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giovedì 8 ottobre 2026

Case popolari e aiuti sociali: come trovare il giusto equilibrio tra solidarietà e contributo al Paese?


Welfare, edilizia pubblica e immigrazione: un'analisi storica e critica

È corretto affermare che gli aiuti sociali di Comuni e Stato, come i criteri di assegnazione delle case popolari, siano stati varati a suo tempo per agevolare l'immigrazione meridionale?

Le origini dello Stato sociale e dell'edilizia residenziale pubblica in Italia precedono il boom economico. Nacquero per rispondere alle prime dinamiche di industrializzazione e alla povertà generale. Tuttavia, è innegabile che la massiccia immigrazione interna dal Mezzogiorno abbia influenzato profondamente la gestione pratica e l'espansione di questi aiuti tra gli anni '50 e '60.

1. Il tema della casa: dal dopoguerra al boom economico

Partiamo dal tema della casa, oggi al centro del dibattito. Nel secondo dopoguerra, l'Italia dovette affrontare la ricostruzione post-bellica e una gravissima carenza di alloggi. Per rispondere a questa emergenza, nel 1949 nacque il Piano INA-Casa (noto come Piano Fanfani). Il fine principale era duplice: combattere la disoccupazione aprendo migliaia di cantieri edili e fornire case ai lavoratori. I fondi erano alimentati dalle trattenute sulle buste paga dei lavoratori dipendenti di tutta Italia, oltre che dai contributi dei datori di lavoro e dello Stato.

La vera svolta strutturale avvenne tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, con la massiccia migrazione interna dal Sud verso il "Triangolo Industriale" (Milano, Torino, Genova). In quel momento storico, i comuni del Nord si trovarono del tutto impreparati a gestire l'enorme afflusso. I lavoratori meridionali vissero gravi discriminazioni nel mercato immobiliare privato, finendo spesso ammassati in condizioni drammatiche in coree, soffitte e scantinati. Solo allora le amministrazioni locali e i successivi piani statali — come la Gescal, nata nel 1963 — furono costretti ad ampliare l'offerta di edilizia pubblica. L'obiettivo era assorbire la forte domanda dei nuovi residenti che erano, a tutti gli effetti, lavoratori regolari che contribuivano all'economia locale.


2. Criteri di assegnazione e nodi critici attuali

I criteri storici e attuali di assegnazione non sono nati per "privilegiare" gli immigrati (meridionali ieri, o stranieri oggi), bensì per misurare il bisogno socio-economico. Ma qui è lecito domandarsi: chi ha davvero diritto, perché e con quali parametri?

Oggi i punteggi si basano principalmente su tre pilastri, che sollevano non poche perplessità:

  • Reddito basso (calcolato tramite ISEE): Un parametro oggettivo e incontestabile.

  • Presenza di minori, anziani o disabili: Fatti salvi i casi legati alla disabilità (che dovrebbe rappresentare la precedenza assoluta) e agli anziani bisognosi, valutare la mera presenza di minori rischia oggi di penalizzare i nuclei familiari italiani e comunitari.

  • Condizioni abitative precarie o coattive (es. sfratti): Anche in questo caso si potrebbe contestare la motivazione dello sfratto o valutare criticamente il motivo per cui si viveva in ambienti fatiscenti.

Nel corso degli anni, molti enti locali hanno provato a introdurre criteri premiali basati sulla lunga residenza nel territorio per favorire i residenti storici. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha ripetutamente dichiarato illegittimi i requisiti di residenza prolungata troppo stringenti. La Consulta ha ribadito che la funzione delle case popolari è assistere chi si trova in stato di indigenza, indipendentemente dalla provenienza.

Eppure, a livello sociale, il dibattito resta aperto: essere italiani in Italia non deve essere un privilegio assoluto, ma dovrebbe rappresentare un criterio rilevante, considerando che generazioni di italiani hanno costruito e sostenuto economicamente il Paese.

3. Il "Welfare della Fabbrica" e l'assenza di un reddito minimo

Durante le grandi migrazioni interne, lo Stato italiano scelse di strutturare un sistema di welfare fortemente occupazionale:

  • Gli aiuti economici (pensioni di vecchiaia, assegni familiari, indennità di malattia) spettavano solo a chi aveva un lavoro regolare e pagava i contributi.

  • Gli immigrati meridionali che arrivavano a Torino o Milano ricevevano tutele e assegni familiari solo in quanto operai, non in quanto "poveri" o immigrati.

Chi rimaneva disoccupato o ai margini non aveva diritto a paracaduti economici statali. Doveva bussare alla porta delle parrocchie, dei sindacati o dell'ECA comunale (Ente Comunale di Assistenza) per ottenere sussidi straordinari una tantum. Il sistema italiano ha storicamente frenato i sussidi diretti alla povertà monetaria, preferendo proteggere il lavoratore. I meridionali beneficiarono del "welfare della fabbrica" (salario, tutele, previdenza), mentre i poveri storici non occupati — sia del Nord sia del Sud — rimasero per quasi un secolo affidati alla limitata assistenza dei singoli Comuni.

L'Italia è stata infatti per decenni uno degli ultimi Paesi europei a non avere un reddito minimo garantito slegato dalla storia lavorativa. I tentativi di creare sostegni universali basati solo sull'indigenza sono recentissimi e privi di legami con le vecchie dinamiche migratorie:

  • 1998-2003: Sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento (RMI).

  • 2018: Introduzione del REI (Reddito di Inclusione).

  • 2019-2023: Il Reddito di Cittadinanza.

  • Dal 2024: L'Assegno di Inclusione (ADI), che limita il sostegno economico ai nuclei familiari con componenti fragili (minori, anziani, disabili).

Oggi, i parametri per accedere agli aiuti dei servizi sociali comunali e statali riflettono ancora questa storica tensione tra la tutela del bisogno immediato e il principio di contribuzione al sistema Paese.


Il legame storico con il Paese e la proporzione degli aiuti

Alla luce di questa evoluzione, appare evidente come oggi non esista una reale tutela basata sul legame generazionale: l'essere l'ultimo anello di una catena di persone che hanno concretamente costruito, finanziato e fatto crescere il Paese non garantisce alcun riconoscimento prioritario. Sebbene questo concetto non sia condiviso da tutti, ritengo che chi appartiene a questa categoria non debba certo godere di privilegi assoluti, ma meriti quantomeno un "punteggio di attenzione" all'interno dei sistemi di welfare.

Oggi, purtroppo, la realtà è ben diversa.

Se è vero che la spesa previdenziale e assistenziale legata alla vecchiaia (come l'Assegno Sociale) è destinata in larghissima parte ai cittadini italiani, il dibattito si accende quando si analizzano i sussidi di ultima generazione. Nelle misure di contrasto alla povertà — dal vecchio Reddito di Cittadinanza all'attuale Assegno di Inclusione — i nuclei familiari italiani costituiscono storicamente circa il 65-70% dei beneficiari totali, mentre il restante 30-35% è coperto da cittadini stranieri.

Per comprendere il peso di queste percentuali, basta guardare i dati demografici ufficiali dell'Istat:

    Popolazione totale: L'Italia conta circa 53 milioni e 383 mila cittadini italiani a fronte di 5 milioni e 560 mila residenti stranieri.

  • Incidenza percentuale: La popolazione straniera rappresenta il 9,4% del totale degli abitanti (in costante incremento), mentre la componente italiana mostra una leggera flessione.

Mettendo a confronto questi dati, emerge una sproporzione evidente: una componente che rappresenta meno del 10% della popolazione totale assorbe quasi un terzo delle risorse destinate al contrasto della povertà.

Il rischio concreto è quello di creare una disparità di trattamento percepita: chi ha un legame storico ed economico profondo con il territorio si trova talvolta penalizzato o scalato in graduatoria, pur continuando a sostenere i servizi pubblici — come la sanità — attraverso il pagamento quotidiano di tasse, imposte e dazi.

Sia chiaro: l'obiettivo non deve mai essere quello di abbandonare al proprio destino chi si trova in condizioni di indigenza. Tuttavia, sarebbe equo mostrare maggiore attenzione a chi, negli anni, ha contribuito fattivamente allo sviluppo economico e sociale del Paese. E in questa categoria di contribuenti meritevoli di tutela, sia chiaro, rientrano a pieno titolo anche le migliaia di lavoratori immigrati residenti e integrati in Italia ormai da lungo tempo.

In conclusione, la vera sfida del welfare moderno non risiede nella contrapposizione ideologica tra chi arriva e chi è già qui, ma nella capacità di riscoprire il valore del patto sociale. Un sistema assistenziale che ignora la storia contributiva dei propri cittadini rischia di minare la fiducia stessa nelle istituzioni; al contrario, un modello equilibrato dovrebbe essere in grado di garantire una rete di sicurezza universale per gli ultimi, senza però dimenticare di proteggere e valorizzare chi — italiano di nascita o immigrato di lungo corso — quel sistema ha contribuito a edificarlo e a mantenerlo in vita con il proprio lavoro.


Giorgio Bargna


 

mercoledì 7 ottobre 2026

Il viaggio della disabilità: tra sogni di autonomia e barriere invisibili


 

Il viaggio della disabilità: le sfide invisibili dalla nascita al "Dopo di Noi"

Quando nasce un bambino, nasce una nuova famiglia e un futuro tutto da scrivere. Ma cosa succede quando arriva una diagnosi di disabilità? La rotta cambia improvvisamente. L'intero nucleo familiare si trova a percorrere una strada inattesa, fatta di riscrittura dei tempi, paure per il domani e la necessità di reinventarsi. I genitori diventano registi della riabilitazione, mentre i fratelli e le sorelle crescono accanto a una realtà diversa da quella immaginata.

La vita di una persona con disabilità è una costante ricerca di autonomia. In questo viaggio, le barriere più alte non sono solo i gradini fisici, ma gli ostacoli culturali, burocratici e istituzionali che si trasformano a ogni tappa dell'esistenza.

1. Nascita e infanzia: l'impatto della diagnosi

La scoperta della disabilità rompe gli equilibri familiari e apre una fase di profonda destabilizzazione.

  • Il trauma dell'invisibile: Spesso la diagnosi viene comunicata senza supporto psicologico. Nelle disabilità mentali e neuropsichiatriche (come l'autismo), il forte ritardo diagnostico iniziale logora i genitori tra dubbi e sensi di colpa.

  • La giungla burocratica: Ottenere i diritti della Legge 104 sul portale INPS richiede tempo ed energie estenuanti.

  • Liste d'attesa infinite: L'accesso a terapie cruciali (logopedia, psicomotricità, interventi comportamentali) nel sistema pubblico è spesso un miraggio.

  • Isolamento precoce: Mancano parchi giochi inclusivi e le strutture ricreative sono spesso impreparate a gestire ipersensibilità sensoriali o cognitive.

2. La scuola: tra l'illusione e la realtà dell'inclusione

L'Italia ha leggi all'avanguardia sulla carta, ma la quotidianità scolastica racconta una storia diversa.

  • Il valzer dei docenti: Il continuo turn-over degli insegnanti di sostegno spezza la continuità didattica ed emotiva degli alunni.

  • Mancanza di specializzazione: Spesso il personale assegnato non ha una formazione specifica per gestire i disturbi del comportamento o dello spettro autistico.

  • Barriere strutturali e sociali: Molti istituti mancano ancora di ascensori o bagni a norma.

  • Gite negate: Gli studenti con disabilità vengono frequentemente esclusi dai viaggi d'istruzione per la mancanza di trasporti o hotel accessibili.

3. Il mondo del lavoro: il "salto nel vuoto" dell'età adulta

Finita la scuola, la rete di protezione sociale scompare. Il passaggio all'età adulta diventa un momento critico.

  • Una legge aggirata: Il collocamento mirato previsto dalla Legge 68/99 sul sito del Ministero del Lavoro viene spesso evitato dalle aziende, che preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che assumere.

  • Mansioni marginali: Chi ha una disabilità intellettiva o psichiatrica viene spesso relegato a compiti ripetitivi, ignorando il suo reale potenziale.

  • Il pregiudizio della produttività: Persiste lo stereotipo che il lavoratore con disabilità sia solo un "costo" o un peso.

  • Ambienti non flessibili: Manca la cultura degli accomodamenti ragionevoli, come il supporto di un tutor aziendale o la gestione dello stress ambientale.

4. Vita autonoma: il tabù dei desideri e delle relazioni

Diventare adulti significa poter scegliere come e con chi vivere. Un diritto fondamentale che resta un miraggio per molti.

  • Città ostili: Muoversi da soli è una sfida quotidiana tra marciapiedi senza scivoli, ascensori della metropolitana guasti e trasporti inefficienti.

  • L'infantilizzazione culturale: La sfera sentimentale, sessuale e relazionale delle persone con disabilità (specialmente mentali) è circondata da un forte tabù sociale.

  • Povertà economica: Le pensioni di invalidità sono insufficienti a coprire le spese vive per terapie private, farmaci e assistenti personali.

5. La vecchiaia e l'angoscia del "Dopo di Noi"

L'invecchiamento dei genitori e la gestione del futuro rappresentano la preoccupazione più grande per le famiglie.

  • La domanda più dolorosa: "Cosa farà mio figlio quando io non ci sarò più?"

  • Una legge a metà: La Legge 112/2016 sul Dopo di Noi finanzia progetti di co-housing, ma la sua applicazione sul territorio italiano è ancora fortemente disomogenea.

  • Il rischio del ricovero forzato: Senza una rete familiare o progetti di vita indipendente, il destino di molti anziani con disabilità neuropsichiatriche è l'istituzionalizzazione coatta in RSA o strutture residenziali, con la perdita totale di ogni forma di autodeterminazione.

  • Condividi questo articolo e raccontaci la tua storia

Le barriere culturali si superano solo facendo informazione. Se pensi che questo articolo accenda un faro importante sulle difficoltà invisibili delle famiglie e della disabilità neuropsichiatrica, condividilo sui tuoi canali social: un piccolo click può fare una grande differenza.

Questo viaggio è fatto di sfide, ma anche di straordinaria forza. Qual è stata la barriera più difficile che hai dovuto superare, come genitore o come persona con disabilità? Lascia un commento qui sotto: la tua esperienza può essere una luce e un supporto prezioso per chi oggi si sente solo in questo percorso.

Giorgio Bargna



domenica 27 settembre 2026

Il grande freddo delle nostre comunità anziani soli, matrimoni d’interesse e la fine della solidarietà paesana



Da localista e da persona che crede nel valore dell'identità e della famiglia, non posso far finta di niente. Qui non si tratta di fare la caccia alle streghe né di negare il lavoro, spesso fondamentale, di tante assistenti familiari. Il punto è un altro: come siamo arrivati al punto che i nostri vecchi preferiscono consegnare i propri risparmi e la propria eredità a una sconosciuta piuttosto che contare sui propri figli o sul proprio vicinato?

La frattura sociale ed economica

Le dinamiche della cronaca giudiziaria e dell'ISTAT ci mostrano una realtà a due facce:

  • La solitudine come merce di scambio: Scomparsa la rete della famiglia allargata e disgregata la solidarietà di quartiere, l'anziano diventa preda facile. In molti casi si instaurano unioni di comodo — talvolta persino pilotate da organizzazioni poco chiare — volte unicamente all'ottenimento rapido della cittadinanza o alla pensione di reversibilità.

  • Il peso sul sistema previdenziale: La pensione di reversibilità nasce per proteggere chi ha condiviso una vita di sacrifici con il lavoratore. Se il coniuge ha un’età molto inferiore, l'INPS si ritrova a erogare prestazioni per 50 o 60 anni a fronte di unioni durate pochi mesi. La legge (la n. 111/2011) prevede già dei tagli alla pensione se il matrimonio dura meno di 10 anni in caso di forti divari d'età, ma il meccanismo contorto finisce comunque per scaricare il costo sulle future generazioni e su chi oggi lavora per una pensione da fame.

Come se ne esce? Le risposte identitarie e territoriali

La soluzione non è l'ennesimo burocratico cavillo statale, ma il ricostruire la comunità dal basso, restituendo valore alla nostra terra e alle nostre radici:

  1. Rifondare il Patto Intergenerazionale di Comunità I comuni e i quartieri devono farsi promotori di reti di vicinato attive. Un tempo nei nostri paesi il "vecchio" era la memoria storica da accudire e rispettare, non un intralcio da scaricare in una RSA. Servono progetti locali di mutuo soccorso, banche del tempo e incentivi per i giovani che scelgono di rimanere vicini alle famiglie d'origine anziché emigrare.

  2. Tutela preventiva della fragilità nei Comuni Invece di intervenire a cose fatte a colpi di tribunali, la rete dei servizi sociali comunali — in sinergia con i medici di base — deve monitorare proattivamente le situazioni di forte isolamento. L'istituto dell'Amministratore di Sostegno va promosso per tempo, affinché il patrimonio e la memoria di una vita restino legati al territorio e alla famiglia, al riparo da circonvenzioni e raggiri.

  3. Incentivi al Co-Housing di Paese e alle Associazioni Locali Favorire forme di coabitazione assistita tra anziani dello stesso paese, gestite da associazioni radicate sul territorio. Questo riduce i costi per le famiglie, abbatte la solitudine e impedisce che l'anziano diventi bersaglio di speculazioni affettive ed economiche.

Non salviamo le nostre radici sventolando bandiere, ma occupandoci di chi quelle radici le ha piantate. Se lasciamo i nostri anziani nella solitudine più nera, non dobbiamo sorprenderci se a prendersi la loro eredità — materiale e culturale — sarà qualcun altro.



Giorgio Bargna

 

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna

 

lunedì 21 settembre 2026

Virtute et Constantia: la nostra battaglia per Erba e per il futuro del Nord



Virtute et Constantia: il nostro cammino per il Nord, senza compromessi

Ci sono momenti in cui la politica deve smettere di guardare ai sondaggi del giorno dopo e riscoprire le proprie radici valoriali. Per me, e per tutto il movimento del Patto per il Nord, questo momento è adesso.

Esiste un'antica locuzione latina che descrive perfettamente la fase che stiamo vivendo e la sfida che abbiamo deciso di raccogliere: "Virtute et Constantia" – Con valore e fermezza. Non si tratta di un semplice motto accademico, ma di una vera e propria bussola politica per il nostro percorso, essenziale per rispondere ai continui attacchi che colpiscono i nostri territori.

La "Virtute": il coraggio di difendere la nostra gente (Il caso Erba)

La virtù, per come la intendiamo noi, non è una medaglia da appuntarsi al petto, ma il coraggio delle proprie azioni. Significa avere l'audacia di dire che i vecchi poli – una destra e una sinistra ormai centraliste e distanti – non rappresentano più le necessità delle nostre comunità.

La nostra virtute si vede nelle battaglie quotidiane. L'esempio più lampante è quello che stiamo vivendo in questi giorni: la scelta inaccettabile di chiudere il Punto Nascite dell'Ospedale di Erba. Una decisione ipocritamente mascherata sotto il termine di "riorganizzazione", che rappresenta l'ennesimo schiaffo al nostro territorio.

Da anni lo Stato centrale fa cassa a spese dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. Privare le future mamme dei Comuni dell'Erbese e del Triangolo Lariano di un presidio medico fondamentale non è solo un danno logistico, è un attacco diretto ai servizi di prossimità essenziali. Come Patto per il Nord, abbiamo fatto sentire subito la nostra voce pretendendo che la Regione intervenga e blocchi questo ridimensionamento. Questa è la nostra virtù: tutelare i diritti della nostra gente dove gli altri partiti preferiscono tacere o allinearsi ai diktat di Milano e Roma.

La "Constantia": la tenacia di chi non molla di un millimetro

Se la virtù è la scintilla che accende la protesta per l'ospedale di Erba, la costanza è il motore che ci fa andare avanti ogni singolo giorno. Fare politica oggi con il Patto per il Nord richiede una fermezza d'animo non comune. Significa scegliere la strada più lunga e difficile: quella del radicamento, dei gazebo nel weekend, del confronto continuo e senza filtri nelle piazze.

La constantia è il rifiuto categorico delle scorciatoie populiste e delle promesse elettorali che svaniscono il giorno dopo il voto. Noi portiamo avanti la bandiera del federalismo, dell'autogoverno e della gestione responsabile delle risorse con la stessa identica fermezza, indipendentemente dalle mode del momento. Perché le istituzioni locali forti e la sanità territoriale non sono un capriccio, ma l'unica garanzia di buon governo.

Un cammino condiviso: la chiamata all'azione

Questo percorso non lo faccio da solo. Lo faccio insieme a un movimento che ha deciso di essere il vero ed unico "Sindacato del Territorio". Un gruppo di donne e uomini che non cercano poltrone nei palazzi romani, ma risposte concrete per i nostri Comuni e le nostre Province.

Ma per vincere battaglie come quella di Erba, e per ridare dignità a tutto il nostro territorio, la forza dei nostri rappresentanti non basta: serve la tua voce.

Non possiamo più permetterci di restare a guardare mentre smantellano, pezzo dopo pezzo, il futuro delle nostre comunità. Se credi anche tu in un Nord padrone del proprio destino, capace di difendere i propri ospedali, le proprie imprese e le proprie famiglie, è il momento di scendere in campo.

Sostieni le nostre iniziative sul territorio, partecipa ai nostri prossimi gazebo e unisciti al movimento.

Sabato 3 Ottobre saremo presenti ad Erba per traccogliere firme ed idee, vieni, parla, firma, iscriviti, partecipa.

Virtute et constantia. Riprendiamoci il nostro futuro. Unisciti al Patto per il Nord!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como




 

mercoledì 2 settembre 2026

PNRR e Sanità: si tagliano i nastri, ma dentro le Case di Comunità non c'è nessuno


La Casa di Comunità è la nuova struttura sanitaria e sociosanitaria pubblica introdotta dalla riforma dell'assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77/2022 e fondi PNRR). Nasce con un obiettivo chiaro: avvicinare la sanità ai cittadini e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo un punto di riferimento unico sul territorio in cui far collaborare medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e assistenti sociali.

Sulla carta, la gamma dei servizi offerti è ambiziosa:

  • Punto Unico di Accesso (PUA): accoglienza, informazione e orientamento ai servizi sociosanitari.

  • Assistenza primaria e specialistica: presenza di medici di base, pediatri e visite per esami diagnostici di primo livello (ecografie, ECG).

  • Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFoC): gestione a domicilio dei pazienti cronici e fragili.

  • Prevenzione e continuità: punti prelievi, vaccinazioni e guardia medica.

Il modello si articola su due livelli principali: le Case di Comunità Hub (strutture principali per bacini di 40.000–50.000 abitanti, aperte fino a 24 ore su 24) e le Case di Comunità Spoke (presidi periferici con orari più ridotti e servizi essenziali).

Il quadro normativo: come dovrebbero funzionare?

La normativa e l'Accordo Collettivo Nazionale (ACN) prevedono che i medici di medicina generale operino nelle Case di Comunità, ma senza un trasferimento esclusivo:

  • Presenza programmata: la partecipazione avviene per turni o fasce orarie dedicate (ambulatori integrati, gestione delle cronicità).

  • Mantenimento dello studio privato: i medici conservano la propria natura di liberi professionisti convenzionati e non sono tenuti a spostare la propria attività ordinaria nella nuova struttura.

  • Lavoro in rete (AFT): attraverso le Aggregazioni Funzionali Territoriali, i medici si coordinano a rotazione per garantire la copertura oraria e la condivisione delle schede cliniche.

La realtà dei fatti: le criticità di una riforma a metà

Sulla carta il modello funziona; nella pratica, rischia di reggersi a fatica sulle spalle di pochi professionisti, spesso già sopraffatti dal carico di lavoro. L'attuazione procede a macchia di leopardo, evidenziando un profondo divario tra la consegna dei "muri" (gli immobili ristrutturati con il PNRR) e l'effettiva erogazione dei servizi.

Tra i principali nodi irrisolti:

  • Carenza strutturale di personale: senza un piano massiccio di assunzioni di infermieri e medici, molte strutture rimangono scatole vuote.

  • Integrazione debole: il raccordo tra la parte sanitaria e i servizi sociali dei Comuni stenta a decollare.

  • Pronto Soccorso ancora intasati: non essendo le strutture pienamente operative H24, il flusso dei "codici bassi" verso gli ospedali non accenna a diminuire.

Vi sono indubbiamente alcune luci — laddove i PUA e gli infermieri di comunità sono stati attivati, il cittadino trova finalmente un punto di orientamento — ma il quadro generale resta fragile.

Il termometro del territorio: il caso comasco

Per comprendere il polso della situazione basta guardare a quanto accade nel territorio comasco, specchio di una realtà comune a molte altre province italiane.

Un recente articolo de La Provincia di Como ha acceso i riflettori sul crescente distacco percepito dai cittadini nei confronti del Servizio Sanitario. Un vuoto che ha spinto i comitati locali ad attivarsi con iniziative dal basso per riavvicinare i servizi alla popolazione. Nelle periferie e nei quartieri del capoluogo si chiede a gran voce la riapertura degli ex ambulatori comunali per creare piccoli sportelli di quartiere. Oggi, infatti, la semplice prenotazione di una visita si trasforma in un'odissea per un anziano: tra Fascicolo Sanitario e numeri verdi, ci si scontra regolarmente con agende bloccate o con disponibilità spostate a decine di chilometri di distanza.

Persino i tentativi di aiuto da parte di medici e infermieri in pensione, disposti a prestare servizio volontario, si scontrano spesso con il muro della burocrazia e le incertezze della politica locale.

Nel frattempo, la carenza di personale sta stravolgendo la geografia della medicina di base. Se un tempo il medico di famiglia curava i residenti del proprio rione, oggi le assegnazioni incrociate portano gli assistiti a spostarsi da un capo all'altro della città e della provincia. Risultato? Visite domiciliari sempre più difficili, ore perse nel traffico e costi di gestione alle stelle.

È in questo contesto che s'inserisce la scadenza di settembre: l'avvio dei turni obbligatori per i medici di base all'interno delle Case di Comunità. Chiedere ore aggiuntive di presenza a professionisti che hanno già sforato il massimale di assistiti — e con un'età media spesso elevata — rischia di trasformare una riforma virtuosa nell'ennesimo corto circuito.

Continuare a tagliare nastro rossi davanti a edifici ristrutturati mentre dentro mancano medici, infermieri e risorse non è riorganizzare la sanità: è fare propaganda sulla pelle dei pazienti. Non si può scaricare il peso dell'intero sistema su una classe medica esausta e su cittadini lasciati soli a districarsi tra burocrazia e agende chiuse. Le Case di Comunità non possono diventare l'ennesimo monumento allo spreco del PNRR. Se la politica non passa dalle inaugurazioni ai fatti concreti, la sanità di prossimità resterà soltanto una bella favola stampata sulla carta.

Non servono cali dall'alto o direttive burocratiche staccate dalla realtà: servono autonomia decisionale per i territori, ascolto dei sindaci e valorizzazione delle energie locali. Ridate ai quartieri e ai comuni le risorse per curare i propri cittadini.

Giorgio Bargna


 

venerdì 28 agosto 2026

DAL COMUNISMO AL “CLIMUNISMO”: QUANDO L’ECOLOGIA DIVENTA FANATISMO

 


Quando sfoglio le rassegne stampa di Arianna Editrice, mi soffermo sempre con interesse sui testi di Marcello Veneziani, cercandovi spunti e riflessioni da integrare nelle mie pubblicazioni. In un suo recente intervento, Veneziani introduce ed esamina un neologismo calzante: il “climunismo”.

Si tratta di un movimento ideologico globale che salda la sinistra politica all'ambientalismo radicale, ereditando dal comunismo storico la forma mentale e le categorie analitiche per applicarle alla crisi climatica. Spinti dall'allarmismo per le estati torride, i sostenitori di questa corrente vedono nel riscaldamento globale un processo inesorabile, trasformando la causa ambientale nella nuova lotta di classe:

  • La visione del mondo: Rigida e manichea, suddivide la società tra "buoni" e "cattivi".

  • Il nuovo "Nemico": Non è più soltanto il capitalista o il liberista, ma il negazionista climatico, accusato di complicità con il sistema.

  • La tesi di fondo: La crisi climatica non viene analizzata come fenomeno complesso, ma ridotta a colpa esclusiva dell'uomo e dello sfruttamento del pianeta da parte delle élite economiche.

Il "climunismo" combatte così un "termocapitalismo" reo di trasformare la Terra in una fornace per mero profitto. La ricetta proposta riprende l'impostazione marxista dell'«abolizione dello stato di cose presente», vagheggiando una società ideale che respinge il caldo non attraverso l'innovazione o il progresso, ma imponendo un rigido puritanesimo ecologico.

Sebbene i problemi di fondo siano reali — dalle alterazioni ambientali al consumismo sfrenato —, questa deriva ideologica commette l'errore di estremizzarli, sostituendo la ricerca di risposte concrete con uno scontro permanente. Un approccio che finisce per ignorare nodi cruciali:

  • I fattori naturali e cosmici: L'incidenza delle dinamiche geologiche e solari, ben più vaste dell'azione umana.

  • La pressione demografica: Una popolazione globale di otto miliardi di persone che esprime bisogni energetici complessi, incapaci di trovare risposta in sole formule di facciata.

  • La percezione e la fragilità culturale: Rispetto al passato, la nostra soglia di tolleranza si è notevolmente abbassata. Fenomeni una volta accettati come ciclicità stagionale vengono oggi vissuti con un senso di imminente apocalisse.

  • I precedenti allarmi inascoltati: Le proiezioni catastrofiste degli ultimi cinquant'anni mai verificatesi, che finiscono per alimentare uno scetticismo generalizzato.

Così facendo, la politica abdica al realismo e si incammina sulla tangenziale dell'integralismo, costringendo la società a scegliere tra due estremi egualmente sterili: la negazione irresponsabile del problema da un lato, e il fanatismo ideologico dall'altro. Questo clima di perenne allarme altera persino il nostro rapporto con la natura: il Sole, da millenario simbolo di vita e luce, viene rielaborato come minaccia mortale di cui l'uomo è l'unico colpevole.

La vera sfida della buona amministrazione e del pensiero critico non risiede nel cedere alle sirene dell'apocalisse o al comodo disinteresse, ma nel recuperare il senso del limite, del realismo e del buon senso. L'ecologia non può diventare una nuova fede punitiva né una clava ideologica contro la comunità: proteggere la nostra terra significa governare i cambiamenti con pragmatismo, rispetto delle identità locali e fiducia nel lavoro dell'uomo, senza mai barattare la ragione con il fanatismo.
Giorgio Bargna



martedì 25 agosto 2026

Oltre lo sciacallaggio: il vaccino come alibi per smantellare la sanità pubblica



 



Chi mi segue da anni conosce la mia posizione: ho fatto vaccinare mio figlio e me stesso per tutte le malattie che dispongono di un vaccino ampiamente testato, mentre a suo tempo ho criticato la vaccinazione anti-COVID perché priva delle necessarie garanzie. Certo, anche i vaccini sicuri comportano effetti indesiderati, ma — volendo essere pragmatici — anche viaggiare in auto comporta dei rischi.

Detto questo, parliamo di sciacallaggio.

Giornali e social rilanciano il caso della bambina di 4 anni morta, presumibilmente, di difterite. Sul caso specifico è giusto attendere gli accertamenti delle autorità. Ma la macchina mediatica si è già attivata sul corpo ancora caldo della bambina: accertato che non fosse vaccinata, si è scatenata la solita tifoseria nostalgica dell'epoca Covid.

Io ritengo raccomandabile vaccinarsi contro una malattia seria e con un vaccino collaudato come quello per la difterite. Ma il punto centrale è un altro, ed è ciò da cui stanno deviando l'attenzione: la difterite è una malattia seria, ma curabile. E in questo caso, a quanto pare, la bambina non è stata curata per tempo.

In un sistema sanitario sovraccarico, con medici di base introvabili e personale stremato, il rischio di non essere curati per patologie trattabili cresce esponenzialmente. Questo dettaglio viene ignorato per spingere il cittadino verso i vaccini: presidi facili da somministrare che trasferiscono risorse pubbliche direttamente alle multinazionali del farmaco.

Far credere che la prevenzione vaccinale possa sostituire un sistema ospedaliero efficiente è un'illusione utile. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nessuno nota lo schema di un sistema che:

  • a) Terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia funzionale al racconto;

  • b) Fornisce cure pubbliche sempre più inefficienti, spingendo verso il privato;

  • c) Promuove come salvifico l'unico strumento sanitario che non richiede strutture pubbliche funzionanti e garantisce un guadagno netto a Big Pharma?

Forse è ora di unire i puntini.

Nessuno qui nega il valore della prevenzione, ma i vaccini da soli non bastano se dietro c'è il deserto. Ridurre la tutela della salute a un'unica profilassi, mentre nei nostri comuni chiudono i presidi, i pronto soccorso scoppiano e i medici di famiglia scappano dal servizio pubblico, è una resa politica inaccettabile.

La vera priorità — quella di cui nessuno nei palazzi vuole parlare — è la ricostruzione della sanità pubblica territoriale. Difendere la salute dei nostri cittadini significa pretendere investimenti reali sui medici di medicina generale, sulle strutture di prossimità e sulla capacità di diagnosi e cura nei nostri ospedali. Se permettiamo che la risposta ad ogni crisi sanitaria diventi solo un'emergenza mediatica da delegare al privato o al bilancio delle farmaceutiche, avremo rinunciato al diritto fondamentale alla cura sancito dalla nostra Costituzione.

È ora di smetterla di guardare il dito e tornare a pretendere una sanità pubblica che funzioni, dalle profilassi fino ai letti d'ospedale.

Giorgio Bargna