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domenica 31 maggio 2026

Rotte a rischio, dalle guerre mondiali alla guerra globale?

 


Spesso si pensa che le guerre mondiali siano un fenomeno esclusivamente moderno. 

In realtà, la storia mappa eventi globali ben prima del Novecento. 

Anche senza la mobilitazione di massa o le tecnologie del XX secolo, alcuni conflitti passati hanno avuto ripercussioni geopolitiche ed economiche su scala planetaria:
-La Guerra dei Trent'anni (1618-1648): Coinvolse gran parte delle potenze europee. Devastò l'Europa centrale e ridefinì i confini del Sacro Romano Impero, segnando la nascita del moderno sistema degli Stati sovrani.
-La Guerra dei Sette Anni (1756-1763): Definita da Winston Churchill la prima vera "guerra mondiale". Vide la coalizione britannico-prussiana opporsi a quella franco-austro-russa. Si combatté simultaneamente in Europa, nelle Americhe, nei Caraibi, in Africa e in India, riorganizzando gli equilibri coloniali globali.
-Le Guerre Napoleoniche (1799-1815): Coinvolsero tutte le maggiori potenze europee e le rispettive colonie. I combattimenti si estesero ai mari di tutto il mondo e alle Americhe. La Francia di Napoleone impose la propria egemonia sul continente, scontrandosi ripetutamente con le coalizioni guidate da Regno Unito e Russia.

Prima del XX secolo non esistevano "guerre mondiali" nel senso contemporaneo del termine. Tuttavia, gli storici considerano queste guerre imperiali ed egemoniche come i primi veri conflitti globali

Facciamo un balzo in avanti.
Le radici della Grande Guerra affondano in un complesso sistema di tensioni latenti, ben oltre l'attentato di Sarajevo e la conseguente dichiarazione di guerra dell'Austria-Ungheria alla Serbia che attivò le alleanze militari.
Le crisi marocchine accesero la rivalità franco-tedesca, parallelamente, il declino dell'Impero Ottomano spinse Austria e Russia a competere aggressivamente per l'influenza sui Balcani e la Francia desiderava vendicare la sconfitta del 1870 contro la Prussia e riconquistare l'Alsazia-Lorena.
Economicamente le potenze europee si scontrarono per il controllo di mercati e materie prime in Africa e Asia, in Europa, la rapida crescita industriale della Germania iniziò a minacciare direttamente il primato economico del Regno Unito.

Tra le cause che scatenarono la Seconda Guerra Mondiale, alcune risultano inquietantemente attuali. Concentrandoci su queste, il primo parallelo riguarda il fallimento della Società delle Nazioni, l'organismo internazionale non riuscì a fermare le violazioni dei trattati e le aggressioni di Germania, Italia e Giappone. Una dinamica che oggi ricorda da vicino l'impotenza dell'ONU, spesso percepita come un teatrino a causa del diritto di veto delle superpotenze.
Un secondo fattore chiave è la crisi economica e sociale, che permise a Hitler e Mussolini di prendere il potere cavalcando nazionalismo e militarismo. Il Crollo di Wall Street del 1929 distrusse le economie europee, causando disoccupazione di massa e la perdita di fiducia nella democrazia.
 
Gli Stati Uniti, per far fronte alla crisi, richiesero indietro i prestiti concessi e imposero tariffe doganali protezionistiche. Di conseguenza:
-Il commercio mondiale si ridusse del 66%.
-Grandi banche (come il Creditanstalt austriaco) fallirono.
-La disoccupazione in Germania superò il 30%.
Hitler seppe capitalizzare questa disperazione, promettendo lavoro, ordine e la revoca del Trattato di Versailles. Inoltre, la chiusura delle frontiere commerciali spinse gli Stati privi di materie prime, come Germania, Italia e Giappone, a ottenerle attraverso l'espansione militare.

Una guerra mondiale si scatena quando un conflitto locale si espande su scala globale a causa di alleanze militari vincolanti, interessi geopolitici contrapposti e tensioni economiche e ideologiche accumulate nel tempo. Non si tratta mai di un evento improvviso, bensì del collasso di un intero sistema internazionale, all'interno del quale i meccanismi di sicurezza si trasformano in trappole inevitabili.

Oggi i conflitti con il più alto potenziale di innesco globale vedono il coinvolgimento diretto o indiretto delle maggiori superpotenze nucleari e militari (Stati Uniti, Russia, Cina e blocco NATO).
 
I fronti principali sono tre:
-Ucraina ed Europa orientale: Il continuo superamento delle "linee rosse" geopolitiche aumenta il rischio di uno scontro militare diretto tra la Russia e i Paesi della NATO, con il conseguente pericolo di un'escalation nucleare.
-Medio Oriente (Asse USA-Israele vs Iran): L'Iran e la sua rete di alleati regionali (Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen) si contrappongono al blocco occidentale. Teheran mantiene inoltre solidi legami strategici ed economici con Pechino e Mosca. Un conflitto totale in questa regione rischierebbe di bloccare lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso, provocando il collasso dell'economia mondiale e forzando l'intervento delle potenze globali per proteggere i propri interessi energetici.
-Stretto di Taiwan: La Cina considera l'isola una provincia ribelle da riunificare, anche con la forza, mentre gli Stati Uniti mantengono una politica di forte supporto militare e strategico a Taipei. Questo scenario, spesso sottovalutato in Occidente, rischierebbe di scatenare una guerra ad alta intensità tra le prime due economie del mondo, paralizzando la produzione globale di microchip e semiconduttori.

Gli analisti geopolitici esprimono forte preoccupazione per la progressiva polarizzazione delle crisi internazionali in due blocchi informali ma fortemente armati:
-Blocco Occidentale: Stati Uniti, Paesi NATO, Unione Europea, Giappone, Corea del Sud e Australia.
-Asse Revisionista: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Questi Paesi cooperano in modo sempre più stretto attraverso scambi di tecnologie militari, forniture energetiche e supporto diplomatico.

Proviamo ad analizzare l'impatto economico globale che avrebbe il blocco delle rotte commerciali in caso di escalation, visto che comunque è l'economia oggi più che mai a provocare alcuni interventi.
Il blocco simultaneo dei principali colli di bottiglia marittimi mondiali metterebbe a rischio oltre 10 miliardi di dollari al giorno di scambi commerciali, innescando uno shock sistemico capace di trascinare l'economia globale in una profonda recessione.

Il blocco combinato dello Stretto di Hormuz e di Bab al-Mandeb (Mar Rosso) congelerebbe circa il 25% dell'offerta globale di petrolio e gas, determinando effetti immediati:
-Prezzi dell'energia: In caso di chiusura prolungata, il greggio vedrebbe un'impennata immediata, con il rischio concreto di sfondare la barriera dei 200 dollari al barile.
-Gas Naturale Liquefatto (GNL): Attacchi o blocchi a hub strategici dimezzerebbero le forniture dirette verso Europa e Asia, provocando il raddoppio dei costi del gas.
-Rotte alternative sature: I tentativi di bypassare i blocchi tramite oleodotti di terraferma sposterebbero solo il problema logistico, saturando rapidamente le infrastrutture residue.

Ad esempio il blocco dei transiti di componenti chiave estratti o lavorati nel Golfo (come l'elio qatariota) rallenterebbe la produzione di microchip, autoveicoli e dispositivi medici, frenando bruscamente gli investimenti nel settore tech; ma non è solo questo.
Il Golfo Persico non è solo uno snodo energetico, ma una delle aree di massima produzione di componenti per l'agricoltura.

Le istituzioni finanziarie internazionali (tra cui il Fondo Monetario Internazionale) stimano che un'escalation prolungata ridurrebbe la crescita del PIL mondiale sotto il 2,6%, portando i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni (come l'Italia) verso una recessione immediata.
In un mondo dove le catene di approvvigionamento sono tese fino al millimetro, la geografia torna a dettare le regole della politica internazionale. 
La vulnerabilità di questi pochi, cruciali chilometri di mare dimostra che la globalizzazione ha un prezzo nascosto: l'interdipendenza totale. Se l'economia è oggi il motore che muove i fili dei conflitti, è anche lo specchio che riflette le conseguenze di ogni mossa azzardata. Un'escalation militare nei colli di bottiglia del commercio mondiale non si tradurrebbe semplicemente in una crisi regionale, ma nell'innesco di un collasso economico planetario. Una reazione a catena globale da cui, alla fine, nessuno scenario geopolitico uscirebbe davvero vincitore.

Il blocco delle rotte commerciali strategiche innescherebbe uno shock economico globale, mettendo a rischio oltre 10 miliardi di dollari al giorno di scambi. Per mitigare questo scenario, le strategie principali includono la diversificazione energetica verso le rinnovabili,nucleare compreso, per quanto riguarda noi, la resilienza logistica tramite infrastrutture alternative, la sicurezza marittima multinazionale e il nearshoring industriale. 

Giorgio Bargna




domenica 8 marzo 2026

IRANIAN REFLEX

 


Ne ho già scritto a titolo personale e torno sul tema, gli scenari internazionali stanno cambiando e i contraccolpi economici e militari si sentono.

Scrivo da ignorante in termini economici e militari, ma cerco di utilizzare la poca materia grigia di cui la natura mi ha dotato per ragionare.

Intanto abbiamo capito tutti che le regole d'ingaggio non ci sono più, semmai avessero avuto concretezza, più nessuno ormai da credito all'ONU ed ai vari tribunali o alle varie egide internazionali.

Tra gli attori in campo elenchiamo,  oltre i già citati Usa, Russia, Cina, Brics vari, anche i paesi mediorientali e dell'area del Golfo, paesi di grande "disturbo" per tutti, ma principalmente per Israele, ma osserviamo anche una certa crescita dei paesi che stanno sotto la linea del Sahara.

Sì, l'economia africana è in crescita significativa, posizionandosi come la seconda regione a più rapida crescita al mondo dopo l'Asia, trainata da investimenti infrastrutturali, risorse naturali, digitalizzazione e una popolazione giovane, la crescita è solida anche se rimane ancora il freno di un alto debito. Niger, Senegal, Ruanda, Costa d'Avorio ed Etiopia figurano tra le economie a più alto tasso di crescita. Come dicevamo investimenti in risorse naturali, infrastrutture, fintech, green tech ed e-commerce sono i fattori trainanti ed una rapida urbanizzazione alimentano i consumi privati.

Dicevamo di Medio Oriente, Golfo, Nordafrica.

Il mercato dei paesi mediorientali e nordafricani (area MENA - Middle East and North Africa)  si configura sempre più come una regione dinamica, caratterizzata da una crescita economica in rafforzamento e da una forte diversificazione, oltre il settore energetico, la regione si posiziona come un'area di opportunità per investimenti e export, in particolare nei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

I paesi del GCC (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein) stanno attivamente diversificando le loro economie, con grandi investimenti in settori non idrocarburici, infrastrutture, turismo e tecnologia ( l'area del Golfo, sta vivendo un boom nell'adozione dell'intelligenza artificiale e nello sviluppo di infrastrutture per data center).

Non dimentichiamoci di Egitto e Marocco.

Nell' insieme di queste due economie rientrano il turismo, gli idrocarburi (gas/petrolio), la sempre comunque importante presenza del Canale di Suez, le industrie di automotive ed aeronautica, oltre ad un agricoltura che punta ad essere più moderna e green.

Potenzialmente l'area più pericolosa a livello di crescita economica e di cultura e fondamenti religiosi estremamente diversi dai nostri, alla pari del mediooriente in generale. Questa diversificazione culturale la troviamo anche nei confronti della Cina e sostanzialmente nell'area asiatica del Brics. Potrebbe sembrare un fattore secondario, che non tocchiamo, ma che proprio secondario non è.

I BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia rappresentano circa il 37% del PIL globale e il 45% della popolazione mondiale.

Come potete leggere molti di questi nomi tornano spesso e quindi a mio avviso c'è poco da stupirsi se da una parte con la scusa della democrazia piovono bombe e missili sull'Iran e dall'altra parte ne vengono indirizzati altri verso gli Emirati Arabi, il Bahrein, il Qatar.

Economicamente parlando questo non può dispiacere ad Israele che ha un economia basata, oltre che  sull' industria militare e farmaceutica, anche in questo caso su high-tech ed Intelligenza artificiale.

In tutto questo marasma, ma come quasi in ogni evento, la Cina rimane quantomeno defilata.

E anche la Russia sta restando fuori dal caos delle ultime ore.

Come la Russia oggi (e l'URSS ai tempi) la Cina è un grosso cruccio per gli USA e la politica atlantista.

La Cina è temuta per la sua forza, la sua crescita continua, perché non fa guerre e se fa alleanze e accordi di successo, può davvero arrivare ad essere la grande potenza principale del mondo.

La Russia malgrado la "calda amicizia" con l'Iran sta alla finestra? 

Signori, con la eventuale caduta dell’Iran Islamico e Rivoluzionario, la Cina si troverebbe ad avere un unico partner commerciale per l’uranio, cioè la Russia, e non più due.  Con tutto il vantaggio che ne consegue per poter controllare, arginare, negli intenti, lo sviluppo energetico della Cina, che è il primo passo indispensabile per lo sviluppo tecnologico. 

Precedentemente avevo scritto che a pagare scotto siamo essenzialmente noi da questa situazione iraniana, come in fondo succede per quella Ucraina.

Lo percepiamo guardando le bollette di gas e luce e facendo il pieno ai distributori.

Sono guerre, militari, politiche, economiche, che non ci appartengono, imposte da nostri presunti o presumibili amici.

E dicevo noi paghiamo risvolti molto pesanti al momento, ma questa guerra in particolare sta mettendo in ginocchio, e lo farà sempre di più, anche le economie emergenti che vivono anche dell'emigrazione (che diventa anche economica)  dei loro "missionari".

Ora si che l'Europa è il momento che diventi scaltra, che il Nord Italia all'interno dell'Europa diventi scaltro e decisivo.

E' giunta l'ora di una svolta politica che ci porti a guadagnare da certe situazioni anziché portarci semplicemente in casa difficoltà economiche, profughi e terroristi.

Giorgio Bargna

sabato 28 febbraio 2026

DAL GOLAN ALL' IRAN: CHI CI PERDE E COSA POSSIAMO FARE



Partirò esprimendo pensieri personali per giungere a pensiero politico che sicuramente è condiviso dal movimento politico in cui milito.Il mio primo ricordo della guerra risale a quando, nel giugno del 1967, non avevo ancora compiuto tre anni e seguivo, come si usava allora, sulla TV B/N del nonno, le vicende delle alture del Golan e della "Guerra dei Sei Giorni".Tra l'altro a 60 anni di distanza, ma è cosa che dura nei millenni, li la pace è ancora un ipotesi.In questi oltre sessanta anni di vita l'unica certezza che ho sviluppato è che le guerre si combattono, si creano, a volte finiscono, solo ed unicamente per denaro ed interesse.

Chi muove gli interessi?Certamente i grossi gruppi di affari legati alla politica, sicuramente i capi di stato delle maggiori potenze (nessuna esclusa),  sicuramente ogni genere di mafia, dalle europee alle sudamericane, sicuramente influenzano, più o meno direttamente, le tre principali religioni mondiali, che economicamente parlando, non sono sicuramente le ultime ad avere voce in capitolo.

Chi ci perde?

A volte ci perde chi può sembrare più forte.

In Ucraina sicuramente la Russia non può cantare vittoria,  in quattro anni non è stata capace di avanzare,  la sua economia è al collasso e sta per crollare, però ci raccontano che si preparando ad invadere l'Europa, che dobbiamo prepararci alla guerra, che è necessario spostare risorse da sanità, istruzione e servizi per finanziare il riarmo, perché nel 2027 o nel 2030 saremo invasi dai russi. 

In un azione militare in Afghanistan, messa un po' nel freezer negli ultimi anni , nel 2020, l'amministrazione Trump ( personaggio di cui riparliamo tra qualche riga) firmò un accordo con i Talebani per il ritiro delle truppe, mentre sotto l'amministrazione Biden, i Talebani lanciarono un'offensiva fulminea riconquistando Kabul il 15 agosto 2021.

Sempre perdiamo noi cittadini, di tutto il mondo, in serenità, a livello economico ed i più sfortunati, quelli direttamente interessati, conoscono direttamente l'orrore e la morte.

E' di oggi la notizia della nuova escalation in Iran, qui torniamo su Trump, quello che chiude le guerre, così dice.

Certo forse è ancora presto immaginare gli scenari dei prossimi giorni. ma non è idea peregrina ipotizzare il rischio di una terza guerra mondiale, considerando che l’Iran, che ci ha fatto sapere che questa volta risponderà seriamente, ha una popolazione di cento milioni di persone, non 32 come il Venezuela e  può contare su amici potenti come ad esempio la Cina, cui fornisce 1,7 barili di petrolio al giorno e la Russia che lo tutela in funzione anti americana, senza dimenticare che come scrivevo qui tempo fa, non va dimenticato che nello scacchiere internazionale a fianco e spesso in collaborazione con Cina e Russia si sono fatti forza paesi come Brasile, India, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Indonesia e ribadisco oggi quanto affermavo politicamente nel finale di quell'articolo.

La mia ricetta da servire a Patto per il Nord, per un indirizzo politico internazionale, è tanto semplice quanto impegnativa. Innanzitutto, dicevo, siamo piccoli quindi non è il momento di prendere posizioni strategiche a livello internazionale, ma è quello di "esplodere" sul territorio.Lo stiamo facendo, stiamo lavorando per creare una rete che comprenda sui territori, oltre noi, associazioni, liste civiche, imprenditori, gente di "buona volontà", uniti da un unico vero e inscindibile punto, la cura e lo sviluppo dei territori del Nord, la buona gestione delle risorse economiche da tenere in loco e lo sviluppo di strategie sostenibili su ogni tematica.Sta succedendo e ci porterà nel tempo a governare, tutti insieme, borghi, città, regioni e ad entrare in Parlamento. Successo questo, la nostra linea sulla politica internazionale, a mio avviso, può essere una sola.Siamo parte integrante dell'UE, anzi il Nord Italia è uno dei motori principali dell'economia europea, manca però, a mio avviso, di un elevato potere politico.Noi dovremo lavorare per avere questo potere politico, per poter indirizzare le scelte europee sullo scacchiere internazionale.Parlavo dell'Europa dei Popoli, questa non va intesa solo a livello socioculturale, etnico, storico, va intesa anche sul peso che ogni Popolo mette a disposizione, volontariamente, al resto della comunità.Il Nord Italia esercita un potere economico significativo in Europa, soprattutto grazie alla Lombardia (seconda regione UE per PIL totale dopo Île-de-France), all'Emilia-Romagna, al Veneto.Il potere economico del Nord Italia è fondamentale per l'Unione Europea, grazie alla forza e alla caparbietà degli abitanti, autoctoni o meno che siano, del Nord-Ovest (Lombardia, Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta) e del Nord-Est (Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia).Ma non è solo una questione economica a valorizzare ed ad alimentare le mie pretese di potere a livello europeo. Il Nord Italia ad esempio eccelle anche sul sociale, specialmente a livello di volontariato sia in dentro i confini che fuori.Il Nord Italia è un motore cruciale per il volontariato europeo, con tassi di partecipazione significativamente alti, fornendo una solida base di volontari, soprattutto in settori come la sanità e il soccorso, sebbene l'Italia complessivamente si collochi indietro rispetto ai paesi nordici per partecipazione complessiva. La maggior parte dei volontari attivi in Italia si trova nel Nord, con la Lombardia che da sola ne ospita oltre 1 milione, più di molte regioni del Sud messe insieme.Il Nord Italia è un punto di riferimento per il volontariato sanitario (ambulanze, clown dottori), supportando l' infrastruttura di volontariato a livello europeo. Poi, il Nord Ovest e tutto il nord dell’Italia, hanno l’economia più “green” d’Europa. Sono l’eccellenza nell’economia circolare, più ancora di Paesi come la Germania, la Svezia, l’Olanda abitualmente celebrati come i più avanzati quanto a sostenibilità ambientale e capacità di eco-innovazione delle rispettive economie. Il Nord Ovest è primo in Europa per consumo interno di materia procapite e per unità di Pil, e per tasso di riciclo sul totale di rifiuti prodotti , e si colloca nelle prime posizioni anche per quota di motorizzazioni alternative a benzina e diesel (metano, Gpl, ibrido, elettrico) sul parco auto (8,1%) e per consumi finali di energia per unità di Pil.

Potrei cercare mille altre motivazioni per asserire che il Nord Italia ha il diritto ed il dovere di essere forza decisionale importante sullo scenario europeo ed internazionale, ma mi fermo qui, ribadendo che è necessario per Patto per il Nord crescere velocemente creando la "nuova classe politica" che sarà non solo la salvezza del Nord, ma una grande forza di indirizzo nella politica internazionale.


Giorgio Bargna


 

lunedì 25 aprile 2022

Il vero 25 Aprile degli Ucraini

Mi duole molto vedere associata la lotta al Nazismo con la guerra in atto in Ucraina.

Ovviamente ci sono nefandezze in corso, come in ogni guerra, Putin non nè un santo, come non lo è Volodymyr Zelens'kyj, ma da qui a rincorrere il nazismo c'è un mondo in mezzo.

La liberazione del popolo ucraino è di tutt'altra fattura, il nazismo di cui sono vittime si chiama politica economica internazionale, gli attori sono la Russia, la Nato in rappresentanza dei Governi occidentali, l'Unione Europea, la Cina (pur restando apparentemente in disparte), la parte ucraina rappresentata da Zelens'kyj, il quale si permette di dettare lui stesso gli interventi che l'Occidente dovrebbe fare in favore dell'Ucraina in questo momento.

Approfondiamo, quella che si sta giocando sulle spalle dell'Ucraina è una partita molto più ampia che riguarda le relazioni tra Mosca e l'Occidente, in particolare gli Stati Uniti. 

Traggo spunto da qui .

L'Ucraina storicamente, sia nel tempo dell'Impero che in quello della Repubblica, è stata "russa" e ha ottenuto l'indipendenza nel 1991 in seguito alla dissoluzione dell'Urss, e non ha caso Vladimir Putin ha sottolineato spesso l'unità storica tra Russia e Ucraina. Ma non è certo questa la causa del conflitto in corso.

Intanto cosa non vorrebbe Putin.


Che l'Ucraina entri a far parte della Nato, nell'Alleanza Atlantica dove dopo il 1997, hanno aderito Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Romania e Bulgaria. 

Sia l'Ucraina che la Georgia, due Stati ex sovietici, ottennero nel 2008 l'impegno formale che un giorno sarebbero entrati nel club. Ed entrambi i Paesi hanno cominciato a virare sempre più verso l'Occidente, sia dal punto di vista politico che da quello economico.

Noi tendiamo a condannare la Russia per alcune sue ingerenze, ma bisogna riconoscere che anche il "Mondo Occidentale"non è estraneo a questa pratica, ingerenze sicuramente più all'acqua di rose, le abbiamo viste in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Azerbaigian, Bielorussia e Mongolia. Che abbia ragione o torto, Mosca non può permettersi che eventi come quelli accadano ancora.

Poi ovviamente c'è la questione del gas. Mosca e Washington puntano entrambi ad aumentare o almeno mantenere le loro fette di mercato in Ue. Storicamente la Russia mandava i suo gas in Europa attraverso proprio l'Ucraina, pagando alte commissioni di transito a Kiev, e in maniera minore da Bielorussia e Polonia, ma il futuro è ovviamente il Nord Stream, che adesso potrebbe presto inaugurare anche una seconda conduttura. La Russia fornisce tra il 40% e il 50% del consumo di gas in Europa, circa 200 miliardi di metri cubi. Nord Stream 1 ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi e quando il 2 verrà finalmente completato questa capacità raddoppierà. Ma anche gli Usa che ci vendono il loro Gas naturale liquefatto, che arriva su navi attraverso speciali terminali presenti in tutti gli Stati membri con accesso al mare. Le importazioni di Gnl dagli Stati Uniti sono aumentate notevolmente dalla prima spedizione avvenuta nell'aprile 2016. I dati mostrano che nel 2021 queste esportazioni hanno registrato il volume più alto, raggiungendo oltre 22 miliardi di metri cubi, con un valore stimato di 12 miliardi di euro. Non è un caso che Washington sia tanto contraria al gasdotto della Gazprom.

Un resoconto, invece, della parte pratica degli albori della guerra lo lascio qui, traendo spunto da un articolo pubblicato qui

La guerra in Ucraina non è scoppiata il 24 febbraio 2022, ma il 20 febbraio 2014, quando la guarnigione russa della base di Sebastopoli è uscita dalle caserme ed è entrata in territorio ucraino in Crimea. 

Di fatto nessun altro Stato ha riconosciuto l'annessione, ma tutti hanno tollerato e lasciato che fosse, anche perchè la Russia è membro del Cosiglio di Sicurezza dell'ONU e perchè in fondo in fondo Putin faceva comodo a molti, poco conta che questo conflitto creò morti e profughi.

Un paio di mesi iniziò l’insurrezione nel Donbass che fu quantomeno sostenuta dai russi e per questo la narrazione ufficiale ucraina parla di “invasione” più che di un’insurrezione spontanea. Fu un successo parziale, fallì in sei delle otto regioni in cui scoppiò. Solo Donetsk e Lugansk rimasero nelle mani dei separatisti che, l’11 maggio 2014, proclamarono l’indipendenza a seguito di un altro referendum effettuato dalle autorità separatiste senza la presenza di osservatori internazionali riconosciuti. Nella prima fase della guerra del Donbass, che ebbe il culmine fra il giugno e l’agosto del 2014, l’esercito ucraino e i battaglioni di volontari al suo fianco presero lentamente il sopravvento, riconquistando il porto di Mariupol, le città di Sloviansk, Kramatorsk e Debaltseve, arrivando fino alla periferia di Shakhtarsk, sulla strada che collega Donetsk a Lugansk. Dopo una serie di offensive e controffensive la situazione si stabilizzò in settembre, con la riconquista di circa il 50% del territorio degli oblast di Lugansk e Donetsk. La battaglia vera e propria si concluse con gli accordi di Minsk, con la mediazione dell’Osce e la partecipazione diretta di Germania e Francia, il 5 settembre. Fra i 12 punti dell’accordo si stabiliva il riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio di uno statuto speciale per Lugansk e Donetsk, previo il ritiro delle truppe al di là di una fascia di sicurezza, il tutto monitorato da osservatori dell’Osce. L’accordo saltò in novembre, quando i separatisti, ulteriormente rafforzatisi, sferrarono un nuovo attacco.

In questa ultima fase del conflitto, fra il settembre 2014 e il febbraio 2015, i separatisti assediarono i regolari ucraini nell’aeroporto Sergej Prokofiev di Donetsk e puntarono alla riconquista di Debaltseve, per appiattire il suo saliente e mettere in sicurezza le due capitali del Donbass. L’aeroporto cadde in mani separatiste (e russe) solo il 21 gennaio 2015, dopo quasi quattro mesi di assedio. Entro la prima settimana di febbraio, i separatisti riconquistarono anche Debaltseve ponendo fine a questa fase della controffensiva. L’11 febbraio vennero raggiunti i secondi accordi di Minsk (Minsk 2) che riproponevano lo stesso formato.

I mesi dall’aprile del 2014 al febbraio del 2015 hanno lasciato cicatrici indelebili e creato miti. Una guerra compiuta da milizie irregolari, in un periodo di disfacimento dell’esercito regolare è un ambiente sicuro per criminali. I russi denunciano i bombardamenti indiscriminati, oltre a massacri del Battaglione Azov, formato da volontari di estrema destra non solo ucraini. Gli ucraini denunciano la tortura e l’uccisione di prigionieri da parte dei separatisti, il ritrovamento di fosse comuni piene di corpi dei civili trucidati, i crimini commessi dai volontari ceceni e russi. La guerra ha anche creato miti guerrieri, come la resistenza dell’aeroporto di Donetsk, difeso dai “cyborg” ucraini, tuttora esempio per i militari ucraini che stanno combattendo contro i russi.

Finita la battaglia, comunque, non è mai finita la guerra. L’Ucraina non accettò mai la riforma costituzionale che avrebbe garantito lo statuto speciale alle due nuove repubbliche autoproclamate, perché i separatisti non si sono mai ritirati e i russi non hanno mai ammesso la presenza di loro truppe sul terreno. Dopo l’11 febbraio, il conflitto è stato “congelato”: nessuna operazione militare, ma sporadiche azioni con armi leggere. In alcuni casi, sono entrate in azione anche le artiglierie. Mai si è raggiunta di nuovo la violenza del conflitto del 2014-15. Le repubbliche di Donetsk e Lugansk, governate dai separatisti, sono diventate dei buchi neri della storia d’Europa, come i casi analoghi di Transnistria, Abkhazia e Ossezia, repubbliche riconosciute dalla sola Russia.

Il costo umano di questa guerra invisibile è immenso. Gli ucraini dichiarato 4.641 caduti fra i propri militari, i separatisti dichiarano 5.772 caduti fra i loro miliziani. I civili uccisi sono 3.393 secondo l’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. I profughi del Donbass fuggiti in Russia sono 800mila. Gli sfollati interni in Ucraina circa un milione. Fonti russe parlano di decine di migliaia di vittime civile ed ora, a giustificazione per l’invasione dell’Ucraina, parlano di “genocidio” in Donbass. Tuttavia non è chiaro come mai, per otto anni, la Russia, che è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non abbia mai accusato il governo ucraino di genocidio e non abbia chiesto, quantomeno, di aprire un’indagine o di inviare una forza di pace.