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martedì 8 settembre 2026

La trappola del tecnototalitarismo: perché stiamo smettendo di pensare


Ci sono dati veramente allarmanti, situazioni pratiche e dinamiche sociologiche che rischiano di minare il nostro futuro. Si sta estendendo in forma massiccia l’analfabetismo funzionale: la condizione di chi, pur sapendo leggere e scrivere, è incapace di comprendere, valutare e utilizzare appieno un testo scritto.

Se cerchiamo di mettere a fuoco il problema, ci accorgiamo che l'analfabeta di ritorno ha difficoltà a decifrare concetti semplici, a eseguire calcoli matematici basilari, non possiede coordinate storiche e manca del tutto di spirito critico. Non si tratta di semplice scolarizzazione o di titoli di studio: l’analfabeta funzionale, spesso, non sa nemmeno di esserlo. In Italia i numeri sono impietosi: un’indagine dell’OCSE stima che il fenomeno riguardi il 27% della popolazione adulta, il dato più elevato d'Europa. Nello specifico, il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi brevissimi, mentre il 22,2% riesce a decodificare contenuti cartacei o digitali solo se estremamente sinteti: parliamo di oltre quindici milioni di persone.

Le fasce interessate sono trasversali, e tra queste si contano ben tre milioni di giovani. La maggior parte ha un'occupazione, spesso manuale o ripetitiva. L'italiano medio, del resto, si informa pressoché unicamente attraverso la televisione: legge poco o nulla, non va a teatro né al cinema, non coltiva particolari interessi e non riceve stimoli cognitivi. Pur essendo molto attivo sui social, analizza il mondo prendendo in considerazione soltanto la propria esperienza diretta: il microcosmo individuale diventa l'unica realtà a cui riconosce accesso.

Legge, ascolta, guarda, ma non elabora. Ogni giorno si discute di politica, lavoro, sport o religione ripetendo a memoria ciò che il cervello ha immagazzinato, senza aver mai assimilato i concetti. Durante uno scambio di opinioni ci scopriamo incapaci di spiegare quanto appena ascoltato, di ricostruire il ragionamento sottostante o di cogliere la complessità della realtà: ne percepiamo solo i passaggi più semplici, privi di una vera rielaborazione logica.

Diciamocelo chiaramente: l’evoluzione tecnologica — niente affatto neutra e guidata da chi ne detiene i brevetti — ha semplificato all'estremo azioni e pensieri, atrofizzando le nostre capacità analitiche. L’analfabetismo funzionale non è dunque la semplice eredità di una scarsa istruzione, ma il prodotto di un modello preciso.

Tra guardare la TV e leggere c'è una differenza abissale. Persone che guardano lo stesso film lo racconteranno usando più o meno le stesse immagini e percezioni. Chi si immerge nella lettura di un libro, al contrario, produrrà riflessioni così personali da far pensare a opere differenti. Lo schermo addormenta il cervello: guardiamo e ascoltiamo senza partecipare, senza generare nuove connessioni. La lettura ha l'effetto opposto: stimola la mente, accende l'immaginazione e modella mondi e personaggi a nostra immagine. Passare ore tra smartphone e TV ci assuefà a concetti banali e ci rende insofferenti alle argomentazioni articolate. Così, a furia di percorsi mentali semplificati, il cervello si spegne gradualmente, trascinando con sé l'intuizione, lo spirito critico e la capacità di connettere saperi differenti — ossia l'essenza stessa della cultura.

Il medesimo effetto lo produce il navigatore GPS. Ci chiediamo come si potesse vivere senza, eppure ci bastavano una cartina, qualche domanda ai passanti e l'uso combinato di memoria e orientamento. Ora seguiamo passivamente una voce elettronica, incapaci di valutare la strada e persino pronti a violare i cartelli di divieto se il «tecnopadrone» lo impone. Il titolo di una celebre commedia irrideva il turismo inconsapevole: Se è giovedì, deve essere il Belgio. Non c'era ancora lo smartphone, vera propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Oggi abbiamo in tasca uno strumento che erode la capacità di pensiero: una micro-televisione che ci culla e ci spegne, rendendoci schiavi dell'immagine. Il cervello si modella su contenuti frammentari e veloci, intrappolato nelle logiche di algoritmi che ci propongono solo ciò che vogliamo vedere per trattenerci a sé.

Google stima in otto secondi il tempo medio della nostra concentrazione. Con una soglia così ridotta, la comprensione del mondo cade in frantumi. Diventiamo passivi e intorpiditi, inclini a reiterare formule altrui senza rielaborarle o argomentarle, incapaci di nessi autonomi. Inseguiamo la facilità e la banalità, al punto da mettere in dubbio verità millenarie soltanto perché difformi dai dogmi odierni.

E domani? Chi dirige i giochi sfruttando l'illusione della nostra autonomia sa perfettamente quanto il cervello sia plastico. Vi è il fondato timore che l'intelligenza artificiale finisca per far esplodere l'analfabetismo funzionale, infierendo su chi è già sprovvisto di capacità analitiche. Gli stessi assistenti digitali che ci suggeriscono decisioni e scansiscono le nostre giornate ne sono la prova: si insediano nella plasticità cerebrale fino a diventare insostituibili.

Ma questo è solo il primo passo di un disegno in cui poteri economici e tecnocrazia lavorano per ridefinire ogni ambito della vita umana, compreso il lavoro. Circa quattro milioni di italiani rischiano il posto nei prossimi anni per via dell'automazione, nella vaga speranza di potersi riconvertire nei servizi. Riusciamo a comprendere il cortocircuito di un sistema in cui la sostituzione progressiva degli esseri umani produce povertà e marginalità, mentre si pretende di gestire la società come un algoritmo?

Sia chiaro: l’intelligenza artificiale non è un male in sé, ma l’uso dei suoi algoritmi viene sfruttato per manipolare l’opinione pubblica attraverso la diffusione chirurgica di informazione e disinformazione. La dipendenza da questi sistemi automatizzati atrofizza la capacità di svolgere compiti pratici e di assumere decisioni autonome. La libertà di scelta diventa un’illusione e, se a questo sommiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende come si possa essere manovrati in ogni momento.

Sradicare la capacità di elaborazione, la memoria e l’analisi di ciò che ci circonda è la chiave per esercitare il controllo sulle persone. In una società individualista e materialista, plasmare individui incapaci di pensare significa potersi assicurare un dominio totale con il minimo sforzo. Di fronte a popolazioni prive di senso critico e regredite nell'ignoranza, l'IA conferisce un potere immenso a chi la possiede, la programma e la orienta. È la nascita del tecnototalitarismo: uno scenario in cui, incapaci persino di distinguere la realtà, diventeremo strumenti inconsapevoli nelle mani di chi detiene la tecnologia. È questa la vera posta in gioco, ben oltre le futili schermaglie tra tifoserie politiche — un potere, quello politico, ormai ridotto al più debole, fungibile ed eterodiretto.

Difendere la propria capacità di pensare, leggere e connettere i fatti non è più un semplice esercizio culturale: è l'ultimo atto di resistenza per rimanere umani e liberi.

Giorgio Bargna

 

lunedì 10 agosto 2026

La finzione dei "100 facili": perché la scuola italiana va rifondata partendo dal Nord


La geografia conta, eccome. A dimostrarlo anche quest'anno è il contrasto tra i risultati dei test INVALSI e i voti dell'Esame di Maturità, uno dei paradossi più discussi della scuola italiana.

I dati tracciano una mappa nettamente capovolta: il Nord registra le percentuali più alte di studenti con competenze eccellenti nei test standardizzati nazionali (Italiano, Matematica e Inglese), mentre il Sud concentra la quota maggioritaria di diplomati con il massimo dei voti (100 e 100 e lode).

È colpa del clima, dell'etnia o di qualche altro misterioso fattore astrologico? Fuori dal sarcasmo, proviamo ad analizzare la questione.

Le prove INVALSI sono anonime, corrette in modo automatizzato e basate su parametri uniformi in tutta Italia. Si potrebbe obiettare che l'anonimato e la mancanza di un voto in pagella spingano gli studenti a metterci meno impegno. Eppure, un alunno motivato tende a prendere sul serio ogni prova. A meno di non voler credere che le domande siano scritte apposta per avvantaggiare gli studenti settentrionali.

D'altro canto, la Maturità viene valutata da commissioni miste che applicano metri di giudizio calibrati sul contesto locale e sul percorso personale del singolo studente. Dovremmo quindi dedurne, sempre con un pizzico di ironia, che al Sud gli studenti diventino improvvisamente molto più preparati e brillanti proprio nei tre giorni di esame?

In realtà, le ragioni di questo divario sono principalmente due:

  • Incentivi e motivazione: Gli INVALSI non incidono sulla media né sul voto di diploma, riducendo l'impegno percepito come "necessario". La Maturità determina invece il voto finale, l'accesso a borse di studio e l'ingresso nei collegi di merito.

  • Manica di valutazione differente: Al Nord prevale un metro di giudizio più restrittivo nell'assegnazione dei voti massimi. In diverse regioni del Mezzogiorno, al contrario, le commissioni mostrano una maggiore manica larga nell'attribuire 100 e lodi.

Questa sperequazione genera profonde storture sul piano dell'equità. Quando il voto di diploma non rispecchia in modo omogeneo le competenze reali misurate su scala nazionale, si crea un cortocircuito tra il merito formale e la preparazione effettiva. Ed è proprio su questo disallineamento che vale la pena riflettere.

Superando l’ironia e le frasi fatte, è il momento di analizzare ciò che la scuola lascia davvero in dotazione ai propri studenti al termine del percorso.

Il quadro che emerge è quello di una preparazione sbilanciata: eccellente per un modello concettuale del passato, ma spesso sprovvista degli strumenti adatti alle dinamiche economiche e professionali di oggi.

Da un lato, l’impostazione teorica e analitica della scuola (e dell'università) italiana fornisce una solida forma mentis. Chi esce dalle nostre aule sa studiare, possiede una visione d'insieme e sviluppa un'ottima flessibilità mentale. Non è un caso che i laureati italiani all'estero siano particolarmente apprezzati per le loro capacità di adattamento e di ragionamento.

Dall'altro lato, però, manca quasi del tutto la capacità di trasformare la teoria in azione. Il problem solving operativo, il lavoro di squadra, la gestione dei progetti (project management) e l'uso avanzato degli strumenti digitali vengono appresi solo "sul campo", quasi mai tra i banchi. A questo si aggiunge un dato preoccupante già emerso dai test INVALSI e PISA: una quota consistente di studenti chiude il ciclo scolastico senza padroneggiare competenze fondamentali nella comprensione di testi complessi o nella matematica base, delineando un'Italia a due o tre velocità in cui troppi ragazzi rimangono indietro.

La scuola italiana consegna ai giovani una straordinaria "cassetta degli attrezzi teorica", ma con cacciaviti e martelli spuntati per le sfide odierne. I limiti di questo modello si riflettono inevitabilmente sul piano strutturale:

  • Un'impostazione nozionistica: Il modello scolastico ed accademico privilegia tradizionalmente la teoria, lasciando gli studenti scoperti sulle metodologie di lavoro pratiche e sulle dinamiche aziendali.

  • I ritardi internazionali: Le rilevazioni OCSE evidenziano gap sistematici nelle competenze matematico-scientifiche, nella financial literacy e nelle abilità digitali avanzate rispetto alla media dei Paesi sviluppati.

  • L'atrofia delle competenze: Senza contesti lavorativi stimolanti, molti diplomati e laureati rischiano di perdere nel tempo persino la capacità di analizzare dati e testi complessi.

Tuttavia, il vero nodo non è solo la preparazione iniziale, ma il modo in cui il sistema economico e amministrativo assorbe e valorizza questi ragazzi.

Nel settore privato, la prevalenza di piccole e medie imprese a conduzione familiare limita spesso la domanda di figure ad alta specializzazione. Il risultato è un doppio corto circuito: da un lato l'inadeguatezza delle competenze pratiche per ruoli tecnici (skill mismatch), dall'altro la sovra-istruzione (over-qualification), con laureati impiegati in mansioni al di sotto delle loro capacità.

Nel settore pubblico, i concorsi hanno storicamente premiato la memorizzazione nozionistica di codici e norme a scapito delle competenze manageriali e gestionali. Il risultato è una burocrazia che fatica a innovare, non per mancanza di cultura dei singoli, ma per un sistema di selezione anacronistico.

Si alimenta così un circolo vizioso: retribuzioni d'ingresso tra le più basse d'Europa e scarse prospettive di carriera spingono una parte consistente dei giovani più qualificati a emigrare. Senza di loro, il tessuto produttivo e amministrativo non riesce ad alzare l'asticella della produttività, consolidando l'impressione generale di un Paese che non riesce a valorizzare i propri talenti.

Tirando le somme, il quadro che emerge non è solo quello di un sistema scolastico da riformare, ma di un vero e proprio patto generazionale tradito.

Continuare a tollerare la finzione dei "diplomi facili" e il disallineamento tra il merito formale e le competenze reali significa condannare il Paese alla stagnazione. In un'economia globale competitiva, il Nord – motore produttivo d'Italia ed d'Europa – non può più permettersi di vedere penalizzati i propri studenti da un sistema di valutazione sperequato, né di veder scappare all'estero le menti migliori perché soffocate da retribuzioni basse e da un mercato del lavoro immobile.

Servono scelte di rottura e un cambio di paradigma radicale:

  • Valutazione e Trasparenza: Standard nazionali oggettivi per la valutazione del merito, affinché un voto di diploma torni ad avere lo stesso peso e valore in qualsiasi angolo d'Italia.

  • Autonomia e Flessibilità: Maggiore autonomia agli istituti scolastici e agli atenei per adattare i programmi alle reali esigenze del tessuto economico e produttivo locale, puntando su competenze STEM, digitali e applicative.

  • Premiare il Merito Vero: Un mercato del lavoro e una Pubblica Amministrazione che smettano di selezionare sulla base della mera memorizzazione nozionistica e inizino a premiare le capacità gestionali, l'innovazione e la produttività.

Se non riallineiamo la formazione alle sfide del mondo reale e non torniamo a investire sul merito vero, continueremo a formare giovani talenti per far la fortuna degli altri Paesi. Ridare dignità alla preparazione, rigore alla valutazione e attrattività alle nostre imprese non è più solo una proposta di riforma scolastica o economica: è l'unica strada possibile per garantire un futuro al Nord e a tutta l'Italia.

Giorgio Bargna



 

venerdì 7 agosto 2026

Custodire la memoria, proteggere il futuro: la lezione de "Il vecchio e il bambino"



Tra la memoria dei padri e l’insidia del presente: cosa ci insegnano i giovani e i vecchi di Guccini

C’è un filo invisibile ma indissolubile che tiene insieme il destino di una comunità: è il patto tra chi custodisce la memoria e chi si affaccia per la prima volta al mondo. In un'epoca che spinge verso l'omologazione e il presente continuo, riflettere sul confronto tra generazioni significa prima di tutto tornare a parlare di radici, di appartenenza e di tutela della propria terra.

Nessuno ha saputo raccontare questa dinamica con la grazia e la potenza etica di Francesco Guccini. Prendiamo due suoi capolavori senza tempo, "Il vecchio e il bambino" e "Canzone per un'amica", e proviamo a leggerli con gli occhi di chi crede nel valore del territorio e delle proprie identità.

La fiaba come resistenza e la memoria della terra

Ne "Il vecchio e il bambino", la scena è quasi apocalittica: una pianura sfigurata dalla polvere nera, simbolo di quel progresso sconsiderato e calato dall'alto che ha sacrificato i territori in nome dell'industrializzazione cieca.

Da un lato c’è l’anziano, custodia vivente di un mondo che fu, che ricorda quando quella terra era "coperta di grano". Dall’altro c’è il bambino, che in quel paesaggio grigio ci è nato e per il quale quella desolazione è l’unica normalità possibile.

Cosa fa il vecchio? Non si arrende al rancore, ma compie un gesto di profonda sussidiarietà culturale: trasforma il ricordo in fiaba. Racconta al bambino come poteva essere – e come potrebbe tornare a essere – la sua terra. In un periodo in cui il centralismo tecnocratico tenta di cancellare la storia e la specificità dei nostri luoghi, la narrazione dei padri diventa un atto di resistenza pura. Il vecchio consegna al bambino una radice, un’idea di bellezza e di orgoglio a cui aggrapparsi per non farsi assimilare dall'aridità del presente.

Il monito dell'esperienza contro l'illusione della modernità

Se il primo brano ci parla della tutela del ricordo, "Canzone per un’amica" ci pone di fronte al dovere della protezione. La tragedia della giovane vita spezzata sull’asfalto di un’autostrada è l’immagine plastica dell'insidia che si nasconde nella modernità sregolata.

L’autostrada è il "non-luogo" per eccellenza: impersonale, veloce, staccato dal contesto sociale e dalla misura d'uomo dei nostri paesi. I giovani, per natura, vivono nell’illusione di essere invulnerabili, proiettati in una corsa a perdifiato. Qui emerge il secondo compito fondamentale della generazione adulta: il monito.

Amare i propri ragazzi non significa assecondarne ogni slancio cieco, ma mettere a disposizione l'esperienza per avvisarli dei pericoli insospettabili. La comunità locale ha il dovere etico di fare da scudo, di insegnare il senso del limite e della responsabilità, ricordando che la libertà senza prudenza rischia di diventare una trappola.

Una staffetta etica per la nostra gente

Mettendo insieme la fiaba del vecchio e il pianto per l'amica perduta, si compone il vero quadro del passaggio di testimone tra le generazioni della nostra terra:

  • La Radice: Il diritto dei giovani di ricevere la memoria dei padri, per sapere chi sono e da dove vengono.

  • Il Limite: Il dovere degli adulti di mettere in guardia i figli dalle lusinghe e dai rischi di un modello di sviluppo aggressivo e alienante.

Il vecchio e il bambino che si tengono per mano nel finale della canzone non sono un'immagine di resa, ma una promessa. Rappresentano una comunità vicinale che non spezza il proprio filo conduttore, che si stringe attorno ai propri valori e che rifiuta di farsi cancellare. Sta a noi, oggi, farci carico di questo ponte: custodire la storia dei nostri vecchi per dare ai nostri giovani non solo le ali per volare, ma la consapevolezza per tornare sempre a casa salvi e fieri delle proprie radici.



Giorgio Bargna


" E il vecchio diceva, guardando lontano

Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai coloriE in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioniIl bimbo ristette, lo sguardo era triste
E gli occhi guardavano cose mai viste
E poi disse al vecchio con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre ".


 

giovedì 6 agosto 2026

Oltre i pregiudizi: la sociologia dell'integrazione che la politica ignora

 



Qualche giorno fa un sindaco di sinistra, leggendo il mio post "Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza", ha — diciamo così — storto il naso.

Proviamo allora a dare sostanza alla mia proposta, partendo da basi concrete e da ciò che ognuno di noi può osservare quotidianamente. Nel post precedente proponevo in sintesi due punti chiave:

  • Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua, della storia e della civiltà italiana.

  • Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Analizziamo la realtà dell'immigrazione in Italia mettendo a confronto due fasce. Non su base etnica, ma su base sociologica e culturale: da un lato chi condivide un background d'impronta europea, dall'altro chi proviene da tradizioni diametralmente opposte.

Il blocco a matrice europea e occidentale I dati e la quotidianità ci dicono che i più integrati sono i Rumeni, seguiti da Albanesi e Ucraini. Un discorso a parte meritano i Filippini, che pur essendo meno numerosi vantano una presenza storicamente ben radicata e rispettosa. A favorire questa buona convivenza è senza dubbio la matrice culturale e cristiana (anche quando si parla della quota musulmana della popolazione albanese, la vicinanza geografica e storica fa la differenza).

I Rumeni beneficiano certamente dell'appartenenza all'Unione Europea, ma portano anche un prezioso bagaglio di competenze manuali e artigianali: edilizia, arredo e idraulica per quanto riguarda gli uomini. Sul fronte femminile, libero da vincoli religiosi o moralisti invadenti, troviamo una presenza massiccia sia nel settore industriale sia nei servizi, dalle cure domestiche all'assistenza familiare (colf e badanti).

Lo stesso principio vale per Ucraini e Albanesi. Avendo lavorato al loro fianco in diversi settori, posso confermare che sul piano professionale ed etico del lavoro non hanno nulla da invidiarci.

Le realtà a forte distanza culturale Il quadro cambia notevolmente quando ci si confronta con le comunità provenienti da contesti differenti. Per motivi di tradizione culturale e sociale, l'integrazione piena risulta assai più complessa per i cittadini provenienti da Nord Africa, India e Pakistan.

La comunità cinese, infine, rappresenta un vero e proprio mondo a sé: un ecosistema produttivo e sociale operoso, ma sostanzialmente chiuso ed estraneo alla vita pubblica generale, quasi invisibile agli occhi dei più.

Tutto questo, che piaccia o meno, genera evidenti squilibri sia nell'accesso al mondo del lavoro sia nell'integrazione nel tessuto sociale, finendo per riflettersi in modo inevitabile anche nelle statistiche sulla criminalità.

Mercato del lavoro e divario formativo Se la fascia di matrice europea trova un inserimento lavorativo più lineare e qualificato (come abbiamo visto precedentemente), la compagine proveniente dal Nord Africa (ad esempio Marocco, Tunisia ed Egitto) finisce in gran parte relegata all'agricoltura stagionale, alla logistica, alla ristorazione, ai servizi urbani e al commercio al dettaglio. Si tratta di ambiti dove è purtroppo più frequente l'impiego informale o di mera sussistenza, caratterizzato dall'assenza di tutele contrattuali e, nei casi più gravi, dalla sottomissione alle piaghe del caporalato. Su questo divario incide in maniera determinante anche il livello di scolarizzazione e formazione di partenza, mediamente più elevato tra chi proviene da Paesi europei.

L'analisi delle statistiche criminali: numeri assoluti vs incidenza percentuale Un discorso analogo vale per l'analisi dei reati, dove occorre fare chiarezza per evitare facili strumentalizzazioni:

  • In termini assoluti, le comunità romena e albanese registrano il maggior numero complessivo di denunce e arresti tra gli stranieri. Un dato ampiamente prevedibile, essendo le comunità numericamente più vaste e stabili sul territorio nazionale.

  • In termini percentuali (in rapporto ai residenti ufficiali), si registra invece un'incidenza proporzionalmente più alta tra i cittadini provenienti dall'Africa settentrionale. Questo dato si concentra in prevalenza su specifiche tipologie di reato urbano, quali lo spaccio di stupefacenti al dettaglio e i reati contro il patrimonio (furti e rapine).

La struttura sociale: perché non è una questione etnica, ma culturale e demografica Anche in questo caso, la spiegazione non è di natura etnica o biologica, bensì squisitamente sociologica e culturale.

Mentre l'immigrazione europea e dell'Est si muove prevalentemente per nuclei familiari o si stabilizza in tempi brevi, i flussi dal Nord Africa, dal Pakistan e dall'India sono spesso composti da singoli individui. La presenza di giovani uomini soli, privi di una rete familiare di supporto, di un'abitazione formale e di un contesto comunitario di riferimento li espone a un rischio statisticamente molto più elevato di scivolare nella marginalità e, di conseguenza, nella microcriminalità, rispetto a chi è inserito in un nucleo familiare strutturato.

Non si tratta quindi di alimentare pregiudizi o di tracciare divisioni ideologiche, ma di guardare la realtà per quella che è. L'integrazione non avviene per magia né per decreto: funziona dove ci sono condizioni culturali, familiari e normative che la favoriscono; fallisce dove si creano sacche di marginalità e clandestinità.

Ed è esattamente qui che si inserisce la mia proposta: vincolare i permessi a contratti di integrazione seri e premiare chi rispetta le regole. Continuare a negare queste evidenze in nome di un multiculturalismo astratto non fa il bene del Paese e, soprattutto, non fa il bene di chi in Italia cerca davvero un futuro di lavoro e rispetto reciproco.

Giorgio Bargna







lunedì 3 agosto 2026

L'ombra del Fentanyl sulla società del dissenso (Tra memoria dell'eroina e nuove dipendenze



Come già accaduto in passato, prendo spunto dalla rassegna stampa di "Arianna Editrice" per approfondire un tema di attualità.

Oggi traggo alcune riflessioni sul Fentanyl a partire da un'intervista curata da Federico Dal Cortivo per L’Adige di Verona a Marilina Veca, giornalista d’inchiesta, laureata in Lettere Moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma e specializzata in Paleografia latina, archivistica e diplomatica presso l’Archivio Apostolico Vaticano.

La cronaca recente ci riporta il furto avvenuto a Roma il 3 luglio 2026: dall'Ospedale Israelitico sono sparite 80 fiale di Fentanyl, la cosiddetta "droga degli zombie". Parliamo di un potente farmaco antidolorifico che rappresenta anche una delle sostanze sintetiche più diffuse e pericolose al mondo.

È del tutto evidente che si tratti di un furto su commissione, finalizzato alla rivendita sul mercato nero del dark web. Eppure, a dispetto della gravità dell'evento e del potenziale impatto sociale della sostanza, la notizia è stata rapidamente riassorbita e archiviata nel giro di due o tre giorni, travolta dal flusso quotidiano di cronaca nera, notizie di guerra e dibattiti televisivi.

Per inquadrare la natura del farmaco, cito le parole della giornalista:

«Il Fentanyl è un oppioide sintetico 80-100 volte più potente della morfina. Gli oppioidi sono una classe di farmaci usati contro il dolore grave. Quelli sintetici non derivano direttamente dal papavero da oppio come quelli naturali (per esempio la morfina o la codeina), ma sono prodotti in laboratorio e progettati per potenziare gli effetti degli oppioidi naturali. In ambito medico il Fentanyl è impiegato da decenni principalmente in anestesia, nella fase post-operatoria e in terapia intensiva, in caso di lesioni traumatiche oppure per contrastare le manifestazioni più importanti di dolore cronico grave, come nei malati oncologici o in altre condizioni che comportano dolore forte e persistente.»

Al di là del danno fisico individuale, l'aspetto che più merita attenzione è la dimensione del danno sociale, la cui natura indotta appare più di una semplice ipotesi.

Riporto un ulteriore passaggio dell'intervista a Marilina Veca, di cui condivido la sostanza:

«Il furto di questi giorni ha sollevato forti preoccupazioni sul rischio di una diffusione di massa di questa droga, richiamando alla memoria storica le dinamiche con cui l’eroina invase l’Italia e l’Europa negli anni ’70. (...) Esiste un riferimento con l’eroina degli anni ’70 e con la sua immissione selvaggia sul mercato che servì a smantellare un enorme movimento di lotta e a distruggere un’intera generazione? Il timore che il Fentanyl possa replicare la devastazione dell’eroina degli anni ’70 è reale e si basa su analogie nella diffusione e nell’impatto sociale. Ci fu allora, come ora, un’invasione improvvisa e violenta del mercato. Negli anni ’70 l’eroina arrivò in Italia quasi da un giorno all’altro, sostituendo le droghe leggere. Il timore attuale è che l’immissione sul mercato nero di scorte rubate di Fentanyl possa saturare rapidamente le piazze di spaccio. All’epoca della diffusione dell’eroina nacquero ipotesi storiche (come la teoria dell’Operazione Blue Moon) secondo cui l’afflusso massiccio di droga pesante tra i giovani è servito a sedare le tensioni politiche e la contestazione sociale agendo sulle fasce più fragili della popolazione colpite da isolamento e disagio. (...) Nell’immissione selvaggia dell’eroina in Italia negli anni ’70, è intervenuta a livello organizzativo la grande rete criminale, ma la decisione di diffondere l’eroina è stata prima di tutto una decisione politica, risultato di una combinazione di fattori criminali, geopolitici e sociali ed è stata programmata come repressione, quanto mai cinica ed efficace, del movimento di lotta. Ovviamente la criminalità organizzata si è appoggiata, per la distribuzione nei quartieri popolari delle grandi città, sulla criminalità locale, creando una rete micidiale per efficacia e volontà di uccidere. (...) L’eroina accelerò il fenomeno storico del riflusso alla fine degli anni ’70, che, insieme alle leggi speciali e alla repressione selvaggia, segnò il traumatico passaggio dall’impegno politico collettivo alla chiusura nel privato. La droga diventò strumento di autodistruzione per migliaia di militanti politici che avevano sognato e lottato per cambiare il mondo, per realizzare l’utopia morale e politica di un mondo migliore.»

Sebbene l'analisi della giornalista si focalizzi principalmente sui movimenti di contestazione della sinistra dell'epoca, la dinamica di fondo ha una portata più generale. I centri di potere ricorrono da sempre a strumenti ben precisi per neutralizzare il dissenso e disinnescare la spinta al cambiamento: il classico divide et impera e le forme di stordimento di massa, che si tratti di narrazioni mediatiche e dinamiche social, di strutture e organizzazioni d'inquadramento o, nel senso più letterale e devastante, di sostanze stupefacenti.

Quindi parliamoci chiaro se la presenza del Fentanyl dovesse consolidarsi sul mercato nero e capillarizzarsi nei contesti urbani, le ricadute non sarebbero soltanto sanitarie, ma profondamente strutturali:

A. Livello Sanitario ed Epidemiologico

Impennata di overdosi fatali: A causa dell'estrema potenza della sostanza (misurabile in microgrammi), il margine tra dose efficace e dose mortale è ridottissimo. L'inconsapevolezza dei consumatori sul taglio della sostanza rischia di causare un'ecatombe silenziosa.

Saturazione del sistema sanitario: I reparti di pronto soccorso e i servizi di tossicodipendenza si troverebbero a fronteggiare una crisi improvvisa per cui l'assistenza tradizionale da oppioidi (es. metadone) potrebbe rivelarsi insufficiente o inadeguata senza protocolli specifici per oppioidi sintetici.

B. Livello Sociale e Territoriale

Degrado e insicurezza nei quartieri urbani: Come documentato nelle città nordamericane colpite dalla Fentanyl crisis, si assisterebbe alla rapida nascita di zone di spaccio a cielo aperto, con un forte aumento della microcriminalità di sussistenza e un progressivo spopolamento/degrado degli spazi pubblici.

Atomizzazione del disagio giovanile: La sostanza agisce come un "isolante emotivo". La conseguenza diretta è l'annullamento della conflittualità sociale organizzata, sostituita da una forma di autodistruzione passiva e individuale.

C. Livello Politico e Culturale

Accettazione del "Riflusso 2.0": Di fronte all'incapacità di incidere sui grandi problemi del presente (precarietà, guerre, crisi economica), la diffusione di una droga a bassissimo costo offre una "scappatoia" nichilista, accelerando il disimpegno civile e la rassegnazione.

Inasprimento emergenziale della sicurezza: L'aumento del degrado fornirà la giustificazione perfetta per politiche meramente repressive e securitarie, che spesso colpiscono l'anello debole (il consumatore o il piccolo spacciatore) senza intaccare le reti di traffico apicali.

Di conseguenza, aldilà delle contromisure mediche occorrerà predisporre degli interventi legali:

 - Sicurezza della Filiera Farmaceutica e Vigilanza

Inasprimento della tracciabilità ospedaliera: Revisione dei protocolli di custodia dei farmaci ad alto impatto nelle strutture sanitarie, per impedire che il canale legale diventi il principale fornitore del dark web.

Monitoraggio del Dark Web e dei flussi finanziari: Aumentare la cooperazione tra intelligence, forze dell'ordine e nuclei cibernetici per intercettare i canali di approvvigionamento e di pagamento decentralizzato (criptovalute).

 - Ricostruzione del Tessuto Comunitario

Presidio del territorio: Favorire l'associazionismo, i centri di aggregazione giovanile e le iniziative di quartiere. La presenza viva delle comunità locali negli spazi pubblici è il miglior anticorpo naturale contro l'insediamento del mercato dello spaccio e contro la solitudine che lo alimenta.

Riconoscere questa dinamica significa non cedere alla rassegnazione. La vera contromisura a qualsiasi forma di "anestesia sociale", chimica o digitale che sia, resta la consapevolezza critica e la capacità di fare comunità: l'unico vero anticorpo contro l'isolamento in cui il potere spera di confinarci.

Giorgio Bargna

 

sabato 1 agosto 2026

La trappola della complessità come l'analfabetismo funzionale sta cambiando il voto e la società



L'impatto invisibile dell'analfabetismo funzionale: dalla scrittura al voto

Di recente mi sono imbattuto più volte in pubblicazioni dedicate all'analfabetismo funzionale. Scrivendo e pubblicando regolarmente testi di una certa lunghezza, ho avvertito il bisogno di approfondire l'argomento. Volevo capire se il mio sforzo comunicativo rischiaste di perdersi nel vuoto.

L'analfabetismo funzionale non descrive chi non sa leggere o scrivere, ma chi possiede le competenze di base senza riuscire a usarle efficacemente nella vita di tutti i giorni. Come sancito dall'UNESCO nel 1984, è l'incapacità di comprendere e valutare i testi scritti per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie potenzialità. In sintesi: si comprendono le singole parole, ma non si afferra il quadro generale di un discorso complesso.

In Italia la situazione è critica e si divide in tre grandi fasce:

  1. Il 35% della popolazione (Livello 0-1) fatica anche con i testi più semplici. Queste persone individuano un dato isolato – come un orario su un cartello – ma si bloccano se la lettura richiede di confrontare informazioni o interpretare un paragrafo.

  2. Il 40% (Livello 2) comprende solo testi diretti e lineari. Leggono facilmente una ricetta o un articolo di cronaca, purché privi di figure retoriche o tecnicismi. Mostrano forti difficoltà davanti a contratti, informative sulla privacy o testi argomentativi.

  3. Solo il 25% (Livello 3+) possiede un'ottima capacità di analisi. Parliamo di un solo italiano su quattro in grado di cogliere l'ironia, verificare le fonti e smontare testi articolati.

All’origine di questo scenario ci sono la mancanza di una fruizione culturale continua dopo la scuola, il sovraccarico informativo dei canali digitali – che frammenta l'attenzione e penalizza la sintassi complessa – e un divario strutturale che ci vede ancora molto indietro rispetto alla media dei paesi OCSE.

Fatti due conti, sebbene il 65-70% degli italiani sia in grado di assimilare un testo semplice scritto in modo chiaro, basta l'introduzione di una minima complessità logica per dimezzare la platea di chi comprende davvero.

Come l'analfabetismo funzionale trasforma il voto

Le ripercussioni di questa frattura cognitiva non si limitano alla ricezione di un articolo, ma si riflettono direttamente sulla vita democratica e sul comportamento elettorale, manifestandosi attraverso quattro dinamiche principali:

  • Vulnerabilità alla disinformazione: L'incapacità di analizzare criticamente una fonte spinge a credere a notizie false, bufale e teorie del complotto. I messaggi politici basati su risposte emotive, stimoli visivi e narrazioni ultra-semplificate trovano qui un terreno ideale.

  • Predilezione per slogan e soluzioni facili: Le grandi questioni (come la gestione economica, i flussi migratori o le riforme strutturali) richiedono ragionamenti articolati. Chi soffre di questo deficit tende a premiare i leader che offrono rispostemmediate, dicotomiche ("noi contro loro") e prive di una reale fattibilità.

  • Percezione limitata all'esperienza diretta: Come evidenziato dal linguista Tullio De Mauro, l'analfabeta funzionale interpreta il mondo solo attraverso la propria sfera personale e immediata. Fatica a valutare gli effetti indiretti, collettivi o a lungo termine di una scelta politica.

  • Sfiducia istituzionale e voto di protesta: Questa barriera genera spesso un profondo risentimento verso la collettività e lo Stato. Il risultato è un grave disallineamento democratico, che si traduce nell'allontanamento totale dalle urne (astensionismo cronico) o in un voto di pura rabbia.

Il costo socioeconomico: produttività, povertà e criminalità

Le conseguenze colpiscono l'intero tessuto socioeconomico. Già nel 2001, uno studio del Northeast Institute evidenziava come le perdite economiche causate da bassa produttività, errori sul lavoro e incidenti legati all'analfabetismo funzionale ammontassero a miliardi di dollari all'anno. Esiste infatti un legame diretto tra le competenze degli adulti e il futuro del Paese: la ricerca sociologica dimostra che le nazioni con una solida competenza civica tra gli adulti registrano anche i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra i giovani.

Al contrario, la carenza di queste abilità espone le persone a intimidazioni sociali, rischi per la salute, stress cronico e redditi stabilmente bassi, creando un ponte invisibile verso la povertà e l'illegalità.

La correlazione tra criminalità e analfabetismo funzionale è un dato purtroppo noto a criminologi e sociologi. Nei primi anni 2000, le stime negli Stati Uniti indicavano che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che ben l'85% dei minorenni entrati nel circuito della giustizia minorile avesse gravi lacune nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Conclusione: la responsabilità di chi comunica

Tornando al mio dubbio iniziale, la risposta è sì: il nostro sforzo comunicativo ne risente profondamente. Scrivere oggi non significa più soltanto esprimere un'idea, ma fare i conti con la reale capacità di ricezione del pubblico.

Se la maggioranza dei cittadini fatica a decodificare la complessità, il rischio per chi pubblica testi articolati è duplice: essere fraintesi o, peggio, diventare invisibili. Ma la soluzione non può essere l'appiattimento culturale o la rinuncia alla profondità. Al contrario, la sfida per noi divulgatori e autori diventa quasi pedagogica. Dobbiamo imparare a padroneggiare la chiarezza senza sacrificare la precisione, usando una sintassi lineare come ponte per spiegare concetti complessi.

Solo riducendo l'attrito della lettura potremo sperare di stimolare quel pensiero critico che oggi, i dati dimostrano, è il vero e più fragile pilastro della nostra società.



 

martedì 21 luglio 2026

La «Questione Settentrionale»: dall'invecchiamento alla nuova povertà


Abbiamo affrontato più volte queste tematiche, ma un ripasso ogni tanto non fa mai male.

Partiamo dall'invecchiamento demografico, un fenomeno che porta con sé un problema ormai strutturale: la sostenibilità del sistema di welfare.

Nel Nord Italia, questo fenomeno è legato a due fattori principali: il crollo storico delle nascite e il netto aumento dell'aspettativa di vita. Dire questo, però, rischia di essere riduttivo.

Al Nord si fanno pochi figli e sempre più avanti con gli anni. Le donne tendono ad avere il primo figlio in età più avanzata (spesso oltre i 32 anni) per dare priorità alla formazione, alla carriera e alla stabilità economica, riducendo così la finestra biologica per ulteriori gravidanze. A questo si aggiunge l'effetto del baby boom del passato: le generazioni molto numerose nate in quegli anni stanno oggi entrando nell'età della terza e quarta età, ingrossando le fila della popolazione anziana.

Come se non bastasse, negli ultimi anni l'immigrazione si è stabilizzata e non riesce più a colmare l'enorme divario tra decessi e nascite. Parallelamente, la costante fuga di giovani laureati verso l'estero priva il territorio di risorse in età lavorativa e riproduttiva.

La conseguenza è il continuo aumento dei cosiddetti "grandi anziani", una fascia d'età che richiede cure mediche prolungate, assistenza infermieristica costante e supporto quotidiano. Allo stesso tempo, la frammentazione delle famiglie moderne e la riduzione del numero di figli fanno sì che molti anziani si trovino a vivere soli, poggiando su una rete di supporto informale (i caregiver familiari) sempre più fragile e sovraccarica.

In questo scenario, la carenza di posti letto accreditati nelle RSA e i costi oramai proibitivi delle rette rispetto alle pensioni medie spingono le famiglie verso lunghe liste d'attesa o soluzioni private insostenibili. Si tratta di una vera e propria emergenza che richiede al più presto risposte e modelli alternativi.

Una risposta l'abbiamo data attraverso questo pensiero che vi invito a leggere , che va oltre l'assistenza domiciliare integrata o l'utilizzo della telemedicina, questa seconda ipotesi poi si scontra con la fragilità digitale nella popolazione anziana.

Affrontare questo tema richiede una visione che sappia coniugare la sostenibilità dei bilanci pubblici con il riconoscimento della dignità e dei diritti di cura per una generazione che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo economico del territorio.

Ma altri drammatici problemi sociali incalzano la nostra società: la crisi del potere d’acquisto, l’emergenza abitativa nelle grandi città e il progressivo declino del sistema sanitario pubblico ribaltano la storica percezione del Settentrione come un’"isola felice" immune da gravi fratture sociali.

I dati del Rapporto Istat 2026 e i monitoraggi della Caritas Italiana lo confermano senza sconti: la povertà è ormai diventata una vera e propria "questione settentrionale" — una piaga mimetizzata ma strutturale, alimentata dal costo della vita insostenibile.

Di seguito, le emergenze sociali prioritarie che il Nord si trova oggi ad affrontare:

- Il fenomeno del "lavoro povero": Avere un’occupazione non basta più a proteggere dalla povertà. I salari stagnanti crollano di fronte a un’inflazione cumulata sempre più pesante.

- Emergenza abitativa e caro affitti: Il costo degli alloggi e dei canoni di locazione nelle grandi aree metropolitane (Milano, Torino, Bologna) esclude lavoratori, giovani e studenti dalla vita urbana.

- Crisi dei servizi sociali e della sanità: Liste d’attesa interminabili nella sanità pubblica costringono le famiglie al ricorso forzato alle strutture private o alla rinuncia alle cure.

-Povertà assoluta nelle periferie: Negli ultimi dieci anni, il numero di famiglie indigenti al Nord è raddoppiato, concentrandosi soprattutto nelle cinture periferiche dei grandi centri.

- Disagio giovanile e sicurezza urbana: Aumenta la percezione di insicurezza legata al fenomeno delle "baby gang" e alla devianza giovanile, sintomo di un profondo sfilacciamento sociale.

- Integrazione e marginalità: La forte richiesta di manodopera si scontra ancora troppo spesso con la mancanza di tutele contrattuali adeguate e soluzioni abitative dignitose.

Le risposte non possono che essere quelle che vi elenco:

1. Contrastare il "lavoro povero"

- Gabbie salariali su base regionale/territoriale: Adeguare la contrattazione collettiva al costo effettivo della vita locale. Un salario nominale non può valere lo stesso a Milano e in aree dal costo della vita dimezzato.

- Meno tasse sul lavoro locale: Detassazione completa degli straordinari e dei premi di produzione per riattivare il potere d'acquisto dei lavoratori del Nord.

2. Emergenza abitativa e affitti

- Social Housing e valorizzazione del patrimonio pubblico: Un piano straordinario di edilizia residenziale sociale attraverso fondi regionali, recuperando gli immobili pubblici sbandonati anziché cementificare.

-Incentivi fiscali per i locatori vicini al territorio: Riduzione dell'IMU e cedolare secca agevolata per chi affitta a canone concordato a residenti, giovani e lavoratori della comunità.

3. Sanità e servizi sociali di prossimità

- Autonomia e gestione diretta della spesa sanitaria: Trattenere il gettito fiscale al Nord per investire nelle eccellenze mediche territoriali e abbattere le liste d'attesa.

- Valorizzazione del Terzo Settore e sussidiarietà: Valorizzare la rete di volontariato e mutualismo storica del Nord per alleggerire la pressione sui servizi pubblici.

4. Periferie e povertà assoluta

- Riqualificazione urbana e sicurezza: Fondi dedicati per le periferie dei grandi capoluoghi per creare centri di aggregazione, servizi essenziali e presidi di quartiere.

- Welfare attivo e non assistenzialista: Passaggio da misure puramente assistenziali a percorsi di reinserimento lavorativo gestiti direttamente dai Centri per l'Impiego regionali.

5. Sicurezza e devianza giovanile

- Presidio del territorio e Polizia Locale rafforzata: Riconoscimento di maggiori competenze e risorse alle forze di polizia locale per il controllo dei quartieri a rischio.

-Educazione al lavoro e formazione professionale: Rilancio degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) e dei centri di formazione professionale regionali come alternativa alla strada e all'abbandono scolastico.

6. Gestione dell'immigrazione e lavoro dignitoso

- Integrazione legata al lavoro e alla casa: L'accoglienza deve essere proporzionata alla reale capacità di assorbimento del mercato del lavoro e del sistema abitativo locale.

- Lotta al caporalato urbano e all'irregolarità: Tolleranza zero verso lo sfruttamento lavorativo che crea degrado e marginalità nelle nostre città.

Giorgio Bargna


sabato 11 luglio 2026

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

domenica 28 giugno 2026

Un sogno da scongelare: il patto tra generazioni per il futuro del Nord



Oltre il tramonto della vecchia politica: un sogno da scongelare

Chi, come me, ha superato i sessanta e segue con passione l'orizzonte politico, custodisce nel cuore un sogno che resta più che mai possibile: trasformare il nostro Stato-nazione in un moderno Stato federale, tappa necessaria per approdare a un'Europa dei popoli e rifondare il senso della nostra comunità.


Il blocco del sistema

Purtroppo, questo percorso è stato ostacolato da una politica nazionale restia a cambiare rotta. Si è preferito preservare un assetto che ha favorito l’ascesa di una classe dirigente autoreferenziale e tecnocratica. Dopo la stagione di Tangentopoli, il sistema politico è degenerato: siamo passati dal confronto tra i grandi schieramenti di un tempo a un’accozzaglia di sigle che, pur dichiarandosi di destra o di sinistra, hanno fatto ricorso ad accordi sottobanco pur di gestire il potere. Emblematico è il caso di molti movimenti che, nati come federalisti, hanno tradito le proprie radici in nome di un nazionalismo di convenienza.

Sfatare il mito dell'apatia giovanile

Tuttavia, questo sogno non è morto; è semplicemente "surgelato", in attesa di qualcuno capace di riportarlo in vita. E i protagonisti devono essere i giovani. Contrariamente a quanto raccontano i media, i ragazzi non sono affatto disinteressati: un recente studio dell'Istituto Toniolo smentisce categoricamente lo stereotipo dell'apatia giovanile, offrendoci una fotografia chiara della situazione:

Interesse e partecipazione: Il 76,4% dei giovani si dichiara mediamente o molto interessato alla politica, mentre il 71,7% considera il voto uno strumento fondamentale per la democrazia.

Volontà di impegno: Circa l'80% è pronto a impegnarsi in prima persona, a patto di trovare occasioni concrete.

Il vero ostacolo: Il problema non è la mancanza di interesse, ma un profondo senso di esclusione. Il 62,3% ritiene che la politica italiana non offra spazi reali di partecipazione, percependo i pochi canali esistenti come puramente simbolici o consultivi.

Sfiducia nei partiti: Solo il 31,6% dei giovani ripone fiducia nei partiti tradizionali, sentendosi sistematicamente ignorati dai leader attuali.

Proprio a causa di questo isolamento, i giovani si sono orientati verso forme di attivismo alternative — movimenti tematici per il clima, diritti civili e parità di genere, piazze digitali e consumo critico — che, pur mantenendo viva la loro passione, non sono ancora sufficienti a trasformare radicalmente il quadro politico nazionale.

La proposta di "Patto per il Nord" secondo la mia visione

Noi di Patto per il Nord abbiamo una visione diversa: vogliamo spalancare le porte al confronto, per costruire insieme una classe dirigente che nasca dal basso. La nostra politica vuole essere, davvero, "con la gente, tra la gente, per la gente".

Mi rivolgo soprattutto ai giovani: solo voi potete portare quel pensiero innovativo che noi, "anziani" dell'impegno politico, non siamo più in grado di generare da soli. È tempo di passare il testimone: noi mettiamo l'esperienza, voi l'energia necessaria per scongelare finalmente il nostro sogno.

Non chiedo ai giovani di 'seguire' un leader, ma di costruire con noi. 

Per questo ritengo che, Patto per il Nord, debba lanciare qualcosa di simile a delle proprie Officine del Territorio: laboratori aperti dove l’esperienza di chi ha vissuto la politica del secolo scorso incontra l'energia e le competenze dei nativi digitali. 

Non occorrono  giovani che facciano da spettatori ai congressi, ma protagonisti che, attraverso mentorship dedicate e maratone di idee, scrivano le soluzioni per il futuro del Nord. 

Lo spazio che le istituzioni vi negano, noi lo vogliamo aprire insieme a voi, perchè vi è dovuto.

So che siete stanchi di sentire promesse e so che i partiti vi hanno deluso, per questo non vi chiedo di iscrivervi a un partito, ma di partecipare a un cantiere aperto.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

 

giovedì 28 maggio 2026

Un Manifesto per il Federalismo Gestionale


Nei giorni scorsi leggevo su una testata online di settore una disamina – se così possiamo definirla – su come interpretare il federalismo oggi. 
Più che un'analisi oggettiva, si trattava di una critica nemmeno troppo velata al Patto per il Nord; una critica sterile, poiché una vera disamina dovrebbe offrire spunti propositivi anziché limitarsi a una semplice recensione.
Su un punto, tuttavia, concordo: il Nord, così come il resto del mondo, è profondamente cambiato. 
Sono mutate le necessità, le esigenze, gli stili di vita e il mercato del lavoro, ridefinendo la ricchezza economica del Settentrione e dell'intero Paese.
Tra i settori che hanno subìto le trasformazioni più radicali ci sono senza dubbio la sicurezza e la sanità. Qui al Nord, dove la sanità ha sempre rappresentato un fiore all’occhiello, è ormai evidente la grave difficoltà dei sistemi regionali nel mantenere gli standard storici, o quantomeno accettabili. Il problema non risiede solo nella carenza di medici di base, nel collasso dei pronto soccorso o nelle liste d'attesa interminabili per visite ed esami specialistici: assistiamo a un vero e proprio cedimento strutturale della qualità del servizio.
Il paradigma della sicurezza urbana ha subìto una profonda trasformazione. 
In passato la principale minaccia era rappresentata dalla criminalità organizzata; oggi, invece, la microcriminalità e i reati predatori sono stabilmente in cima alle preoccupazioni dei residenti. Se un tempo il pericolo appariva distante dalla vita di tutti i giorni, oggi influisce direttamente sulle nostre routine: dall'uscita mattutina per andare al lavoro, alla passeggiata serale, fino a un semplice aperitivo al bar. Furti, scippi, violenze gratuite e degrado urbano sono ormai diventati un'allarmante realtà quotidiana.
Anche l’elettore padano ha cambiato prospettiva. 
Se un tempo la richiesta di autonomia nasceva dal bisogno di difendere la propria ricchezza, oggi la priorità è proteggersi dal carovita, se non dalla povertà vera e propria. 
Un’inflazione persistente sta erodendo il potere d’acquisto dei salari, intrecciandosi con l'emergenza abitativa: i costi insostenibili di affitti e mutui, infatti, non risparmiano più nemmeno le province. Nei trent'anni trascorsi dalla nascita del "sogno padano", sono emersi problemi strutturali che la politica ha spesso ignorato o eluso, per convenienza o sudditanza verso determinati gruppi di interesse. 
La congestione del traffico stradale e la necessità di potenziare i trasporti pendolari sono istanze fortemente sentite ma prive di risposte concrete, al pari di una stagnazione salariale che ha disallineato gli stipendi dal costo della vita.
Ci troviamo di fronte a un’economia a due velocità. I dati macroeconomici di istituti come Assolombarda confermano che, sebbene la regione resti la "locomotiva d'Italia", la crescita complessiva è modesta e disomogenea. I salari reali rimangono fermi, mentre l'inflazione locale e i costi energetici penalizzano pesantemente sia i bilanci familiari sia le piccole imprese artigiane.

Beh, io propendo verso il Federalismo delle Competenze, moderno, 3.0, che non deve più essere una battaglia ideologica di bandiera, ma uno strumento gestionale focalizzato su efficienza, prossimità e sussidiarietà.
Riguardo la sanità io propongo autonomia di gestione e reclutamento. Per superare il cedimento strutturale dei sistemi regionali, la mia soluzione federalista prevede la contrattazione territoriale, cioè la libertà per le Regioni di ridefinire gli stipendi del personale medico per frenare la fuga verso il privato o l'estero. Chiedo flessibilità formativa: gestione locale dei posti nelle scuole di specializzazione medica in base al fabbisogno epidemiologico del territorio. Ritengo necessaria l'integrazione sociosanitaria, con il trasferimento dei fondi statali per la non-autosufficienza direttamente ai distretti comunali per azzerare la burocrazia.
Riguardo la sicurezza urbana ritengo necessaria la creazione di una Polizia Locale Regionale. Il contrasto alla microcriminalità richiede il passaggio da un modello centralizzato a uno di prossimità, attraverso la trasformazione della Polizia Locale in una vera forza di sicurezza regionale con pieni poteri giudiziari e di controllo del territorio. Questo richiede risorse vincolate attraverso la trattenuta diretta di una quota delle tassazioni locali per finanziare sistemi di videosorveglianza e presidi fissi nei quartieri degradati. Occorre inoltre rimodulare la funzione del Prefetto, o meglio sostituirla attraverso una figura che tratti e risponda direttamente ai presidenti di Regione per i piani di sicurezza pubblica urbana e che sia in grado di colloquiare anche con Sindaci e vertici della sicurezza locale.
Riguardo il contrasto al carovita ritengo fondamentali gabbie salariali ed equità. Per proteggere il potere d'acquisto dell'elettore e rispondere alla transizione economica occorre una fiscalità differenziata. Parlo di detrazione delle spese vive (affitti, trasporti) dalle tasse regionali in base al reale costo della vita locale. Parlo, infine, della trattenuta delle tasse sul territorio, affinché la ricchezza prodotta dai cittadini resti dove viene generata per finanziare direttamente i servizi locali.
Ritengo fondamentali dei salari minimi territoriali, tradotto, la  possibilità di concordare contratti collettivi regionali integrativi per adeguatezza al carovita del Settentrione.
E poi quello che non è solo un parametro del federalismo 3.0, ma ciò che ci contraddistingue dall'inizio, l'ascolto della gente, delle necessità e dei problemi, perché la risposta politica non può nascere che dall'ascolto.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como






 

domenica 17 maggio 2026

Oltre l'ultima campanella


Mi è capitato, praticamente in contemporanea, di leggere un articolo, ascoltare un dibattito in radio e parlare con un genitore del tema scuola ed estate.
Dall'articolo in questione si apprende che il Ministro dell’Istruzione ha firmato il decreto che dà il via al Piano Estate 2026., stanziando per questo progetto 300 milioni di euro.
Un "dramma" delle famiglie italiane, in particolar modo quelle con  entrambi i genitori lavoratori, che, spesso e volentieri, devono attuare, in estate, piani strategico/organizzativi da far invidia agli esperti di strategia bellica o finanziaria.
Tra le dichiarazioni del Ministro troviamo anche questa: "Il Piano offre opportunità preziose soprattutto agli studenti che hanno meno occasioni di crescita extra-scolastica, garantendo loro spazi sicuri, stimolanti e inclusivi".
Nella visione del Ministro, non potrebbe comunque essere molto diversa la sostanza, le risorse saranno destinate ad attività ed azioni che escono dalla didattica intesa in senso stretto. 
Attraverso sportive e laboratori artistici si punta a migliorare tanto il benessere fisico che la creatività, attraverso ripetizioni, corsi e laboratori si intende  potenziare le competenze dei ragazzi.
Il decreto ha il suo valore sicuramente e segue passaggi già testati ma ha i suoi limiti.
Innanzitutto è rivolto alle scuole che volgarmente chiamiamo elementari, medie e superiori, gli i nidi e le materne rimangono ancora una volta un mondo a parte.
Un secondo limite, inevitabile, è l'adesione volontaria tanto delle scuole, che decidono autonomamente se partecipare e quali progetti presentare, tanto per l’adesione del personale docente e ATA .
Fin qui il decreto, ma vediamo un pò di allargare il tema.
Ora, è chiaro a tutti coloro che utilizzano il dono dell'intelligenza, che tanto il personale docente che quello ATA , durante l'estate non si trasforma in un esercito di mangiapane a tradimento.
Escluse le giornate di meritate ferie i docenti svolgono esami di Stato, scrutini e attività di recupero, dedicandosi poi all'aggiornamento, mentre il personale ATA rimane in servizio per gestire le pratiche, i progetti estivi e le pulizie straordinarie.
Questo però non toglie il problema ai genitori, perché, se quando la strutturalità della scuola è nata per come la conosciamo esisteva una forma patriarcale e allargata della famiglia, oggi siamo davanti a realtà ben diverse e diversificate.
Oggi entrambi i genitori lavorano e condividono equamente i compiti di accudimento e le faccende domestiche, quando ci sono due genitori, poi ci sono genitori soli e genitori che hanno da preoccuparsi dei figli generati in più famiglie.
Come un tempo ci sono le soluzioni classiche legate agli oratori, che in parte aiutano, ma l'universo legato alla religione si sta sempre più assottigliando e diventa anche per loro difficile organizzarsi e mantenere economicamente sostenibile l'azione, anche a causa della burocrazia.
Negli ultimi anni, per le famiglie più abbienti è sorta la possibilità dei centri estivi diurni e dei summer camp che offrono ai ragazzi un'ampia scelta di attività, tra sport, lingue e natura, ma ci troviamo di fronte a costi che partono ad una media di 140 € a settimana per i primi per arrivare a cifre davvero importanti per gli altri.
Ma vista la struttura attuale delle famiglie occorre andare oltre.
La soluzione principale per superare i limiti, non tanto dei vari del "Piani Estate", ma di tutta la problematica in generale, risiede nella trasformazione della scuola in un centro civico aperto tutto l'anno, basato su alleanze strutturali tra Ministero, Comuni e Terzo Settore.
E' necessaria una transizione da "misura emergenziale e volontaria" a un "sistema integrato nazionale". 
Invece di contare solo su docenti e ATA, la scuola dovrebbe aprirsi stabilmente a educatori professionali, associazioni sportive e culturali.
La scuola mette gli spazi, il Comune e il Terzo Settore mettono il personale e la programmazione.
Sostanzialmente una sorta di riconversione degli Istituti in Hub Polifunzionali, mantenere gli edifici aperti non solo per i laboratori, ma trasformandoli in vere e proprie "scuole aperte" e centri civici per l'intera estate. 
Gli edifici scolastici non dovrebbero mai chiudere. Se non c'è didattica, deve esserci presidio sociale, sport e creatività, garantendo "spazi sicuri", come citato dal Ministro, ma in modo automatico e non facoltativo.
Questo richiede una gestione continuativa degli spazi scolastici e un'alleanza territoriale solida, superando l'approccio episodico.
Perché comunque, come già detto, il punto non è "far lavorare i docenti in estate", ma smettere di considerare l'estate come un tempo "morto" per l'istituzione scolastica, oltre a venire incontro alle esigenze delle famiglie.
Il tutto senza dimenticarci di includere il segmento 0-6,i servizi per l'infanzia, che sono i più critici per i genitori lavoratori, evitiamo che nidi e materne rimangano "un mondo a parte".
Si potrebbe proporre anche un approccio di Service Learning, ovvero far sì che le attività estive degli studenti più grandi (superiori) si traducano in tutoraggio per i più piccoli, volontariato civico o progetti di tutela del territorio, unendo socialità e apprendimento pratico. Molti di questi ragazzi si prodigano in estenuanti attività in località turistiche, perché  non fornire loro la possibilità di esprimersi sul proprio territorio?
In conclusione, la vera falla, e il fondo del problema che le famiglie si trovano a sbattere contro il muro ogni giugno, è l'assenza strutturale di un welfare che supporti la genitorialità. 
La scuola non può e non deve essere trasformata in un "parcheggio" estivo per tamponare i buchi di un mercato del lavoro che concede ferie limitate e di un sistema di centri estivi privati i cui costi, spesso proibitivi, creano ulteriori disuguaglianze sociali.
Se davvero si vogliono offrire spazi sicuri e inclusivi agli studenti e sollevare i genitori dall'ansia organizzativa, non basta stanziare 300 milioni per progetti su base volontaria. Servirebbe un cambio di paradigma radicale, che permetta alle istituzioni scolastiche di rimanere aperte come presidi territoriali tutto l'anno, integrandosi con le politiche sociali dei Comuni e offrendo servizi continuativi e gratuiti (o calmierati), ma soprattutto garantendo tutele reali e una conciliazione vita-lavoro che non gravi sempre e solo sulle spalle delle famiglie.
La scuola d'estate non va considerata come un deserto, ma destinata ad essere un cantiere aperto. Eppure, nonostante i fondi e i buoni propositi, la sensazione è quella di un eterno "vorrei ma non posso". Finché il Piano Estate sarà affidato alla buona volontà dei singoli istituti e alla disponibilità extra dei docenti, non sarà una soluzione al welfare familiare, ma solo un esperimento di buona volontà. 
E le famiglie italiane? 
Per ora, farebbero bene a non smobilitare l'ufficio di "strategia bellica" allestito in cucina.

Giorgio Bargna