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mercoledì 19 agosto 2026

Tra complotti e realtà: quanti dobbiamo essere per salvare il Pianeta?



In questi giorni mi sono imbattuto in una riflessione di Arri Wind. Il suo pensiero, espresso in modo crudo e provocatorio, parte da una premessa: i potenti della Terra vorrebbero ridurre drasticamente la popolazione mondiale.

Secondo Wind, per la prima volta nella storia l'essere umano non è più indispensabile. Se in passato siamo serviti come schiavi, servi, contadini, soldati, operai e infine consumatori, oggi rischiamo di essere progressivamente sostituiti da robot e intelligenza artificiale. Al di là degli estremi del suo discorso, è difficile negare che l'impatto dell'automazione sul lavoro sia un tema concreto.

L'ipotesi di Wind è che le élite puntino a riportare gli abitanti del pianeta sotto il miliardo. Per farlo, sostiene che vengano impiegati gli strumenti più disparati e sofisticati:

  • Geoingegneria e tecnologie: scie chimiche, elettrosmog, 5G.

  • Sanità e pandemie: virus emergenti, sieri genici sperimentali e un uso sistematico dei farmaci.

  • Alimentazione: cibi ultraprocessati, zuccheri raffinati, fast food e inquinamento della filiera alimentare.

  • Conflitti e media: guerre ad alta tecnologia capaci di creare devastazione, unite a una costante manipolazione mediatica fondata sulla paura.

Lasciando da parte le visioni più estreme e catastrofiste, il tema di fondo merita comunque una riflessione: quanti siamo oggi sulla Terra e quanti dovremmo essere per vivere in modo davvero sostenibile?

Oggi la popolazione globale ha raggiunto gli 8 miliardi di persone. Non esiste una cifra "magica", poiché la capacità di carico del pianeta dipende da come consumiamo e produciamo energia, non solo dal numero di abitanti. Gli studi scientifici offrono stime differenti a seconda dei modelli adottati:

Scenario di Consumo

Popolazione Sostenibile Stimata

Note Ecologiche

Standard Occidentale

2 - 3 miliardi

Limite calcolato per garantire a tutti un elevato tenore di vita senza prosciugare la biocapacità del pianeta.

Consumo Intermedio

3 - 5 miliardi

Raggiungibile con stili di vita moderati e diete a basso impatto (meno carne, più alimenti vegetali).

Se pensiamo che nel 1950 eravamo appena 2,5 miliardi, il numero di abitanti si è più che triplicato in sette decenni. Questa esplosione demografica è stata guidata da quattro pilastri principali:

  1. Igiene e medicina moderna: La diffusione di antibiotici, vaccini pediatrici, potabilizzazione dell'acqua e migliori prassi ospedaliere ha fatto crollare la mortalità infantile dal 20% a meno del 4%.

  2. Rivoluzione Agricola: L'introduzione di fertilizzanti, meccanizzazione e selezione delle sementi ha moltiplicato le rese alimentari globali.

  3. Aumento dell'aspettativa di vita: La speranza di vita media alla nascita è salita da 46 anni (nel 1950) a oltre 73 anni.

  4. Transizione demografica: Nei Paesi in via di sviluppo, il rapido calo della mortalità ha preceduto la diminuzione della natalità, generando una fase di crescita vertiginosa.

Il vero nodo del futuro, quindi, non risiede nelle teorie del complotto, ma in scelte politiche ed economiche molto concrete. L'automazione non deve trasformarsi in marginalizzazione sociale, così come la transizione ecologica non può gravare solo sulle fasce più deboli. Ridurre l'impronta ecologica, efficientare l'uso delle risorse ed equilibrare i modelli di consumo non sono opzioni per pochi, ma le uniche leve reali per far sì che 8 miliardi di persone possano vivere dignitosamente senza esaurire il pianeta."

martedì 11 agosto 2026

Tra burocrazia e buonsenso: se un bicchiere di limonata diventa un reato


È di questi giorni la notizia, con relative riflessioni, dei tre ragazzini (13-14 anni) a Udine che hanno allestito un banchetto di limonata ad offerta libera per comprarsi un Ciao — un Ciao, ragazzi! Un passante, evidentemente privo di meglio da fare, li ha segnalati per vendita senza licenza, costringendo le forze dell'ordine a intervenire per sanzionare l'illecito.

Ferma restando la riprovazione per il denunciante, comprendo l'operato della polizia: una volta chiamata in causa, ha dovuto fare il proprio dovere, probabilmente con il magone, ma senza alternative.

Ho cinquant'anni più di questi ragazzi, ma ricordo benissimo quando, a dieci anni, esponevo fuori casa giornalini, giochi e suppellettili insieme agli amici. Volevamo racimolare qualche soldo per comprare le patatine con in regalo gli occhiali da sub o il Mini Going. Nessun adulto ci ha mai sgridati; al contrario, spesso ci lasciavano qualche lira senza prendere nulla.

Questo episodio, apparentemente banale, mette il dito nella piaga di una questione enorme: il ruolo delle norme sociali.

Da sempre la società si regge su due pilastri: le norme informali, basate su usanze e aspettative condivise, e quelle formali, fondate su codici ed esecuzione statale. Un tempo era il buonsenso a guidare l'agire umano; oggi non più. Se le società ancestrali si basavano quasi esclusivamente su consuetudini e tradizioni, l'evoluzione sociale ha reso necessarie le leggi scritte e le sanzioni giudiziarie come elemento complementare e integrativo.

Il dramma della modernità è l'aver spinto all'estremo la sostituzione del senso comune con il cavillo legale. Per ogni disaccordo, attrito o incomprensione, siamo ormai portati a invocare un giudice terzo (che sia il carabiniere, il magistrato o lo Stato). Tuttavia, per ragioni logiche e pratiche, il tessuto informale non può essere interamente rimpiazzato dai codici, a meno di non girare tutti con un tribunale tascabile al seguito.

Ed è qui che casca l'asino. Per non dipendere ciecamente dalle leggi formali, bisognerebbe potersi fidare delle norme informali. Ma queste ultime richiedono un elevato grado di condivisione culturale e di valori. Oggi, invece, ci si vanta di aver costruito società "aperte" e "cosmopolite" in cui tale retroterra comune è stato in gran parte smantellato.

L'esito di questa deriva è una parabola iper-legalista, securitaria e ossessionata dal controllo, il cui "eroe" ideale è il cittadino che segnala i ragazzini della limonata. Meno puoi fidarti di un sentimento comune con chi ti circonda, più ti sembrerà inevitabile delegare tutto alla forza pubblica.


Ora il buonsenso, qualità caduta in disuso, mi consente di dare dei consigli informali ad amministtrazioni e forze dell'ordine:


1. Iniziativa Politico-Amministrativa (Protezione dell'Informale)

    Introduzione di "Zone di Tolleranza Comunitaria" o Deroghe per Minori:

  • Proporre norme comunali che istituiscano la "Tolleranza per iniziative estemporanee giovanili o di vicinato". Piccoli mercatini di scambio, banchetti o vendita non a fini commerciali professionali devono essere esentati per legge dalle autorizzazioni commerciali ordinarie.

    Principio di Tenuità e Proporzionalità:

  • Richiedere direttive chiare per le forze di Polizia Locale, affinché gli interventi in situazioni simili si risolvano con l'istituto del "richiamo verbale" o della conciliazione, evitando la formalizzazione automatica della sanzione quando il fatto è privo di lesività reale.

2. Contromisura Culturale e Simbolica (Rafforzamento della Comunità)

    Promozione della "Solidarietà di Quartiere/Paese":

  • Creare eventi o contenitori istituzionali (es. "Il Mercatino dei Ragazzi" o "Giornate del Libero Scambio") per incentivare lo spirito d'iniziativa nei giovani senza la morsa della burocrazia.

    Denuncia del "Legalismo Ostile":

  • Costruire una campagna di sensibilizzazione contro l'iper-burocratizzazione della vita quotidiana, promuovendo l'idea che la sicurezza nasce dalla coesione sociale e dal buonsenso, non dalla denuncia cieca e dall'invocazione continua dello Stato per dirimere inezie.

3. Azione Esemplare Immediata (Risposta Eletta)

    Premiare l'Iniziativa:

  • Azioni di supporto diretto a ragazzi che metteno in campo sano spiriton di iniziativa (es. In questo caso specifico organizzare una colletta formale o una donazione istituzionale per aiutarli ad acquistare il Piaggio Ciao). Questo trasmette il messaggio politico chiaro che l'intraprendenza giovanile e lo spirito di sacrificio vanno valorizzati e non puniti dalla rigidità del sistema.

Ripristinare il buonsenso non è una questione di nostalgia, ma di sopravvivenza comunitaria. Se non torniamo a difendere la fiducia reciproca e il valore dell'iniziativa, finiremo per vivere in un enorme condominio burocratizzato, dove ogni gesto spontaneo è un reato e ogni vicino è un potenziale delatore. Difendere quei ragazzi e il loro sogno su due ruote significa, in fondo, difendere la nostra stessa libertà.


Giorgio Bargna

lunedì 10 agosto 2026

La finzione dei "100 facili": perché la scuola italiana va rifondata partendo dal Nord


La geografia conta, eccome. A dimostrarlo anche quest'anno è il contrasto tra i risultati dei test INVALSI e i voti dell'Esame di Maturità, uno dei paradossi più discussi della scuola italiana.

I dati tracciano una mappa nettamente capovolta: il Nord registra le percentuali più alte di studenti con competenze eccellenti nei test standardizzati nazionali (Italiano, Matematica e Inglese), mentre il Sud concentra la quota maggioritaria di diplomati con il massimo dei voti (100 e 100 e lode).

È colpa del clima, dell'etnia o di qualche altro misterioso fattore astrologico? Fuori dal sarcasmo, proviamo ad analizzare la questione.

Le prove INVALSI sono anonime, corrette in modo automatizzato e basate su parametri uniformi in tutta Italia. Si potrebbe obiettare che l'anonimato e la mancanza di un voto in pagella spingano gli studenti a metterci meno impegno. Eppure, un alunno motivato tende a prendere sul serio ogni prova. A meno di non voler credere che le domande siano scritte apposta per avvantaggiare gli studenti settentrionali.

D'altro canto, la Maturità viene valutata da commissioni miste che applicano metri di giudizio calibrati sul contesto locale e sul percorso personale del singolo studente. Dovremmo quindi dedurne, sempre con un pizzico di ironia, che al Sud gli studenti diventino improvvisamente molto più preparati e brillanti proprio nei tre giorni di esame?

In realtà, le ragioni di questo divario sono principalmente due:

  • Incentivi e motivazione: Gli INVALSI non incidono sulla media né sul voto di diploma, riducendo l'impegno percepito come "necessario". La Maturità determina invece il voto finale, l'accesso a borse di studio e l'ingresso nei collegi di merito.

  • Manica di valutazione differente: Al Nord prevale un metro di giudizio più restrittivo nell'assegnazione dei voti massimi. In diverse regioni del Mezzogiorno, al contrario, le commissioni mostrano una maggiore manica larga nell'attribuire 100 e lodi.

Questa sperequazione genera profonde storture sul piano dell'equità. Quando il voto di diploma non rispecchia in modo omogeneo le competenze reali misurate su scala nazionale, si crea un cortocircuito tra il merito formale e la preparazione effettiva. Ed è proprio su questo disallineamento che vale la pena riflettere.

Superando l’ironia e le frasi fatte, è il momento di analizzare ciò che la scuola lascia davvero in dotazione ai propri studenti al termine del percorso.

Il quadro che emerge è quello di una preparazione sbilanciata: eccellente per un modello concettuale del passato, ma spesso sprovvista degli strumenti adatti alle dinamiche economiche e professionali di oggi.

Da un lato, l’impostazione teorica e analitica della scuola (e dell'università) italiana fornisce una solida forma mentis. Chi esce dalle nostre aule sa studiare, possiede una visione d'insieme e sviluppa un'ottima flessibilità mentale. Non è un caso che i laureati italiani all'estero siano particolarmente apprezzati per le loro capacità di adattamento e di ragionamento.

Dall'altro lato, però, manca quasi del tutto la capacità di trasformare la teoria in azione. Il problem solving operativo, il lavoro di squadra, la gestione dei progetti (project management) e l'uso avanzato degli strumenti digitali vengono appresi solo "sul campo", quasi mai tra i banchi. A questo si aggiunge un dato preoccupante già emerso dai test INVALSI e PISA: una quota consistente di studenti chiude il ciclo scolastico senza padroneggiare competenze fondamentali nella comprensione di testi complessi o nella matematica base, delineando un'Italia a due o tre velocità in cui troppi ragazzi rimangono indietro.

La scuola italiana consegna ai giovani una straordinaria "cassetta degli attrezzi teorica", ma con cacciaviti e martelli spuntati per le sfide odierne. I limiti di questo modello si riflettono inevitabilmente sul piano strutturale:

  • Un'impostazione nozionistica: Il modello scolastico ed accademico privilegia tradizionalmente la teoria, lasciando gli studenti scoperti sulle metodologie di lavoro pratiche e sulle dinamiche aziendali.

  • I ritardi internazionali: Le rilevazioni OCSE evidenziano gap sistematici nelle competenze matematico-scientifiche, nella financial literacy e nelle abilità digitali avanzate rispetto alla media dei Paesi sviluppati.

  • L'atrofia delle competenze: Senza contesti lavorativi stimolanti, molti diplomati e laureati rischiano di perdere nel tempo persino la capacità di analizzare dati e testi complessi.

Tuttavia, il vero nodo non è solo la preparazione iniziale, ma il modo in cui il sistema economico e amministrativo assorbe e valorizza questi ragazzi.

Nel settore privato, la prevalenza di piccole e medie imprese a conduzione familiare limita spesso la domanda di figure ad alta specializzazione. Il risultato è un doppio corto circuito: da un lato l'inadeguatezza delle competenze pratiche per ruoli tecnici (skill mismatch), dall'altro la sovra-istruzione (over-qualification), con laureati impiegati in mansioni al di sotto delle loro capacità.

Nel settore pubblico, i concorsi hanno storicamente premiato la memorizzazione nozionistica di codici e norme a scapito delle competenze manageriali e gestionali. Il risultato è una burocrazia che fatica a innovare, non per mancanza di cultura dei singoli, ma per un sistema di selezione anacronistico.

Si alimenta così un circolo vizioso: retribuzioni d'ingresso tra le più basse d'Europa e scarse prospettive di carriera spingono una parte consistente dei giovani più qualificati a emigrare. Senza di loro, il tessuto produttivo e amministrativo non riesce ad alzare l'asticella della produttività, consolidando l'impressione generale di un Paese che non riesce a valorizzare i propri talenti.

Tirando le somme, il quadro che emerge non è solo quello di un sistema scolastico da riformare, ma di un vero e proprio patto generazionale tradito.

Continuare a tollerare la finzione dei "diplomi facili" e il disallineamento tra il merito formale e le competenze reali significa condannare il Paese alla stagnazione. In un'economia globale competitiva, il Nord – motore produttivo d'Italia ed d'Europa – non può più permettersi di vedere penalizzati i propri studenti da un sistema di valutazione sperequato, né di veder scappare all'estero le menti migliori perché soffocate da retribuzioni basse e da un mercato del lavoro immobile.

Servono scelte di rottura e un cambio di paradigma radicale:

  • Valutazione e Trasparenza: Standard nazionali oggettivi per la valutazione del merito, affinché un voto di diploma torni ad avere lo stesso peso e valore in qualsiasi angolo d'Italia.

  • Autonomia e Flessibilità: Maggiore autonomia agli istituti scolastici e agli atenei per adattare i programmi alle reali esigenze del tessuto economico e produttivo locale, puntando su competenze STEM, digitali e applicative.

  • Premiare il Merito Vero: Un mercato del lavoro e una Pubblica Amministrazione che smettano di selezionare sulla base della mera memorizzazione nozionistica e inizino a premiare le capacità gestionali, l'innovazione e la produttività.

Se non riallineiamo la formazione alle sfide del mondo reale e non torniamo a investire sul merito vero, continueremo a formare giovani talenti per far la fortuna degli altri Paesi. Ridare dignità alla preparazione, rigore alla valutazione e attrattività alle nostre imprese non è più solo una proposta di riforma scolastica o economica: è l'unica strada possibile per garantire un futuro al Nord e a tutta l'Italia.

Giorgio Bargna



 

domenica 9 agosto 2026

Chiusura dei parchi a Lecco quando la resa della burocrazia punisce i cittadini


La chiusura dell'area campi al Parco Eunice Kennedy di Castello, disposta dall'amministrazione di Lecco con l'ordinanza del 4 agosto, ha riacceso il dibattito sulla gestione della sicurezza in città. Il provvedimento — che terrà sbarrati i campetti fino alla riapertura delle scuole — nasce come risposta a episodi di vandalismo, degrado e continui schiamazzi notturni segnalati dai residenti. Oggi l'area è transennata, accessibile solo a tecnici e Polizia Locale.

È comprensibile la volontà di dare un segnale di discontinuità di fronte al degrado. Tuttavia, la scelta di chiudere rappresenta un cortocircuito logico e politico: si finisce per cedere il passo a chi devia, punendo l'intera comunità. Sbarrare un parco significa privare i cittadini rispettosi delle regole, i bambini e le famiglie di uno spazio pubblico fondamentale.

I progetti educativi e il coinvolgimento del terzo settore sono intenzioni lodevoli, ma richiedono tempi lunghi. L'emergenza richiedeva una strategia opposta: presidiare, non chiudere. Più presenza della Polizia Locale, ricorso a servizi di vigilanza dedicati e, se necessario, una richiesta formale alle autorità sovracomunali per un rafforzamento delle Forze dell'Ordine sul territorio.

Avendo vissuto dall'interno la macchina amministrativa e le sue complessità — tra vincoli di bilancio e rigidità burocratiche — so bene che garantire presidi costanti non è un'operazione semplice. Ma la priorità delle istituzioni deve rimanere la difesa della legalità attraverso la presenza, non attraverso la resa temporanea. Ripristinare la sicurezza garantendo la fruibilità del parco dev'essere il prossimo passo inevitabile.

Ipotizzando un intervento strutturato e in linea con una visione focalizzata sulla sovranità funzionale, sul welfare territoriale e sul principio "bottom-up", le proposte sul piano sociale ed educativo per una situazione come quella del Parco Kennedy, a mio avviso, potrebbero articolarsi lungo queste direttive:

1. Sostituzione del vuoto con il presidio civico e sociale

  • Welfare di prossimità e custodia attiva: Anziché chiudere lo spazio o affidarsi solo a pattugliamenti esterni, l'idea è quella di occupare il territorio con attività reali. Questo significa coinvolgere associazioni di quartiere, realtà sportive e gruppi giovanili locali per organizzare tornei, laboratori ed eventi culturali nei pomeriggi e nelle sere d'estate.

  • Patti di cittadinanza locale: Invece di misure puramente punitive, attivare percorsi di inserimento o lavori di pubblica utilità a livello comunale per i giovani che commettono infrazioni, vincolandoli direttamente al ripristino e alla cura dei beni pubblici danneggiati.

2. Formazione, lavoro e valorizzazione dei giovani

  • Poli formativi e orientamento sul campo: Andare oltre la semplice animazione giovanile "tampone", affiancando progetti di educazione informale a vere occasioni di formazione tecnica, orientamento professionale e laboratori di competenze pratiche in collaborazione con le realtà produttive e artigianali del territorio.

  • Responsabilizzazione diretta: Trasformare i ragazzi da fruitori passivi (o elementi di disturbo) a gestori di spazi comunali, ad esempio affidando a cooperativi o gruppi giovanili locali la micro-gestione di chioschi, aree sportive o eventi interni al parco.

3. Autonomia gestionale e coordinamento "Bottom-Up"

  • Zero burocrazia per il terzo settore locale: Semplificare drasticamente le procedure burocratiche comunali per permettere alle associazioni di quartiere di utilizzare gli spazi pubblici senza iter complessi o costi accessori, facilitando l'organizzazione di presidi sociali spontanei e continui.

  • Risorse del territorio al servizio della comunità: Reinvestire le risorse fiscali locali per finanziare infrastrutture di welfare privato-pubblico e servizi dedicati alle famiglie del rione (come centri estivi a prezzi calmierati o supporto doposcuola), rendendo la comunità stessa il primo argine contro il degrado.

In conclusione, il degrado non si combatte con le ordinanze di chiusura o con il paternalismo statale, ma restituendo centralità alle comunità locali. Trasformare un parco in un cantiere di cittadinanza attiva e formazione significa smettere di subire i problemi e iniziare a governare il territorio con responsabilità, presenza e visione


Giorgio Bargna


 

sabato 8 agosto 2026

Oltre il condominio globale: riscoprire il valore della comunità

 


Esaminiamo ora i principi che reggono la comunità, prendendo a modello il pensiero di alcuni filosofi.

Ogni comunità si fonda su sentimenti condivisi, abitudini, memoria e fiducia. È la dimensione del villaggio, della famiglia, della nazione tradizionale. Si oppone concettualmente alla società, che si regge invece su contratti, calcolo e interesse individuale: se questa nasce dalla convenzione, la comunità scaturisce dal senso spontaneo di appartenenza, sia esso legato all'etnia, alla lingua o alla religione.

Per Benedetto Croce una nazione non è un semplice contratto. È memoria, dolore e simboli condivisi: se li perdi, ti ritrovi trasformato in un condominio. In sostanza, quando una società smarrisce i propri sentimenti comuni si riduce a mero mercato. L'eccesso di individualismo finisce per disgregarla, proprio perché viene meno il collante che la teneva unita.

Questo accade quando ogni valore viene declassato a mera opinione da mettere in discussione. Se la morale non è più condivisa, se la spiritualità svanisce e il sentimento comunitario si sgretola, significa che è subentrato un fattore divisivo. Una società omogenea resiste grazie a precisi elementi di coesione: valori condivisi su ciò che è giusto o sbagliato, la consapevolezza di un destino comune e la fiducia nel prossimo, supportata dalla certezza di una convergenza sui principi fondamentali.

Quando penetrano ideologie fortemente individualiste, il "noi" lascia il posto all'"io", e ogni diritto o dovere diventa oggetto di trattativa. Il bene comune viene così abbattuto in favore dell'interesse personale. In assenza di un senso di comunità — dinamica in parte già in atto — nessuno farebbe più figli, nessuno investirebbe e nessuno si sacrificherebbe: il passaggio dalla fiducia al sospetto diventa questione di un istante.

I sociologi definiscono questo fenomeno "atomizzazione". Quando viene impiegato nell'accezione di "operazione mirata a dividere per indebolire", è appropriato parlare di un'azione diabolica dotata di un preciso peso storico. Non si tratta di folklore con corna e forcone, ma di una vera e propria strategia di disgregazione. È il medesimo principio alla base della "guerra ibrida" o "culturale" dei nostri giorni: non serve invadere un Paese con le armi se si riesce a far litigare una società dall'interno, fino a portarla al collasso.

Ricostruire la comunità oggi non significa dunque rifugiarsi in un passato nostalgico, ma compiere l'atto più rivoluzionario e controcorrente della modernità. Se la disgregazione nasce dall'isolamento, la risposta risiede nel coltivare attivamente spazi di appartenenza concreta: valorizzare i beni comuni del proprio territorio, riscoprire i luoghi di aggregazione fisica e creare reti di solidarietà di prossimità in cui la parola data e il mutuo soccorso contino più del profitto. In un'epoca che spinge all'egoismo e all'atomizzazione digitale, scegliere il "noi" non è una rinuncia all'individualità, ma l'unico modo per restituirle un senso. Custodire una comunità significa, in ultima analisi, scegliere di non essere soltanto consumatori in un mercato, ma custodi di un destino comune.

Giorgio Bargna

venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

venerdì 31 luglio 2026

Oltre il paravento economico: perché l'inverno demografico è soprattutto una scelta culturale


Negli scorsi giorni, a margine di uno dei vari incontri sul territorio, è emerso il tema dei flussi migratori. Parlo chiaramente di immigrazione regolare — che semmai andrebbe regolamentata meglio nel rapporto tra autoctoni e immigrati. Il mio parere, senza troppi fronzoli, è lineare: se gli italiani non fanno figli, il Paese si ferma. Di conseguenza, diventa quasi "obbligatorio" importare manovalanza e persone che facciano girare l'economia attraverso affitti, mutui, spese al supermercato, in farmacia, acquisti di automobili e chi più ne ha più ne metta. Al contempo, mi sembra evidente che i "padroni del vapore" non abbiano alcun interesse a incentivare gli italiani a sentirsi tali: un popolo unito, consapevole e responsabile. L'immigrato, d'altronde, è spesso più ricattabile sul piano salariale e riattiva consumi che gli italiani tendono a contrarre.

Certo, non nego le difficoltà oggettive: oggi in Italia si arriva all'indipendenza economica sempre più tardi, gli stipendi d'ingresso sono bassi e la precarietà rende difficile pianificare a lungo termine. L'accesso al credito e la casa rappresentano ostacoli reali, e cresce la percezione che un figlio sia un fattore di impoverimento per i redditi medio-bassi.
Ma, ragazzi, parliamoci chiaro. Venticinque o trent'anni fa, chi come me non sapeva con certezza se avrebbe portato a casa lo stipendio il mese successivo, metteva comunque su casa e faceva figli. Ci si privava del vestito firmato, della cucina all'ultima moda o del salotto di design.

È vero che, rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o i Paesi Nordici, la spesa pubblica italiana a sostegno della famiglia è storicamente carente e frammentata. È vero che sono mancati servizi per l'infanzia, congedi equiparati e agevolazioni fiscali strutturali. Ma nulla di tutto questo ce lo sognavamo noi trent'anni fa.
Possiamo tirare in ballo anche il fattore aritmetico: ci sono meno donne in età fertile rispetto al passato a causa del calo iniziato negli anni '70 e '80, per cui, con una platea ridotta, le nascite calerebbero anche a parità di fecondità. Ma qui le nascite non "diminuiscono" soltanto: stanno crollando.

La verità è che il fattore economico è diventato un comodo paravento. La questione è prima di tutto sociale e culturale.
Assistiamo a una ridefinizione radicale delle priorità individuali e del concetto stesso di vita e di coppia. La genitorialità non è più vista come una tappa naturale dell'età adulta o come un dovere verso la comunità e la famiglia d'origine. Il concetto di "sacrificio" in nome delle generazioni future oggi non è più dato per scontato. Il paradigma è cambiato: al centro ci sono il benessere personale, la carriera, il tempo libero, i viaggi, l'autonomia finanziaria.
Non si tratta solo di "non volere rotture", ma della presa di coscienza che un figlio richiede una dedizione totale e irreversibile. Molti semplicemente — e sì, diciamolo, egoisticamente — scelgono di non rinunciare alla propria libertà quotidiana. In un mondo "atomizzato", questa viene perfino contrabbandata come una scelta di responsabilità verso se stessi e verso un ipotetico bambino a cui non si vorrebbe stravolgere la vita.

Ma chi pensa ancora in termini di comunità, di territorio e di futuro, non può che interpretare tutto ciò per quello che è: individualismo. Perché la tenuta sociale, pensionistica e assistenziale di un Paese si regge unicamente sul ricambio generazionale. E allora, a questo punto, è inutile lamentarsi dei flussi migratori.
In sintesi: la ricerca della propria comodità e il rifiuto di addossarsi il peso della genitorialità giocano un ruolo di primissimo piano. Non si tratta di negare le difficoltà economiche, ma di riconoscere che si sommano a un cambio culturale profondo: se fare un figlio richiede un impegno enorme e la società non richiede né valorizza più quel sacrificio come un bene comune, la scelta di evitarlo diventa un'opzione comoda, diffusa e socialmente assolta.

Alla fine è una questione di coraggio. Trent'anni fa non eravamo più ricchi o più tutelati di oggi, avevamo semplicemente più fame di futuro e meno paura del sacrificio. 

Oggi abbiamo scambiato la libertà con la comodità. Ma la comodità ha un prezzo salatissimo: la fine della nostra identità e della nostra continuità. Chi oggi rifiuta il peso di un figlio non si lamenti domani se a pagare la sua pensione o a vivere nel suo quartiere sarà qualcuno arrivato da migliaia di chilometri di distanza. Perché la storia, come la natura, non sopporta il vuoto.

Giorgio Bargna


 

martedì 21 luglio 2026

La «Questione Settentrionale»: dall'invecchiamento alla nuova povertà


Abbiamo affrontato più volte queste tematiche, ma un ripasso ogni tanto non fa mai male.

Partiamo dall'invecchiamento demografico, un fenomeno che porta con sé un problema ormai strutturale: la sostenibilità del sistema di welfare.

Nel Nord Italia, questo fenomeno è legato a due fattori principali: il crollo storico delle nascite e il netto aumento dell'aspettativa di vita. Dire questo, però, rischia di essere riduttivo.

Al Nord si fanno pochi figli e sempre più avanti con gli anni. Le donne tendono ad avere il primo figlio in età più avanzata (spesso oltre i 32 anni) per dare priorità alla formazione, alla carriera e alla stabilità economica, riducendo così la finestra biologica per ulteriori gravidanze. A questo si aggiunge l'effetto del baby boom del passato: le generazioni molto numerose nate in quegli anni stanno oggi entrando nell'età della terza e quarta età, ingrossando le fila della popolazione anziana.

Come se non bastasse, negli ultimi anni l'immigrazione si è stabilizzata e non riesce più a colmare l'enorme divario tra decessi e nascite. Parallelamente, la costante fuga di giovani laureati verso l'estero priva il territorio di risorse in età lavorativa e riproduttiva.

La conseguenza è il continuo aumento dei cosiddetti "grandi anziani", una fascia d'età che richiede cure mediche prolungate, assistenza infermieristica costante e supporto quotidiano. Allo stesso tempo, la frammentazione delle famiglie moderne e la riduzione del numero di figli fanno sì che molti anziani si trovino a vivere soli, poggiando su una rete di supporto informale (i caregiver familiari) sempre più fragile e sovraccarica.

In questo scenario, la carenza di posti letto accreditati nelle RSA e i costi oramai proibitivi delle rette rispetto alle pensioni medie spingono le famiglie verso lunghe liste d'attesa o soluzioni private insostenibili. Si tratta di una vera e propria emergenza che richiede al più presto risposte e modelli alternativi.

Una risposta l'abbiamo data attraverso questo pensiero che vi invito a leggere , che va oltre l'assistenza domiciliare integrata o l'utilizzo della telemedicina, questa seconda ipotesi poi si scontra con la fragilità digitale nella popolazione anziana.

Affrontare questo tema richiede una visione che sappia coniugare la sostenibilità dei bilanci pubblici con il riconoscimento della dignità e dei diritti di cura per una generazione che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo economico del territorio.

Ma altri drammatici problemi sociali incalzano la nostra società: la crisi del potere d’acquisto, l’emergenza abitativa nelle grandi città e il progressivo declino del sistema sanitario pubblico ribaltano la storica percezione del Settentrione come un’"isola felice" immune da gravi fratture sociali.

I dati del Rapporto Istat 2026 e i monitoraggi della Caritas Italiana lo confermano senza sconti: la povertà è ormai diventata una vera e propria "questione settentrionale" — una piaga mimetizzata ma strutturale, alimentata dal costo della vita insostenibile.

Di seguito, le emergenze sociali prioritarie che il Nord si trova oggi ad affrontare:

- Il fenomeno del "lavoro povero": Avere un’occupazione non basta più a proteggere dalla povertà. I salari stagnanti crollano di fronte a un’inflazione cumulata sempre più pesante.

- Emergenza abitativa e caro affitti: Il costo degli alloggi e dei canoni di locazione nelle grandi aree metropolitane (Milano, Torino, Bologna) esclude lavoratori, giovani e studenti dalla vita urbana.

- Crisi dei servizi sociali e della sanità: Liste d’attesa interminabili nella sanità pubblica costringono le famiglie al ricorso forzato alle strutture private o alla rinuncia alle cure.

-Povertà assoluta nelle periferie: Negli ultimi dieci anni, il numero di famiglie indigenti al Nord è raddoppiato, concentrandosi soprattutto nelle cinture periferiche dei grandi centri.

- Disagio giovanile e sicurezza urbana: Aumenta la percezione di insicurezza legata al fenomeno delle "baby gang" e alla devianza giovanile, sintomo di un profondo sfilacciamento sociale.

- Integrazione e marginalità: La forte richiesta di manodopera si scontra ancora troppo spesso con la mancanza di tutele contrattuali adeguate e soluzioni abitative dignitose.

Le risposte non possono che essere quelle che vi elenco:

1. Contrastare il "lavoro povero"

- Gabbie salariali su base regionale/territoriale: Adeguare la contrattazione collettiva al costo effettivo della vita locale. Un salario nominale non può valere lo stesso a Milano e in aree dal costo della vita dimezzato.

- Meno tasse sul lavoro locale: Detassazione completa degli straordinari e dei premi di produzione per riattivare il potere d'acquisto dei lavoratori del Nord.

2. Emergenza abitativa e affitti

- Social Housing e valorizzazione del patrimonio pubblico: Un piano straordinario di edilizia residenziale sociale attraverso fondi regionali, recuperando gli immobili pubblici sbandonati anziché cementificare.

-Incentivi fiscali per i locatori vicini al territorio: Riduzione dell'IMU e cedolare secca agevolata per chi affitta a canone concordato a residenti, giovani e lavoratori della comunità.

3. Sanità e servizi sociali di prossimità

- Autonomia e gestione diretta della spesa sanitaria: Trattenere il gettito fiscale al Nord per investire nelle eccellenze mediche territoriali e abbattere le liste d'attesa.

- Valorizzazione del Terzo Settore e sussidiarietà: Valorizzare la rete di volontariato e mutualismo storica del Nord per alleggerire la pressione sui servizi pubblici.

4. Periferie e povertà assoluta

- Riqualificazione urbana e sicurezza: Fondi dedicati per le periferie dei grandi capoluoghi per creare centri di aggregazione, servizi essenziali e presidi di quartiere.

- Welfare attivo e non assistenzialista: Passaggio da misure puramente assistenziali a percorsi di reinserimento lavorativo gestiti direttamente dai Centri per l'Impiego regionali.

5. Sicurezza e devianza giovanile

- Presidio del territorio e Polizia Locale rafforzata: Riconoscimento di maggiori competenze e risorse alle forze di polizia locale per il controllo dei quartieri a rischio.

-Educazione al lavoro e formazione professionale: Rilancio degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) e dei centri di formazione professionale regionali come alternativa alla strada e all'abbandono scolastico.

6. Gestione dell'immigrazione e lavoro dignitoso

- Integrazione legata al lavoro e alla casa: L'accoglienza deve essere proporzionata alla reale capacità di assorbimento del mercato del lavoro e del sistema abitativo locale.

- Lotta al caporalato urbano e all'irregolarità: Tolleranza zero verso lo sfruttamento lavorativo che crea degrado e marginalità nelle nostre città.

Giorgio Bargna


sabato 11 luglio 2026

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

lunedì 6 luglio 2026

Non c’è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci


Sono ormai lontani i tempi in cui a Cantù, come in gran parte della Brianza, sotto ogni condominio trovava spazio la bottega di chi quell’edificio lo aveva visto nascere. Sono lontani anche gli anni in cui l’immigrato – veneto, siciliano, calabrese o pugliese – riusciva, nel weekend, a costruire con le proprie mani e il supporto di amici e parenti la casa in cui vivere. I tempi cambiano, è un dato di fatto, ma la deriva odierna è diametralmente opposta e, soprattutto, insostenibile.

Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.

Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.

Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.

Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.

Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:

- meno di 1.000 euro netti: 8,9%

- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%

- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%

- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%

- oltre 2.500 euro: 13,6%

Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.

Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.

Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.

Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.

Giorgio Bargna

sabato 4 luglio 2026

Overtourism e diritto all'abitare: perché il Lago di Como deve riprendere il controllo del proprio futuro.

 


Non sempre tutto quello che luccica, che appare come oro, in realtà lo è.
E' notizia apparsa sulla stampa l'omelia, le parole del parroco di Lenno e Isola-Ossuccio don Italo Mazzoni.
La questione sollevata da don Italo Mazzoni e ripresa dagli attori chiave del territorio tramezzino tocca un nervo scoperto di molte destinazioni turistiche italiane di eccellenza. La Tremezzina, con il suo mix unico di paesaggio, storia e prestigio internazionale, è diventata un laboratorio a cielo aperto dove le tensioni tra "economia turistica" e "diritto all'abitare" si manifestano con particolare intensità.

Proviamo a proporre un’analisi strutturata per approfondire i nodi cruciali di questo dibattito:

1. Il cuore del problema: L'impatto dell'Extra-alberghiero
Il punto sollevato da Luca Leoni (Associazione Albergatori) è centrale: la "bolla" degli affitti brevi (Airbnb e simili) ha trasformato il mercato immobiliare residenziale.
Sostituzione dell'offerta: Il mercato ha preferito la redditività immediata e alta degli affitti turistici rispetto ai canoni concordati per residenti. Questo ha generato una crisi abitativa per le classi lavoratrici locali (insegnanti, operatori sanitari), creando un effetto "città fantasma" nei centri storici.
Perdita di identità: Quando il tessuto commerciale di vicinato (botteghe, forni, alimentari) viene sostituito da attività pensate esclusivamente per il turista (souvenir, locali di passaggio), la comunità perde la sua funzione sociale.
La previsione: Leoni ipotizza un'imminente saturazione della bolla. Se il mercato delle case vacanza dovesse flettere, si aprirebbe la sfida politica di incentivare il rientro di quegli immobili nel mercato residenziale a prezzi calmierati.

2. Le infrastrutture come collo di bottiglia
Alberto Cetti (Associazione Turistica Tremezzina) sposta giustamente l'attenzione su mobilità e stagionalità. Il paradosso della Tremezzina è quello di una zona con una domanda elevatissima, ma con infrastrutture fisiche (strade strette, parcheggi limitati) progettate per una realtà demografica di cinquant'anni fa.
La variante della Tremezzina: È l'opera pubblica considerata essenziale per decongestionare il traffico di attraversamento. Senza di essa, il carico turistico attuale è insostenibile per la qualità della vita dei residenti.
Destagionalizzazione: L'idea è quella di spostare i flussi dai mesi estivi di punta (giugno-agosto) verso la "spalla" della stagione (primavera e autunno), riducendo la pressione concentrata e rendendo il business turistico più sostenibile e meno "mordi e fuggi".

3. La governance del territorio: "Legge e Consapevolezza"
Il sindaco Mauro Guerra richiama una responsabilità collettiva. Non si può demonizzare il successo turistico, che è una fonte di reddito vitale, ma bisogna passare da una fase di "gestione dell'emergenza" a una fase di "pianificazione strategica":
Regolazione degli affitti: Molti comuni montani e lacustri iniziano a pensare a limitazioni quantitative o zone a numero chiuso per gli appartamenti turistici.
Responsabilità dell'amministratore: Il ruolo del Comune non è più solo quello di promuovere la destinazione, ma di fungere da regolatore per garantire che il turismo non "cannibalizzi" il benessere sociale.

Su questo punti il "grido d'allarme" di don Mazzoni non è un atto di ostilità verso i turisti, ma una richiesta di equilibrio. Quando il costo della vita e la difficoltà di trovare casa superano i benefici portati dall'indotto, il sistema entra in crisi. La Tremezzina oggi si trova in una fase di transizione fondamentale: o riesce a imporre regole che proteggano la propria specificità culturale e sociale, o rischia di diventare una "cartolina" bellissima ma privata della propria comunità pulsante.

Ma allarghiamo il discorso.
La situazione che sta vivendo la Tremezzina è assolutamente speculare a quanto sta accadendo a Como, sebbene con alcune differenze di scala e dinamica.
A Como la pressione dell'overtourism è diventata un tema centrale del dibattito pubblico e politico. 
Il capoluogo sta affrontando sfide molto simili a quelle del resto del lago, ma con intensità diverse:
- Mercato immobiliare "drogato": Anche a Como, come sottolineato da diverse sigle sindacali e osservatori locali, gli affitti a breve termine hanno sottratto una fetta consistente di alloggi al mercato residenziale a lungo termine. Il risultato è la difficoltà per lavoratori, studenti e giovani famiglie di trovare casa, spingendo la popolazione residente lontano dal centro storico.
- Servizi e commercio: La città sta subendo una mutazione della propria offerta commerciale: le botteghe storiche lasciano spazio a catene o attività focalizzate esclusivamente sui turisti, innescando quella progressiva "svuotamento" dell'identità cittadina di cui si lamentano molti residenti.
- Pressione infrastrutturale: A differenza della Tremezzina, dove il problema è il transito (la strada Regina è l'unica arteria), a Como il problema è la saturazione degli spazi urbani, del lungolago e dei parcheggi, aggravata da una presenza turistica che non conosce più stagionalità.

Situazioni molto simili dunque, sebbene gli scenari siano molto diversi tra borghi e città.
Abbiamo citato la Strada Regina, la Variante Tremezzina, facciamo una breve riflessione su questo.

Fatto salvo che dobbiamo considerare necessaria la variante della Tremezzina questa opera sarà un vero  un "toccasana" o un’illusione?

Il beneficio principale sarà la separazione tra il traffico locale/di residenti e il traffico di transito (camion, turisti diretti verso l'alto lago). Questo dovrebbe abbattere drasticamente i tempi di percorrenza e lo smog nei centri abitati.
Liberare la vecchia "Regina" dal traffico pesante consentirà una maggiore fruibilità dei centri storici, che potranno finalmente respirare.
Le criticità sono legate, oltre ai lunghi tempi di realizzazione, al timore che una viabilità più fluida possa paradossalmente aumentare l'accessibilità della zona, attirando ancora più turisti "mordi e fuggi" se non accompagnata da politiche di gestione dei flussi (come parcheggi scambiatori o limitazioni al traffico privato); inoltre, restando legati ai temi trattati è fondamentale sottolineare che la variante risolverà i problemi di mobilità, ma non incide minimamente sul mercato immobiliare. 

Il mio pensiero personale:

Intravvedo la situazione di Como e della Tremezzina come il fallimento del modello di "turismo di massa globale". Lentamente, forse inconsapevolmente stiamo vendendo la nostra identità per alimentare una rendita finanziaria che non resta sul territorio.
Invece di inseguire il numero di presenze (che distrugge il territorio), credo che andrebbe promosso un turismo qualitativo, che rispetti la cultura locale. Una campagna di comunicazione che dica: "Siamo una comunità viva, non una cartolina. Qui le regole si rispettano perché qui la gente vive e lavora".

Sia chiaro a chi (probabilmente anche nella mia area politica) è contrario al mio pensiero che non sto parlando di "chiudere il lago" ma di riprendere il controllo del timone.
Mentre il mercato vede Como e la Tremezzina come una "vacca da mungere" (da spremere finché c'è domanda), io le vedo come una casa da proteggere. La differenza è radicale: per il mercato, se il residente se ne va perché l'affitto è troppo alto, è una legge economica; per il localista, se il residente se ne va, è un fallimento politico.

Giorgio Bargna


Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (7)


Settima pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

La Sicurezza Nazionale: Una Priorità Strategica
La sicurezza è una funzione statale che non ammette dilettantismo: richiede competenze specialistiche, visione lungimirante e una rigorosa continuità istituzionale. In uno scenario internazionale caratterizzato da competizione geopolitica, minacce ibride, rischi cyber, terrorismo e criminalità transnazionale, l’Italia ha il dovere di rafforzare la propria capacità di difesa e la tutela dei propri interessi vitali.

Le nostre proposte
Investimenti nella Difesa: L'Italia deve allineare la spesa per la difesa ai propri impegni internazionali e al reale livello di esposizione geopolitica. Tali investimenti devono fungere da volano per l’industria nazionale — un’eccellenza riconosciuta globalmente — privilegiando l’innovazione e la ricerca tecnologica di punta.

Cybersicurezza e Infrastrutture Critiche: Reti energetiche, telecomunicazioni, sistemi finanziari e nodi logistici rappresentano i principali bersagli degli attacchi ibridi. La loro messa in sicurezza è una priorità strategica che necessita di investimenti mirati, competenze d'eccellenza e un coordinamento centrale efficace.

Sicurezza Economica e Golden Power: Proteggere gli asset nazionali — brevetti, tecnologie proprietarie, aziende strategiche e infrastrutture — è un pilastro della sovranità nazionale. Il Golden Power va esercitato con visione strategica e pragmatismo, trasformandolo da mero adempimento burocratico a efficace strumento di difesa del sistema-Paese.

Intelligence Economica: In un contesto in cui il vantaggio competitivo dipende dalla qualità delle informazioni, l’Italia deve potenziare la propria capacità di raccolta e analisi di intelligence economica. Dotarsi di strumenti all'avanguardia in questo settore è essenziale per tutelare la competitività del nostro sistema produttivo.

Atlantismo e Autonomia Strategica: L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro insostituibile della sicurezza italiana ed europea. Tuttavia, l'Italia deve sapersi porre come un alleato credibile e consapevole, capace di far valere i propri interessi nazionali all'interno del quadro delle alleanze. La politica estera non si costruisce con gli slogan, ma attraverso coerenza, competenza e serietà istituzionale.

Con chi parliamo: L’identità del Patto per il Nord
Il Patto per il Nord nasce come soggetto politico pienamente autonomo. La nostra identità non si misura in base alle alleanze, ma è definita dai contenuti: federalismo, libertà economica e responsabilità territoriale. Non siamo subalterni, costola o satellite di alcuno.

La nostra collocazione naturale è nell'area del centrodestra, per una profonda affinità di merito: condividiamo i valori della libertà d’impresa, della sicurezza, della responsabilità individuale, del realismo in politica estera e del rispetto delle istituzioni. Sono pilastri storici della nostra cultura politica. Tuttavia, una propensione non è una cambiale in bianco. Il centrodestra, nella sua attuale configurazione, ha progressivamente abbandonato la cultura dell’autonomia e del radicamento territoriale, sacrificando le idee sull'altare della comunicazione, sostituendo la competenza con lo slogan e il confronto con la verticalizzazione del comando. Non ci collochiamo dove la nostra identità e il nostro valore aggiunto non vengono riconosciuti.

Siamo aperti al dialogo con tutte le forze politiche che condividono una visione pragmatica e riformista. Il primato della competenza sulla propaganda, dell’economia reale sulla finanza, del territorio sul palazzo, della responsabilità sull’assistenzialismo: è su questi temi che misuriamo i nostri interlocutori. Non poniamo steccati ideologici a priori: giudichiamo le proposte, non le etichette. Ove incontreremo serietà, disponibilità al confronto sui contenuti e rispetto per la nostra autonomia, saremo pronti a costruire percorsi comuni. Dove invece troveremo arroganza, pretesa di subalternità o disprezzo per il territorio, non ci saremo.

Ciò che rifiutiamo è netto:
- Il centralismo, da qualsiasi parte provenga;
- L'assistenzialismo come modello sociale;
- L’ideologia che soffoca il pragmatismo;
- La politica degli slogan a discapito della competenza;
- La verticalizzazione del comando che mortifica la partecipazione e la responsabilità territoriale.

Non accettiamo, in particolare, che qualcuno pretenda di rappresentare il Nord senza averlo mai ascoltato, né che si agiti la bandiera dell’autonomia in campagna elettorale per poi archiviarla una volta raggiunto il governo