sabato 19 settembre 2026

Giù le mani dall’Erbese: la farsa del bollo auto non pagherà il taglio della nostra sanità!


Ci risiamo: ecco l’ennesimo schiaffo al nostro territorio. La chiusura del reparto di maternità dell’Ospedale Sacra Famiglia (Fatebenefratelli) di Erba — ipocritamente mascherata sotto la parola "revisione" — è la goccia che fa traboccare il vaso. Da anni lo Stato centrale fa cassa sulla pelle dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. È semplicemente intollerabile che la sanità della Lombardia, da sempre un'eccellenza nazionale, venga continuamente saccheggiata per coprire i fallimenti altrui.

Guardiamo alla realtà dei fatti: smantellare il punto nascite di Erba significa scaricare un peso insostenibile sugli ospedali Valduce e Sant'Anna, strutture i cui reparti sono già oggi al limite del collasso. Dobbiamo pretendere rispetto. Rispetto per il nostro territorio, rispetto per le mamme e per i bambini che nasceranno, ma anche rispetto per medici, infermieri e personale sanitario che lavorano con dedizione pur essendo già allo stremo delle forze.

Ma c'è di più. In questi giorni si fa un gran parlare della presunta "svolta" sull'abolizione del bollo auto per il 2027. Ci raccontano che per le casse della Regione Lombardia sarà a costo zero e che il Governo nazionale compenserà interamente il mancato gettito. Il governatore Attilio Fontana ci rassicura, promettendo che il Ministero dell'Economia coprirà ogni centesimo. Ma la verità è un'altra, ed è sotto gli occhi di tutti: è veramente difficile credere alle favole.

Lo Stato non sta cancellando una tassa regalando soldi ai cittadini. La bozza del decreto parla chiaro: i 2,36 miliardi di euro necessari a coubrire l'operazione nazionale verranno scippati dai fondi non utilizzati del PNRR e, soprattutto, da una rimodulazione dello sconto sulle accise dei carburanti (in particolare sul diesel). Tradotto in parole povere: nel 2027 non pagherai il bollo, ma lo lascerai direttamente al distributore ogni volta che farai il pieno di benzina o gasolio. Una beffa colossale.

Non a caso, molti presidenti di Regione hanno già alzato gli scudi, denunciando che i fondi stanziati dal Governo non copriranno mai il reale valore delle tasse non riscosse. Nonostante le rassicurazioni del ministro Giorgetti, la diffidenza resta altissima. Il bollo auto è un’entrata a destinazione libera che le Regioni usano per finanziare i servizi essenziali. Togliere queste risorse significa costringere gli amministratori locali a tagliare ulteriormente sulla sanità pubblica e sui trasporti per far quadrare i conti.

A confermare questo sospetto è la durata stessa del provvedimento. Guarda caso, la sospensione vale solo per il 2027, l’anno delle elezioni politiche nazionali. Siamo davanti a una cinica "svendita di fine stagione", una mossa elettorale che regala un'illusione immediata per raccogliere voti, scaricando sulle amministrazioni locali e sui cittadini il collasso dei servizi nei mesi successivi.

Da territorialista convinto, legato a questa terra che va dalle sponde del nostro lago alle vette del Triangolo Lariano, non posso restare in silenzio di fronte a questo scempio. Il benessere profondo delle nostre comunità si misura dalla capillarità dei servizi di prossimità. Sradicare la maternità dal cuore dell'Erbese non è una semplice scelta tecnica: significa costringere le famiglie di Asso, di Canzo, della Vallassina e di tutta l'Alta Brianza comasca a fare chilometri di tornanti e code sulla statale solo per dare alla luce un fragile neonato. Stanno desertificando i servizi storici della provincia di Como per piegarli alle logiche burocratiche dei palazzi. E mentre ci tolgono il diritto di nascere a casa nostra, a Roma giocano al gioco delle tre carte con i fondi del bollo auto per fare propaganda elettorale. La Lombardia e il Comasco producono la ricchezza di questo Paese e meritano autonomia vera, rispetto e la certezza assoluta che le risorse generate qui rimangano qui, a difesa dei nostri ospedali e della nostra gente. Difendere Erba oggi significa difendere il futuro stesso della nostra terra.Giù le mani dalla nostra sanità, giù le mani dal nostro territorio!

Giorgio Bargna


 

giovedì 17 settembre 2026

Trent'anni di Questione Settentrionale: dal sogno della Padania alla sfida di Patto per il Nord


Trent'anni di Questione Settentrionale: dal sogno della Padania alla sfida di "Patto per il Nord"

Prendiamo spunto da un recente articolo di Carlo Stagnaro pubblicato su Il Foglio per analizzare trent'anni di storia politica ed economica del nostro territorio.

Solo pochi giorni fa ricorreva l’anniversario di quel 15 settembre 1996, il momento in cui Umberto Bossi proclamava a Venezia che “la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana”. Per quanto a molti osservatori esterni sembrò soprattutto folklore, quasi un milione di persone vissero intensamente una tre giorni partita dal Monviso e culminata in laguna con la dichiarazione d'indipendenza. Non era solo politica, non era una messinscena: era il desiderio profondo di un popolo.

Pochi mesi dopo anche io, che non sono mai stato iscritto alla Lega, mi presentai ai seggi per votare alle elezioni del Parlamento Padano, carico di speranze e di voglia di un futuro migliore. Poi arrivò l'8 maggio 1997. Quando i Serenissimi "attaccarono" Piazza San Marco, ero pronto a scendere in strada per la libertà. Restai profondamente deluso dal comportamento di Bossi e della dirigenza di allora, che scelsero una linea opposta alla spinta e al sentire dei militanti.

Quell'epoca rimane comunque un punto di demarcazione indelebile per la storia d'Italia. Il resto del mondo politico capì che stava succedendo qualcosa di inimmaginabile. Come scrive Stagnaro:

"Forza Italia e Alleanza Nazionale organizzarono contromanifestazioni. Il centrosinistra riscoprì la Patria e la Nazione, con le maiuscole d’ordinanza. Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno del primo governo Prodi, non nascose i suoi timori. Addirittura, il 18 settembre 1996 la Digos fece irruzione nella sede di Via Bellerio, perquisendo l’ufficio di Roberto Maroni e ferendolo".


Subito dopo, quegli stessi partiti di centrodestra compresero di non poter ignorare il Settentrione e si allearono con la Lega Nord (ribadisco: Lega Nord) nel Polo delle Libertà. In quegli anni, la maggior parte degli abitanti delle lande del Nord era sinceramente attratta da forme spinte di federalismo e autonomia. Al bar, dal barbiere, nelle botteghe artigiane non si parlava d'altro. Non cito a caso il mondo delle Partite IVA: allora come oggi, a spingere non erano solo una lingua o una cultura comuni. C'era — e c'è tuttora — di mezzo la sopravvivenza economica di un popolo. La sopravvivenza del motore che mantiene l'Italia e spinge l'Europa.

Il "residuo fiscale", questo sconosciuto, venne alla ribalta proprio in quegli anni perché la Lega Nord intercettò un problema reale e innegabile. Nel corso del tempo, però, Bossi perse il controllo, gli altri partiti si riorganizzarono e l’Europa, nata come una speranza di libertà, si è progressivamente trasformata in una trappola tecnocratica.

La Lega, dal canto suo, ha smesso di essere la "Lega Nord". Come ci spiega chiaramente Stagnaro:

"La battaglia culturale (‘Prima gli italiani’) ha preso il sopravvento su quella economica (‘Più lontani da Roma, più vicini all’Europa’) e la migrazione politica verso destra ha soppiantato l’appartenenza geografica al Nord".

Oggi, la Lega Salvini Premier (ribadisco: Salvini Premier) ha perso il suo primato. Il partito più votato al Nord è diventato Fratelli d’Italia, che ora reclama persino la presidenza della Regione Lombardia. Eppure, nonostante la globalizzazione, il Nord Italia resta uno dei motori economici più potenti del pianeta. Un motore che però si trova a dover combattere ogni giorno contro una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, una burocrazia soffocante e una carenza di servizi ormai dilaniante.

Oggi come allora, chi chiede di rispolverare la "Questione Settentrionale" non sono solo gli operai e i pensionati in difficoltà, ma l'intero settore produttivo. Stagnaro ci ricorda il nucleo del pensiero di Gianfranco Miglio: lo Stato nazionale appare tremendamente inadeguato a bilanciare le esigenze del territorio con le sfide globali. Per disegnare un nuovo equilibrio dei poteri serve una dimensione intermedia, una dimensione macroregionale, che sia sufficientemente vicina agli elettori ma anche abbastanza grande da poter giocare un ruolo da protagonista in un contesto internazionale.

Proprio da questa consapevolezza nasce la necessità di una svolta. Quello spazio politico, economico e sociale rimasto orfano di rappresentanza non può più attendere i comodi di Roma o i compromessi dei partiti nazionali.

Oggi, il vero "Sindacato del Nord" ha un nome nuovo, autonomo e radicato nelle nostre comunità: si chiama Patto per il Nord.

Non abbiamo più tempo per le promesse tradite o per le sfilate elettorali di chi ha barattato il federalismo fiscale con il nazionalismo di facciata. Patto per il Nord rappresenta l’ultimo treno da non perdere per sottrarre le nostre imprese, i nostri lavoratori e le nostre famiglie alla morsa della tecnocrazia europea e al centralismo romano.

Il Nord ha prodotto, mantiene e merita la propria libertà economica e amministrativa. Noi non guardiamo al passato con nostalgia, ma raccogliamo il testimone di quella spinta ideale per trasformarla in azione concreta, qui e ora. La macroregione del Nord deve tornare a decidere del proprio destino.

Unisciti a noi. Riprendiamoci il nostro futuro. Sostieni Patto per il Nord.


Giorgio Bargna


 

lunedì 14 settembre 2026

Oltre la Maschera dell'Occidente: Il Nuovo Paradigma Multipolare


IL NUOVO PARADIGMA GEOPOLITICO

Smascherare la Cupola Globale per la Liberazione dei Popoli

1. L'ILLUSIONE DEL NEMICO TRADIZIONALE

I leader delle nostre società tradizionali continuano a ignorare un dato fondamentale: la minaccia attuale non proviene da un nemico classico. Non abbiamo a che fare con un avversario tradizionale che, pur attaccandoci, riconosce e condivide i valori millenari su cui si fonda la nostra civiltà. La realtà è ben diversa: ci troviamo di fronte a una mafia internazionale, una vera e propria setta cresciuta nell'ombra per secoli, il cui obiettivo finale è il controllo totale del pianeta e dei suoi abitanti. Questa organizzazione agisce secondo l'unico vero principio comune a tutte le mafie: l'assenza totale di regole, etica o moralità, se si esclude un rigido codice interno applicato con inflessibile disciplina per preservare il potere dei propri membri.

2. LA MASCHERA DELL'OCCIDENTE E IL BUSINESS DELLA GUERRA

Per i seguaci di questa cupola globale ogni mezzo è lecito, anche il più abbietto, pur di soddisfare i piani dei loro padrini. Il fine non cambia mai: accumulare potere materiale e ricchezza depredando il prossimo con la frode e la forza, dal furto sistematico fino all'omicidio. Di fronte a una simile minaccia, le nostre società "normali" non possono cavarsela con piccoli aggiustamenti o compromessi. È necessario un radicale cambio di paradigma, una rivoluzione strategica che parta dalle basi: prima di intraprendere qualsiasi azione, bisogna saper identificare e nominare il nemico. Un nemico che oggi opera su scala globale dietro la maschera dell'"Occidente", nascondendosi deliberatamente per rimanere invisibile.

In questa logica di dominio, le guerre non scoppiano per motivi ideologici o di difesa, ma diventano veri e propri strumenti geopolitici orchestrati per affondare gli Stati sovrani che si oppongono al cartello. Paesi come la Russia, l'Iran o la Cina vengono presi di mira non per reali questioni di sicurezza internazionale, ma perché rappresentano blocchi geopolitici indipendenti che rifiutano di piegarsi al sistema finanziario e politico globale. Questa mafia onnipotente scatena conflitti, sanzioni e crisi economiche con l'unico scopo di abbattere e colonizzare chiunque difenda la propria sovranità.

3. LA STRATEGIA DI RISCOSSA: I DUE PILASTRI DELLA CONTROFFENSIVA

Per sconfiggere un fenomeno così pervasivo, non bastano le vecchie armi della diplomazia: serve una controffensiva globale basata su due pilastri fondamentali.

Il risveglio delle coscienze e lo smascheramento: La prima forma di resistenza è culturale. Bisogna strappare la maschera umanitaria e democratica dietro cui questa élite si nasconde, mostrando ai popoli la reale natura criminale e parassitaria delle sue azioni.

La sovranità condivisa e il nuovo fronte multipolare: Una volta compresa la vera natura del problema, la risposta non è l'isolamento, ma la nascita di alleanze oneste e trasparenti. Gli Stati e i popoli devono rifiutare i ricatti delle istituzioni finanziarie sovranazionali e dei cartelli globali per ricostruire la propria indipendenza economica, alimentare, energetica e legislativa. Da questa ritrovata sovranità deve nascere un fronte multipolare di nazioni non allineate: una rete di cooperazione basata sul mutuo rispetto e su sistemi commerciali paralleli, capaci di spezzare i monopoli e di generare ricchezza reale, duratura e diffusa direttamente all'interno dei territori e a beneficio delle comunità locali.

4. UN MONDO SENZA COMPROMESSI

Non dobbiamo quindi combattere contro l'Occidente inteso come civiltà: quell'Occidente non esiste più, è stato espropriato. Non siamo davanti a coalizioni di nazioni da affrontare secondo i codici d'onore delle armi o le dottrine di Clausewitz e Sun Tzu. Questa è una rete criminale transnazionale. Per questo non possiamo permetterci scrupoli, dubbi o riguardi: verso di loro la risposta deve essere implacabile. Con una mafia non si negozia, non si scende a patti e non si concedono tregue: va sradicata completamente attraverso la fermezza delle istituzioni sovrane e l'unione dei popoli. I nostri ideali sono infinitamente più nobili dei loro: mentre questa élite si muove per il bieco interesse personale e l'avidità di pochi, noi lottiamo per far regnare la pace e la libertà tra le nazioni. Combattiamo per un mondo che, evidentemente, a loro non appartiene.

Giorgio Bargna