Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.
Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema.
Proviamo a fare un analisi.
Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.
L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata.
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.
Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri.
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%.
Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude.
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.
Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso.
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani.
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como