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lunedì 22 giugno 2026

Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria



Riprendo oggi una riflessione condivisa da una mia follower. È un punto di vista che accolgo con interesse e che, pur non sposando integralmente nelle sue premesse, trovo estremamente significativo per la carica di umanità che porta con sé. Pur provenendo da chi non si occupa di politica per professione, queste parole nascono da un vissuto autentico e colgono le diseguaglianze del nostro tempo con una lucidità che spesso sfugge a chi guarda la società solo attraverso i numeri.

Il cuore della riflessione nasce da un contrasto stridente: da una parte le vacanze da sogno delle celebrità, costantemente esibite sui rotocalchi e sui social, dall'altra la dignità silenziosa di chi vive una realtà profondamente diversa. L'autrice interroga la giustizia di un mondo in cui, mentre una parte di società vive nell'agiatezza più sfrenata, molti altri — anziani che faticano a permettersi anche solo un caffè, lavoratori che hanno smarrito il contatto con il mare da anni o famiglie schiacciate dal peso di mutui e cure — sono costretti a fare i conti con una privazione costante.

Riporto qui alcune delle sue parole, che credo parlino da sole:

"Persone che hanno fatto lavori usuranti e hanno una pensione da poveri. Gente che ha cura di malati in casa, spesso abbandonata a se stessa, che avrebbe bisogno di una pausa, ma non può permetterselo. Mamme lavoratrici che tornano a casa per un 'secondo turno' domestico, con mutui da pagare e l'impossibilità di staccare la spina."

Analizzando questo sfogo, è inevitabile fare una distinzione. Pur distanziandomi dal confronto diretto con le vite di star e calciatori — le cui remunerazioni rispondono a logiche di mercato del tutto peculiari e distinte dal sistema di welfare sociale — trovo che la sua critica colpisca nel segno laddove evidenzia un vuoto sistemico: la mancata gratificazione di chi, pur costituendo la spina dorsale del Paese, non vede riconosciuto il valore del proprio impegno quotidiano.

Rispetto al ruolo istituzionale che ricopro, leggo in queste parole un monito. La politica non può limitarsi a gestire la macroeconomia; ha il dovere di guardare a queste "invisibili" fatiche quotidiane. Se la società non è in grado di garantire il diritto a un benessere minimo e a un sollievo dignitoso per chi ha speso una vita nel lavoro o nel sacrificio, il rischio è quello di una frattura che nessuna crescita del PIL potrà mai sanare.

Dalla riflessione all'azione: il realismo del fare

Sia chiaro: i miracoli appartengono alla sfera della fede, non a quella del governo. Se vogliamo affrontare il disagio reale, dobbiamo passare dall'etica alla concretezza, chiedendo da un lato un impegno solido alle istituzioni e, dall'altro, la consapevolezza che il cambiamento è un processo graduale che richiede a tutti noi un esercizio di sobrietà.

Ecco alcune proposte che credo possano incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana:

Welfare del Tempo: Propongo di incentivare, attraverso il credito d'imposta, le piccole e medie imprese locali che scelgono di integrare il salario con voucher per il "tempo libero": attività culturali, sportive o percorsi di sollievo che permettano di staccare realmente la spina, andando oltre il semplice bonus economico.

Sostegno al Caregiver: Chi si prende cura di un familiare malato è spesso invisibile. Dobbiamo rafforzare i Servizi di Sollievo a domicilio tramite il Comune e l'ente provinciale: poche ore a settimana di supporto professionale possono restituire una boccata d'ossigeno vitale a chi vive una condizione di isolamento.

Fiscalità ed Equità: Serve una rimodulazione dell'IRPEF o detrazioni specifiche per le famiglie che sostengono costi certificati di assistenza (anziani o disabili) sopra una certa soglia. Dobbiamo trasformare il carico fiscale in un "investimento sociale" riconosciuto. Parallelamente, è doveroso introdurre una defiscalizzazione per i lavori usuranti: chi ha speso la salute in una vita di fatica merita un riconoscimento concreto che renda accessibile un periodo di riposo dignitoso.

Turismo di Prossimità: Perché non creare convenzioni tra enti pubblici e operatori locali per pacchetti a prezzo calmierato? Promuovere il turismo nei nostri borghi e nelle località meno battute significa offrire esperienze rigeneranti a costi sostenibili. È una strategia "win-win": rigeneriamo il cittadino e valorizziamo il territorio, disinnescando al contempo quell'invidia sociale verso mete patinate che nulla hanno a che fare con la nostra realtà.

Oltre il PIL: la misura di una comunità
Infine, una riflessione politica che mi sta a cuore: la dignità di una società si misura superando la logica esclusiva del PIL. Iniziamo a guardare al "Tempo Libero di Qualità" pro-capite come a un indicatore di benessere imprescindibile.

Chi governa ha una responsabilità ulteriore: quando l'ostentazione del successo diventa lo stile della comunicazione istituzionale, si scava un solco profondo tra le istituzioni e il cittadino. Chiedere sobrietà e rispetto per la sofferenza reale non è solo un esercizio di stile, è il primo, fondamentale atto politico per ricucire il tessuto della nostra comunità.

Giorgio Bargna





 

mercoledì 17 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (1)


Dividendo in capitoli o meglio in più pubblicazioni , attraverso quanto decritto nel "Documento Programmatico" di "Patto per il Nord", proverò a descrivere il Movimento, le sue idee, i propri fondamenti, le intenzioni.

Il "Documento Programmatico" di Patto per il Nord non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

- Chi siamo: Oltre la protesta, con la forza dell'esperienza

Patto per il Nord è un soggetto politico di ispirazione liberale e federalista. Da quasi due anni, il nostro radicamento nei territori produttivi dell’Italia settentrionale cresce costantemente, alimentato non solo dall'energia dei nostri militanti, ma dalla solida competenza di chi ha già amministrato e governato.

La nostra classe dirigente vanta un bagaglio istituzionale di primo piano: dall’attività nei consigli comunali alla guida di ministeri, passando per le commissioni parlamentari, gli organismi di sicurezza nazionale, la gestione di aziende strategiche e la presidenza di province.

Non siamo un movimento di protesta, né un’operazione nostalgica. Siamo l’espressione politica di un Popolo e di una classe dirigente che, dopo aver voltato le spalle a strutture che hanno tradito il mandato ricevuto, ha scelto di ricostruire il nucleo irrinunciabile della buona politica: competenza, responsabilità territoriale, libertà economica e autonomia decisionale.

- Parliamo per esperienza diretta

La nostra forza risiede nel pragmatismo. Tra noi vi è chi ha attraversato il Parlamento per più legislature e chi ha gestito dossier delicati — dalla difesa all’intelligence, dallo sviluppo economico alla giustizia, fino all’ambiente e alla vigilanza. Non parliamo per sentito dire: la nostra è una politica fondata sull’esperienza diretta e sulla conoscenza profonda dei meccanismi dello Stato.

- La nostra identità: Tre pilastri inseparabili

La proposta politica di Patto per il Nord si regge su tre pilastri interconnessi, in cui il fallimento di uno comporterebbe il crollo degli altri:

Liberalismo: la nostra visione di società e mercato. Senza di esso, l’azione politica diventa un’astrazione accademica incapace di incidere sulla vita reale.

Federalismo: la nostra architettura dello Stato. Senza questa struttura, il liberalismo perde la sua applicazione pratica nel governo dei territori.

Territorialità: la nostra radice e il nostro metodo. Senza una visione politica, il legame col territorio rischia di degenerare in mero folklore identitario, utile alle sagre ma inefficace per governare.

- La nostra tradizione, il nostro futuro

Proveniamo dalla grande stagione della politica federalista e territorialista che ha segnato l’Italia dagli anni Novanta in poi. Molti di noi sono stati gli architetti di quella stagione, portandola nelle istituzioni e traducendola in atti concreti di governo. Oggi, quella stessa consapevolezza, evoluta e depurata, è il motore con cui guardiamo al futuro.

La nostra lettura del momento: Perché il Nord chiede una nuova politica

- Il disallineamento strutturale: Quando chi produce non decide

L’Italia vive una frattura profonda tra la sua realtà produttiva e il suo assetto decisionale. Il Nord non è solo una regione geografica: è una delle grandi piattaforme industriali europee. Dalla Pianura Padana all'arco alpino, dai nodi logistici verso la Mitteleuropa ai porti strategici dell’Adriatico e della Liguria, questo spazio economico compete quotidianamente con la Baviera, il Baden-Württemberg e il sistema dei Paesi Bassi.

Eppure, questo motore d'Europa è privo degli strumenti necessari per governare il proprio futuro. Le scelte strategiche — energia, infrastrutture, fiscalità, regolazione — restano prigioniere di un centro decisionale che ignora le specificità dei territori e privilegia logiche puramente redistributive. Il risultato è un sistema disfunzionale in cui chi produce non decide, e chi decide non produce.

Il residuo fiscale — la sperequazione tra quanto il Nord versa e quanto riceve in servizi — ha raggiunto livelli insostenibili per qualsiasi democrazia avanzata. Non rivendichiamo un egoismo territoriale, ma una questione di efficienza: sottrarre costantemente risorse ai territori produttivi senza reinvestirle in sviluppo non è solidarietà, è miopia politica.

- Il contesto internazionale: La sfida della competitività globale

Il mondo è in una fase di riorganizzazione profonda. La ridefinizione delle catene del valore, la corsa ai semiconduttori e la sfida delle materie prime critiche hanno riportato al centro il concetto di autonomia strategica. In questo scenario, la transizione energetica, se gestita con approccio ideologico e centralista, rischia di trasformarsi in un fattore di deindustrializzazione forzata.

Le nostre imprese competono ogni giorno con concorrenti austriaci, olandesi e tedeschi che operano in contesti istituzionali snelli, con costi energetici competitivi e burocrazie efficienti. La nostra sfida non è più solo nazionale: è la difesa del sistema-Nord nel mercato globale. Senza una governance che comprenda le dinamiche industriali, il nostro tessuto produttivo rischia l'erosione.

- Il vuoto di rappresentanza: Lo spazio politico del "Patto"

Il panorama politico nazionale è oggi incapace di leggere questa urgenza.

Il centrodestra ha smarrito la sua anima federalista, sacrificando l’autonomia sull’altare di un sovranismo centralista e di una comunicazione emotiva che svuota di significato concreto le riforme.

Il centrosinistra rimane ancorato a una visione burocratica e redistributiva, dove la transizione ecologica viene imposta come un dogma penalizzante, anziché come un’opportunità di innovazione.

L'area tecnocratica, pur sensibile ai temi del rigore e della competenza, soffre di un distacco radicale dai territori, leggendo il Paese attraverso cifre e grafici, senza comprenderne le radici.

È in questo vuoto che si colloca il Patto per il Nord.

Siamo la voce di chi crede nel libero mercato e nell’impresa, ma rifiuta l’abbandono del territorio. Chiediamo l’autonomia non come un privilegio, ma come la condizione necessaria per l’efficienza. Siamo l’espressione di chi ha l’esperienza per governare, la competenza per decidere e la libertà di rispondere esclusivamente alle esigenze di un territorio che non può più permettersi di restare in attesa.


martedì 9 giugno 2026

Autonomia e Federalismo: La Via del Nord per una Libertà Reale



Il dibattito sull'autonomia non è un semplice esercizio accademico, ma la battaglia decisiva per il nostro futuro. Per troppi anni, il centralismo romano ha soffocato le energie vitali dei nostri territori, drenando risorse preziose e imponendo modelli calati dall'alto, estranei alla nostra cultura produttiva e sociale. Per Patto per il Nord, il federalismo è l'unica via per restituire dignità, efficienza e prosperità alle nostre comunità.

Il Federalismo: Un Patto per la Responsabilità

Il federalismo non è frammentazione, ma corresponsabilità. È un sistema in cui il potere risiede dove vivono i cittadini, permettendo a chi conosce realmente le sfide del territorio di trovare soluzioni mirate, rapide e concrete.

Sussidiarietà Reale: Il potere deve essere esercitato al livello più vicino al cittadino. Basta con la burocrazia romana: vogliamo gestire le nostre risorse, i nostri servizi e il nostro sviluppo.

Trasparenza e Controllo: Chi amministra deve rispondere direttamente al territorio. La distanza tra decisore e cittadino è la causa primaria dello spreco e dell'inefficienza pubblica.

Valorizzazione delle Identità: Il nostro Nord non è un blocco uniforme, ma un mosaico di realtà produttive e culturali uniche. L'autonomia è lo strumento per proteggere e far fiorire le nostre tradizioni, le nostre eccellenze manifatturiere e il nostro saper fare.

La Scommessa dell'Autonomia: Sviluppo, Innovazione, Identità

L'autonomia è il motore dello sviluppo economico. Quando una regione o una comunità ha il controllo delle proprie tasse e delle proprie politiche di investimento, diventa un volano di innovazione per l'intero Paese.

"Non chiediamo privilegi, ma il diritto di gestire ciò che produciamo con il nostro lavoro e il nostro ingegno. L’autonomia è il prerequisito fondamentale per una vera modernità."

Efficienza Amministrativa: Una governance locale snella può rispondere in tempo reale alle esigenze del sistema produttivo, evitando i colli di bottiglia del centralismo statale.

Sviluppo Locale: Le politiche di sostegno alle PMI devono essere sartoriali. Con l'autonomia fiscale, possiamo creare ecosistemi competitivi che attraggono investimenti e valorizzano i nostri talenti.

Partecipazione: Una democrazia sana è una democrazia vicina. Quando le decisioni vengono prese sul territorio, il cittadino torna protagonista della gestione della cosa pubblica.

Oltre il Modello Statalista: L'Esempio Tedesco

Guardiamo al modello federale tedesco: 16 Länder che competono positivamente, garantendo standard elevati e autonomia decisionale su pilastri fondamentali come l'istruzione e la sicurezza. Lì, l'autonomia è sinonimo di ricchezza e stabilità. Anche in Italia, laddove è stata esercitata, l'autonomia ha prodotto risultati eccellenti in termini di servizi e crescita. Dobbiamo avere il coraggio di passare da un federalismo "concesso" a uno "preteso".

La Nostra Sfida: Vincere il Centralismo

Le resistenze sono note: chi vive di rendita di posizione nel centro romano teme la trasparenza che l'autonomia porta con sé. Ma noi sappiamo che il Nord è il motore d'Italia: se il motore corre, tutta la macchina può procedere meglio.

Non accettiamo più la narrazione della "disparità" utilizzata come scusa per frenare chi vuole correre. Il vero sostegno alle aree in difficoltà non si ottiene frenando le locomotive, ma portando in tutto il Paese il modello della buona amministrazione, della responsabilità fiscale e della valorizzazione del territorio.

Il tempo delle attese è finito. Per noi, federalismo significa libertà di costruire il proprio destino, orgoglio per le nostre radici e una gestione responsabile del bene comune.

Unisciti a noi. Costruiamo insieme il Nord che merita di contare.

Patto per il Nord: Autonomia, Responsabilità, Futuro.

Giprgio Bargna

Patto per il Nord

Como

 

domenica 7 giugno 2026

Il declino demografico italiano: cause strutturali e prospettive liberali

 







Secondo i dati Istat, oltre sei milioni di nostri concittadini desiderano avere figli, ma vi rinunciano per le ragioni più svariate. Non vorrei sembrare eccessivamente drammatico, ma ci troviamo di fronte a un tema di una gravità estrema.

Il nostro Paese, già segnato da un invecchiamento demografico ormai cronico, sta vedendo questo trend consolidarsi e moltiplicarsi. Il rischio concreto è una vera e propria crisi di sopravvivenza, con conseguenze tanto pesanti quanto, a lungo termine, irrisolvibili sotto ogni punto di vista.

Certamente, dietro questa scelta pesano fattori culturali e una certa immaturità sociale, ma non si può ignorare la durissima realtà economica che costringe singoli cittadini e intere famiglie a una lotta per la sopravvivenza. Chi ha governato negli ultimi decenni non è stato in grado di definire strategie lungimiranti; si è preferito, in modo demagogico, dribblare i problemi strutturali puntando su bonus e incentivi frammentari. Una strategia di breve respiro che, anziché invertire la rotta, ha finito solo per aggravare il peso del debito pubblico.

È evidente che rinunciare alla pressione fiscale nel presente genera un sollievo immediato per l'elettore, ma a discapito di una ipoteca gravosa sul futuro, suo e delle generazioni a venire. Prima o poi, sarà inevitabile affrontare il rientro di un indebitamento pubblico e previdenziale ormai fuori controllo, alimentato per anni da bonus, assegni di inclusione e pensioni elargite spesso "a pioggia".

Sotto questo profilo, emerge un paradosso sociale di non poco conto: il peso del debito ricadrà in larga parte sulle spalle dei figli degli immigrati, i nuovi cittadini di domani. Una condizione che rischia di trasformarsi in una frizione sociale capace di minare alla base ogni reale processo di integrazione.

Ritrovarsi privi di un'identità definita e di un solido senso di responsabilità renderà non solo estremamente faticoso il risanamento del debito, ma anche la costruzione di una convivenza civile. Tuttavia, sarebbe riduttivo attribuire ogni colpa alle sole scelte politiche.

Sebbene sia innegabile che oggi costruire e mantenere una famiglia rappresenti una sfida ardua, è altrettanto vero che il boom demografico italiano del passato si è verificato in epoche in cui il reddito e la qualità della vita erano decisamente inferiori agli attuali. Ne consegue che la crisi odierna della natalità non sia legata esclusivamente a fattori economici, ma riveli una profonda carenza di coraggio genitoriale, che affonda le proprie radici in un mutamento di natura prettamente culturale.

Proviamo ad approfondire, il tema del calo delle nascite in Italia è complesso e, come emerge da diversi studi, non può essere ridotto a una sola causa, ma deriva da un intreccio tra fattori economici e profondi mutamenti culturali.

Ecco i principali elementi culturali che contribuiscono a questo fenomeno:

-Il cambiamento del modello di vita: Si è passati dal "vivere per avere" (avere una discendenza, garantire la continuità familiare) al "vivere per essere" (realizzazione personale, carriera, viaggi, tempo libero). In questa visione, il figlio viene spesso percepito non più come una tappa naturale della vita, ma come un "progetto" impegnativo che rischia di limitare la libertà individuale

-La percezione della genitorialità come "compito titanico": Oggi fare il genitore è visto come una professione ad alto tasso di responsabilità, che richiede dedizione totale, risorse economiche ingenti e una pianificazione meticolosa. Questa percezione di "perfezionismo genitoriale" spinge molti a rimandare la scelta o a rinunciarvi, temendo di non essere all'altezza.

-Ruoli di genere e conciliazione: Nonostante i cambiamenti, nella società italiana persiste ancora una forte disparità nei carichi di cura domestica. Il peso della maternità ricade in larga parte sulle donne, con conseguenti ripercussioni sulla carriera e sull'indipendenza economica. Questo crea un conflitto tra l'aspirazione all'autorealizzazione professionale e l'idea di famiglia.

-Insicurezza e visione del futuro: Il figlio viene spesso vissuto come un "rischio" o una responsabilità eccessiva in un mondo percepito come incerto. Se in passato (anche in epoche di estrema povertà, come il dopoguerra) la prole era vista come una speranza per il futuro, oggi il contesto socio-economico precario rende difficile costruire una visione ottimistica del domani.

-Disallineamento tra tempi biologici e sociali: L'ingresso tardivo nel mondo del lavoro, unito alla necessità di stabilità, sposta sempre più avanti l'età in cui si inizia a pensare di avere figli, spesso creando una discrepanza tra il momento ideale per la genitorialità e la realtà biologica o di coppia.

In sintesi, non si tratta solo di una carenza di incentivi economici, ma di una trasformazione radicale nel modo in cui la società interpreta il valore della famiglia, la libertà individuale e il senso di sicurezza nel futuro.

Oggi chi, come me, ha una visione di stampo liberista e federalista affronterebbe la crisi demografica non attraverso il ricorso a bonus una tantum o sussidi a pioggia, ma intervenendo sulle cause strutturali che rendono la genitorialità un freno economico anziché una scelta di vita.

Proviamo a stendere una proposta credibile oltre che intelligente.

-Forte defiscalizzazione per i genitori: Sostituzione di bonus frammentari con una drastica riduzione dell'imposizione fiscale sul reddito per chi ha figli. L'idea è: "lasciare più soldi in busta paga" alle famiglie, permettendo loro di gestire autonomamente le proprie risorse, anziché chiedere allo Stato di ridistribuire quanto prelevato in precedenza.

-De-burocratizzazione del mercato del lavoro: Semplificare le assunzioni e incentivare la flessibilità contrattuale, combattendo la precarietà che impedisce ai giovani di programmare il futuro. Per un liberista, il problema non è la mancanza di sussidi, ma un mercato del lavoro rigido che esclude i giovani e le donne.

-Privatizzazione e concorrenza nei servizi: Incentivare il settore privato e il terzo settore nell'offerta di servizi per l'infanzia (asili nido, assistenza). La concorrenza tra offerta pubblica e privata porterebbe a una maggiore qualità e a prezzi più accessibili rispetto a un monopolio statale inefficiente.

-Federalismo fiscale come motore di efficienza: Se le regioni o i comuni potessero trattenere e gestire una quota maggiore delle entrate fiscali, sarebbero incentivati a creare un ecosistema favorevole alle famiglie per attrarre o trattenere residenti (popolazione attiva). Un territorio con servizi migliori e tasse locali più eque diventerebbe naturalmente più attrattivo.

-Autonomia nelle politiche locali: Ogni territorio potrebbe sperimentare soluzioni diverse in base alle proprie peculiarità (es. una regione alpina vs una metropoli), superando l'approccio centralista che impone soluzioni calate dall'alto, spesso inefficaci per le diverse realtà locali.

-Responsabilizzazione degli amministratori: Con la piena responsabilità finanziaria, gli enti locali non potrebbero più fare debito per finanziare "sconticini" elettorali, ma dovrebbero investire in infrastrutture e servizi che generano valore a lungo termine per le famiglie, poiché il loro gettito dipenderebbe dalla capacità del territorio di prosperare.

La "scelta di non fare figli" è  anche una risposta a un sistema che tassa pesantemente il lavoro, soffoca l'iniziativa privata e trasmette un debito pubblico insostenibile alle generazioni future.

La soluzione non sta nel "comprare" la natalità tramite incentivi, ma nel rimuovere gli ostacoli creati dallo Stato. Restituire alle famiglie la libertà di scegliere, garantendo un sistema economico in cui il figlio non sia percepito come una minaccia alla stabilità economica, ma come un investimento possibile in una società dinamica, meritocratica e meno oppressa dalla fiscalità centrale.

Giorgio Bargna


sabato 6 giugno 2026

Il richiamo di Bruxelles e la risposta liberale: meno spesa, più responsabilità sul territorio



Giorgia Meloni esulta per aver ottenuto dall'Unione Europea un risultato cruciale sulla flessibilità energetica. "Indichiamo la strada all’Ue", dichiara sorridente. Tuttavia, l'obiettivo iniziale del governo era ottenere fondi per tagliare le accise. Ci si è ritrovati, invece, a dover rispettare un piano vincolato allo sviluppo energetico, settore che in Italia ha storicamente faticato a decollare. La soluzione finale salvaguarda la linea della Commissione Europea e accoglie le richieste italiane, evitando di irritare gli Stati membri più rigorosi sul Patto di Stabilità. Si tratta di un'architettura contabile, politica e diplomatica complessa, inserita in un contesto geopolitico internazionale rovente.

Il via libera di Bruxelles non è però un assegno in bianco per Roma. La flessibilità coprirà solo gli investimenti mirati, escludendo le spese che aumentano il consumo e la dipendenza da fonti fossili. I paletti europei sono rigidi. L'UE ha stabilito che gli Stati membri possono richiedere l'estensione della clausola di salvaguardia nazionale — derogando ai vincoli del Patto di Stabilità per difesa ed energia — nella misura dello 0,3% annuo dal 2026 al 2028, con un tetto cumulativo dello 0,6% nel triennio. Per l'Italia, questo significa poter scorporare circa 7 miliardi di euro all'anno.

La Commissione fisserà criteri severi sulle spese escludibili dal computo del deficit. Saranno ammessi i progetti su larga scala per le reti energetiche, lo sviluppo di rinnovabili, l'efficienza energetica e gli impianti solari. Anche i sussidi saranno concessi solo se finalizzati alla transizione verde. Al contrario, Bruxelles ha bocciato interventi come il taglio delle accise: stimolare la domanda non risolve uno shock dell'offerta, ma rischia di mantenere alti i prezzi dell'energia. L'obiettivo è non ripetere gli errori della crisi del 2022, quando alcune misure fecero lievitare i conti pubblici senza ridurre la dipendenza da gas e petrolio.

L'approvazione delle richieste italiane da parte di Bruxelles porta con sé una serie di severi richiami su conti pubblici, fisco, salari, povertà, pensioni e occupazione. L'UE ha indicato a Roma sei priorità: risanare le finanze pubbliche, limitare nel tempo gli aiuti contro il caro-energia, accelerare sul PNRR e sui fondi di coesione. Viene inoltre richiesto di investire in ricerca, innovazione e transizione energetica, oltre a modernizzare giustizia, pubblica amministrazione, scuola, sanità e welfare. Uno schiaffo economico e politico per un Paese che da decenni rimanda le riforme necessarie. Tra le note dolenti della Commissione rispunta infine il catasto: per Bruxelles i valori patrimoniali sono ancora troppo lontani da quelli reali di mercato.

Una persona liberale e federalista quale mi ritengo risponde a queste richieste promuovendo la responsabilità fiscale, la modernizzazione dello Stato, la decentralizzazione dei poteri e la liberalizzazione dei mercati.

Qualche posizione sui punti specifici sollevati dalla Commissione Europea:

Conti Pubblici e Fisco

-Risanamento delle finanze: Riduzione del debito pubblico non tramite l'aumento delle tasse, ma tagliando la spesa pubblica improduttiva e i sussidi statali a pioggia.

-Riforma del catasto: Favorevole all'aggiornamento dei valori patrimoniali per equità di mercato, ma a parità di gettito fiscale complessivo (compensando con una riduzione delle aliquote IMU o IRPEF).

-Fisco efficiente: Semplificazione del codice tributario e contrasto all'evasione fiscale digitalizzando i processi, rifiutando logiche di condono.

Federalismo e PNRR

-Federalismo fiscale: Trattenimento di una quota maggiore di tasse sul territorio di produzione per responsabilizzare gli amministratori locali ed evitare sprechi.

-Fondi UE e PNRR: Gestione decentralizzata dei fondi di coesione alle Regioni efficienti, eliminando la burocrazia centrale che rallenta i cantieri.

Salari, Occupazione e Welfare

-Salari e competitività: Taglio strutturale del cuneo fiscale (meno tasse sul lavoro) per aumentare gli stipendi netti senza gravare sulle imprese.

-Riforma del welfare: Contrasto alla povertà tramite politiche attive del lavoro (formazione e ricollocamento) gestite anche da privati, superando i sussidi puramente assistenziali.

-Pensioni: Difesa della sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale attraverso il metodo contributivo, opponendosi a quote o pensionamenti anticipati che pesano sulle future generazioni.

Modernizzazione e Transizione

-Infrastrutture e Giustizia: Privatizzazione dei servizi pubblici locali inefficienti e introduzione di logiche di mercato e merito nella Pubblica Amministrazione, nella scuola e nella sanità.

-Energia e Innovazione: Transizione energetica guidata dalla neutralità tecnologica (incluso il nucleare di nuova generazione e le rinnovabili) e incentivi fiscali automatici per la ricerca privata, rifiutando i sussidi diretti dello Stato.

Mi farebbe piacere conoscere il vostro pensiero,

Giorgio Bargna

Patto per il Nord 

Como


 

venerdì 5 giugno 2026

Anziani e welfare locale: la mia proposta per Como e per il Nord



Credo fermamente in un principio: nessun anziano, dopo aver contribuito per una vita intera allo sviluppo del nostro Paese, dovrebbe essere abbandonato alle logiche del mercato privato per accedere a un servizio essenziale. La cura e la dignità non possono essere un lusso.

La mia riflessione prende le mosse da un articolo del quotidiano "La Provincia di Como", incentrato sulle forti disparità tariffarie tra alcune RSA lombarde. Se già all’interno della stessa Lombardia si registrano variazioni enormi a seconda dei territori, il divario si amplifica ulteriormente su scala nazionale. Nel presentare questa campionatura italiana, l'analisi si concentrerà esclusivamente sulle strutture convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Le realtà interamente private, operando come aziende commerciali, applicano infatti prezzi di mercato. Resta tuttavia fermo un principio fondamentale: nessun anziano, dopo aver contribuito per una vita allo sviluppo del Paese, dovrebbe essere lasciato alla mercé del settore privato per l'accesso a servizi essenziali.

Nella provincia di Como, il costo a carico delle famiglie per il soggiorno in una RSA convenzionata oscilla tra i 2.100€ e i 2.800€ al mese. Si tratta di importi difficilmente sostenibili: in Lombardia la pensione media mensile si aggira tra i 1.200 e i 1.300 euro ma, dato ancora più critico, circa il 50% dei trattamenti pensionistici vigenti non raggiunge i 1.000 euro al mese. Di fronte a questa barriera economica, le rassicurazioni degli addetti ai lavori sull'eccellenza delle strutture lombarde e sulla presenza di personale altamente qualificato rischiano di apparire paradossali, se non offensive, per i cittadini non autosufficienti e per le loro famiglie.

Ad Imola, prendendo un primo campione casuale, le strutture convenzionate con il SSN presentano costi che variano tra i 1.400 e i 1.900 euro al mese. A Grosseto, la spesa a carico dell'ospite si aggira invece tra i 1.300 e i 1.600 euro mensili. Spostandosi a Foggia e provincia, la quota per l'assistito si attesta intorno ai 1.460 - 1.505 euro al mese.

Davanti a queste cifre, viene spontaneo chiedersi perché i costi siano così diversificati, considerando che in Italia le tasse si pagano allo stesso modo ovunque. Questo divario dimostra che chiedere l'introduzione delle gabbie salariali non è un'idea del tutto errata: il costo della vita varia sensibilmente da regione a regione, condizionando l'esistenza dei cittadini sia in gioventù che in vecchiaia.

Qual è il welfare dello Stato italiano per un anziano non autosufficiente? Analizziamo il trattamento riservato a chi ha sempre pagato le tasse e a chi, per varie ragioni, non lo ha fatto. Oggi entrambi affrontano la fragilità della vecchiaia senza il supporto di famiglie che, per sopravvivere ai costi della vita odierni, sono obbligate a investire ogni risorsa nel lavoro.

L'adeguatezza delle tutele statali rivolte agli anziani dipende strettamente dalle condizioni economiche e di salute del singolo cittadino, oscillando tra storici ammortizzatori e gravi carenze strutturali. Se da un lato il sistema garantisce una rete di sicurezza per le situazioni più critiche, dall'altro i rigidi requisiti d'accesso e gli elevati costi dell'assistenza privata lasciano molte famiglie in una condizione di profonda vulnerabilità finanziaria.

I principali pilastri del sistema di welfare presentano infatti luci e ombre:

-Indennità di Accompagnamento: erogata a prescindere dal reddito a chi è riconosciuto invalido totale e non autosufficiente, prevede un importo base di circa 531 euro mensili. Per quanto rappresenti un sostegno di rilievo, questa cifra rimane ampiamente insufficiente per consentire a un familiare di abbandonare il lavoro e dedicarsi a un'assistenza continua (H24).

-Nuova Prestazione Universale: introdotta in via sperimentale, prevede il "Bonus Anziani", ovvero un assegno aggiuntivo di 850 euro mensili vincolato alla copertura di spese per badanti o servizi professionali. Tuttavia, l'impatto reale di questa misura si scontra con il mercato del lavoro: in regioni come la Lombardia, il costo di una badante convivente assunta regolarmente supera ampiamente i 2.800 euro al mese.

-Esenzioni e sconti: gli anziani beneficiano di tutele fondamentali, tra cui l'esenzione dal ticket sanitario per motivi di età o reddito, tariffe agevolate sui trasporti pubblici e riduzioni sui bollettini postali o sulle tasse locali. Si tratta di diritti imprescindibili, che mitigano solo in parte il peso delle spese quotidiane

Analizziamo le principali criticità segnalate da anziani, famiglie, sindacati ed esperti:

-Requisiti d'accesso restrittivi: per ottenere il nuovo bonus da 850 euro non basta la condizione di non autosufficienza. Occorre avere almeno 80 anni e un ISEE socio-sanitario inferiore a 6.000 euro, una soglia talmente bassa da escludere la stragrande maggioranza dei potenziali beneficiari.

-Inadeguatezza dei contributi rispetto ai costi reali: la retribuzione e i contributi regolari per una badante convivente superano facilmente i 2.000 euro mensili. Di conseguenza, l'indennità copre solo una frazione della spesa complessiva, che grava quasi interamente sui risparmi familiari.

-Carenza delle strutture pubbliche: le liste d'attesa per l'accesso alle Residenze Sanitarie Assistite (RSA) convenzionate sono lunghissime. Ciò costringe le famiglie a ricorrere a strutture private i cui costi, come approfondito in precedenza, in Lombardia possono superare i 3.500 euro al mese.

Una cosa va gridata: nessuno deve essere lasciato solo a casa propria.

Oggi le leggi nazionali dimenticano la nostra realtà: i bonus promessi sono irraggiungibili, i costi delle badanti svuotano i risparmi di una vita e le liste d'attesa per le RSA calpestano la dignità delle nostre famiglie.

Io credo, ma saranno d'accordo con me gli altri aderenti al mio partito, che una comunità si misuri da come protegge le proprie radici. Vogliamo risposte locali, concrete e solidali, fondate sulle nostre tradizioni e sulla forza della nostra gente.

Questo è l'impegno che richiede la nostra Terra:

-Aiuti a chi vive il territorio: Basta con i requisiti ISEE nazionali che escludono tutti. Ritengo necessario  un fondo integrativo locale e criteri di accesso prioritari per chi risiede e contribuisce alla nostra comunità da almeno 10 anni.

-Custodire la famiglia, non lo Stato: Va sostenuto chi cura i propri cari a casa. Occorrerebbe introdurre un Assegno di Cura Territoriale per i figli e i nipoti che assistono gli anziani tra le mura domestiche, difendendo l'unione familiare.

-Sicurezza e fiducia di vicinato: Creazione di un Albo Comunale delle Assistenti Familiari per garantire alle famiglie personale qualificato, controllato e legato al nostro tessuto sociale.

-Micro-RSA di Borgo e Centri di Tradizione: No al ricovero in strutture private lontane e costose. Riapertura  degli edifici storici comunali e parrocchiali dismessi per farne piccoli centri diurni. Luoghi dove i nostri anziani possono stare insieme e tramandare la nostra storia, i mestieri e il dialetto alle nuove generazioni.

Un futuro per i nostri anziani e le loro famiglie basato su radici chiare.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


 

venerdì 15 maggio 2026

Politica di prossimità: la mia sfida per Como, la Lombardia. il Nord


Aderisco con profonda convinzione al Patto per il Nord, una realtà che supera la logica del semplice movimento politico per configurarsi come una vera iniziativa culturale e sociale. Il nostro obiettivo fondamentale è rimettere al centro del dibattito nazionale le esigenze imprescindibili del Nord Italia, focalizzando l'azione su tre direttrici strategiche: autonomia fiscale, potenziamento delle infrastrutture e sviluppo del welfare territoriale.

Da maggio 2025 ho l'onore di ricoprire l'incarico di Segretario Provinciale a Como. Vivo questo ruolo con passione quotidiana, impegnandomi attivamente nella diffusione dei nostri valori fondanti e nel consolidamento di un legame diretto e trasparente con i cittadini del territorio comasco. 
Nella mia doppia veste di analista e blogger, la mia missione principale è azzerare la distanza tra la base elettorale e le istituzioni, coniugando l'indipendenza del libero pensiero con gli storici ideali federalisti del nostro movimento.

La mia visione politica e sociale si articola su quattro pilastri programmatici:

Riavvicinamento alla politica: Dobbiamo contrastare fermamente l'apatia elettorale e l'astensionismo. È necessario restituire centralità ai cittadini, coinvolgendoli in modo attivo e consapevole nelle scelte decisionali che impattano sul loro futuro.

Identità territoriale: Promuovo la valorizzazione delle tradizioni locali e la tutela assoluta delle nostre comunità. Esse rappresentano le fondamenta storiche, economiche e culturali su cui poggia il nostro intero tessuto sociale.

Welfare di prossimità: Sostengo con forza un modello di assistenza sanitaria e sociale radicato nel territorio, prendendo come riferimento virtuoso le Case della Comunità. Questo sistema deve integrarsi sinergicamente con il mondo del volontariato e del terzo settore, pilastri insostituibili della coesione sociale.

Patto sociale per il Nord: Propongo un nuovo accordo strategico che integri welfare, sanità e istruzione scolastica. Questi servizi essenziali devono essere rimodellati in base alle reali dinamiche demografiche e alle esigenze produttive specifiche delle regioni settentrionali.

Attraverso questa piattaforma porto avanti un'azione politica che vuole essere al contempo critica e fortemente propositiva. Chiediamo con fermezza che le risorse fiscali e i fondi nazionali siano destinati prioritariamente a opere pubbliche utili e alle concrete necessità locali. Ci opponiamo, oggi e sempre, alla logica assistenziale delle "cattedrali nel deserto" e a ogni forma di spreco del denaro pubblico.

Giorgio Bargna
Segretario Provinciale Como 
Patto per il Nord

venerdì 1 maggio 2026

Rottamazioni infinite: lo Stato che scommette (e perde) sulle tasse evase


Parliamo di credibilità da parte delle Istituzioni.
Prendiamo spunto innanzitutto da un tema in corso, la rottamazione delle cartelle esattoriali.
La situazione è paradossale, lo Stato si inventa periodicamente tasse e balzelli che non è in grado di incassare.
E allora che fa? Si inventa una procedura che si perpetua negli anni nella speranza di recuperare una parte delle tasse evase.
Nelle prime edizioni, la simpatica trovata ebbe qualche successo, ma recentemente e progressivamente è stata snobbata dai debitori, vuoi perché qualcuno non ha veramente la capacità economica per pagare, ma soprattutto perché ormai l'evasore seriale ha capito di dover temere poco dagli enti creditori.
Nel dettaglio le quattro precedenti edizioni della rottamazione hanno portato complessivamente nelle casse dello Stato 28,9 miliardi di euro a fronte di un gettito previsto di 111,2 miliardi.
Per la rottamazione attuale, le stime basate sulle relazioni tecniche indicano un incasso previsto per lo Stato di circa 9 miliardi di euro distribuiti nell'arco di 9 anni, ma allo stato attuale delle cose si stima un tasso di adesione del 3,3% rispetto al totale dei carichi affidati.
Lo Stato non fa paura, secondo i dati della Corte di Conti del resto emerge che venga controllato il 4% dei contribuenti, l'Agenzia delle Entrate riesce ad incassare non più del 17% dell'evasione accertata.
Ecco diciamo che nell'insieme delle cose il rischio di essere punito per un evasore sarà si e no dell'1%.
Diventa ovvio che l'evasore seriale non abbia alcun timore davanti a questi dati e davanti a questo presunto metodo di recupero credito.
Lo Stato potrebbe verificare i suoi conti in banca ma non lo fa, potrebbe verificare la congruità del tenore di vita di molte famiglie, perché non si parla solo di partite IVA per l'evasione, ma non lo fa.
Lo Stato si limita a incassare il sicuro e a scommettere, come fosse il "Gratta e Vinci", sul presunto evaso, presunto visto che non riesce a verificare i redditi.
A versare almeno un euro di Irpef in Italia sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara. 
Su questi numeri, oltre al controllo del "nero" ci si dovrebbe concentrare, ma è evidentemente più semplice calcare la mano sul sicuro, cioè sulle buste paga e sulle dichiarazioni dei piccoli e medi imprenditori.
Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13%.
Entrando molto meno nel dettaglio altri fattori minano la credibilità della Stato, pensiamo al sistema giudiziario ed a quello sanitario dei quali abbiamo scritto già in altre occasioni.
Ma anche alla burocrazia ed al debito pubblico, alla scarsa meritocrazia ed alla corruzione.
E allora che fare?
Beh, lo Stato siamo noi, non la partitocrazia ed il proprio apparato ancorato alle persone.
Patto per il Nord è nato anche per costruire una nuova classe politica, che si occupi del presente e del futuro, del territorio locale si, ma anche della nazione intera.
Unisciti a noi e costruiamo insieme, da capo, la credibilità delle Istituzioni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

mercoledì 22 aprile 2026

Mussolini e il pane quotidiano



È più importante discutere di una cittadinanza onoraria di 100 anni fa o delle liste d'attesa in sanità? Nel comasco si torna a parlare di Mussolini, ma il sospetto è che sia l'ennesimo polverone distrattivo per non affrontare i problemi reali di operai e pensionati. Ecco la mia riflessione.





Leggiamo nelle cronache locali di questi giorni che in alcuni Comuni della Provincia di Como, Olgiate Comasco e Cantù, viene richiesta, discussa, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Si parla di una deliberazione messa in pratica 102 anni fa da moltissimi comuni di tutta Italia, un atto di propaganda fascista in linea con i dettami di quel tempo.
Fatto salvo che se non fosse stato indicato il tema dal "Comitato comasco per la morte di Giacomo Matteotti", nessun comasco si sarebbe mai svegliato la mattina con questa problematica, chiamiamola così, da risolvere.
Anzi diciamola tutta, il comasco nemmeno sapeva che queste cittadinanze fossero state assegnate.
Diciamocela tutta, chi scrive è persona sicuramente di destra, ma mai stata fascista, anzi tra le mie pagine il fascismo viene aberrato, ma ogni volta che viene riproposta una posizione ideologica arcaica, obsoleta, belligerante su fatti di storia seppelliti decenni fa, qualche dubbio mi assale.
Mi chiedo, siamo semplicemente davanti a persone che non riescono ad uscire da uno stereotipo?
Mi chiedo, non essendo in grado di proporre concretezza, alcune persone si attaccano al passato?
Mi chiedo, soprattutto quando si tratta di amministratori, ma nella vostra città non ci sono problemi concreti da risolvere?
Mi chiedo, anzi vi chiedo, per il cittadino, per il pensionato, per l'operaio pensate che sia più importante un Consiglio Comunale che tratti di questa tematica oppure uno dove si discute di un problema quotidiano?
Parliamoci chiaro, il fascismo andava e va condannato, ai ragazzi va insegnato che è male.
Parliamoci chiaro, l'antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, forme ancora presenti, vanno combattuti, ma basandosi sugli accadimenti moderni, ragionando e proponendo in base alla realtà attuale, non continuando ad attaccarsi ad episodi di un secolo fa, perpetrati tra l'altro in una situazione sociopolitica oggi inconcepibile e neppure immaginabile, vista la diversità dei tempi e delle culture a confronto. 
L'ho già scritto decine di volte, la divisione anacronistica tra destra e sinistra è ormai superata da anni, oggi la "battaglia" si combatte, si deve combattere, tra chi deve salvare il proprio salario, il proprio potere d'acquisto e chi ogni giorno glielo erode voracemente pur di mantenere in piedi un apparato politico consolidato.
Nel momento in cui non devi far sapere al cittadino, al contribuente, che lo stai sodomizzando, tanto a chi sta a destra, quanto a chi sta a sinistra, viene comodo alzare polveroni distrattivi.
Perché il popolo non deve pensare alla mafia, non deve pensare alle lunghe liste d'attesa in sanità, non deve pensare all'aumento delle bollette.
Il popolo deve seguire i processi in TV, i talk show di cui abbiamo scritto qui, i grandi fratelli ed i piccoli artisti allo sbaraglio, richiamando si, in questo modo, la disinformazione tipica dei regimi.
Quindi da sinceri antifascisti, questo si lo dobbiamo essere, non facciamoci gabbare da inutili discussioni, ma pretendiamo risposte sui nostri problemi e sulle nostre necessità quotidiane.
Giorgio Bargna






giovedì 16 aprile 2026

IL DIRITTO AUTISTICO

 



Sviluppiamo delle riflessioni, partendo da dei dati citati in un articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como", che ci portano a scoprire che le diagnosi che portano al "disturbo" dello spettro autistico, nella sola provincia comasca, parlano di quasi 6mila persone interessate.

In realtà le persone interessate sono molte di più perché la situazione coinvolge anche i genitori, i fratelli, i nonni.

Va detto che nel tempo l'intercettazione del problema è decisamente migliorata in confronto a diagnosi spesso di frontiera che si avevano 25/30 anni fa.

Dobbiamo sicuramente ringraziare la scienza, ma anche un differente approccio al "problema" da parte di medici, genitori, scuole e cittadinanza.

Ma se è migliorata la capacità di intercettare i sintomi, non migliora sicuramente la possibile assistenza, anzi, aumentati i numeri si stringono le maglie, tanto nell'ambito sanitario, quanto nell'ambito scolastico, quanto nel superamento della maggiore età.

Da "adulti", se si è autistici, trovare percorsi che portino a sviluppare autonomia ed indipendenza diventa una sorta di Parigi-Dakar, dove è più facile trovare supporto in associazioni private che non nello "Stato".

Il primo pensiero dei genitori, soprattutto, ma non necessariamente, con l'avvicinarsi di una certa età,

è la preoccupazione per il "dopo di noi", la paura per il futuro dei propri figli autistici, evidenziando la necessità di soluzioni abitative dignitose e non istituzionalizzanti.

Restando sulla realtà comasca purtroppo non esistono molti esempi pratici paragonabili a Cascina Cristina , un centro sia  diurno che residenziale, nato dalla forza di un associazione di genitori e supportato, si da fondi pubblici provenienti da Regione Lombardia, da Fondazione Cariplo ma anche da forti donazioni private e lasciti parrocchiali.

Ma uscendo da questo esempio, tanto raro quanto valido, torniamo a qualcosa di sottolineato qualche riga sopra.

Le famiglie interessate affrontano diverse sfide, spesso legate alla gestione quotidiana e alla necessità di supporto continuo. 

L'autismo non è confinato dentro parametri precisi, ogni ragazzo ha un suo "perché", da qui nasce l'esigenza di interventi multimodali e personalizzati, con richieste di maggiore assistenza sanitaria e riabilitativa-abilitativa sul territorio. E va sottolineato che parliamo del Comasco, so di situazioni a Sud davvero drammatiche, anche nei temi trattati a inizio articolo in termine di intercettazione.

Le famiglie si trovano in situazioni di forte stress psicofisico, non è semplice capire (sia soli che con supporto) come gestire situazioni che a volte hanno dei risvolti veramente tanto pesanti da dover portare alla separazione dei ragazzi dalla famiglia. 

Esistono servizi di sollievo per gestire crisi forti e la quotidianità, ma la battaglia si affronta e si vince tra le mura di casa, ad ogni ora e davanti a mille evenienze, supportati dai propri nervi, dalla propria capacità di affrontare il momento, dall'esperienza, che, volenti o nolenti, si accumula.

Come ogni persona, anche chi è soggetto allo spettro autistico, ha diritto ad una vita sociale che comprende anche un lavoro, che è fonte essenziale per un percorso di autonomia ed indipendenza sia personale che economica, ma l'inclusione nel mondo del lavoro per adulti autistici rimane una sfida significativa.

L'inclusione lavorativa per adulti autistici richiede un approccio mirato, adattando l'ambiente e valorizzando le competenze uniche. Meno del 10% è occupato, rendendo cruciali tirocini, coaching sul posto di lavoro e formazione specifica per colmare le sfide sociali.

Spesso chi soffre di questa sindrome, tanto da ragazzo quanto da adulto, evidenzia ottime capacità in logica, informatica, attenzione ai dettagli e affidabilità, ma è fondamentale passare da un approccio assistenziale ad uno che valorizzi il potenziale lavorativo, mettendoli a loro agio, permettendogli di esprimersi al massimo, perché per loro il massimo obbiettivo non è lo stipendio, ma l'autostima e sentirsi parte del "sistema".

In un sistema sanitario e sociale che ho già descritto più volte, in un momento difficile a livello commerciale, la "battaglia" si fa sempre più ardua, ma chi vive la situazione, malgrado attimi di sconforto, non demorde mai, l'amore per un figlio non ha paragoni.

Oggi il movimento politico dove milito non occupa ancora poltrone, ma arriverà il momento in cui amministrerà città, regioni e nazione ed io sarò li a spingere affinché questo, come altri spinosi temi, venga affrontato con la dovuta serietà e capacità.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


domenica 29 marzo 2026

DISAGIO ABITATIVO, A COMO E NON SOLO


Prendiamo spunto da un articolo pubblicato sul quotidiano "La Provincia di Como" del 29/03/26 per trattare un tema di importanza enorme che in un mondo atomizzato come il nostro sfugge ai radar della gente comune.
Si parla di quanto emerso in un convegno in cui si trattava del disagio abitativo oltre che della mancanza di un senso profondo del vivere in una comunità.
Il disagio abitativo è un fenomeno complesso che non riguarda solo la mancanza di un tetto, ma un insieme di condizioni che rendono l'abitare precario, inadeguato o insostenibile. Si manifesta quando una persona o una famiglia non riesce a soddisfare il proprio bisogno primario di casa in modo dignitoso e stabile.
Il disagio abitativo ha un impatto profondo, oltre che sugli anziani e le persone mature, anche sulle nuove generazioni, compromettendo il rendimento scolastico e le prospettive future dei minori che vivono in contesti precari. 
Non è un segreto che esistano delle difficoltà abitative concrete che affiancano quelle che al contrario sono situazioni create da persone che non hanno alcuna intenzione di pagare affitti e spese.
E per gli onesti spesso e volentieri si vengono a creare antipatiche situazioni di emergenza, spesso susseguenti a ritardi burocratici, a volte inconcepibili, che spesso complicano ancor di più le situazioni.
Il disagio abitativo raccoglie in gruppo una serie di persone, famiglie, spesso anziani, che quando va bene riescono a vivere decorosamente e pagando le spese vivendo in spazi angusti e/o fatiscenti.
E quando la burocrazia, cioè le Amministrazioni di vario livello, ti rema contro è difficile trovare un appoggio, un aiuto.
E' emerso che a Como l'80% degli sfratti per morosità non sono dovuti da fattori di "illegalità", ma sono dovuti alle difficoltà di persone che perdono il lavoro, che affrontano malattie importanti, che magari non riescono più ad affrontare il carovita attraverso la pensione.
Avere una casa di proprietà e viverla indecorosamente o perderla, vivere in una casa in locazione e non riuscire a pagare la pigione, porta oltretutto alla perdita della dignità, comporta problemi di serenità mentale e mina le relazioni, siano esse famigliari che più sociali.
Lo Stato non può abbandonare, innanzitutto, i propri anziani e i propri ammalati, ma nemmeno le famiglie in generale.
Non si può giungere in aiuto, quando si riesce a farlo, in estremo ritardo, va studiata ed applicata una strategia preventiva, perché la casa deve essere un diritto per tutti, innanzitutto per gli onesti integrati nella comunità, che la comunità hanno contribuito a svilupparla.
Certo, questo è un concetto che, in un Paese dove il senso di comunità è stato spazzato via dall'atomizzazione e dove si è legati alla percezione della casa di proprietà, fa un po' fatica a passare, ma che non possiamo dissimulare.
Il vero concetto è invece essere innanzitutto comunità, poi all'interno di essa, creare dignità per tutti, disoccupati (involontari), anziani, giovani, infermi e sofferenti.
Per creare strumenti e soluzioni però non basta la volontà, non bastano le parole, occorre denaro, occorre spenderlo bene.
L'argomento di cui abbiamo trattato mi convince ancora una volta in più a sostenere la necessità di Territori Autonomi, che trattengano sul proprio suolo quanto dovuto in tasse e contributi, affinché questo denaro venga speso, anzi, mi scuso, investito bene da amministratori che possiamo controllare da casa, non attraverso i racconti mediatici.
Lo scopo finale della nostra azione politica, non può che essere il benessere dei nostri territori e questo lo si può ottenere soltanto attraverso quanto scritto qui sopra.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como





 

martedì 24 febbraio 2026

LOTTIAMO INSIEME PER RIPRENDERCI IL DIRITTO A UNA VITA SERENA E FELICE?

 


Tra i tanti temi che attanagliano i nostri territori, oggi scegliamo di trattarne uno molto caro al Presidente Federale di Patto per il Nord Roberto Bernardelli ed anche al Sindacato del Nord.

Parliamo del Diritto al Lavoro, parliamo del Diritto ad un Esistenza Libera e Dignitosa.

Due diritti che sono correlati strettamente a persone e famiglie che hanno il diritto di vivere sia dignitosamente che serenamente.

Parliamo di donne e uomini, più o meno giovani, lavoratori e/o pensionati, parliamo di ragazzi che hanno diritto a un futuro, a casa propria, non emigrando.

Questo riguarda tutti, chi lavora da dipendente e chi ha aperto una partita IVA, chi sta nel privato e chi lavora nel pubblico, oggi tutti siamo vessati da uno Stato Despota.

Certo è che l'economia paga l'emersione di nuovi paesi, sia come produzione che come consumo, certo è che essendo "pancia molle" in Europa paghiamo dazio, certo è che come Territori del Nord dovremmo prendere in mano la situazione nell' UE, visto che ne siamo uno dei motori trainanti, ma oggi è certo che, grazie alla sottomissione delle forze politiche romane, paghiamo dazio in povertà e difficoltà.

Viviamo di stipendi falsati e di pensioni che chiedono vendetta.

Ci sono anziani che devono rinunciare al riscaldamento ed alle cure mediche, così come anche sempre più famiglie.

Tutto questo crea inevitabilmente un calo demografico che  renderà difficile sostituire i circa 6 milioni di lavoratori che andranno in pensione entro il 2035, mettendo pressione sul mercato del lavoro.

Tutto questo porta inevitabilmente ad un aumento dei pensionati che mantengono un'occupazione regolare (444 mila nel 2021, +13,3% rispetto al 2020) spesso per necessità personale o per sostenere le famiglie.

In Italia, nel 2024, quasi 4,6 milioni di pensionati (il 28,1% del totale) percepiscono meno di 1.000 euro al mese e non è che con 1.300 si navighi nell'oro e consideriamo che a causa del passaggio al sistema contributivo puro, chi va in pensione oggi conta su un tasso di sostituzione dell'81,5% rispetto all'ultima busta paga, ma per i giovani lavoratori questo scenderà al 64,8% nel 2060, prospettando pensionati sempre più poveri.

I salari in Italia faticano a recuperare il potere d'acquisto perso negli ultimi anni, rimanendo tra i più bassi nell'area OECD, più di un lavoratore su dieci vive in una famiglia a rischio povertà, con retribuzioni spesso inferiori al 60% della mediana, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati drasticamente (+30-34% nell'ultimo decennio) e i costi abitativi/affitti sono cresciuti tra il 28% e il 60%, rendendo difficile la gestione del quotidiano.

Settori come l'automotive, gli elettrodomestici e la siderurgia, ma anche il tessile o l'edilizia, per fare degli esempi, vedono un aumento non solo della cassa integrazione, ma anche dei licenziamenti.

Sarò ripetitivo, sarò nauseante, ma dobbiamo spingere sempre di più al rientro dal residuo fiscale ed all'applicazione delle gabbie salariali.

Oggi non dobbiamo più separarci tra destra e sinistra, non dobbiamo più dividerci tra settore pubblico o privato, oggi ci dobbiamo unire tutti a difesa del nostro futuro.

Patto per il Nord, il Sindacato del Nord, sono qui per raggiungere anche questo obbiettivo, lottiamo insieme per il Nostro Futuro.

Unisciti a Noi, lottiamo insieme per riprenderci il diritto di una vita serena e felice.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

venerdì 13 febbraio 2026

LO SCEMPIO DELL'ECOSISTEMA POLITICO


Partendo da un pensiero di un seguace di Gregory Bateson facciamo una riflessione legata all'ecosistema che possiamo poi tramutare in un pensiero dai tratti politici.
Oggi possiamo osservare la presenza contestatrice sul web di molte categorie: ambientalisti, animalisti, vegetariani, salutisti, attivisti vari, ecologisti, vegani, biocentrici, ecosistemici, ecomarxisti, anticiviltà, animisti, anti-industrialisti, movimenti giovanili per il clima, quelli della decrescita più o meno felice, alcuni seguaci delle filosofie native, i seguaci del “cancrismo” (pensano che la nostra specie sia un cancro del Pianeta, cioè un errore dell’evoluzione).
Movimenti spontanei che spesso non hanno nulla che li colleghi, tranne il comune pensiero che il mondo non vada avanti nel modo giusto, micropianeti contestatori che fanno bene all'anima ma resteranno confinati sul web.
Al contrario degli “attivisti politici” e degli opinionisti della TV di regime, i quali di antisistema non hanno nulla, loro avranno spazio solo sulla rete e qualche rivista "specializzata".
Ma a parte questo noi contestatori, mi ci metto anche io, non siamo ancora un numero molto elevato e quindi non siamo in grado di incidere sui comportamenti collettivi, frenati anche da un diffuso egoismo collettivo.
Se è vero che l'unico collante può essere  l’idea che occorre abbandonare la competizione economica, la globalizzazione, la crescita, il mercato e i consumi, sull'altro fronte i “politici” non hanno nessuna intenzione di modificare il "sistema", si limitano a qualche accorgimento di facciata, con qualche verniciata green e sbandierando il tutto con l’assurdità contradditoria dello sviluppo sostenibile. 
Sono d'accordo con  il seguace di Bateson su un aspetto, la terra è questa da migliaia di anni, l'essere umano no, è aumentato a dismisura e chiunque, anche senza una base scientifica, può capire questo pianeta fatica a supportare e sopportare l’esistenza permanente di un Primate di 70 Kg, che oltre tutto pretende di porsi al vertice della catena alimentare, nel numero di 8 miliardi e che non è intenzionato a fermare la propria crescita. L'esempio ci arriva dal mondo animale, c’è un’aquila ogni mille marmotte, c’è un leone ogni mille gazzelle, quando, in quella valle nordica, ci sono troppi lemmings, iniziano a correre verso il mare, dove annegano. Solo il 20% torna indietro, e sono ancora là…ma così quella valle-ecosistema si salva e l’equilibrio si ristabilisce.
Chiudiamo questa parte con un pensiero di Gregory Bateson: “La carenza di saggezza sistemica è sempre punita”.

Parlavamo di riportare il discorso a livello politico.
Un po' come il pianeta Terra il planisfero politico italiano (parliamo di livello nazionale) è stato ed è sovraffollato, In 17 tornate elettorali dal 1948 si sono presentati alle elezioni 380 partiti diversi, producendo un totale di 558 simboli, con una media di 32 partiti per ogni elezione, alcuni dei quali magari sopravvivono ancora economicamente grazie a media basse accompagnate da grandi escamotage .
Nonostante questo alto numero di sigle, la partecipazione attiva a comizi e cortei è calata negli ultimi vent'anni. 
Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. 
Al contrario, c'è un aumento della partecipazione politica tramite siti web o social media, con oltre 10,5 milioni di cittadini coinvolti nel 2024.
Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media, erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet.

Aldilà di questi dati chi ha partecipato allo scenario politico ha occupato ogni spazio possibile andando poi a inventarsi spesso e volentieri spazi dove inserire trombati ed amici, spesso persone con poche capacità  e conoscenze, altre volte sorte di prestanome asserviti.
Un overdose di movimenti, burocrazie, rallentamenti, "connivenze", incapacità, che oltre a mutare l'ecosistema politico ha allontanato i cittadini dalla politica, non sempre involontariamente.
Anche qui prima che l'ecosistema imploda bisogna intervenire,
Oggi va fermato a tempo indeterminato questo scempio e va introdotto un nuovo format di bipolarismo: il futuro sostenibile che si contrappone al vecchio, che non arretra ma anzi continua ad avanzare ignorando ogni giorno di più non solo i cittadini ma anche gli enti locali.

Patto per il Nord è nato proprio per questo motivo, fermare lo scempio e ridare importanza ai cittadini ed ai territori, salvaguardare il sistema ecologico così come le fasce deboli della società, rimettere ordine alla sicurezza fisica ed economica.  
Si tratta di un lavoro immenso, che richiede sforzi e tempi, per questo ogni giorno vi invito ad incontrarci e ad aderire a questo progetto, l'unico e ultimo baluardo eretto in resistenza alla partitocrazia ed alla burocrazia.

Giorgio Bargna