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domenica 19 luglio 2026

Il caso Roggero e il nodo della legittima difesa


Oggi affrontiamo, in bilico tra polemica ed equilibrio, il caso Roggero e il più ampio tema della legittima difesa, ma anche il concetto, spesso calpestato, di proprietà privata.

Partiamo da Mario Roggero. Vi invito innanzitutto a diffidare da chi, oggi, dichiara di volerlo candidare in Parlamento: con una condanna definitiva sulle spalle, la partita giuridica e politica sulla sua candidabilità è chiusa. Se la politica avesse voluto muoversi davvero in tal senso, avrebbe dovuto farlo prima, dimostrando vero coraggio istituzionale anziché limitarsi a slogan postumi.Allo stesso modo, vi invito a diffidare di chi si oppone a priori a un'eventuale concessione della Grazia. A questi ultimi verrebbe da dire, provocatoriamente: "Lasciate il vostro indirizzo nei commenti, così i delinquenti sapranno dove andare". È ovviamente un'iperbole – non fatelo – ma serve a ricordare a tutti che ricevere certe "visite" tra le mura di casa non è esattamente una passeggiata di salute.

Non starò a riassumere la cronistoria della vicenda, che ormai tutti conoscete. Sappiamo che Roggero ha commesso un reato e che la legge, su questo, è stata inflessibile. Lo è molto meno, invece, sulla quantificazione della pena, sul riconoscimento del trauma e su altri aspetti legali che rimangono fin troppo legati alla discrezionalità del giudice.

Per capire l'anomalia di questo sistema, facciamo un paragone estremo ma concreto, che presenta forti similitudini sul piano della valutazione psicologica.

Nelle aule di tribunale capita che per un femminicidio l'ergastolo venga ridotto a 15 o 20 anni perché i giudici decidono di "comprendere" il contesto della gelosia o della separazione. In alcune sentenze si è letto che l'assassino viveva un "crescente senso di disagio e frustrazione" per lo "scarto" avvertito tra l’intensità dei propri sentimenti e quelli della vittima. Uno scarto che, per le corti, rendeva "comprensibile" la tempesta emotiva.

Ed ecco il paradosso. A un uomo come Roggero – che ha subito due rapine, di cui una estremamente violenta, con la famiglia minacciata, anche in altri contesti – quel "disagio" e quella "frustrazione" non sono stati concessi come attenuanti, se lo fossero stati (non sono un penalista) allora qualcosa non funziona . A lui non è stata riconosciuta la parziale scusabilità di aver vissuto in uno stato di terrore e rabbia quotidiana; sentimenti che hanno scatenato una reazione sicuramente illegale, ma psicologicamente spontanea. Oggi Roggero vive in carcere, ironia della sorte, proprio insieme ai "colleghi" di chi lo ha rapinato.

In questo scenario, la vera via d'uscita – che permetterebbe alla nostra Nazione di salvare la faccia e mostrare umanità – si chiama Grazia Presidenziale.

Molti temono che questo provvedimento possa creare un precedente pericoloso. Tuttavia, la storia recente dimostra il contrario: la Grazia è uno strumento eccezionale che risolve i cortocircuiti della giustizia senza scardinare il sistema. Ecco alcuni casi celebri, legati a fatti gravissimi, in cui il Quirinale è intervenuto per motivi umanitari o sociali e malgrado tutto non è cambiato sistema:

- Il caso Ovidio Bompressi (2006): Condannato per l'omicidio del commissario Calabresi, ottenne la grazia dal Presidente Napolitano per motivi esclusivamente umanitari legati alla salute.

- Il caso Adriano Sofri e la svolta costituzionale: Il Ministro della Giustizia Castelli si rifiutò di firmare l'atto di grazia voluto dal Presidente Ciampi. Lo scontro portò a una storica sentenza della Corte Costituzionale, la quale stabilì che la Grazia è un potere monocratico ed esclusivo del Capo dello Stato.

- Il caso Stefano Oria: Ex esponente della lotta armata, ottenne il provvedimento da Ciampi per completare il suo percorso di reinserimento sociale.

- Il caso Alaa Faraj: Condannato a 30 anni come scafista per una tragica traversata, ha ricevuto dal Presidente Mattarella una grazia parziale di oltre 11 anni, valutando il suo percorso e la revisione del contesto.

La Grazia a Roggero non sarebbe un'anomalia, ma un atto di eccezionale e necessaria giustizia umana. 

Anche perché questo caso solleva un problema enorme che tocca tutti noi: cosa resta della nostra proprietà privata?

In Italia la Proprietà Privata dovrebbe essere un pilastro dell'ordinamento. Nella realtà, questo diritto è costantemente gravato da una tassazione, diretta o indiretta, che non concede sconti. Eppure, a fronte di questi doveri fiscali sacrosanti, la tutela reale dello spazio privato lascia a desiderare.

Certo, l'Articolo 614 del Codice Penale punisce la violazione di domicilio, e la pena sale da due a sei anni se c'è violenza o se il colpevole è armato. Una sanzione che sulla carta sembra severa, ma che spesso si scontra con la realtà dei fatti e delle scarcerazioni facili.

La riforma della legittima difesa del 2019 (Legge n. 36) ha provato a introdurre la presunzione di proporzionalità e la scriminante del "grave turbamento" per chi si difende in casa propria. Ma qui sta la trappola: definire e dimostrare lo stato di shock dell'aggredito spetta comunque all'interpretazione personale del Giudice. Il caso Roggero ne è la dimostrazione lampante: il suo turbamento non è bastato.

Mentre l'Europa si attorciglia intorno a questi paletti stringenti, gli Stati Uniti offrono la tutela più ampia al mondo per la difesa della persona e della proprietà, basandosi su due pilastri chiari:

- Castle Doctrine (La Dottrina del Castello): Dentro casa tua non hai l'obbligo di fuggire o nasconderti. Puoi usare la forza letale se ritieni che l'intruso voglia commettere un reato grave o farti del male.

- Stand Your Ground (Difendi la tua posizione): In circa 30 Stati, se vieni aggredito in un luogo pubblico dove hai il diritto di stare, non sei obbligato a scappare prima di reagire. Puoi difenderti subito se temi per la tua vita.

Le conclusioni: una provocazione necessaria

Le leggi esistono e vanno rispettate, nessuno lo mette in dubbio. Ma di fronte a questo scenario la domanda sorge spontanea: quali risposte vogliamo dare ai cittadini onesti?

Le mie risposte sono due, nette e senza giri di parole:

Grazia incondizionata a Mario Roggero, vittima prima dei criminali e poi di un sistema cieco che non ha saputo comprendere il suo grave turbamento.

Introduzione del modello USA sulla difesa della proprietà privata.

Giorgio Bargna

 

sabato 20 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (3)


Terza pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Il Liberismo

Patto per il Nord è un movimento liberale che affonda le sue radici nella realtà. Crediamo fermamente nella libertà d’impresa, nella proprietà privata, nella libera concorrenza, nella riduzione del peso dello Stato e nella centralità della responsabilità individuale.Per noi, queste non sono astrazioni ideologiche. Il nostro liberismo nasce dall'esperienza diretta di chi vive e lavora sul territorio: di chi la burocrazia non l’ha studiata sui libri, ma l’ha subita ogni giorno. Sappiamo che la libertà economica non è un concetto astratto, ma si misura nel rapporto quotidiano, spesso difficile, tra chi produce e l’apparato statale.La nostra cifra è chiara: poca teoria, molta pratica.

Vogliamo promuovere un liberalismo popolare e radicato, che parli la lingua di chi tiene in piedi il Paese: imprese, artigiani, professionisti, lavoratori autonomi e amministratori locali. Un liberalismo che non ha timore di essere pragmatico e concreto.

Per questo, il nostro approccio è indissolubilmente legato al federalismo. Non può esservi vera libertà in uno Stato centralista, che per sua natura concentra le decisioni, allontana il potere dai cittadini, soffoca le energie locali e deresponsabilizza la classe dirigente. Il federalismo è la precondizione indispensabile per la libertà economica.

L’imprenditore di Lecco, l’artigiano di Vigevano, l’agricoltore mantovano o il commerciante di Comacchio lo sanno bene: il principale ostacolo alla loro libertà non è il mercato, ma uno Stato che non funziona.

Di conseguenza diretta:

- Meno Stato dove lo Stato non serve: riduzione della burocrazia, semplificazione normativa, eliminazione degli enti inutili, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ogni regola deve giustificare il proprio costo.

- Più Stato dove lo Stato è indispensabile: sicurezza, giustizia, difesa, politica estera, protezione delle infrastrutture critiche, tutela della concorrenza. In questi ambiti servono competenza, investimenti e serietà.

- Fiscalità come patto, non come rapina: riduzione della pressione fiscale complessiva, semplificazione del sistema, autonomia impositiva territoriale. Il contribuente deve sapere chi tassa, perché tassa e cosa fa con le sue tasse. La fiscalità deve premiare chi lavora, chi rischia, chi investe.

- Sussidiarietà sociale: le comunità, le famiglie, le associazioni, il volontariato, le imprese sociali sono il primo livello di risposta ai bisogni. Lo Stato interviene dove la società non arriva, non al posto della società.

L’economia reale al centro

Il cuore del Nord è il suo sistema produttivo. Non la finanza, non la rendita, non il pubblico impiego: l’impresa. Piccole e medie imprese, distretti, filiere integrate, artigianato evoluto, cooperazione tra impresa e territorio. Questo tessuto — che non ha equivalenti in Europa per densità e capillarità — è la spina dorsale dell’economia italiana e la ragione per cui il Paese esporta e compete sui mercati internazionali.

Dal Congresso di Treviglio è emersa con forza una percezione condivisa: il sistema produttivo del Nord genera valore ma non incide sulle condizioni in cui opera. Le imprese producono, innovano, esportano, assumono — ma le regole del gioco vengono scritte altrove, spesso da chi non ha mai messo piede in un capannone, in un laboratorio, in un’azienda agricola. Questa è la frattura fondamentale che il Patto per il Nord intende sanare.

Competitività delle imprese

La competitività non si ottiene con i sussidi a pioggia né con gli incentivi contingenti. Si ottiene creando le condizioni operative perché le imprese possano competere ad armi pari con i concorrenti europei. Questo significa intervenire sui fattori strutturali che determinano il costo di fare impresa in Italia:

- Costo dell’energia: il differenziale di costo energetico tra le imprese italiane e quelle tedesche, francesi o spagnole è un handicap competitivo che si traduce direttamente in margini più bassi, investimenti mancati, delocalizzazioni. La riduzione strutturale del costo dell’energia per le imprese è la prima priorità di politica industriale.

- Stabilità normativa: le imprese pianificano su orizzonti di anni, non di mesi. Il cambio continuo di regole — fiscali, ambientali, lavoristiche, urbanistiche — è un costo occulto enorme che scoraggia gli investimenti e favorisce chi opera nell’informalità. Chiediamo un patto di stabilità normativa: nessun cambio di regole retroattivo, periodi minimi di vigenza delle norme, valutazione d’impatto obbligatoria prima di ogni nuova regolazione.

- Accesso al credito: il rapporto tra banca e impresa si è progressivamente deteriorato, anche per effetto di una regolazione europea pensata per le grandi banche e inadatta al tessuto delle PMI. Serve rafforzare il credito cooperativo e territoriale, rendere efficaci gli strumenti di garanzia pubblica, favorire forme di finanziamento alternative per le imprese che investono.

- Semplificazione burocratica: ogni adempimento inutile è una tassa occulta sull’impresa. Proponiamo un audit permanente della regolazione, con l’obiettivo di eliminare ogni obbligo che non sia strettamente necessario e di digitalizzare radicalmente il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione.

Politica industriale territoriale

L’Italia non ha bisogno di una politica industriale calata dall’alto, modellata sui grandi gruppi e sulle logiche ministeriali. Ha bisogno di una politica industriale costruita dal basso, che riconosca la specificità dei sistemi produttivi territoriali e li sostenga nei loro punti di forza.

I distretti industriali, le filiere, le reti di impresa sono forme organizzative originali che il sistema produttivo del Nord ha sviluppato nei decenni e che costituiscono un vantaggio competitivo unico. La politica industriale deve sostenere queste forme, non sostituirle. Questo significa: investire nella ricerca applicata e nel trasferimento tecnologico a livello territoriale; sostenere l’internazionalizzazione delle PMI attraverso strumenti collettivi; facilitare la cooperazione tra imprese, università, centri di ricerca e amministrazioni locali; proteggere le filiere strategiche dalle acquisizioni predatorie attraverso un uso rigoroso e competente del Golden Power.


giovedì 28 maggio 2026

Un Manifesto per il Federalismo Gestionale


Nei giorni scorsi leggevo su una testata online di settore una disamina – se così possiamo definirla – su come interpretare il federalismo oggi. 
Più che un'analisi oggettiva, si trattava di una critica nemmeno troppo velata al Patto per il Nord; una critica sterile, poiché una vera disamina dovrebbe offrire spunti propositivi anziché limitarsi a una semplice recensione.
Su un punto, tuttavia, concordo: il Nord, così come il resto del mondo, è profondamente cambiato. 
Sono mutate le necessità, le esigenze, gli stili di vita e il mercato del lavoro, ridefinendo la ricchezza economica del Settentrione e dell'intero Paese.
Tra i settori che hanno subìto le trasformazioni più radicali ci sono senza dubbio la sicurezza e la sanità. Qui al Nord, dove la sanità ha sempre rappresentato un fiore all’occhiello, è ormai evidente la grave difficoltà dei sistemi regionali nel mantenere gli standard storici, o quantomeno accettabili. Il problema non risiede solo nella carenza di medici di base, nel collasso dei pronto soccorso o nelle liste d'attesa interminabili per visite ed esami specialistici: assistiamo a un vero e proprio cedimento strutturale della qualità del servizio.
Il paradigma della sicurezza urbana ha subìto una profonda trasformazione. 
In passato la principale minaccia era rappresentata dalla criminalità organizzata; oggi, invece, la microcriminalità e i reati predatori sono stabilmente in cima alle preoccupazioni dei residenti. Se un tempo il pericolo appariva distante dalla vita di tutti i giorni, oggi influisce direttamente sulle nostre routine: dall'uscita mattutina per andare al lavoro, alla passeggiata serale, fino a un semplice aperitivo al bar. Furti, scippi, violenze gratuite e degrado urbano sono ormai diventati un'allarmante realtà quotidiana.
Anche l’elettore padano ha cambiato prospettiva. 
Se un tempo la richiesta di autonomia nasceva dal bisogno di difendere la propria ricchezza, oggi la priorità è proteggersi dal carovita, se non dalla povertà vera e propria. 
Un’inflazione persistente sta erodendo il potere d’acquisto dei salari, intrecciandosi con l'emergenza abitativa: i costi insostenibili di affitti e mutui, infatti, non risparmiano più nemmeno le province. Nei trent'anni trascorsi dalla nascita del "sogno padano", sono emersi problemi strutturali che la politica ha spesso ignorato o eluso, per convenienza o sudditanza verso determinati gruppi di interesse. 
La congestione del traffico stradale e la necessità di potenziare i trasporti pendolari sono istanze fortemente sentite ma prive di risposte concrete, al pari di una stagnazione salariale che ha disallineato gli stipendi dal costo della vita.
Ci troviamo di fronte a un’economia a due velocità. I dati macroeconomici di istituti come Assolombarda confermano che, sebbene la regione resti la "locomotiva d'Italia", la crescita complessiva è modesta e disomogenea. I salari reali rimangono fermi, mentre l'inflazione locale e i costi energetici penalizzano pesantemente sia i bilanci familiari sia le piccole imprese artigiane.

Beh, io propendo verso il Federalismo delle Competenze, moderno, 3.0, che non deve più essere una battaglia ideologica di bandiera, ma uno strumento gestionale focalizzato su efficienza, prossimità e sussidiarietà.
Riguardo la sanità io propongo autonomia di gestione e reclutamento. Per superare il cedimento strutturale dei sistemi regionali, la mia soluzione federalista prevede la contrattazione territoriale, cioè la libertà per le Regioni di ridefinire gli stipendi del personale medico per frenare la fuga verso il privato o l'estero. Chiedo flessibilità formativa: gestione locale dei posti nelle scuole di specializzazione medica in base al fabbisogno epidemiologico del territorio. Ritengo necessaria l'integrazione sociosanitaria, con il trasferimento dei fondi statali per la non-autosufficienza direttamente ai distretti comunali per azzerare la burocrazia.
Riguardo la sicurezza urbana ritengo necessaria la creazione di una Polizia Locale Regionale. Il contrasto alla microcriminalità richiede il passaggio da un modello centralizzato a uno di prossimità, attraverso la trasformazione della Polizia Locale in una vera forza di sicurezza regionale con pieni poteri giudiziari e di controllo del territorio. Questo richiede risorse vincolate attraverso la trattenuta diretta di una quota delle tassazioni locali per finanziare sistemi di videosorveglianza e presidi fissi nei quartieri degradati. Occorre inoltre rimodulare la funzione del Prefetto, o meglio sostituirla attraverso una figura che tratti e risponda direttamente ai presidenti di Regione per i piani di sicurezza pubblica urbana e che sia in grado di colloquiare anche con Sindaci e vertici della sicurezza locale.
Riguardo il contrasto al carovita ritengo fondamentali gabbie salariali ed equità. Per proteggere il potere d'acquisto dell'elettore e rispondere alla transizione economica occorre una fiscalità differenziata. Parlo di detrazione delle spese vive (affitti, trasporti) dalle tasse regionali in base al reale costo della vita locale. Parlo, infine, della trattenuta delle tasse sul territorio, affinché la ricchezza prodotta dai cittadini resti dove viene generata per finanziare direttamente i servizi locali.
Ritengo fondamentali dei salari minimi territoriali, tradotto, la  possibilità di concordare contratti collettivi regionali integrativi per adeguatezza al carovita del Settentrione.
E poi quello che non è solo un parametro del federalismo 3.0, ma ciò che ci contraddistingue dall'inizio, l'ascolto della gente, delle necessità e dei problemi, perché la risposta politica non può nascere che dall'ascolto.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como






 

mercoledì 27 maggio 2026

L'anno del Samurai: disciplina e resilienza per il futuro del Nord



Poco più di un anno fa scrivevo questo articolo dove elencavo la mia storia politica ed i motivi per cui ho scelto Patto per il Nord, diventando in seguito Segretario Provinciale per Como.

Le intenzioni del movimento sono quelle che hanno sempre caratterizzato la mia storia politica, che non mi ha mai visto iscritto alla Lega, ma che ne ricalca le intenzioni originali.

- Parliamo della politica intesa come servizio e non professione, attraverso il taglio e l'adeguamento degli stipendi parlamentari alla media ISTAT dei salari

- Parliamo di introdurre lo strumento dei referendum consultivi per tutti i livelli istituzionali e che siano vincolanti per le amministrazioni pubbliche locali, regionali e federali.

- Parliamo di una forma costituzionale in senso federale per l'autogoverno

- Parliamo dello smantellamento e  della soppressione delle agenzie fiscali a cominciare dall'agenzia delle entrate, delegandone le funzioni ai singoli comuni

- Parliamo di uno stato federale snello che pensi alla politica estera e alla difesa e lasci la possibilità ai privati ​​e alle comunità locali di occuparsi di tutti i servizi.

- Parliamo di garantire alle imprese maggiore libertà: meno burocrazia e più concorrenza che genera efficienza.

Ho messo a disposizione di Patto per il Nord le mie competenze, le mie idee e la mia onestà intellettuale, nell'intesa anche di convincere pure voi, attraverso la mia faccia, a seguire il nostro credo, la nostra serietà e il nostro amore per il territorio.

Oggi, a meno di 6 mesi dal Congresso fondativo del nostro movimento politico, in queste elezioni amministrative siamo stati in grado di presentarci in tutti i capoluoghi di provincia in Lombardia e in decine di comuni in tutto il Nord, da soli col nostro simbolo, in coalizione o all'interno di liste civiche. E' un inizio promettente: a Lecco e Mantova abbiamo sfiorato il 2 per cento, a Comacchio col 5,6 abbiamo superato anche la 'Salvini Premier' e col 'Patto per Legnano' siamo andati oltre il 10 per cento. 

Tutto questo è la dimostrazione di un lavoro diffuso che certifica un già forte radicamento in tante realtà territoriali. Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturato, non di opinione, non fosse altro che per il fatto che molta opinione pubblica neppure ci conosce dal momento che abbiamo risorse limitate e nessuna visibilità sulle televisioni nazionali. Il Nord è tornato, nonostante il veto di Salvini su di noi che ha finito col penalizzare proprio il centrodestra. 

Infine, seppure in un piccolo comune, Quinzano d'Oglio, nel Bresciano, abbiamo eletto il nostro primo Sindaco.

Metaforicamente parlando, quello che ci attende è "l'anno del Samurai".

Adotteremo una mentalità di estrema disciplina, dedizione, resilienza e concentrazione, ispirandoci ai valori storici dei guerrieri giapponesi, ma anche a quella dei "Fratelli Padani".

Affronteremo  le sfide con freddezza, senza farci sopraffare dagli eventi, votati al nostro codice etico agendo con totale dedizione.

Il nostro non è un partito artificiale, il nostro è un voto strutturale e consapevole, espressione diretta della gente che lavora e produce.

Questi primi risultati sono solo la fondamenta di un progetto molto più grande. 

Non ci fermeremo ai numeri di oggi: siamo la risposta concreta alla vecchia politica. È tempo di rimboccarsi le maniche per liberare le nostre imprese dalla burocrazia e dare vero autogoverno alle nostre comunità. 

Salite a bordo di questo cammino di serietà e amore per la nostra terra. 

Il viaggio è appena iniziato!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

venerdì 1 maggio 2026

Rottamazioni infinite: lo Stato che scommette (e perde) sulle tasse evase


Parliamo di credibilità da parte delle Istituzioni.
Prendiamo spunto innanzitutto da un tema in corso, la rottamazione delle cartelle esattoriali.
La situazione è paradossale, lo Stato si inventa periodicamente tasse e balzelli che non è in grado di incassare.
E allora che fa? Si inventa una procedura che si perpetua negli anni nella speranza di recuperare una parte delle tasse evase.
Nelle prime edizioni, la simpatica trovata ebbe qualche successo, ma recentemente e progressivamente è stata snobbata dai debitori, vuoi perché qualcuno non ha veramente la capacità economica per pagare, ma soprattutto perché ormai l'evasore seriale ha capito di dover temere poco dagli enti creditori.
Nel dettaglio le quattro precedenti edizioni della rottamazione hanno portato complessivamente nelle casse dello Stato 28,9 miliardi di euro a fronte di un gettito previsto di 111,2 miliardi.
Per la rottamazione attuale, le stime basate sulle relazioni tecniche indicano un incasso previsto per lo Stato di circa 9 miliardi di euro distribuiti nell'arco di 9 anni, ma allo stato attuale delle cose si stima un tasso di adesione del 3,3% rispetto al totale dei carichi affidati.
Lo Stato non fa paura, secondo i dati della Corte di Conti del resto emerge che venga controllato il 4% dei contribuenti, l'Agenzia delle Entrate riesce ad incassare non più del 17% dell'evasione accertata.
Ecco diciamo che nell'insieme delle cose il rischio di essere punito per un evasore sarà si e no dell'1%.
Diventa ovvio che l'evasore seriale non abbia alcun timore davanti a questi dati e davanti a questo presunto metodo di recupero credito.
Lo Stato potrebbe verificare i suoi conti in banca ma non lo fa, potrebbe verificare la congruità del tenore di vita di molte famiglie, perché non si parla solo di partite IVA per l'evasione, ma non lo fa.
Lo Stato si limita a incassare il sicuro e a scommettere, come fosse il "Gratta e Vinci", sul presunto evaso, presunto visto che non riesce a verificare i redditi.
A versare almeno un euro di Irpef in Italia sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara. 
Su questi numeri, oltre al controllo del "nero" ci si dovrebbe concentrare, ma è evidentemente più semplice calcare la mano sul sicuro, cioè sulle buste paga e sulle dichiarazioni dei piccoli e medi imprenditori.
Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13%.
Entrando molto meno nel dettaglio altri fattori minano la credibilità della Stato, pensiamo al sistema giudiziario ed a quello sanitario dei quali abbiamo scritto già in altre occasioni.
Ma anche alla burocrazia ed al debito pubblico, alla scarsa meritocrazia ed alla corruzione.
E allora che fare?
Beh, lo Stato siamo noi, non la partitocrazia ed il proprio apparato ancorato alle persone.
Patto per il Nord è nato anche per costruire una nuova classe politica, che si occupi del presente e del futuro, del territorio locale si, ma anche della nazione intera.
Unisciti a noi e costruiamo insieme, da capo, la credibilità delle Istituzioni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

venerdì 27 marzo 2026

VI STANNO NASCONDENDO CHE SIAMO UN POPOLO

 



Forse abbiamo già parlato di autodeterminazione dei Popoli, ma è sempre meglio farci un ulteriore riflessione.

Se chiediamo all'intelligenza artificiale ci viene risposto che l'autodeterminazione dei popoli è un principio fondamentale del diritto internazionale che sancisce il diritto di un popolo a decidere autonomamente il proprio assetto politico, economico e sociale, inclusa l'indipendenza o l'associazione a un altro Stato. Riconosciuto dall'ONU, si applica principalmente in casi di dominazione coloniale o occupazione straniera.

Spesso si identifica un popolo basandosi su elementi comuni come cultura, lingua, storia e la volontà di identificarsi come tale.

Solitamente non include un diritto automatico alla secessione per minoranze all'interno di uno Stato sovrano, a meno che non vi sia una violazione estrema dei diritti umani, però lasciamo da parte questo e intanto identifichiamo un area, che potremmo comunque allargare facilmente, che abbia dei comuni determinatori.

Esiste un area compresa tra il fiume Adda a est e il fiume Sesia a ovest, delimitata a nord dalla catena alpina e a sud indicativamente dal corso del fiume Po, includendo storicamente anche l'area di Milano, che si chiama Insubria.

Qui, se vogliamo ancora dare un valore alla tradizione si parla ancora una lingua comune il Lombardo Occidentale, parlato nelle province di Milano, Varese, Como, Lecco, Lodi, Pavia, nel Canton Ticino e nel Novarese. Espressa con molteplici cadenze questa lingua si regge su un unica base grammaticale.

Ma però noi andiamo a concentrarci su un altra cosa che è il volano moderno, post guerra, di questa regione, che conta oltre 6 milioni di abitanti nell'area italiana.

L'economia della regione Insubria è una delle più dinamiche e interconnesse d'Europa, caratterizzata tra l'altro da un forte legame transfrontaliero tra alcune province lombarde (Varese, Como, Lecco), piemontesi (Novara, Verbano-Cusio-Ossola) e il Canton Ticino in Svizzera. 

L'area si distingue per un modello economico misto che combina manifattura avanzata, servizi finanziari e turismo di alto livello, ospita un denso tessuto di Piccole e Medie Imprese (PMI) altamente specializzate in settori quali il tessile, il mobile, la meccanica, la farmaceutica.

L'area dei laghi (Como, Lugano, Maggiore) attrae flussi turistici internazionali, sostenendo un settore dell'ospitalità di lusso e servizi correlati.

Qui troviamo tassi di occupazione superiori alla media nazionale italiana.

Non sono riuscito a trovare dati ufficiali, ma se la Regione Lombardia vanta una cinquantina di milioni di euro di residuo fiscale all'Insubria ne possiamo assegnare quantomeno la metà, restando bassi con le stime.

L'Insubria soffre gli stessi problemi del resto d'Italia, più altri specificatamente locali.

La sanità è allo sbando, è evidente la mancanza di medici di base e riscontriamo lunghe attese per le prestazioni diagnostiche, criticità che impatta soprattutto la popolazione anziana.

La sicurezza urbana è diventata una criticità anche nelle zone con meno densità abitativa, con termini di criminalità violenta sempre più in crescendo.

Malgrado quanto elencato il lavoro è in flessione per numeri di occupati mentre gli incidenti sul lavoro aumentano.

Rispetto alla maggior parte del resto d'Italia in Insubria un elevato inquinamento atmosferico incide sulla salute respiratoria e aumenta i rischi infettivi, studi dell'Università dell'Insubria collegano a un maggiore rischio di ospedalizzazione e infezioni a causa dell'esposizione a particolato atmosferico e biossido di azoto.

Siamo partiti dal principio dell' autodeterminazione per giungere a stabilire che esiste una territorio che, oltre ad avere una base storica, una lingua comune, delle tradizioni e dei mestieri in comune, è legato ancora oggi da quello che viene ritenuto il fenomeno moderno più importante, l'economia.

Non sono stupido, non sono qui a reclamare l'autodeterminazione, verrebbe negata a prescindere.

Sono qui per farvi capire che esiste un popolo, un popolo che a scuola non vi raccontano perché non deve sapere di esistere.

Non deve avere consapevolezza della propria forza, io invece sono qui a raccontarvi che la dovete avere.

E quando in Insubria saremo tutti coscienti della nostra forza potremo chiedere di diventare una Regione Autonoma a Statuto Speciale.

Solo così, in un mondo ormai globalizzato, avremo la forza di poter incidere nell'Unione Europea, grazie ad una forza economica di primo livello ed ad una base storica innegabile.

Inoltre questo spazzerebbe via la burocrazia e la cattiva gestione del territorio.

Con la gente, per la gente, tra la gente.

Giorgio Bargna



mercoledì 11 marzo 2026

Analisi della Sicurezza in Provincia di Como: una sfida complessa tra risorse, territorio e prevenzione



Dedichiamo qualche riflessione alla sicurezza in Provincia di Como. Sebbene la cronaca sia dominata da rapine e reati di strada, il quadro complessivo è ben più articolato e richiede un’analisi profonda.

Un quadro critico La nostra provincia registra numeri preoccupanti: siamo costantemente tra le prime province italiane per furti in appartamento. Le infrastrutture di trasporto rappresentano un punto nevralgico: nel primo semestre del 2025, sono state oltre 2.900 le denunce raccolte nelle stazioni e sui treni lombardi, un dato che ci tocca da vicino data la mobilità quotidiana dei nostri pendolari. Sul fronte dello spaccio, i dati 2024 ci collocano al 59° posto, ma è l'escalation della violenza di genere e sessuale a imporre un campanello d'allarme: con circa 35 denunce mensili tra stalking, maltrattamenti e violenze, Como risulta essere, dopo Milano, tra le realtà lombarde più esposte.

Esiste inoltre una criticità spesso sottaciuta, ma di estremo rilievo sociale: la sicurezza sul lavoro. Le irregolarità in cantieri e aziende sono frequenti, come testimoniano i sei cantieri sospesi tra Como e Cantù nei primi mesi del 2026.

Oltre le polemiche: le cause strutturali Sarebbe populismo spiccio puntare il dito contro chi, sul territorio, si occupa di sicurezza. Esprimiamo la nostra massima solidarietà alle Forze dell’Ordine, costantemente sotto pressione e spesso vittime di aggressioni durante il servizio, fattore che ne limita inevitabilmente l'efficacia operativa. Il problema non è la mancanza di volontà, ma un deficit strutturale di risorse, inadeguate alla complessità di un territorio che funge da crocevia internazionale. La posizione di frontiera facilita il transito di attività illecite, mentre la presenza sotterranea, ma pervasiva, della criminalità organizzata complica ulteriormente la gestione dell'ordine pubblico.

A questo si aggiunge l'emergere, tra fine 2025 e inizio 2026, di fenomeni legati a "baby gang" e aggressioni di gruppo, che coinvolgono coetanei di diversa estrazione, in un contesto dove la percezione di una giustizia lenta e di una pena poco certa riduce drasticamente l'effetto deterrente delle operazioni di polizia. Pur mantenendo alta l’attenzione sull'immigrazione irregolare — come dimostrato dai 13 allontanamenti eseguiti dalla Questura nel marzo 2026 nei confronti di soggetti con gravi precedenti — la repressione, da sola, non basta.

Una nuova strategia: l'approccio integrato Il problema ha radici profonde che toccano il tessuto sociale. Quando la convivenza civile e il rispetto reciproco vengono meno, l'intervento deve farsi corale. Proporre di trattenere il residuo fiscale o aumentare gli organici è legittimo, ma serve anche un approccio integrato che affianchi alle misure repressive strategie educative, sociali e urbanistiche.

Cosa può fare chi amministra le città?

  • Sicurezza urbana: Potenziamento della videosorveglianza, supporto al controllo di vicinato e presidi mirati nei punti critici.

  • Prevenzione sociale: Investire in programmi scolastici sulla gestione dei conflitti e contro il bullismo; creare centri giovanili e percorsi di mentoring che offrano alternative concrete alla strada.

  • Formazione e lavoro: Contrastare la descolarizzazione con programmi di formazione professionale per offrire prospettive di futuro ai giovani più fragili.

  • Urbanistica: Progettare spazi pubblici più sicuri, migliorando l'illuminazione, curando il decoro e favorendo una "sorveglianza naturale" attraverso una pianificazione urbana attenta.

In conclusione, la sfida della sicurezza non si vince solo con le divise, ma costruendo una comunità più coesa e attenta. Queste sono le indicazioni che intendo sottoporre ai nostri Sindaci: passare da un'amministrazione che subisce l'emergenza a una che la previene.

Giorgio Bargna 

Patto per il Nord

 Como

mercoledì 25 febbraio 2026

MACABRI TALK SHOW



Ci occupiamo oggi di un fenomeno sociale che entra nelle nostre case, quotidianamente, ormai da anni.

Chiediamoci quanto incidono le trasmissioni televisive sui fatti di cronaca e i processi.

Io credo sia innegabile che le trasmissioni televisive in Italia incidano in modo significativo sui fatti di cronaca nera e sui processi giudiziari, riuscendo spesso e volentieri a trasformarli in veri e propri "processi mediatici" che rischiano di condizionare l'opinione pubblica e, in casi estremi, le indagini stesse.

Talk show e programmi di approfondimento tendono a ricostruire casi giudiziali, formando "mostri" o innocenti prima della sentenza definitiva. Gli atti processuali, come intercettazioni e verbali, vengono spesso diffusi, decontestualizzati e commentati in studio, influenzando la percezione di colpevolezza.

La forte esposizione mediatica può, indirettamente, influenzare il corso delle indagini, esercitare pressione sugli inquirenti o condizionare la memoria e la testimonianza di persone coinvolte.

Teniamo presente che investigatori e magistrati, in  quanto esseri umani, non sono immuni dalla pressione dell'audience, il che può spingerli più o meno inconsciamente verso soluzioni rapide o clamorose, anche perché a volte si assiste a una narrazione mediatica che contrasta l'operato della magistratura, con il rischio di influenzare la percezione di imparzialità.

Tra l'altro si è assistito a casi di magistrati che hanno utilizzato la televisione per comunicare le proprie indagini.

I "Processi Mediatici" sovente si sostituiscono alle aule di giustizia, creando un'opinione pubblica che giudica prima delle sentenze definitive. Inoltre la forte esposizione mediatica, indirettamente, potrebbe condizionare la memoria e la testimonianza di persone coinvolte.

Vi è anche un altro elemento a non sottovalutare, il linciaggio mediatico, il mancato rispetto del diritto alla presunzione di innocenza, possono causare gravi danni reputazionali agli indagati, anche prima di un eventuale rinvio a giudizio o condanna. 

Vi aggiungo alla fine di questa riflessione un testo molto interessante e molto critico che trovate nell'originale a questo link.

"Quante trasmissioni hanno fatto sul delitto di Garlasco? Centinaia di programmi a spaccare il capello in quattro coinvolgendo avvocati, opinionisti e vari esperti investigativi. Ore ed ore a discutere su un biglietto del parcheggio uscito fuori vent’anni dopo dal cassetto di Sempio. Che c’è di strano? Chi è che non custodisce i tagliandini del parcometro per anni, è la cosa più normale di questo mondo!  Per non parlare delle ore a speculare su un presunto video hard della povera ragazza girato con il suo fidanzato. La poveretta non trova pace neanche da morta. 

Poi veniamo a conoscenza dell’esistenza di un’organizzazione criminale globale impegnata in abusi sessuali, tratta e sfruttamento sistematico di donne e bambine – una rete che coinvolge anche le élite politiche, economiche e mediatiche europee – e tutto improvvisamente viene messo a tacere. Milioni di prove schiaccianti nei cosiddetti Epstein file rivelano ragazze costrette in condizioni di schiavitù sessuale, torture, sparizioni e veri e propri crimini contro l’umanità. Vittime abusate da personalità di alto rango dell’Occidente, tra Stati Uniti ed Europa: criminali, pedofili, torturatori coinvolti in pratiche sataniche e, si vocifera, perfino cannibalismo. Dietro a tutto questo l’ombra dei ricatti del Mossad. Eppure, i grandi media restano in silenzio o, al massimo, mandano qualche servizio a notte fonda. In compenso, continuano puntigliosamente ad analizzare un biglietto del parcometro e le celle agganciate dal cellulare di quel Sempio. Assurdo e vergognoso".

E come diceva Maurizio Costanzo: Buona televisione a tutti!!!

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna

 

venerdì 13 febbraio 2026

LO SCEMPIO DELL'ECOSISTEMA POLITICO


Partendo da un pensiero di un seguace di Gregory Bateson facciamo una riflessione legata all'ecosistema che possiamo poi tramutare in un pensiero dai tratti politici.
Oggi possiamo osservare la presenza contestatrice sul web di molte categorie: ambientalisti, animalisti, vegetariani, salutisti, attivisti vari, ecologisti, vegani, biocentrici, ecosistemici, ecomarxisti, anticiviltà, animisti, anti-industrialisti, movimenti giovanili per il clima, quelli della decrescita più o meno felice, alcuni seguaci delle filosofie native, i seguaci del “cancrismo” (pensano che la nostra specie sia un cancro del Pianeta, cioè un errore dell’evoluzione).
Movimenti spontanei che spesso non hanno nulla che li colleghi, tranne il comune pensiero che il mondo non vada avanti nel modo giusto, micropianeti contestatori che fanno bene all'anima ma resteranno confinati sul web.
Al contrario degli “attivisti politici” e degli opinionisti della TV di regime, i quali di antisistema non hanno nulla, loro avranno spazio solo sulla rete e qualche rivista "specializzata".
Ma a parte questo noi contestatori, mi ci metto anche io, non siamo ancora un numero molto elevato e quindi non siamo in grado di incidere sui comportamenti collettivi, frenati anche da un diffuso egoismo collettivo.
Se è vero che l'unico collante può essere  l’idea che occorre abbandonare la competizione economica, la globalizzazione, la crescita, il mercato e i consumi, sull'altro fronte i “politici” non hanno nessuna intenzione di modificare il "sistema", si limitano a qualche accorgimento di facciata, con qualche verniciata green e sbandierando il tutto con l’assurdità contradditoria dello sviluppo sostenibile. 
Sono d'accordo con  il seguace di Bateson su un aspetto, la terra è questa da migliaia di anni, l'essere umano no, è aumentato a dismisura e chiunque, anche senza una base scientifica, può capire questo pianeta fatica a supportare e sopportare l’esistenza permanente di un Primate di 70 Kg, che oltre tutto pretende di porsi al vertice della catena alimentare, nel numero di 8 miliardi e che non è intenzionato a fermare la propria crescita. L'esempio ci arriva dal mondo animale, c’è un’aquila ogni mille marmotte, c’è un leone ogni mille gazzelle, quando, in quella valle nordica, ci sono troppi lemmings, iniziano a correre verso il mare, dove annegano. Solo il 20% torna indietro, e sono ancora là…ma così quella valle-ecosistema si salva e l’equilibrio si ristabilisce.
Chiudiamo questa parte con un pensiero di Gregory Bateson: “La carenza di saggezza sistemica è sempre punita”.

Parlavamo di riportare il discorso a livello politico.
Un po' come il pianeta Terra il planisfero politico italiano (parliamo di livello nazionale) è stato ed è sovraffollato, In 17 tornate elettorali dal 1948 si sono presentati alle elezioni 380 partiti diversi, producendo un totale di 558 simboli, con una media di 32 partiti per ogni elezione, alcuni dei quali magari sopravvivono ancora economicamente grazie a media basse accompagnate da grandi escamotage .
Nonostante questo alto numero di sigle, la partecipazione attiva a comizi e cortei è calata negli ultimi vent'anni. 
Nel 2024, hanno partecipato ad un comizio o a un corteo rispettivamente il 2,5 e il 3,3% dei cittadini di 14 anni e più a fronte del 5,7 e del 6,8% del 2003. 
Al contrario, c'è un aumento della partecipazione politica tramite siti web o social media, con oltre 10,5 milioni di cittadini coinvolti nel 2024.
Oltre 10 milioni e mezzo di cittadini hanno espresso opinioni su temi sociali o politici attraverso siti web o social media, erano meno di sei milioni e mezzo nel 2014. Si tratta di una persona ogni quattro utenti di Internet.

Aldilà di questi dati chi ha partecipato allo scenario politico ha occupato ogni spazio possibile andando poi a inventarsi spesso e volentieri spazi dove inserire trombati ed amici, spesso persone con poche capacità  e conoscenze, altre volte sorte di prestanome asserviti.
Un overdose di movimenti, burocrazie, rallentamenti, "connivenze", incapacità, che oltre a mutare l'ecosistema politico ha allontanato i cittadini dalla politica, non sempre involontariamente.
Anche qui prima che l'ecosistema imploda bisogna intervenire,
Oggi va fermato a tempo indeterminato questo scempio e va introdotto un nuovo format di bipolarismo: il futuro sostenibile che si contrappone al vecchio, che non arretra ma anzi continua ad avanzare ignorando ogni giorno di più non solo i cittadini ma anche gli enti locali.

Patto per il Nord è nato proprio per questo motivo, fermare lo scempio e ridare importanza ai cittadini ed ai territori, salvaguardare il sistema ecologico così come le fasce deboli della società, rimettere ordine alla sicurezza fisica ed economica.  
Si tratta di un lavoro immenso, che richiede sforzi e tempi, per questo ogni giorno vi invito ad incontrarci e ad aderire a questo progetto, l'unico e ultimo baluardo eretto in resistenza alla partitocrazia ed alla burocrazia.

Giorgio Bargna


 

mercoledì 28 gennaio 2026

Rivoluzione Politica: Riscoprire il Nord

 


Come sempre introduciamo l'argomento, poi qualche considerazione e  la sintesi finale.

Se parliamo di bipolarismo politico raccontiamo di  un sistema strutturato attorno a due poli o coalizioni principali che si contendono il governo, alternandosi al potere. 
Questo sistema favorisce stabilità e accountability (in termini poveri responsabilità e trasparenza), contrapponendosi al multipartitismo, che si descrive frammentato. 
La riforma elettorale del '93 fu il trucco inventato per far credere agli italiani che in Italia fosse stato introdotto un sistema bipolare maggioritario, in seguito il "Porcellum" ed il "Rosatellum" hanno contribuito a far credere che in Italia il sistema politico fosse stabile.
In realtà, al contrario di quanto accade nei sistemi anglosassoni, si è vista semplicemente la nascita di poli politici basati su larghe intese, più opportunistiche che fondate su basi politiche, ancora oggi, come da anni, all'interno delle coalizioni vediamo discrepanze su ogni genere di tema, in modo ancor più marcato se internazionale.
Resta di stucco …. è un Barbatrucco!!!

In realtà in Italia è soltanto durante la Prima Repubblica che viviamo un vero bipolarismo, quello che Sartori definì "pluralismo polarizzato". 
Storicamente la DC aggregava attorno a se una serie di partiti di contorno al governo di città, regioni e Stato e in contrapposizione trovavamo  due opposizioni estreme (PCI e MSI).
Poi fu "Tangentopoli", fu l'inchiesta "Mani pulite" a portare conseguenze politiche di vasta portata, determinando la fine della cosiddetta Prima Repubblica italiana. 
Crollarono i partiti tradizionali, emersero nuove forze politiche, in realtà l'unica veramente nuova fu la "Lega Nord" e si inventò da parte dei "poteri forti" il trucchetto maggioritario.

D'accordo o meno che siate con me, chiudiamo questa analisi sul passato e passiamo al presente.

Oggi il bipolarismo esiste veramente, divide il panorama politico realmente.
Intanto esistono due partiti anticonvenzionali, quello degli astensionisti e quello dei votanti.
Non occorre che vi spieghi io il motivo dell'astensionismo, a mio parere invece la maggior parte dei votanti è coinvolta direttamente o indirettamente nel "Sistema", gli altri votanti, mi perdonino, sono dei beoti (mi perdonino anche gli abitanti della Beozia).
Poi troviamo nello scenario politico chi vuole mantenere vivo "il sistema" e chi lo vuole, se non abbattere, rivoluzionare. 
"Patto per il Nord" vuole modificare lo scenario, creare una nuova classe politica, che nasce dal basso, che vuole ascoltare la gente, coinvolgere la gente, riavvicinare la gente alla politica, ridare fiducia e speranza al paese ed al partito degli astensionisti.

L'astensionista di oggi è chi si è ritrovato, oltre che deluso politicamente, in difficoltà economica, privo della garanzia di servizi essenziali (vedi la sanità pubblica), in balia di burocrazia, mancanza di sicurezza, degrado morale e pratico, perculato da fancazzisti e mantenuti di ogni genere.
La chiamata all'appello è rivolta anche e soprattutto a loro,
Non si chiede a loro semplicemente il voto, si richiede di ricostruire il Nord, ma anche l'Italia intera , insieme a noi, partecipando allo scenario politico, portando nuove idee e nuovi stimoli.

Non esiste più destra e sinistra, non esiste più nessuna contrapposizione puramente politica.
Oggi l'unica contrapposizione è tra chi deve salvarsi le chiappe e chi gliele vuole insidiare.
Solo risolto questo problema possiamo permetterci di essere di destra o sinistra.
Perciò pensionati, lavoratori, professionisti, associazioni, vediamo di ricostruire prima che sia troppo tardi.
Quindi, senza remore, vale per tutti, quello che oltre esser un motto è una necessità: Per il Nord Insieme!!!!

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como





lunedì 29 dicembre 2025

PUNTATE, MIRATE, FUOCO (La condanna a morte per l'Occidente)

 



In molti miei articoli, sia recenti che datati, ho accennato spesso ad una caduta rovinosa del sistema occidentale.

Approfondiamo un po' il tema, solleticato da un articolo letto sulla Rassegna Stampa di Arianna Editrice.

Non posso che concordare (mi sembra tra l'alto teoria logica) con il citato Oswald Spengler, secondo cui ogni civiltà è soggetta a un ciclo di nascita, maturazione e morte. 

Esiste, ed è naturale, una divisione su chi considera le tematiche riportate di seguito come problemi e chi invece, dà di essi una lettura positiva oppure ne nega l'esistenza.

Come sempre oriento il mio pensiero uscendo dallo schema destra-sinistra, schema che non trova più fondamento da anni proprio perché gli indirizzi degli ultimi decenni hanno annientato questa schematica, il concetto di progresso risulta oggi scollegato da quello di giustizia sociale, mentre, al contrario, il concetto di giustizia sociale esprime un'istanza di conservazione nel momento stesso in cui viene menzionato. 

Andiamo un po' a snocciolare le problematiche che stanno condannando a morte il sistema occidentale.

La prima in realtà non è un esclusiva occidentale. 

Viviamo oggi urbanizzazione altamente diffusa, altissime percentuali di popolazioni che si ammassano in megalopoli che finiscono per avere, rispetto al resto della nazione circostante, una funzione parassitaria.

Viviamo poi un certo senso di avversione e rigetto verso la famiglia e la procreazione, sicuramente incide, a livello di paura economica, l'attuale livello di precarietà, ma molto di più condiziona il pensiero moderno occidentale, il quale ha portato all'esaltazione filosofica dell'individuo in solitudine e deprivato d'ogni legame. 

Vengono così dilapidate le basi della socialità collettiva e viene sentenziata la condanna a morte per collasso demografico.

Un'altra problematica, che però anch'essa non è una novità esclusiva dei nostri tempi, è la disuguaglianza sociale. questo genera una sempre più elevata quota di ceto medio trascinato nella povertà, in contraltare a una millesimale quota di facoltosi che da soli governano le scelte globali e che sono in grado di controllare tutte le risorse e i patrimoni strategici.

Spesso cito la fine indecorosa, il crollo, dell'Impero Romano, oggi, come allora i Romani, i Governi Occidentali utilizzano per le guerre, più o meno nascoste o lampanti, barbari mercenari, quali ad esempio gli jihadisti in Libia e Siria,  oppure gli Ucraini per affrontare i russi e via dicendo.

Possiamo citare i fenomeni del bullismo giovanile, della violenza di genere, del malcostume mascherato come emancipazione, parliamo di fenomeni quale ad esempio Onlyfans o la desessualizzazione, come decadimento, si morale, ma in fondo generale, che prevalgono in modalità prepotente sulla solidarietà e sul senso comune, non tanto del pudore ma, di una società che possa vantarsi di moralità e comunanza.

Inseriamo nelle problematiche anche internet.

Internet offre enormi vantaggi come accesso immediato a informazioni e comunicazione globale, opportunità di lavoro e intrattenimento, ma presenta seri problemi quali dipendenza, fake news, rischi per la privacy, cyberbullismo e sovraccarico informativo. 

E non sono neppure convinto che quelli che ho elencato quali vantaggi lo siano veramente.

Certo, per le ricerche scolastiche, per gli acquisti e per qualche passatempo musicale e artistico è una fantastica scorciatoia, ma abbiamo svuotato, ad esempio, le sale cinematografiche e i negozi, con danni per l'indotto. 

Poi sicuramente un uso eccessivo può portare a isolamento sociale, ansia e problemi di salute mentale.

La disinformazione, spesso pianificata, porta a difficoltà nel distinguere le notizie vere da quelle false.

Fenomeni di bullismo, "haters" e commenti negativi diffusi, difficili da gestire emotivamente, mi sembra li abbiamo già citati.

Vogliamo aggiungere la sorveglianza dei dati, il furto dati personali, frodi online (phishing, virus), le troppe informazioni, pubblicità e notifiche che rendono difficile concentrarsi? 

Vogliamo, un po' fuori tema, parlare dell' impatto sulla salute: problemi fisici (postura, vista) oltre che psicologici, magari indotti volontariamente, (stress, bassa autostima) legati all'uso prolungato?

Poniamo alla fine un aspetto che non è però ultimo per importanza. 

L'immigrazione illimitata, che non è un effetto collaterale, ma una scelta precisa, volta ad atomizzare ancor di più la società. 

Una società dove le diverse componenti non condividono lingua, costumi e soprattutto memoria storica, semplicemente è una non-società, è un ammasso informe dove segmenti sociali del tutto estranei gli uni agli altri si trovano forzatamente a convivere.

Questa è stata una delle scelte più gravi, tra le principali, che nostro malgrado, condanneranno a morte il sistema occidentale, o meglio quello europeo, che vanta una storia secolare.

E noi comuni mortali, malgrado di "sfuggita" ci rendiamo conto che esiste una degenerazione dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, dell'indipendenza della magistratura, della libertà di stampa ed espressione e di molto altro, ci opponiamo in minoranza, considerato che la maggior parte della popolazione agisce inconsciamente, sulla scorta di un meccanismo di pensiero, di un sillogismo vincente, governato dall'informazione tossica.

Il cittadino europeo medio non ha la più pallida idea neppure di come si vive alla periferia della sua città, non conosce la vita o i problemi di chi vive sul suo stesso pianerottolo, tuttavia gli arrivano comodamente, a domicilio, saldissime certezze intorno a quanto oppressiva e umiliante sia l'esistenza in Cina, in Russia, in Iran, a Cuba, in Venezuela. 

Una volta che ci hanno educati, le classi dirigenti occidentali, hanno mano libera per le peggio porcate.

Qui, come in moltissimi altri casi, la responsabilità del sistema mediatico, la criminale complicità del giornalismo mainstream, è una volta di più decisiva.

Chiamatemi tranquillamente complottista, non è un problema, ma chi ha trent'anni meno di me e leggerà questo articolo, un giorno dirà: caxxo, quel "rimba" aveva ragione.

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna 


martedì 23 dicembre 2025

ANCHE SE NON BASTA, VOTIAMO SI

 



Si voterà in due giorni per il referendum confermativo della riforma costituzionale della giustizia, e non solo in uno come è stato sempre finora in Italia per i referendum e come è previsto dalla legge. Lo ha deciso il Consiglio dei ministri in un decreto-legge approvato lunedì, in cui ha stabilito che tutte le elezioni del 2026 si debbano tenere in due giornate, di domenica e lunedì .

La riforma della giustizia che prevede tra le altre cose la separazione delle carriere dei magistrati era stata approvata dal parlamento il 30 ottobre, ma non avendo ricevuto la maggioranza dei due terzi dei seggi, che avrebbe permesso di farla entrare subito in vigore, i partiti di maggioranza e alcuni di quelli di opposizione avevano chiesto di votare in un referendum per confermarla. Essendo un referendum costituzionale, in cui si vota la modifica di una parte della Costituzione, non sarà necessario il quorum, cioè non servirà che vada a votare più della metà dei cittadini aventi diritto: per far passare la legge sarà sufficiente la maggioranza del “sì” tra chi andrà a votare. L’ipotesi più probabile al momento è che si voti il 29 e il 30 marzo.

Il referendum sulla giustizia riguarda principalmente la riforma della magistratura ordinaria e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

I punti cardine della riforma oggetto del voto sono:

1. Separazione delle carriere

Attualmente i magistrati appartengono a un unico corpo e possono passare (con limiti) dal ruolo di pubblico ministero (chi accusa) a quello di giudice (chi giudica). La riforma prevede: 

Carriere distinte fin dal concorso d'accesso.

Impossibilità di passare da una funzione all'altra durante la vita professionale. 

2. Sdoppiamento del CSM

Verranno creati due distinti Consigli Superiori della Magistratura: 

CSM giudicante per i giudici.

CSM requirente per i pubblici ministeri.

Entrambi saranno presieduti dal Presidente della Repubblica. 

3. Sorteggio dei componenti

Per contrastare il fenomeno delle "correnti" interne alla magistratura, i membri togati (cioè i magistrati) dei due CSM non saranno più eletti dai colleghi, ma estratti a sorte tra gli aventi diritto. 

4. Alta Corte disciplinare

Viene istituito un nuovo organo giurisdizionale esterno, l'Alta Corte, con il compito esclusivo di giudicare gli illeciti disciplinari dei magistrati, sottraendo questa funzione ai due CSM. 

La parte che più è balzata agli onori della cronaca è, per molti motivi, quella che riguarda la separazione delle carriere.

Patto per il Nord si schiera per il Sì nel referendum sulla separazione delle carriere, ma rimarcando una verità da dire ai cittadini, la riforma della magistratura non è sufficiente da sola a migliorare davvero la giustizia italiana.

I motivi per cui Patto per il Nord si schiera a favore del Sì a sostegno della separazione delle carriere:

Riduce il potere corporativo interno alla magistratura, avvicina l’Italia al modello organizzativo più diffuso in Europa, è una misura di garanzia per i cittadini, non contro i magistrati, la giustizia deve servire i cittadini, non sostituirsi alla politica.

Nella nostra azione a sostenere il SI però rimarchiamo delle nostre differenze, delle nostre specificità: noi non facciamo propaganda ideologica, noi non difendiamo corporazioni, noi non raccontiamo che il referendum “risolva tutto”, anzi. Diciamocela tutta la verità:occorrono riforme procedurali ed organizzative, occorrono tempi certi nei processi, è indispensabile aumentare il personale organico alla macchina della giustizia, occorrono uffici giudiziari efficienti, soprattutto nei territori, occorre fornire tutela reale per cittadini e imprese.

Patto per il Nord sostiene i SÌ al referendum sulla giustizia perché rappresentano un primo argine al sistema di lottizzazione interno alla magistratura che ha generato sfiducia nell'opinione pubblica.

Patto per il Nord, tuttavia ritiene che senza una riforma complessiva e territoriale della giustizia in ambito civile, penale ed organizzativa, soprattutto nei tribunali di provincia, nessun referendum basterà.

Ci teniamo a specificare che non abbiamo deciso di schierarci per tornaconti personali o per ideologia applicata, ma ancora una volta votati alla difesa dei territori e dei cittadini che li abitano.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


martedì 25 novembre 2025

PADRI, MADRI, FIGLI: IL FIGLICIDIO FEMMILE

 



Di seguito alla mia pubblicazione inerente alla ormai famosa "Casa nel bosco", tramite commento, una psicologa mi suggeriva di seguire piuttosto, con più interesse, i figlicidi, ma non mi limiterò a questo, metteremo in pista altri due capitoli, uno sulla situazione delle madri separate e un altro sui padri separati, oltre quello dei figlicidi da parte di madre e padre.

Oggi ci occupiamo dei figlicidi perpetrati dalle madri. Parto con un quadro della situazione che ho individuato sul sito dell'Arma dei Carabinieri:

"Facendo un quadro conclusivo per quanto concerne il fenomeno del figlicidio, nonché cercando di fornire quegli elementi che permettano una visione oggettiva e particolareggiata del problema, si può affermare - in base ai risultati di studi specifici - che un terzo dei casi è riconducibile ad una motivazione inerente a una grave malattia mentale in relazione soprattutto a patologie facenti parte della serie depressiva (spesso nell’ambito di un progetto patologico di suicidio allargato) e paranoidea (omicidio altruistico per salvare il bambino da forze persecutorie, maligne e mortifere); nei restanti due terzi, le figlicide sono affette da disturbi di personalità (antisociale, borderline, immatura, ecc.), disturbi questi che non permettono loro una gestione normale di situazioni di vita difficili e penose (es. perdita di familiari, allontanamenti, frustrazioni sociali e personali, ecc.), di problemi legati alla tossicodipendenza, in situazioni emotive caratterizzate da difficoltà ad acquisire un ruolo materno consapevole e responsabile. Indipendentemente dalla eventuale patologia del soggetto, prima di arrivare alla condotta di reato ci possono essere dei sintomi inequivocabili che, se analizzati con le dovute cautele, possono mettere in allarme e far intravedere che le condizioni psico-fisiche della persona al momento sono deficitarie e necessitano di cure o quantomeno di un intervento medico immediato."

Se ci affidiamo invece all'intelligenza artificiale abbiamo questo responso:

"Le madri possono arrivare a uccidere i propri figli a causa di una complessa interazione di gravi fattori psicologici, sociali e situazionali, che spesso includono disturbi mentali non diagnosticati o non curati appropriatamente, come la depressione post-partum e la psicosi puerperale". 

Le motivazioni sono varie e profonde:

-Disturbi psichici: La presenza di gravi patologie psichiatriche, in particolare la psicosi post-partum, è un fattore di rischio significativo. In questi casi, la madre può vivere alterazioni gravi dello stato di coscienza o deliri che la portano a compiere azioni estreme.

-Motivazione "altruistica" (distorta): In alcuni casi, specialmente in presenza di forte depressione, la madre può percepire l'uccisione del figlio come un atto "salvifico" o un "male minore" per sottrarre il bambino a una vita che lei immagina piena di dolore o ingiustizia, in una visione del mondo distorta dalla malattia."

Aggirandoci invece su pubblicazioni di marca psicologica troviamo alcune ipotesi specifiche.

Per  l’infanticidio tra le possibili cause viene indicata anche la sindrome di Medea.

La sindrome di Medea è un termine psicologico che descrive una madre che uccide i propri figli (fisicamente o psicologicamente) come atto di vendetta contro il padre. Deriva dal mito greco di Medea, che uccise i propri figli per vendicarsi di Giasone dopo essere stata abbandonata. Questa sindrome è spesso associata a profonda rabbia, gelosia e un desiderio di punire l'ex partner attraverso il danno più grande possibile. 

Tra i sintomi che si possono riscontrare nella sindrome di Medea, possono esserci: aggressività, stato confusionale, tendenze suicide, impulsività, conflitti di coppia, senso di solitudine, rabbia e frustrazione.

Tra i fattori descritti come possibili cause di infanticidio ne vengono elencati una lunga serie: 

-individuali: età, livello d’istruzione, capacità intellettive e cognitive, salute mentale e fisica, presenza/assenza di esperienze traumatiche, legame affettivo-emotivo o no con il figlio.

-familiari: famiglia d’origine della donna, presenza di altri figli o gravidanze ravvicinate.

-situazionali: condizione economica-affettiva, tocofobia, gravidanza difficile o in cui c'è stata violenza ostetrica, temperamento o problematiche fisiche del neonato, depressione post parto o psicosi puerperale.

Ci viene inoltre ricordato che una madre vive una serie di micro lutti:

-il momento della nascita, perché con questo evento c'è il distacco definitivo a livello fisico con il bambino portato in grembo per nove mesi.

-il "sostituire" il bambino fantasticato durante la gravidanza con il bambino reale (quanta più idealizzazione la madre ha creato, tanto meno sarà in grado di accettare ciò).

-l'idealizzazione della maternità e l'immagine di sé come madre.

Alcune statistiche ci dicono che sei bambini su dieci sono uccisi dalla madre (questo dovrebbe far aprire il capitolo sui padri assassini), che molti decessi di bambini sono archiviati come accidentali o dovuti a cause naturali, che vi sono centinaia di tentativi non riusciti. 

Dal 2020 al 2023 in Italia si sono registrati 535 figlicidi che rappresentano il 12,5% degli omicidi perpetrati in ambito famigliare.

Andiamo verso le conclusioni. 

Il reinserimento sociale di una madre assassina. 

Si tratta di  un processo molto delicato poiché la madre dopo aver scontato la pena, deve ritornare a rapportarsi con il mondo esterno al carcere. Per il tipo di delitto commesso sarà segnata a vita dalla società. Il reinserimento però è un aspetto estremamente importante, di cui avere cura e da non sottovalutare, e da svolgere con la supervisione di professionisti della salute mentale.

Ma ancor più fondamentale è la prevenzione del reato, ma soprattutto la tutela di una madre fragile.

Vi sono, in alcuni episodi tragici, campanelli d'allarme che vengono ignorati o sottovalutati. In alcuni casi di infanticidio si può tentare una previsione. Prevenire invece è difficile e complesso, ma non impossibile. Sarebbe importante non sottovalutare e anzi comprendere il disagio psichico che può portare a un infanticidio.

Certo è che un mondo che corre all'impazzata come questo moderno spesso ci impedisce di focalizzare gli eventi attorno a noi. 

Dovrebbero essere probabilmente i padri e ogni genere di componente della famiglia i primi ad intercettare il problema, ma essendo ormai la società atomizzata i "nonni" spesso sono distanti e i padri presi dal lavoro, dallo stress, magari da un rapporto di coppia poco felice a volte non osservano oppure sottovalutano la situazione della madre.

Poi ci dovrebbero essere le istituzioni, che in realtà alcuni mezzi li mettono a disposizione,  a creare una campagna di sensibilizzazione sullo stampo di quella messa in corso sulla violenza verso le donne.

Non credo esista una ricetta perfetta, ma credo, questo si, che ognuno di noi, uomini e donne, dovremmo, nel nostro quotidiano, prestare più attenzione a questo tema.

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna