La chiusura dell'area campi al Parco Eunice Kennedy di Castello, disposta dall'amministrazione di Lecco con l'ordinanza del 4 agosto, ha riacceso il dibattito sulla gestione della sicurezza in città. Il provvedimento — che terrà sbarrati i campetti fino alla riapertura delle scuole — nasce come risposta a episodi di vandalismo, degrado e continui schiamazzi notturni segnalati dai residenti. Oggi l'area è transennata, accessibile solo a tecnici e Polizia Locale.
È comprensibile la volontà di dare un segnale di discontinuità di fronte al degrado. Tuttavia, la scelta di chiudere rappresenta un cortocircuito logico e politico: si finisce per cedere il passo a chi devia, punendo l'intera comunità. Sbarrare un parco significa privare i cittadini rispettosi delle regole, i bambini e le famiglie di uno spazio pubblico fondamentale.
I progetti educativi e il coinvolgimento del terzo settore sono intenzioni lodevoli, ma richiedono tempi lunghi. L'emergenza richiedeva una strategia opposta: presidiare, non chiudere. Più presenza della Polizia Locale, ricorso a servizi di vigilanza dedicati e, se necessario, una richiesta formale alle autorità sovracomunali per un rafforzamento delle Forze dell'Ordine sul territorio.
Avendo vissuto dall'interno la macchina amministrativa e le sue complessità — tra vincoli di bilancio e rigidità burocratiche — so bene che garantire presidi costanti non è un'operazione semplice. Ma la priorità delle istituzioni deve rimanere la difesa della legalità attraverso la presenza, non attraverso la resa temporanea. Ripristinare la sicurezza garantendo la fruibilità del parco dev'essere il prossimo passo inevitabile.
Ipotizzando un intervento strutturato e in linea con una visione focalizzata sulla sovranità funzionale, sul welfare territoriale e sul principio "bottom-up", le proposte sul piano sociale ed educativo per una situazione come quella del Parco Kennedy, a mio avviso, potrebbero articolarsi lungo queste direttive:
1. Sostituzione del vuoto con il presidio civico e sociale
Welfare di prossimità e custodia attiva: Anziché chiudere lo spazio o affidarsi solo a pattugliamenti esterni, l'idea è quella di occupare il territorio con attività reali. Questo significa coinvolgere associazioni di quartiere, realtà sportive e gruppi giovanili locali per organizzare tornei, laboratori ed eventi culturali nei pomeriggi e nelle sere d'estate.
Patti di cittadinanza locale: Invece di misure puramente punitive, attivare percorsi di inserimento o lavori di pubblica utilità a livello comunale per i giovani che commettono infrazioni, vincolandoli direttamente al ripristino e alla cura dei beni pubblici danneggiati.
2. Formazione, lavoro e valorizzazione dei giovani
Poli formativi e orientamento sul campo: Andare oltre la semplice animazione giovanile "tampone", affiancando progetti di educazione informale a vere occasioni di formazione tecnica, orientamento professionale e laboratori di competenze pratiche in collaborazione con le realtà produttive e artigianali del territorio.
Responsabilizzazione diretta: Trasformare i ragazzi da fruitori passivi (o elementi di disturbo) a gestori di spazi comunali, ad esempio affidando a cooperativi o gruppi giovanili locali la micro-gestione di chioschi, aree sportive o eventi interni al parco.
3. Autonomia gestionale e coordinamento "Bottom-Up"
Zero burocrazia per il terzo settore locale: Semplificare drasticamente le procedure burocratiche comunali per permettere alle associazioni di quartiere di utilizzare gli spazi pubblici senza iter complessi o costi accessori, facilitando l'organizzazione di presidi sociali spontanei e continui.
Risorse del territorio al servizio della comunità: Reinvestire le risorse fiscali locali per finanziare infrastrutture di welfare privato-pubblico e servizi dedicati alle famiglie del rione (come centri estivi a prezzi calmierati o supporto doposcuola), rendendo la comunità stessa il primo argine contro il degrado.
In conclusione, il degrado non si combatte con le ordinanze di chiusura o con il paternalismo statale, ma restituendo centralità alle comunità locali. Trasformare un parco in un cantiere di cittadinanza attiva e formazione significa smettere di subire i problemi e iniziare a governare il territorio con responsabilità, presenza e visione
Giorgio Bargna

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