Visualizzazione post con etichetta Tasse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tasse. Mostra tutti i post

domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna

 

sabato 29 agosto 2026

La trincea dei Sindaci e l'inganno del centralismo



Per sviluppare questa riflessione parto da due fatti di cronaca avvenuti di recente nel Comasco: una discussione sul decoro pubblico in Brianza e gli atti vandalici registrati a Lurate Caccivio, legati al disagio di una persona fragile.

Sul primo punto sono già intervenuto in un dibattito online: al di là del singolo episodio, il nodo centrale resta la cronica carenza di personale nei Comuni. Se un sindaco non può assumere chi serve per accudire il paese, è perché le decisioni finanziarie prese a livello centrale continuano a penalizzare gli enti locali. E a metterci la faccia — e la responsabilità — restano sempre gli amministratori di prossimità.

Sul fronte della sicurezza e del degrado sociale, il problema di fondo è analogo: la carenza di strumenti reali. Lo riassume bene la sindaca di Lurate Caccivio, Serena Arrighi, sulle pagine de La Provincia:

«Come sindaco continuerò a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità, credo però sia arrivato il momento di chiedersi, anche a livello istituzionale più alto, se non sia necessario costruire strumenti nuovi e più efficaci che consentano di tutelare la persona fragile e la sicurezza della collettività. Quando le istituzioni intervengono ripetutamente e il problema continua a riproporsi non significa che nessuno stia facendo il proprio dovere, ma forse dobbiamo avere il coraggio di chiederci se gli strumenti che abbiamo siano davvero sufficienti».

È proprio qui che si riapre, con drammatica concretezza, il nodo della questione settentrionale.

Da anni ci sentiamo dire che il centralismo serve a garantire equità, ma il risultato sul campo è questo: i Comuni del Nord, che sostengono l'impalcatura economica della Nazione, si ritrovano a fare i "commissari al degrado" a mani nude. Roma trattiene il gettito e restituisce ai territori una burocrazia asfissiante e leggi inadeguate per gestire le emergenze reali.

Quello che chiedono amministratori come Serena Arrighi o i sindaci della nostra Brianza non è l'elemosina di un fondo straordinario, ma un cambio di paradigma: trattenere le risorse necessarie per governare il territorio e avere leggi a misura di comunità.

Se la politica nazionale non comprende che la sicurezza urbana, il decoro e il soccorso alle persone fragili si garantiscono dando forza, soldi e poteri ai Comuni, continueremo ad assistere alla solita commedia: la periferia lavora e produce, Roma incassa, e i cittadini si tengono i problemi sotto casa.

Perché difendere la nostra terra non è un'astrazione ideologica: significa mettere i nostri sindaci nelle condizioni di difendere la qualità della vita, la sicurezza e la dignità delle nostre comunità. Senza autonomia reale, la politica di prossimità continuerà a essere una trincea svuotata di munizioni.

Giorgio Bargna

Coordinatore Provinciale

Patto per il Nord

 

domenica 16 agosto 2026

Niente è gratis: perché dobbiamo smettere di ringraziare lo Stato per i servizi che abbiamo già pagato


Già da tempo volevo dedicare dei minuti al sostituto d'imposta, questo sconosciuto.

Recentemente attraverso i commenti sui miei post mi sono reso conto che la situazione è parecchio confusa, le persone non comprendono esattamente come e cosa pagano di tasse e chi mi parla di estero, addicendo che li alcune tasse sono dedicate e in Italia no si confonde.

Dal "meccanismo tecnico" alla "consapevolezza fiscale": Il sostituto d'imposta crea l'illusione che le tasse le paghi qualcun altro o che il netto sia l'unico vero stipendio. Far vedere quanto "costa" davvero il servizio pubblico al mese attiva il senso di proprietà del cittadino.

  1. Il principio del contraccambio (Patto Fiscale): Le tasse non sono un pizzo, ma il pagamento anticipato di un abbonamento a un pacchetto di servizi (Sanità, Sicurezza, Strade, Scuole, Pensioni). Se l'abbonamento è caro, la qualità non può essere scadente.

Pagarle (tutte) per averle (tutti): perché il Sostituto d'Imposta ci ha resi analfabeti fiscali

Se ogni mese andaste al ristorante, pagaste un conto fisso da 500 euro a testa e vi servissero un piatto freddo e pane raffermo, accettereste la situazione? Probabilmente no. Pretendereste la qualità per cui avete pagato.

Quando si parla di Stato e servizi pubblici, però, accade l'opposto: subiamo passivamente disservizi, liste d'attesa infinite e burocrazia.

La radice di questa rassegnazione risiede in un meccanismo che all'apparenza sembra una comodità, ma che nei fatti ha anestetizzato la nostra consapevolezza: il sostituto d'imposta.

Il grande inganno del "Netto in Busta"

Il sostituto d'imposta (il datore di lavoro o l'INPS) versa le tasse e i contributi al posto nostro prima ancora che il denaro tocchi il nostro conto corrente.

  • Come funziona: Il sostituto calcola l'IRPEF, le addizionali e i contributi, li trattiene dal lordo e versa direttamente al fisco la differenza, consegnandoci il netto.

  • L'effetto psicologico: Il cittadino si abitua a considerare "suo" solo l'importo netto. Non vedendo mai uscire dal proprio conto le centinaia o migliaia di euro che ogni mese finiscono allo Stato, perde la percezione di quanto sta effettivamente sborsando per la macchina pubblica.

Se ogni mese il lavoratore o il pensionato dovesse fare manualmente un bonifico all'Agenzia delle Entrate con un terzo o la metà del proprio guadagno, la pretesa di avere strade senza buche, sanità efficiente e burocrazia rapida diventerebbe immediata e intransigente.

Quanto e come paghiamo la macchina pubblica?

Ognuno di noi, in forme diverse, versa cifre imponenti per finanziare la comunità. Non esistono "servizi gratuiti": ogni prestazione statale è pre-pagata dal nostro lavoro.

1. Lavoratori Dipendenti Trattengono mensilmente fino al 43% di IRPEF (più le addizionali regionali e comunali) e circa il 9% di contributi previdenziali a proprio carico (oltre a quelli versati dal datore di lavoro).

  • Cosa finanziano: L'IRPEF sostiene lo Stato, la difesa, la scuola e la giustizia; l'Addizionale Regionale copre la Sanità; quella Comunale gestisce i servizi locali (asili, strade, illuminazione).

2. Pensionati Le pensioni non sono regali: sono redditi da lavoro differito assoggettati alle stesse aliquote IRPEF dei lavoratori (fino al 43%, eccezione fatta per la No Tax Area fino a 8.500 €). Il pensionato continua a finanziare la sanità e i servizi locali esattamente come quando lavorava.

3. Partite IVA e Autonomi Che siano in Regime Forfettario (imposta sostitutiva al 5% o 15%) o in Regime Ordinario (IRPEF a scaglioni), i lavoratori autonomi finanziano la sanità e la spesa pubblica tramite le imposte e la fiscalità generale (IVA e IRAP), versando al contempo quote contributive INPS o alle Casse Professionali tra il 24% e il 26%.

Perché dobbiamo pretendere di più

Che si tratti di cure mediche, sicurezza o manutenzione urbana, nessun servizio erogato dallo Stato è una concessione o un favore.

L'accesso al Servizio Sanitario Nazionale, la scuola per i figli o l'illuminazione della strada sotto casa non sono "gratis": sono già stati saldati al momento della trattenuta sul cedolino della pensione, sulla busta paga o nel modello F24 della Partita IVA.

Superare l'analfabetismo fiscale significa iniziare a guardare il proprio stipendio o la propria pensione partendo dal costo lordo. Soltanto riappropriandoci della misura reale di ciò che diamo allo Stato potremo passare da una posizione di passiva rassegnazione a una di attiva pretesa di efficienza e rispetto del cittadino-contribuente.

Il giorno in cui smetteremo di definire "gratuita" la sanità, la scuola o la manutenzione delle nostre città e inizieremo a chiamarli "servizi pre-pagati a caro prezzo", quel giorno cambierà il nostro rapporto con lo Stato. Pretendere efficienza non è una pretesa egoistica: è l'unico modo per far valere il valore del nostro lavoro.

Giorgio Bargna






 

domenica 26 luglio 2026

Stipendi al palo o carovita fuori controllo? Perché la risposta è entrambe le cose

 


Spesso mi sono chiesto se negli ultimi anni fossero gli stipendi a non adeguarsi al costo della vita o se, al contrario, fosse quest'ultimo a galoppare troppo.

La risposta breve è: entrambe le cose. Ma con dinamiche specifiche che hanno stretto il potere d'acquisto in una vera e propria morsa, specialmente in Italia.

Analizzando i dati del decennio 2016-2026, emerge una combinazione micidiale: stagnazione salariale strutturale da un lato e fiammate inflazionistiche concentrate dall'altro. Quando il costo dei beni essenziali sale rapidamente e le buste paga rimangono rigide, il crollo del potere d'acquisto cessa di essere una mera percezione e diventa un dato di fatto. Il punto, quindi, non è solo l'aumento dei prezzi, ma la totale incapacità del nostro sistema retributivo di reagire con la dovuta reattività.

Stipendi al palo da trent'anni

Se il carovita è un'emergenza recente, la stasi degli stipendi è un male cronico. Non parliamo di un problema dell'ultimo decennio, e nemmeno dei due precedenti: l'Italia detiene il triste primato di un'unica performance negativa nell'area OCSE negli ultimi trent'anni.

Negli ultimi dieci anni, mentre in Germania o Francia i salari nominali crescevano al passo con l'inflazione (o persino al di sopra), in Italia i salari reali sono rimasti al palo o sono addirittura diminuiti. A frenare gli aumenti nei contratti collettivi contribuiscono la cronica scarsa crescita della produttività e la proliferazione di contratti a termine (di cui abbiamo già scritto più volte), part-time involontario e frammentazione contrattuale, che hanno impoverito la media salariale complessiva.

Lo strappo del costo della vita

Sull'altro fronte, il costo della vita non è salito in modo lineare, ma ha subito uno strappo violento a partire dal biennio 2021-2022. Dopo anni di inflazione quasi azzerata (2014-2020), la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e le strozzature nelle catene di approvvigionamento post-pandemia hanno innescato una spinta inflazionistica record. A questo scenario si aggiungono oggi le tensioni militari nel Golfo e le conseguenti ritorsioni sugli stretti navali.

L'impatto si è abbattuto con durezza estrema sui beni di prima necessità e sulla casa:

  • Alimentari e carrello della spesa: Aumenti a doppia cifra accumulati nel giro di un biennio.

  • Energia e bollette: Un colpo diretto e devastante sui bilanci familiari.

  • Casa e mutui: L'impennata dei tassi d'interesse per contenere l'inflazione ha fatto schizzare le rate dei mutui variabili, mentre i canoni di locazione sono esplosi nelle aree urbane.

Oggi, per un operaio, un impiegato o un operatore sanitario, coprire i costi di un affitto o di un mutuo significa spesso impiegare un intero stipendio mensile.

Le contromisure: cosa serve fare subito

Il collasso è alle porte. Per evitarlo non servono palliativi, ma contromisure immediate e strutturali.

1. Adeguamento salariale al costo della vita reale

Occorre superare la logica dei Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) così come li conosciamo, che pretendono di trattare allo stesso modo territori con un costo della vita radicalmente diverso. Serve introdurre gabbie salariali "moderne" o rafforzare la contrattazione di secondo livello, prevedendo indennità territoriali o di residenza per chi lavora al Nord o in aree ad alto costo. Non si tratta di tagliare le retribuzioni altrove, ma di riconoscere un bonus carovita legato agli indici ISTAT locali sui prezzi e sull'abitare.

A questo va affiancata una decisa defiscalizzazione del welfare aziendale, rendendo del tutto esentasse i benefit legati alle spese primarie: buoni pasto, rimborsi utenze, trasporto pubblico e mutui.

2. Autonomia Fiscale e "Trattenuta del Residuo Fiscale"

Per far fronte sia alla stasi degli stipendi sia all'aumento dei costi, la proposta cardine è trattenere la ricchezza prodotta sul territorio:

  • Taglio delle aliquote IRPEF e IRES regionali: Lasciare una quota maggiore di tasse direttamente nei territori in cui vengono generate. Ridurre la pressione fiscale locale sui redditi medio-bassi significa aumentare subito lo stipendio netto in busta paga, senza caricare di ulteriori costi le imprese.

  • Detassazione di straordinari e premi di produttività: Azzerare o ridurre al minimo l'imposta sui premi legati all'efficienza aziendale per stimolare sia la produttività che le retribuzioni.

3. Calmiere sui "Costi Obbligati" e difesa dei Servizi Pubblici

L'inflazione punisce soprattutto chi vive in contesti dove i servizi essenziali sono cari o parzialmente privatizzati. Le risposte devono essere locali e mirate:

  • Sostegno alle tariffe di RSA e Sanità: Interventi diretti di Regioni ed Enti Locali per abbattere le rette delle strutture assistenziali e i ticket sanitari, evitando che le famiglie prosciughino i propri risparmi per curare anziani o fragili.

  • Politiche sull'Abitare: Agevolazioni fiscali per chi affitta a canone concordato a lavoratori residenti (infermieri, insegnanti, giovani coppie), così da frenare la bolla immobiliare.

  • Calmiere dei costi energetici: Spinta decisa sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) a livello comunale e provinciale, per autoprodurre energia e abbassare le bollette di famiglie e piccole imprese.

Diciamolo chiaramente: non stiamo parlando di assistenzialismo generico o di sussidi a pioggia. Parliamo di riallineare le buste paga al costo reale della vita e di attivare una gestione fiscale territoriale capace di finanziare i servizi sociali senza strozzare ulteriormente i cittadini.

Giorgio Bargna


domenica 19 luglio 2026

Il caso Roggero e il nodo della legittima difesa


Oggi affrontiamo, in bilico tra polemica ed equilibrio, il caso Roggero e il più ampio tema della legittima difesa, ma anche il concetto, spesso calpestato, di proprietà privata.

Partiamo da Mario Roggero. Vi invito innanzitutto a diffidare da chi, oggi, dichiara di volerlo candidare in Parlamento: con una condanna definitiva sulle spalle, la partita giuridica e politica sulla sua candidabilità è chiusa. Se la politica avesse voluto muoversi davvero in tal senso, avrebbe dovuto farlo prima, dimostrando vero coraggio istituzionale anziché limitarsi a slogan postumi.Allo stesso modo, vi invito a diffidare di chi si oppone a priori a un'eventuale concessione della Grazia. A questi ultimi verrebbe da dire, provocatoriamente: "Lasciate il vostro indirizzo nei commenti, così i delinquenti sapranno dove andare". È ovviamente un'iperbole – non fatelo – ma serve a ricordare a tutti che ricevere certe "visite" tra le mura di casa non è esattamente una passeggiata di salute.

Non starò a riassumere la cronistoria della vicenda, che ormai tutti conoscete. Sappiamo che Roggero ha commesso un reato e che la legge, su questo, è stata inflessibile. Lo è molto meno, invece, sulla quantificazione della pena, sul riconoscimento del trauma e su altri aspetti legali che rimangono fin troppo legati alla discrezionalità del giudice.

Per capire l'anomalia di questo sistema, facciamo un paragone estremo ma concreto, che presenta forti similitudini sul piano della valutazione psicologica.

Nelle aule di tribunale capita che per un femminicidio l'ergastolo venga ridotto a 15 o 20 anni perché i giudici decidono di "comprendere" il contesto della gelosia o della separazione. In alcune sentenze si è letto che l'assassino viveva un "crescente senso di disagio e frustrazione" per lo "scarto" avvertito tra l’intensità dei propri sentimenti e quelli della vittima. Uno scarto che, per le corti, rendeva "comprensibile" la tempesta emotiva.

Ed ecco il paradosso. A un uomo come Roggero – che ha subito due rapine, di cui una estremamente violenta, con la famiglia minacciata, anche in altri contesti – quel "disagio" e quella "frustrazione" non sono stati concessi come attenuanti, se lo fossero stati (non sono un penalista) allora qualcosa non funziona . A lui non è stata riconosciuta la parziale scusabilità di aver vissuto in uno stato di terrore e rabbia quotidiana; sentimenti che hanno scatenato una reazione sicuramente illegale, ma psicologicamente spontanea. Oggi Roggero vive in carcere, ironia della sorte, proprio insieme ai "colleghi" di chi lo ha rapinato.

In questo scenario, la vera via d'uscita – che permetterebbe alla nostra Nazione di salvare la faccia e mostrare umanità – si chiama Grazia Presidenziale.

Molti temono che questo provvedimento possa creare un precedente pericoloso. Tuttavia, la storia recente dimostra il contrario: la Grazia è uno strumento eccezionale che risolve i cortocircuiti della giustizia senza scardinare il sistema. Ecco alcuni casi celebri, legati a fatti gravissimi, in cui il Quirinale è intervenuto per motivi umanitari o sociali e malgrado tutto non è cambiato sistema:

- Il caso Ovidio Bompressi (2006): Condannato per l'omicidio del commissario Calabresi, ottenne la grazia dal Presidente Napolitano per motivi esclusivamente umanitari legati alla salute.

- Il caso Adriano Sofri e la svolta costituzionale: Il Ministro della Giustizia Castelli si rifiutò di firmare l'atto di grazia voluto dal Presidente Ciampi. Lo scontro portò a una storica sentenza della Corte Costituzionale, la quale stabilì che la Grazia è un potere monocratico ed esclusivo del Capo dello Stato.

- Il caso Stefano Oria: Ex esponente della lotta armata, ottenne il provvedimento da Ciampi per completare il suo percorso di reinserimento sociale.

- Il caso Alaa Faraj: Condannato a 30 anni come scafista per una tragica traversata, ha ricevuto dal Presidente Mattarella una grazia parziale di oltre 11 anni, valutando il suo percorso e la revisione del contesto.

La Grazia a Roggero non sarebbe un'anomalia, ma un atto di eccezionale e necessaria giustizia umana. 

Anche perché questo caso solleva un problema enorme che tocca tutti noi: cosa resta della nostra proprietà privata?

In Italia la Proprietà Privata dovrebbe essere un pilastro dell'ordinamento. Nella realtà, questo diritto è costantemente gravato da una tassazione, diretta o indiretta, che non concede sconti. Eppure, a fronte di questi doveri fiscali sacrosanti, la tutela reale dello spazio privato lascia a desiderare.

Certo, l'Articolo 614 del Codice Penale punisce la violazione di domicilio, e la pena sale da due a sei anni se c'è violenza o se il colpevole è armato. Una sanzione che sulla carta sembra severa, ma che spesso si scontra con la realtà dei fatti e delle scarcerazioni facili.

La riforma della legittima difesa del 2019 (Legge n. 36) ha provato a introdurre la presunzione di proporzionalità e la scriminante del "grave turbamento" per chi si difende in casa propria. Ma qui sta la trappola: definire e dimostrare lo stato di shock dell'aggredito spetta comunque all'interpretazione personale del Giudice. Il caso Roggero ne è la dimostrazione lampante: il suo turbamento non è bastato.

Mentre l'Europa si attorciglia intorno a questi paletti stringenti, gli Stati Uniti offrono la tutela più ampia al mondo per la difesa della persona e della proprietà, basandosi su due pilastri chiari:

- Castle Doctrine (La Dottrina del Castello): Dentro casa tua non hai l'obbligo di fuggire o nasconderti. Puoi usare la forza letale se ritieni che l'intruso voglia commettere un reato grave o farti del male.

- Stand Your Ground (Difendi la tua posizione): In circa 30 Stati, se vieni aggredito in un luogo pubblico dove hai il diritto di stare, non sei obbligato a scappare prima di reagire. Puoi difenderti subito se temi per la tua vita.

Le conclusioni: una provocazione necessaria

Le leggi esistono e vanno rispettate, nessuno lo mette in dubbio. Ma di fronte a questo scenario la domanda sorge spontanea: quali risposte vogliamo dare ai cittadini onesti?

Le mie risposte sono due, nette e senza giri di parole:

Grazia incondizionata a Mario Roggero, vittima prima dei criminali e poi di un sistema cieco che non ha saputo comprendere il suo grave turbamento.

Introduzione del modello USA sulla difesa della proprietà privata.

Giorgio Bargna

 

venerdì 12 giugno 2026

Oltre l'elemosina di Stato: una proposta localista per arginare la fuga verso la Svizzera


Circa una dozzina di giorni fa, durante l'assemblea di Confindustria, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dichiarava di aver già estenso il meccanismo delle ZES (Zone Economiche Speciali) a Marche e Umbria, aggiungendo di voler studiare la possibilità di estendere tale modello a tutto il territorio nazionale.

Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).

Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.


Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.

Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.

Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.

Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".

Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.

1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.

-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.

-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.

-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.

-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.

2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.

-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.

-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.

-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.

-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.

Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"

L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":

Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.

Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.

In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.

Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.

Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:

Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.

La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.

Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.

Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:

1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.

2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.

3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.

4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".

Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

martedì 9 giugno 2026

Autonomia e Federalismo: La Via del Nord per una Libertà Reale



Il dibattito sull'autonomia non è un semplice esercizio accademico, ma la battaglia decisiva per il nostro futuro. Per troppi anni, il centralismo romano ha soffocato le energie vitali dei nostri territori, drenando risorse preziose e imponendo modelli calati dall'alto, estranei alla nostra cultura produttiva e sociale. Per Patto per il Nord, il federalismo è l'unica via per restituire dignità, efficienza e prosperità alle nostre comunità.

Il Federalismo: Un Patto per la Responsabilità

Il federalismo non è frammentazione, ma corresponsabilità. È un sistema in cui il potere risiede dove vivono i cittadini, permettendo a chi conosce realmente le sfide del territorio di trovare soluzioni mirate, rapide e concrete.

Sussidiarietà Reale: Il potere deve essere esercitato al livello più vicino al cittadino. Basta con la burocrazia romana: vogliamo gestire le nostre risorse, i nostri servizi e il nostro sviluppo.

Trasparenza e Controllo: Chi amministra deve rispondere direttamente al territorio. La distanza tra decisore e cittadino è la causa primaria dello spreco e dell'inefficienza pubblica.

Valorizzazione delle Identità: Il nostro Nord non è un blocco uniforme, ma un mosaico di realtà produttive e culturali uniche. L'autonomia è lo strumento per proteggere e far fiorire le nostre tradizioni, le nostre eccellenze manifatturiere e il nostro saper fare.

La Scommessa dell'Autonomia: Sviluppo, Innovazione, Identità

L'autonomia è il motore dello sviluppo economico. Quando una regione o una comunità ha il controllo delle proprie tasse e delle proprie politiche di investimento, diventa un volano di innovazione per l'intero Paese.

"Non chiediamo privilegi, ma il diritto di gestire ciò che produciamo con il nostro lavoro e il nostro ingegno. L’autonomia è il prerequisito fondamentale per una vera modernità."

Efficienza Amministrativa: Una governance locale snella può rispondere in tempo reale alle esigenze del sistema produttivo, evitando i colli di bottiglia del centralismo statale.

Sviluppo Locale: Le politiche di sostegno alle PMI devono essere sartoriali. Con l'autonomia fiscale, possiamo creare ecosistemi competitivi che attraggono investimenti e valorizzano i nostri talenti.

Partecipazione: Una democrazia sana è una democrazia vicina. Quando le decisioni vengono prese sul territorio, il cittadino torna protagonista della gestione della cosa pubblica.

Oltre il Modello Statalista: L'Esempio Tedesco

Guardiamo al modello federale tedesco: 16 Länder che competono positivamente, garantendo standard elevati e autonomia decisionale su pilastri fondamentali come l'istruzione e la sicurezza. Lì, l'autonomia è sinonimo di ricchezza e stabilità. Anche in Italia, laddove è stata esercitata, l'autonomia ha prodotto risultati eccellenti in termini di servizi e crescita. Dobbiamo avere il coraggio di passare da un federalismo "concesso" a uno "preteso".

La Nostra Sfida: Vincere il Centralismo

Le resistenze sono note: chi vive di rendita di posizione nel centro romano teme la trasparenza che l'autonomia porta con sé. Ma noi sappiamo che il Nord è il motore d'Italia: se il motore corre, tutta la macchina può procedere meglio.

Non accettiamo più la narrazione della "disparità" utilizzata come scusa per frenare chi vuole correre. Il vero sostegno alle aree in difficoltà non si ottiene frenando le locomotive, ma portando in tutto il Paese il modello della buona amministrazione, della responsabilità fiscale e della valorizzazione del territorio.

Il tempo delle attese è finito. Per noi, federalismo significa libertà di costruire il proprio destino, orgoglio per le nostre radici e una gestione responsabile del bene comune.

Unisciti a noi. Costruiamo insieme il Nord che merita di contare.

Patto per il Nord: Autonomia, Responsabilità, Futuro.

Giprgio Bargna

Patto per il Nord

Como

 

domenica 24 maggio 2026

Portafogli a dieta: il caso Como e la trappola dei rincari



Più o meno un mesetto fa sulle cronache locali si scopriva che una famiglia residente nel comasco nel 2026 sarà costretta a spendere 816 euro in più rispetto all’anno precedente.

Stando all'articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como" una stima che si ricava da un analisi dei dati dell’inflazione colloca Como al primo posto in Italia tra le città che hanno subito,
lo scorso mese di marzo, la maggiore crescita del costo della vita.

Vediamo un attimo cos'è l'inflazione.
Tendenzialmente l'inflazione nasce da un disequilibrio tra la quantità di denaro in circolazione e la disponibilità di beni e servizi. In parole semplici, accade quando c'è "troppa moneta a caccia di troppi pochi beni".
Può succedere che i prezzi salgano perché la scarsità dei prodotti spinge chi compra a offrire di più.
Aumento dei costi di produzione ma anche che le aziende alzino i prezzi per non perdere guadagno se aumentano le spese.
Non succede da molto ma se gli stipendi salgono molto velocemente, le imprese scaricano il costo sui prezzi finali; è molto più attuale che se petrolio o gas costino di più, tutto il resto rincari.
Succede anche un errore macroscopico legato alla partitocrazia, se le Banca Centrale stampa troppo denaro, ogni singola banconota perde valore; succede anche che se la moneta nazionale si indebolisce, comprare prodotti dall'estero costa di più.

Ma anche la burocrazia incide sull'inflazione agendo come un costo di produzione indiretto che le imprese scaricano sui prezzi finali. In Italia, questo fenomeno è particolarmente evidente: il carico burocratico rappresenta una "tassa occulta" stimata in oltre 80 miliardi di euro all'anno, pari a circa il 3-4% del PIL.
La burocrazia alimenta l'inflazione attraverso tre canali principali:
Aumento dei costi operativi: Le imprese spendono tra 45 e 190 giorni lavorativi l'anno solo per adempiere agli obblighi amministrativi. Questo tempo sottratto alla produzione diventa un costo fisso che gonfia il prezzo di beni e servizi.
Barriere all'ingresso: La complessità normativa ostacola la nascita di nuove aziende, riducendo la concorrenza. Con meno competitor, le imprese esistenti hanno più facilità ad aumentare i prezzi senza perdere quote di mercato.
Ritardi negli investimenti: L'inefficienza della Pubblica Amministrazione rallenta l'adozione di nuove tecnologie e la digitalizzazione. Una bassa produttività impedisce di compensare l'aumento dei costi delle materie prime, rendendo i prezzi più sensibili agli shock esterni.

Quindi sebbene l'inflazione sia guidata principalmente da fattori monetari ed energetici, la burocrazia agisce come un moltiplicatore, impedendo ai prezzi di scendere anche quando le cause esterne (come il costo del gas) si attenuano.

Di questi ultimi giorni, se ne è discusso parecchio sui media, la notizia che la Premier Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per richiedere una deroga specifica volta a fronteggiare il caro energia senza compromettere i conti pubblici.
Sostanzialmente l'Italia ha chiesto formalmente all'Unione Europea di escludere le spese energetiche dal calcolo del deficit previsto dal Patto di Stabilità.
In sostanza l'Italia punta a trasformare la crisi energetica in una "clausola di salvaguardia" per mantenere gli investimenti necessari alla crescita senza incorrere in procedure d'infrazione, ma non è esattamente così, tanto è vero che esperti e istituzioni monitorano con attenzione la dinamica del debito italiano, considerato ancora un elemento di fragilità.

Ma vediamo cos'è il Patto di Stabilità e Crescita. 
È l'accordo tra i paesi dell'Unione Europea per garantire finanze pubbliche sane. Nel 2024 sono entrate in vigore nuove regole approvate in via definitiva dal Parlamento Europeo che puntano a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL ed il debito che deve rimanere sotto il 60% del PIL (o ridursi a un ritmo soddisfacente). Gli Stati che non rispettano i parametri possono subire procedure per disavanzo eccessivo.
In sostanza si tratta dell'insieme di regole che applica i vincoli europei ai bilanci di Comuni, Province e Regioni per assicurare che il sistema Paese nel suo complesso rispetti i target di deficit.
In questo periodo il governo ha prorogato il taglio delle accise sui carburanti fino al 6 giugno 2026. L'intervento, varato il 22 maggio 2026, mirerebbe a contrastare i rincari legati alle tensioni internazionali. Il costo per le casse statali non sarà indolore, forse c'era da fare a meno e/o studiare altri tipi di manovra, ma evidentemente ci sono categorie da proteggere arrivando ad investire anche 200-300 milioni di euro  per portare  alla sospensione, rimarco, sospensione, dello sciopero previsto.

Ma questo agire è nell' indole della politica italiana.
Guardiamo ad esempio quanto è costato al contribuente il superbonus.
Il costo totale del Superbonus a carico dello Stato ha superato i 170 miliardi di euro, secondo le stime più recenti di maggio 2026, questa cifra rappresenta un aumento enorme rispetto alle previsioni iniziali, che stimavano un impegno di circa 35-36 miliardi.

Alcuni studi (come quelli del Consiglio Nazionale dei Commercialisti) suggeriscono che una parte della spesa (circa il 47%) rientri nelle casse dello Stato sotto forma di maggiori entrate fiscali generate dai cantieri e dai consumi, ma  altri parlano al massimo del 20%. quello che è sicuro è quanto economicamente ogni italiano ha messo a disposizione di poche e potenti categorie.
Dividendo la spesa stimata di 170 miliardi per la popolazione italiana, il costo teorico si aggira intorno ai 2.800 - 3.000 euro per ogni cittadino (inclusi neonati e anziani).

I dati pubblicati da "La Provincia" non sono solo statistiche: sono uno schiaffo alle famiglie comasche. 816 euro di rincaro annuo sono il frutto avvelenato di un sistema che ci munge come sudditi e ci ignora come cittadini.
Perché Como è la più colpita? La risposta sta nel cortocircuito tra una realtà locale produttiva e un sistema centrale parassitario.
L’inflazione non è un fenomeno meteorologico, ma una scelta politica. La partitocrazia romana ed europea ha inondato il mercato di moneta per finanziare bonus elettorali e spesa pubblica improduttiva. Il risultato? Il valore dei vostri risparmi evapora per mantenere apparati di partito che non producono nulla.
Il testo lo dice chiaramente: la burocrazia ci costa 80 miliardi l’anno. 
Ma chi alimenta questa giungla di timbri e permessi? 
Lo Stato centrale. Ogni modulo in più è un posto di lavoro creato per un burocrate nominato dalla politica, pagato con i soldi sottratti alle imprese di Como. È una "tassa occulta" che finisce direttamente nel prezzo del latte e del pane che comprate.

La soluzione può essere solo  federalista: trattenere le risorse.
Se Como è la città più cara, è perché siamo costretti a subire decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza da chi non conosce le dinamiche del nostro territorio.
Se le tasse restassero sul territorio, potremmo abbattere i costi locali e sostenere il potere d'acquisto delle famiglie senza aspettare i "permessi" di Roma.
Non serve "riformare" la burocrazia, bisogna abbatterla. Meno uffici centrali significa meno costi per le imprese e prezzi più bassi per tutti.
Basta essere il bancomat d’Italia.
È ora di dire basta a un sistema partitocratico che crea inflazione per coprire i propri debiti. Vogliamo che la ricchezza prodotta a Como resti a Como, per difendere le famiglie da un carovita che ha un solo colpevole: lo Stato centralista.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

mercoledì 13 maggio 2026

Opere incompiute: la responsabilità locale contro lo spreco di Stato

Passano gli anni, cambiano i governi, anche se alcuni sono più longevi e testardi, ma non cambia la loro voglia comune di stupire, promettere, progettare.

Sono specializzati nel regalare il sogno della grandi opere, alcune più sobrie, altre faraoniche, altre suicidi allo stato puro.

Ma ci sono suicidi e omicidi, il suicidio è politico, l'omicidio invece colpisce il contribuente.

Quanti progetti visti programmare da politici e tecnici, mancano solo quelli della NASA, date certe di partenza e di conclusione lavori, costi sicuri e inaugurazioni programmate.

Poi magari succede che dopo qualche taglio di nastro il Palazzetto dello Sport a Cantù sorga dopo 36 anni grazie alla volontà dei privati, ma non è il nostro motivo di discussione.

Magari sarebbe più interessante soffermarsi sul Ponte sullo Stretto di Messina.

Ne sento parlare da quando sono bambino, un concorso internazionale nel 69, altri progetti e promesse, soldi spesi ovviamente e un progetto del 2011 ora ripreso e aggiornato, concepito come il ponte sospeso a campata unica più lungo al mondo per il quale però sono state segnalate 68 criticità, inclusi dubbi sulla resistenza a terremoti e vento e sul quale la Corte dei Conti ha evidenziato aumenti ingiustificati dei costi  e documenti incompleti.

Fino a marzo 2026, si stima che siano stati già spesi oltre 1,2 miliardi di euro dalla nascita della società Stretto di Messina S.p.A. (1981) a oggi, principalmente per studi di fattibilità, progettazione e gestione societaria, consulenze varie, gli ultimi 200 milioni di euro dal 2017 ad oggi.

Ma per noi comaschi l'icona, lo scempio, la vergogna, si chiama innanzitutto Variante della Tremezzina.

Si potrebbe sorridere, schernire, farne semplicemente una critica politica, ma sarebbe scendere al livello di chi sino ad oggi ha deluso.

Non stiamo parlando della tangenzialina di Erbonne o Morterone, ma di una strada fondamentale che indirizza il flusso veicolare di buona parte  della provincia di Como, ma che interessa anche a nord la bassa Valtellina  e l’alto lago Lecchese, ma non è solo traffico è anche qualità della vita per i residenti.

Ogni mese, forse anche piu' spesso qualche Ministro ci rassicura, ma ormai più nessuno ci crede, alcuni, i più disperati, attendono l'intervento di Trump o Netanyahu.

Ripeto, se non fosse un dramma, potremmo tutti ritrovarci all'osteria e sorridere, raccontarci che fra dieci anni sarà ancora così e brindare alla malapolitica.

Ma ripeto è un dramma, soprattutto quando non si riescono nemmeno smussare degli angoli su una strada o sostituire dei parapetti, soluzione che sembrava quasi fondamentale.

Gli unici a gioire saranno gli “umarell” e,  quando si accorgeranno della situazione, i comici di Zelig.

La variante della Tremezzina è lo specchio fedele di un Paese che sa progettare solo il proprio immobilismo. Il costo di questa inefficienza non è solo economico, ma è la qualità della vita dei comaschi, sacrificata sull'altare di una burocrazia che sa solo promettere, ma non sa finire.

La Tremezzina resta ostaggio di ritardi biblici, cantieri lumaca e progetti che si modificano in corso d'opera, trasformando un'arteria vitale in un incubo quotidiano. Il Ponte sullo Stretto resta un miraggio faraonico, ma la Variante resta una realtà fatta di pazienza finita. Cambiano i governi, restano le incompiute: l'unica vera opera pubblica italiana è la sagra della promessa mancata.

La Variante della Tremezzina non è un'opera di serie B, è una necessità primaria, così come molte opere non solo del Nord Italia, ma del paese intero.

Le ricette, se si vogliono applicare, sono semplici e tutte nel DNA di "Patto per il Nord".

Esautoriamo i Ministeri romani, con conseguente trasferimento dei poteri decisionali e dei fondi dal Ministero delle Infrastrutture alla Provincia di Como e ai Comuni interessati.

Basta affidamenti a macro-società statali. I contratti d'appalto devono essere gestiti a livello locale con clausole penali severissime per ogni mese di ritardo. Se il cantiere della Tremezzina si ferma, la ditta paga di tasca propria e il funzionario locale ne risponde, responsabilità e meritocrazia sono per noi fondamentali.

Obiettivo finale la trasparenza totale, basta saltimbanchi. Ogni euro del contribuente comasco deve trasformarsi in asfalto, non in carte bollate o studi di fattibilità eterni.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

 

giovedì 7 maggio 2026

Pedemontana: traffico, costi e l'incubo diossina che ritorna



Ci sono temi che non dovrebbero avere colore politico, ma semplicemente essere trattati con buonsenso.
Torniamo a parlare della tratta Lentate - Cesano Maderno che sarebbe la parte iniziale della Superstrada Milano Meda.
Su questa vicenda Patto per Il Nord si è speso molto, compreso un presidio ad Affori, altri movomenti politici di opposizione si sono mossi, comitati si sono formati, ma da parte  Regione Lombardia e organi competenti soltanto no, al limite vaghe risposte.
Aldilà del costo a cui andranno incontro i pendolari, che spenderanno un centinaio di euro al mese, a cui andranno incontro automobilisti di ogni genere, pensionati e disabili compresi, vi sono effetti collaterali che andranno a colpire anche chi la superstrada in questione non la utilizzano, rei di viverne ai bordi.
E' garantito infatti un intenso aumento di traffico e inquinamento, anche acustico, nei centri abitati della Brianza e del Comasco.
Eh si signori, non semplicemente  effetti pesanti non solo per cittadini e imprese, ma anche sulla viabilità locale, le strade secondarie diventeranno percorsi alternativi gratuiti, ergo, oltre l'aumento del traffico e dell'inquinamento potremmo includere rischi anche per chi il mattino va a scuola, tanto per fare il più banale degli esempi.
Ma dobbiamo aggiungere un tema che a molti sfugge ed ad altri conviene tacere.
I lavori di trasformazione della superstrada Milano-Meda (SP ex SS 35) nella Tratta B2 dell'Autostrada Pedemontana Lombarda coinvolgeranno aree di Seveso, Meda e Cesano Maderno, storicamente contaminate dalla diossina TCDD dopo il disastro ICMESA del 1976.L'introduzione del pedaggio è legata alla realizzazione di questa nuova opera, il cui progetto prevede la bonifica dei terreni prima della costruzione.
Per quanto siano in corso lavori di bonifica su una superficie di circa 100.000 metri quadrati nei comuni interessati, con l'obiettivo di mettere in sicurezza le aree, comitati ambientalisti, ma soprattutto analisi dell'ARPA hanno segnalato criticità, evidenziando che in alcune zone i livelli di diossina superano i limiti di legge, complicando le operazioni.
A Seveso e Meda c'è preoccupazione per il movimento terra e lo spostamento dei teli di copertura dei terreni già bonificati, a causa del rischio di inalazione o dispersione dei residui.
Insomma, tra pedaggi onerosi, traffico in tilt, strade secondarie paralizzate e l'incubo diossina che ritorna, la Pedemontana si conferma un progetto calato dall'alto, dannoso e anacronistico. Regione Lombardia fermi i lavori: il territorio di Seveso, Meda e Cesano Maderno ha già pagato abbastanza.
La battaglia contro la Pedemontana non è solo politica, è una battaglia di civiltà per il diritto alla salute e alla viabilità della Brianza e del Comasco.
Ci sono battaglie che superano le bandiere: la Tratta B2 della Pedemontana è una di queste. Trasformare la Milano-Meda in un’autostrada a pagamento non è progresso, è un attacco al nostro territorio.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como