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domenica 9 agosto 2026

Chiusura dei parchi a Lecco quando la resa della burocrazia punisce i cittadini


La chiusura dell'area campi al Parco Eunice Kennedy di Castello, disposta dall'amministrazione di Lecco con l'ordinanza del 4 agosto, ha riacceso il dibattito sulla gestione della sicurezza in città. Il provvedimento — che terrà sbarrati i campetti fino alla riapertura delle scuole — nasce come risposta a episodi di vandalismo, degrado e continui schiamazzi notturni segnalati dai residenti. Oggi l'area è transennata, accessibile solo a tecnici e Polizia Locale.

È comprensibile la volontà di dare un segnale di discontinuità di fronte al degrado. Tuttavia, la scelta di chiudere rappresenta un cortocircuito logico e politico: si finisce per cedere il passo a chi devia, punendo l'intera comunità. Sbarrare un parco significa privare i cittadini rispettosi delle regole, i bambini e le famiglie di uno spazio pubblico fondamentale.

I progetti educativi e il coinvolgimento del terzo settore sono intenzioni lodevoli, ma richiedono tempi lunghi. L'emergenza richiedeva una strategia opposta: presidiare, non chiudere. Più presenza della Polizia Locale, ricorso a servizi di vigilanza dedicati e, se necessario, una richiesta formale alle autorità sovracomunali per un rafforzamento delle Forze dell'Ordine sul territorio.

Avendo vissuto dall'interno la macchina amministrativa e le sue complessità — tra vincoli di bilancio e rigidità burocratiche — so bene che garantire presidi costanti non è un'operazione semplice. Ma la priorità delle istituzioni deve rimanere la difesa della legalità attraverso la presenza, non attraverso la resa temporanea. Ripristinare la sicurezza garantendo la fruibilità del parco dev'essere il prossimo passo inevitabile.

Ipotizzando un intervento strutturato e in linea con una visione focalizzata sulla sovranità funzionale, sul welfare territoriale e sul principio "bottom-up", le proposte sul piano sociale ed educativo per una situazione come quella del Parco Kennedy, a mio avviso, potrebbero articolarsi lungo queste direttive:

1. Sostituzione del vuoto con il presidio civico e sociale

  • Welfare di prossimità e custodia attiva: Anziché chiudere lo spazio o affidarsi solo a pattugliamenti esterni, l'idea è quella di occupare il territorio con attività reali. Questo significa coinvolgere associazioni di quartiere, realtà sportive e gruppi giovanili locali per organizzare tornei, laboratori ed eventi culturali nei pomeriggi e nelle sere d'estate.

  • Patti di cittadinanza locale: Invece di misure puramente punitive, attivare percorsi di inserimento o lavori di pubblica utilità a livello comunale per i giovani che commettono infrazioni, vincolandoli direttamente al ripristino e alla cura dei beni pubblici danneggiati.

2. Formazione, lavoro e valorizzazione dei giovani

  • Poli formativi e orientamento sul campo: Andare oltre la semplice animazione giovanile "tampone", affiancando progetti di educazione informale a vere occasioni di formazione tecnica, orientamento professionale e laboratori di competenze pratiche in collaborazione con le realtà produttive e artigianali del territorio.

  • Responsabilizzazione diretta: Trasformare i ragazzi da fruitori passivi (o elementi di disturbo) a gestori di spazi comunali, ad esempio affidando a cooperativi o gruppi giovanili locali la micro-gestione di chioschi, aree sportive o eventi interni al parco.

3. Autonomia gestionale e coordinamento "Bottom-Up"

  • Zero burocrazia per il terzo settore locale: Semplificare drasticamente le procedure burocratiche comunali per permettere alle associazioni di quartiere di utilizzare gli spazi pubblici senza iter complessi o costi accessori, facilitando l'organizzazione di presidi sociali spontanei e continui.

  • Risorse del territorio al servizio della comunità: Reinvestire le risorse fiscali locali per finanziare infrastrutture di welfare privato-pubblico e servizi dedicati alle famiglie del rione (come centri estivi a prezzi calmierati o supporto doposcuola), rendendo la comunità stessa il primo argine contro il degrado.

In conclusione, il degrado non si combatte con le ordinanze di chiusura o con il paternalismo statale, ma restituendo centralità alle comunità locali. Trasformare un parco in un cantiere di cittadinanza attiva e formazione significa smettere di subire i problemi e iniziare a governare il territorio con responsabilità, presenza e visione


Giorgio Bargna


 

sabato 1 agosto 2026

La trappola della complessità come l'analfabetismo funzionale sta cambiando il voto e la società



L'impatto invisibile dell'analfabetismo funzionale: dalla scrittura al voto

Di recente mi sono imbattuto più volte in pubblicazioni dedicate all'analfabetismo funzionale. Scrivendo e pubblicando regolarmente testi di una certa lunghezza, ho avvertito il bisogno di approfondire l'argomento. Volevo capire se il mio sforzo comunicativo rischiaste di perdersi nel vuoto.

L'analfabetismo funzionale non descrive chi non sa leggere o scrivere, ma chi possiede le competenze di base senza riuscire a usarle efficacemente nella vita di tutti i giorni. Come sancito dall'UNESCO nel 1984, è l'incapacità di comprendere e valutare i testi scritti per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie potenzialità. In sintesi: si comprendono le singole parole, ma non si afferra il quadro generale di un discorso complesso.

In Italia la situazione è critica e si divide in tre grandi fasce:

  1. Il 35% della popolazione (Livello 0-1) fatica anche con i testi più semplici. Queste persone individuano un dato isolato – come un orario su un cartello – ma si bloccano se la lettura richiede di confrontare informazioni o interpretare un paragrafo.

  2. Il 40% (Livello 2) comprende solo testi diretti e lineari. Leggono facilmente una ricetta o un articolo di cronaca, purché privi di figure retoriche o tecnicismi. Mostrano forti difficoltà davanti a contratti, informative sulla privacy o testi argomentativi.

  3. Solo il 25% (Livello 3+) possiede un'ottima capacità di analisi. Parliamo di un solo italiano su quattro in grado di cogliere l'ironia, verificare le fonti e smontare testi articolati.

All’origine di questo scenario ci sono la mancanza di una fruizione culturale continua dopo la scuola, il sovraccarico informativo dei canali digitali – che frammenta l'attenzione e penalizza la sintassi complessa – e un divario strutturale che ci vede ancora molto indietro rispetto alla media dei paesi OCSE.

Fatti due conti, sebbene il 65-70% degli italiani sia in grado di assimilare un testo semplice scritto in modo chiaro, basta l'introduzione di una minima complessità logica per dimezzare la platea di chi comprende davvero.

Come l'analfabetismo funzionale trasforma il voto

Le ripercussioni di questa frattura cognitiva non si limitano alla ricezione di un articolo, ma si riflettono direttamente sulla vita democratica e sul comportamento elettorale, manifestandosi attraverso quattro dinamiche principali:

  • Vulnerabilità alla disinformazione: L'incapacità di analizzare criticamente una fonte spinge a credere a notizie false, bufale e teorie del complotto. I messaggi politici basati su risposte emotive, stimoli visivi e narrazioni ultra-semplificate trovano qui un terreno ideale.

  • Predilezione per slogan e soluzioni facili: Le grandi questioni (come la gestione economica, i flussi migratori o le riforme strutturali) richiedono ragionamenti articolati. Chi soffre di questo deficit tende a premiare i leader che offrono rispostemmediate, dicotomiche ("noi contro loro") e prive di una reale fattibilità.

  • Percezione limitata all'esperienza diretta: Come evidenziato dal linguista Tullio De Mauro, l'analfabeta funzionale interpreta il mondo solo attraverso la propria sfera personale e immediata. Fatica a valutare gli effetti indiretti, collettivi o a lungo termine di una scelta politica.

  • Sfiducia istituzionale e voto di protesta: Questa barriera genera spesso un profondo risentimento verso la collettività e lo Stato. Il risultato è un grave disallineamento democratico, che si traduce nell'allontanamento totale dalle urne (astensionismo cronico) o in un voto di pura rabbia.

Il costo socioeconomico: produttività, povertà e criminalità

Le conseguenze colpiscono l'intero tessuto socioeconomico. Già nel 2001, uno studio del Northeast Institute evidenziava come le perdite economiche causate da bassa produttività, errori sul lavoro e incidenti legati all'analfabetismo funzionale ammontassero a miliardi di dollari all'anno. Esiste infatti un legame diretto tra le competenze degli adulti e il futuro del Paese: la ricerca sociologica dimostra che le nazioni con una solida competenza civica tra gli adulti registrano anche i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra i giovani.

Al contrario, la carenza di queste abilità espone le persone a intimidazioni sociali, rischi per la salute, stress cronico e redditi stabilmente bassi, creando un ponte invisibile verso la povertà e l'illegalità.

La correlazione tra criminalità e analfabetismo funzionale è un dato purtroppo noto a criminologi e sociologi. Nei primi anni 2000, le stime negli Stati Uniti indicavano che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che ben l'85% dei minorenni entrati nel circuito della giustizia minorile avesse gravi lacune nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Conclusione: la responsabilità di chi comunica

Tornando al mio dubbio iniziale, la risposta è sì: il nostro sforzo comunicativo ne risente profondamente. Scrivere oggi non significa più soltanto esprimere un'idea, ma fare i conti con la reale capacità di ricezione del pubblico.

Se la maggioranza dei cittadini fatica a decodificare la complessità, il rischio per chi pubblica testi articolati è duplice: essere fraintesi o, peggio, diventare invisibili. Ma la soluzione non può essere l'appiattimento culturale o la rinuncia alla profondità. Al contrario, la sfida per noi divulgatori e autori diventa quasi pedagogica. Dobbiamo imparare a padroneggiare la chiarezza senza sacrificare la precisione, usando una sintassi lineare come ponte per spiegare concetti complessi.

Solo riducendo l'attrito della lettura potremo sperare di stimolare quel pensiero critico che oggi, i dati dimostrano, è il vero e più fragile pilastro della nostra società.



 

lunedì 27 luglio 2026

Dal disagio all'autonomia: difendiamo il nostro territorio e i diritti dei cittadini

 


Propongo oggi una riflessione sulla reale situazione che vivono i nostri cittadini: una sola parola la descrive ed è DISAGIO.

C’è stato un tempo in cui gli abitanti dei nostri quartieri — dalle periferie ai centri delle grandi e piccole città italiane — credevano sinceramente in un miglioramento concreto della qualità della vita. Si sperava in parchi più sicuri, strade curati, una sanità efficiente e una maggiore fruibilità di servizi, negozi e spazi pubblici.

Oggi, purtroppo, viviamo l'esatto contrario. Il quadro è quello di una cittadinanza oppressa e ferita da continui disservizi. Quel poco che la politica locale garantiva è scomparso: un po' per incapacità, un po' per i tagli continui dello Stato centrale agli Enti Locali. Un regresso che si sente sulla pelle ogni giorno: quando si scopre che una linea d'autobus è stata cancellata o quando un negozio sotto casa abbassa per sempre la saracinesca.

Treni, bus e tram sono sempre meno e costantemente in ritardo. Le strade sono bloccate da cantieri e deviazioni infinite, la sanità pubblica è al collasso — costringendo i cittadini al privato — e i medici di base scarseggiano. Il cittadino si sente inerme, imbrigliato da una burocrazia asfissiante. I parchi, abbandonati all'incuria, diventano terra di nessuno, inaccessibili ad anziani, mamme e bambini. Dopo il calare del sole, le piazze si trasformano in teatro di degrado e criminalità, rendendo persino una passeggiata serale un rischio reale, come leggiamo ogni giorno in cronaca.

Persino le scuole — prima fondamentale palestra di vita — versano in condizioni di vergognosa fatiscenza.

Questo decadimento generalizzato ha un impatto devastante sul piano emotivo: le persone si ammalano, cade la fiducia, crescono la rabbia e lo sconcerto. La politica promette mari e monti ma restituisce il deserto, ignorando la sofferenza di chi fa code infinite per un diritto negato. A "Lorsignori" la voce del popolo non interessa più; passa il messaggio che le priorità siano il riarmo e la guerra, mentre la vita quotidiana dei cittadini viene sacrificata.

Oggi ci accorgiamo, sbigottiti, di non essere più sicuri di nulla, nemmeno di portare una catenina al collo senza temere per la propria incolumità.

È giunto il momento di dire basta. Servono soluzioni concrete, affidate a persone che amano davvero il territorio e che sappiano guidarne il rilancio.


Cerchiamo argomentazioni e soluzioni concrete:

1. Sui tagli della politica e lo "Stato Centrale"

  • Autonomia differenziata e Trattenimento delle risorse.

  • L'argomentazione: «I tagli agli Enti Locali e il degrado che vivete non sono un caso, ma il risultato di un centralismo romano che usa i Comuni del Nord come bancomat. Il Nord produce la maggior parte del PIL e del gettito fiscale nazionale, ma i soldi dei cittadini lombardi, veneti e piemontesi finiscono nel "buco nero" della spesa pubblica centrale anziché tornare sul territorio under forma di autobus, medici e manutenzione delle strade.»

  • La soluzione: Pretendere il trattenimento di almeno il 75% delle tasse sul territorio di produzione (residuo fiscale) per finanziare direttamente i servizi locali senza attendere i "trasferimenti" da Roma.

2. Sanità al collasso e la mancanza di Medici di Base

  • Gestione regionale autonoma e stipendi adeguati.

  • L'argomentazione: «La sanità deve tornare a essere un'eccellenza territoriale. Se i medici di base mancano o vanno nel privato, è perché i tetti nazionali agli stipendi e la burocrazia del Ministero della Salute soffocano i nostri professionisti, che spesso preferiscono andare a lavorare oltreconfine (es. in Svizzera).»

  • La soluzione: Svincolare la sanità dai vincoli di spesa nazionali per pagare di più i medici locali, eliminare i test d'ingresso a numero chiuso imposti da Roma e valorizzare gli ospedali e i presidi di territorio.

3. Sicurezza, degrado nei parchi e criminalità serale

  • Controllo stringente del territorio, Polizia Locale potenziata e stop all'immigrazione clandestina.

  • L'argomentazione: «Se le mamme, i bambini e gli anziani non possono più usare i parchi ed è rischioso portare una catenina al collo, è perché si è tollerata per anni l'assenza di controllo e il degrado diffuso. La sicurezza non è di destra né di sinistra, è il primo dei diritti di un cittadino.»

  • La soluzione:

    1. Dare più poteri e dotazioni alla Polizia Locale (taser, strumenti operativi) trattandola come vera forza di sicurezza territoriale.

    2. Tolleranza zero per il vandalismo e le occupazioni abusive degli spazi pubblici.

    3. Presidio fisso nei quartieri critici e nelle stazioni.

4. Burocrazia, trasporti e "riarmo/guerra"

  • Pragmatismo locale contro le ideologie e la geopolitica d'élite.

  • L'argomentazione: «I cittadini soffrono la burocrazia e la mancanza di treni e bus perché le priorità della politica "di palazzo" sono staccate dalla realtà quotidiana. Si destinano risorse ed energie a dinamiche geopolitiche lontane o a vincoli ideologici (es. direttive europee su mobilità e casa) mentre le ferrovie locali e le strade provinciali cadono a pezzi.»

  • La soluzione: Sburocratizzare a livello regionale/comunale per far ripartire i cantieri utili e reinvestire i fondi pubblici nelle infrastrutture di prossimità (pendolari, mobilità locale, manutenzione ordinaria delle scuole).

In sintesi: che soldi del Nord restino al Nord per garantire sicurezza, sanità e servizi ai nostri cittadini. Meno burocrazia da Roma, più potere alle nostre comunità.


Giorgio Bargna





sabato 11 luglio 2026

La Variante Tremezzina: cronaca di un’opera senza fine



Lo avevamo scritto già il primo aprile — una data che, col senno di poi, suona come una profezia sarcastica — riguardo ai lavori sulla "Variante Tremezzina". Ripercorrere la cronistoria di questo cantiere equivale a sfogliare il catalogo dell'inefficienza.

Tutto inizia con l'approvazione del progetto definitivo da parte di Anas nel 2019, seguita da quello esecutivo nel 2022. I lavori partono ufficialmente il 29 novembre 2021, con una stima di spesa iniziale di 390 milioni di euro. Già ad aprile segnalavamo rincari ufficiosi di almeno cento milioni, destinati a lievitare ulteriormente per via di varianti e "imprevisti" — come il ritrovamento di arsenico e idrocarburi — dettagli che, per una perizia degna di questo nome, avrebbero dovuto essere evidenti fin dal primo giorno.

Se le finanze piangono, i tempi sono ormai pura utopia. La consegna, promessa in tempo per le Olimpiadi del 2026, è stata archiviata come un ricordo sbiadito. A fine 2024, Anas parlava di un "possibile" completamento entro il 2028, ma le cronache di oggi confermano il peggio: rispondendo a La Provincia Unica, l'ad di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha fissato l'orizzonte ad aprile 2031.

Parallelamente, il conto sale: dai 412 milioni annunciati siamo ormai stabilmente oltre il mezzo miliardo di euro. Una "variante" che, più che una strada, sembra una voragine finanziaria.

A coronare l'assurdo, scopriamo che i lavori proseguono al ritmo di cinque giorni a settimana. Evidentemente, di fronte a ritardi faraonici, la soluzione non è accelerare con un turno pieno, ma mantenere un approccio da "ufficio pubblico" anni '80. Il Ministro Salvini, dal canto suo, osserva in silenzio, forte di un’informativa che serve solo a certificare la sua consapevolezza.

Ma davvero possiamo continuare a stare a guardare? Possiamo ancora permetterci di limitare la nostra indignazione allo sfogo sui social, tra un selfie sul lago e la solita lamentela da bar, mentre le nostre tasche vengono svuotate e il futuro del territorio viene ipotecato da una gestione che definire dilettantistica sarebbe un complimento? Questa strada non è più solo un’opera incompiuta: è diventata il monumento alla nostra stessa passività, gestita da chi tratta il tempo e il denaro pubblico con la stessa, colpevole inerzia di chi attende che l'acqua bolla per la pasta, incurante di quanto tempo stia sprecando.

Noi non ci stiamo. Sappiamo che queste pagine sono lette da chi, come noi, vive ogni giorno sulla propria pelle il peso di questa inefficienza. È il momento di passare dalle parole ai fatti: contattateci, incontriamoci, creiamo comitati di pressione, studiamo insieme proposte che non possano più essere ignorate. Il territorio appartiene a chi lo vive, non a chi lo usa come terreno di caccia per scadenze elettorali o promesse mai mantenute.

La nostra battaglia inizia dai presidi sul campo: vi aspettiamo al nostro gazebo a San Fedele Intelvi, Sabato 18 luglio, per confrontarci, organizzarci e riprenderci la voce che ci stanno togliendo.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

sabato 4 luglio 2026

Overtourism e diritto all'abitare: perché il Lago di Como deve riprendere il controllo del proprio futuro.

 


Non sempre tutto quello che luccica, che appare come oro, in realtà lo è.
E' notizia apparsa sulla stampa l'omelia, le parole del parroco di Lenno e Isola-Ossuccio don Italo Mazzoni.
La questione sollevata da don Italo Mazzoni e ripresa dagli attori chiave del territorio tramezzino tocca un nervo scoperto di molte destinazioni turistiche italiane di eccellenza. La Tremezzina, con il suo mix unico di paesaggio, storia e prestigio internazionale, è diventata un laboratorio a cielo aperto dove le tensioni tra "economia turistica" e "diritto all'abitare" si manifestano con particolare intensità.

Proviamo a proporre un’analisi strutturata per approfondire i nodi cruciali di questo dibattito:

1. Il cuore del problema: L'impatto dell'Extra-alberghiero
Il punto sollevato da Luca Leoni (Associazione Albergatori) è centrale: la "bolla" degli affitti brevi (Airbnb e simili) ha trasformato il mercato immobiliare residenziale.
Sostituzione dell'offerta: Il mercato ha preferito la redditività immediata e alta degli affitti turistici rispetto ai canoni concordati per residenti. Questo ha generato una crisi abitativa per le classi lavoratrici locali (insegnanti, operatori sanitari), creando un effetto "città fantasma" nei centri storici.
Perdita di identità: Quando il tessuto commerciale di vicinato (botteghe, forni, alimentari) viene sostituito da attività pensate esclusivamente per il turista (souvenir, locali di passaggio), la comunità perde la sua funzione sociale.
La previsione: Leoni ipotizza un'imminente saturazione della bolla. Se il mercato delle case vacanza dovesse flettere, si aprirebbe la sfida politica di incentivare il rientro di quegli immobili nel mercato residenziale a prezzi calmierati.

2. Le infrastrutture come collo di bottiglia
Alberto Cetti (Associazione Turistica Tremezzina) sposta giustamente l'attenzione su mobilità e stagionalità. Il paradosso della Tremezzina è quello di una zona con una domanda elevatissima, ma con infrastrutture fisiche (strade strette, parcheggi limitati) progettate per una realtà demografica di cinquant'anni fa.
La variante della Tremezzina: È l'opera pubblica considerata essenziale per decongestionare il traffico di attraversamento. Senza di essa, il carico turistico attuale è insostenibile per la qualità della vita dei residenti.
Destagionalizzazione: L'idea è quella di spostare i flussi dai mesi estivi di punta (giugno-agosto) verso la "spalla" della stagione (primavera e autunno), riducendo la pressione concentrata e rendendo il business turistico più sostenibile e meno "mordi e fuggi".

3. La governance del territorio: "Legge e Consapevolezza"
Il sindaco Mauro Guerra richiama una responsabilità collettiva. Non si può demonizzare il successo turistico, che è una fonte di reddito vitale, ma bisogna passare da una fase di "gestione dell'emergenza" a una fase di "pianificazione strategica":
Regolazione degli affitti: Molti comuni montani e lacustri iniziano a pensare a limitazioni quantitative o zone a numero chiuso per gli appartamenti turistici.
Responsabilità dell'amministratore: Il ruolo del Comune non è più solo quello di promuovere la destinazione, ma di fungere da regolatore per garantire che il turismo non "cannibalizzi" il benessere sociale.

Su questo punti il "grido d'allarme" di don Mazzoni non è un atto di ostilità verso i turisti, ma una richiesta di equilibrio. Quando il costo della vita e la difficoltà di trovare casa superano i benefici portati dall'indotto, il sistema entra in crisi. La Tremezzina oggi si trova in una fase di transizione fondamentale: o riesce a imporre regole che proteggano la propria specificità culturale e sociale, o rischia di diventare una "cartolina" bellissima ma privata della propria comunità pulsante.

Ma allarghiamo il discorso.
La situazione che sta vivendo la Tremezzina è assolutamente speculare a quanto sta accadendo a Como, sebbene con alcune differenze di scala e dinamica.
A Como la pressione dell'overtourism è diventata un tema centrale del dibattito pubblico e politico. 
Il capoluogo sta affrontando sfide molto simili a quelle del resto del lago, ma con intensità diverse:
- Mercato immobiliare "drogato": Anche a Como, come sottolineato da diverse sigle sindacali e osservatori locali, gli affitti a breve termine hanno sottratto una fetta consistente di alloggi al mercato residenziale a lungo termine. Il risultato è la difficoltà per lavoratori, studenti e giovani famiglie di trovare casa, spingendo la popolazione residente lontano dal centro storico.
- Servizi e commercio: La città sta subendo una mutazione della propria offerta commerciale: le botteghe storiche lasciano spazio a catene o attività focalizzate esclusivamente sui turisti, innescando quella progressiva "svuotamento" dell'identità cittadina di cui si lamentano molti residenti.
- Pressione infrastrutturale: A differenza della Tremezzina, dove il problema è il transito (la strada Regina è l'unica arteria), a Como il problema è la saturazione degli spazi urbani, del lungolago e dei parcheggi, aggravata da una presenza turistica che non conosce più stagionalità.

Situazioni molto simili dunque, sebbene gli scenari siano molto diversi tra borghi e città.
Abbiamo citato la Strada Regina, la Variante Tremezzina, facciamo una breve riflessione su questo.

Fatto salvo che dobbiamo considerare necessaria la variante della Tremezzina questa opera sarà un vero  un "toccasana" o un’illusione?

Il beneficio principale sarà la separazione tra il traffico locale/di residenti e il traffico di transito (camion, turisti diretti verso l'alto lago). Questo dovrebbe abbattere drasticamente i tempi di percorrenza e lo smog nei centri abitati.
Liberare la vecchia "Regina" dal traffico pesante consentirà una maggiore fruibilità dei centri storici, che potranno finalmente respirare.
Le criticità sono legate, oltre ai lunghi tempi di realizzazione, al timore che una viabilità più fluida possa paradossalmente aumentare l'accessibilità della zona, attirando ancora più turisti "mordi e fuggi" se non accompagnata da politiche di gestione dei flussi (come parcheggi scambiatori o limitazioni al traffico privato); inoltre, restando legati ai temi trattati è fondamentale sottolineare che la variante risolverà i problemi di mobilità, ma non incide minimamente sul mercato immobiliare. 

Il mio pensiero personale:

Intravvedo la situazione di Como e della Tremezzina come il fallimento del modello di "turismo di massa globale". Lentamente, forse inconsapevolmente stiamo vendendo la nostra identità per alimentare una rendita finanziaria che non resta sul territorio.
Invece di inseguire il numero di presenze (che distrugge il territorio), credo che andrebbe promosso un turismo qualitativo, che rispetti la cultura locale. Una campagna di comunicazione che dica: "Siamo una comunità viva, non una cartolina. Qui le regole si rispettano perché qui la gente vive e lavora".

Sia chiaro a chi (probabilmente anche nella mia area politica) è contrario al mio pensiero che non sto parlando di "chiudere il lago" ma di riprendere il controllo del timone.
Mentre il mercato vede Como e la Tremezzina come una "vacca da mungere" (da spremere finché c'è domanda), io le vedo come una casa da proteggere. La differenza è radicale: per il mercato, se il residente se ne va perché l'affitto è troppo alto, è una legge economica; per il localista, se il residente se ne va, è un fallimento politico.

Giorgio Bargna


mercoledì 1 luglio 2026

Borghi-Campus ed RSA diffuse: l'eresia che può salvare il nostro territorio



Mentre mi reco al lavoro, ascolto spesso la rassegna stampa di RTL. A commentare i fatti del giorno c'è Davide Giaccalone: pur trovandomi raramente d’accordo con lui, riconosco in lui una persona colta e acuta, capace di cogliere il cuore dei problemi e proporre soluzioni, al di là di ogni condivisione.

In una recente puntata, ha collegato tre temi che ho trovato profondamente interconnessi: gli investimenti privati per un futuro sostenibile, la carenza di servizi essenziali nei piccoli centri e la possibilità di trasformare i borghi spopolati in 'campus' o RSA diffuse. Un’intuizione che può apparire eretica o peregrina, ma è proprio dall'eresia che spesso nascono i cambiamenti più significativi. Per questo, ho deciso di approfondire la questione.

Sono convinto che l'idea di trasformare i borghi spopolati in campus o RSA diffuse non sia solo una suggestione architettonica, ma una vera e propria strategia di rigenerazione territoriale che risponde a due grandi emergenze del nostro tempo: l'abbandono dei piccoli centri e la crisi del modello di assistenza residenziale tradizionale.

Analizziamo le potenzialità e le sfide di questo modello, declinato per il contesto italiano e locale:

1. Il Modello del "Borgo-Campus" (Community Living)

Invece di concentrare i servizi in grandi strutture isolate, il borgo diventa un campus aperto.

Architettura diffusa: Invece di un unico edificio-caserma, gli alloggi, i laboratori e le aree comuni sono ricavati dal recupero di edifici storici dismessi, creando un ecosistema integrato.

Target intergenerazionale: Il successo di questi progetti risiede nell'evitare la ghettizzazione. Un campus che ospita sia anziani autosufficienti (o con fragilità lievi) che giovani lavoratori in smart working o studenti, favorisce uno scambio sociale che contrasta la solitudine.

Servizi a rete: La mobilità interna e il telelavoro permettono di mantenere il borgo connesso, trasformando il limite geografico in un vantaggio competitivo per chi cerca qualità della vita.

2. RSA "Allargate" e Assistenza di Comunità

Il modello delle "RSA allargate" supera il concetto di istituto chiuso, puntando su una dimensione più umana e integrata.

Integrazione col territorio: Gli spazi comuni della RSA (mense, giardini, ambulatori) vengono aperti alla cittadinanza, riducendo lo stigma del "luogo di segregazione" e rendendo la struttura un centro polifunzionale per il paese.

Telemedicina e domotica: Per un borgo, la sfida è la distanza dai presidi ospedalieri. L'implementazione di reti di telemedicina avanzata e assistenza domiciliare tecnologicamente monitorata permette di mantenere standard di sicurezza elevati pur vivendo in un ambiente di "borgo".

Economia circolare del care: Il personale che lavora nella struttura diventa parte integrante della comunità, creando un indotto economico che aiuta a stabilizzare le famiglie nel borgo.

3. Fattori Critici di Successo (La visione bottom-up)

Per passare dalla teoria alla realtà in territori come le nostre aree di frontiera o le zone collinari lombarde, è necessario affrontare alcuni nodi strutturali:

Infrastruttura Digitale: Senza una connettività ultra-veloce (fibra/5G), il modello campus non regge. È il prerequisito fondamentale per la telemedicina e il lavoro da remoto.

Mobilità di Raccordo: Occorre una rete di "navette di prossimità" che colleghino il borgo-campus ai nodi ferroviari o ai centri urbani maggiori, per evitare l'isolamento geografico.

Normativa e Flessibilità: Le leggi regionali attuali sulle RSA sono molto rigide su standard edilizi e di personale. Progetti innovativi richiedono "zone franche" normative o sperimentazioni amministrative che permettano di adattare i vecchi edifici senza snaturarli.

Governance Locale: Questo non è un progetto che può essere imposto dall'alto. Richiede il coinvolgimento dei comuni, delle cooperative sociali locali e dei privati, in una logica di partenariato pubblico-privato che mantenga la gestione radicata nel territorio.

Tutto questo ovviamente può stare in piedi soltanto attraverso il serio impegno sia del pubblico che del privato, sia da parte degli amministratori che da parte degli investitori.

Il problema attuale, spesso, è che il mercato delle RSA ragiona su cicli di rientro dell'investimento troppo brevi, che mal si conciliano con le lungaggini burocratiche e la complessità logistica di un borgo o di un centro storico. Se il privato vede il "mattone" solo come costo da ammortizzare rapidamente, il rischio è che cerchi di massimizzare il numero di posti letto in strutture iper-concentrate, ignorando la qualità della vita e la sostenibilità sociale.

Per spostare la visione verso il lungo termine, la strategia dovrebbe probabilmente passare per questi tre assi:

Convenzioni "a lungo respiro": Le amministrazioni locali potrebbero offrire il comodato d'uso gratuito di edifici pubblici o dismessi a fronte di concessioni pluridecennali (20-30 anni). Questo abbassa drasticamente l'investimento iniziale del privato, permettendogli di spalmare i costi su un arco temporale più ampio e, idealmente, di calmierare le rette per le famiglie.

ESG e Rating Sociale: Molti fondi di investimento oggi cercano progetti con forte impatto sociale (criteri ESG). Un progetto di borgo-campus ha una "narrazione" molto più potente di una RSA tradizionale. Se le istituzioni riuscissero a creare dei "pacchetti" di borghi pronti per la riqualificazione, potrebbero attirare capitali interessati non al profitto immediato, ma alla stabilità e al prestigio di un modello di welfare all'avanguardia.

Il ruolo del "Regista Pubblico": Il pubblico non può limitarsi a concedere le autorizzazioni, ma deve fare da garante della qualità. Se il privato gestisce la struttura, il pubblico deve mantenere il controllo sui requisiti di accesso (le rette) e sulla qualità del servizio, trasformando il profitto in una forma di "profitto sociale" dove una parte dell'utile viene reinvestita nella manutenzione del borgo stesso o in servizi di prossimità (es. infermiere di comunità, consegna pasti, trasporto).

In sostanza, il privato diventa un partner di gestione territoriale e non solo un prestatore di servizi sanitari.

Ereticamente mi sento di proporre qualcosa che molti di voi riterranno inaudito, una città di media dimensione che diventa il polo logistico di un programma.

Questa visione di una rete territoriale inter-comunale è, dal punto di vista strategico, l'unica risposta seria alla frammentazione amministrativa che affligge il nostro territorio. La connessione tra Cantù, il sistema del Lago di Como e la Vallassina non è solo un auspicio, ma una necessità logistica ed economica.

Unire le forze tra questi ambiti permetterebbe di creare quello che definirei un "ecosistema dei servizi" su scala provinciale:

Complementarità funzionale: Cantù può fungere da polo logistico e di erogazione di servizi complessi (sanità specialistica, uffici, distretti produttivi), mentre la Vallassina e i centri minori del Lago di Como possono offrire gli spazi per quel "welfare di rigenerazione" di cui parlavamo: RSA diffuse, campus residenziali immersi nel verde, centri per la riabilitazione o il soggiorno a lungo termine.

Superamento del Campanilismo: La sfida politica qui è enorme. La storia delle nostre amministrazioni locali è spesso segnata da una resistenza a cedere autonomia. Tuttavia, una proposta "bottom-up" (come quelle che sostieni da tempo) che parta dai bisogni reali – mancanza di medici di base, costi RSA, dispersione dei giovani – potrebbe obbligare la politica a sedersi allo stesso tavolo.

Infrastruttura di Connessione: Se pensiamo a un progetto di questo tipo, la connessione fisica e digitale diventa il fulcro. Non parliamo solo di strade, ma di una mobilità di bacino che faccia sentire la Vallassina non un'appendice montana, ma parte integrante di un distretto economico che gravita su Cantù e Como.

È un approccio che guarda al futuro con estremo pragmatismo: non più comuni che competono per risorse scarse, ma un territorio che si organizza per offrire soluzioni abitative e di cura scalabili.

Giorgio Bargna


 

lunedì 29 giugno 2026

Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (6)


Sesta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Welfare e Sanità: Coesione, non Assistenzialismo
Il Congresso di Treviglio ha sancito un principio cardine: un sistema produttivo solido poggia necessariamente su una società coesa. Il modello di welfare per il Nord non può essere un mero riflesso di quello nazionale, poiché risponde a sfide profondamente diverse. La nostra non è la sfida della disoccupazione di massa, ma quella di garantire l'eccellenza dei servizi in un territorio a piena occupazione, dove il tempo è una risorsa scarsa, le famiglie sono sempre più frammentate e le reti di supporto tradizionali mostrano segni di cedimento.

Le nostre direttrici d’intervento

Sanità di prossimità: La cura deve tornare ad abitare il territorio. Dobbiamo superare il paradigma "ospedale-centrico" integrando le strutture di ricovero con una rete capillare di Case della Comunità, medicina territoriale e telemedicina. L’obiettivo è duplice: ridurre drasticamente le liste d'attesa e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo risposte rapide e adeguate vicino a casa.

Infrastruttura sociale per le famiglie: Asili nido, tempo pieno scolastico, assistenza agli anziani e politiche di conciliazione non sono servizi accessori, ma pilastri della nostra competitività. Un genitore che non trova sostegno nel proprio territorio è un capitale umano sottratto al sistema produttivo. Investire nella famiglia significa investire nella tenuta economica del Nord.

Welfare sussidiario e mutualistico: Il Nord vanta un ecosistema unico di terzo settore, volontariato, cooperazione sociale e fondazioni. La politica deve agire da catalizzatore, valorizzando e sostenendo queste realtà, evitando la tentazione di sostituirle con apparati burocratici pubblici spesso inefficienti e distanti dai bisogni reali.

Sicurezza urbana e sociale: La vivibilità e l’attrattività dei nostri territori sono direttamente proporzionali alla percezione di sicurezza dei cittadini. Occorre potenziare le risorse destinate alle forze dell'ordine, incentivare la sinergia con le polizie locali e garantire la certezza della pena per i reati che colpiscono la persona e il patrimonio.

Autonomia gestionale: Chiediamo il diritto di gestire sanità e welfare con poteri e risorse commisurati al gettito fiscale generato. È tempo di superare un sistema di finanziamento che livella verso il basso la qualità dei servizi, penalizzando le Regioni più virtuose e soffocando lo sviluppo del Nord.

Europa: Una sfida Federalista
Siamo europeisti per vocazione e per necessità economica. Il sistema produttivo del Nord è intrinsecamente europeo: esporta su mercati continentali, compete con realtà globali, opera in filiere transnazionali e attrae capitali e talenti dall'estero. L'appartenenza all'Unione non è per noi un'opzione politica, ma il presupposto stesso della nostra realtà economica.

Tuttavia, siamo europeisti critici. L’Unione soffre oggi dei medesimi mali che denunciamo sul piano nazionale: un centralismo burocratico soffocante, un eccesso di regolamentazione astratta e una crescente distanza dai territori. La risposta non può essere l'euroscetticismo, sterile e autolesionista, ma una svolta federalista.

I pilastri della nostra visione europea

Sussidiarietà reale: L'Unione deve concentrarsi solo su ciò che gli Stati e le Regioni non possono gestire individualmente: mercato unico, politica commerciale, difesa comune e grandi sfide ambientali. Ogni altra competenza va restituita ai livelli territoriali, più vicini al cittadino e alle imprese.

Approccio pragmatico, non ideologico: La transizione ecologica e le politiche industriali devono poggiare sull'evidenza scientifica e su rigorose analisi d'impatto, abbandonando agende ideologiche che finiscono per penalizzare proprio i territori più produttivi e innovativi del continente.

Protagonismo delle Regioni trainanti: Il Nord Italia deve fare rete con le aree motore d’Europa — come Baviera, Baden-Württemberg, Catalogna e Fiandre. Queste regioni devono avere un peso decisionale diretto a Bruxelles: è qui che si gioca la competitività europea.

Il rilancio della Mitteleuropa: Dobbiamo tornare a investire sui corridoi mitteleuropei. I legami storici, infrastrutturali ed economici con Austria, Baviera e Svizzera rappresentano un asset strategico troppo a lungo trascurato dalla politica nazionale.

Sicurezza e Interessi Strategici: Una Difesa al passo coi tempi
In uno scenario globale segnato da conflitti ibridi, minacce cibernetiche e instabilità geopolitica, la sicurezza non ammette dilettantismo. L'Italia deve passare da una gestione reattiva a una visione strategica di lungo periodo, capace di tutelare il sistema-Paese con competenza e continuità.

Le nostre priorità strategiche

Difesa come eccellenza industriale: È necessario un investimento costante nel comparto Difesa, che rappresenti non solo un dovere verso gli alleati, ma anche una leva per lo sviluppo tecnologico e industriale nazionale.

Resilienza digitale e infrastrutturale: La protezione delle reti energetiche, finanziarie e logistiche è la nuova frontiera della sicurezza. Serve un coordinamento serrato per rendere le nostre infrastrutture critiche inattaccabili dalle minacce ibride.

Tutela degli asset strategici: Il Golden Power non deve essere un vincolo burocratico, ma uno strumento di politica industriale attiva, volto a proteggere brevetti, tecnologie di punta e aziende di rilevanza sistemica.

Intelligence economica: In un mondo dominato dalla guerra dell'informazione, la capacità di raccogliere e analizzare intelligence economica è un vantaggio competitivo imprescindibile per sostenere il nostro export e la proiezione delle nostre aziende nel mondo.

Atlantismo, pragmatismo e autonomia: L'Alleanza Atlantica resta il pilastro insostituibile della nostra sicurezza. Essere alleati credibili, tuttavia, significa anche avere la capacità di tutelare con pragmatismo i propri interessi nazionali, facendo valere la propria voce nei consessi internazionali con coerenza e competenza.


 

mercoledì 24 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)


Quarta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Ci dedichiamo oggi ad energie ed infrastrutture.

Energia: una priorità strategica per la competitività e l'autonomia del Paese
La questione energetica rappresenta la priorità trasversale per eccellenza: il suo impatto abbraccia la competitività delle imprese, il benessere delle famiglie e l’autonomia strategica dell’Italia. Se la transizione energetica è una necessità imprescindibile, essa deve essere governata con pragmatismo, evitando approcci ideologici che rischierebbero di compromettere il nostro sistema produttivo.

Neutralità tecnologica: una scelta di responsabilità
Per un Paese a forte vocazione manifatturiera come l’Italia, l’esclusione di tecnologie basata su pregiudizi ideologici è un lusso che non possiamo permetterci. Sosteniamo con convinzione il principio di neutralità tecnologica: ogni fonte — rinnovabili, gas naturale come vettore di transizione, nucleare di nuova generazione, idrogeno (dove economicamente sostenibile), geotermia e biomasse — deve essere valorizzata. Il criterio di selezione è semplice e rigoroso: ogni soluzione che garantisca sicurezza, affidabilità ed efficienza economica deve trovare spazio nel nostro mix energetico.

L’energia come motore, non come balzello
L’energia deve tornare a essere una leva di competitività e non un mero strumento di politica fiscale o punitiva. Le attuali accise sull’energia si traducono, di fatto, in una tassa sulla produzione. È essenziale che la bolletta energetica delle imprese — in particolare in un motore economico come il Nord Italia — converga rapidamente verso la media europea, invertendo l'attuale tendenza.

Autonomia come obiettivo geopolitico
La dipendenza da fornitori instabili è un rischio geopolitico oltre che un insostenibile onere economico. L’Italia deve puntare all’autonomia energetica. In questo scenario, il Nord, forte della sua dotazione infrastrutturale e tecnologica, è chiamato a ricoprire il ruolo di piattaforma strategica per la diversificazione delle forniture nazionali.

Realismo nei tempi e nei modi
La transizione deve essere graduale e realistica. I tempi di attuazione non possono essere dettati da calendari politici arbitrari, ma devono essere subordinati alla maturità tecnologica e alla sostenibilità economica. Forzare la transizione oltre le reali capacità di adattamento del sistema industriale significa distruggere valore e occupazione, senza produrre benefici ambientali tangibili.


L’infrastruttura come motore: superare il freno strutturale del Nord
Il ritardo infrastrutturale del Nord non è un problema di settore, ma un freno strutturale allo sviluppo. L’area più produttiva del Paese è oggi paralizzata da infrastrutture che non riescono più a sostenere il ritmo dell’economia.

Il divario con i competitor europei è evidente e misurabile in termini di velocità di collegamento, capacità logistica, connettività digitale e intermodalità. Per colmare questa distanza, le priorità d’azione devono essere radicali:

1. Corridoi europei: connettere, non isolare
Il completamento dei grandi assi di connessione (Brennero, Terzo Valico, Alta Velocità verso Est) richiede tempi certi, governance snella e un dialogo reale con i territori. Il Nord deve tornare a essere il fulcro strategico dell’Europa, non un’area isolata dalla burocrazia.

2. Logistica integrata: il sistema prima dei compartimenti
Porti, interporti, ferrovie merci e ultimo miglio devono agire come un unico ecosistema. La logistica è un pilastro della competitività, al pari di energia e fiscalità: la frammentazione gestionale è un costo occulto che le imprese non possono più sostenere.

3. Governance territoriale: decidere con il territorio
Le scelte infrastrutturali devono essere condivise, non imposte da commissariamenti centralizzati. L’esperienza ha dimostrato il fallimento del modello "calato dall'alto": tempi dilatati, costi fuori controllo e scollamento totale dalle esigenze del tessuto produttivo. Serve un nuovo patto che valorizzi la capacità decisionale locale.

4. Infrastrutture digitali: connettività universale
La banda ultra-larga e il 5G non sono "servizi aggiuntivi", ma infrastrutture primarie. In un'economia che corre verso la digitalizzazione, la connettività non può essere a macchia di leopardo. Ogni comune, distretto industriale e area agricola deve avere pari dignità digitale.

5. Manutenzione: la cura dell’esistente
Oltre alle grandi opere, serve un piano ambizioso per la cura dell'esistente. Strade provinciali, ponti, reti idriche ed edilizia pubblica (scuole e ospedali) richiedono manutenzione costante. È tempo di invertire la rotta: l'Italia deve imparare a spendere bene nella cura del proprio patrimonio tanto quanto nella pianificazione del nuovo.