sabato 1 agosto 2026

La trappola della complessità come l'analfabetismo funzionale sta cambiando il voto e la società



L'impatto invisibile dell'analfabetismo funzionale: dalla scrittura al voto

Di recente mi sono imbattuto più volte in pubblicazioni dedicate all'analfabetismo funzionale. Scrivendo e pubblicando regolarmente testi di una certa lunghezza, ho avvertito il bisogno di approfondire l'argomento. Volevo capire se il mio sforzo comunicativo rischiaste di perdersi nel vuoto.

L'analfabetismo funzionale non descrive chi non sa leggere o scrivere, ma chi possiede le competenze di base senza riuscire a usarle efficacemente nella vita di tutti i giorni. Come sancito dall'UNESCO nel 1984, è l'incapacità di comprendere e valutare i testi scritti per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie potenzialità. In sintesi: si comprendono le singole parole, ma non si afferra il quadro generale di un discorso complesso.

In Italia la situazione è critica e si divide in tre grandi fasce:

  1. Il 35% della popolazione (Livello 0-1) fatica anche con i testi più semplici. Queste persone individuano un dato isolato – come un orario su un cartello – ma si bloccano se la lettura richiede di confrontare informazioni o interpretare un paragrafo.

  2. Il 40% (Livello 2) comprende solo testi diretti e lineari. Leggono facilmente una ricetta o un articolo di cronaca, purché privi di figure retoriche o tecnicismi. Mostrano forti difficoltà davanti a contratti, informative sulla privacy o testi argomentativi.

  3. Solo il 25% (Livello 3+) possiede un'ottima capacità di analisi. Parliamo di un solo italiano su quattro in grado di cogliere l'ironia, verificare le fonti e smontare testi articolati.

All’origine di questo scenario ci sono la mancanza di una fruizione culturale continua dopo la scuola, il sovraccarico informativo dei canali digitali – che frammenta l'attenzione e penalizza la sintassi complessa – e un divario strutturale che ci vede ancora molto indietro rispetto alla media dei paesi OCSE.

Fatti due conti, sebbene il 65-70% degli italiani sia in grado di assimilare un testo semplice scritto in modo chiaro, basta l'introduzione di una minima complessità logica per dimezzare la platea di chi comprende davvero.

Come l'analfabetismo funzionale trasforma il voto

Le ripercussioni di questa frattura cognitiva non si limitano alla ricezione di un articolo, ma si riflettono direttamente sulla vita democratica e sul comportamento elettorale, manifestandosi attraverso quattro dinamiche principali:

  • Vulnerabilità alla disinformazione: L'incapacità di analizzare criticamente una fonte spinge a credere a notizie false, bufale e teorie del complotto. I messaggi politici basati su risposte emotive, stimoli visivi e narrazioni ultra-semplificate trovano qui un terreno ideale.

  • Predilezione per slogan e soluzioni facili: Le grandi questioni (come la gestione economica, i flussi migratori o le riforme strutturali) richiedono ragionamenti articolati. Chi soffre di questo deficit tende a premiare i leader che offrono rispostemmediate, dicotomiche ("noi contro loro") e prive di una reale fattibilità.

  • Percezione limitata all'esperienza diretta: Come evidenziato dal linguista Tullio De Mauro, l'analfabeta funzionale interpreta il mondo solo attraverso la propria sfera personale e immediata. Fatica a valutare gli effetti indiretti, collettivi o a lungo termine di una scelta politica.

  • Sfiducia istituzionale e voto di protesta: Questa barriera genera spesso un profondo risentimento verso la collettività e lo Stato. Il risultato è un grave disallineamento democratico, che si traduce nell'allontanamento totale dalle urne (astensionismo cronico) o in un voto di pura rabbia.

Il costo socioeconomico: produttività, povertà e criminalità

Le conseguenze colpiscono l'intero tessuto socioeconomico. Già nel 2001, uno studio del Northeast Institute evidenziava come le perdite economiche causate da bassa produttività, errori sul lavoro e incidenti legati all'analfabetismo funzionale ammontassero a miliardi di dollari all'anno. Esiste infatti un legame diretto tra le competenze degli adulti e il futuro del Paese: la ricerca sociologica dimostra che le nazioni con una solida competenza civica tra gli adulti registrano anche i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra i giovani.

Al contrario, la carenza di queste abilità espone le persone a intimidazioni sociali, rischi per la salute, stress cronico e redditi stabilmente bassi, creando un ponte invisibile verso la povertà e l'illegalità.

La correlazione tra criminalità e analfabetismo funzionale è un dato purtroppo noto a criminologi e sociologi. Nei primi anni 2000, le stime negli Stati Uniti indicavano che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che ben l'85% dei minorenni entrati nel circuito della giustizia minorile avesse gravi lacune nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Conclusione: la responsabilità di chi comunica

Tornando al mio dubbio iniziale, la risposta è sì: il nostro sforzo comunicativo ne risente profondamente. Scrivere oggi non significa più soltanto esprimere un'idea, ma fare i conti con la reale capacità di ricezione del pubblico.

Se la maggioranza dei cittadini fatica a decodificare la complessità, il rischio per chi pubblica testi articolati è duplice: essere fraintesi o, peggio, diventare invisibili. Ma la soluzione non può essere l'appiattimento culturale o la rinuncia alla profondità. Al contrario, la sfida per noi divulgatori e autori diventa quasi pedagogica. Dobbiamo imparare a padroneggiare la chiarezza senza sacrificare la precisione, usando una sintassi lineare come ponte per spiegare concetti complessi.

Solo riducendo l'attrito della lettura potremo sperare di stimolare quel pensiero critico che oggi, i dati dimostrano, è il vero e più fragile pilastro della nostra società.



 

venerdì 31 luglio 2026

Oltre il paravento economico: perché l'inverno demografico è soprattutto una scelta culturale


Negli scorsi giorni, a margine di uno dei vari incontri sul territorio, è emerso il tema dei flussi migratori. Parlo chiaramente di immigrazione regolare — che semmai andrebbe regolamentata meglio nel rapporto tra autoctoni e immigrati. Il mio parere, senza troppi fronzoli, è lineare: se gli italiani non fanno figli, il Paese si ferma. Di conseguenza, diventa quasi "obbligatorio" importare manovalanza e persone che facciano girare l'economia attraverso affitti, mutui, spese al supermercato, in farmacia, acquisti di automobili e chi più ne ha più ne metta. Al contempo, mi sembra evidente che i "padroni del vapore" non abbiano alcun interesse a incentivare gli italiani a sentirsi tali: un popolo unito, consapevole e responsabile. L'immigrato, d'altronde, è spesso più ricattabile sul piano salariale e riattiva consumi che gli italiani tendono a contrarre.

Certo, non nego le difficoltà oggettive: oggi in Italia si arriva all'indipendenza economica sempre più tardi, gli stipendi d'ingresso sono bassi e la precarietà rende difficile pianificare a lungo termine. L'accesso al credito e la casa rappresentano ostacoli reali, e cresce la percezione che un figlio sia un fattore di impoverimento per i redditi medio-bassi.
Ma, ragazzi, parliamoci chiaro. Venticinque o trent'anni fa, chi come me non sapeva con certezza se avrebbe portato a casa lo stipendio il mese successivo, metteva comunque su casa e faceva figli. Ci si privava del vestito firmato, della cucina all'ultima moda o del salotto di design.

È vero che, rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o i Paesi Nordici, la spesa pubblica italiana a sostegno della famiglia è storicamente carente e frammentata. È vero che sono mancati servizi per l'infanzia, congedi equiparati e agevolazioni fiscali strutturali. Ma nulla di tutto questo ce lo sognavamo noi trent'anni fa.
Possiamo tirare in ballo anche il fattore aritmetico: ci sono meno donne in età fertile rispetto al passato a causa del calo iniziato negli anni '70 e '80, per cui, con una platea ridotta, le nascite calerebbero anche a parità di fecondità. Ma qui le nascite non "diminuiscono" soltanto: stanno crollando.

La verità è che il fattore economico è diventato un comodo paravento. La questione è prima di tutto sociale e culturale.
Assistiamo a una ridefinizione radicale delle priorità individuali e del concetto stesso di vita e di coppia. La genitorialità non è più vista come una tappa naturale dell'età adulta o come un dovere verso la comunità e la famiglia d'origine. Il concetto di "sacrificio" in nome delle generazioni future oggi non è più dato per scontato. Il paradigma è cambiato: al centro ci sono il benessere personale, la carriera, il tempo libero, i viaggi, l'autonomia finanziaria.
Non si tratta solo di "non volere rotture", ma della presa di coscienza che un figlio richiede una dedizione totale e irreversibile. Molti semplicemente — e sì, diciamolo, egoisticamente — scelgono di non rinunciare alla propria libertà quotidiana. In un mondo "atomizzato", questa viene perfino contrabbandata come una scelta di responsabilità verso se stessi e verso un ipotetico bambino a cui non si vorrebbe stravolgere la vita.

Ma chi pensa ancora in termini di comunità, di territorio e di futuro, non può che interpretare tutto ciò per quello che è: individualismo. Perché la tenuta sociale, pensionistica e assistenziale di un Paese si regge unicamente sul ricambio generazionale. E allora, a questo punto, è inutile lamentarsi dei flussi migratori.
In sintesi: la ricerca della propria comodità e il rifiuto di addossarsi il peso della genitorialità giocano un ruolo di primissimo piano. Non si tratta di negare le difficoltà economiche, ma di riconoscere che si sommano a un cambio culturale profondo: se fare un figlio richiede un impegno enorme e la società non richiede né valorizza più quel sacrificio come un bene comune, la scelta di evitarlo diventa un'opzione comoda, diffusa e socialmente assolta.

Alla fine è una questione di coraggio. Trent'anni fa non eravamo più ricchi o più tutelati di oggi, avevamo semplicemente più fame di futuro e meno paura del sacrificio. 

Oggi abbiamo scambiato la libertà con la comodità. Ma la comodità ha un prezzo salatissimo: la fine della nostra identità e della nostra continuità. Chi oggi rifiuta il peso di un figlio non si lamenti domani se a pagare la sua pensione o a vivere nel suo quartiere sarà qualcuno arrivato da migliaia di chilometri di distanza. Perché la storia, come la natura, non sopporta il vuoto.

Giorgio Bargna


 

lunedì 27 luglio 2026

Dal disagio all'autonomia: difendiamo il nostro territorio e i diritti dei cittadini

 


Propongo oggi una riflessione sulla reale situazione che vivono i nostri cittadini: una sola parola la descrive ed è DISAGIO.

C’è stato un tempo in cui gli abitanti dei nostri quartieri — dalle periferie ai centri delle grandi e piccole città italiane — credevano sinceramente in un miglioramento concreto della qualità della vita. Si sperava in parchi più sicuri, strade curati, una sanità efficiente e una maggiore fruibilità di servizi, negozi e spazi pubblici.

Oggi, purtroppo, viviamo l'esatto contrario. Il quadro è quello di una cittadinanza oppressa e ferita da continui disservizi. Quel poco che la politica locale garantiva è scomparso: un po' per incapacità, un po' per i tagli continui dello Stato centrale agli Enti Locali. Un regresso che si sente sulla pelle ogni giorno: quando si scopre che una linea d'autobus è stata cancellata o quando un negozio sotto casa abbassa per sempre la saracinesca.

Treni, bus e tram sono sempre meno e costantemente in ritardo. Le strade sono bloccate da cantieri e deviazioni infinite, la sanità pubblica è al collasso — costringendo i cittadini al privato — e i medici di base scarseggiano. Il cittadino si sente inerme, imbrigliato da una burocrazia asfissiante. I parchi, abbandonati all'incuria, diventano terra di nessuno, inaccessibili ad anziani, mamme e bambini. Dopo il calare del sole, le piazze si trasformano in teatro di degrado e criminalità, rendendo persino una passeggiata serale un rischio reale, come leggiamo ogni giorno in cronaca.

Persino le scuole — prima fondamentale palestra di vita — versano in condizioni di vergognosa fatiscenza.

Questo decadimento generalizzato ha un impatto devastante sul piano emotivo: le persone si ammalano, cade la fiducia, crescono la rabbia e lo sconcerto. La politica promette mari e monti ma restituisce il deserto, ignorando la sofferenza di chi fa code infinite per un diritto negato. A "Lorsignori" la voce del popolo non interessa più; passa il messaggio che le priorità siano il riarmo e la guerra, mentre la vita quotidiana dei cittadini viene sacrificata.

Oggi ci accorgiamo, sbigottiti, di non essere più sicuri di nulla, nemmeno di portare una catenina al collo senza temere per la propria incolumità.

È giunto il momento di dire basta. Servono soluzioni concrete, affidate a persone che amano davvero il territorio e che sappiano guidarne il rilancio.


Cerchiamo argomentazioni e soluzioni concrete:

1. Sui tagli della politica e lo "Stato Centrale"

  • Autonomia differenziata e Trattenimento delle risorse.

  • L'argomentazione: «I tagli agli Enti Locali e il degrado che vivete non sono un caso, ma il risultato di un centralismo romano che usa i Comuni del Nord come bancomat. Il Nord produce la maggior parte del PIL e del gettito fiscale nazionale, ma i soldi dei cittadini lombardi, veneti e piemontesi finiscono nel "buco nero" della spesa pubblica centrale anziché tornare sul territorio under forma di autobus, medici e manutenzione delle strade.»

  • La soluzione: Pretendere il trattenimento di almeno il 75% delle tasse sul territorio di produzione (residuo fiscale) per finanziare direttamente i servizi locali senza attendere i "trasferimenti" da Roma.

2. Sanità al collasso e la mancanza di Medici di Base

  • Gestione regionale autonoma e stipendi adeguati.

  • L'argomentazione: «La sanità deve tornare a essere un'eccellenza territoriale. Se i medici di base mancano o vanno nel privato, è perché i tetti nazionali agli stipendi e la burocrazia del Ministero della Salute soffocano i nostri professionisti, che spesso preferiscono andare a lavorare oltreconfine (es. in Svizzera).»

  • La soluzione: Svincolare la sanità dai vincoli di spesa nazionali per pagare di più i medici locali, eliminare i test d'ingresso a numero chiuso imposti da Roma e valorizzare gli ospedali e i presidi di territorio.

3. Sicurezza, degrado nei parchi e criminalità serale

  • Controllo stringente del territorio, Polizia Locale potenziata e stop all'immigrazione clandestina.

  • L'argomentazione: «Se le mamme, i bambini e gli anziani non possono più usare i parchi ed è rischioso portare una catenina al collo, è perché si è tollerata per anni l'assenza di controllo e il degrado diffuso. La sicurezza non è di destra né di sinistra, è il primo dei diritti di un cittadino.»

  • La soluzione:

    1. Dare più poteri e dotazioni alla Polizia Locale (taser, strumenti operativi) trattandola come vera forza di sicurezza territoriale.

    2. Tolleranza zero per il vandalismo e le occupazioni abusive degli spazi pubblici.

    3. Presidio fisso nei quartieri critici e nelle stazioni.

4. Burocrazia, trasporti e "riarmo/guerra"

  • Pragmatismo locale contro le ideologie e la geopolitica d'élite.

  • L'argomentazione: «I cittadini soffrono la burocrazia e la mancanza di treni e bus perché le priorità della politica "di palazzo" sono staccate dalla realtà quotidiana. Si destinano risorse ed energie a dinamiche geopolitiche lontane o a vincoli ideologici (es. direttive europee su mobilità e casa) mentre le ferrovie locali e le strade provinciali cadono a pezzi.»

  • La soluzione: Sburocratizzare a livello regionale/comunale per far ripartire i cantieri utili e reinvestire i fondi pubblici nelle infrastrutture di prossimità (pendolari, mobilità locale, manutenzione ordinaria delle scuole).

In sintesi: che soldi del Nord restino al Nord per garantire sicurezza, sanità e servizi ai nostri cittadini. Meno burocrazia da Roma, più potere alle nostre comunità.


Giorgio Bargna





domenica 26 luglio 2026

Stipendi al palo o carovita fuori controllo? Perché la risposta è entrambe le cose

 


Spesso mi sono chiesto se negli ultimi anni fossero gli stipendi a non adeguarsi al costo della vita o se, al contrario, fosse quest'ultimo a galoppare troppo.

La risposta breve è: entrambe le cose. Ma con dinamiche specifiche che hanno stretto il potere d'acquisto in una vera e propria morsa, specialmente in Italia.

Analizzando i dati del decennio 2016-2026, emerge una combinazione micidiale: stagnazione salariale strutturale da un lato e fiammate inflazionistiche concentrate dall'altro. Quando il costo dei beni essenziali sale rapidamente e le buste paga rimangono rigide, il crollo del potere d'acquisto cessa di essere una mera percezione e diventa un dato di fatto. Il punto, quindi, non è solo l'aumento dei prezzi, ma la totale incapacità del nostro sistema retributivo di reagire con la dovuta reattività.

Stipendi al palo da trent'anni

Se il carovita è un'emergenza recente, la stasi degli stipendi è un male cronico. Non parliamo di un problema dell'ultimo decennio, e nemmeno dei due precedenti: l'Italia detiene il triste primato di un'unica performance negativa nell'area OCSE negli ultimi trent'anni.

Negli ultimi dieci anni, mentre in Germania o Francia i salari nominali crescevano al passo con l'inflazione (o persino al di sopra), in Italia i salari reali sono rimasti al palo o sono addirittura diminuiti. A frenare gli aumenti nei contratti collettivi contribuiscono la cronica scarsa crescita della produttività e la proliferazione di contratti a termine (di cui abbiamo già scritto più volte), part-time involontario e frammentazione contrattuale, che hanno impoverito la media salariale complessiva.

Lo strappo del costo della vita

Sull'altro fronte, il costo della vita non è salito in modo lineare, ma ha subito uno strappo violento a partire dal biennio 2021-2022. Dopo anni di inflazione quasi azzerata (2014-2020), la crisi energetica, le tensioni geopolitiche e le strozzature nelle catene di approvvigionamento post-pandemia hanno innescato una spinta inflazionistica record. A questo scenario si aggiungono oggi le tensioni militari nel Golfo e le conseguenti ritorsioni sugli stretti navali.

L'impatto si è abbattuto con durezza estrema sui beni di prima necessità e sulla casa:

  • Alimentari e carrello della spesa: Aumenti a doppia cifra accumulati nel giro di un biennio.

  • Energia e bollette: Un colpo diretto e devastante sui bilanci familiari.

  • Casa e mutui: L'impennata dei tassi d'interesse per contenere l'inflazione ha fatto schizzare le rate dei mutui variabili, mentre i canoni di locazione sono esplosi nelle aree urbane.

Oggi, per un operaio, un impiegato o un operatore sanitario, coprire i costi di un affitto o di un mutuo significa spesso impiegare un intero stipendio mensile.

Le contromisure: cosa serve fare subito

Il collasso è alle porte. Per evitarlo non servono palliativi, ma contromisure immediate e strutturali.

1. Adeguamento salariale al costo della vita reale

Occorre superare la logica dei Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) così come li conosciamo, che pretendono di trattare allo stesso modo territori con un costo della vita radicalmente diverso. Serve introdurre gabbie salariali "moderne" o rafforzare la contrattazione di secondo livello, prevedendo indennità territoriali o di residenza per chi lavora al Nord o in aree ad alto costo. Non si tratta di tagliare le retribuzioni altrove, ma di riconoscere un bonus carovita legato agli indici ISTAT locali sui prezzi e sull'abitare.

A questo va affiancata una decisa defiscalizzazione del welfare aziendale, rendendo del tutto esentasse i benefit legati alle spese primarie: buoni pasto, rimborsi utenze, trasporto pubblico e mutui.

2. Autonomia Fiscale e "Trattenuta del Residuo Fiscale"

Per far fronte sia alla stasi degli stipendi sia all'aumento dei costi, la proposta cardine è trattenere la ricchezza prodotta sul territorio:

  • Taglio delle aliquote IRPEF e IRES regionali: Lasciare una quota maggiore di tasse direttamente nei territori in cui vengono generate. Ridurre la pressione fiscale locale sui redditi medio-bassi significa aumentare subito lo stipendio netto in busta paga, senza caricare di ulteriori costi le imprese.

  • Detassazione di straordinari e premi di produttività: Azzerare o ridurre al minimo l'imposta sui premi legati all'efficienza aziendale per stimolare sia la produttività che le retribuzioni.

3. Calmiere sui "Costi Obbligati" e difesa dei Servizi Pubblici

L'inflazione punisce soprattutto chi vive in contesti dove i servizi essenziali sono cari o parzialmente privatizzati. Le risposte devono essere locali e mirate:

  • Sostegno alle tariffe di RSA e Sanità: Interventi diretti di Regioni ed Enti Locali per abbattere le rette delle strutture assistenziali e i ticket sanitari, evitando che le famiglie prosciughino i propri risparmi per curare anziani o fragili.

  • Politiche sull'Abitare: Agevolazioni fiscali per chi affitta a canone concordato a lavoratori residenti (infermieri, insegnanti, giovani coppie), così da frenare la bolla immobiliare.

  • Calmiere dei costi energetici: Spinta decisa sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) a livello comunale e provinciale, per autoprodurre energia e abbassare le bollette di famiglie e piccole imprese.

Diciamolo chiaramente: non stiamo parlando di assistenzialismo generico o di sussidi a pioggia. Parliamo di riallineare le buste paga al costo reale della vita e di attivare una gestione fiscale territoriale capace di finanziare i servizi sociali senza strozzare ulteriormente i cittadini.

Giorgio Bargna


Siamo un popolo: storia, lingua e folclore della terra Insubre




Chiacchierando amichevolmente con Giancarlo "Mimmo" Pagliarini, oggi siamo finiti a parlare della "Diada".

La maggior parte di voi si starà chiedendo di cosa si tratti. La Diada Nacional de Catalunya, che si celebra ogni anno l'11 settembre, è la festa nazionale ufficiale della Catalogna.

La ricorrenza ha un profondo significato storico: commemora la caduta di Barcellona dell'11 settembre 1714 per mano delle truppe borboniche di Filippo V, al termine di un assedio durato 14 mesi durante la Guerra di Successione Spagnola.

Più che una vittoria militare, la Diada simboleggia la resistenza, la cultura, la lingua e l'identità catalana, ricordando la perdita dell'autogoverno seguita dal Decreto de Nueva Planta. Negli ultimi decenni, inoltre, questa giornata è diventata un momento centrale per imponenti rivendicazioni politiche e indipendentiste.

Tra i vari eventi, sia istituzionali che tradizionali, si tengono le deposizioni floreali ai monumenti storici, grandi cortei pacifici nelle principali città (in particolare a Barcellona) e manifestazioni di cultura popolare, come le tradizionali torri umane (castellers) e i balli di sardana.

Oggi ribadivo a Mimmo ciò che scrivo da sempre: anche noi Insubri siamo un popolo. Ce lo siamo dimenticati, o forse, più semplicemente, ce lo hanno fatto dimenticare.

Il paragone è semplice: qui dalle nostre parti siamo gli eredi diretti del Ducato di Milano. Condividiamo una lingua, delle tradizioni e una cultura comune.

Fondato l'11 maggio 1395 da Gian Galeazzo Visconti e dissolto il 17 ottobre 1797 con il Trattato di Campoformio, il Ducato di Milano è stato uno dei più importanti Stati preunitari italiani. Situato nel cuore dell'Italia settentrionale, faceva formalmente parte del Sacro Romano Impero — pur essendo di fatto indipendente — e ha rappresentato per secoli il fulcro politico, economico e militare della Pianura Padana.

I suoi confini variarono notevolmente nel tempo. Con capitale Milano, il territorio comprendeva gran parte dell'odierna Lombardia (ad eccezione del Mantovano dei Gonzaga) ed arrivò ad estendersi, seppur temporaneamente, in parti di Emilia, Liguria, Corsica, Piemonte, Toscana, Veneto e nell'attuale Canton Ticino.

Dopo aver raggiunto la massima espansione sotto Gian Galeazzo, il Ducato andò progressivamente riducendosi, fino a comprendere — al termine dell'epoca austriaca — l'area racchiusa tra la Svizzera, il Ticino, il Po e l'Adda, oltre a parte del Cremonese e del Mantovano.

È proprio a questo territorio che mi riferisco. Una terra che ancora oggi — in un'epoca che guarda più ai numeri che alle radici storiche — trova un solido trait d'union nell'economia. Ma il legame, lo ribadisco, va ben oltre l'aspetto economico.

La lingua insubre (o lombardo occidentale) racchiude i parlati della Lombardia occidentale e del Canton Ticino, tutelati dall'UNESCO sotto l'ombrello della Lingua lombarda. Copre un territorio vastissimo: da Milano a Como, da Varese a Lecco, fino a Monza, Sondrio, il Verbano-Cusio-Ossola, Novara e l'intero Canton Ticino. Eppure in Italia, a differenza di quanto avviene in Svizzera, non gode ancora di alcuna tutela ufficiale.

In perfetto spirito con la Diada catalana e la riscoperta delle radici, voglio lasciarvi una gemma della nostra tradizione folk: i firlinfeu e i fregamusun.

Si tratta del tipico flauto di Pan brianzolo, fatto a mano con canne palustri di varia grandezza (dal flauto piccolo per la melodia, a quello grande per i bassi). Mentre "firlinfeu" è il nome più diffuso per strumento e suonatori, "fregamusun" è la variante più popolare e verace usata nel Comasco e in Brianza.

I concerti di firlinfeu sono un vero spettacolo di folclore: i suonatori ed il corpo di ballo indossano abiti contadini manzoniani del '600 e '700, accompagnando la musica con danze popolari e vivaci coreografie.

Sebbene l'epicentro sia la Brianza e l'area dei laghi — con centri storici come Cantù, Erba (con il celebre gruppo I Bej), Pusiano, Olgiate Molgora, Mandello, Oggiono, Sovico e Bernareggio — il flauto di canna ha segnato l'intera Insubria. Nel Varesotto, nel Verbano o in Ticino lo strumento era usato storicamente dai pastori con vari nomi locali, prima di cedere il passo ad ottoni e fisarmoniche.

A unire l'intera regione sono sempre gli stessi simboli: la canna palustre dei nostri fiumi (come Adda e Lambro) e l'abito festivo contadino d'epoca.

Spero di avervi trasmesso qualcosa di utile. Ma soprattutto, voglio ricordarvi ancora una volta la cosa più importante: siamo un popolo. E siamo un popolo capace di grande integrazione, che negli anni ha saputo accogliere e valorizzare chiunque sia venuto a dar forza alle nostre comunità.


Giorgio Bargna