mercoledì 18 marzo 2026

DECOLONIZZAZIONE E LAVORO PUBBLICO


Prendo spunto da un pensiero condivisibile di Gigi Cabrino pubblicato su "La Nuova Padania".

Da anni noi autonomisti, federalisti, secessionisti, e chi più ne ha più ne metta, cerchiamo la via del vivere liberi e, se non ricchi, sereni al nord.

Tante le proposte, a partire dalla secessione, per arrivare alle regioni autonome o al federalismo municipale.

Ci è sfuggito però un dettaglio, che invece Umberto Bossi focalizzava già decenni fa, siamo colonizzati.

Non in senso fisico, l'immigrazione meridionale degli anni 50 e 60 ha portato benessere a livello produttivo ed economico e non va processata, anzi, se non in un "settore".

Si perché, dobbiamo dire "mea culpa mea maxima culpa ", avendo lasciato nelle mani di chi non era autoctono ogni forma lavorativa statale.

Non stiamo a sindacare sulla produttività, non ci sarebbe controprova, ma facciamo un altro ragionamento.

La presenza di nativi nelle poste, nelle scuole, nelle varie forze di polizia, nei vari uffici pubblici avrebbe rafforzato la fiducia nello Stato e portato la forza lavoro e la tenacia dei nativi all' interno dello Stato, avrebbe sicuramente ridotto il voto "per riconoscenza", avrebbe dato sicuramente una visibilità diversa allo "Stato".

Invece il nordico, nel nostro caso il lumbard, ha sempre visto il lavoro statale quale ultima ipotesi.

Beh ragazzi, se vogliamo il federalismo, questo deve essere "guidato" da chi è nato e risiede nel territorio, compresi gli immigrati italiani di terza o quarta generazione, altrimenti gestirà sempre qualcuno che al territorio non è legato e penserà solo allo stipendio.

Quindi il mio invito personale ai giovani è di invadere il lavoro pubblico, avere dipendenti che vivono e amano il territorio è fondamentale per il territorio stesso.

Giorgio Bargna