giovedì 3 settembre 2026

La bilancia demografica si è rotta: come salvare la nostra comunità


Prendiamo ancora una volta spunto da un articolo de La Provincia di Como per far parlare i numeri: il gap demografico tra le nuove generazioni e la popolazione anziana sta disegnando un futuro che è già qui.

I dati ISTAT per la nostra provincia raccontano una sproporzione netta: a fronte di 69.484 ragazzi sotto i 14 anni, contiamo 148.963 over 65 e ben 78.829 over 75. Intendiamoci: definire "anziano" un sessantacinquenne oggi è del tutto anacronistico. Ciò che rileva, però, è la direzione della bilancia. Il saldo tra nuovi nati e generazioni mature è destinato a inclinarsi sempre più dalla stessa parte, almeno fino a quando non interverrà una svolta socioculturale oggi difficile da scorgere.

Come fa notare con lucidità il quotidiano locale, la platea delle potenziali madri continua a restringersi. Senza un’improvvisa (e improbabile) esplosione delle nascite, un’inversione di rotta appare irrealistica.

Questa tendenza non è una nozione astratta: sta già ridisegnando le fondamenta del nostro tessuto sociale ed economico. Le prime crepe sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla tenuta della sanità territoriale e dal ridimensionamento della rete scolastica.

Siamo di fronte a una trasformazione epocale. Da un lato facciamo i conti con la carenza di manodopera, la sostenibilità del sistema previdenziale e la necessità di ripensare da cima a fondo i modelli assistenziali ed educativi. Dall'altro assistiamo all'ascesa della cosiddetta Silver Economy: un mercato di prodotti e servizi ritagliato su una popolazione senior che, almeno per ora, può ancora fare affidamento su un’entrata sicura a fine mese.

La vera sfida non è solo constatare questo squilibrio, ma capire come la nostra comunità saprà riorganizzarsi prima che il divario diventi incolmabile.

In un’ottica squisitamente localista e comunitaria — orientata al principio di sussidiarietà, alla valorizzazione dei borghi e al rafforzamento dei legami di prossimità — la crisi demografica non si combatte con freddi bonus a pioggia o con l'assistenzialismo centralizzato. Si affronta ridando centralità al territorio, alle famiglie e alla cooperazione di bacino.

Ecco una serie di proposte concrete articolate tra livello locale (comunale e provinciale) e livello nazionale:

Livello Locale: Welfare di Prossimità e Borghi Vivi

  • Micro-RSA di Borgo e Co-housing Intergenerazionale: Superare il modello delle grandi strutture sociosanitarie spersonalizzanti e costose. Si possono riqualificare edifici storici o pubblici dismessi nei centri urbani e nei paesi per creare piccole strutture residenziali integrate nel quartiere. L'integrazione di spazi di co-housing dove giovani studenti o giovani coppie ottengono affitti calmierati in cambio di ore di assistenza o compagnia agli anziani crea una reale solidarietà di quartiere.

  • Assegno di Cura Territoriale e Albo Comunale dell'Assistenza: Anziché delegare la cura a contributi statali indistinti, i Comuni e le ATS possono istituire un Assegno di Cura gestito a livello di Distretto sociosanitario, affiancato da un Albo comunale o d'ambito per le assistenti familiari verificate e formate. In questo modo si mantiene l'anziano nella propria casa, supportando l'economia informale locale e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

  • Integrazione dei Distretti e Svincolo dai Campanilismi: A livello provinciale (come nell'asse Cantù-Como e nelle valli), occorre superare i frammentarismi comunali per gestire in modo associato la rete dei servizi alla persona, i trasporti sociali di bacino e la medicina territoriale di base, garantendo pari dignità di cura anche nelle aree più periferiche.

  • Spazi di Aggregazione e Presìdi di Frazione: Convertire gli ex spazi comunali, scuole dismesse o vecchie sedi associative in centri polivalenti di frazione. Spazi che uniscano attività per la terza età, presìdi infermieristici di comunità, punti di facilitazione digitale e piccole attività ricreative per bambini.

Livello Nazionale: Politiche di Sussidiarietà e Radicamento

  • Fiscalità di Svantaggio per la Famiglia e Radicamento Giovanile: Introdurre una misura di fiscalità di vantaggio (es. quoziente familiare reale sulle addizionali e sulle imposte dirette) tarata per incentivare la permanenza dei giovani nei propri territori d'origine, contrastando lo spopolamento e la fuga dei talenti verso le metropoli o l'estero.

  • Defiscalizzazione del Welfare Comunitario e Aziendale Territoriale: Riconoscere forti sgravi fiscali alle imprese locali che investono nel welfare dei propri dipendenti attraverso asili nido aziendali o interaziendali, flessibilità oraria per la gestione dei familiari anziani e contributi diretti alla rete dei servizi sociali del Comune di appartenenza.

  • Riforma della Governance Sociosanitaria: Riconoscere maggiore autonomia decisionale e di budget ai Distretti sociosanitari e ai Comuni capofila d'ambito, permettendo di adattare l'offerta dei servizi alle reali caratteristiche demografiche del singolo bacino territorialmente omogeneo, anziché applicare direttive rigide e uguali per tutti a livello centrale o regionale.

  • Valorizzazione della Formazione Professionale e del Lavoro di Cura: Promuovere e finanziare la rete della formazione professionale territoriale (CFP e ITS) per riqualificare i giovani e gli inoccupati locali nelle professioni sociosanitarie e nell'assistenza qualificata, trasformando la Silver Economy da mero costo passivo a volano di occupazione stabile e radicata.

Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere l'attesa passiva di sussidi statali centralizzati. Serve una svolta localista, fondata sulla sussidiarietà e sulla valorizzazione della comunità: dalla creazione di Micro-RSA di borgo al rafforzamento dell'assistenza domiciliare di distretto, fino a una fiscalità che aiuti i giovani a mettere radici nel proprio territorio. Solo ricucendo il patto tra generazioni a livello locale potremo trasformare l'invecchiamento da emergenza a risorsa per i nostri paesi.

Giorgio Bargna

 

mercoledì 2 settembre 2026

PNRR e Sanità: si tagliano i nastri, ma dentro le Case di Comunità non c'è nessuno


La Casa di Comunità è la nuova struttura sanitaria e sociosanitaria pubblica introdotta dalla riforma dell'assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77/2022 e fondi PNRR). Nasce con un obiettivo chiaro: avvicinare la sanità ai cittadini e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo un punto di riferimento unico sul territorio in cui far collaborare medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e assistenti sociali.

Sulla carta, la gamma dei servizi offerti è ambiziosa:

  • Punto Unico di Accesso (PUA): accoglienza, informazione e orientamento ai servizi sociosanitari.

  • Assistenza primaria e specialistica: presenza di medici di base, pediatri e visite per esami diagnostici di primo livello (ecografie, ECG).

  • Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFoC): gestione a domicilio dei pazienti cronici e fragili.

  • Prevenzione e continuità: punti prelievi, vaccinazioni e guardia medica.

Il modello si articola su due livelli principali: le Case di Comunità Hub (strutture principali per bacini di 40.000–50.000 abitanti, aperte fino a 24 ore su 24) e le Case di Comunità Spoke (presidi periferici con orari più ridotti e servizi essenziali).

Il quadro normativo: come dovrebbero funzionare?

La normativa e l'Accordo Collettivo Nazionale (ACN) prevedono che i medici di medicina generale operino nelle Case di Comunità, ma senza un trasferimento esclusivo:

  • Presenza programmata: la partecipazione avviene per turni o fasce orarie dedicate (ambulatori integrati, gestione delle cronicità).

  • Mantenimento dello studio privato: i medici conservano la propria natura di liberi professionisti convenzionati e non sono tenuti a spostare la propria attività ordinaria nella nuova struttura.

  • Lavoro in rete (AFT): attraverso le Aggregazioni Funzionali Territoriali, i medici si coordinano a rotazione per garantire la copertura oraria e la condivisione delle schede cliniche.

La realtà dei fatti: le criticità di una riforma a metà

Sulla carta il modello funziona; nella pratica, rischia di reggersi a fatica sulle spalle di pochi professionisti, spesso già sopraffatti dal carico di lavoro. L'attuazione procede a macchia di leopardo, evidenziando un profondo divario tra la consegna dei "muri" (gli immobili ristrutturati con il PNRR) e l'effettiva erogazione dei servizi.

Tra i principali nodi irrisolti:

  • Carenza strutturale di personale: senza un piano massiccio di assunzioni di infermieri e medici, molte strutture rimangono scatole vuote.

  • Integrazione debole: il raccordo tra la parte sanitaria e i servizi sociali dei Comuni stenta a decollare.

  • Pronto Soccorso ancora intasati: non essendo le strutture pienamente operative H24, il flusso dei "codici bassi" verso gli ospedali non accenna a diminuire.

Vi sono indubbiamente alcune luci — laddove i PUA e gli infermieri di comunità sono stati attivati, il cittadino trova finalmente un punto di orientamento — ma il quadro generale resta fragile.

Il termometro del territorio: il caso comasco

Per comprendere il polso della situazione basta guardare a quanto accade nel territorio comasco, specchio di una realtà comune a molte altre province italiane.

Un recente articolo de La Provincia di Como ha acceso i riflettori sul crescente distacco percepito dai cittadini nei confronti del Servizio Sanitario. Un vuoto che ha spinto i comitati locali ad attivarsi con iniziative dal basso per riavvicinare i servizi alla popolazione. Nelle periferie e nei quartieri del capoluogo si chiede a gran voce la riapertura degli ex ambulatori comunali per creare piccoli sportelli di quartiere. Oggi, infatti, la semplice prenotazione di una visita si trasforma in un'odissea per un anziano: tra Fascicolo Sanitario e numeri verdi, ci si scontra regolarmente con agende bloccate o con disponibilità spostate a decine di chilometri di distanza.

Persino i tentativi di aiuto da parte di medici e infermieri in pensione, disposti a prestare servizio volontario, si scontrano spesso con il muro della burocrazia e le incertezze della politica locale.

Nel frattempo, la carenza di personale sta stravolgendo la geografia della medicina di base. Se un tempo il medico di famiglia curava i residenti del proprio rione, oggi le assegnazioni incrociate portano gli assistiti a spostarsi da un capo all'altro della città e della provincia. Risultato? Visite domiciliari sempre più difficili, ore perse nel traffico e costi di gestione alle stelle.

È in questo contesto che s'inserisce la scadenza di settembre: l'avvio dei turni obbligatori per i medici di base all'interno delle Case di Comunità. Chiedere ore aggiuntive di presenza a professionisti che hanno già sforato il massimale di assistiti — e con un'età media spesso elevata — rischia di trasformare una riforma virtuosa nell'ennesimo corto circuito.

Continuare a tagliare nastro rossi davanti a edifici ristrutturati mentre dentro mancano medici, infermieri e risorse non è riorganizzare la sanità: è fare propaganda sulla pelle dei pazienti. Non si può scaricare il peso dell'intero sistema su una classe medica esausta e su cittadini lasciati soli a districarsi tra burocrazia e agende chiuse. Le Case di Comunità non possono diventare l'ennesimo monumento allo spreco del PNRR. Se la politica non passa dalle inaugurazioni ai fatti concreti, la sanità di prossimità resterà soltanto una bella favola stampata sulla carta.

Non servono cali dall'alto o direttive burocratiche staccate dalla realtà: servono autonomia decisionale per i territori, ascolto dei sindaci e valorizzazione delle energie locali. Ridate ai quartieri e ai comuni le risorse per curare i propri cittadini.

Giorgio Bargna


 

martedì 1 settembre 2026

Custodi della nostra terra: l'alternativa identitaria alla fine del legame sociale


Quando vedo e sento le persone cantare, sostanzialmente solo prima delle partite della nazionale, "Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" non posso che sorridere, se non ridere, innanzitutto perché cerco di immaginare questi leoni da tastiera col moschetto in mano e poi perché non riesco proprio ad individuare la corte, c'è si uno stato, ma è sparita la comunità, quindi chi stringe chi?

Ogni volta che leggo un testo di Marcello Veneziani non posso che essere d'accordo con lui, la sua è una visione più ad ampio raggio, io mi limito al bene del mio territorio, ma la questione di fondo è la stessa: non siamo più in grado di essere una comunità e abbiamo, pardon, hanno mortificato, a ogni livello e in ogni campo il senso della comunità.

Solleviamo lo sguardo dalla routine quotidiana per scavare sotto la superficie dei dibattiti politici e sociali. Ci troviamo di fronte a una sfida gigantesca e fondamentale, che supera i confini delle istituzioni per riversarsi nella nostra intimità: nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri e nell'intera Europa. Il vero nodo è che abbiamo smarrito il senso di comunità. Ragioniamo e agiamo esclusivamente come singoli, sganciati da ogni tessuto civile e legame sociale. Siamo diventati isole, individui confinati in una solitudine globale.

Il male più profondo delle società occidentali contemporanee risiede proprio in questa deriva individualista, che lascia tracce profonde in ogni aspetto della nostra esistenza. Il risultato è un isolamento radicale, dove la solitudine diventa la condizione normale della vita. Ci muoviamo nel mondo guidati dall'egoismo e dall'egocentrismo, chiusi in una visione puramente soggettiva dove l'unico orizzonte è il proprio io. È il trionfo del narcisismo: un amore malato per se stessi che rende impossibile aprirsi davvero agli altri. Persino nei rapporti di coppia, nella socialità e nella psicanalisi, il consiglio che rimbalza ovunque come un'ossessione è sempre lo stesso: l'importante è stare bene con se stessi. È il dogma dell'individualismo assoluto. Tutto il resto può andare in pezzi, e ogni legame può essere cancellato senza esitazione, pur di proteggere questo imperativo supremo.

"Sii te stesso" è diventato il vero mantra del nostro tempo, un valore idolatrato fino a trasformarsi in un feticcio. Dietro questo culto, però, si nasconde ancora una volta l'individualismo, nella sua forma più superficiale e vanitosa: il narcisismo. Non c'è spazio per l'amore né per relazioni durature in un mondo in cui il narcisismo è diventato una patologia di massa. Siamo troppo concentrati su noi stessi per prenderci cura di qualcun altro, per accettare il prossimo con i suoi limiti e le sue diversità, o per impegnarci a camminare insieme nel tempo. L'imperativo di "stare bene con se stessi" cancella ogni forma di lealtà, rendendo tutto precario, fluido e reversibile. L'unica cosa che conta davvero è l'Io, e l'unica priorità è il suo comfort emotivo. Con queste premesse, crolla ogni possibilità di fare comunità, di creare legami civili, di appartenere a un progetto politico o di far parte di un gruppo. Persino l'idea stessa di famiglia si dissolve di fronte al primato assoluto del singolo.

Senza il senso di comunità non esiste una vera società, ma solo un freddo contratto commerciale basato sull'utilità del momento. Non ci riconosciamo più come membri dello stesso cammino, ma come semplici utenti o, peggio, come consumatori che si incrociano per caso seguendo le stesse mode del momento. Diventa impossibile pensare in termini di "noi", perché cambiamo continuamente pelle in base ai nostri desideri passeggeri, sostituendo con la stessa facilità il partner, il gestore telefonico o il compagno di un'avventura temporanea. Al tempo stesso, ci troviamo a vivere in una società sempre più blindata, sorvegliata e controllata. Accettiamo limiti e restrizioni che sarebbero impensabili persino nella comunità più rigida, senza però ricevere in cambio quel calore, quel sostegno e quelle motivazioni profonde che solo una vera comunità sa dare.

Per uscire da questa gabbia artificiale, l'unica via di fuga non si trova nell'ennesima astrazione globale, ma nel ritorno alla concretezza della terra e delle nostre radici. Curare la patologia dell'individualismo significa riscoprire l'appartenenza a un territorio, la sacralità dei legami generazionali e l'identità profonda di un popolo che condivide una storia comune. Solo ripartendo dalla dimensione locale — dal paese, dal quartiere, dalle tradizioni vive della nostra terra — possiamo sperare di spezzare l'isolamento. Dobbiamo tornare a riconoscerci custodi del nostro territorio e dei nostri legami originari, per trasformare di nuovo una massa di individui solitari in una comunità autentica, unita dal destino e radicata nei propri valori.

Giorgio Bargna


 

lunedì 31 agosto 2026

Oltre la politica delle élite: la risposta localista alla crisi della rappresentanza



Abbiamo espresso qualche giorno fa delle critiche alla sinistra italiana nel testo dedicato al "Climunismo".

Facciamo un'ulteriore analisi sulla situazione politica, partendo dal presupposto che negli ultimi decenni la scena è radicalmente mutata dai primi successi leghisti e dalla discesa in campo di Berlusconi. Tali eventi hanno scompaginato gli equilibri, messo in crisi una parte politica incapace di rinnovarsi e portato gradualmente molti italiani ad allontanarsi dalle urne e dalla militanza attenta.

In passato, argomenti come lavoro, reddito, classe e territorio tracciavano la linea di demarcazione tra la sinistra e gli altri schieramenti. Oggi raramente ne sentiamo discutere: il dibattito si è spostato su temi eterei e verticistici. Con una narrativa paternalista, la sinistra suggerisce che votare da una parte significhi essere colti e consapevoli, mentre sostenere l'altra sponda equivalga a essere gretti, condizionabili o risentiti.

Scomparsa la vecchia scuola politica, si è persa anche la capacità di offrire risposte tecniche ed efficaci ai problemi reali. Questo spinge la classe dirigente di sinistra — spesso emulata anche a destra — a liquidare i risultati elettorali sgraditi sostenendo che milioni di cittadini "non abbiano capito". Le recenti dichiarazioni di Bonaccini ne sono una conferma: il dissenso politico viene derubricato a deficit culturale.

Un tempo, a destra come a sinistra, le masse si cercava di comprenderle e servirle; oggi ci si limita a giudicarle e denigrarle. Questo perverso meccanismo finisce purtroppo per risucchiare anche il centrodestra. Sebbene quest'ultimo si sia fatto portavoce di battaglie su immigrazione, taglio delle tasse, difesa del lavoro autonomo e identità, lo ha fatto spesso in modo sterile e programmatico — promesse elettorali a cui non è seguito un reale cambio di passo strutturale.

Occorre superare questo teatrino formale attraverso soluzioni radicate nel territorio, capaci di restituire centralità alla sovranità locale e alla tutela delle comunità.

Le proposte per un’alternativa localista e identitaria

  • Fiscalità di distretto e sovranità economica locale: Trattenere nei territori la maggior parte del gettito fiscale generato dalle imprese e dai lavoratori locali. Introdurre incentivi a chilometro zero per le filiere produttive e artigianali, svincolando la piccola impresa dal giogo delle multinazionali e della burocrazia centrale.

  • Tutela del territorio e ripopolamento delle aree interne: Favorire il ritorno alla terra e la permanenza nei borghi attraverso sgravi fiscali per chi apre un'attività nei comuni montani o rurali. Valorizzare l'agricoltura tradizionale e l'autonomia energetica di distretto come argine allo spopolamento e al dissesto idrogeologico.

  • Difesa dell'identità e del patrimonio culturale: Promuovere programmi scolastici e iniziative civiche orientati alla riscoperta della storia, della lingua e delle tradizioni locali, per contrastare l'omologazione culturale globale e ridare senso di appartenenza ai giovani.

  • Ritorno alla democrazia partecipata e di prossimità: Ridare potere reale alle comunità di quartiere e ai municipi tramite referendum consultivi vincolanti sui progetti che impattano il territorio, ricucendo il frattura tra cittadini e istituzioni con una presenza politica costante e non elettorale.

  • Politiche per la famiglia e continuità generazionale: Sostegno economico diretto alle giovani coppie del luogo e preferenza nazionale/regionale nell'accesso ai servizi sociali ed abitativi, garantendo che le risorse locali servano prima di tutto a far crescere le comunità che le hanno generate.

    Giorgio Bargna


 

domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna