Riflettere sulle distinte ondate migratorie, sulle loro cause e sui loro effetti è un esercizio sempre utile. I recenti fatti di Ceuta hanno reso ancora più evidente ciò che era già chiaro a chi osserva con occhio critico: i flussi attuali non hanno quasi nulla a che vedere con quelli del passato. Un tempo la mobilità era regolata da accordi interstatali che definivano quote e profili professionali. Gli emigranti partivano con i documenti in regola per occupare un posto di lavoro già concordato.
Si trattava di uno spostamento governato dalle leggi del capitale industriale, che necessitava di abbondante forza-lavoro per la filiera produttiva. I nuovi arrivati si integravano nelle fabbriche della nazione ospitante rispettando i contratti vigenti. Con il tempo, alcuni rientravano in patria dopo la pensione, mentre molti altri rimanevano, ormai assimilati nel nuovo tessuto sociale, nel quale finivano per adattare anche i propri cognomi. Un modello di integrazione che oggi appare dimenticato.
Questo sistema regolato è tramontato alla fine degli anni '80. Con la caduta del Muro di Berlino si è aperta la stagione della globalizzazione, che ha decretato il trionfo del capitale finanziario su quello industriale. Hanno preso il via i processi di delocalizzazione e si sono affacciati flussi migratori caotici e privi di pianificazione (come nel 1991, con l'arrivo nel porto di Bari della nave "Vlora" e dei suoi 20.000 albanesi).
Questa nuova massa migrante è diventata a tutti gli effetti un "esercito di riserva industriale", utile a sostituire la manodopera autoctona a costi decisamente inferiori. Il processo è stato favorito dalla progressiva precarizzazione del mercato del lavoro e dal superamento del concetto di "posto fisso", spesso oggetto di campagne svalutative.
Ma la ragione economica è solo l'aspetto superficiale. L'élite globalista muove queste masse non solo per azzerare il potere contrattuale dei lavoratori locali, ma anche per destrutturare la coesione dei popoli e favorire dinamiche di sostituzione demografica, in un contesto segnato dal calo delle nascite.
L'aggressione coinvolge direttamente l'identità culturale e religiosa, accelerando la demonizzazione dello Stato-nazione. Da qui la spinta propagandistica a favore del multiculturalismo e del multietnicismo, sostenuta dalla retorica del politicamente corretto e dalle correnti woke. Tale narrazione dipinge il migrante unicamente come un disperato bisognoso di assistenza. In questo quadro sono nate ONG che operano nello spazio istituzionale dettando tempi e modalità del soccorso, supportate da una ramificata rete cooperativa (legale, ricettiva e sanitaria). Si sono così verificati episodi in cui navi con bandiera straniera hanno operato nelle acque territoriali annullando gli interventi della marina nazionale (come nel caso della Sea Watch guidata da Carola Rackete nel giugno 2019).
L'ingresso di masse destinate prevalentemente a mansioni a basso contenuto specialistico (agricoltura, manovalanza, servizi) penalizza le attività tradizionalmente gestite dagli autoctoni, impossibilitati a competere con costi del lavoro estremamente bassi e con forme di impresa che spesso eludono i controlli e sfruttano la manodopera straniera. Tale dinamica viene giustificata dall'argomentazione secondo cui gli immigrati "facciano lavori che gli autoctoni non vogliono più fare", o che il loro contributo sia indispensabile per sostenere il sistema previdenziale.
Mentre il numero dei residenti stranieri aumenta — anche in virtù di ricongiungimenti familiari facilitati da normative permissive —, non tutti riescono o intendono inserirsi nel circuito produttivo. Una parte finisce per alimentare l'economia informale, il lavoro nero o la criminalità organizzata (spaccio, prostituzione). Coloro che restano ai margini ingrossano le fila del degrado urbano, rendendosi talvolta protagonisti di episodi di microcriminalità, violenze e molestie. Episodi di fronte ai quali una certa corrente immigrazionista mostra una marcata indulgenza, in netto contrasto con la rigidità applicata quando i responsabili sono maschi autoctoni.
La figura del migrante costantemente disperato e bisognoso di assistenza è per lo più una costruzione ideologica, sostenuta anche da settori ecclesiastici ridotti a strutture assistenziali. La maggioranza di chi intraprende questi viaggi è composta da giovani maschi, abili e capaci di sostenere costi elevati per finanziare le rotte migratorie, spesso grazie agli investimenti delle famiglie d'origine che confidano nel flusso delle rimesse.
Sul piano politico, la sinistra radicale — abbandonato il riferimento alla classe operaia integrata nel sistema di consumo — ha individuato nel migrante il nuovo soggetto idealmente rivoluzionario, interpretandolo come un proletariato che "non ha nulla da perdere se non le proprie catene". Questa visione, tuttavia, ignora la realtà sociale: la maggior parte degli immigrati aspira semplicemente a integrarsi e a migliorare il proprio tenore di vita. Il paradosso è che la politica finisce per puntare non sull'immigrato integrato, ma su quella fascia marginalizzata che la teoria marxista definirebbe sottoproletariato: una componente priva di coscienza di classe, attratta principalmente dai modelli di consumo e dalle dinamiche della società dello spettacolo.
In definitiva, il globalismo non crea inclusione, ma sradicamento. Ha trasformato l'immigrazione in un'arma di deregolamentazione economica e di scomposizione sociale, privando i popoli della propria sovranità e i lavoratori dei propri diritti. Riconoscere questa realtà non è una forma di chiusura, ma il primo e indispensabile passo per difendere la nostra identità culturale, la nostra continuità storica e la dignità del lavoro autoctono.
Giorgio Bargna

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