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giovedì 28 maggio 2026

Un Manifesto per il Federalismo Gestionale


Nei giorni scorsi leggevo su una testata online di settore una disamina – se così possiamo definirla – su come interpretare il federalismo oggi. 
Più che un'analisi oggettiva, si trattava di una critica nemmeno troppo velata al Patto per il Nord; una critica sterile, poiché una vera disamina dovrebbe offrire spunti propositivi anziché limitarsi a una semplice recensione.
Su un punto, tuttavia, concordo: il Nord, così come il resto del mondo, è profondamente cambiato. 
Sono mutate le necessità, le esigenze, gli stili di vita e il mercato del lavoro, ridefinendo la ricchezza economica del Settentrione e dell'intero Paese.
Tra i settori che hanno subìto le trasformazioni più radicali ci sono senza dubbio la sicurezza e la sanità. Qui al Nord, dove la sanità ha sempre rappresentato un fiore all’occhiello, è ormai evidente la grave difficoltà dei sistemi regionali nel mantenere gli standard storici, o quantomeno accettabili. Il problema non risiede solo nella carenza di medici di base, nel collasso dei pronto soccorso o nelle liste d'attesa interminabili per visite ed esami specialistici: assistiamo a un vero e proprio cedimento strutturale della qualità del servizio.
Il paradigma della sicurezza urbana ha subìto una profonda trasformazione. 
In passato la principale minaccia era rappresentata dalla criminalità organizzata; oggi, invece, la microcriminalità e i reati predatori sono stabilmente in cima alle preoccupazioni dei residenti. Se un tempo il pericolo appariva distante dalla vita di tutti i giorni, oggi influisce direttamente sulle nostre routine: dall'uscita mattutina per andare al lavoro, alla passeggiata serale, fino a un semplice aperitivo al bar. Furti, scippi, violenze gratuite e degrado urbano sono ormai diventati un'allarmante realtà quotidiana.
Anche l’elettore padano ha cambiato prospettiva. 
Se un tempo la richiesta di autonomia nasceva dal bisogno di difendere la propria ricchezza, oggi la priorità è proteggersi dal carovita, se non dalla povertà vera e propria. 
Un’inflazione persistente sta erodendo il potere d’acquisto dei salari, intrecciandosi con l'emergenza abitativa: i costi insostenibili di affitti e mutui, infatti, non risparmiano più nemmeno le province. Nei trent'anni trascorsi dalla nascita del "sogno padano", sono emersi problemi strutturali che la politica ha spesso ignorato o eluso, per convenienza o sudditanza verso determinati gruppi di interesse. 
La congestione del traffico stradale e la necessità di potenziare i trasporti pendolari sono istanze fortemente sentite ma prive di risposte concrete, al pari di una stagnazione salariale che ha disallineato gli stipendi dal costo della vita.
Ci troviamo di fronte a un’economia a due velocità. I dati macroeconomici di istituti come Assolombarda confermano che, sebbene la regione resti la "locomotiva d'Italia", la crescita complessiva è modesta e disomogenea. I salari reali rimangono fermi, mentre l'inflazione locale e i costi energetici penalizzano pesantemente sia i bilanci familiari sia le piccole imprese artigiane.

Beh, io propendo verso il Federalismo delle Competenze, moderno, 3.0, che non deve più essere una battaglia ideologica di bandiera, ma uno strumento gestionale focalizzato su efficienza, prossimità e sussidiarietà.
Riguardo la sanità io propongo autonomia di gestione e reclutamento. Per superare il cedimento strutturale dei sistemi regionali, la mia soluzione federalista prevede la contrattazione territoriale, cioè la libertà per le Regioni di ridefinire gli stipendi del personale medico per frenare la fuga verso il privato o l'estero. Chiedo flessibilità formativa: gestione locale dei posti nelle scuole di specializzazione medica in base al fabbisogno epidemiologico del territorio. Ritengo necessaria l'integrazione sociosanitaria, con il trasferimento dei fondi statali per la non-autosufficienza direttamente ai distretti comunali per azzerare la burocrazia.
Riguardo la sicurezza urbana ritengo necessaria la creazione di una Polizia Locale Regionale. Il contrasto alla microcriminalità richiede il passaggio da un modello centralizzato a uno di prossimità, attraverso la trasformazione della Polizia Locale in una vera forza di sicurezza regionale con pieni poteri giudiziari e di controllo del territorio. Questo richiede risorse vincolate attraverso la trattenuta diretta di una quota delle tassazioni locali per finanziare sistemi di videosorveglianza e presidi fissi nei quartieri degradati. Occorre inoltre rimodulare la funzione del Prefetto, o meglio sostituirla attraverso una figura che tratti e risponda direttamente ai presidenti di Regione per i piani di sicurezza pubblica urbana e che sia in grado di colloquiare anche con Sindaci e vertici della sicurezza locale.
Riguardo il contrasto al carovita ritengo fondamentali gabbie salariali ed equità. Per proteggere il potere d'acquisto dell'elettore e rispondere alla transizione economica occorre una fiscalità differenziata. Parlo di detrazione delle spese vive (affitti, trasporti) dalle tasse regionali in base al reale costo della vita locale. Parlo, infine, della trattenuta delle tasse sul territorio, affinché la ricchezza prodotta dai cittadini resti dove viene generata per finanziare direttamente i servizi locali.
Ritengo fondamentali dei salari minimi territoriali, tradotto, la  possibilità di concordare contratti collettivi regionali integrativi per adeguatezza al carovita del Settentrione.
E poi quello che non è solo un parametro del federalismo 3.0, ma ciò che ci contraddistingue dall'inizio, l'ascolto della gente, delle necessità e dei problemi, perché la risposta politica non può nascere che dall'ascolto.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como






 

domenica 17 maggio 2026

Oltre l'ultima campanella


Mi è capitato, praticamente in contemporanea, di leggere un articolo, ascoltare un dibattito in radio e parlare con un genitore del tema scuola ed estate.
Dall'articolo in questione si apprende che il Ministro dell’Istruzione ha firmato il decreto che dà il via al Piano Estate 2026., stanziando per questo progetto 300 milioni di euro.
Un "dramma" delle famiglie italiane, in particolar modo quelle con  entrambi i genitori lavoratori, che, spesso e volentieri, devono attuare, in estate, piani strategico/organizzativi da far invidia agli esperti di strategia bellica o finanziaria.
Tra le dichiarazioni del Ministro troviamo anche questa: "Il Piano offre opportunità preziose soprattutto agli studenti che hanno meno occasioni di crescita extra-scolastica, garantendo loro spazi sicuri, stimolanti e inclusivi".
Nella visione del Ministro, non potrebbe comunque essere molto diversa la sostanza, le risorse saranno destinate ad attività ed azioni che escono dalla didattica intesa in senso stretto. 
Attraverso sportive e laboratori artistici si punta a migliorare tanto il benessere fisico che la creatività, attraverso ripetizioni, corsi e laboratori si intende  potenziare le competenze dei ragazzi.
Il decreto ha il suo valore sicuramente e segue passaggi già testati ma ha i suoi limiti.
Innanzitutto è rivolto alle scuole che volgarmente chiamiamo elementari, medie e superiori, gli i nidi e le materne rimangono ancora una volta un mondo a parte.
Un secondo limite, inevitabile, è l'adesione volontaria tanto delle scuole, che decidono autonomamente se partecipare e quali progetti presentare, tanto per l’adesione del personale docente e ATA .
Fin qui il decreto, ma vediamo un pò di allargare il tema.
Ora, è chiaro a tutti coloro che utilizzano il dono dell'intelligenza, che tanto il personale docente che quello ATA , durante l'estate non si trasforma in un esercito di mangiapane a tradimento.
Escluse le giornate di meritate ferie i docenti svolgono esami di Stato, scrutini e attività di recupero, dedicandosi poi all'aggiornamento, mentre il personale ATA rimane in servizio per gestire le pratiche, i progetti estivi e le pulizie straordinarie.
Questo però non toglie il problema ai genitori, perché, se quando la strutturalità della scuola è nata per come la conosciamo esisteva una forma patriarcale e allargata della famiglia, oggi siamo davanti a realtà ben diverse e diversificate.
Oggi entrambi i genitori lavorano e condividono equamente i compiti di accudimento e le faccende domestiche, quando ci sono due genitori, poi ci sono genitori soli e genitori che hanno da preoccuparsi dei figli generati in più famiglie.
Come un tempo ci sono le soluzioni classiche legate agli oratori, che in parte aiutano, ma l'universo legato alla religione si sta sempre più assottigliando e diventa anche per loro difficile organizzarsi e mantenere economicamente sostenibile l'azione, anche a causa della burocrazia.
Negli ultimi anni, per le famiglie più abbienti è sorta la possibilità dei centri estivi diurni e dei summer camp che offrono ai ragazzi un'ampia scelta di attività, tra sport, lingue e natura, ma ci troviamo di fronte a costi che partono ad una media di 140 € a settimana per i primi per arrivare a cifre davvero importanti per gli altri.
Ma vista la struttura attuale delle famiglie occorre andare oltre.
La soluzione principale per superare i limiti, non tanto dei vari del "Piani Estate", ma di tutta la problematica in generale, risiede nella trasformazione della scuola in un centro civico aperto tutto l'anno, basato su alleanze strutturali tra Ministero, Comuni e Terzo Settore.
E' necessaria una transizione da "misura emergenziale e volontaria" a un "sistema integrato nazionale". 
Invece di contare solo su docenti e ATA, la scuola dovrebbe aprirsi stabilmente a educatori professionali, associazioni sportive e culturali.
La scuola mette gli spazi, il Comune e il Terzo Settore mettono il personale e la programmazione.
Sostanzialmente una sorta di riconversione degli Istituti in Hub Polifunzionali, mantenere gli edifici aperti non solo per i laboratori, ma trasformandoli in vere e proprie "scuole aperte" e centri civici per l'intera estate. 
Gli edifici scolastici non dovrebbero mai chiudere. Se non c'è didattica, deve esserci presidio sociale, sport e creatività, garantendo "spazi sicuri", come citato dal Ministro, ma in modo automatico e non facoltativo.
Questo richiede una gestione continuativa degli spazi scolastici e un'alleanza territoriale solida, superando l'approccio episodico.
Perché comunque, come già detto, il punto non è "far lavorare i docenti in estate", ma smettere di considerare l'estate come un tempo "morto" per l'istituzione scolastica, oltre a venire incontro alle esigenze delle famiglie.
Il tutto senza dimenticarci di includere il segmento 0-6,i servizi per l'infanzia, che sono i più critici per i genitori lavoratori, evitiamo che nidi e materne rimangano "un mondo a parte".
Si potrebbe proporre anche un approccio di Service Learning, ovvero far sì che le attività estive degli studenti più grandi (superiori) si traducano in tutoraggio per i più piccoli, volontariato civico o progetti di tutela del territorio, unendo socialità e apprendimento pratico. Molti di questi ragazzi si prodigano in estenuanti attività in località turistiche, perché  non fornire loro la possibilità di esprimersi sul proprio territorio?
In conclusione, la vera falla, e il fondo del problema che le famiglie si trovano a sbattere contro il muro ogni giugno, è l'assenza strutturale di un welfare che supporti la genitorialità. 
La scuola non può e non deve essere trasformata in un "parcheggio" estivo per tamponare i buchi di un mercato del lavoro che concede ferie limitate e di un sistema di centri estivi privati i cui costi, spesso proibitivi, creano ulteriori disuguaglianze sociali.
Se davvero si vogliono offrire spazi sicuri e inclusivi agli studenti e sollevare i genitori dall'ansia organizzativa, non basta stanziare 300 milioni per progetti su base volontaria. Servirebbe un cambio di paradigma radicale, che permetta alle istituzioni scolastiche di rimanere aperte come presidi territoriali tutto l'anno, integrandosi con le politiche sociali dei Comuni e offrendo servizi continuativi e gratuiti (o calmierati), ma soprattutto garantendo tutele reali e una conciliazione vita-lavoro che non gravi sempre e solo sulle spalle delle famiglie.
La scuola d'estate non va considerata come un deserto, ma destinata ad essere un cantiere aperto. Eppure, nonostante i fondi e i buoni propositi, la sensazione è quella di un eterno "vorrei ma non posso". Finché il Piano Estate sarà affidato alla buona volontà dei singoli istituti e alla disponibilità extra dei docenti, non sarà una soluzione al welfare familiare, ma solo un esperimento di buona volontà. 
E le famiglie italiane? 
Per ora, farebbero bene a non smobilitare l'ufficio di "strategia bellica" allestito in cucina.

Giorgio Bargna


 

sabato 9 maggio 2026

Migrazioni a confronto: Anni '60 e oggi, tra integrazione e disagio



Proviamo oggi a fare un raffronto sociologico tra le situazioni di disagio e violenza dell'immigrazione interna degli anni 50/60 e di quella odierna, legata a flussi migratori stranieri.

Vi tolgo subito la possibilità di indicarmi quale razzista visto che nel mio sangue corre sangue pugliese.

Per prima cosa vorrei spendere qualche riga, anche se non è esattamente il centro del problema, per un confronto tra il "soggiorno obbligato" e  l' "immigrazione clandestina indotta".

A mio avviso il primo fu un intelligente pretesto per spostare un certo tipo di delinquenza all'interno del territorio nazionale. la seconda, è lampante, serve a "deportare" gente disperata da mettere a disposizione della delinquenza sia come manovalanza che come soggetti da ricattare e sfruttare.

Le analogie tra i due fenomeni riguardano il controllo dello spostamento e della residenza di soggetti considerati "indesiderati" o "pericolosi" all'interno del territorio nazionale. Entrambi sono strettamente collegati alle mafie. Il soggiorno obbligato veniva utilizzato per "spostare" i mafiosi, mentre l'immigrazione clandestina è oggi una fonte di profitto per la criminalità organizzata transnazionale. Sia il soggiorno obbligato che la condizione di clandestinità impongono alla persona un luogo di vita preciso e limitante (il comune di soggiorno per il mafioso, il luogo di lavoro in nero o l'alloggio di fortuna per il migrante).

Questo però è un tema da approfondire in un altro testo, torniamo invece al tema iniziale.

Va ricordato che  la migrazione interna (dal Sud al Nord Italia) ha generato dinamiche di integrazione e conflitto sociale spesso risolte con l'inclusione, l'immigrazione straniera di oggi affronta sfide legate alla clandestinità, alla diversità culturale e a una maggiore sovra-rappresentazione nelle statistiche di microcriminalità. Pur subendo discriminazioni (episodi di razzismo interno), erano cittadini italiani, condividevano lingua, religione e diritti civili, facilitando l'inserimento nel mercato del lavoro industriale; di conseguenza l'onesto difficilmente si votava alla delinquenza.

Negli anni citati, ed altri a seguire, milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova).

I dati dell'epoca mostrano che gli immigrati interni non avevano tassi di criminalità superiori agli autoctoni, spesso persino inferiori, nonostante vivessero in condizioni disagiate ed eventuali reati erano legati alla marginalità sociale e urbana, ma non a una "criminalità etnica".

Però negli anni addietro il lavoro c'era, ed in forma elettrizzante, chi si spostava all'interno del nostro territorio se predisposto un lavoro lo trovava, oggi non è più così certo.

Di conseguenza la criminalità è fortemente correlata all'impossibilità di lavorare legalmente, alla disperazione e allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, gli stranieri con permesso di soggiorno regolare e lavoro hanno tassi di criminalità quasi identici a quelli degli italiani. Situazione immutata se facciamo un confronto con qualche riga sopra.

Detto questo però passiamo ad trattare di un fenomeno attuale che riguarda tanto l'Italia che altri paesi con forte tasso di immigrazione: le seconde generazioni.

Tanto la sociologia che la criminologia evidenziano forti analogie tra i fenomeni di devianza dei figli degli immigrati dal Sud Italia (anni '50-'60) e quelli delle attuali seconde generazioni straniere. 

Le similitudini non dipendono dall'origine etnica, ma da meccanismi di marginalità sociale e conflitto identitario comuni a chi vive il passaggio tra due mondi culturali diversi.

Entrambi i gruppi hanno vissuto in quartieri periferici degradati ("coree" negli anni '60, periferie odierne), dove la mancanza di servizi e lo stigma sociale favoriscono l'adesione a "culture oppositive" o gruppi devianti come forma di riscatto.

La sociologia ha dimostrato come i figli dei migranti si sentano spesso "stranieri" sia nel paese dei genitori che in quello di nascita. Questa crisi di identità, vissuta dai figli dei meridionali a Torino o Milano cinquant'anni fa, è identica a quella vissuta oggi dai giovani con background migratorio.

La propensione alla devianza è spesso legata a un alto livello di conflitto tra genitori (legati a valori tradizionali) e figli (che desiderano gli agi del modello societario locale).

Quanto descritto ci porta ad affrontare un confronto tra le baby gang moderne (prevalentemente composte da seconde generazioni di origine straniera) e le bande di quartiere del dopoguerra (figli di immigrati interni dal Sud) che rivela una continuità sorprendente nelle dinamiche di gruppo, pur in contesti tecnologici diversi.

Negli anni del boom economico le bande nascevano intorno a luoghi fisici precisi, quali potevano essere ad esempio, i grandi palazzoni delle periferie di Milano e Torino o dei quartieri abusivi.

In quegli anni la banda serviva a proteggere il territorio dai "locali" che discriminavano i "terroni", creando un senso di appartenenza laddove la società li escludeva.

Oggi tanto la musica trap che i social media ci insegnano che il territorio non è più solo un "luogo fisico", ma diventa un "brand" da difendere anche online per ottenere prestigio.

Oggi come allora, la banda compensa l'assenza di figure adulte di riferimento, si trasforma in una sorta di "Famiglia Sostitutiva". Tanto allora che oggi, i genitori erano e sono, alle prese con il lavoro e/o  una "distanza culturale" che ha impedito ed impedisce loro di guidare i figli nel contesto di residenza.

Tanto oggi che allora la maggior parte di questi gruppi non è legata alla criminalità organizzata (mafia o cartelli), ma è composta da aggregazioni spontanee di giovani tra i 14 e i 24 anni che compiono reati di opportunità (furti, rapine, atti di vandalismo).

Una sostanziale differenza sta nel fatto che le bande storiche erano più isolate, più settoriali, mentre le baby gang attuali sono spesso multietniche, non prive di italiani "autoctoni" e mostrano una maggiore fluidità, spostandosi tra quartieri diversi grazie ai trasporti pubblici, ma anche verso località turistiche durante i weekend.

Un'altra invece riguarda il genere di cruenza, se ieri la violenza era funzionale allo scontro fisico tra bande rivali o alla piccola sopravvivenza oggi è spesso esibita e spettacolarizzata. I video delle aggressioni vengono caricati su Tik Tok o Instagram per "fare hype", trasformando l'atto deviante in una performance per guadagnare follower e status.

Il raffronto tra l'immigrazione interna degli anni '50/'60 e quella straniera odierna evidenzia una profonda differenza di contesto, nonostante le analogie nel disagio sociale e nello sfruttamento criminale. Se ieri il conflitto era di natura socio-economica e culturale tra italiani (risolto col tempo attraverso la condivisione della cittadinanza e la "nazione"), oggi ci troviamo di fronte a una sfida più complessa, esacerbata dalla clandestinità indotta, che trasforma i migranti in soggetti ricattabili e manovalanza per la criminalità organizzata.

La conclusione è che, mentre l'immigrazione interna trovava una naturale strada verso l'inclusione, quella attuale è strutturalmente ostacolata da barriere normative e culturali, che rendono la sovra-rappresentazione nella microcriminalità non un dato etnico, ma una conseguenza diretta della mancanza di percorsi legali e dignitosi di inserimento.

Alla luce di questa analisi, emerge chiara una necessità: il territorio non si difende con la retorica, ma con il governo dei virtuosismi. 

Se le periferie di ieri, pur tra mille difficoltà, sono state ricucite grazie al lavoro e all'inclusione, quelle di oggi rischiano di diventare zone franche in mano alla criminalità, che sfrutta la disperazione dell'immigrazione clandestina per i propri sporchi affari.

Come forza politica radicata nel territorio, non possiamo accettare né lo sfruttamento dei disperati, che crea insicurezza, né l'abbandono delle seconde generazioni a derive devianti. La nostra ricetta è chiara: legalità rigorosa contro chi sfrutta e criminalizza, ma anche percorsi certi di integrazione per chi lavora e rispetta le regole.

Dobbiamo tornare a presidiare il territorio con servizi, educazione e lavoro, sottraendo i giovani – di origine italiana o straniera – alle logiche delle "baby gang" e delle culture oppositive. La vera identità di una comunità si misura dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini, trasformando le periferie da zone di conflitto a luoghi di opportunità. Solo così possiamo garantire la sicurezza dei nostri cittadini e la dignità di chi vive nel nostro territorio


Giorgio Bargna


 

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como