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giovedì 22 ottobre 2026

COMO NON È IN VENDITA: DALLE PAROLE AI FATTI PER DIFENDERE L'IDENTITÀ

 


COMO NON È IN VENDITA: DALLE PAROLE AI FATTI PER DIFENDERE L'IDENTITÀ

Torniamo ancora una volta a denunciare quello che sta accadendo a Como e nella sua Provincia. È tempo di riaffermare con forza il ruolo del nostro territorio e della nostra identità come unici, veri deterrenti contro la più squallida omologazione globale.

Il turismo di consumo sta uccidendo l'economia d'identità.

A Como e lungo le sponde del lago assistiamo ogni giorno alla trasformazione di interi quartieri storici, ormai ridotti a parchi giochi per i flussi turistici di massa: affitti brevi selvaggi, souvenir di plastica di scarsa qualità e l'invasione delle solite catene globali. Manca totalmente una visione politica locale che tuteli e incentivi chi produce ed espone il vero saper fare del nostro territorio — dal mobile d'arte della Brianza al pizzo d'autore, fino alle botteghe alimentari tradizionali.

Il negozio sotto casa è un valore sociale, non solo economico.

La bottega di vicinato o l'officina artigiana non sono semplici attività commerciali: sono un presidio di sicurezza reale, un punto di ritrovo intergenerazionale e l'anima stessa delle nostre frazioni e dei nostri quartieri. Permettere la desertificazione commerciale significa impoverire la comunità a favore di logiche verticistiche e centralizzate. Quando si spegne una vetrina storica, si spegne un pezzo della nostra comunità.

Autonomia e autogoverno locale: ecco le nostre proposte concrete e fattibili

Non ci limitiamo a protestare, vogliamo proporre alternative basate sull'autodeterminazione del territorio, sfruttando gli strumenti giuridici che già esistono ma che la politica locale ignora:

1 Fiscalità di vantaggio comunale (IMU e TARI azzerate o ridotte):

I Comuni hanno l'autonomia per farlo. Chiediamo l'applicazione di aliquote IMU agevolate per i proprietari di immobili che affittano a canone moderato ad artigiani locali, e la quasi totale esenzione della TARI per le attività tradizionali.

L'esempio concreto: Se gestisci una bottega storica o un'officina di riparazioni in una frazione, non puoi pagare le stesse tasse sui rifiuti di una multinazionale del fast food o di un grande gruppo speculativo. La tassazione locale deve premiare la funzione sociale del vicinato.

2 Applicazione e potenziamento della Legge Regionale n. 5/2019:

La Legge Regionale della Lombardia del 4 marzo 2019, n. 5 prevede già tutele e contributi a fondo perduto (come i bandi regionali "Imprese storiche verso il futuro") per i locali con oltre 40 anni di attività.

    Cosa proponiamo: Vogliamo che il Comune di Como e i centri della provincia creino un "Fondo di Resistenza Identitaria" comunale che co-finanzi questi bandi, estendendo i benefici anche alle nuove aperture (under 35) che scelgono l'artigianato tipico (es. lavorazione del legno brianteo, tessitura locale) per garantire il ricambio generazionale.

3 Istituzione del "Marchio d'Area Insubrico/Brianteo":

Vogliamo la creazione di un marchio di autenticità territoriale protetto, sul modello dei distretti commerciali regionali.

    L'esempio concreto: Un disciplinare rigido che certifichi che quel pizzo, quel mobile o quel prodotto gastronomico è realizzato realmente nel nostro territorio e non importato dall'estero. Chi espone il Marchio d'Area avrà priorità assoluta nei mercati storici e promozione turistica istituzionale a carico degli enti locali, oscurando il "falso artigianato" che inganna i visitatori.

4 Urbanistica partecipativa contro la speculazione:

Utilizzare l'art. 39 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) per dare potere vincolante alle consulte di quartiere e ai Distretti del Commercio. Le licenze commerciali nei centri storici e i cambi di destinazione d'uso (da bottega ad appartamento per affitti brevi) devono passare dal parere della comunità locale, togliendo il monopolio decisionale ai grandi gruppi immobiliari.

Riprendiamoci il diritto di decidere sul futuro della nostra terra. Difendere il locale è l'unico modo per restare umani, liberi e fedeli alle nostre radici.

Cosa ne pensi di queste proposte economiche e identitarie? Lascia il tuo commento e condividi il post!





martedì 20 ottobre 2026

L’effetto domino che spaventa l’Italia: perché i 480 milioni del Governo sono solo un cerotto



Se l'Italia si ferma, la colpa è della politica dei "cerotti". Perché 480 milioni non bastano più

Se in questi giorni avete fatto un salto al supermercato e avete notato meno scelta nel reparto ortofrutticolo, o se vi siete imbattuti in code chilometriche in autostrada, sappiate che non si tratta di un caso isolato. Da giorni l'Italia rischia la paralisi. Un’alleanza inedita e disperata tra autotrasportatori e agricoltori sta bloccando i nodi cruciali della logistica meridionale, ma l'onda d'urto sta già risalendo la penisola.

Il motivo di questa rabbia? Semplice: oggi lavorare è diventato un lusso. Con il gasolio autostradale che ha sfiorato la folle cifra di 2,3 euro al litro, accendere un tir o un trattore significa, letteralmente, produrre e viaggiare in perdita.

La risposta del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) non si è fatta attendere: il viceministro Rixi ha annunciato lo sblocco immediato di 480 milioni di euro per i crediti d'imposta, promettendo altri 590 milioni tramite decreti d'urgenza. Più di un miliardo di euro sul piatto. Fin qui sembrerebbe la storia di un'emergenza risolta a colpi di milioni. Ma la realtà è molto diversa.

L'effetto domino sul Nord Italia: la fabbrica d'Europa rischia lo stop

Pensare che questa sia "solo" una questione del Mezzogiorno è l'ennesimo errore di valutazione della politica. L'economia italiana è una catena integrata: se si bloccano i porti siciliani o i nodi autostradali strategici come l'A1 e lo snodo Caserta-Salerno, il Paese si spegne in un effetto domino devastante.

Il Nord Italia, il cuore manifatturiero e industriale del Paese, sta già iniziando a tremare per diverse ragioni:

  • Logistica integrata e componentistica: Moltissime aziende del Nord dipendono da componenti e materie prime che transitano dai porti o dai distretti industriali del Sud. Il rischio di rallentamenti nella produzione industriale per mancanza di pezzi è dietro l'angolo.

  • La crisi dell'agroalimentare: Il Settentrione dipende dai prodotti ortofrutticoli freschi del Mezzogiorno. Con i tir fermi e le merci che rischiano di marcire nei magazzini, i banchi dei mercati e i supermercati del Nord stanno già facendo i conti con consegne saltate e il fantasma degli scaffali vuoti.

  • L'impennata dei prezzi al consumo: La scarsità di merci non farà altro che alimentare una nuova fiammata inflazionistica. Il costo logistico maggiore verrà inevitabilmente scaricato sui consumatori finali, da Milano a Cantù, aggravando la crisi delle famiglie.

La trappola dei fondi emergenziali: un cerotto su una ferita profonda

Diciamoci la verità: la mossa del governo è il classico riflesso condizionato di una politica che ragiona a breve termine. Si approva uno stanziamento record per spegnere l'incendio, liberare le strade e salvare la faccia davanti all'opinione pubblica.

I 480 milioni sbloccati dal MIT sono senza dubbio una boccata d'ossigeno, ma c'è un enorme "però": sono interventi momentanei. Servono a pagare i debiti del passato (i crediti d'imposta arretrati), ma non risolvono minimamente il problema strutturale di chi domani mattina dovrà rimettersi alla guida con un mercato energetico fuori controllo.

Continuare a governare l'autotrasporto e l'agricoltura attraverso la logica del "bonus una tantum" è una strategia fallimentare. Cosa succederà quando questi fondi saranno esauriti? Servono riforme strutturali: una revisione permanente delle accise, un piano serio di transizione energetica per i mezzi pesanti che non pesi solo sulle spalle dei padroncini e, soprattutto, una tutela reale dei prezzi lungo tutta la filiera per evitare speculazioni.

Una battaglia di dignità: massima solidarietà ai lavoratori

Dietro i numeri, le cifre dei decreti e i disagi stradali, ci sono persone. Ci sono famiglie che vivono di agricoltura e di trasporto, settori storicamente logoranti e troppo spesso invisibili finché non decidono di incrociare le braccia.

Da questo blog vogliamo mandare un messaggio di piena e totale solidarietà a tutti i camionisti, padroncini, agricoltori e pescatori messi in ginocchio da questa crisi insostenibile. Chi è in strada oggi non lo fa per il gusto di protestare o per bloccare il Paese, ma per una legittima battaglia di sopravvivenza e dignità lavorativa. Nessuno dovrebbe essere costretto a lavorare in perdita solo per far girare l'economia degli altri.

I soldi stanziati oggi dal MIT sono utili per ripartire, ma se la politica non smette di usare i cerotti per curare fratture profonde, il motore dell'intera Italia rischia di grippare definitivamente.



Soluzione del Governo (Emergenza)

Il problema strutturale irrisolto

Cosa servirebbe davvero (Visione)

Sblocco di 480 milioni per crediti d'imposta.

Copre i costi passati. La burocrazia stringe la liquidità quotidiana delle piccole ditte.

Riforma del fisco energetico: taglio permanente e automatico delle accise quando il greggio sale.

Pressioni per sgomberare le strade ("I blocchi non possono durare").

Ignora l'esparazione sociale e non elimina le cause della rabbia.

Tavoli permanenti di filiera per garantire prezzi minimi protetti e fermare le speculazioni.

Impatto focalizzato solo sul Sud.

Sottovaluta l'effetto domino sulle catene industriali e alimentari del Nord Italia.

Piano infrastrutturale integrato: investimenti pesanti sulle ferrovie merci e sulla transizione ecologica dei mezzi.



 

domenica 18 ottobre 2026

Oltre la vetrina di Milano: perché alla Lombardia serve un’autonomia vera


Abbiamo trattato il tema dell’autonomia locale — nel nostro caso, lombarda — più volte. Una Regione a statuto speciale può nascere su diversi presupposti: abbiamo parlato della Regione Insubrica, della possibilità di unire zone omogenee (come la Brianza con le aree limitrofe del Milanese, del Bergamasco e del Varesotto) o di un'autonomia legata alle fragilità territoriali, come per le province di Como, Lecco e Sondrio.

Ma siamo onesti: parliamo di percorsi farraginosi, complicati e, diciamocelo chiaramente, impossibili. Sarebbe più semplice richiedere lo status di Regione autonoma da parte di un ente a statuto ordinario, ma i costituenti ci hanno ingabbiati. Per trasformare la Lombardia, il Lazio o la Puglia in Regioni a statuto speciale non basta una richiesta: serve una riforma costituzionale radicale. Complimenti.

Oggi però i tempi sono cambiati e, dopo quasi ottant'anni, la farsa del regionalismo differenziato si rivela una mera ipocrisia. L’articolo 116 della Costituzione sancì lo statuto speciale per Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia nel secondo dopoguerra, rispondendo a specifiche ragioni storiche, geografiche, politiche e di tutela delle minoranze, per garantire la coesione nazionale ed evitare spinte separatiste.

Oggi le necessità sono mutate. La crisi economica, lo spopolamento, le difficoltà degli anziani e il disagio delle giovani generazioni dimostrano che ogni territorio ha bisogno di risposte dirette. Risposte che può dare solo chi quel territorio lo vive e lo conosce, avendo a disposizione libertà d'intervento e risorse economiche.

Scardiniamo quindi la narrazione di una Lombardia ricca a prescindere, stereotipo alimentato dall'immagine della Milano cosmopolita. Escluse le aree fortemente produttive di Como, Varese, Milano, Brescia e Bergamo, scopriamo che le zone montane e le valli alpine coprono quasi il 44% del territorio regionale. Qui si contano oltre 500 comuni economicamente o strutturalmente svantaggiati, colpiti da isolamento, chiusura delle attività manifatturiere tradizionali e spopolamento.

Alto Lario, Valchiavenna, Valtellina, Valli del Verbano, valli Bergamasche e Bresciane vivono situazioni critiche per la carenza di collegamenti rapidi, la complessa riconversione economica e la fuga dei giovani verso la pianura. C'è poi il tema principale che mi spinge a paragonare la Lombardia alle Regioni speciali: molti comuni montani e di pianura si trovano a ridosso del confine svizzero, fortemente penalizzati dal fenomeno del frontalierato e dalla perdita del tessuto commerciale locale. Se un tempo si rischiava di perdere cittadini per motivi etnici, oggi corriamo il rischio di perdere forza lavoro, popolazione ed entrate erariali a causa di questa vicinanza. Una emorragia silenziosa che dovrebbe fare più paura delle bombe ai tralicci del passato. Senza dimenticare l'Oltrepò Pavese e il Mantovano che, pur senza confini di Stato, vivono le stesse identiche difficoltà.

A Roma nessuno sostiene più le necessità lombarde. Sul territorio, invece, cresce il "Patto per il Nord". Ci trovate nelle piazze a raccogliere le vostre istanze e ci vedete impegnati in prima linea contro le scelte che danneggiano le comunità, come nel caso dell'ospedale di Erba in provincia di Como.

L'unica speranza è ripartire dal territorio. Dobbiamo comprendere che è necessario portare forze nuove ad amministrare le città, le Regioni e il Paese, fino a diventare abbastanza forti da poter rivendicare, con reale potere contrattuale, l'istituzione della Regione Autonoma Lombarda.

Giorgio Bargna




 

giovedì 8 ottobre 2026

Case popolari e aiuti sociali: come trovare il giusto equilibrio tra solidarietà e contributo al Paese?


Welfare, edilizia pubblica e immigrazione: un'analisi storica e critica

È corretto affermare che gli aiuti sociali di Comuni e Stato, come i criteri di assegnazione delle case popolari, siano stati varati a suo tempo per agevolare l'immigrazione meridionale?

Le origini dello Stato sociale e dell'edilizia residenziale pubblica in Italia precedono il boom economico. Nacquero per rispondere alle prime dinamiche di industrializzazione e alla povertà generale. Tuttavia, è innegabile che la massiccia immigrazione interna dal Mezzogiorno abbia influenzato profondamente la gestione pratica e l'espansione di questi aiuti tra gli anni '50 e '60.

1. Il tema della casa: dal dopoguerra al boom economico

Partiamo dal tema della casa, oggi al centro del dibattito. Nel secondo dopoguerra, l'Italia dovette affrontare la ricostruzione post-bellica e una gravissima carenza di alloggi. Per rispondere a questa emergenza, nel 1949 nacque il Piano INA-Casa (noto come Piano Fanfani). Il fine principale era duplice: combattere la disoccupazione aprendo migliaia di cantieri edili e fornire case ai lavoratori. I fondi erano alimentati dalle trattenute sulle buste paga dei lavoratori dipendenti di tutta Italia, oltre che dai contributi dei datori di lavoro e dello Stato.

La vera svolta strutturale avvenne tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, con la massiccia migrazione interna dal Sud verso il "Triangolo Industriale" (Milano, Torino, Genova). In quel momento storico, i comuni del Nord si trovarono del tutto impreparati a gestire l'enorme afflusso. I lavoratori meridionali vissero gravi discriminazioni nel mercato immobiliare privato, finendo spesso ammassati in condizioni drammatiche in coree, soffitte e scantinati. Solo allora le amministrazioni locali e i successivi piani statali — come la Gescal, nata nel 1963 — furono costretti ad ampliare l'offerta di edilizia pubblica. L'obiettivo era assorbire la forte domanda dei nuovi residenti che erano, a tutti gli effetti, lavoratori regolari che contribuivano all'economia locale.


2. Criteri di assegnazione e nodi critici attuali

I criteri storici e attuali di assegnazione non sono nati per "privilegiare" gli immigrati (meridionali ieri, o stranieri oggi), bensì per misurare il bisogno socio-economico. Ma qui è lecito domandarsi: chi ha davvero diritto, perché e con quali parametri?

Oggi i punteggi si basano principalmente su tre pilastri, che sollevano non poche perplessità:

  • Reddito basso (calcolato tramite ISEE): Un parametro oggettivo e incontestabile.

  • Presenza di minori, anziani o disabili: Fatti salvi i casi legati alla disabilità (che dovrebbe rappresentare la precedenza assoluta) e agli anziani bisognosi, valutare la mera presenza di minori rischia oggi di penalizzare i nuclei familiari italiani e comunitari.

  • Condizioni abitative precarie o coattive (es. sfratti): Anche in questo caso si potrebbe contestare la motivazione dello sfratto o valutare criticamente il motivo per cui si viveva in ambienti fatiscenti.

Nel corso degli anni, molti enti locali hanno provato a introdurre criteri premiali basati sulla lunga residenza nel territorio per favorire i residenti storici. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha ripetutamente dichiarato illegittimi i requisiti di residenza prolungata troppo stringenti. La Consulta ha ribadito che la funzione delle case popolari è assistere chi si trova in stato di indigenza, indipendentemente dalla provenienza.

Eppure, a livello sociale, il dibattito resta aperto: essere italiani in Italia non deve essere un privilegio assoluto, ma dovrebbe rappresentare un criterio rilevante, considerando che generazioni di italiani hanno costruito e sostenuto economicamente il Paese.

3. Il "Welfare della Fabbrica" e l'assenza di un reddito minimo

Durante le grandi migrazioni interne, lo Stato italiano scelse di strutturare un sistema di welfare fortemente occupazionale:

  • Gli aiuti economici (pensioni di vecchiaia, assegni familiari, indennità di malattia) spettavano solo a chi aveva un lavoro regolare e pagava i contributi.

  • Gli immigrati meridionali che arrivavano a Torino o Milano ricevevano tutele e assegni familiari solo in quanto operai, non in quanto "poveri" o immigrati.

Chi rimaneva disoccupato o ai margini non aveva diritto a paracaduti economici statali. Doveva bussare alla porta delle parrocchie, dei sindacati o dell'ECA comunale (Ente Comunale di Assistenza) per ottenere sussidi straordinari una tantum. Il sistema italiano ha storicamente frenato i sussidi diretti alla povertà monetaria, preferendo proteggere il lavoratore. I meridionali beneficiarono del "welfare della fabbrica" (salario, tutele, previdenza), mentre i poveri storici non occupati — sia del Nord sia del Sud — rimasero per quasi un secolo affidati alla limitata assistenza dei singoli Comuni.

L'Italia è stata infatti per decenni uno degli ultimi Paesi europei a non avere un reddito minimo garantito slegato dalla storia lavorativa. I tentativi di creare sostegni universali basati solo sull'indigenza sono recentissimi e privi di legami con le vecchie dinamiche migratorie:

  • 1998-2003: Sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento (RMI).

  • 2018: Introduzione del REI (Reddito di Inclusione).

  • 2019-2023: Il Reddito di Cittadinanza.

  • Dal 2024: L'Assegno di Inclusione (ADI), che limita il sostegno economico ai nuclei familiari con componenti fragili (minori, anziani, disabili).

Oggi, i parametri per accedere agli aiuti dei servizi sociali comunali e statali riflettono ancora questa storica tensione tra la tutela del bisogno immediato e il principio di contribuzione al sistema Paese.


Il legame storico con il Paese e la proporzione degli aiuti

Alla luce di questa evoluzione, appare evidente come oggi non esista una reale tutela basata sul legame generazionale: l'essere l'ultimo anello di una catena di persone che hanno concretamente costruito, finanziato e fatto crescere il Paese non garantisce alcun riconoscimento prioritario. Sebbene questo concetto non sia condiviso da tutti, ritengo che chi appartiene a questa categoria non debba certo godere di privilegi assoluti, ma meriti quantomeno un "punteggio di attenzione" all'interno dei sistemi di welfare.

Oggi, purtroppo, la realtà è ben diversa.

Se è vero che la spesa previdenziale e assistenziale legata alla vecchiaia (come l'Assegno Sociale) è destinata in larghissima parte ai cittadini italiani, il dibattito si accende quando si analizzano i sussidi di ultima generazione. Nelle misure di contrasto alla povertà — dal vecchio Reddito di Cittadinanza all'attuale Assegno di Inclusione — i nuclei familiari italiani costituiscono storicamente circa il 65-70% dei beneficiari totali, mentre il restante 30-35% è coperto da cittadini stranieri.

Per comprendere il peso di queste percentuali, basta guardare i dati demografici ufficiali dell'Istat:

    Popolazione totale: L'Italia conta circa 53 milioni e 383 mila cittadini italiani a fronte di 5 milioni e 560 mila residenti stranieri.

  • Incidenza percentuale: La popolazione straniera rappresenta il 9,4% del totale degli abitanti (in costante incremento), mentre la componente italiana mostra una leggera flessione.

Mettendo a confronto questi dati, emerge una sproporzione evidente: una componente che rappresenta meno del 10% della popolazione totale assorbe quasi un terzo delle risorse destinate al contrasto della povertà.

Il rischio concreto è quello di creare una disparità di trattamento percepita: chi ha un legame storico ed economico profondo con il territorio si trova talvolta penalizzato o scalato in graduatoria, pur continuando a sostenere i servizi pubblici — come la sanità — attraverso il pagamento quotidiano di tasse, imposte e dazi.

Sia chiaro: l'obiettivo non deve mai essere quello di abbandonare al proprio destino chi si trova in condizioni di indigenza. Tuttavia, sarebbe equo mostrare maggiore attenzione a chi, negli anni, ha contribuito fattivamente allo sviluppo economico e sociale del Paese. E in questa categoria di contribuenti meritevoli di tutela, sia chiaro, rientrano a pieno titolo anche le migliaia di lavoratori immigrati residenti e integrati in Italia ormai da lungo tempo.

In conclusione, la vera sfida del welfare moderno non risiede nella contrapposizione ideologica tra chi arriva e chi è già qui, ma nella capacità di riscoprire il valore del patto sociale. Un sistema assistenziale che ignora la storia contributiva dei propri cittadini rischia di minare la fiducia stessa nelle istituzioni; al contrario, un modello equilibrato dovrebbe essere in grado di garantire una rete di sicurezza universale per gli ultimi, senza però dimenticare di proteggere e valorizzare chi — italiano di nascita o immigrato di lungo corso — quel sistema ha contribuito a edificarlo e a mantenerlo in vita con il proprio lavoro.


Giorgio Bargna


 

sabato 19 settembre 2026

Giù le mani dall’Erbese: la farsa del bollo auto non pagherà il taglio della nostra sanità!


Ci risiamo: ecco l’ennesimo schiaffo al nostro territorio. La chiusura del reparto di maternità dell’Ospedale Sacra Famiglia (Fatebenefratelli) di Erba — ipocritamente mascherata sotto la parola "revisione" — è la goccia che fa traboccare il vaso. Da anni lo Stato centrale fa cassa sulla pelle dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. È semplicemente intollerabile che la sanità della Lombardia, da sempre un'eccellenza nazionale, venga continuamente saccheggiata per coprire i fallimenti altrui.

Guardiamo alla realtà dei fatti: smantellare il punto nascite di Erba significa scaricare un peso insostenibile sugli ospedali Valduce e Sant'Anna, strutture i cui reparti sono già oggi al limite del collasso. Dobbiamo pretendere rispetto. Rispetto per il nostro territorio, rispetto per le mamme e per i bambini che nasceranno, ma anche rispetto per medici, infermieri e personale sanitario che lavorano con dedizione pur essendo già allo stremo delle forze.

Ma c'è di più. In questi giorni si fa un gran parlare della presunta "svolta" sull'abolizione del bollo auto per il 2027. Ci raccontano che per le casse della Regione Lombardia sarà a costo zero e che il Governo nazionale compenserà interamente il mancato gettito. Il governatore Attilio Fontana ci rassicura, promettendo che il Ministero dell'Economia coprirà ogni centesimo. Ma la verità è un'altra, ed è sotto gli occhi di tutti: è veramente difficile credere alle favole.

Lo Stato non sta cancellando una tassa regalando soldi ai cittadini. La bozza del decreto parla chiaro: i 2,36 miliardi di euro necessari a coubrire l'operazione nazionale verranno scippati dai fondi non utilizzati del PNRR e, soprattutto, da una rimodulazione dello sconto sulle accise dei carburanti (in particolare sul diesel). Tradotto in parole povere: nel 2027 non pagherai il bollo, ma lo lascerai direttamente al distributore ogni volta che farai il pieno di benzina o gasolio. Una beffa colossale.

Non a caso, molti presidenti di Regione hanno già alzato gli scudi, denunciando che i fondi stanziati dal Governo non copriranno mai il reale valore delle tasse non riscosse. Nonostante le rassicurazioni del ministro Giorgetti, la diffidenza resta altissima. Il bollo auto è un’entrata a destinazione libera che le Regioni usano per finanziare i servizi essenziali. Togliere queste risorse significa costringere gli amministratori locali a tagliare ulteriormente sulla sanità pubblica e sui trasporti per far quadrare i conti.

A confermare questo sospetto è la durata stessa del provvedimento. Guarda caso, la sospensione vale solo per il 2027, l’anno delle elezioni politiche nazionali. Siamo davanti a una cinica "svendita di fine stagione", una mossa elettorale che regala un'illusione immediata per raccogliere voti, scaricando sulle amministrazioni locali e sui cittadini il collasso dei servizi nei mesi successivi.

Da territorialista convinto, legato a questa terra che va dalle sponde del nostro lago alle vette del Triangolo Lariano, non posso restare in silenzio di fronte a questo scempio. Il benessere profondo delle nostre comunità si misura dalla capillarità dei servizi di prossimità. Sradicare la maternità dal cuore dell'Erbese non è una semplice scelta tecnica: significa costringere le famiglie di Asso, di Canzo, della Vallassina e di tutta l'Alta Brianza comasca a fare chilometri di tornanti e code sulla statale solo per dare alla luce un fragile neonato. Stanno desertificando i servizi storici della provincia di Como per piegarli alle logiche burocratiche dei palazzi. E mentre ci tolgono il diritto di nascere a casa nostra, a Roma giocano al gioco delle tre carte con i fondi del bollo auto per fare propaganda elettorale. La Lombardia e il Comasco producono la ricchezza di questo Paese e meritano autonomia vera, rispetto e la certezza assoluta che le risorse generate qui rimangano qui, a difesa dei nostri ospedali e della nostra gente. Difendere Erba oggi significa difendere il futuro stesso della nostra terra.Giù le mani dalla nostra sanità, giù le mani dal nostro territorio!

Giorgio Bargna


 

domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna

 

sabato 29 agosto 2026

La trincea dei Sindaci e l'inganno del centralismo



Per sviluppare questa riflessione parto da due fatti di cronaca avvenuti di recente nel Comasco: una discussione sul decoro pubblico in Brianza e gli atti vandalici registrati a Lurate Caccivio, legati al disagio di una persona fragile.

Sul primo punto sono già intervenuto in un dibattito online: al di là del singolo episodio, il nodo centrale resta la cronica carenza di personale nei Comuni. Se un sindaco non può assumere chi serve per accudire il paese, è perché le decisioni finanziarie prese a livello centrale continuano a penalizzare gli enti locali. E a metterci la faccia — e la responsabilità — restano sempre gli amministratori di prossimità.

Sul fronte della sicurezza e del degrado sociale, il problema di fondo è analogo: la carenza di strumenti reali. Lo riassume bene la sindaca di Lurate Caccivio, Serena Arrighi, sulle pagine de La Provincia:

«Come sindaco continuerò a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità, credo però sia arrivato il momento di chiedersi, anche a livello istituzionale più alto, se non sia necessario costruire strumenti nuovi e più efficaci che consentano di tutelare la persona fragile e la sicurezza della collettività. Quando le istituzioni intervengono ripetutamente e il problema continua a riproporsi non significa che nessuno stia facendo il proprio dovere, ma forse dobbiamo avere il coraggio di chiederci se gli strumenti che abbiamo siano davvero sufficienti».

È proprio qui che si riapre, con drammatica concretezza, il nodo della questione settentrionale.

Da anni ci sentiamo dire che il centralismo serve a garantire equità, ma il risultato sul campo è questo: i Comuni del Nord, che sostengono l'impalcatura economica della Nazione, si ritrovano a fare i "commissari al degrado" a mani nude. Roma trattiene il gettito e restituisce ai territori una burocrazia asfissiante e leggi inadeguate per gestire le emergenze reali.

Quello che chiedono amministratori come Serena Arrighi o i sindaci della nostra Brianza non è l'elemosina di un fondo straordinario, ma un cambio di paradigma: trattenere le risorse necessarie per governare il territorio e avere leggi a misura di comunità.

Se la politica nazionale non comprende che la sicurezza urbana, il decoro e il soccorso alle persone fragili si garantiscono dando forza, soldi e poteri ai Comuni, continueremo ad assistere alla solita commedia: la periferia lavora e produce, Roma incassa, e i cittadini si tengono i problemi sotto casa.

Perché difendere la nostra terra non è un'astrazione ideologica: significa mettere i nostri sindaci nelle condizioni di difendere la qualità della vita, la sicurezza e la dignità delle nostre comunità. Senza autonomia reale, la politica di prossimità continuerà a essere una trincea svuotata di munizioni.

Giorgio Bargna

Coordinatore Provinciale

Patto per il Nord

 

domenica 16 agosto 2026

Niente è gratis: perché dobbiamo smettere di ringraziare lo Stato per i servizi che abbiamo già pagato


Già da tempo volevo dedicare dei minuti al sostituto d'imposta, questo sconosciuto.

Recentemente attraverso i commenti sui miei post mi sono reso conto che la situazione è parecchio confusa, le persone non comprendono esattamente come e cosa pagano di tasse e chi mi parla di estero, addicendo che li alcune tasse sono dedicate e in Italia no si confonde.

Dal "meccanismo tecnico" alla "consapevolezza fiscale": Il sostituto d'imposta crea l'illusione che le tasse le paghi qualcun altro o che il netto sia l'unico vero stipendio. Far vedere quanto "costa" davvero il servizio pubblico al mese attiva il senso di proprietà del cittadino.

  1. Il principio del contraccambio (Patto Fiscale): Le tasse non sono un pizzo, ma il pagamento anticipato di un abbonamento a un pacchetto di servizi (Sanità, Sicurezza, Strade, Scuole, Pensioni). Se l'abbonamento è caro, la qualità non può essere scadente.

Pagarle (tutte) per averle (tutti): perché il Sostituto d'Imposta ci ha resi analfabeti fiscali

Se ogni mese andaste al ristorante, pagaste un conto fisso da 500 euro a testa e vi servissero un piatto freddo e pane raffermo, accettereste la situazione? Probabilmente no. Pretendereste la qualità per cui avete pagato.

Quando si parla di Stato e servizi pubblici, però, accade l'opposto: subiamo passivamente disservizi, liste d'attesa infinite e burocrazia.

La radice di questa rassegnazione risiede in un meccanismo che all'apparenza sembra una comodità, ma che nei fatti ha anestetizzato la nostra consapevolezza: il sostituto d'imposta.

Il grande inganno del "Netto in Busta"

Il sostituto d'imposta (il datore di lavoro o l'INPS) versa le tasse e i contributi al posto nostro prima ancora che il denaro tocchi il nostro conto corrente.

  • Come funziona: Il sostituto calcola l'IRPEF, le addizionali e i contributi, li trattiene dal lordo e versa direttamente al fisco la differenza, consegnandoci il netto.

  • L'effetto psicologico: Il cittadino si abitua a considerare "suo" solo l'importo netto. Non vedendo mai uscire dal proprio conto le centinaia o migliaia di euro che ogni mese finiscono allo Stato, perde la percezione di quanto sta effettivamente sborsando per la macchina pubblica.

Se ogni mese il lavoratore o il pensionato dovesse fare manualmente un bonifico all'Agenzia delle Entrate con un terzo o la metà del proprio guadagno, la pretesa di avere strade senza buche, sanità efficiente e burocrazia rapida diventerebbe immediata e intransigente.

Quanto e come paghiamo la macchina pubblica?

Ognuno di noi, in forme diverse, versa cifre imponenti per finanziare la comunità. Non esistono "servizi gratuiti": ogni prestazione statale è pre-pagata dal nostro lavoro.

1. Lavoratori Dipendenti Trattengono mensilmente fino al 43% di IRPEF (più le addizionali regionali e comunali) e circa il 9% di contributi previdenziali a proprio carico (oltre a quelli versati dal datore di lavoro).

  • Cosa finanziano: L'IRPEF sostiene lo Stato, la difesa, la scuola e la giustizia; l'Addizionale Regionale copre la Sanità; quella Comunale gestisce i servizi locali (asili, strade, illuminazione).

2. Pensionati Le pensioni non sono regali: sono redditi da lavoro differito assoggettati alle stesse aliquote IRPEF dei lavoratori (fino al 43%, eccezione fatta per la No Tax Area fino a 8.500 €). Il pensionato continua a finanziare la sanità e i servizi locali esattamente come quando lavorava.

3. Partite IVA e Autonomi Che siano in Regime Forfettario (imposta sostitutiva al 5% o 15%) o in Regime Ordinario (IRPEF a scaglioni), i lavoratori autonomi finanziano la sanità e la spesa pubblica tramite le imposte e la fiscalità generale (IVA e IRAP), versando al contempo quote contributive INPS o alle Casse Professionali tra il 24% e il 26%.

Perché dobbiamo pretendere di più

Che si tratti di cure mediche, sicurezza o manutenzione urbana, nessun servizio erogato dallo Stato è una concessione o un favore.

L'accesso al Servizio Sanitario Nazionale, la scuola per i figli o l'illuminazione della strada sotto casa non sono "gratis": sono già stati saldati al momento della trattenuta sul cedolino della pensione, sulla busta paga o nel modello F24 della Partita IVA.

Superare l'analfabetismo fiscale significa iniziare a guardare il proprio stipendio o la propria pensione partendo dal costo lordo. Soltanto riappropriandoci della misura reale di ciò che diamo allo Stato potremo passare da una posizione di passiva rassegnazione a una di attiva pretesa di efficienza e rispetto del cittadino-contribuente.

Il giorno in cui smetteremo di definire "gratuita" la sanità, la scuola o la manutenzione delle nostre città e inizieremo a chiamarli "servizi pre-pagati a caro prezzo", quel giorno cambierà il nostro rapporto con lo Stato. Pretendere efficienza non è una pretesa egoistica: è l'unico modo per far valere il valore del nostro lavoro.

Giorgio Bargna






 

domenica 26 luglio 2026

Stipendi al palo o carovita fuori controllo? Perché la risposta è entrambe le cose

 


Spesso mi sono chiesto se negli ultimi anni fossero gli stipendi a non adeguarsi al costo della vita o se, al contrario, fosse quest'ultimo a galoppare troppo.

La risposta breve è: entrambe le cose. Ma con dinamiche specifiche che hanno stretto il potere d'acquisto in una vera e propria morsa, specialmente in Italia.

Analizzando i dati del decennio 2016-2026, emerge una combinazione micidiale: stagnazione salariale strutturale da un lato e fiammate inflazionistiche concentrate dall'altro. Quando il costo dei beni essenziali sale rapidamente e le buste paga rimangono rigide, il crollo del potere d'acquisto cessa di essere una mera percezione e diventa un dato di fatto. Il punto, quindi, non è solo l'aumento dei prezzi, ma la totale incapacità del nostro sistema retributivo di reagire con la dovuta reattività.

Stipendi al palo da trent'anni

Se il carovita è un'emergenza recente, la stasi degli stipendi è un male cronico. Non parliamo di un problema dell'ultimo decennio, e nemmeno dei due precedenti: l'Italia detiene il triste primato di un'unica performance negativa nell'area OCSE negli ultimi trent'anni.

Negli ultimi dieci anni, mentre in Germania o Francia i salari nominali crescevano al passo con l'inflazione (o persino al di sopra), in Italia i salari reali sono rimasti al palo o sono addirittura diminuiti. A frenare gli aumenti nei contratti collettivi contribuiscono la cronica scarsa crescita della produttività e la proliferazione di contratti a termine (di cui abbiamo già scritto più volte), part-time involontario e frammentazione contrattuale, che hanno impoverito la media salariale complessiva.

Lo strappo del costo della vita

Sull'altro fronte, il costo della vita non è salito in modo lineare, ma ha subito uno strappo violento a partire dal biennio 2021-2022. Dopo anni di inflazione quasi azzerata (2014-2020), la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e le strozzature nelle catene di approvvigionamento post-pandemia hanno innescato una spinta inflazionistica record. A questo scenario si aggiungono oggi le tensioni militari nel Golfo e le conseguenti ritorsioni sugli stretti navali.

L'impatto si è abbattuto con durezza estrema sui beni di prima necessità e sulla casa:

  • Alimentari e carrello della spesa: Aumenti a doppia cifra accumulati nel giro di un biennio.

  • Energia e bollette: Un colpo diretto e devastante sui bilanci familiari.

  • Casa e mutui: L'impennata dei tassi d'interesse per contenere l'inflazione ha fatto schizzare le rate dei mutui variabili, mentre i canoni di locazione sono esplosi nelle aree urbane.

Oggi, per un operaio, un impiegato o un operatore sanitario, coprire i costi di un affitto o di un mutuo significa spesso impiegare un intero stipendio mensile.

Le contromisure: cosa serve fare subito

Il collasso è alle porte. Per evitarlo non servono palliativi, ma contromisure immediate e strutturali.

1. Adeguamento salariale al costo della vita reale

Occorre superare la logica dei Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) così come li conosciamo, che pretendono di trattare allo stesso modo territori con un costo della vita radicalmente diverso. Serve introdurre gabbie salariali "moderne" o rafforzare la contrattazione di secondo livello, prevedendo indennità territoriali o di residenza per chi lavora al Nord o in aree ad alto costo. Non si tratta di tagliare le retribuzioni altrove, ma di riconoscere un bonus carovita legato agli indici ISTAT locali sui prezzi e sull'abitare.

A questo va affiancata una decisa defiscalizzazione del welfare aziendale, rendendo del tutto esentasse i benefit legati alle spese primarie: buoni pasto, rimborsi utenze, trasporto pubblico e mutui.

2. Autonomia Fiscale e "Trattenuta del Residuo Fiscale"

Per far fronte sia alla stasi degli stipendi sia all'aumento dei costi, la proposta cardine è trattenere la ricchezza prodotta sul territorio:

  • Taglio delle aliquote IRPEF e IRES regionali: Lasciare una quota maggiore di tasse direttamente nei territori in cui vengono generate. Ridurre la pressione fiscale locale sui redditi medio-bassi significa aumentare subito lo stipendio netto in busta paga, senza caricare di ulteriori costi le imprese.

  • Detassazione di straordinari e premi di produttività: Azzerare o ridurre al minimo l'imposta sui premi legati all'efficienza aziendale per stimolare sia la produttività che le retribuzioni.

3. Calmiere sui "Costi Obbligati" e difesa dei Servizi Pubblici

L'inflazione punisce soprattutto chi vive in contesti dove i servizi essenziali sono cari o parzialmente privatizzati. Le risposte devono essere locali e mirate:

  • Sostegno alle tariffe di RSA e Sanità: Interventi diretti di Regioni ed Enti Locali per abbattere le rette delle strutture assistenziali e i ticket sanitari, evitando che le famiglie prosciughino i propri risparmi per curare anziani o fragili.

  • Politiche sull'Abitare: Agevolazioni fiscali per chi affitta a canone concordato a lavoratori residenti (infermieri, insegnanti, giovani coppie), così da frenare la bolla immobiliare.

  • Calmiere dei costi energetici: Spinta decisa sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) a livello comunale e provinciale, per autoprodurre energia e abbassare le bollette di famiglie e piccole imprese.

Diciamolo chiaramente: non stiamo parlando di assistenzialismo generico o di sussidi a pioggia. Parliamo di riallineare le buste paga al costo reale della vita e di attivare una gestione fiscale territoriale capace di finanziare i servizi sociali senza strozzare ulteriormente i cittadini.

Giorgio Bargna


domenica 19 luglio 2026

Il caso Roggero e il nodo della legittima difesa


Oggi affrontiamo, in bilico tra polemica ed equilibrio, il caso Roggero e il più ampio tema della legittima difesa, ma anche il concetto, spesso calpestato, di proprietà privata.

Partiamo da Mario Roggero. Vi invito innanzitutto a diffidare da chi, oggi, dichiara di volerlo candidare in Parlamento: con una condanna definitiva sulle spalle, la partita giuridica e politica sulla sua candidabilità è chiusa. Se la politica avesse voluto muoversi davvero in tal senso, avrebbe dovuto farlo prima, dimostrando vero coraggio istituzionale anziché limitarsi a slogan postumi.Allo stesso modo, vi invito a diffidare di chi si oppone a priori a un'eventuale concessione della Grazia. A questi ultimi verrebbe da dire, provocatoriamente: "Lasciate il vostro indirizzo nei commenti, così i delinquenti sapranno dove andare". È ovviamente un'iperbole – non fatelo – ma serve a ricordare a tutti che ricevere certe "visite" tra le mura di casa non è esattamente una passeggiata di salute.

Non starò a riassumere la cronistoria della vicenda, che ormai tutti conoscete. Sappiamo che Roggero ha commesso un reato e che la legge, su questo, è stata inflessibile. Lo è molto meno, invece, sulla quantificazione della pena, sul riconoscimento del trauma e su altri aspetti legali che rimangono fin troppo legati alla discrezionalità del giudice.

Per capire l'anomalia di questo sistema, facciamo un paragone estremo ma concreto, che presenta forti similitudini sul piano della valutazione psicologica.

Nelle aule di tribunale capita che per un femminicidio l'ergastolo venga ridotto a 15 o 20 anni perché i giudici decidono di "comprendere" il contesto della gelosia o della separazione. In alcune sentenze si è letto che l'assassino viveva un "crescente senso di disagio e frustrazione" per lo "scarto" avvertito tra l’intensità dei propri sentimenti e quelli della vittima. Uno scarto che, per le corti, rendeva "comprensibile" la tempesta emotiva.

Ed ecco il paradosso. A un uomo come Roggero – che ha subito due rapine, di cui una estremamente violenta, con la famiglia minacciata, anche in altri contesti – quel "disagio" e quella "frustrazione" non sono stati concessi come attenuanti, se lo fossero stati (non sono un penalista) allora qualcosa non funziona . A lui non è stata riconosciuta la parziale scusabilità di aver vissuto in uno stato di terrore e rabbia quotidiana; sentimenti che hanno scatenato una reazione sicuramente illegale, ma psicologicamente spontanea. Oggi Roggero vive in carcere, ironia della sorte, proprio insieme ai "colleghi" di chi lo ha rapinato.

In questo scenario, la vera via d'uscita – che permetterebbe alla nostra Nazione di salvare la faccia e mostrare umanità – si chiama Grazia Presidenziale.

Molti temono che questo provvedimento possa creare un precedente pericoloso. Tuttavia, la storia recente dimostra il contrario: la Grazia è uno strumento eccezionale che risolve i cortocircuiti della giustizia senza scardinare il sistema. Ecco alcuni casi celebri, legati a fatti gravissimi, in cui il Quirinale è intervenuto per motivi umanitari o sociali e malgrado tutto non è cambiato sistema:

- Il caso Ovidio Bompressi (2006): Condannato per l'omicidio del commissario Calabresi, ottenne la grazia dal Presidente Napolitano per motivi esclusivamente umanitari legati alla salute.

- Il caso Adriano Sofri e la svolta costituzionale: Il Ministro della Giustizia Castelli si rifiutò di firmare l'atto di grazia voluto dal Presidente Ciampi. Lo scontro portò a una storica sentenza della Corte Costituzionale, la quale stabilì che la Grazia è un potere monocratico ed esclusivo del Capo dello Stato.

- Il caso Stefano Oria: Ex esponente della lotta armata, ottenne il provvedimento da Ciampi per completare il suo percorso di reinserimento sociale.

- Il caso Alaa Faraj: Condannato a 30 anni come scafista per una tragica traversata, ha ricevuto dal Presidente Mattarella una grazia parziale di oltre 11 anni, valutando il suo percorso e la revisione del contesto.

La Grazia a Roggero non sarebbe un'anomalia, ma un atto di eccezionale e necessaria giustizia umana. 

Anche perché questo caso solleva un problema enorme che tocca tutti noi: cosa resta della nostra proprietà privata?

In Italia la Proprietà Privata dovrebbe essere un pilastro dell'ordinamento. Nella realtà, questo diritto è costantemente gravato da una tassazione, diretta o indiretta, che non concede sconti. Eppure, a fronte di questi doveri fiscali sacrosanti, la tutela reale dello spazio privato lascia a desiderare.

Certo, l'Articolo 614 del Codice Penale punisce la violazione di domicilio, e la pena sale da due a sei anni se c'è violenza o se il colpevole è armato. Una sanzione che sulla carta sembra severa, ma che spesso si scontra con la realtà dei fatti e delle scarcerazioni facili.

La riforma della legittima difesa del 2019 (Legge n. 36) ha provato a introdurre la presunzione di proporzionalità e la scriminante del "grave turbamento" per chi si difende in casa propria. Ma qui sta la trappola: definire e dimostrare lo stato di shock dell'aggredito spetta comunque all'interpretazione personale del Giudice. Il caso Roggero ne è la dimostrazione lampante: il suo turbamento non è bastato.

Mentre l'Europa si attorciglia intorno a questi paletti stringenti, gli Stati Uniti offrono la tutela più ampia al mondo per la difesa della persona e della proprietà, basandosi su due pilastri chiari:

- Castle Doctrine (La Dottrina del Castello): Dentro casa tua non hai l'obbligo di fuggire o nasconderti. Puoi usare la forza letale se ritieni che l'intruso voglia commettere un reato grave o farti del male.

- Stand Your Ground (Difendi la tua posizione): In circa 30 Stati, se vieni aggredito in un luogo pubblico dove hai il diritto di stare, non sei obbligato a scappare prima di reagire. Puoi difenderti subito se temi per la tua vita.

Le conclusioni: una provocazione necessaria

Le leggi esistono e vanno rispettate, nessuno lo mette in dubbio. Ma di fronte a questo scenario la domanda sorge spontanea: quali risposte vogliamo dare ai cittadini onesti?

Le mie risposte sono due, nette e senza giri di parole:

Grazia incondizionata a Mario Roggero, vittima prima dei criminali e poi di un sistema cieco che non ha saputo comprendere il suo grave turbamento.

Introduzione del modello USA sulla difesa della proprietà privata.

Giorgio Bargna