domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna

 

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