Negli scorsi giorni, a margine di uno dei vari incontri sul territorio, è emerso il tema dei flussi migratori. Parlo chiaramente di immigrazione regolare — che semmai andrebbe regolamentata meglio nel rapporto tra autoctoni e immigrati. Il mio parere, senza troppi fronzoli, è lineare: se gli italiani non fanno figli, il Paese si ferma. Di conseguenza, diventa quasi "obbligatorio" importare manovalanza e persone che facciano girare l'economia attraverso affitti, mutui, spese al supermercato, in farmacia, acquisti di automobili e chi più ne ha più ne metta. Al contempo, mi sembra evidente che i "padroni del vapore" non abbiano alcun interesse a incentivare gli italiani a sentirsi tali: un popolo unito, consapevole e responsabile. L'immigrato, d'altronde, è spesso più ricattabile sul piano salariale e riattiva consumi che gli italiani tendono a contrarre.
Certo, non nego le difficoltà oggettive: oggi in Italia si arriva all'indipendenza economica sempre più tardi, gli stipendi d'ingresso sono bassi e la precarietà rende difficile pianificare a lungo termine. L'accesso al credito e la casa rappresentano ostacoli reali, e cresce la percezione che un figlio sia un fattore di impoverimento per i redditi medio-bassi.
Ma, ragazzi, parliamoci chiaro. Venticinque o trent'anni fa, chi come me non sapeva con certezza se avrebbe portato a casa lo stipendio il mese successivo, metteva comunque su casa e faceva figli. Ci si privava del vestito firmato, della cucina all'ultima moda o del salotto di design.
È vero che, rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o i Paesi Nordici, la spesa pubblica italiana a sostegno della famiglia è storicamente carente e frammentata. È vero che sono mancati servizi per l'infanzia, congedi equiparati e agevolazioni fiscali strutturali. Ma nulla di tutto questo ce lo sognavamo noi trent'anni fa.
Possiamo tirare in ballo anche il fattore aritmetico: ci sono meno donne in età fertile rispetto al passato a causa del calo iniziato negli anni '70 e '80, per cui, con una platea ridotta, le nascite calerebbero anche a parità di fecondità. Ma qui le nascite non "diminuiscono" soltanto: stanno crollando.
La verità è che il fattore economico è diventato un comodo paravento. La questione è prima di tutto sociale e culturale.
Assistiamo a una ridefinizione radicale delle priorità individuali e del concetto stesso di vita e di coppia. La genitorialità non è più vista come una tappa naturale dell'età adulta o come un dovere verso la comunità e la famiglia d'origine. Il concetto di "sacrificio" in nome delle generazioni future oggi non è più dato per scontato. Il paradigma è cambiato: al centro ci sono il benessere personale, la carriera, il tempo libero, i viaggi, l'autonomia finanziaria.
Non si tratta solo di "non volere rotture", ma della presa di coscienza che un figlio richiede una dedizione totale e irreversibile. Molti semplicemente — e sì, diciamolo, egoisticamente — scelgono di non rinunciare alla propria libertà quotidiana. In un mondo "atomizzato", questa viene perfino contrabbandata come una scelta di responsabilità verso se stessi e verso un ipotetico bambino a cui non si vorrebbe stravolgere la vita.
Ma chi pensa ancora in termini di comunità, di territorio e di futuro, non può che interpretare tutto ciò per quello che è: individualismo. Perché la tenuta sociale, pensionistica e assistenziale di un Paese si regge unicamente sul ricambio generazionale. E allora, a questo punto, è inutile lamentarsi dei flussi migratori.
In sintesi: la ricerca della propria comodità e il rifiuto di addossarsi il peso della genitorialità giocano un ruolo di primissimo piano. Non si tratta di negare le difficoltà economiche, ma di riconoscere che si sommano a un cambio culturale profondo: se fare un figlio richiede un impegno enorme e la società non richiede né valorizza più quel sacrificio come un bene comune, la scelta di evitarlo diventa un'opzione comoda, diffusa e socialmente assolta.
Alla fine è una questione di coraggio. Trent'anni fa non eravamo più ricchi o più tutelati di oggi, avevamo semplicemente più fame di futuro e meno paura del sacrificio.
Oggi abbiamo scambiato la libertà con la comodità. Ma la comodità ha un prezzo salatissimo: la fine della nostra identità e della nostra continuità. Chi oggi rifiuta il peso di un figlio non si lamenti domani se a pagare la sua pensione o a vivere nel suo quartiere sarà qualcuno arrivato da migliaia di chilometri di distanza. Perché la storia, come la natura, non sopporta il vuoto.
Giorgio Bargna

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