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venerdì 19 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (2)


Seconda pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Il federalismo come architettura dello Stato
Per il "Patto", il federalismo non è un tema accessorio, ma il cardine, la cerniera e l’alchimia che congiunge ogni nostra proposta politica. È la risposta strutturale al fallimento del centralismo italiano che, in quasi ottant’anni di Repubblica, non ha prodotto efficienza amministrativa, coesione territoriale, né convergenza economica tra le aree del Paese.

Il centralismo romano ha mostrato i suoi limiti a ogni latitudine:
- Al Nord, dove si producono risorse che non possono essere gestite localmente;
- Al Sud, che riceve trasferimenti senza generare sviluppo reale;
- Allo Stato, che accumula debito pubblico senza riuscire a migliorare la qualità dei servizi.

Di conseguenza, il federalismo non è la difesa di un territorio contro un altro, ma una scelta profondamente democratica: è la risposta di chi vuole un Paese che funzioni contro un sistema che ha ormai dimostrato la propria inadeguatezza.

Il modello di riferimento: la sussidiarietà come regola
Il nostro riferimento è il federalismo reale, quello che ha reso funzionali le democrazie più avanzate del mondo:
- La Confederazione Svizzera dimostra che un Paese multilingue, multiculturale e di dimensioni contenute può raggiungere vertici mondiali di competitività e coesione sociale, proprio perché le decisioni vengono assunte al livello più vicino ai cittadini.
- La Germania prova che il federalismo è pienamente compatibile con un’economia industriale di alto profilo e con una solida proiezione internazionale.
- L’Austria testimonia come anche una nazione di dimensioni ridotte possa organizzarsi con successo secondo criteri federali.

Non proponiamo di copiare pedissequamente nessuno di questi modelli, poiché ogni nazione possiede le proprie peculiarità. Proponiamo, più semplicemente, di adottare un principio cardine: la sussidiarietà come regola, non come eccezione.
Ogni decisione deve essere attribuita al livello istituzionale più prossimo a chi ne subisce gli effetti. Allo Stato centrale si riservano, per ovvi motivi, la difesa, la politica estera, la sicurezza nazionale, la moneta, la giustizia penale e le grandi infrastrutture strategiche. Tutto il resto deve essere gestito dai territori, con la piena disponibilità delle risorse necessarie e la responsabilità diretta dei risultati.

Dalla sussidiarietà alla riorganizzazione strategica del territorio
Il federalismo che proponiamo non si esaurisce nel trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Richiede un ripensamento più profondo dell’architettura territoriale del Paese.
Le Regioni italiane, nella loro configurazione attuale, sono in molti casi contenitori amministrativi che non corrispondono a realtà economiche e sociali omogenee. La vera unità di misura dell’economia del Nord non è la Regione: sono i sistemi produttivi territoriali, i distretti, i corridoi logistici, i bacini occupazionali, le filiere che attraversano i confini regionali. La pedemontana lombardo-veneta, l’asse del Brennero, il sistema portuale ligure-emiliano, il triangolo manifatturiero Brescia-Bergamo-Lecco: queste sono le unità reali dell’economia del Nord.

Proponiamo quindi una divisione strategica del territorio che riconosca queste realtà e le doti di strumenti di governo adeguati:
- Macro-regioni economiche come livello di coordinamento strategico per la politica industriale, le infrastrutture, l’energia, la formazione. Non un ulteriore livello burocratico, ma un’interfaccia efficiente tra il territorio e lo Stato, e tra il territorio e l’Europa.
- Competenze reali alle Regioni su sanità, formazione professionale, politiche del lavoro, infrastrutture locali, gestione del territorio, con le risorse corrispondenti e la responsabilità piena dei risultati. Chi governa deve rispondere ai propri cittadini, non a Roma.
- Autonomia fiscale effettiva: chi amministra deve poter rispondere ai propri cittadini della relazione tra le tasse raccolte e i servizi erogati. Senza autonomia fiscale non c’è responsabilità, e senza responsabilità non c’è buon governo.
- Sussidiarietà orizzontale come metodo ordinario: il rapporto tra pubblico e privato, tra istituzioni e corpi intermedi — camere di commercio, associazioni di categoria, fondazioni, enti bilaterali, università, centri di ricerca — non è un’eccezione ma la regola del governo del territorio.
- Rapporto diretto tra territori e istituzioni europee: le Regioni produttive del Nord devono poter dialogare direttamente con Bruxelles sui temi che le riguardano, senza la mediazione di un centro nazionale che spesso ne ignora le esigenze.

L’autonomia differenziata, nelle forme in cui è stata finora proposta e mai realmente attuata, rappresenta un passo avanti insufficiente e per certi versi fuorviante. Non basta trasferire competenze se non si trasferiscono risorse e responsabilità. Non basta modificare i titoli delle funzioni se non si cambia la logica del sistema. Il federalismo che proponiamo è strutturale, non cosmetico. È una riforma dell’architettura dello Stato, non un aggiustamento burocratico.


 

mercoledì 17 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (1)


Dividendo in capitoli o meglio in più pubblicazioni , attraverso quanto decritto nel "Documento Programmatico" di "Patto per il Nord", proverò a descrivere il Movimento, le sue idee, i propri fondamenti, le intenzioni.

Il "Documento Programmatico" di Patto per il Nord non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

- Chi siamo: Oltre la protesta, con la forza dell'esperienza

Patto per il Nord è un soggetto politico di ispirazione liberale e federalista. Da quasi due anni, il nostro radicamento nei territori produttivi dell’Italia settentrionale cresce costantemente, alimentato non solo dall'energia dei nostri militanti, ma dalla solida competenza di chi ha già amministrato e governato.

La nostra classe dirigente vanta un bagaglio istituzionale di primo piano: dall’attività nei consigli comunali alla guida di ministeri, passando per le commissioni parlamentari, gli organismi di sicurezza nazionale, la gestione di aziende strategiche e la presidenza di province.

Non siamo un movimento di protesta, né un’operazione nostalgica. Siamo l’espressione politica di un Popolo e di una classe dirigente che, dopo aver voltato le spalle a strutture che hanno tradito il mandato ricevuto, ha scelto di ricostruire il nucleo irrinunciabile della buona politica: competenza, responsabilità territoriale, libertà economica e autonomia decisionale.

- Parliamo per esperienza diretta

La nostra forza risiede nel pragmatismo. Tra noi vi è chi ha attraversato il Parlamento per più legislature e chi ha gestito dossier delicati — dalla difesa all’intelligence, dallo sviluppo economico alla giustizia, fino all’ambiente e alla vigilanza. Non parliamo per sentito dire: la nostra è una politica fondata sull’esperienza diretta e sulla conoscenza profonda dei meccanismi dello Stato.

- La nostra identità: Tre pilastri inseparabili

La proposta politica di Patto per il Nord si regge su tre pilastri interconnessi, in cui il fallimento di uno comporterebbe il crollo degli altri:

Liberalismo: la nostra visione di società e mercato. Senza di esso, l’azione politica diventa un’astrazione accademica incapace di incidere sulla vita reale.

Federalismo: la nostra architettura dello Stato. Senza questa struttura, il liberalismo perde la sua applicazione pratica nel governo dei territori.

Territorialità: la nostra radice e il nostro metodo. Senza una visione politica, il legame col territorio rischia di degenerare in mero folklore identitario, utile alle sagre ma inefficace per governare.

- La nostra tradizione, il nostro futuro

Proveniamo dalla grande stagione della politica federalista e territorialista che ha segnato l’Italia dagli anni Novanta in poi. Molti di noi sono stati gli architetti di quella stagione, portandola nelle istituzioni e traducendola in atti concreti di governo. Oggi, quella stessa consapevolezza, evoluta e depurata, è il motore con cui guardiamo al futuro.

La nostra lettura del momento: Perché il Nord chiede una nuova politica

- Il disallineamento strutturale: Quando chi produce non decide

L’Italia vive una frattura profonda tra la sua realtà produttiva e il suo assetto decisionale. Il Nord non è solo una regione geografica: è una delle grandi piattaforme industriali europee. Dalla Pianura Padana all'arco alpino, dai nodi logistici verso la Mitteleuropa ai porti strategici dell’Adriatico e della Liguria, questo spazio economico compete quotidianamente con la Baviera, il Baden-Württemberg e il sistema dei Paesi Bassi.

Eppure, questo motore d'Europa è privo degli strumenti necessari per governare il proprio futuro. Le scelte strategiche — energia, infrastrutture, fiscalità, regolazione — restano prigioniere di un centro decisionale che ignora le specificità dei territori e privilegia logiche puramente redistributive. Il risultato è un sistema disfunzionale in cui chi produce non decide, e chi decide non produce.

Il residuo fiscale — la sperequazione tra quanto il Nord versa e quanto riceve in servizi — ha raggiunto livelli insostenibili per qualsiasi democrazia avanzata. Non rivendichiamo un egoismo territoriale, ma una questione di efficienza: sottrarre costantemente risorse ai territori produttivi senza reinvestirle in sviluppo non è solidarietà, è miopia politica.

- Il contesto internazionale: La sfida della competitività globale

Il mondo è in una fase di riorganizzazione profonda. La ridefinizione delle catene del valore, la corsa ai semiconduttori e la sfida delle materie prime critiche hanno riportato al centro il concetto di autonomia strategica. In questo scenario, la transizione energetica, se gestita con approccio ideologico e centralista, rischia di trasformarsi in un fattore di deindustrializzazione forzata.

Le nostre imprese competono ogni giorno con concorrenti austriaci, olandesi e tedeschi che operano in contesti istituzionali snelli, con costi energetici competitivi e burocrazie efficienti. La nostra sfida non è più solo nazionale: è la difesa del sistema-Nord nel mercato globale. Senza una governance che comprenda le dinamiche industriali, il nostro tessuto produttivo rischia l'erosione.

- Il vuoto di rappresentanza: Lo spazio politico del "Patto"

Il panorama politico nazionale è oggi incapace di leggere questa urgenza.

Il centrodestra ha smarrito la sua anima federalista, sacrificando l’autonomia sull’altare di un sovranismo centralista e di una comunicazione emotiva che svuota di significato concreto le riforme.

Il centrosinistra rimane ancorato a una visione burocratica e redistributiva, dove la transizione ecologica viene imposta come un dogma penalizzante, anziché come un’opportunità di innovazione.

L'area tecnocratica, pur sensibile ai temi del rigore e della competenza, soffre di un distacco radicale dai territori, leggendo il Paese attraverso cifre e grafici, senza comprenderne le radici.

È in questo vuoto che si colloca il Patto per il Nord.

Siamo la voce di chi crede nel libero mercato e nell’impresa, ma rifiuta l’abbandono del territorio. Chiediamo l’autonomia non come un privilegio, ma come la condizione necessaria per l’efficienza. Siamo l’espressione di chi ha l’esperienza per governare, la competenza per decidere e la libertà di rispondere esclusivamente alle esigenze di un territorio che non può più permettersi di restare in attesa.


venerdì 12 giugno 2026

Oltre l'elemosina di Stato: una proposta localista per arginare la fuga verso la Svizzera


Circa una dozzina di giorni fa, durante l'assemblea di Confindustria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiarava di aver già estenso il meccanismo delle ZES (Zone Economiche Speciali) a Marche e Umbria, aggiungendo di voler studiare la possibilità di estendere tale modello a tutto il territorio nazionale.

Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).

Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.


Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.

Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.

Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.

Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".

Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.

1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.

-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.

-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.

-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.

-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.

2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.

-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.

-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.

-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.

-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.

Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"

L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":

Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.

Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.

In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.

Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.

Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:

Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.

La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.

Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.

Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:

1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.

2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.

3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.

4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".

Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como



 

martedì 28 aprile 2026

L’ ignoranza che alimenta la polemica: come funziona davvero la Sanità

 


Il tema trattato oggi risulterà antipatico a molti, soprattutto a chi ragiona di pancia o per spirito di polemica a prescindere.
Ammetto che in certe circostanze si potrebbe cercare di soprassedere, ma certi meccanismi sono spesso automatici e normali per chi svolge una professione.
Prima di entrare appieno nel tema facciamo una specifica. 
In Lombardia, come in altre Regioni italiane, è prevista una forma di trasparenza sui costi del ricovero, ma è importante distinguere tra l'informazione del costo a carico del Servizio Sanitario Regionale e l'effettivo pagamento da parte del paziente.
E' una cosa che ho vissuto anche io come antipatica, vista una mia particolare situazione, ma che è stabilita da una legge e che comunque non mi accusa di nulla, tantomeno di aver sfruttato il Servizio Sanitario.
Aggiungo un esperienza personale di più di 30 anni fa.
Un sabato sera, 35 anni fa, a Lugano mia moglie ha un leggero malore, andiamo all'Ospedale Italiano.
Pronto Soccorso pulito, vuoto, efficace, visita rapida e approfondita.
Mi vengono chieste 100.000 lire che poi la Regione (con calma olimpica) mi restituirà; qualche anno dopo andando in Grecia scopro che la regola d'ingaggio è la stessa.
Oggi (vi ricordo che stiamo parlando dalla nazione della strage di Corinaldo) si monta la polemica sulla trasmissione dei costi sanitari della tragedia di Cran Montana.
Che i giornali che devono fatturare montino un caso, che qualche giornalista che non approfondisce, polemizzano ci sta. Che lo faccia il Presidente dl Consiglio un po' meno, dovrebbe essere informato sulle ratifiche internazionali, dovrebbe. Invece abbiamo vissuto una totale ignoranza del funzionamento del sistema sanitario svizzero, e dall’ignoranza sul contenuto dei trattati bilaterali fra i due Paesi, che regolano anche l’assistenza medica. 
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche, sono obbligati a inviare copia delle fatture alle persone che hanno curato.
Le cure prestate in Svizzera a una persona di cittadinanza italiana sono regolate dai trattati bilaterali fra i due Paesi. In nessun caso, a quella persona verrà richiesto di pagare una fattura. Sono gli enti rispettivi a gestire la partita, attraverso l’Istituzione comune LAMal, fondazione di diritto pubblico elvetica che gestisce le pratiche sanitarie internazionali ed in ogni caso oggi  le famiglie non dovranno pagare alcuna fattura medica.
L'unico in Italia che sembra avere le idee chiare è Guido Bertolaso,assessore al Welfare della Regione Lombardia: “Atti dovuti, certificazioni che gli ospedali devono fare per coprire il loro bilancio e giustificare ai loro contabili. È chiaro che non esiste che nessuno debba sborsare un solo euro per quello che è successo”.
Inoltre va ricordato che in Italia:
-  I cittadini europei possono usufruire delle cure necessarie (urgenti e non) esibendo la Tessera Europea Assicurazione Malattia. Il costo viene addebitato allo Stato di provenienza.
-  I turisti o visitatori extracomunitari sono tenuti al pagamento delle tariffe regionali per le prestazioni sanitarie ricevute.
- Ai cittadini stranieri non in regola è comunque garantita l'assistenza sanitaria urgente o essenziale in pronto soccorso. Il costo di tali prestazioni è a carico del SSN, cioè il Contribuente, in attesa di eventuale rivalsa. 
Se sull'ultima prestazione si potrebbe lanciare un altro approfondimento sul resto direi che se a Corinaldo fosse stato ferito uno Svizzero, quindi extracomunitario, a parti inverse la legge è praticamente la stessa, da vedere il buonsenso non chiedere risarcimenti.
L'invito è ad informarsi, su questo come su tutto, anziché farsi traviare dalle polemiche sterili e magari consapevoli.
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche sono obbligati per legge a rendicontare il valore economico dell'intervento. Non si tratta di una "fattura da pagare" inviata per mancanza di tatto, ma di un atto amministrativo dovuto, previsto dai trattati bilaterali che regolano l'assistenza tra Stati.
È il meccanismo della trasparenza: il cittadino viene informato di quanto la collettività ha sostenuto per la sua salute. Eppure, abbiamo assistito allo spettacolo deprimente di una politica che, pur di inseguire il consenso immediato, preferisce cavalcare l’indignazione piuttosto che spiegare il diritto.
Se persino le massime istituzioni confondono un atto di trasparenza con un atto di scortesia, significa che abbiamo rinunciato a capire come funziona il mondo per ridurlo a un eterno, inutile post sui social. La gestione della cosa pubblica meriterebbe competenza e studio dei trattati, non reazioni emotive che servono solo a nascondere la realtà dei fatti.
Giorgio Bargna


sabato 11 aprile 2026

Sanità comasca e lombarda: oltre i numeri, il diritto alla cura

 


Abbiamo analizzato di recente le criticità dei Pronto Soccorso del nostro territorio. È tempo di allargare lo sguardo alla situazione sanitaria lombarda, in un contesto che solleva interrogativi profondi sulla sostenibilità del modello attuale.

A metà marzo, l'assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso rassicurava sul bilancio sanitario, definendolo in equilibrio. Tuttavia, le previsioni indicano un incremento della spesa di circa 990 milioni di euro — tra rinnovi contrattuali, spesa farmaceutica e attivazione delle Case di Comunità — spingendo le Aziende Ospedaliere a congelare gli investimenti sulle assunzioni.

Si parla di bilanci, ma al centro deve esserci la salute. Il diritto alle cure non può essere subordinato esclusivamente alla compatibilità contabile. La realtà che viviamo quotidianamente è complessa e, talvolta, drammatica.

📍 La crisi del territorio
Nella provincia di Como, la carenza di medici di medicina generale è cronica: oltre 160 i posti vacanti. Nonostante le rassicurazioni dell'ASST, il carico di lavoro per i medici in servizio — spesso chiamati a seguire fino a 2.000 pazienti, ben oltre la soglia ottimale — mette a serio rischio la qualità dell'assistenza. La vicinanza con la Svizzera, che offre condizioni retributive più competitive, aggrava ulteriormente la fuga di professionisti.

📍 L’effetto domino sui Pronto Soccorso
La paralisi della medicina di base si riflette direttamente sui Pronto Soccorso, sovraffollati da accessi che potrebbero essere gestiti diversamente. L'abbandono del settore pubblico da parte di medici e infermieri allunga le liste d'attesa, costringendo i cittadini a migrare verso altre province.

📍 Uno sguardo entro ed oltre i confini
Guardando ai modelli europei, notiamo diverse soluzioni:
• Alto Adige: alta disponibilità di personale, ma criticità persistenti sulle liste d'attesa.
• Svizzera: sistema assicurativo privato di alta qualità, ma con costi elevati.
• Germania: sistema ad assicurazione obbligatoria con finanziamento paritetico tra datore di lavoro e lavoratore.
• Francia: un sistema mutualistico "ibrido" basato sul rimborso delle prestazioni.

🤔 Una riflessione conclusiva
Ogni modello ha i propri pregi, ma la lezione è chiara: servono sistemi sganciati dalle logiche della politica e gestiti con una logica di prossimità. È necessaria una gestione di tipo manageriale del servizio pubblico: meritocrazia, capacità, trasparenza e risultati concreti che pongano al centro la dignità del paziente.

La salute non è un costo, ma l'investimento più importante per il futuro di una comunità.

Cosa ne pensate? Il modello sanitario lombardo necessita di una riforma radicale o di un diverso approccio gestionale?

Giorgio Bargna

#Sanità #Como #Lombardia #ServizioSanitario #PoliticaSanitaria

domenica 21 dicembre 2025

IO ED ALAIN ( de Benoist)

 




"Fare politica" porta ad incontrare persone che non conosci, ma ti permette anche di creare comunità interna, interscambiarsi ,oltre che le opinioni i ricordi, i percorsi, gli ideali che ti hanno portato la dove oggi vivi il tuo pensiero.
Milito oggi in un movimento che ha a cuore il suo territorio, che ha a cuore il futuro di chi abita questo territorio, un movimento, "Patto per il Nord", che non vuole essere inglobato nell'orgia della politica moderna, che crede nella cultura e nella comunità locale, che ambisce a governare con competenza e serietà.
Allora forse è davvero la casa adatta a chi come me ha seguito il pensiero di Alain de Benoist o forse meglio dire lo ha condiviso, certo vi sono sfumature diverse, ma anche molti tratti comuni al percorso che sto seguendo oggi.
Io e de Benoist ( che per chi non lo conosce è il fondatore del movimento della Nouvelle Droite), siamo votati da anni al superamento delle tradizionali categorie di "destra" e "sinistra" e alla critica radicale alla modernità liberale. 
Il liberalismo che per concetto avrebbe dovuto essere qualcosa di positivo si è trasformato in un'ideologia che riduce l'essere umano a mero consumatore e distrugge le identità collettive attraverso la tendenza della globalizzazione a livellare tutte le differenze culturali. Il nostro intento è di superare le stantie categorie borghesi di destra e sinistra, la cui adozione equivale ad accettare un terreno di confronto e uno schema di riferimento di lotta politica e ideale imposto dall’avversario.
La lotta per le idee si arricchisce di tutte le tradizioni migliori della cultura europea, mentre la lotta di classe si riduce a un pugno di speculatori che soggiogano i popoli.
Va sostenuto il primato dell’idea sulla materia, della persona sull’individuo, della politica sull’economia. 
Vanno tenute ben distinte Comunità e Società, mentre le prime sono basate su rapporti personali, valori e tradizioni, nelle seconde i rapporti sono formali e basati sull’utile.  
Il sogno (metapolitico) di un cambiamento politico, per chi la pensa come noi, è possibile solo attraverso una battaglia culturale preventiva, mirando a modificare i valori e la sensibilità della società prima di agire nelle istituzioni.
Comunitarismo ed identità sono essenziali per la costruzione di un mondo sostenibile.
Cos'è il Comunitarismo?
Il Comunitarismo è una corrente di pensiero politico e filosofico che sostiene che l'individuo non può essere concepito isolatamente, ma è definito dalle sue appartenenze a comunità (culturali, religiose, etniche) e che l'identità collettiva e i valori condivisi sono prioritari rispetto all'universalismo astratto del liberalismo classico. Cerca di superare il conflitto tra individuo e società enfatizzando la lealtà, la responsabilità e il ruolo delle comunità nella formazione dell'identità e nella promozione del bene comune, opponendosi all'idea che le differenze siano trascurabili. 
Cos'è l'identità?
L'identità di un popolo è l'insieme dinamico e condiviso di elementi culturali, storici e sociali (lingua, tradizioni, storia, simboli, valori) che un gruppo umano riconosce come propri, creando un forte senso di appartenenza e legame comune, distinto da altre collettività, spesso sviluppata su un territorio definito e che può differire dalla semplice popolazione residente nello Stato. Non è statica ma si costruisce e si trasmette, influenzando il legame sociale e politico. 
Per questo, come de Benoist, sono votato all'europeismo, molto votato all'idea di Gianfranco Miglio dell'Europa dei Popoli, sganciata dall'egemonia statunitense (atlantismo), concetto ormai in parte superato dai tempi e basata su radici comuni, laddove vadano a spiccare il volo forme di democrazia diretta e partecipata.
La nostra critica verso l'immigrazione di massa non è basata sul razzismo biologico,  ma bensi legata ad una nemmeno tanto potenziale  minaccia alle identità culturali dei popoli europei.
L'immigrazione incontrollata è un effetto neppure troppo collaterale del capitalismo liberale e neocolonialismo, che richiede la libera circolazione di persone per il profitto, minando le fondamenta sociali ma tutto questo è stato un flop considerando che il multiculturalismo è fallito e che l'assimilazione degli immigrati è rimasta un'illusione, specialmente quando le comunità diventano numerose e si auto-segregano, creando "contro-società".
Grazie per l'attenzione
Giorgio Bargna








mercoledì 17 dicembre 2025

COSTRUIAMO INSIEME IL NOSTRO FUTURO



Oltre il mio piccolo curriculum politico, le prime motivazioni che mi hanno portato a scegliere di aderire a Patto per il Nord le trovate elencate su questo articolo.

Essendo politicamente ispirato ad Alain de Benoist molti dei miei ideali li ritrovo in ciò che il Patto oggi è e che vuole continuare ad essere.

Oggi ho scelto Patto per il Nord, così come anni fa scelsi Lavori in Corso, perché stiamo parlando di un movimento, di un partito, non votato ad un ideologia, se non a quella di voler amministrare con saggezza, evitando urla e sceneggiate, prendendosi cura delle necessità, anche quotidiane, dei cittadini.

C'era un vuoto sullo scenario politico, più nessuno si preoccupava del nostro territorio, dei nostri anziani, dei nostri figli, di ogni tipo di fascia protetta o debole.

Oggi votandoci all'umiltà, al senso di responsabilità, alla coerenza, all'amore per la nostra terra vogliamo innanzitutto ricreare il rapporto di fiducia tra elettori e politica, ma anche aprire, pardon, riaprire la politica a tutti, attiva od elettorale che si voglia.

Certo dovremo spazzare via molta diffidenza, in questi anni cialtroni, fattucchiere e maghetti ne abbiamo visti passare a dismisura, questa è una sfida faticosa, ma vi sarà dimostrato che esiste ancora chi vuole amministrare seguendo il cuore, non per voi, ma con voi. 

Con voi, si, perché vi invitiamo ad essere parte di noi.

Credetemi, siamo tutte persone di buona volontà, ognuno con il proprio, piccolo o grande, bagaglio di esperienze e le mettiamo in campo insieme al cuore, così come mettiamo in campo la nostra faccia ed il nostro onore.

Ma vogliamo crescere a dismisura e quindi Patto per il Nord invita ogni persona che ha a cuore il proprio territorio, il proprio futuro e quello dei propri figli, che abbia a cuore l'onestà intellettuale oltre che morale, ad unirsi a questo progetto, riportando pulizia, ordine, sicurezza, efficienza, costanza, amore e serenità sui nostri territori.  

Solo insieme, con fiducia reciproca, possiamo cancellare questo scenario catastrofico che la politica degli ultimi decenni ci ha donato.

Continui tagli a ogni genere di ente locale, di conseguenza tagli ai servizi e mancanza di manutenzioni e nuove opere.

Una sanità che viene pilotata verso la privatizzazione, oggi semiconvenzionata, domani chissà.

Un numero di famiglie al limite dell'indigenza sempre più elevato, anziani sempre più soli ed abbandonati, futuro dalle tinte grigie per i più giovani.

Una sicurezza inesistente, tanto in casa che per le vie, nei i locali, che pesa sulla serenità quotidiana.

Ecco per questo, per ricreare la sostenibilità, per ritrovare il sorriso, la voglia di essere, sostienici, unisciti, parlaci, siamo qui, sono qui, ad ascoltare, ascoltare per costruire insieme il nostro futuro.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

domenica 7 dicembre 2025

IL MODELLO SVIZZERO APPLICATO SULL' ITALIA, BENESSERE E STABILITA'


Ogni volta che scrivo di Federalismo e propongo il "Modello Svizzero" mi vengono contestate alcune situazioni e condizioni.

Ora faccio un preludio, ma la parte importante arriverà in seguito.

E' ovvio che nemmeno la Confederazione Elvetica sia l'Eden, ci mancherebbe altro, ma vogliamo paragonare le strade svizzere e il sistema sanitario elvetico a casa nostra?
 
Certo, ogni Svizzero paga 300 franchi di assicurazione sanitaria al mese, ma anche noi abbiamo, di media, 800 euro trattenuti in busta paga. 
Sono andato a indagare. Una tratta da Lugano a Berna e una da Milano a Firenze su treni di buona qualità costano in entrambi i paesi circa 90 euro. La qualità si paga ovunque, ma in base a quello che leggerete in seguito risulta più conveniente ad un cittadino svizzero.
Per mantenere un tenore di vita confortevole, che include spese per l'abitazione, cibo, abbigliamento, e occasionali svaghi, in Italia ad un single occorrono almeno 1600 euro netti che equivalgono grossomodo allo stipendio medio nazionale, per una famiglia almeno 3000/3.500; in Svizzera lo stipendio medio netto di 5000 euro è l'equivalente per un single per avere le stesse opportunità lette qui sopra, 8000 per una famiglia, sembra che sia più agevole avere famiglia in Svizzera.
In entrambi i Paesi un kg di pane ha un prezzo medio di 4 euro.

Spesso si dice che la Svizzera è piccola.
La Svizzera si estende per 41.285 km² ed ha una popolazione di 9.000.000 di abitanti, la Lombardia  ha un estensione di 23.844 km² con il numero di abitanti che sfiora gli  11.000.000.
Non ho mai sentito dire che la Lombardia sia piccola.

Ma andiamo oltre, questo non è il punto che vorrei toccare.
La specifica è che su queste righe parliamo di esportazione del "Modello Svizzero", non della Svizzera, delle sue prerogative e delle sue usanze, culture, necessità.
La Svizzera per morfologia è completamente diversa dalla stragrande maggioranza dell'Italia, vive di un altro genere di economia e di una cultura diversa ed adotta un ordinamento dello Stato di tipo federale, diviso per Cantoni e Comuni, il solo dove a forme di governo tipiche della democrazia rappresentativa si affiancano significative forme tipiche della Democrazia diretta.

L'Italia, non solo quella del Nord, è un Paese, pur tenendo presenti le variabili, decisamente più avanzato a livello industriale ed economico in genere confronto alla Svizzera e come essa è dotata di  forza lavoro qualificata con un discreto livello di istruzione e specializzazione professionale.

La sola Lombardia è da considerare una potenza economica a livello europeo posizionandosi come la seconda regione più ricca dell'Eurozona per PIL.

Ecco il punto cruciale, l'Italia in generale, alcune aree in particolare, sviluppano, malgrado un ordinamento nazionale obsoleto ed una classe politica che non crea uno statista da decenni e sa soltanto e semplicemente tassare in continuazione, una forza economica di tutto rispetto, seconda a pochi altri che viene sprecata ed annientata, portando ogni giorno di più disservizi, povertà e disillusione.
A questo serve applicare il "Modello Svizzero", a fruttare le nostre capacità e le nostre competenze, a portarci a vivere in modo sostenibile, a tornare ad essere sorridenti.
Non vogliamo essere Svizzeri, concludendo, ma Italiani, Insubri, Lombardi, Veneti, Siciliani, benestanti, felici e ripagati in servizi e opere dal nostro Stato Federale.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

venerdì 5 dicembre 2025

INDICE DI VIVIBILTA', LA RICETTA E' UNA SOLA, ANZI DUE

 



Se andiamo fare una ricerca semplice su internet scopriamo che in Europa, i paesi con stipendi più alti (Svizzera, Lussemburgo, Danimarca) spesso coincidono con quelli con un costo della vita elevato, ma che alcune nazioni come ad esempio Germania, Paesi Bassi e Austria offrono un buon equilibrio tra salari decenti e costi più gestibili.

In Italia riscontriamo stipendi medi significativamente inferiori alla media europea (circa 2.729 € lordi vs 3.155 €/media UE) che provocano il calo del potere d'acquisto e che soffrono di un alto rischio di povertà lavorativa, malgrado un, per quanto modesto, aumento della produttività. Reputo sinceramente il dato sugli stipendi italiani drogato verso l'alto.

Alcuni paesi dell'Est Europa, come Polonia, Romania e Bulgaria, hanno costi della vita molto più bassi, che rendono stipendi modesti più sostenibili, ma la qualità generale è diversa. 

Ho dato un occhiata ad un’analisi della Banca N26, che ha creato un indice di vivibilità esaminando le spese di affitto ed elettricità, classificandole dalla più bassa alla più alta, confrontando gli aumenti salariali con altri Paesi e considerando la densità di popolazione e il senso generale di felicità dei residenti di ciascun Paese.

Con un punteggio finale di 38,5 su 50, la Danimarca ha conquistato il primo posto nell' indice di vivibilità, classificandosi come il miglior Paese in cui vivere, la Svizzera si è aggiudicata il secondo posto con 35,2 punti e il Belgio il terzo con 34,8 punti.

I tre Paesi che si sono posizionati più in basso in classifica sono stati il Regno Unito, con 19,7 punti, l'Italia e i Paesi Bassi, con 20,4 punti ciascuno.

Se chiediamo all'intelligenza artificiale, gli stipendi bassi in Italia sono dovuti principalmente a una combinazione di bassa produttività, struttura del mercato del lavoro caratterizzato da tante piccole imprese e precarietà, tasso di istruzione mediamente inferiore e fattori come il cuneo fiscale e la scarsa crescita economica che limitano la capacità delle aziende di aumentare i salari.

Se per esperienza personale posso confermare la poca capacità produttiva di alcuni lavori, contesto parzialmente la colpa delle PMI ed ovviamente, non è possibile il contrario, riconosco i danni delle nostre "bizzarre" tassazioni.

Viviamo in Italia della diffusione di contratti atipici, della precarietà e della discontinuità lavorativa che contribuiscono a mantenere bassi i salari medi. Esiste inoltre un forte squilibrio tra Nord e Sud, con salari e potere d'acquisto mediamente più bassi nel Mezzogiorno rispetto alle regioni settentrionali.

Poi indubbiamente il lavoro nero, la nuova, ma non troppo, frontiera, legata a triplo filo con l'immigrazione e i contratti atipici, contribuisce a ridurre i salari regolari o meno che siano.

Quindi come affrontare la questione per rendere gli stipendi adeguati alle necessità della vita?

Una parte della risoluzione tocca al mondo imprenditoriale che deve seguitare ad evolversi, il resto tocca alla politica, alle istituzioni, alla strutturazione fiscale e geografica del Paese.

Guarda caso due dei paesi con il più alto indice di vivibilità (Svizzera e Belgio), sono federali, così come la Germania che offre un buon equilibrio tra salari decenti e costi più gestibili.

Ancora una volta la via Svizzera si dimostra all'avanguardia, distante anni luce dall'Italia.

Quindi la prima ricetta politica resta, lo sarà eternamente, il federalismo di modello svizzero.

La seconda ricetta?

Mi tocca ribadirlo, le gabbie salariali.

Prima di morire soffocati nella trappola di questa situazione attuale, ragionate, informatevi, raffrontatevi.

Scoprirete che le "ricette servite" da Patto per il Nord hanno solide basi e sono efficaci.

Unitevi a noi per costruire innanzitutto una nuova classe politica e poi per ricostituire un nuovo Paese, da Nord a Sud, ognuno secondo le proprie capacità, ognuno secondo le proprie esigenze, acummunati da un solo filo logico: Federalismo di stampo Svizzero!!!

Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como

Per Il Nord, Insieme




mercoledì 26 novembre 2025

SANDRO, IL FIGLIO DELLA LUNA

 



 



Carlo e Lucia decidono di avere un figlio, saputo che sarà maschio, scelgono il nome Sandro.
Sarà una gravidanza tutto sommato normale, un parto un po' complicato ma non drammatico.
Sandro nasce, Carlo e Lucia scopriranno in seguito che Sandro è "un figlio della luna".
"Figli della luna" è una metafora per l'autismo, usata per descrivere la loro distanza emotiva e la difficoltà di comunicazione con gli altri. Il termine può riferirsi a persone autistiche, come anche a un corto animato che racconta l'autismo attraverso la prospettiva di una bambina.
Nel film, il fratellino viene visto come "un fratellino venuto dalla luna", descritto come un bambino che non si comporta come gli altri, chiuso in una bolla in cui è difficile entrare.
Sandro ha un  percorso normale, cammina ad un anno, inizia a parlare nei tempi giusti, la sua prima parola si riferisce a un rumore che sente spesso.
Gioca con le giostrine, ride alle canzoncine, sorride, abbraccia, guarda i cartoni, ascolta la musica.
Alle prime vere pappe, al primo vero cibo, si dimostra però selettivo, poi mentre mangia lancia gli oggetti se il cibo non gli aggrada.
Crescendo appare un ribelle, già attorno ai tre anni viene spesso rimproverato perché non ascolta.
Fino ai cinque anni cresce col nonno, che poi purtroppo scompare, un rapporto reciproco meraviglioso, si trovano su tutto.
Arriva contemporaneamente il tempo dell'asilo, vissuto in solitudine e mal gestito dalle maestre che lo sgridano e non capiscono.
Poi la scuola, per fortuna Carlo e Lucia si possono permettere, con sacrifici, una scuola privata.
Grazie ad un insegnante di sostegno e ad un educatrice fantastiche Sandro riesce a stabilire, per quanto complicati e selettivi, rapporti umani con persone che lo circondano.
Già dalle elementari, molto blandamente, inizia un percorso fatto di bullismo, umiliazioni, isolamento che esploderà alle scuole superiori, che riesce a frequentare fino al terzo anno. 
Sandro, come ogni bambino, ma sarà così anche da grande, vorrebbe avere amici. Però sostanzialmente riesce a sostenere bene soltanto rapporti uno ad uno, con persone che lo sanno capire, dalle compagnie si allontana, da solo, per scelta protettiva, dopo breve tempo. 
Sandro come tutti vorrebbe avere un lavoro, ma gli viene risposto che non è in grado, che deve effettuare una lunga, infinita, serie di passaggi; i suoi genitori si adoperano per questo, ma si evidenzia un grande scontro tra le paure di Sandro e i passaggi da effettuare che non vengono capiti dagli attori del percorso appieno, creando frustrazioni, paure, mancanza di fiducia in se stesso.
Tralasciamo le umiliazioni, le percosse, le minacce dell'adolescenza e andiamo oltre, Sandro come tutti vorrebbe una famiglia, ma sa già in cuor suo che sarà improbabile, chi vorrebbe accanto a se un figlio della luna, lui sa di esserlo anche se in cuor suo cerca di negarlo.
Abbiamo parlato sinora di un ragazzo autistico borderline, ma vi assicuro che quello che avete letto è una passeggiata in confronto alla vita di migliaia di altri ragazzi, di altre famiglie.
Occorre si politica, ma soprattutto tanta umanità per dare una mano a loro.
Patto per il Nord lo farà appena gli sarà concessa l'opportunità, potete credermi.
Giorgio Bargna, Patto per il Nord