di Alain de Benoist per anni; da lui mi giunge questa riflessione del pensatore francese che voglio condividere. Potete leggere qui l'articolo originale, io vi lascio in calce la traduzione. 
Evidenzio i punti a mio avviso salienti, buona lettura.

Charlie Hebdo, da giornale liberale-libertario, era diventato un portavoce dell’ideologia dominante

Al di là della legittima indignazione per il massacro perpetrato nella sede di “Charlie Hebdo”, quali lezioni si possono trarre da questo avvenimento? Bisogna vedervi, come fanno certi media, la prova che è stata dichiarata una “guerra totale” tra islam e cristianità, Oriente e Occidente?

La maniera abominevole in cui sono stati massacrati i collaboratori di «Charlie Hebdo» fa rivoltare lo stomaco, è ovvio. E quel che è più difficile quando l’emozione sommerge ogni cosa è conservare l’uso della ragione. E tuttavia ciò che è maggiormente necessario è imporsi la distanza interiore che consente di analizzare l’evento e di trarne delle lezioni
Di fronte a che cosa ci troviamo? 
Di fronte a una nuova forma di terrorismo, inaugurata in Francia dai casi di Khaled Kelkal e Mohammed Merah. Essa si distingue dalle precedenti ondate di terrorismo (tipo 11 settembre o attentato di Madrid), che erano concepite e messe in atto da basi estere attraverso grandi reti internazionali organizzate. Qui abbiamo invece a che fare con attentati concepiti in Francia da individui che si sono radicalizzati in maniera più o meno autonoma. Costoro sono passati progressivamente dalla delinquenza al jihadismo, ma sono il più delle volte soggetti che sono stati bocciati dal jihad
Hanno un grande sangue freddo, sanno utilizzare le armi di cui dispongono e sono completamente indifferenti alla via degli altri. Nel contempo sono dei dilettanti, dei pazzoidi, come questi fratelli Kouachi che decidono di andare a decimare una redazione “per vendicare il profeta” ma iniziano con lo sbagliare indirizzo, lasciano tracce dappertutto, non prevedono alcuna strategia di ripiegamento e dimenticano la carta d’identità nella macchina che hanno appena abbandonato. Sono dei pazzoidi imprevedibili, il che li rende ancor più pericolosi.
Bisogna anche stare attenti al contagio mimetico. La stessa logica imitativa che ha suscitato la comunione emotiva dei raduni spontanei a favore di “Charlie Hebdo” non mancherà di ispirare i potenziali emuli di Merah, dei fratelli Kouachi o di Amedy Coulibaly. Si immagini l’ondata di isteria sociale che la ripetizione a brevi intervalli di attentati come quello a cui abbiamo appena assistito potrebbe provocare. In un clima del genere, tutte le manipolazioni diventano possibili. Abbiamo visto già qualcosa del genere in passato: si chiama “strategia della tensione”
Si deve ovviamente fare la guerra a coloro che la fanno a noi, e farla con tutti i mezzi necessari. Ma parlare di “guerra totale” non vuol dire granché. I jihadisti (o i lanciatori di fatwa) sono altrettanto rappresentativi dell’islam quanto il Ku Klux Klan è rappresentativo della cristianità
Dopo tutto, non sono stati i jihadisti ma gli occidentali ad agitare per primi lo spettro dello “scontro tra le civiltà”, dopo essersi impegnati a destabilizzare l’intero Medio Oriente e ad eliminare tutti i capi di Stato arabo-musulmani che, da Saddam Hussein a Gheddafi, avevano eretto dighe contro l’islamismo radicale. La necessità di lottare contro le conseguenze immediate non deve far dimenticare la riflessione sulle cause prime.

Non è la prima volta che un giornale viene attaccato in modo violento. Vengono alla mente in particolare gli attentati contro “Minute” o “Le Choc du mois”, sia pure senza che vi si siano registrate vittime. Tuttavia, in occasione di quelle violenze, che avrebbero potuto rivelarsi mortali, si era registrata una minore empatia mediatica. Siamo sempre alla stessa storia dei due pesi, due misure?

Diciamo che, se invece di prendersela con la redazione di “Charlie Hebdo”, dei terroristi avessero decimato quella di “Valeurs actuelles” [settimanale di destra moderata], si può fortemente scommettere che le reazioni non sarebbero state le stesse. Non si sarebbero visti fiorire i “Je suis Valeurs” come si sono visti fiorire i “Je suis Charlie” (dal verbo “essere”, suppongo, non dal verbo “seguire” – ndt: la prima persona singolare dei due verbi in francese è identica). 
La classe politica di governo non avrebbe certamente parlato di “unione nazionale” (tema mistificante per eccellenza, peraltro, perché una “unione” di questo tipo avvantaggia sempre coloro che detengono il potere e vogliono beneficiare di un consenso). Contrariamente al suo predecessore “Hara Kiri”, “Charlie Hebdo”, giornale liberale-libertario, era diventato uno degli organi della ideologia dominante. La quale sa riconoscere chi sta dalla sua parte.

Ci viene detto, unanimemente, che “Charlie Hebdo” aveva fatto della libertà di espressione il proprio cavallo di battaglia. Ma cosa si dovrebbe dire delle campagne di delazione che hanno incitato a mettere lo scrittore Richard Millet alla porta del comitato di lettura delle edizioni Gallimard, a far licenziare Fabrice Le Quintrec da “France Inter” o Robert Ménard e Éric Zemmour da "Télé"? La libertà di espressione può avere dei limiti?


Basta con l’ipocrisia. Il 26 aprile 1999, i dirigenti di “Charlie Hebdo” avevano portato al ministero dell’Interno una serie di casse contenenti 173.700 firme di persone che richiedevano la messa fuorilegge del Front national. In materia di difesa della libertà di espressione, si è fatto di meglio! Ancora poche settimane fa, Manuel Valls ha dichiarato che “il libro di Zemmour non merita di essere letto”, mentre un altro ministro ha chiesto, senza vergognarsene, che “i palcoscenici televisivi e le colonne dei giornali cessino di ospitare opinioni di questo tipo”. E non riparliamo neanche del caso Dieudonné. Ciò detto, siamo giusti: fra coloro che celebrano la libertà di espressione quando si tratta di Zemmour, purtroppo ce ne sono molto pochi che sarebbero disposti a reclamarla per i loro avversari. Ora, “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”, come ha scritto Rosa Luxemburg, il che vuol dire che si è meritevoli nel difenderla solo quando si è pronti a farne beneficiare anche coloro che si esecrano. Ma è proprio questo quel che rifiuta l’ideologia dominante, anche negli Stati Uniti, dove il primo emendamento consente a chiunque di dire o scrivere ciò che vuole ma le opinioni non conformiste sono ancor più emarginate di quanto lo sono in Francia. Così come il diritto al lavoro non ha mai fornito un posto di lavoro, il diritto di parlare non garantisce la possibilità di essere ascoltati!

sabato 10 gennaio 2015

(Effetto) Domino

Quando ho aperto il foglio intendevo scrivere di immigrazione, sulla scia di quanto avvenuto a Parigi poi, pensando da sempre che certi fenomeni non siamo per nulla svincolati da altri, ho deciso di dare più ampio respiro alle riflessioni allargando il tutto anche verso alti temi che possiamo collegare al primo.

Basta “guardarsi in torno” per scolpire chiaro nelle nostre cortecce cerebrali il convincimento che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme. Ad ognuno di noi è capitato almeno una volta di “assaporarsi” un immagine che immortalava prestigiosi uomini politici mescolati con palazzinari, mafiosi d'alto bordo, giornalisti mezzani, direttori nominati di reti televisive, puttane e parassiti di ogni fronda. Osservare un parlamentare all’interno di questo insieme può semplicemente portare ad una sola conclusione: gli strali lanciati contro la mafia ed il malaffare, le polemiche debordanti, gli scontri dialetticamente cruenti che ogni giorno ci vengono propinati altro non sono che il “teatrino della politica”, l’esecuzione artistica della parodia della politica…ma la via è concretezza e questo cancro sta divorando il Paese attraverso delle metastasi devastanti che possiamo identificare tranquillamente nel clientelismo, nella burocrazia, nel parassitismo e nella corruzione, nella mentalità mafiosa diffusa e capillare che ritroviamo ormai presenti in ogni scenario delle nostre vite.

Ho tradotto in mie considerazioni quanto scritto da Massimo Fini, ho disegnate nella mia mente queste immagini da quando ero un bambino, ho visto passare sotto i miei occhi “Tangentopoli”, ora assisto ancor più esterrefatto agli eventi di “Roma Capitale” e gli sviluppi successivi.

Scriveva recentemente Massimo Fini sugli ultimi eventi:
Da allora e dalla successiva Tangentopoli nulla è cambiato. Se non in peggio. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a comandare, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è intrecciata. Siamo governati dalla banda della Magliana. E non poteva che finire così. Perché una classe dirigente interamente corrotta, se in questo termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il parassitismo, la mentalità mafiosa di cui parlavo in quel lontano articolo del 1979, non poteva combattere il sistema del malaffare senza scavarsi la fossa sotto i piedi”.
Io sono convinto che la malavita, quella seria, non quella dei ladri di polli, abbia sempre compartecipato alla direzione della danza, magari sotto mentite spoglie, che essa non sia una conseguenza, ma una delle concause.

L’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme poiché il massimo boato dell’italiano onesto è stato un approccio timido ai voti verso movimenti alternativi (a seconda delle fasi Lega e M5S) ed ora l’astensionismo che seppure è un messaggio importante non ha gli effetti di una ribellione. Ma in fondo, senza una rivoluzione di tipo culturale antecedente, è meglio che non vi sia una rivoluzione pratica.

Che si arrivasse a questo stato di fatto poteva essere logico? Elaboro il concetto prendendo sempre spunto da Fini e lo dettaglio con la mia visuale.

La democrazia trova il proprio punto debole nella sua massima espressione: la scelta da parte dei cittadini dei propri rappresentanti. Nelle idee dell’integralismo democratico si contemplava che si dovessero scegliere semplicemente dei singoli individui in rappresentanza, ma la presenza pressoché immediata dei partiti ha annullato di fatto questa prerogativa; i singoli individui quindi sono stati soverchiati dalle oligarchie. Va tenuta in considerazione un’ altra variabile della situazione: la competizione elettorale obbliga il partito a prendere delle scelte non sempre dello stampo migliore; sostanzialmente, almeno per quanto riguarda il consenso, in parte la politica si lascia guidare dagli umori degli elettori.

Avendo necessità di finanziamento i partiti sono diventati ben presto preda della corruzione e come dettaglia Fini:
Paesi di frontiera fra Est e Ovest, i suoi partiti sono stati finanziati per decenni da potenze straniere, Dc e Psdi dagli americani, il Pci dall'Urss. Restavano fuori i socialisti che non a caso saranno i più assatanati durante l'epopea di Tangentopoli. In seguito, illanguidendosi quei finanziamenti esteri, lo scenario cambia”.

Descrive Fini, a suo avviso, l’ultima parte della corruzione in Italia: “Nemmeno l'avvertimento di Mani Pulite è servito ai partiti per emendarsi. Al contrario, ci hanno messo pochi anni a trasformare i ladri in vittime e la Magistratura nel bersaglio preferito. Del resto una classe partitica interamente corrotta, al 100% se nel termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il familismo, la mentalità intimamente mafiosa, non poteva combattere seriamente la corruzione senza scavarsi la fossa sotto i piedi. E così arriviamo alla quarta fase, all'oggi. Ma con una differenza di non poco conto che è stata sottolineata da tutti. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a dirigere le danze, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è strettamente intrecciata. Non solo a Roma ma in tutte le regioni del Paese e quindi nell'Italia intera, noi siamo governati non da coloro che formalmente rappresentano le Istituzioni, ma da una qualche 'banda della Magliana' ”.

Scrivevo all’inizio che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme; possiamo darci una speranza? Solo se lo vogliamo con tutte le nostre forze e le nostre capacità, la nostra onestà individuale.

Troppi tra noi hanno presunzione di onestà intellettuale ritenendosi, di fatto, vittime del sistema ed addossando in toto le colpe ai politici, ai fannulloni ed in genere al proprio prossimo; troppi non avvertono la necessità, il dovere, di essere attori nell’attuazione di cambiamenti personali di grande entità, troppi non avvertono alcun senso di colpa dinanzi allo scempio a cui assistiamo.

Di questo passo, con queste convinzioni, non si uscirà mai da questo obbrobrio, la colpa è anche e forse soprattutto di milioni di persone ignare di averlo determinato con le proprie azioni viziose. Tra questi soggetti ci sono stato (in parte ci sono ancora) io e ci sei, molto probabilmente, anche tu che in questo frangente stai leggendo. Ho parlato anche di me, non sono immune, ma oggi se vogliamo cambiare insieme mi sento autorizzato ad inquadrare soprattutto te affinché tu non ti senta autorizzato a stare alla finestra a guardare.

Avendo noi, di fatto, consentito lo sviluppo di questa situazione critica sta a noi, a me e a te, costruire la soluzione! Non sono richieste grandi cose, solo di fare ciascuno una piccola parte. Non occorre poi chissà cosa, volendo si può partire anche semplicemente da quanto indico qui per poi andare, volendo, oltre tramite un vero impegno socio-culturale.

Direi che già mi sono dilungato parecchio, scriveremo e leggeremo prossimamente magari di istruzione, di immigrazione e di lavoro e delle paure che conseguono a questi due ultimi temi citati che spesso viaggiano collegati.

(continua)

domenica 21 ottobre 2007

ERA SOLO UN SOGNO,VERO?

Un post che avevo pubblicato tempo fà in un altro blog.

Qualche sera fa stavo gustando un delizioso caciucco preparato dalle abili mani di mia moglie,nel frattempo,oltre che abusare fuorimisura di una bottiglia di verdicchio,seguivo l'edizione serale di un TG.Una delle notizie narrava di clandestini naufragati sulle coste della Sicilia.Alla fine del TG annebbiato dal troppo bere mi sono trasferito sul comodo divano che mi attendeva qualche metro più in la,complice il palinsesto estivo della TV non c'è voluto molto ad appisolarmi.Nel pieno del mio russare mi appare in sogno (oppure era un incubo?) un pellerossa di età avanzata con in testa il copricapo tipico di un Grande Capo Indiano.Mi racconta di quando lui e la sua gente si lanciavano in felici scorribande a caccia di mastodontici bisonti,e,di quando felici e spensierate le tribù indiane pescavano a mano libera nei fiumi.Poi,mentre una ruga di tristezza attraversa il suo volto,mi racconta di quando per la prima volta uomini dal viso pallido si avvicinarono al suo villaggio;erano semplici famiglie di agricoltori e pastori che cercavano solamente una nuova terra dove rifarsi dalla sfortuna che li aveva colpiti in Inghilterra.Dopo di loro,che erano gentili ed amichevoli,piano piano,poco alla volta cominciarono ad arrivare personaggi sempre meno socievoli e sempre più armati fino a capire un giorno,che questi masnaderi altro non erano che dei galeotti inglesi che erano stati spediti li dal loro governo che,non sapendo come sbarazzarsene,non trovò idea migliore che spargerli in giro per il mondo.Con un affievolamento della sua ruga mi guarda e, col sorriso beffardo di chi si gusta una piccola rivincita,mi dice:oggi i vostri governi occidentali ospitano ed aiutano tanta brava gente che arriva da paesi più sfortunati dei vostri,ATTENTI,i governi di quei paesi approfittano di loro per aggregargli delinquenti di ogni genere e fanatici religiosi che non sanno più come gestire.Mi sono svegliato trasecolante ma subito ho realizzato che si trattava solo di un sogno,perchè era solo un sogno.......VERO???
....................OGGI E' L'11 SETTEMBRE...........................
Giorgio