In una recente puntata, ha collegato tre temi che ho trovato profondamente interconnessi: gli investimenti privati per un futuro sostenibile, la carenza di servizi essenziali nei piccoli centri e la possibilità di trasformare i borghi spopolati in 'campus' o RSA diffuse. Un’intuizione che può apparire eretica o peregrina, ma è proprio dall'eresia che spesso nascono i cambiamenti più significativi. Per questo, ho deciso di approfondire la questione.
Sono convinto che l'idea di trasformare i borghi spopolati in campus o RSA diffuse non sia solo una suggestione architettonica, ma una vera e propria strategia di rigenerazione territoriale che risponde a due grandi emergenze del nostro tempo: l'abbandono dei piccoli centri e la crisi del modello di assistenza residenziale tradizionale.
Analizziamo le potenzialità e le sfide di questo modello, declinato per il contesto italiano e locale:
1. Il Modello del "Borgo-Campus" (Community Living)
Invece di concentrare i servizi in grandi strutture isolate, il borgo diventa un campus aperto.
Architettura diffusa: Invece di un unico edificio-caserma, gli alloggi, i laboratori e le aree comuni sono ricavati dal recupero di edifici storici dismessi, creando un ecosistema integrato.
Target intergenerazionale: Il successo di questi progetti risiede nell'evitare la ghettizzazione. Un campus che ospita sia anziani autosufficienti (o con fragilità lievi) che giovani lavoratori in smart working o studenti, favorisce uno scambio sociale che contrasta la solitudine.
Servizi a rete: La mobilità interna e il telelavoro permettono di mantenere il borgo connesso, trasformando il limite geografico in un vantaggio competitivo per chi cerca qualità della vita.
2. RSA "Allargate" e Assistenza di Comunità
Il modello delle "RSA allargate" supera il concetto di istituto chiuso, puntando su una dimensione più umana e integrata.
Integrazione col territorio: Gli spazi comuni della RSA (mense, giardini, ambulatori) vengono aperti alla cittadinanza, riducendo lo stigma del "luogo di segregazione" e rendendo la struttura un centro polifunzionale per il paese.
Telemedicina e domotica: Per un borgo, la sfida è la distanza dai presidi ospedalieri. L'implementazione di reti di telemedicina avanzata e assistenza domiciliare tecnologicamente monitorata permette di mantenere standard di sicurezza elevati pur vivendo in un ambiente di "borgo".
Economia circolare del care: Il personale che lavora nella struttura diventa parte integrante della comunità, creando un indotto economico che aiuta a stabilizzare le famiglie nel borgo.
3. Fattori Critici di Successo (La visione bottom-up)
Per passare dalla teoria alla realtà in territori come le nostre aree di frontiera o le zone collinari lombarde, è necessario affrontare alcuni nodi strutturali:
Infrastruttura Digitale: Senza una connettività ultra-veloce (fibra/5G), il modello campus non regge. È il prerequisito fondamentale per la telemedicina e il lavoro da remoto.
Mobilità di Raccordo: Occorre una rete di "navette di prossimità" che colleghino il borgo-campus ai nodi ferroviari o ai centri urbani maggiori, per evitare l'isolamento geografico.
Normativa e Flessibilità: Le leggi regionali attuali sulle RSA sono molto rigide su standard edilizi e di personale. Progetti innovativi richiedono "zone franche" normative o sperimentazioni amministrative che permettano di adattare i vecchi edifici senza snaturarli.
Governance Locale: Questo non è un progetto che può essere imposto dall'alto. Richiede il coinvolgimento dei comuni, delle cooperative sociali locali e dei privati, in una logica di partenariato pubblico-privato che mantenga la gestione radicata nel territorio.
Tutto questo ovviamente può stare in piedi soltanto attraverso il serio impegno sia del pubblico che del privato, sia da parte degli amministratori che da parte degli investitori.
Il problema attuale, spesso, è che il mercato delle RSA ragiona su cicli di rientro dell'investimento troppo brevi, che mal si conciliano con le lungaggini burocratiche e la complessità logistica di un borgo o di un centro storico. Se il privato vede il "mattone" solo come costo da ammortizzare rapidamente, il rischio è che cerchi di massimizzare il numero di posti letto in strutture iper-concentrate, ignorando la qualità della vita e la sostenibilità sociale.
Per spostare la visione verso il lungo termine, la strategia dovrebbe probabilmente passare per questi tre assi:
Convenzioni "a lungo respiro": Le amministrazioni locali potrebbero offrire il comodato d'uso gratuito di edifici pubblici o dismessi a fronte di concessioni pluridecennali (20-30 anni). Questo abbassa drasticamente l'investimento iniziale del privato, permettendogli di spalmare i costi su un arco temporale più ampio e, idealmente, di calmierare le rette per le famiglie.
ESG e Rating Sociale: Molti fondi di investimento oggi cercano progetti con forte impatto sociale (criteri ESG). Un progetto di borgo-campus ha una "narrazione" molto più potente di una RSA tradizionale. Se le istituzioni riuscissero a creare dei "pacchetti" di borghi pronti per la riqualificazione, potrebbero attirare capitali interessati non al profitto immediato, ma alla stabilità e al prestigio di un modello di welfare all'avanguardia.
Il ruolo del "Regista Pubblico": Il pubblico non può limitarsi a concedere le autorizzazioni, ma deve fare da garante della qualità. Se il privato gestisce la struttura, il pubblico deve mantenere il controllo sui requisiti di accesso (le rette) e sulla qualità del servizio, trasformando il profitto in una forma di "profitto sociale" dove una parte dell'utile viene reinvestita nella manutenzione del borgo stesso o in servizi di prossimità (es. infermiere di comunità, consegna pasti, trasporto).
In sostanza, il privato diventa un partner di gestione territoriale e non solo un prestatore di servizi sanitari.
Ereticamente mi sento di proporre qualcosa che molti di voi riterranno inaudito, una città di media dimensione che diventa il polo logistico di un programma.
Questa visione di una rete territoriale inter-comunale è, dal punto di vista strategico, l'unica risposta seria alla frammentazione amministrativa che affligge il nostro territorio. La connessione tra Cantù, il sistema del Lago di Como e la Vallassina non è solo un auspicio, ma una necessità logistica ed economica.
Unire le forze tra questi ambiti permetterebbe di creare quello che definirei un "ecosistema dei servizi" su scala provinciale:
Complementarità funzionale: Cantù può fungere da polo logistico e di erogazione di servizi complessi (sanità specialistica, uffici, distretti produttivi), mentre la Vallassina e i centri minori del Lago di Como possono offrire gli spazi per quel "welfare di rigenerazione" di cui parlavamo: RSA diffuse, campus residenziali immersi nel verde, centri per la riabilitazione o il soggiorno a lungo termine.
Superamento del Campanilismo: La sfida politica qui è enorme. La storia delle nostre amministrazioni locali è spesso segnata da una resistenza a cedere autonomia. Tuttavia, una proposta "bottom-up" (come quelle che sostieni da tempo) che parta dai bisogni reali – mancanza di medici di base, costi RSA, dispersione dei giovani – potrebbe obbligare la politica a sedersi allo stesso tavolo.
Infrastruttura di Connessione: Se pensiamo a un progetto di questo tipo, la connessione fisica e digitale diventa il fulcro. Non parliamo solo di strade, ma di una mobilità di bacino che faccia sentire la Vallassina non un'appendice montana, ma parte integrante di un distretto economico che gravita su Cantù e Como.
È un approccio che guarda al futuro con estremo pragmatismo: non più comuni che competono per risorse scarse, ma un territorio che si organizza per offrire soluzioni abitative e di cura scalabili.
Giorgio Bargna

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