martedì 13 ottobre 2026

Oggi chiude il punto nascite, domani chissà?


Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?


Torniamo a parlare della chiusura del punto nascite dell’Ospedale Sacra Famiglia di Erba, andando a scoprire le reali difficoltà a cui andranno incontro gestanti e dipendenti. Se da un lato i grandi ospedali vicini dicono di essere pronti, dall'altro la realtà del territorio racconta tutta un'altra storia.

Sostenibilità per le gestanti: i numeri contro la geografia

Dal punto di vista puramente strutturale (posti letto e sale parto), i grandi ospedali scelti per assorbire il flusso sono perfettamente in grado di gestire i volumi di Erba. I veri problemi, però, sono la distanza e i trasporti.

    Il fattore numerico (Sostenibile): A Erba i numeri erano ormai in forte calo, con una stima di circa 250 parti totali per l'intero anno 2026. Ciò significa che la chiusura del reparto sposterà sul territorio una media di meno di un parto al giorno (circa 5 a settimana). Strutture come il Sant'Anna di Como o il Manzoni di Lecco, che registrano oltre 1.000 o 1.500 parti all'anno, hanno l'ampia capacità clinica e strutturale per assorbire questo incremento senza subire il collasso dei reparti.

    Il fattore logistico e d'emergenza (Critico): Le reali preoccupazioni sollevate da sindacati, medici e rappresentanti locali riguardano la gestione delle urgenze nell'Erbese e nel Triangolo Lariano.


  • Tempi di percorrenza: In caso di complicanze improvvise (come un distacco di placenta o minacce d'aborto), le gestanti che prima raggiungevano Erba in pochi minuti dovranno ora percorrere circa 15-20 km per raggiungere Como o Lecco.

  • Viabilità critica: Le arterie stradali che collegano Erba a Como (la statale Briantea) e a Lecco sono storicamente congestionate, soprattutto nelle ore di punta. I sindacati denunciano il rischio concreto che i tempi di trasporto in ambulanza si allunghino eccessivamente per i residenti delle aree più isolate o montane.


In sintesi: Gli ospedali di destinazione hanno spazi e culle a sufficienza, ma questa chiusura priva un bacino di circa 70.000 persone di un presidio di prossimità fondamentale.

 

Il fattore morale

Non è più tollerabile una sanità che, in nome dei numeri, taglia ogni giorno di più i servizi essenziali ai cittadini. E la preoccupazione è identica anche sul fronte dei lavoratori coinvolti. Riguardo ai dipendenti, infatti, vengono fornite rassicurazioni che a prima vista sembrano confortanti. Guardando bene i dati, però, il quadro cambia drasticamente: il fatto che le persone coinvolte siano "solo" 19 non sminuisce affatto la gravità del tema.

C'è una differenza netta nel destino dei professionisti, legata alla specificità delle loro competenze e alle logiche aziendali:

    Infermieri e OSS (Semplicità massima): Per loro l'assorbimento è quasi automatico. Grazie a competenze trasversali e alla fame cronica di personale degli ospedali di Como e Lecco (oltre che dei reparti rimanenti di Erba), verranno ricollocati all'istante per tappare i "buchi" nei turni di Medicina, Chirurgia o Pronto Soccorso. Il cambiamento sarà puramente logistico.


Ostetriche (Complessità medio-alta): Qui la situazione si complica. Le ostetriche hanno una specializzazione verticale (gravidanza e parto) e non possono essere spostate in reparti generici come Cardiologia o Ortopedia. Inoltre, l'Ospedale di Erba è gestito da Lifenet Healthcare (gruppo privato accreditato): trasferire d'ufficio un dipendente da una struttura privata a un ospedale pubblico (Como o Lecco) non è immediato e richiede concorsi o procedure specifiche. L'alternativa dei consultori locali per i corsi pre e post-parto è limitata da posti già ampiamente occupati.


Medici (Ginecologi e Pediatri - Rischio de-qualificazione e "fuga"): È la transizione più critica, tanto che le opposizioni politiche regionali segnalano già un inizio di esodo spontaneo verso il pubblico. Un ginecologo ha bisogno della sala parto per mantenere l'esperienza e la manualità nelle chirurgie d'urgenza (es. cesarei d'emergenza). Rimanere a Erba a fare solo visite ambulatoriali significa subire una de-qualificazione professionale. Avendo molta autonomia di mercato, ginecologi e pediatri preferiscono dimettersi e andare dove la sala parto c'è ancora, impoverendo rapidamente l'organico di Erba anche per le attività ordinarie che dovrebbero restare aperte.


La protesta dei sindacati: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?"

La posizione di Cgil, Cisl e Uil è di forte attacco e aperta diffidenza nei confronti della nuova proprietà Lifenet Healthcare. I rappresentanti dei lavoratori hanno riassunto il loro pensiero in un motto emblematico lanciato nelle ultime settimane: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?".

I sindacati hanno allargato il fuoco della polemica ben oltre le mura del reparto di maternità, accendendo i riflettori sulle condizioni generali dell'ospedale:

  • Clima lavorativo deteriorato: Viene segnalata un'incertezza diffusa sul futuro, con carenze di personale strutturali in altri reparti e carichi di lavoro diventati gravosi per chi resta. La chiusura del punto nascite rischia di dare il colpo di grazia allo stato emotivo e organizzativo dell'intera pianta organica.

  • Il rischio di nuovi smantellamenti: Il timore è che, una volta eliminato un reparto storico, la proprietà possa procedere in futuro con la riduzione o l'esternalizzazione di altri servizi specialistici. Per questo i sindacati stanno chiamando in causa direttamente i sindaci del territorio, la politica locale e i rappresentanti regionali, esigendo impegni chiari sul futuro a lungo termine del presidio ospedaliero.


Purtroppo, il timore è che queste richieste istituzionali rimangano speranze peregrine. Il rischio reale è che la politica degli smantellamenti continui anche in futuro, finendo per minare non solo la salute dei cittadini, ma anche le loro tasche.


La mia conclusione politica

Come esponente politico radicato in questa terra e militante del Patto per il Nord, non posso assistere in silenzio a questo ennesimo schiaffo alle nostre comunità.

La chiusura del punto nascite di Erba non è una scelta tecnica inevitabile, ma il risultato di una visione centralista della sanità, che ragiona solo per algoritmi e freddi bilanci, ignorando la geografia, la viabilità e la dignità dei territori. Quando lo Stato o i grandi gruppi privati scelgono di tagliare un servizio essenziale, stanno scientificamente svuotando il nostro territorio, costringendo i cittadini a diventare clienti e a viaggiare per chilometri anche solo per far nascere un figlio.

Il nostro movimento crede nel federalismo, nell'autonomia vera e soprattutto nella tutela di chi vive, lavora e paga le tasse qui. Risorse prodotte sul nostro territorio dovrebbero servire a garantire presidi di prossimità come l'Ospedale Sacra Famiglia, non a finanziare gli sprechi del centralismo romano.

Chiediamo che tutti gli attori in campo facciano onestamente la propria parte.

Accettare passivamente questo smantellamento significa avallare l'idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Noi non ci stiamo. Chiediamo trasparenza sulle alternative, chiediamo che vengano verificate tutte le deroghe possibili e pretendiamo che la politica locale e regionale risponda delle proprie responsabilità di fronte ai 70.000 abitanti di questo bacino. Difendere il punto nascite di Erba significa difendere l'identità, la sicurezza e il futuro stesso del nostro Nord.

Giorgio Bargna