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domenica 15 febbraio 2026

SARA' NAVIGARD LA PROSSIMA FRONTIERA DELLA PRIVACY?

 



Una delle prossime novità, che entreranno nella nostra vita,  si chiama comunemente Navigard.

Ci dicono che il sistema, nato per sostituire e superare i limiti del Tutor, unisce innovazione tecnologica e sicurezza, offrendo un monitoraggio accurato e capillare della rete. Sviluppato da Autostrade per l’Italia in collaborazione con la Polizia di Stato, il dispositivo integra radar, telecamere, sensori e server per monitorare in tempo reale il traffico e rilevare le violazioni del codice della strada.

Il funzionamento di Navigard è dovuto al concorso e alla sinergia tra vari dispositivi.

Radar e videocamere: misurano velocità media e istantanea dei veicoli

Sensori nel manto stradale: permettono di pesare i mezzi pesanti in tempo reale

Intelligenza artificiale: individua ostacoli, veicoli contromano e comportamenti irregolari

Server periferici e centrali: raccolgono e analizzano i dati, coordinando le informazioni in tutta la rete autostradale

Si tratta dunque di un vero e proprio ecosistema tecnologico che dialoga con varchi elettronici, telecamere di sorveglianza e centrali operative, questo significa che i dati raccolti non restano isolati, ma sono integrati in un sistema di monitoraggio continuo del traffico (ops).

Ci dicono da Autostrade che il Navigard risponde a diverse esigenze.

Controllo della velocità media e istantanea dei veicoli

Monitoraggio del rispetto delle corsie e dei limiti di massa per i mezzi pesanti

Rilevazioni di veicoli contromano e ostacoli sulle carreggiate

Verifica del rispetto dei percorsi e dei limiti di velocità dei mezzi pesanti

Supporto alla Polizia Stradale nella gestione del traffico

Riduzione dei tempi di intervento delle pattuglie

Navigard è stato sviluppato da Autostrade per l'Italia (ASPI) in collaborazione con la Polizia di Stato.

Ufficialmente non è previsto un costo diretto per gli automobilisti per l'installazione o il funzionamento del sistema, tuttavia, il sistema è progettato per aumentare l'efficacia delle sanzioni (velocità, cinture, uso cellulare), quindi il "costo" per l'utente deriva dalle multe in caso di infrazione del Codice della Strada.

Ci dicono che il sistema non sostituisce semplicemente i tutor, ma rappresenta un'evoluzione capace di rilevare in tempo reale non solo la velocità, ma anche il mancato uso delle cinture di sicurezza e l'uso del cellulare alla guida, oltre a monitorare il traffico pesante.

Quindi la domanda viene spontanea, se viene rilevato il mancato uso delle cinture e l'utilizzo improprio del cellulare quante altre cose possono essere "spiate" all'interno dei nostri abitacoli ed all'interno dei nostri dati mobili visto il monitoraggio tecnologico?

La capacità del sistema di tracciare in modo dettagliato i percorsi e i comportamenti dei veicoli solleva dubbi sulla gestione dei dati personali e sul livello di sorveglianza sulla vita privata degli automobilisti, tra l'altro da parte di un azienda in parte privata; di conseguenza esiste ( se volete, il remoto) il rischio di essere in "sottocontrollo" continuo da parte dello Stato e il rischio che i nostri dati personali siano a disposizione di database di un azienda privata, con tutti i rischi che conseguono.

Il tutto corredato dal rischio dei "Falsi Positivi". L'uso dell'intelligenza artificiale per l'analisi automatica delle infrazioni potrebbe portare a errori di interpretazione, costringendo gli automobilisti a ricorsi contro multe potenzialmente errate. Un problema poi difficile da gestire che ricade sempre sulle tasche dei cittadini e raramente su quelle delle istituzioni.

Rischiando pure di essere considerati populisti e/o visionari vediamo di alzare la soglia dell'attenzione, perché in nome di una sicurezza, tra l'altro molto latitante, ci stanno abituando ad essere monitorati.

Già nel lontano 1948 George Orwell immaginava un Grande Fratello, il Partito controllava ogni aspetto della vita privata e pubblica attraverso i "teleschermi" (dispositivi di sorveglianza bidirezionale) e la Psicopolizia, alla fine il protagonista passa dal ruolo di oppositore a quello di chi non solo obbedisce, ma "ama il Grande Fratello".

Quindi in campana gente, anche perché in città gli farà compagnia il suo fratello gemello SafeDrive.

Giorgio Bargna

martedì 3 febbraio 2026

FEDERALISMO PRAGMATICO

 



Abbiamo parlato su queste pagine spesso e volentieri di federalismo, sotto varie forme, tutte classiche.

Oggi il buon Mario Draghi ci offre la sponda per parlare di un federalismo meno geografico e più utile alla comunità, il federalismo pragmatico.

Se chiediamo all' intelligenza artificiale cos'è essa ci risponde che il federalismo pragmatico è un approccio che privilegia l'integrazione basata su necessità concrete e obiettivi comuni, anziché su visioni ideologiche o riforme istituzionali globali. 

A grandi livelli come esempi possiamo portare l'euro o gli accordi degli anni cinquanta su carbone e acciaio.

Noi vogliamo decisamente più bassi ma non per questo meno pragmatici.

Noi vogliamo immaginare il federalismo pragmatico come trait d'union tra un movimento politico costruttivo che nasce dal basso, qual è Patto per il Nord, e i cittadini, il tessuto sociale, le associazioni, i comitati spontanei e, perché no, le liste civiche pure, non contaminate dalla politica "tradizionale".

Il tutto per portare benessere sui territori, per rendere la vita di tutti noi più sostenibile, per creare una vita quotidiana molto meno affannata ed un futuro sereno per i nostri figli e nipoti.

Noi siamo disponibili ad ogni genere di confronto e collaborazione con ogni tipo di "attore" citato, ora tocca a voi darci fiducia, capire che noi non siamo il solito partito che punta ai soldi ed al potere.

Tra noi non esiste un parassita, tutti abbiamo un lavoro e dedichiamo il nostro tempo libero a questo progetto di benessere collettivo.

Dateci fiducia ed insieme portiamo in essere il vero federalismo pragmatico.

Giorgio Bargna 

Patto per il Nord 

Como 


mercoledì 31 dicembre 2025

LA NUOVA POLIS

 



Se è vero che anni fa erano le metropoli ad essere atomizzanti, ad essere abitate da flotte di eremiti, oggi troviamo la stessa situazione anche nelle città meno espanse, perfino nei piccoli borghi, nei paesi di campagna.

Non si tratta di ascetismo, di solitudine, parliamo di isolamento individuale, atomizzazione , un isolamento, che è la perdita del mondo, il venir meno dei legami e dei rapporti comunitari. 

Oggi paradossalmente siamo collegati con il mondo intero a 360°, virtualmente, da remoto, ma siamo staccati completamente, inconsciamente sconnessi dai vicini e astanti, creando famiglie sempre più "condensate", prive di prole o di natura mononucleare o "formato single", per andare sull'ossimoro.

Media tradizionali e/o web, se da un lato ci fanno compagnia, dall'altro ci rendono dei solitari che trovano compagnia nel già citato remoto.

Marcello Veneziani in un suo testo evidenzia, utilizzo sue parole,  tre fattori come cause principali dell’alienazione urbana: la prevalenza del brutto nel nome della funzionalità abitativa, la tirannia del profitto nel nome della commercializzazione totalitaria, l’invasione dei clandestini e degli homeless che rendono estranei luoghi un tempo avvertiti come nostrani, famigliari.

I non luoghi creati dalla società moderna non possono che incarognire chi li abita, l'essere umano, per natura è un animale sociale, vivere un mondo vuoto, vivere nel brutto, nel negozio virtuale e globale, oltre che avvelenarti l'animo ti porta a disprezzare la città, ritenerla malevola, invasiva e minacciosa. La vivi in cagnesco e la patisci di conseguenza. E la casa diventa la sua antitesi, il riparo dalla città.

Se vogliamo ritrovare la sostenibilità dobbiamo affidarci ad un concetto, che pur essendo antico, ha un fondamento indiscutibile: la Polis Greca.

Significa innanzitutto la riscoperta della dimensione civica, comunitaria della città, il recupero del bello, la riscoperta di un cuore sacro intorno a cui vive una comunità.

Riscoprire insomma il ruolo della cittadinanza: nelle Polis il concetto di "cittadino" era fondamentale. Non si trattava solo di abitare in un luogo, ma di partecipare attivamente alla gestione del bene comune.

Occorre rispolverare il "luogo simbolo", sia esso religioso oppure civico, occorre riportare decoro a strade ed ambienti urbani, occorre ristabilire, per tornare alla democrazia, la socialità.

Chi di voi ha vissuto la comunità affidata alla parrocchia alle associazioni lavoristiche o dopolavoristiche o generaliste, ai movimenti, ai sindacati e ai partiti, ai circoli e le sale d’intrattenimento?

E' possibile però pensare alla polis soltanto attraverso una "nuova" dimensione politica, è impensabile una nuova politica senza un pensiero, una visione e una visuale che ne allarghino il campo e ne allunghino lo sguardo. 

E' ovvio che non possiamo fare tabula rasa dell'attuale situazione, ma nel mio cammino politico terrò sempre al centro del mio pensiero l'intenzione di un ideale che porti ad avere città a misura d'uomo e uomini a misura di comunità, una rivoluzione culturale che vede quale fulcro essenziale la civitas a misura storica, che abita la realtà con la mente del mito e usa la creatività per risvegliare la tradizione. Città intesa come  la casa comune a cielo aperto dove risorge la comunità.


Giorgio Bargna

mercoledì 26 novembre 2025

SARA' PATTO PER IL NORD AD ABBATTERE L'ASTENSIONISMO



Sebbene ogni partito, ogni fonte di informazione, ogni sostenitore si sforzi nel trovare un vincitore alla recente tornata elettorale esiste un solo dato  valido e certo, più del 56% degli elettori non si è recato alle urne, con un saldo del quasi 17% in meno nel Veneto dove qualcuno osanna i meriti precedenti, che possiamo anche concedere per buoni, ma che evidentemente non hanno così tanto convinto i cittadini.

Ma perché l'onda astensionista si gonfia sempre più?

Proviamo a dare qualche risposta da profano ma non troppo.

Una base di almeno il 10%  degli elettori in realtà non ha mai votato storicamente, anche e soprattutto per mancanza di cultura politica. L'educazione civica nelle nostre scuole è sempre stata insegnata con malavoglia(forse per indicazione politica) il che da sempre non ha alimentato la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella loro capacità di influenzare positivamente la vita pubblica, portando a un senso di apatia e impotenza. 

Questo ha reso possibile che anche alcuni fattori socio-economici possano alimentare l'astensionismo.

Soprattutto quando, a torto o ragione, il rapporto con la politica è considerato utilitaristico, le difficoltà economiche possono portare a una minore partecipazione.

Ma la causa che ha alimentato ed alimenta l'assenteismo a dismisura è la sfiducia nei confronti della classe politica e delle istituzioni, spesso percepita come lontana dalle esigenze dei cittadini. L'astensionismo diventa una forma di protesta contro questo sistema, un non voto equivalente al voto, che la classe politica si ostina ad ignorare con i fatti, che vanno in contraltare con le parole.

Questa situazione, appena citata, ha messo i cittadini di fronte a una realtà, più o meno confusamente percepita. La politica, che da anni non produce statisti, ma anzi si corpora spesso di incapaci e imbucati, non è  in grado di risolvere i problemi enormi che dovrebbero essere affrontati. Ci s’ingolfa in un chiacchiericcio e in polemiche che coprono il vuoto di programmi e prospettive da parte dei leader politici. 

Ora aggiungerò quella che può apparire come una banalità, a livello pratico per ridurre l’astensionismo bisogna conquistare la fiducia dei potenziali elettori. 

Sarà anche una banalità ma negli ultimi anni la classe politica ha fatto di tutto per non far sentire i cittadini parte dell’istituzione per cui voteranno. 

Ed il Nord?

Il Nord resta orfano di un programma serio rivolto all'autonomia, libero dalle logiche romane, dai personalismi e dalle convenienze di partito.

Per questo motivo è nato Patto per il Nord e per questo motivo sta crescendo,

Stiamo acquisendo fiducia e stima perché siamo l’unico movimento politico libero da personalismi che ha il coraggio di ripartire dal territorio, dalle imprese, dalle comunità locali. L’unico che mette al centro il federalismo e lo sviluppo.

Non è nostro interesse dividere l’Italia, vogliamo semplicemente renderla più giusta, tramite uno Stato che premia chi produce, non chi spreca; che restituisce libertà decisionale ai territori, non che centralizza ogni potere.

Il futuro, riferito anche a quanto illustrato è chiaro o il Nord ritrova una sua rappresentanza politica o verrà ritenuto ancora  da Roma terra di conquista e usato per la spartizione partitica e l'astensionismo  convaliderà il tutto.

Siamo la voce del Nord, la casa di chi crede ancora nella concretezza, nella responsabilità e nel valore del lavoro, dal prossimo anno ci saremo anche noi in tutte le competizioni elettorali, qualsiasi sia il tuo riferimento politico passato questo ti renderà succube sempre più.

Unisciti a noi, sostienici o votaci, per un nuovo Nord, per un nuovo Paese

Per il Nord, Insieme

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


 

lunedì 27 ottobre 2025

IL MODELLO SVIZZERO, UNICA SALVEZZA

 


Sono passati ormai vent'anni dall'inizio delle mie pubblicazioni e dall'inizio della mia attività politica attiva.

Ho scritto di politica, di sociale, di costume, ma nel tempo ho sempre trattato e sponsorizzato due temi: la democrazia diretta e il federalismo, tradotto in parole povere, la Svizzera.

Ho vissuto molte esperienze politiche affini a Patto per il Nord che non si sono concretizzate, tra le tante esperienze un contatto con un Parlamentare svizzero che voleva federare parte della Lombardia alla Confederazione Elvetica, ma mai come oggi ho sentito il risultato vicino.

Ci sono dei compagni di viaggio in questo percorso politico, come Giancarlo Pagliarini, che sono dei luminari in questo, ma cerco comunque di dare il mio contributo nel farvi capire cos'è la Svizzera, cos'è il federalismo perfetto.


In Svizzera vige un sistema politico-amministrativo con poteri ripartiti su tre livelli precisi: la Confederazione, i 26 Cantoni e i Comuni. 

Nel pieno principio della sussidiarietà la Confederazione si occupa solo di competenze quali la politica estera o la difesa, per il resto i Cantoni godono di ampia autonomia, con proprie costituzioni, parlamenti e leggi in settori come istruzione, sanità e polizia.

Fatto salvo che non uno stato centralizzato ma federale, alienati alcuni limiti costituzionali i Cantoni sono "sovrani", muniti della facoltà di redigere la propria Costituzione e di gestire le proprie competenze. 

Fedeli al principio di sussidiarietà le decisioni vengono prese al livello più basso possibile. La Confederazione interviene solo quando i Cantoni non possono o non sono in grado di gestire un compito in modo più efficiente. 

Ai  Cantoni è data possibilità di partecipare al processo decisionale a livello federale, quali ad esempio le modifiche alla Costituzione che devono essere approvate dalla maggioranza del popolo e dei Cantoni. 

Il federalismo fiscale svizzero si basa sulla divisione delle competenze fiscali tra Confederazione, Cantoni e Comuni, ognuno con il proprio livello di autonomia nella tassazione.

La Confederazione può riscuotere solo le imposte espressamente previste dalla Costituzione, limitate e devono essere regolarmente confermate dal popolo tramite votazione. 

I Cantoni sono sovrani in materia fiscale e hanno leggi, imposte e aliquote proprie per le imposte su reddito, sostanza, successioni e altre voci. 

Ai Comuni è concesso riscuotere imposte solo se i Cantoni lo permettono, partecipando molto spesso tramite le loro tassazioni al gettito fiscale cantonale. 

Questo possiamo metterlo, in parte, in linea con la perequazione finanziaria che è uno strumento chiave per ridurre le disparità economiche tra i Cantoni, con i Cantoni più ricchi che contribuiscono al sostegno di quelli più deboli. 

La Svizzera, poi, combina un sistema di democrazia rappresentativa con degli strumenti di democrazia diretta.

In Svizzera diversi strumenti della democrazia diretta possono essere utilizzati per portare il popolo alle urne. La forma più conosciuta è l’iniziativa popolare.

I cittadini possono ricorrere all’iniziativa popolare per sottoporre all’elettorato una modifica della Costituzione federale. Per andare alle urne, devono raccogliere almeno 100’000 firme valide di persone con diritto di voto nell’arco di 18 mesi.

Le iniziative popolari risultano tra l'altro anche uno strumento per iscrivere una determinata questione nell’agenda politica. Il Governo e il Parlamento possono reagire alle iniziative con delle controproposte (controprogetto).

Esistono poi due tipi di referendum.

Quello obbligatorio che rientra nella sfera della democrazia diretta. Se il Governo e il Parlamento svizzeri vogliono modificare la Costituzione o aderire a organizzazioni internazionali deve essere indetto un referendum obbligatorio.

Quello facoltativo, invece, è una votazione popolare indetta da un comitato di cittadini su una legge approvata. Se il Governo e il Parlamento hanno approvato una legge, cittadini e cittadine possono lanciare un referendum contro di essa. Se raccolgono almeno 50’000 firme valide in 100 giorni, il popolo si esprimerà alle urne.

Il sistema giudiziario svizzero è federale, con ampia autonomia dei cantoni, ma con competenze federali per la legislazione e la procedura penale. Il potere giudiziario federale è guidato dal Tribunale federale, il tribunale supremo, supportato da altri tre tribunali federali: il Tribunale penale federale, il Tribunale amministrativo federale e il Tribunale federale dei brevetti. A livello cantonale, l'organizzazione giudiziaria varia, ma in genere include tribunali di prima e seconda istanza, che gestiscono le cause civili, penali e amministrative. 

Il sistema educativo svizzero è caratterizzato da una scuola pubblica forte con radicamento locale e da un’elevata permeabilità tra i diversi percorsi di formazione. La scuola obbligatoria è di competenza dei Cantoni. Nell’ambito della formazione postobbligatoria, la responsabilità è ripartita tra Confederazione e Cantoni che collaborano strettamente. 

Potete rendervi conto da soli che grazie al federalismo fiscale ed al controllo focale dei cittadini non sia possibile in Svizzera riscontrare situazioni vergognose quali possono essere le nostre attese in merito alla sanità oppure i colabrodi che percorriamo in auto.

Esportare in Italia questo modello è tra le priorità maggiori di "Patto per il Nord", si tratta di un sistema giuridico per nulla complicato e molto efficace a cui solo chi è legato a doppio taglio al centralismo può porre un rifiuto.


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


domenica 12 ottobre 2025

OBBIETTIVI PROGRAMMATICI PATTO PER IL NORD: Patto sociale per il Nord

 



Iniziamo il discorso specificando cos'è una Comunità, quantomeno cosa identifica quella specifica che rientra nel nostro discorso.

Una comunità è un gruppo di persone che condividono uno o più elementi comuni, come un territorio, degli interessi, una lingua, una cultura, o dei valori, a volte secolari, questi elementi compattano, rafforzano e plasmano la reciproca interdipendenza. 

Da questo nascono un senso di identità condivisa e di appartenenza a un gruppo, un insieme di relazioni, scambi e collaborazioni tra i membri, la condivisione di scopi e valori che guidano le azioni del gruppo e volendo un sistema di do ut des, in cui i membri contribuiscono alla collettività. 

Sostanzialmente si tratta di Patto Sociale, nel nostro specifico un Patto Sociale per il Nord.

Se il Federalismo, soprattutto se basato sulle mere Autonomie Locali è vicinanza, questo deve anche tradursi in welfare. 

Attenzione non scambiate il tutto per assistenzialismo, stiamo parlando di solidarietà responsabile, concetto fondante per una Comunità che ormai sembra caduto in disuso. 

Nei nostri programmi e previsto un  Patto sociale che prevede:

Sanità di prossimità: ospedali integrati con medici di base, case della salute, servizi domiciliari.

E qui personalmente la intendo come  un modello incentrato sulla persona e sul suo domicilio, integrando reti di supporto formali e informali. Questo modello prevede la creazione di servizi come le Case della Comunità e gli ambulatori di prossimità, che offrono assistenza sanitaria e socio-sanitaria integrata e a bassa soglia, riducendo la necessità di ospedalizzazione. Si deve inoltre promuovere un approccio reticolare che coinvolga il territorio, le reti informali (famiglia, vicinato, volontariato) e perché no l'uso di tecnologie come il telemonitoraggio e il teleconsulto. 

Welfare comunitario: sostegno a chi perde il lavoro, a chi cura un familiare, a chi vive fragilità, con strumenti locali, cooperativi, associativi.

E qui personalmente sottolineo alcune scelte fondamentali vedi ad esempio:

Sussidiarietà: Le azioni di welfare vengono promosse e gestite a livello locale, applicando il principio che ciò che può essere fatto meglio a un livello più basso non deve essere fatto a un livello più alto.

Partecipazione attiva dei cittadini: Le persone non sono solo beneficiari, ma diventano produttori e distributori di servizi, coinvolti attivamente nel processo decisionale.  

Sinergia pubblico-privato: Collaborazione tra le istituzioni, il settore pubblico e i cittadini, spesso attraverso processi partecipati e partnership. 

Istruzione radicata: scuole che dialogano con le vocazioni territoriali, università aperte, formazione lungo tutto l’arco della vita.

Coesione sociale: ridurre il divario tra città e campagne, tra centri e periferie, offrendo opportunità concrete.

Si tratta quindi di generare un welfare federale leggero ed efficace che  costruisca comunità, non dipendenze.


Giorgio Bargna,

Patto per il Nord

Como

sabato 2 agosto 2025

Appartenenza


Cercando su Internet il significato di appartenenza sono incappato in questo pensiero che mi piace molto:

"Il concetto di appartenenza rimanda all’idea di sentirsi parte, di fare parte, di appartenere a una persona, un luogo, un contesto, un insieme di persone, un'organizzazione, un gruppo, una comunità.
In questa accezione è proprio l’idea del riconoscimento a essere prevalente: la persona (le persone) che amo sono persone che riconosco e che mi riconoscono; il gruppo e il contesto di cui scelgo di far parte sono a misura anche della mia persona, li scelgo anche perché non mi fanno sentire esclusa, estranea, non appartenente. "
In questo pensiero si risaltano due fattori: l'ego e la comunità, di primo acchito possono sembrare concetti distanti, ma in realtà viaggiano di pari passo.

Ci sono io, che potrei essere l'ego, teoricamente lo sono, ma la mia filosofia è un eredità.
L'eredità degli insegnamenti dei miei genitori, l'eredità della cultura che mi sono costruito, l'eredità delle mie esperienze.
Da qui si capisce che il passaggio all'appartenenza è fisiologico.
Da bambino ho capito subito che il mio senso di appartenenza si riferisse alla mia corte, a mio cugino, a mia zia, a mio nonno, ovviamente ai miei genitori, ad essi avrei dato tutto.
Crescendo il mondo si allarga, c'erano il lattaio e il panettiere, il vigile che mi faceva attraversare la strada, il medico condotto, i primi amici e sempre la famiglia. Ognuno di loro si occupava di me e per loro avrei dato tutto.
Poi diventi uomo, oltre l'amore per chi ti circonda ami la tua terra e per lei daresti il sangue.
La mia terra è sicuramente Cantù, sicuramente l'Insubria con la sua lingua, sicuramente la Lombardia con le sue tradizioni, sicuramente la Padania con il suo onore. Per loro dono il mio impegno, ogni momento libero, ogni energia.
Da soli non si cambia il mondo, ma insieme possiam0 tracciare un sentiero, ricostruire una comunità, riaccendere il senso di appartenenza.

Non a caso il nuovo slogan, anzi il trend d'union,  di Patto per Il Nord sarà : "Per il Nord, Insieme".
Insieme perché a creare il nuovo senso di appartenenza al Nord, al nostro Territorio, al nostro Popolo saremo insieme io Giorgio, poi Luigi, Francesco, Alberto che sono già con noi e tu che ti unirai a noi. 

Giorgio Bargna
Patto per il Nord Como


 

domenica 1 giugno 2025

Una terza posizione per sviluppare il libero pensiero

 



Prendo spunto da un paio di pensieri espressi dai lettori del quotidiano "La Provincia di Como" per condividere un mio pensiero.

Se chiediamo all'intelligenza artificiale chi è un fascista la sintesi della risposta è "Oggi, il termine "fascista" può essere utilizzato in modo più generico per definire persone che si comportano in modo autoritario, che non rispettano le opinioni degli altri o che usano la violenza per raggiungere i propri obiettivi".

Da sempre chi vince le guerre e chi detiene il potere economico detta il "pensiero comune", ultimamente però attraverso i media principali, radio e TV, e quelli tecnologici passa l'idea che chi non si assoggetta sia un fascista. 

Potrei anche essere d'accordo nel volermi dichiarare assolutamente antifascista (e lo sono), ma va ricordato, come diceva De Gasperi, che ogni democratico è sicuramente un antifascista, ma non necessariamente un antifascista è un democratico.

Oggi se critichiamo le azioni di Putin siamo dei sinceri democratici, se critichiamo le azioni di Netanyahu siamo grezzi fascistoidi e rischiamo addirittura un processo se il nostro pensiero cade in mani sbagliate.

Ma azzardo un pensiero: perché nessuno attacca l'idea del ripristino dei confini biblici in medio oriente e tutti attaccano l'altrettanto folle idea putiniana di ristabilire i confini URSS?

Una risposta, soprattutto una provocazione, sarebbe rispondere che la sottomissione alle forze economiche e militari americane incide.

Per alcuni fattori potrebbe essere così, ma noi non vogliamo cadere in questa trappola. Noi vogliamo lavorare affinchè si sviluppi un libero pensiero, come del resto indicato dal titolo di questo blog. Cerchiamo un altra volta di sviluppare una "terza posizione".

Ci si può arrivare evitando di prendere per oro colato l'informazione mediatica, evitando di affidarsi alle intelligenze artificiali, informandosi attraverso più canali, discutendo e dialogando tra noi.

Insomma, facendo esattamente ciò che i poteri forti non vorrebbero, dopo averci faticosamente atomizzati, trasformati in una società in cui gli individui sono isolati gli uni dagli altri, privi di una dimensione pubblica e di un senso di appartenenza.

Quindi oggi più che mai libero pensiero in libera piazza.

Giorgio Bargna


sabato 21 settembre 2024

Cantu' città dormitorio?


Sulle pagine canturine del quotidiano “La Provincia di Como”
  qualche settimana fa è stato trattato a lungo il tema “Cantu’, città dormitorio”?

Molti i pareri da parte di esperti del settore, ma la risposta vera a mio avviso non c’è.

A mio parere si descrive una mezza verità dicendo che la città a livello lavorativo e scolastico si sia spenta, ma siamo davanti a quello che potrebbe essere tanto un harakiri quanto un segno dei tempi moderni; tempi pre e dopo Covid,  anche,  se parliamo di una città poco vissuta fuori dagli orari di lavoro.

Abbiamo oggi davanti a noi una città di buone dimensioni che si sta sempre più popolando (malgrado la sicurezza diminuisca e il degrado cresca) ma non è riuscita sviluppare oltre, anzi a mantenere integro, il settore del legno che attraverso anche il suo indotto (produttivo e scolastico/sociale) è stata la fonte della ricchezza economica e sociopolitica della città, città che ha accolto, seppur per necessità, un immigrazione a larga scala e ha saputo pazientemente integrare autoctoni e “furest”.

Ci si preoccupa che un terzo dei canturini esca la mattina dalla città e torni la sera, credo che sia impossibile, almeno a livello lavorativo il contrario.

I dati sono chiari per quanto stampato sul quotidiano: i titolari d’azienda nel settore sono prettamente ultracinquantenni. Ma il ricambio generazionale, aggiungo io, non è mancato solo nei titolari, ma soprattutto nei dipendenti. Poi va aggiunto che il modificarsi della tendenza commerciale ha modificato gli assetti, non esiste più la “butéga” e con essa è scomparsa una certa cultura artigianale e pratica del lavoro in questo settore.

Lavoro nel settore da 45 anni, falegname da banco, falegname da montaggio, autista, imballatore, spedizioniere, lucidatore; oggi vedo che in nessuno di questi ruoli si trova un operaio preparato e soprattutto motivato e pronto a sudare. Purtroppo non possiamo stare tutti davanti al PC a programmare il lavoro, ci sono ruoli che la tecnologia non può soppiantare e che senza la trasmissione dell’esperienza sono destinati a sparire o a essere svolti dalla nuova immigrazione che purtroppo nel campo ha poca esperienza.

Se aggiungiamo poi il dato che, dice il quotidiano, piu’ del 14% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano e non lavorano dobbiamo anche chiederci se abbiamo trasmesso ai giovani la cultura del lavoro, anche se sicuramente negli ultimi tempi molti giovani si “autoeducano” attraverso internet e i social media.

Ma chiuso questo aspetto lavorativo passiamo a capire se Cantu’ è una città morta oppure vive socialmente.

Sicuramente dopo il tramonto non è piu’ la città che ho conosciuto da ragazzo piena di vita e di compagnie in piazza, piena di bar, con il cinema e due discoteche. Oggi col calar della sera nelle frazioni appaiono praticamente solo volti poco raccomandabili e cani che espletano bisogni; nel centro tra una rissa e l’altra troviamo ancora qualcuno in giro.

Ma questo non succede solo a Cantu’, in moltissime altre realtà è uguale, a volte anche in grandi centri come Como, Seregno e Monza. La stoccata finale l’ha data sicuramente il lockdown che ci ha abituati ai vari servizi di delivery, alla spesa online, alla pay tv, a comunicare sempre piu’ attraverso i social media. Questa costrizione associata a molte altre insicurezze già presenti ha svuotato le piazze e atomizzato ancor di piu’ le persone; a mio avviso c’è stata una scelta sociopolitica calata dall’alto a guidarci verso questo.

Durante la giornata la città grazie al lavoro, il traffico di passaggio e le scuole appare sicuramente piu’ viva, a tratti anche insostenibile per traffico e inquinamento, per mancanza di parcheggio in punti strategici e per la maleducazione dei conducenti di ogni genere di veicolo, dal monopattino al tir, passando attraverso le biciclette e i pedoni a volte.

Quasi sempre con un mezzo privato, che sia auto, moto o furgone: il 72,5%. Scarso l’utilizzo dei mezzi pubblici, come bus e treno: solo l’11,4%. È addirittura di più la fetta di popolazione che si muove a piedi o in bici: il 15,1%, la cosiddetta mobilità lenta.

«Non credo che questi dati possano essere rapportati a quel fenomeno delle cosiddette città dormitorio - afferma l’assessore alla mobilità Matteo Ferrari - Credo che debbano essere rapportati alla vicinanza con Milano per quanto riguarda l’attrattività scolastica, e con la Svizzera anche per l’offerta di lavoro. Credo che il confronto con il dato a livello nazionale debba tenere in considerazione questi due fattori importanti».

Mi fermo qui sul presente, sul futuro tocca a chi amministra questa città e a tutte le altre forze politiche in collaborazione con associazioni e cittadini trovare sul territorio le risposte ai problemi di mobilità, lavoro, socializzazione. Un lavoro a cui nessuno si deve sottrarre, non è più tempo di muro contro muro ma di sinergie e soprattutto di idee che magari coinvolgano e diano ulteriore importanza al polo “De Amicis” che dopo aver rappresentato la storia può rappresentare il futuro.

Giorgio Bargna

domenica 3 marzo 2019

La nuova sfida

Sono ormai undici anni di attività politica sul campo i miei, spesi tutti in "Lavori in Corso" a Cantù, con una puntatina alle Regionali col movimento "Grande Nord".

Ma restiamo su Cantù, "Lavori in Corso", lista veramente civica, esperienza quasi unica di un movimento nato dal basso che raccoglie aderenti che provengono da ogni area politica e presumo unica lista civica che abbia mai governato una città di circa 40.000 abitanti.

Negli anni questo movimento ha avuto diversi assetti organizzativi, sono entrate e uscite parecchie persone (alcune veramente valide, politicamente di buona visione), cambiato non so quante sedi e/o luoghi di ritrovo, ha vissuto con forza l'opposizione e vissuto con forte passione e qualche momento di forte emotività l'amministrare Cantù.

Negli anni due cose non sono mai cambiate, la decisione assembleare delle scelte e alcuni capisaldi tra i militanti, tra tutti spiccavano Enzo Latorraca e Claudio Bizzozero, un unico obbiettivo, spesso due modi diversi di interpretarlo.

Negli ultimi due anni è venuta a mancare questa seconda peculiarità. 
Alla fine del mandato amministrativo Claudio ha sentito la necessità di scorare le tossine dell'impegno assunto seguendo solo marginalmente e "fuori Cantù" la politica. 
Enzo, dopo anni di militanza in LiC, da indipendente, si presenterà come candidato Sindaco in un alleanza che ospita un "partito romano"; a mio avviso un percorso contrario alla logica ma che sicuramente avrà il suo perchè e che rispetto.

Per fortuna "Lavori in Corso", grazie anche e soprattutto a loro, ha seguito un percorso di maturazione tale da potersi permettere di continuare la propria azione anche senza le due figure che per anni l'hanno guidata.

Sarà, per quanto già scritto qualche riga sopra, l'Assemblea a dettare le scelte di questa prossima campagna elettorale cittadina, questo però non mi impedisce di esternare alcuni pensieri in merito.

Cantù, elettoralmente, è una città di destra, con elettori che fanno richieste e ragionano secondo questo pensiero. Starà a LiC sapere recepire queste mostranze e farle proprie, portandole avanti col proprio stile, che sicuramente prevede colpi di fioretto, anche se precisi e significativi, e non di sciabola.

Starà a Lic raccogliere dentro di se, attorno a se e alla fine dentro le urne quel popolo di destra canturino che in questi anni non si è sentito soddisfatto dalle azioni della coalizione di centro-destra canturina, ma innanzitutto ascoltarne, capirne e soddisfarne le istanze.

Sarà proprio la maturità politica acquisita a portare a capire queste esigenze alla parte più mancina dell'Assemblea e di contraltare a suggerire alla parte destrorsa di ascoltare ancora una volta le istanze dei cittadini di sinistra che non si affidano a "gioiose macchine da guerra".

Staremo comunque  a vedere, buone elezioni a tutti,
Giorgio Bargna

lunedì 16 luglio 2018

Autonomia, Responsabilità, Partecipazione


Da qualche anno ormai nel nostro Paese si parla con sempre più frequenza di Indipendenza e di Autonomia, questo perché l’Italia è un paese statalista e centralista dove lo Stato comanda e controlla quasi tutto.
L’esempio più evidente di questa forma di governo centralista è data dal fatto che le imposte dei cittadini vengono versate in gran parte direttamente allo Stato il quale poi decide, a suo piacimento, in che misura, con quale modalità e in quanto tempo ridistribuirle ai territori.

Va detto che però è un tema che appassiona una gran parte di italiani, ma non tutti; una fetta di territorio, ma non tutto; per vari motivi, alcuni sociali, alcuni di interesse privato.

Un esempio sono i recenti referendum indetti da Lombardia e Veneto.
Sebbene la Lombardia abbia indetto un referendum su temi risolvibili con una normale dialettica Stato-Regione e  il Veneto abbia indetto un quesito del tutto generico molto simile ad un sondaggio d’opinione, il fatto che 5 milioni di persone che, in due grosse regioni, escono di casa per votare generiche richieste di autonomia sono un dato politico rilevante di interesse sul tema. Una politica seria e lungimirante avrebbe da tempo capito che nel Paese “monta” una richiesta sempre maggiore di spazi di governo decentrato e di autentica autonomia nella gestione delle competenze e delle risorse, a cui è doveroso dare risposte.

Su questo diamo dei dati:
- Il 93% della spesa pubblica è deciso e attuato a livello ministeriale. Gli enti territoriali (regioni comprese) pesano per il 7% del totale.
- Il 97% del debito pubblico è prodotto dai ministeri, mentre meno del 3% è prodotto dagli enti territoriali.

A livello pratico la situazione ormai è chiaro che la situazione sia insostenibile e che sarebbe stato opportuno procedere per tempo a un’inversione di rotta; al contrario con i precedenti Governi abbiamo assistito al ritorno di politiche centralistiche e accentratrici.

Abbiamo finora puntato sulla parte prettamente di attualità ed economica, ma l’Autonomia matura anche e soprattutto per maturità oltre che per volontà.
L’autonomia intesa come facoltà di determinarsi, libertà di agire e di pensare, possibilità di provvedere da soli alle proprie necessità, è uno degli obiettivi principali nello sviluppo di ogni essere umano; è un traguardo che si aggiunge attraverso le normali tappe della crescita via via che il bambino, l’adolescente e il giovane adulto si sperimentano in situazioni nuove.

Libertà, indipendenza, autostima, fiducia in sé stessi, concetti che per ciascun individuo sono fondamentali per sentirsi vivo, persona integrata a pieno nella società.

- Libertà: prima fra tutte di pensiero ma anche di azione, di scelta, di gestire la propria vita. Non basta, infatti, saper fare le cose meccanicamente o su espressa richiesta. E' importante anche poter scegliere quando, come farle e se portarle a termine da soli o con interventi esterni.
- Indipendenza: attraverso la quale si conquista gran parte della libertà. Saper pensare, decidere ma anche "fare" autonomamente fa sì che ogni momento della giornata possa essere autogestito. Quindi oltre a rivestire il ruolo di "organizzatori" si diviene "esecutori" in prima persona delle varie attività di vita.
- Autostima: è fondamentale per ottenere il meglio dalla vita. Poiché il proprio livello di autostima nasce da un confronto fra sé e il mondo circostante, se il confronto è errato, errate sono le conclusioni.

Spesso e volentieri ci siamo ritrovati ad urlare a squarciagola contro le stesse persone che per tutto l'arco della nostra vita ci hanno “guidati”.
Abbiamo parlato di autonomia, di voglia di fare da soli e spesso, a questo, ci hanno risposto con toni forti, rimproverandoci di non essere in grado, come semplici cittadini, di badare a noi stessi.

Parliamo però di autonomia, ma sappiamo che cosa vuol dire questo termine? Ne conosciamo le conseguenze?
Se facciamo la classica ricerca internet scopriamo che l’Autonomia è “nel suo senso più generale, il potere di dar legge a sé stesso". Ma dare legge a se stesso, cosa vuol dire? Non vuol dire soltanto fare ciò che ci piace, ma "darsi legge" vuol dire anche prendersi le proprie responsabilità, vuol dire essere autonomi e indipendenti anche di fronte alle situazioni brutte e tragiche. Vuol dire semplicemente fare tutto da sé, non solo quello che fa comodo. Senza poi correre da nessuno a chiedere aiuto. L’autonomia è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi delle proprie capacità senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di capacità, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi delle proprie forze senza esser guidati da un altro.

“Do it yourself!” (Fallo con le tue mani) è dunque il motto dell’autonomia.

Per oggi ci fermiamo qui, proseguiremo presto il discorso,
Giorgio Bargna



domenica 12 marzo 2017

Esci la piazza

E' stata messa alla luce e sviluppata nel 2016 un iniziativa fortemente voluta dall' "Associazione Civica Rugiada".

Nel 2012 è stata costituita la lista civica “Cantù Rugiada” per partecipare alle elezioni amministrative, oggi contiamo cinque rappresentanti del nostro movimento in Consiglio Comunale. Dallo stesso gruppo di persone è nata l’Associazione civica Rugiada che si pone come obiettivo la diffusione della partecipazione e della cittadinanza attive attraverso la promozione di progetti sociali. Tali progetti hanno come focus la riqualifica di luoghi pubblici danneggiati o caduti in disuso, così che possano essere restituiti alla città.



Si tratta del  progetto “Esci la piazza” che si pone l’obiettivo di riqualificare lo spazio verde presente in Piazza Piave, a Vighizzolo di Cantù (CO).

Per il finanziamento di questo progetto vengono utilizzate, insieme alle quote associative ed i gettoni di presenza dei cinque Consiglieri Comunali di Cantù Rugiada, le donazioni di altre Associazioni (vedi ad esempio l'altra Lista Civica canturina "Lavori in Corso") e di cittadini benemerenti; in questo modo le risorse che i canturini investono non vengono sprecate ma riutilizzate e la politica cessa di essere un mero costo per i cittadini, diventando una risorsa positiva per la collettività.

Il progetto “Esci la piazza” pone l’attenzione sullo spazio presente tra Piazza Piave e via Toti, che attualmente non è fornito di attrezzature adatte all’usufrutto dello stesso.

L’obiettivo è quello di rendere accessibile alla cittadinanza l’area, creando uno spazio ludico per l’infanzia.
In termini pratici si provvederà a:

•        mettere a dimora degli arbusti così da creare una piccola siepe lungo il perimetro della zona interessata per aumentarne la sicurezza;
•        rimuovere il cespuglio che occupa un lato dello spazio in modo da migliorarne l’accessibilità;
•        installare delle attrezzature ludiche in legno e dei componenti di arredo urbano per permettere ai bambini di giocare e contestualmente facilitarne la supervisione da parte dei genitori.

Nella foto di presentazione a questo articolo trovate il render dello spazio, completo dei giochi che si è pensato di inserire.

Come detto sopra la realizzazione di questo progetto si basa essenzialmente sulle donazioni, se ci tenete, se vi piace, se credete nel bene comune, aderite con una donazione, anche piccola.

Per le modalità rivolgetevi pure agli indirizzi in calce,

Referenti del progetto
Associazione Civica              rugiadacivica@gmail.com   
Andrea Colombo                   andre89.colo@gmail.com              320 0124360
Walter Brivio                         walter.brivio@gmail.com               349 4549245

oppure contattate me.

Grazie,

Giorgio Bargna

domenica 12 luglio 2015

Il muro di gomma


Prendo spunto dallo sfogo che oggi il mio amico, Sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero ha pubblicato su Facebook.
Dall'anno 2007 mi impegno concretamente in politica locale. Lo faccio da aderente della Lista Civica “Lavori in Corso”, lo faccio perchè vorrei cambiare il mio orticello ed il mondo. Lo faccio perchè da sempre credo nella democrazia e nella sua applicazione più partecipata possibile.
Ho sempre saputo che era molto utopico il tragitto che mi ero immaginato, ma ero anche convinto che questa situazione socioeconomica aprisse gli occhi a molti e che, pian piano, cambiasse il trand, che la gente cominciasse a capire che occorre un punto di svolta, che era ora di seguire un altro percorso, che fosse giunto il momento in cui questa classe politica autoreferenziata che ci sta sodomizzando andasse spazzata via.
Mi guardo attorno e non vedo questo. Vedo solamente che chi vorrebbe cambiare qualcosa continua a viaggiare solo e fatica a farlo, che chi vorrebbe amministrare una città in modo virtuoso non riesce a farlo fino al massimo, abbandonato a se stesso, criticato e vilipeso.
C'è stato un momento che amministrando questa città si è dovuta alzare la posta delle tassazioni locali (che comunque incidono ben poco sul totale delle gabelle subite), ero, e sono ancora, contrario a questo, piuttosto avrei rimesso i mandati, ma c'era un occasione da cavalcare in nome del bene comune e mi sono adeguato.
Leggere però quanto esprime oggi Claudio mi dice che forse avevo ragione. Di una cosa sono sicuro, per migliorare il livello di sostenibilità della mia città devo migliorare il livello dei territori che la circondano, devo avere a disposizione del denaro, devo avere il campo sgombro dai freni burocratici.
Dal 2008 ho seguito più percorsi che andavano nella direzione di creare un cambiamento a livello quantomeno regionale, oggi ancora stiamo perseguendo questa strada, l'unica che potrebbe consentire ad un Sindaco di governare nel nome del bene comune. Se anche questa volta il risultato non fosse concreto, sinceramente, io mollo.
Fare politica in modo serio costa fatica e costa tempo sottratto alla famiglia ed agli altri interessi. Già da tempo ho abbassato la quota e dovesse andare avanti così la azzero. Non sono disposto a fare il taglieggiatore in nome dello Stato e “l'amministratore” che fatica a chiudere le buche della propria città e non riesce a mettere in esecuzione opere pubbliche perchè ogni giorno il “Patto di Stabilità” e la casta tagliano qualcosa e nemmeno ti danno la certezza che per due mesi le regole non cambiano.
Sono stanco come Claudio, ma al contrario di lui non ho la vocazione a fare il Don Chisciotte della Mancia.
Non amo arrendermi, ma un detto dice che “i ball in ball e a picaj e fan mal”.
Giorgio Bargna

martedì 28 ottobre 2014

(Rifondare) La Città

Poniamoci delle riflessioni sulla Città. E’ ancora libera o è schiava dell’urbanizzazione globale?
Siamo ben chiari, la Città, come la intendiamo oggi, non sarebbe esistita senza l’esperienza essenziale e storica della  città comunale indipendente, caratteristica dell’Italia e della Germania. In questo schema organizzativo di Città i Cittadini, subalterni si, ma autonomi rispetto ai feudatari svilupparono sia la libertà di commercio che le prime forme di democrazia attraverso le libere elezioni dei propri rappresentanti. Questo modello di Città  sviluppò un ordine sociale basato sul diritto alla cittadinanza per tutti quelli che vi risiedevano, non basato su vincoli di sangue o etnici, compreso il diritto alla protezione e alla sicurezza per lo “straniero”.
 
L’attuale modello di Città lo possiamo considerare politicamente e strutturalmente in crisi?
Io credo di si!
Oggi nelle Città non si respira più serenità ma paura e senso del pericolo, ciò è dovuto a parecchie motivazioni di vario aspetto, ma tutte legate ad un fenomeno comune.

Intanto oggi, al contrario di allora, quando ben in pochi si spostavano di luogo, le aree urbanizzate accolgono più della metà degli abitanti della terra; all'interno, anche, di aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti.

Oltretutto le aree urbanizzate, pur occupando solo il 2% della superficie terrestre, consumano tre quarti delle risorse del pianeta, producendo una massa enorme di gas inquinanti, di rifiuti e di sostanze tossiche.

Consideriamo che negli inizi del secolo scorso la più popolosa Città al mondo (Londra) contava  6,5 milioni di abitanti. Oggi l’urbanizzazione selvaggia materializza enormi problemi ambientali e sociali nei confronti ad esempio della sicurezza urbana e dell’aumento delle malattie.

Consideriamo che le  25 maggiori città della terra producono più della metà della ricchezza del pianeta.

Si sviluppa attraverso questo fenomeno di intesa delle Città Metropolitane un secondo, conseguente, fenomeno: la mega regione. Dati delle N.U. informano che all’interno di queste mega regioni viva un quinto degli abitanti della Terra e che in questi ambiti si svolga il 66% delle attività economiche e l’85% di quelle tecnologiche e scientifiche sviluppando un giro d’affari intorno ai 100 miliardi di dollari minimo, che le pone al di sopra della 40a più grande nazione in termine di PIL.

La mega-regione in pratica svolge la funzione che una volta era svolta dalla città ma
semplicemente su scala molto maggiore…ma numeri di questa caratura sono ecologicamente e democraticamente sostenibili?

L’impronta ecologica sostenibile del pianeta, necessaria a produrre le risorse utilizzate per assorbire i nostri rifiuti, equivale a un indice di 1,78 annuo  pro-capite. Ma un americano ne necessita di 9,5, un italiano di 4,8. Ogni metro dell’Africa, invece, ha invece un’impronta ecologica inferiore all’indice. Oggi consumiamo il 23% in più delle risorse che la Terra riesce a produrre in un anno.

Per essere ancora più chiari le risorse che la biosfera produce in 365 giorni noi le bruciamo in 282. Più la città è estesa, più questa impronta è forte. L’impronta ecologica è direttamente connessa al consumo di suolo sottratto alla natura e al suo uso produttivo primario. Stando ad uno studio dell’ISPRA  il nostro paese è passato da un consumo di suolo pari a 8.000 kmq nel 1956, ai 20.500 kmq nel 2010, equivalente a 343 mq pro capite rispetto 170 mq nel 1956, pari ad un consumo medio di territorio del 6,9% a fronte di una media del 2,8% nel 1956. Le media europea di consumo di suolo equivale al 2,3%.

La globalizzazione ha inciso sicuramente in questi aspetti, le Città inizialmente si sviluppavano per motivi di industrializzazione, oggi sicuramente  diventano sempre più luoghi dove estrarre profitto attraverso la loro valorizzazione immobiliare e la loro rielaborazione intesa alle esigenze di mobilità delle persone e delle merci, luoghi di estrazione di forza-lavoro a basso costo, di consumi di massa, dove si concentra il potere finanziario e direzionale dell’economia globale. Si tratta di meccanismi di dominio e di controllo economico, sociale, culturale del mondo: al vertice le grandi città sedi della finanza e del potere a seguire le grandi metropoli terziarie  orientate ai consumi di massa, poi il famoso terzo mondo figlio dalla privatizzazione della terra e dell’acqua.

In questo modello urbano risiede una molteplicità di collocazioni, intesa di bassorilievo nei confronti di un cerchia di stampo aristocratico disinteressata al bene comune, troviamo un “secondo valore di umanità” rinchiuso, emarginato, in enclave identitarie anche a base etnica, che lottano per la vita ai margini o fuori della legalità nelle anonime periferie urbane, dove regnano lo sradicamento, la solitudine, l’esclusione sociale e dove sembrano smarrite le speranze di emancipazione e integrazione sociale.
Questa impronta globalista, attraverso la quale la Città non riesce più a produrre Società, travolge e snatura le nostre città, e con esse la nostra democrazia trasformandola progressivamente in oligarchia e forse in tirannia.

Dove, come possiamo rifondare la Città?
Innanzitutto risfoderando i simboli ed il senso di Appartenenza, ridando la bellezza, architettonica e sociale, riprendendo nelle nostre mani il destino delle nostre città perché al principio del danno ci sono la crisi ed il fallimento della politica. E’ stato annientato il potere delle comunità locali nell’orientare le scelte dello sviluppo locale; il governo e la politica locale non conducono più le città in nome dei cittadini e nell’intesa del bene comune. Le Città sono state trasformate in merce e privatizzate a favore dei poteri forti della speculazione finanziaria e immobiliare, della rendita urbana: i comuni si finanziano con l’espansione urbana e il consumo di territorio, svendendo e privatizzando i propri beni comuni. L’effetto è evidente: insostenibilità ecologica e  centralizzazione del sistema decisionale in nome della necessità di governare le emergenze ambientali, le grandi opere infrastrutturali attraverso il conferimento di poteri eccezionali che aggirano le regole e le norme di legge.

L’unica alternativa non può che trovare le sue radici nel vero municipalismo e in un nuovo policentrismo territoriale e metropolitano ecologicamente auto-sostenibile, basato sulle bioregioni e sulla cooperazione municipale.
Necessita puntare su convenzioni di cooperazione orizzontale tra comuni  per riallacciare e
riunificare ambiti territoriali di area basandosi su delle specifiche peculiarità storiche, culturali, ambientali, morfologiche e geologiche del territorio, per promuovere sviluppo locale auto sostenibile.

Individuate, sviluppate queste aree governate attraverso patti federativi tra comunità locali, occorre rimettere in discussione l’attuale assetto delle Regioni e delle Province puntando ad una forte decentralizzazione degli ambiti decisionali e di governo a scala di Area, Comune e Quartiere.
Il territorio va inteso quale bene comune non alienabile assoggettato ad un governo collettivo da parte delle comunità locali aderendo al modello policentrico e multipolare della bioregione come ecosistema urbano e rurale dotato di una forte capacità di auto sostenibilità.

Necessita valorizzare la comunità e la capacità di autogoverno dei cittadini nella gestione dei beni in comune, l’educazione a coltivare il luogo di vita quale bene comune, con istituzioni e leggi che le promuovano e sorreggano.

Il rinnovo delle nostre Città e della nostra Società in generale è legato al protagonismo e impegno civico del cittadino da cui può rinascere la Città con la C maiuscola come nuova democrazia saldamente ancorata in città a misura d’uomo.

Giorgio Bargna

sabato 26 luglio 2014

Patto Civico Comasco

Si è tenuto nella mattinata del 26/07/14, presso Villa Calvi in Cantù, un incontro presentazione/aggregazione organizzato dal costituendo “Patto Civico Provinciale”.
Presenziavano l’evento i sette Sindaci Civici ormai noti alle cronache locali.

Nella prima esposizione del progetto il Sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero (che ha tra le altre cose rimarcato che non si presenterà ne come candidato Consigliere, ne come candidato Presidente), ha spiegato ai numerosi presenti, a mio avviso almeno un ottantina, che si parte dal presupposto ci sia nell’aria una chiara voglia di questa novità assoluta.
Ha rimarcato Bizzozero che i problemi sono comuni a tutte le amministrazioni e che si sta cercando una soluzione a questa situazione contingente che nasce ben prima dell’Euro e della crisi economica, perché dovuta innanzitutto ai danni creati dalla partitocrazia, deviazione nata negli anni ruggenti.

Si tratta di sgretolare un sistema di potere; si può cambiare soltanto costruendo un percorso partendo dal basso, lottando contro il clientelismo, male comune derivante dalla partitocrazia ormai ben salda e d affermata.

Come rimarcherà in seguito anche Vincenzo Latorraca (Segretario Politico di “Lavori in Corso”), la lista civica che ha espresso Bizzozero quale Sindaco canturino non è ne antipolitica, ne antipartitica, ma un movimento locale che fa della politica ragionata e programmata, nel ruolo partitico locale, la propria ragion d’essere, in attesa di tessere anche reti di più vasta gamma.
E’ stato specificato da Bizzozero anche che la Partecipazione Popolare e la Democrazia Partecipata stanno alla base di una vera alternativa antipartitocratica. Sarà necessità di questo “Patto” convincere anche gli amministratori che sono comunque di area partitica tradizionale che occorre credere nella svolta civica, a questo avviso sono invitati anche essi a partecipare a questo progetto, se non si ritrovano completamente soddisfatti, nel loro ruolo, dai rapporti con la politica tradizionale.

Tanto Bizzozero che Giuseppe Napoli, Sindaco di Fino Mornasco, hanno ribadito che all’interno del Patto esiste un rapporto alla pari tra i partenti e che i componenti il Patto non si ritengono migliori di chi fa politica onestamente all’interno dei partiti, svincolandosi però dalle logiche servilistiche e che semplicemente sono in cerca di logiche migliori e sicuramente non clientelari.
Durante gli interventi Vincenzo Latorraca ha dichiarato che “Lavori in Corso” da sempre è favorevole ad un cambiamento basato su Autonomia, Responsabilità e Partecipazione e che la logica del Patto debba necessariamente seguire non solo il passaggio dell’aggregazione, ma anche quella dello sviluppo di un programma condiviso e scritto da un gruppo di lavoro, programma che sia il cartello politico di questa coalizione (affermazione questa poi condivisa da tutti gli aderenti).
Un’ altra affermazione condivisa è stata fatta da un partecipante di cui mi è sfuggito il nome: con questo progetto non si guarda tanto indietro verso gli sbagli fatti, ma avanti verso un miglioramento sicuro.
Si parte da qui e da molti incontri che le Liste Civiche stanno portando avanti sul territorio, di certo si arriverà ad una svolta storica nella politica italiana.

Torneremo a parlare presto di questo progetto,

Giorgio Bargna