Quando sfoglio le rassegne stampa di Arianna Editrice, mi soffermo sempre con interesse sui testi di Marcello Veneziani, cercandovi spunti e riflessioni da integrare nelle mie pubblicazioni. In un suo recente intervento, Veneziani introduce ed esamina un neologismo calzante: il “climunismo”.
Si tratta di un movimento ideologico globale che salda la sinistra politica all'ambientalismo radicale, ereditando dal comunismo storico la forma mentale e le categorie analitiche per applicarle alla crisi climatica. Spinti dall'allarmismo per le estati torride, i sostenitori di questa corrente vedono nel riscaldamento globale un processo inesorabile, trasformando la causa ambientale nella nuova lotta di classe:
La visione del mondo: Rigida e manichea, suddivide la società tra "buoni" e "cattivi".
Il nuovo "Nemico": Non è più soltanto il capitalista o il liberista, ma il negazionista climatico, accusato di complicità con il sistema.
La tesi di fondo: La crisi climatica non viene analizzata come fenomeno complesso, ma ridotta a colpa esclusiva dell'uomo e dello sfruttamento del pianeta da parte delle élite economiche.
Il "climunismo" combatte così un "termocapitalismo" reo di trasformare la Terra in una fornace per mero profitto. La ricetta proposta riprende l'impostazione marxista dell'«abolizione dello stato di cose presente», vagheggiando una società ideale che respinge il caldo non attraverso l'innovazione o il progresso, ma imponendo un rigido puritanesimo ecologico.
Sebbene i problemi di fondo siano reali — dalle alterazioni ambientali al consumismo sfrenato —, questa deriva ideologica commette l'errore di estremizzarli, sostituendo la ricerca di risposte concrete con uno scontro permanente. Un approccio che finisce per ignorare nodi cruciali:
I fattori naturali e cosmici: L'incidenza delle dinamiche geologiche e solari, ben più vaste dell'azione umana.
La pressione demografica: Una popolazione globale di otto miliardi di persone che esprime bisogni energetici complessi, incapaci di trovare risposta in sole formule di facciata.
La percezione e la fragilità culturale: Rispetto al passato, la nostra soglia di tolleranza si è notevolmente abbassata. Fenomeni una volta accettati come ciclicità stagionale vengono oggi vissuti con un senso di imminente apocalisse.
I precedenti allarmi inascoltati: Le proiezioni catastrofiste degli ultimi cinquant'anni mai verificatesi, che finiscono per alimentare uno scetticismo generalizzato.
Così facendo, la politica abdica al realismo e si incammina sulla tangenziale dell'integralismo, costringendo la società a scegliere tra due estremi egualmente sterili: la negazione irresponsabile del problema da un lato, e il fanatismo ideologico dall'altro. Questo clima di perenne allarme altera persino il nostro rapporto con la natura: il Sole, da millenario simbolo di vita e luce, viene rielaborato come minaccia mortale di cui l'uomo è l'unico colpevole.
La vera sfida della buona amministrazione e del pensiero critico non risiede nel cedere alle sirene dell'apocalisse o al comodo disinteresse, ma nel recuperare il senso del limite, del realismo e del buon senso. L'ecologia non può diventare una nuova fede punitiva né una clava ideologica contro la comunità: proteggere la nostra terra significa governare i cambiamenti con pragmatismo, rispetto delle identità locali e fiducia nel lavoro dell'uomo, senza mai barattare la ragione con il fanatismo.
Giorgio Bargna

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