domenica 18 ottobre 2026

Oltre la vetrina di Milano: perché alla Lombardia serve un’autonomia vera


Abbiamo trattato il tema dell’autonomia locale — nel nostro caso, lombarda — più volte. Una Regione a statuto speciale può nascere su diversi presupposti: abbiamo parlato della Regione Insubrica, della possibilità di unire zone omogenee (come la Brianza con le aree limitrofe del Milanese, del Bergamasco e del Varesotto) o di un'autonomia legata alle fragilità territoriali, come per le province di Como, Lecco e Sondrio.

Ma siamo onesti: parliamo di percorsi farraginosi, complicati e, diciamocelo chiaramente, impossibili. Sarebbe più semplice richiedere lo status di Regione autonoma da parte di un ente a statuto ordinario, ma i costituenti ci hanno ingabbiati. Per trasformare la Lombardia, il Lazio o la Puglia in Regioni a statuto speciale non basta una richiesta: serve una riforma costituzionale radicale. Complimenti.

Oggi però i tempi sono cambiati e, dopo quasi ottant'anni, la farsa del regionalismo differenziato si rivela una mera ipocrisia. L’articolo 116 della Costituzione sancì lo statuto speciale per Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia nel secondo dopoguerra, rispondendo a specifiche ragioni storiche, geografiche, politiche e di tutela delle minoranze, per garantire la coesione nazionale ed evitare spinte separatiste.

Oggi le necessità sono mutate. La crisi economica, lo spopolamento, le difficoltà degli anziani e il disagio delle giovani generazioni dimostrano che ogni territorio ha bisogno di risposte dirette. Risposte che può dare solo chi quel territorio lo vive e lo conosce, avendo a disposizione libertà d'intervento e risorse economiche.

Scardiniamo quindi la narrazione di una Lombardia ricca a prescindere, stereotipo alimentato dall'immagine della Milano cosmopolita. Escluse le aree fortemente produttive di Como, Varese, Milano, Brescia e Bergamo, scopriamo che le zone montane e le valli alpine coprono quasi il 44% del territorio regionale. Qui si contano oltre 500 comuni economicamente o strutturalmente svantaggiati, colpiti da isolamento, chiusura delle attività manifatturiere tradizionali e spopolamento.

Alto Lario, Valchiavenna, Valtellina, Valli del Verbano, valli Bergamasche e Bresciane vivono situazioni critiche per la carenza di collegamenti rapidi, la complessa riconversione economica e la fuga dei giovani verso la pianura. C'è poi il tema principale che mi spinge a paragonare la Lombardia alle Regioni speciali: molti comuni montani e di pianura si trovano a ridosso del confine svizzero, fortemente penalizzati dal fenomeno del frontalierato e dalla perdita del tessuto commerciale locale. Se un tempo si rischiava di perdere cittadini per motivi etnici, oggi corriamo il rischio di perdere forza lavoro, popolazione ed entrate erariali a causa di questa vicinanza. Una emorragia silenziosa che dovrebbe fare più paura delle bombe ai tralicci del passato. Senza dimenticare l'Oltrepò Pavese e il Mantovano che, pur senza confini di Stato, vivono le stesse identiche difficoltà.

A Roma nessuno sostiene più le necessità lombarde. Sul territorio, invece, cresce il "Patto per il Nord". Ci trovate nelle piazze a raccogliere le vostre istanze e ci vedete impegnati in prima linea contro le scelte che danneggiano le comunità, come nel caso dell'ospedale di Erba in provincia di Como.

L'unica speranza è ripartire dal territorio. Dobbiamo comprendere che è necessario portare forze nuove ad amministrare le città, le Regioni e il Paese, fino a diventare abbastanza forti da poter rivendicare, con reale potere contrattuale, l'istituzione della Regione Autonoma Lombarda.

Giorgio Bargna