sabato 11 luglio 2026

La Variante Tremezzina: cronaca di un’opera senza fine



Lo avevamo scritto già il primo aprile — una data che, col senno di poi, suona come una profezia sarcastica — riguardo ai lavori sulla "Variante Tremezzina". Ripercorrere la cronistoria di questo cantiere equivale a sfogliare il catalogo dell'inefficienza.

Tutto inizia con l'approvazione del progetto definitivo da parte di Anas nel 2019, seguita da quello esecutivo nel 2022. I lavori partono ufficialmente il 29 novembre 2021, con una stima di spesa iniziale di 390 milioni di euro. Già ad aprile segnalavamo rincari ufficiosi di almeno cento milioni, destinati a lievitare ulteriormente per via di varianti e "imprevisti" — come il ritrovamento di arsenico e idrocarburi — dettagli che, per una perizia degna di questo nome, avrebbero dovuto essere evidenti fin dal primo giorno.

Se le finanze piangono, i tempi sono ormai pura utopia. La consegna, promessa in tempo per le Olimpiadi del 2026, è stata archiviata come un ricordo sbiadito. A fine 2024, Anas parlava di un "possibile" completamento entro il 2028, ma le cronache di oggi confermano il peggio: rispondendo a La Provincia Unica, l'ad di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha fissato l'orizzonte ad aprile 2031.

Parallelamente, il conto sale: dai 412 milioni annunciati siamo ormai stabilmente oltre il mezzo miliardo di euro. Una "variante" che, più che una strada, sembra una voragine finanziaria.

A coronare l'assurdo, scopriamo che i lavori proseguono al ritmo di cinque giorni a settimana. Evidentemente, di fronte a ritardi faraonici, la soluzione non è accelerare con un turno pieno, ma mantenere un approccio da "ufficio pubblico" anni '80. Il Ministro Salvini, dal canto suo, osserva in silenzio, forte di un’informativa che serve solo a certificare la sua consapevolezza.

Ma davvero possiamo continuare a stare a guardare? Possiamo ancora permetterci di limitare la nostra indignazione allo sfogo sui social, tra un selfie sul lago e la solita lamentela da bar, mentre le nostre tasche vengono svuotate e il futuro del territorio viene ipotecato da una gestione che definire dilettantistica sarebbe un complimento? Questa strada non è più solo un’opera incompiuta: è diventata il monumento alla nostra stessa passività, gestita da chi tratta il tempo e il denaro pubblico con la stessa, colpevole inerzia di chi attende che l'acqua bolla per la pasta, incurante di quanto tempo stia sprecando.

Noi non ci stiamo. Sappiamo che queste pagine sono lette da chi, come noi, vive ogni giorno sulla propria pelle il peso di questa inefficienza. È il momento di passare dalle parole ai fatti: contattateci, incontriamoci, creiamo comitati di pressione, studiamo insieme proposte che non possano più essere ignorate. Il territorio appartiene a chi lo vive, non a chi lo usa come terreno di caccia per scadenze elettorali o promesse mai mantenute.

La nostra battaglia inizia dai presidi sul campo: vi aspettiamo al nostro gazebo a San Fedele Intelvi, Sabato 18 luglio, per confrontarci, organizzarci e riprenderci la voce che ci stanno togliendo.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

lunedì 6 luglio 2026

Non c’è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci


Sono ormai lontani i tempi in cui a Cantù, come in gran parte della Brianza, sotto ogni condominio trovava spazio la bottega di chi quell’edificio lo aveva visto nascere. Sono lontani anche gli anni in cui l’immigrato – veneto, siciliano, calabrese o pugliese – riusciva, nel weekend, a costruire con le proprie mani e il supporto di amici e parenti la casa in cui vivere. I tempi cambiano, è un dato di fatto, ma la deriva odierna è diametralmente opposta e, soprattutto, insostenibile.

Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.

Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.

Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.

Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.

Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:

- meno di 1.000 euro netti: 8,9%

- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%

- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%

- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%

- oltre 2.500 euro: 13,6%

Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.

Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.

Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.

Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.

Giorgio Bargna