Mi è capitato, praticamente in contemporanea, di leggere un articolo, ascoltare un dibattito in radio e parlare con un genitore del tema scuola ed estate.
Dall'articolo in questione si apprende che il Ministro dell’Istruzione ha firmato il decreto che dà il via al Piano Estate 2026., stanziando per questo progetto 300 milioni di euro.
Un "dramma" delle famiglie italiane, in particolar modo quelle con entrambi i genitori lavoratori, che, spesso e volentieri, devono attuare, in estate, piani strategico/organizzativi da far invidia agli esperti di strategia bellica o finanziaria.
Tra le dichiarazioni del Ministro troviamo anche questa: "Il Piano offre opportunità preziose soprattutto agli studenti che hanno meno occasioni di crescita extra-scolastica, garantendo loro spazi sicuri, stimolanti e inclusivi".
Nella visione del Ministro, non potrebbe comunque essere molto diversa la sostanza, le risorse saranno destinate ad attività ed azioni che escono dalla didattica intesa in senso stretto.
Attraverso sportive e laboratori artistici si punta a migliorare tanto il benessere fisico che la creatività, attraverso ripetizioni, corsi e laboratori si intende potenziare le competenze dei ragazzi.
Il decreto ha il suo valore sicuramente e segue passaggi già testati ma ha i suoi limiti.
Innanzitutto è rivolto alle scuole che volgarmente chiamiamo elementari, medie e superiori, gli i nidi e le materne rimangono ancora una volta un mondo a parte.
Un secondo limite, inevitabile, è l'adesione volontaria tanto delle scuole, che decidono autonomamente se partecipare e quali progetti presentare, tanto per l’adesione del personale docente e ATA .
Fin qui il decreto, ma vediamo un pò di allargare il tema.
Ora, è chiaro a tutti coloro che utilizzano il dono dell'intelligenza, che tanto il personale docente che quello ATA , durante l'estate non si trasforma in un esercito di mangiapane a tradimento.
Escluse le giornate di meritate ferie i docenti svolgono esami di Stato, scrutini e attività di recupero, dedicandosi poi all'aggiornamento, mentre il personale ATA rimane in servizio per gestire le pratiche, i progetti estivi e le pulizie straordinarie.
Questo però non toglie il problema ai genitori, perché, se quando la strutturalità della scuola è nata per come la conosciamo esisteva una forma patriarcale e allargata della famiglia, oggi siamo davanti a realtà ben diverse e diversificate.
Oggi entrambi i genitori lavorano e condividono equamente i compiti di accudimento e le faccende domestiche, quando ci sono due genitori, poi ci sono genitori soli e genitori che hanno da preoccuparsi dei figli generati in più famiglie.
Come un tempo ci sono le soluzioni classiche legate agli oratori, che in parte aiutano, ma l'universo legato alla religione si sta sempre più assottigliando e diventa anche per loro difficile organizzarsi e mantenere economicamente sostenibile l'azione, anche a causa della burocrazia.
Negli ultimi anni, per le famiglie più abbienti è sorta la possibilità dei centri estivi diurni e dei summer camp che offrono ai ragazzi un'ampia scelta di attività, tra sport, lingue e natura, ma ci troviamo di fronte a costi che partono ad una media di 140 € a settimana per i primi per arrivare a cifre davvero importanti per gli altri.
Ma vista la struttura attuale delle famiglie occorre andare oltre.
La soluzione principale per superare i limiti, non tanto dei vari del "Piani Estate", ma di tutta la problematica in generale, risiede nella trasformazione della scuola in un centro civico aperto tutto l'anno, basato su alleanze strutturali tra Ministero, Comuni e Terzo Settore.
E' necessaria una transizione da "misura emergenziale e volontaria" a un "sistema integrato nazionale".
Invece di contare solo su docenti e ATA, la scuola dovrebbe aprirsi stabilmente a educatori professionali, associazioni sportive e culturali.
La scuola mette gli spazi, il Comune e il Terzo Settore mettono il personale e la programmazione.
Sostanzialmente una sorta di riconversione degli Istituti in Hub Polifunzionali, mantenere gli edifici aperti non solo per i laboratori, ma trasformandoli in vere e proprie "scuole aperte" e centri civici per l'intera estate.
Gli edifici scolastici non dovrebbero mai chiudere. Se non c'è didattica, deve esserci presidio sociale, sport e creatività, garantendo "spazi sicuri", come citato dal Ministro, ma in modo automatico e non facoltativo.
Questo richiede una gestione continuativa degli spazi scolastici e un'alleanza territoriale solida, superando l'approccio episodico.
Perché comunque, come già detto, il punto non è "far lavorare i docenti in estate", ma smettere di considerare l'estate come un tempo "morto" per l'istituzione scolastica, oltre a venire incontro alle esigenze delle famiglie.
Il tutto senza dimenticarci di includere il segmento 0-6,i servizi per l'infanzia, che sono i più critici per i genitori lavoratori, evitiamo che nidi e materne rimangano "un mondo a parte".
Si potrebbe proporre anche un approccio di Service Learning, ovvero far sì che le attività estive degli studenti più grandi (superiori) si traducano in tutoraggio per i più piccoli, volontariato civico o progetti di tutela del territorio, unendo socialità e apprendimento pratico. Molti di questi ragazzi si prodigano in estenuanti attività in località turistiche, perché non fornire loro la possibilità di esprimersi sul proprio territorio?
In conclusione, la vera falla, e il fondo del problema che le famiglie si trovano a sbattere contro il muro ogni giugno, è l'assenza strutturale di un welfare che supporti la genitorialità.
La scuola non può e non deve essere trasformata in un "parcheggio" estivo per tamponare i buchi di un mercato del lavoro che concede ferie limitate e di un sistema di centri estivi privati i cui costi, spesso proibitivi, creano ulteriori disuguaglianze sociali.
Se davvero si vogliono offrire spazi sicuri e inclusivi agli studenti e sollevare i genitori dall'ansia organizzativa, non basta stanziare 300 milioni per progetti su base volontaria. Servirebbe un cambio di paradigma radicale, che permetta alle istituzioni scolastiche di rimanere aperte come presidi territoriali tutto l'anno, integrandosi con le politiche sociali dei Comuni e offrendo servizi continuativi e gratuiti (o calmierati), ma soprattutto garantendo tutele reali e una conciliazione vita-lavoro che non gravi sempre e solo sulle spalle delle famiglie.
La scuola d'estate non va considerata come un deserto, ma destinata ad essere un cantiere aperto. Eppure, nonostante i fondi e i buoni propositi, la sensazione è quella di un eterno "vorrei ma non posso". Finché il Piano Estate sarà affidato alla buona volontà dei singoli istituti e alla disponibilità extra dei docenti, non sarà una soluzione al welfare familiare, ma solo un esperimento di buona volontà.
E le famiglie italiane?
Per ora, farebbero bene a non smobilitare l'ufficio di "strategia bellica" allestito in cucina.
Giorgio Bargna

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