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giovedì 15 ottobre 2026

Dall'atomizzazione dell'individuo alla forza del territorio: una proposta per il futuro

Quando una società mette l'economia al centro di tutto, perde la propria dimensione spirituale e si frammenta. Le persone smettono di sentirsi parte di una comunità e diventano individui isolati, tutti uguali e interchangeable.

Scomparso ogni valore morale o ideale, l'unica gerarchia che conta davvero diventa quella del portafoglio: il valore di una persona si misura solo in base a quanto guadagna e a quanto può consumare. Più che in una vera democrazia, viviamo in una plutocrazia — il dominio dei ricchi — dove il potere del denaro e il conformismo delle idee riducono gli spazi di reale libertà.

Tutto diventa merce da comprare e vendere: persino la vita umana, il corpo, la fertilità e la maternità. La libertà non viene più intesa come crescita condivisa, ma come la pretesa di liberarsi da qualsiasi vincolo o limite: familiare, comunitario, religioso e persino biologico.

Si crea così una profonda contraddizione: da un lato l'essere umano viene ridotto a semplice materia o animale; dall'altro viene esaltato come se fosse dio di se stesso. La ragione stessa perde la sua saggezza e si riduce a puro calcolo; la tecnologia e il denaro diventano strumenti per controllare e manipolare ogni aspetto della realtà.

È la fase finale della modernità: un sistema materialista che, perso ogni legame con il sacro e con la trascendenza, mostra la sua natura del tutto vuota. Viviamo in una nuova barbarie e in un momento di buio spirituale. Ma chi mantiene uno sguardo lucido ha il vantaggio di non potersi più illudere.

Eppure, la lucidità non è disperazione: è il punto da cui ripartire.

La vera speranza oggi non nasce da grandi teorie astratte, ma dal ritorno alla terra, alle comunità reali e al localismo. Mentre il mondo globale tende a omologare tutto e a sradicare le persone, noi riscopriamo la forza del nostro territorio e delle nostre tradizioni — che non sono cenere del passato, ma un fuoco vivo capaci di guidarci nel futuro.

Ricostruire una vera civiltà significa ripartire a misura d'uomo: difendere l'identità dei luoghi, coltivare relazioni autentiche, ritrovare il senso del sacro e il valore dei legami familiari e comunitari. Chi conserva le proprie radici non teme la tempesta: sa da dove viene, conosce il proprio valore e ha una luce concreta da custodire e tramandare.

Giorgio Bargna


 

martedì 13 ottobre 2026

Oggi chiude il punto nascite, domani chissà?


Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?


Torniamo a parlare della chiusura del punto nascite dell’Ospedale Sacra Famiglia di Erba, andando a scoprire le reali difficoltà a cui andranno incontro gestanti e dipendenti. Se da un lato i grandi ospedali vicini dicono di essere pronti, dall'altro la realtà del territorio racconta tutta un'altra storia.

Sostenibilità per le gestanti: i numeri contro la geografia

Dal punto di vista puramente strutturale (posti letto e sale parto), i grandi ospedali scelti per assorbire il flusso sono perfettamente in grado di gestire i volumi di Erba. I veri problemi, però, sono la distanza e i trasporti.

    Il fattore numerico (Sostenibile): A Erba i numeri erano ormai in forte calo, con una stima di circa 250 parti totali per l'intero anno 2026. Ciò significa che la chiusura del reparto sposterà sul territorio una media di meno di un parto al giorno (circa 5 a settimana). Strutture come il Sant'Anna di Como o il Manzoni di Lecco, che registrano oltre 1.000 o 1.500 parti all'anno, hanno l'ampia capacità clinica e strutturale per assorbire questo incremento senza subire il collasso dei reparti.

    Il fattore logistico e d'emergenza (Critico): Le reali preoccupazioni sollevate da sindacati, medici e rappresentanti locali riguardano la gestione delle urgenze nell'Erbese e nel Triangolo Lariano.


  • Tempi di percorrenza: In caso di complicanze improvvise (come un distacco di placenta o minacce d'aborto), le gestanti che prima raggiungevano Erba in pochi minuti dovranno ora percorrere circa 15-20 km per raggiungere Como o Lecco.

  • Viabilità critica: Le arterie stradali che collegano Erba a Como (la statale Briantea) e a Lecco sono storicamente congestionate, soprattutto nelle ore di punta. I sindacati denunciano il rischio concreto che i tempi di trasporto in ambulanza si allunghino eccessivamente per i residenti delle aree più isolate o montane.


In sintesi: Gli ospedali di destinazione hanno spazi e culle a sufficienza, ma questa chiusura priva un bacino di circa 70.000 persone di un presidio di prossimità fondamentale.

 

Il fattore morale

Non è più tollerabile una sanità che, in nome dei numeri, taglia ogni giorno di più i servizi essenziali ai cittadini. E la preoccupazione è identica anche sul fronte dei lavoratori coinvolti. Riguardo ai dipendenti, infatti, vengono fornite rassicurazioni che a prima vista sembrano confortanti. Guardando bene i dati, però, il quadro cambia drasticamente: il fatto che le persone coinvolte siano "solo" 19 non sminuisce affatto la gravità del tema.

C'è una differenza netta nel destino dei professionisti, legata alla specificità delle loro competenze e alle logiche aziendali:

    Infermieri e OSS (Semplicità massima): Per loro l'assorbimento è quasi automatico. Grazie a competenze trasversali e alla fame cronica di personale degli ospedali di Como e Lecco (oltre che dei reparti rimanenti di Erba), verranno ricollocati all'istante per tappare i "buchi" nei turni di Medicina, Chirurgia o Pronto Soccorso. Il cambiamento sarà puramente logistico.


Ostetriche (Complessità medio-alta): Qui la situazione si complica. Le ostetriche hanno una specializzazione verticale (gravidanza e parto) e non possono essere spostate in reparti generici come Cardiologia o Ortopedia. Inoltre, l'Ospedale di Erba è gestito da Lifenet Healthcare (gruppo privato accreditato): trasferire d'ufficio un dipendente da una struttura privata a un ospedale pubblico (Como o Lecco) non è immediato e richiede concorsi o procedure specifiche. L'alternativa dei consultori locali per i corsi pre e post-parto è limitata da posti già ampiamente occupati.


Medici (Ginecologi e Pediatri - Rischio de-qualificazione e "fuga"): È la transizione più critica, tanto che le opposizioni politiche regionali segnalano già un inizio di esodo spontaneo verso il pubblico. Un ginecologo ha bisogno della sala parto per mantenere l'esperienza e la manualità nelle chirurgie d'urgenza (es. cesarei d'emergenza). Rimanere a Erba a fare solo visite ambulatoriali significa subire una de-qualificazione professionale. Avendo molta autonomia di mercato, ginecologi e pediatri preferiscono dimettersi e andare dove la sala parto c'è ancora, impoverendo rapidamente l'organico di Erba anche per le attività ordinarie che dovrebbero restare aperte.


La protesta dei sindacati: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?"

La posizione di Cgil, Cisl e Uil è di forte attacco e aperta diffidenza nei confronti della nuova proprietà Lifenet Healthcare. I rappresentanti dei lavoratori hanno riassunto il loro pensiero in un motto emblematico lanciato nelle ultime settimane: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?".

I sindacati hanno allargato il fuoco della polemica ben oltre le mura del reparto di maternità, accendendo i riflettori sulle condizioni generali dell'ospedale:

  • Clima lavorativo deteriorato: Viene segnalata un'incertezza diffusa sul futuro, con carenze di personale strutturali in altri reparti e carichi di lavoro diventati gravosi per chi resta. La chiusura del punto nascite rischia di dare il colpo di grazia allo stato emotivo e organizzativo dell'intera pianta organica.

  • Il rischio di nuovi smantellamenti: Il timore è che, una volta eliminato un reparto storico, la proprietà possa procedere in futuro con la riduzione o l'esternalizzazione di altri servizi specialistici. Per questo i sindacati stanno chiamando in causa direttamente i sindaci del territorio, la politica locale e i rappresentanti regionali, esigendo impegni chiari sul futuro a lungo termine del presidio ospedaliero.


Purtroppo, il timore è che queste richieste istituzionali rimangano speranze peregrine. Il rischio reale è che la politica degli smantellamenti continui anche in futuro, finendo per minare non solo la salute dei cittadini, ma anche le loro tasche.


La mia conclusione politica

Come esponente politico radicato in questa terra e militante del Patto per il Nord, non posso assistere in silenzio a questo ennesimo schiaffo alle nostre comunità.

La chiusura del punto nascite di Erba non è una scelta tecnica inevitabile, ma il risultato di una visione centralista della sanità, che ragiona solo per algoritmi e freddi bilanci, ignorando la geografia, la viabilità e la dignità dei territori. Quando lo Stato o i grandi gruppi privati scelgono di tagliare un servizio essenziale, stanno scientificamente svuotando il nostro territorio, costringendo i cittadini a diventare clienti e a viaggiare per chilometri anche solo per far nascere un figlio.

Il nostro movimento crede nel federalismo, nell'autonomia vera e soprattutto nella tutela di chi vive, lavora e paga le tasse qui. Risorse prodotte sul nostro territorio dovrebbero servire a garantire presidi di prossimità come l'Ospedale Sacra Famiglia, non a finanziare gli sprechi del centralismo romano.

Chiediamo che tutti gli attori in campo facciano onestamente la propria parte.

Accettare passivamente questo smantellamento significa avallare l'idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Noi non ci stiamo. Chiediamo trasparenza sulle alternative, chiediamo che vengano verificate tutte le deroghe possibili e pretendiamo che la politica locale e regionale risponda delle proprie responsabilità di fronte ai 70.000 abitanti di questo bacino. Difendere il punto nascite di Erba significa difendere l'identità, la sicurezza e il futuro stesso del nostro Nord.

Giorgio Bargna



 

giovedì 8 ottobre 2026

Case popolari e aiuti sociali: come trovare il giusto equilibrio tra solidarietà e contributo al Paese?


Welfare, edilizia pubblica e immigrazione: un'analisi storica e critica

È corretto affermare che gli aiuti sociali di Comuni e Stato, come i criteri di assegnazione delle case popolari, siano stati varati a suo tempo per agevolare l'immigrazione meridionale?

Le origini dello Stato sociale e dell'edilizia residenziale pubblica in Italia precedono il boom economico. Nacquero per rispondere alle prime dinamiche di industrializzazione e alla povertà generale. Tuttavia, è innegabile che la massiccia immigrazione interna dal Mezzogiorno abbia influenzato profondamente la gestione pratica e l'espansione di questi aiuti tra gli anni '50 e '60.

1. Il tema della casa: dal dopoguerra al boom economico

Partiamo dal tema della casa, oggi al centro del dibattito. Nel secondo dopoguerra, l'Italia dovette affrontare la ricostruzione post-bellica e una gravissima carenza di alloggi. Per rispondere a questa emergenza, nel 1949 nacque il Piano INA-Casa (noto come Piano Fanfani). Il fine principale era duplice: combattere la disoccupazione aprendo migliaia di cantieri edili e fornire case ai lavoratori. I fondi erano alimentati dalle trattenute sulle buste paga dei lavoratori dipendenti di tutta Italia, oltre che dai contributi dei datori di lavoro e dello Stato.

La vera svolta strutturale avvenne tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, con la massiccia migrazione interna dal Sud verso il "Triangolo Industriale" (Milano, Torino, Genova). In quel momento storico, i comuni del Nord si trovarono del tutto impreparati a gestire l'enorme afflusso. I lavoratori meridionali vissero gravi discriminazioni nel mercato immobiliare privato, finendo spesso ammassati in condizioni drammatiche in coree, soffitte e scantinati. Solo allora le amministrazioni locali e i successivi piani statali — come la Gescal, nata nel 1963 — furono costretti ad ampliare l'offerta di edilizia pubblica. L'obiettivo era assorbire la forte domanda dei nuovi residenti che erano, a tutti gli effetti, lavoratori regolari che contribuivano all'economia locale.


2. Criteri di assegnazione e nodi critici attuali

I criteri storici e attuali di assegnazione non sono nati per "privilegiare" gli immigrati (meridionali ieri, o stranieri oggi), bensì per misurare il bisogno socio-economico. Ma qui è lecito domandarsi: chi ha davvero diritto, perché e con quali parametri?

Oggi i punteggi si basano principalmente su tre pilastri, che sollevano non poche perplessità:

  • Reddito basso (calcolato tramite ISEE): Un parametro oggettivo e incontestabile.

  • Presenza di minori, anziani o disabili: Fatti salvi i casi legati alla disabilità (che dovrebbe rappresentare la precedenza assoluta) e agli anziani bisognosi, valutare la mera presenza di minori rischia oggi di penalizzare i nuclei familiari italiani e comunitari.

  • Condizioni abitative precarie o coattive (es. sfratti): Anche in questo caso si potrebbe contestare la motivazione dello sfratto o valutare criticamente il motivo per cui si viveva in ambienti fatiscenti.

Nel corso degli anni, molti enti locali hanno provato a introdurre criteri premiali basati sulla lunga residenza nel territorio per favorire i residenti storici. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha ripetutamente dichiarato illegittimi i requisiti di residenza prolungata troppo stringenti. La Consulta ha ribadito che la funzione delle case popolari è assistere chi si trova in stato di indigenza, indipendentemente dalla provenienza.

Eppure, a livello sociale, il dibattito resta aperto: essere italiani in Italia non deve essere un privilegio assoluto, ma dovrebbe rappresentare un criterio rilevante, considerando che generazioni di italiani hanno costruito e sostenuto economicamente il Paese.

3. Il "Welfare della Fabbrica" e l'assenza di un reddito minimo

Durante le grandi migrazioni interne, lo Stato italiano scelse di strutturare un sistema di welfare fortemente occupazionale:

  • Gli aiuti economici (pensioni di vecchiaia, assegni familiari, indennità di malattia) spettavano solo a chi aveva un lavoro regolare e pagava i contributi.

  • Gli immigrati meridionali che arrivavano a Torino o Milano ricevevano tutele e assegni familiari solo in quanto operai, non in quanto "poveri" o immigrati.

Chi rimaneva disoccupato o ai margini non aveva diritto a paracaduti economici statali. Doveva bussare alla porta delle parrocchie, dei sindacati o dell'ECA comunale (Ente Comunale di Assistenza) per ottenere sussidi straordinari una tantum. Il sistema italiano ha storicamente frenato i sussidi diretti alla povertà monetaria, preferendo proteggere il lavoratore. I meridionali beneficiarono del "welfare della fabbrica" (salario, tutele, previdenza), mentre i poveri storici non occupati — sia del Nord sia del Sud — rimasero per quasi un secolo affidati alla limitata assistenza dei singoli Comuni.

L'Italia è stata infatti per decenni uno degli ultimi Paesi europei a non avere un reddito minimo garantito slegato dalla storia lavorativa. I tentativi di creare sostegni universali basati solo sull'indigenza sono recentissimi e privi di legami con le vecchie dinamiche migratorie:

  • 1998-2003: Sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento (RMI).

  • 2018: Introduzione del REI (Reddito di Inclusione).

  • 2019-2023: Il Reddito di Cittadinanza.

  • Dal 2024: L'Assegno di Inclusione (ADI), che limita il sostegno economico ai nuclei familiari con componenti fragili (minori, anziani, disabili).

Oggi, i parametri per accedere agli aiuti dei servizi sociali comunali e statali riflettono ancora questa storica tensione tra la tutela del bisogno immediato e il principio di contribuzione al sistema Paese.


Il legame storico con il Paese e la proporzione degli aiuti

Alla luce di questa evoluzione, appare evidente come oggi non esista una reale tutela basata sul legame generazionale: l'essere l'ultimo anello di una catena di persone che hanno concretamente costruito, finanziato e fatto crescere il Paese non garantisce alcun riconoscimento prioritario. Sebbene questo concetto non sia condiviso da tutti, ritengo che chi appartiene a questa categoria non debba certo godere di privilegi assoluti, ma meriti quantomeno un "punteggio di attenzione" all'interno dei sistemi di welfare.

Oggi, purtroppo, la realtà è ben diversa.

Se è vero che la spesa previdenziale e assistenziale legata alla vecchiaia (come l'Assegno Sociale) è destinata in larghissima parte ai cittadini italiani, il dibattito si accende quando si analizzano i sussidi di ultima generazione. Nelle misure di contrasto alla povertà — dal vecchio Reddito di Cittadinanza all'attuale Assegno di Inclusione — i nuclei familiari italiani costituiscono storicamente circa il 65-70% dei beneficiari totali, mentre il restante 30-35% è coperto da cittadini stranieri.

Per comprendere il peso di queste percentuali, basta guardare i dati demografici ufficiali dell'Istat:

    Popolazione totale: L'Italia conta circa 53 milioni e 383 mila cittadini italiani a fronte di 5 milioni e 560 mila residenti stranieri.

  • Incidenza percentuale: La popolazione straniera rappresenta il 9,4% del totale degli abitanti (in costante incremento), mentre la componente italiana mostra una leggera flessione.

Mettendo a confronto questi dati, emerge una sproporzione evidente: una componente che rappresenta meno del 10% della popolazione totale assorbe quasi un terzo delle risorse destinate al contrasto della povertà.

Il rischio concreto è quello di creare una disparità di trattamento percepita: chi ha un legame storico ed economico profondo con il territorio si trova talvolta penalizzato o scalato in graduatoria, pur continuando a sostenere i servizi pubblici — come la sanità — attraverso il pagamento quotidiano di tasse, imposte e dazi.

Sia chiaro: l'obiettivo non deve mai essere quello di abbandonare al proprio destino chi si trova in condizioni di indigenza. Tuttavia, sarebbe equo mostrare maggiore attenzione a chi, negli anni, ha contribuito fattivamente allo sviluppo economico e sociale del Paese. E in questa categoria di contribuenti meritevoli di tutela, sia chiaro, rientrano a pieno titolo anche le migliaia di lavoratori immigrati residenti e integrati in Italia ormai da lungo tempo.

In conclusione, la vera sfida del welfare moderno non risiede nella contrapposizione ideologica tra chi arriva e chi è già qui, ma nella capacità di riscoprire il valore del patto sociale. Un sistema assistenziale che ignora la storia contributiva dei propri cittadini rischia di minare la fiducia stessa nelle istituzioni; al contrario, un modello equilibrato dovrebbe essere in grado di garantire una rete di sicurezza universale per gli ultimi, senza però dimenticare di proteggere e valorizzare chi — italiano di nascita o immigrato di lungo corso — quel sistema ha contribuito a edificarlo e a mantenerlo in vita con il proprio lavoro.


Giorgio Bargna


 

mercoledì 7 ottobre 2026

Il viaggio della disabilità: tra sogni di autonomia e barriere invisibili


 

Il viaggio della disabilità: le sfide invisibili dalla nascita al "Dopo di Noi"

Quando nasce un bambino, nasce una nuova famiglia e un futuro tutto da scrivere. Ma cosa succede quando arriva una diagnosi di disabilità? La rotta cambia improvvisamente. L'intero nucleo familiare si trova a percorrere una strada inattesa, fatta di riscrittura dei tempi, paure per il domani e la necessità di reinventarsi. I genitori diventano registi della riabilitazione, mentre i fratelli e le sorelle crescono accanto a una realtà diversa da quella immaginata.

La vita di una persona con disabilità è una costante ricerca di autonomia. In questo viaggio, le barriere più alte non sono solo i gradini fisici, ma gli ostacoli culturali, burocratici e istituzionali che si trasformano a ogni tappa dell'esistenza.

1. Nascita e infanzia: l'impatto della diagnosi

La scoperta della disabilità rompe gli equilibri familiari e apre una fase di profonda destabilizzazione.

  • Il trauma dell'invisibile: Spesso la diagnosi viene comunicata senza supporto psicologico. Nelle disabilità mentali e neuropsichiatriche (come l'autismo), il forte ritardo diagnostico iniziale logora i genitori tra dubbi e sensi di colpa.

  • La giungla burocratica: Ottenere i diritti della Legge 104 sul portale INPS richiede tempo ed energie estenuanti.

  • Liste d'attesa infinite: L'accesso a terapie cruciali (logopedia, psicomotricità, interventi comportamentali) nel sistema pubblico è spesso un miraggio.

  • Isolamento precoce: Mancano parchi giochi inclusivi e le strutture ricreative sono spesso impreparate a gestire ipersensibilità sensoriali o cognitive.

2. La scuola: tra l'illusione e la realtà dell'inclusione

L'Italia ha leggi all'avanguardia sulla carta, ma la quotidianità scolastica racconta una storia diversa.

  • Il valzer dei docenti: Il continuo turn-over degli insegnanti di sostegno spezza la continuità didattica ed emotiva degli alunni.

  • Mancanza di specializzazione: Spesso il personale assegnato non ha una formazione specifica per gestire i disturbi del comportamento o dello spettro autistico.

  • Barriere strutturali e sociali: Molti istituti mancano ancora di ascensori o bagni a norma.

  • Gite negate: Gli studenti con disabilità vengono frequentemente esclusi dai viaggi d'istruzione per la mancanza di trasporti o hotel accessibili.

3. Il mondo del lavoro: il "salto nel vuoto" dell'età adulta

Finita la scuola, la rete di protezione sociale scompare. Il passaggio all'età adulta diventa un momento critico.

  • Una legge aggirata: Il collocamento mirato previsto dalla Legge 68/99 sul sito del Ministero del Lavoro viene spesso evitato dalle aziende, che preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che assumere.

  • Mansioni marginali: Chi ha una disabilità intellettiva o psichiatrica viene spesso relegato a compiti ripetitivi, ignorando il suo reale potenziale.

  • Il pregiudizio della produttività: Persiste lo stereotipo che il lavoratore con disabilità sia solo un "costo" o un peso.

  • Ambienti non flessibili: Manca la cultura degli accomodamenti ragionevoli, come il supporto di un tutor aziendale o la gestione dello stress ambientale.

4. Vita autonoma: il tabù dei desideri e delle relazioni

Diventare adulti significa poter scegliere come e con chi vivere. Un diritto fondamentale che resta un miraggio per molti.

  • Città ostili: Muoversi da soli è una sfida quotidiana tra marciapiedi senza scivoli, ascensori della metropolitana guasti e trasporti inefficienti.

  • L'infantilizzazione culturale: La sfera sentimentale, sessuale e relazionale delle persone con disabilità (specialmente mentali) è circondata da un forte tabù sociale.

  • Povertà economica: Le pensioni di invalidità sono insufficienti a coprire le spese vive per terapie private, farmaci e assistenti personali.

5. La vecchiaia e l'angoscia del "Dopo di Noi"

L'invecchiamento dei genitori e la gestione del futuro rappresentano la preoccupazione più grande per le famiglie.

  • La domanda più dolorosa: "Cosa farà mio figlio quando io non ci sarò più?"

  • Una legge a metà: La Legge 112/2016 sul Dopo di Noi finanzia progetti di co-housing, ma la sua applicazione sul territorio italiano è ancora fortemente disomogenea.

  • Il rischio del ricovero forzato: Senza una rete familiare o progetti di vita indipendente, il destino di molti anziani con disabilità neuropsichiatriche è l'istituzionalizzazione coatta in RSA o strutture residenziali, con la perdita totale di ogni forma di autodeterminazione.

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Le barriere culturali si superano solo facendo informazione. Se pensi che questo articolo accenda un faro importante sulle difficoltà invisibili delle famiglie e della disabilità neuropsichiatrica, condividilo sui tuoi canali social: un piccolo click può fare una grande differenza.

Questo viaggio è fatto di sfide, ma anche di straordinaria forza. Qual è stata la barriera più difficile che hai dovuto superare, come genitore o come persona con disabilità? Lascia un commento qui sotto: la tua esperienza può essere una luce e un supporto prezioso per chi oggi si sente solo in questo percorso.

Giorgio Bargna



martedì 29 settembre 2026

L'eredità fantasma di Milano-Cortina: cantieri fermi, conti in rosso e la Lombardia tradita


L'eredità fantasma di Milano-Cortina: 3,6 miliardi di costi, cantieri al 2033 e la Lombardia in coda

I riflettori si sono spenti, le medaglie sono state assegnate e il grande circo mediatico delle Olimpiadi invernali ha levato le tende. Ma a sei mesi da Milano-Cortina 2026, lo spettacolo che va in scena sui nostri territori è ben diverso dal trionfalismo dei mesi passati. È lo spettacolo amaro dei cantieri fantasma e dei conti in rosso.

Chi vive in prima linea la quotidianità della macchina amministrativa locale sa bene che il vero banco di prova di un "Grande Evento" non è mai la cerimonia d'apertura, ma la cosiddetta legacy. L'eredità. Ci avevano promesso infrastrutture, viabilità scorrevole, una Lombardia finalmente sbloccata nei suoi nodi nevralgici. La realtà, certificata dal recente dossier di Libera e Open Olympics 2026, è una doccia fredda. E, numeri alla mano, non lascia spazio a interpretazioni.

Su 98 interventi infrastrutturali totali previsti, ben il 58% è ancora fermo alla fase di progettazione. Avete letto bene: non in ritardo, ma nemmeno partiti. Nella nostra Lombardia il paradosso è servito: su 29 opere programmate, appena 11 risultano concluse, mentre 10 sono rimaste semplici linee su una mappa. E il cronoprogramma? Per 48 opere la data di fine lavori è già slittata, con l'ultimo cantiere che traguarda addirittura il dicembre 2033.

Tutto questo mentre i costi sono letteralmente esplosi. Il Piano opere ha toccato l'esorbitante quota di 3,62 miliardi di euro, con un'infrastruttura su cinque che ha subito rincari in corso d'opera, bruciando 210 milioni di euro aggiuntivi.

Ma c'è un dato che suona come un allarme rosso per la tenuta dei conti pubblici: il buco della Fondazione Milano Cortina. Il bilancio 2025 registra un deficit patrimoniale di 176,5 milioni e debiti per oltre un miliardo di euro (1.020,4 milioni) a fronte di crediti per soli 365,8 milioni. Un disavanzo che, inevitabilmente, rischia di scaricarsi come un macigno sul sistema pubblico e, a cascata, sulle spalle degli Enti locali, già costantemente a corto di ossigeno.

Il vero dramma per noi cittadini si legge in un'ultima, impietosa percentuale: solo il 15,2% di questa montagna di denaro è stato destinato a finanziare opere di viabilità permanente (strade, ferrovie, potenziamenti). Il resto è stato assorbito da altre voci, o frammentato in una giungla di subappalti.

Per chi, come noi, ha l'orgoglio di dirsi localista e vive visceralmente la difesa della propria terra, questa non è solo cattiva amministrazione: è uno sfregio. Hanno trattato la nostra Lombardia – le nostre valli, i nostri laghi e i territori produttivi come la nostra Brianza – come un banale palcoscenico da allestire per quindici giorni di vetrina internazionale.

Una volta spenta la fiamma olimpica, le grandi cabine di regia hanno smontato il tendone, lasciandoci in eredità solo debiti, colate di cemento a metà e cantieri transennati che deturpano il paesaggio. Mentre noi, sui territori, combattiamo ogni giorno per difendere i servizi essenziali, le strutture sanitarie locali e la viabilità ordinaria per chi deve andare a lavorare, i grandi apparati centrali calano dall'alto progetti faraonici che si trasformano regolarmente in cattedrali nel deserto o in imbuti di traffico. È una ferita profonda per chi ama e difende le proprie radici: la nostra terra non è la scenografia di passaggio da sfruttare e abbandonare, ma una comunità viva che esige e merita rispetto.


Giorgio Bargna


 

martedì 22 settembre 2026

Caso Erba, la verità sul punto nascite: la Regione sapeva tutto. Ora basta tagli ai nostri territori!



Ospedali convenzionati e chiusura reparti: come funziona la catena di comando

La chiusura o la sospensione delle attività di un reparto in un ospedale privato accreditato (convenzionato) da parte dell'ATS (Agenzia Tutela della Salute) non avviene mai all'insaputa della politica. L'idea che tali provvedimenti scattino "senza che i politici regionali e nazionali ne siano informati" non corrisponde al reale funzionamento della catena istituzionale e gerarchica della sanità italiana.

L'ATS è l'organo tecnico e ispettivo della Regione. Pur avendo il potere di sospendere le attività o revocare l'accreditamento di un reparto, l'ATS non è un ente indipendente, ma il braccio operativo della Giunta Regionale. I suoi Direttori Generali sono nominati direttamente dal Presidente della Regione e dall'Assessore al Welfare/Sanità. Di conseguenza, qualsiasi azione strutturale — come la rimodulazione dei posti letto convenzionati — discende dai piani sanitari regionali o viene tempestivamente notificata all'Assessorato competente, che detta la linea politica.

Se un reparto chiude improvvisamente, la proprietà privata dell'ospedale e i vertici della Regione sono perfettamente a conoscenza delle motivazioni, siano esse economiche, legate alla carenza di medici o al mancato rispetto degli standard di sicurezza.

Il ruolo (limitato) del Sindaco

Il Sindaco, pur essendo la massima autorità sanitaria sul territorio comunale, ha competenze legate esclusivamente alla salute pubblica e alla vigilanza d'urgenza (ordinanze contingibili e urgenti). Il Sindaco non ha alcun potere gestionale sugli ospedali o sui contratti di convenzione tra Regione e privati.

Per questo motivo i primi cittadini lamentano spesso di non essere stati informati preventivamente, venendo a conoscenza dei provvedimenti solo a cose fatte o tramite i comitati dei cittadini: la programmazione della rete ospedaliera spetta per legge alla Regione, non al Comune.

Il caso del punto nascite dell'Ospedale Sacra Famiglia di Erba

La vicenda del punto nascite di Erba conferma questa dinamica: l'ATS Insubria non ha agito in segreto, ma ha avviato una formale procedura tecnica dettata da standard nazionali e regionali.

1. Chi ha deciso e perché?

Il 17 settembre 2026, il Comitato Locale Percorso Nascita di ATS Insubria ha espresso parere favorevole alla riorganizzazione (e quindi alla chiusura) del reparto.

  • La motivazione ufficiale: Il crollo verticale delle nascite. Nel 2025 si sono registrati solo 320 parti e la proiezione per il 2026 è di circa 250.

  • Il legame con la legge nazionale: Il Decreto Balduzzi prevede che sotto la soglia dei 500 parti all'anno i punti nascita debbano essere dismessi o messi in deroga per ragioni di sicurezza clinica (mancanza di casistica sufficiente e assenza di rianimazione neonatale H24).

2. L'ok finale spetta alla politica regionale

L'ATS non ha l'ultima parola. Il parere favorevole di ATS Insubria è stato immediatamente trasmesso alla Regione Lombardia e al Comitato Regionale Percorso Nascita (convocato per il 22 settembre 2026). La decisione finale sui tempi e sulle modalità della chiusura spetta esclusivamente alla Giunta Regionale guidata da Attilio Fontana. I tecnici dell'assessorato al Welfare regionale guidano politicamente questo processo: la Regione stessa è il destinatario che deve firmare il decreto definitivo di chiusura.

Reazioni locali e posizionamento politico

Quando i politici locali, regionali o nazionali dichiarano pubblicamente di essere "sorpresi" o si oppongono fermamente, spesso si tratta di una scelta di posizionamento sul territorio. I sindaci e i rappresentanti locali si trovano quasi sempre a rincorrere decisioni tecniche basate sui numeri nel tentativo di negoziare deroghe politiche dell'ultimo minuto.

La notizia del punto nascite di Erba ha scatenato un'immediata mobilitazione bipartisan, evidenziando due approcci distinti:

  • La politica di governo regionale: Esponenti dei partiti che guidano la Regione (come la Lega, con il deputato erbese Eugenio Zoffili, e Fratelli d'Italia) hanno richiesto interventi pubblici, nonostante i rispettivi schieramenti controllino i vertici dell'assessorato competente e non potessero non sapere.

  • I movimenti del territorio: Realtà locali come Erba Civica e Patto per il Nord hanno depositato mozioni e avviato raccolte firme, dimostrando come l'atto tecnico abbia attivato una risposta politica territoriale indipendente dalle dinamiche della politica nazionale.

  • La conseguenza pratica:

Al di là del dibattito istituzionale, l'impatto reale ricade sui cittadini. Le neomamme del territorio erbese saranno costrette a rivolgersi alle strutture di Lecco, Como o Merate, con tutti i disagi logistici legati ai tempi di percorrenza, aggravati nei mesi invernali.

La sostanza politica che Patto per il Nord rivendica è chiara: questa vicenda svela fino in fondo l'ipocrisia della politica dei palazzi. Da un lato, i partiti tradizionali che governano la Regione firmano i decreti di chiusura applicando ciecamente i diktat nazionali; dall'altro, i loro rappresentanti locali scendono in piazza a protestare contro se stessi pur di non perdere consenso sul territorio. Una recita a cui i cittadini non possono più credere.

La sanità non può essere gestita solo con la calcolatrice in mano, ignorando la geografia e la vita reale delle persone. La chiusura del punto nascite di Erba è il risultato di un sistema centralista che esautora i Sindaci — lasciati sistematicamente all'oscuro — e penalizza le nostre comunità.

L'azione di Patto per il Nord dimostra che esiste un’alternativa: una politica che non risponde a logiche di scuderia nazionale o di autoconservazione, ma che si batte per un vero federalismo dei servizi. Le firme raccolte e le mozioni depositate non sono solo una protesta, ma l'inizio di una battaglia per restituire ai territori il potere di decidere sul proprio destino e sulla propria salute, perché la vita di una madre e di un bambino conta più di un freddo vincolo numerico del Decreto Balduzzi.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como






 

domenica 6 settembre 2026

Dalla Piccola Patria al Mercato Globale: Come ci hanno sradicati (e come possiamo resistere)



Il "problema della politica" ha molte sfaccettature, ma una è più radicale e originaria di tutte.


Nel suo senso più autentico ed etimologico, la politica è l'azione all'interno della società (polis) finalizzata a un bene comune. Fare politica significa proporre un'azione collettiva. Questa può esprimersi in forme diverse: dalle proteste spontanee e poco coordinate di una rivolta, fino alle strutture altamente organizzate di un partito o di uno Stato.


La politica si fonda sulla persuasione: senza di essa, restano solo i rapporti di forza.

Tuttavia, l'esistenza stessa della politica presuppone una comunità di riferimento, che sia una società, un popolo o, più originariamente, una patria locale dotata di una specifica identità culturale e territoriale. È proprio su questo legame organico che la "rivoluzione neoliberale e globalista", avviata alla fine degli anni '70, ha impresso danni antropologici irreparabili attraverso due fasi: una distruttiva e una affermativa.

Sul piano distruttivo, si è alimentata una frammentazione sociale orizzontale, coltivata in modo scientifico e sistematico per sradicare i popoli dalle loro radici storiche e geografiche e trasformarli in atomi isolati:


Guerra generazionale: rompendo la trasmissione della memoria e della tradizione tra anziani e giovani.

  • Guerra professionale e territoriale: mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, desertificando le economie locali a favore delle grandi catene globali.

  • Guerra culturale e di genere: i media hanno alimentato un discorso d'odio costante, frammentando la società in micro-identità artificiali e fluide (donne contro uomini, minoranze contro maggioranze) per distruggere l'identità autentica e condivisa di un popolo.

Il paradosso finale è che, dopo aver svuotato le culture locali e fomentato questi conflitti, lo stesso sistema globale si erge a giudice, mettendo in guardia la popolazione dai "discorsi d'odio" che esso stesso ha creato.

Anche la "lotta di classe" ha subito una profonda metamorfosi. Nata come difesa del lavoro e del territorio contro i meccanismi del grande potere economico, è stata degradata a una generica invidia sociale, orizzontale e individuale. Al contempo, la difesa sacrosanta delle proprie radici e della propria identità è stata criminalizzata come anacronistica.

Sul piano affermativo, questo processo si è tradotto in una forma di autoaffermazione individualista e apolide, in cui l'unico fondamento dell'identità non sono più la storia, la terra o la comunità, ma la percezione soggettiva e fluida di sé. Un vero e proprio delirio trasformato in senso comune: "come mi immagino, così sono". Di conseguenza, se la realtà del territorio e della natura non asseconda i desideri momentanei del singolo, è la realtà a essere sbagliata.

I media e l'industria culturale incarnano perfettamente questa logica. Ogni film e prodotto globale ripete lo slogan sradicato "puoi essere qualunque cosa tu voglia essere", purché tu sia un consumatore standardizzato. Si tratta di un rifiuto del "principio di realtà" (fatto di legami, doveri e appartenenze) a favore di un "principio di piacere", da soddisfare esclusivamente attraverso il mercato globale e gli atti di consumo.

L'esito di questo processo è oggi sotto gli occhi di tutti. Si manifesta in modo acuto sui social network, dove regna il trionfo della Schadenfreude: il piacere cinico per le disgrazie altrui. Nessuna epoca ha mai abusato così tanto della parola "empatia", usata come arma virtuale da individui incapaci di amare il proprio vicino e la propria comunità reale. Il meccanismo psicologico è diventato distruttivo: ogni altra persona ha la colpa di essere un ostacolo alla mia autoaffermazione, mentre io soffro perché non riesco a raggiungere gli standard fittizi del modello globale.

Su un retroterra culturale di questo tipo, l'azione politica collettiva su grande scala sembra paralizzata. Ci hanno fottuto per bene, sradicandoci.


La Soluzione: Ripartire dal Locale e dall'Identità

Se risalire la cascata a nuoto è impossibile, la soluzione non è arrendersi, ma cambiare il terreno di gioco. Se lo Stato-nazione è stato svuotato dal globalismo, la vera resistenza politica ed esistenziale nasce oggi dal basso.

  • Il Comunitarismo di Prossimità: Ricostruire il legame sociale partendo dai territori, dai quartieri, dai piccoli comuni. Laddove le persone si guardano in faccia, la manipolazione mediatica perde potere.

  • Sovranità Economica e Culturale Locale: Sostenere le economie di prossimità, l'artigianato, i prodotti della terra e la filiera corta. Difendere la trasmissione della storia locale, dei dialetti e delle tradizioni comunitarie come scudo contro l'omologazione di massa.

  • Dal Consumatore all'Uomo Radicato: Rifiutare il modello dell'individuo "fluido" e ritrovare la stabilità delle appartenenze condivise.

La vera azione politica oggi non si fa nei palazzi della finanza globale o nei talk show, ma ricolti-vando la terra e i legami che il neoliberismo ha cercato di recidere. Per ritrovare un popolo, dobbiamo ripartire dai luoghi.

Giorgio Bargna

 

sabato 29 agosto 2026

La trincea dei Sindaci e l'inganno del centralismo



Per sviluppare questa riflessione parto da due fatti di cronaca avvenuti di recente nel Comasco: una discussione sul decoro pubblico in Brianza e gli atti vandalici registrati a Lurate Caccivio, legati al disagio di una persona fragile.

Sul primo punto sono già intervenuto in un dibattito online: al di là del singolo episodio, il nodo centrale resta la cronica carenza di personale nei Comuni. Se un sindaco non può assumere chi serve per accudire il paese, è perché le decisioni finanziarie prese a livello centrale continuano a penalizzare gli enti locali. E a metterci la faccia — e la responsabilità — restano sempre gli amministratori di prossimità.

Sul fronte della sicurezza e del degrado sociale, il problema di fondo è analogo: la carenza di strumenti reali. Lo riassume bene la sindaca di Lurate Caccivio, Serena Arrighi, sulle pagine de La Provincia:

«Come sindaco continuerò a fare tutto ciò che è nelle mie possibilità, credo però sia arrivato il momento di chiedersi, anche a livello istituzionale più alto, se non sia necessario costruire strumenti nuovi e più efficaci che consentano di tutelare la persona fragile e la sicurezza della collettività. Quando le istituzioni intervengono ripetutamente e il problema continua a riproporsi non significa che nessuno stia facendo il proprio dovere, ma forse dobbiamo avere il coraggio di chiederci se gli strumenti che abbiamo siano davvero sufficienti».

È proprio qui che si riapre, con drammatica concretezza, il nodo della questione settentrionale.

Da anni ci sentiamo dire che il centralismo serve a garantire equità, ma il risultato sul campo è questo: i Comuni del Nord, che sostengono l'impalcatura economica della Nazione, si ritrovano a fare i "commissari al degrado" a mani nude. Roma trattiene il gettito e restituisce ai territori una burocrazia asfissiante e leggi inadeguate per gestire le emergenze reali.

Quello che chiedono amministratori come Serena Arrighi o i sindaci della nostra Brianza non è l'elemosina di un fondo straordinario, ma un cambio di paradigma: trattenere le risorse necessarie per governare il territorio e avere leggi a misura di comunità.

Se la politica nazionale non comprende che la sicurezza urbana, il decoro e il soccorso alle persone fragili si garantiscono dando forza, soldi e poteri ai Comuni, continueremo ad assistere alla solita commedia: la periferia lavora e produce, Roma incassa, e i cittadini si tengono i problemi sotto casa.

Perché difendere la nostra terra non è un'astrazione ideologica: significa mettere i nostri sindaci nelle condizioni di difendere la qualità della vita, la sicurezza e la dignità delle nostre comunità. Senza autonomia reale, la politica di prossimità continuerà a essere una trincea svuotata di munizioni.

Giorgio Bargna

Coordinatore Provinciale

Patto per il Nord

 

venerdì 28 agosto 2026

DAL COMUNISMO AL “CLIMUNISMO”: QUANDO L’ECOLOGIA DIVENTA FANATISMO

 


Quando sfoglio le rassegne stampa di Arianna Editrice, mi soffermo sempre con interesse sui testi di Marcello Veneziani, cercandovi spunti e riflessioni da integrare nelle mie pubblicazioni. In un suo recente intervento, Veneziani introduce ed esamina un neologismo calzante: il “climunismo”.

Si tratta di un movimento ideologico globale che salda la sinistra politica all'ambientalismo radicale, ereditando dal comunismo storico la forma mentale e le categorie analitiche per applicarle alla crisi climatica. Spinti dall'allarmismo per le estati torride, i sostenitori di questa corrente vedono nel riscaldamento globale un processo inesorabile, trasformando la causa ambientale nella nuova lotta di classe:

  • La visione del mondo: Rigida e manichea, suddivide la società tra "buoni" e "cattivi".

  • Il nuovo "Nemico": Non è più soltanto il capitalista o il liberista, ma il negazionista climatico, accusato di complicità con il sistema.

  • La tesi di fondo: La crisi climatica non viene analizzata come fenomeno complesso, ma ridotta a colpa esclusiva dell'uomo e dello sfruttamento del pianeta da parte delle élite economiche.

Il "climunismo" combatte così un "termocapitalismo" reo di trasformare la Terra in una fornace per mero profitto. La ricetta proposta riprende l'impostazione marxista dell'«abolizione dello stato di cose presente», vagheggiando una società ideale che respinge il caldo non attraverso l'innovazione o il progresso, ma imponendo un rigido puritanesimo ecologico.

Sebbene i problemi di fondo siano reali — dalle alterazioni ambientali al consumismo sfrenato —, questa deriva ideologica commette l'errore di estremizzarli, sostituendo la ricerca di risposte concrete con uno scontro permanente. Un approccio che finisce per ignorare nodi cruciali:

  • I fattori naturali e cosmici: L'incidenza delle dinamiche geologiche e solari, ben più vaste dell'azione umana.

  • La pressione demografica: Una popolazione globale di otto miliardi di persone che esprime bisogni energetici complessi, incapaci di trovare risposta in sole formule di facciata.

  • La percezione e la fragilità culturale: Rispetto al passato, la nostra soglia di tolleranza si è notevolmente abbassata. Fenomeni una volta accettati come ciclicità stagionale vengono oggi vissuti con un senso di imminente apocalisse.

  • I precedenti allarmi inascoltati: Le proiezioni catastrofiste degli ultimi cinquant'anni mai verificatesi, che finiscono per alimentare uno scetticismo generalizzato.

Così facendo, la politica abdica al realismo e si incammina sulla tangenziale dell'integralismo, costringendo la società a scegliere tra due estremi egualmente sterili: la negazione irresponsabile del problema da un lato, e il fanatismo ideologico dall'altro. Questo clima di perenne allarme altera persino il nostro rapporto con la natura: il Sole, da millenario simbolo di vita e luce, viene rielaborato come minaccia mortale di cui l'uomo è l'unico colpevole.

La vera sfida della buona amministrazione e del pensiero critico non risiede nel cedere alle sirene dell'apocalisse o al comodo disinteresse, ma nel recuperare il senso del limite, del realismo e del buon senso. L'ecologia non può diventare una nuova fede punitiva né una clava ideologica contro la comunità: proteggere la nostra terra significa governare i cambiamenti con pragmatismo, rispetto delle identità locali e fiducia nel lavoro dell'uomo, senza mai barattare la ragione con il fanatismo.
Giorgio Bargna