sabato 18 luglio 2026

Il residuo fiscale è legittimo: ce lo dice l'Europa



Devo ammettere che la mia sensibilità è più autonomista che secessionista, pur senza escludere a prescindere la seconda strada. In queste ore, una notizia cruciale arriva dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto l'amnistia spagnola per gli indipendentisti catalani compatibile con il diritto dell'Unione. Si tratta di una pronuncia che stabilisce un principio cardine, capace di andare ben oltre il caso specifico e di toccare da vicino tutte le istanze autonomiste e indipendentiste del continente.

Se non interpreto male, la sentenza europea sancisce due punti fondamentali. Il primo è che la concessione dell’amnistia per la responsabilità contabile (legata alle spese per il referendum) non compromette le finanze europee né lede gli interessi finanziari dell’Unione. Il secondo, ancora più dirompente, è che un'eventuale diminuzione del Reddito Nazionale Lordo (RNL) derivante dalla secessione di una parte del territorio non si pone in contrasto con il diritto europeo.

Senza cedere a facili entusiasmi, dobbiamo ricordare che il dossier catalano è da oltre dieci anni uno dei più delicati della politica comunitaria. Tra referendum, dichiarazioni unilaterali, processi e colpi di spugna normativi, la Spagna ha fatto da laboratorio: ha dimostrato che l’Unione deve gestire al proprio interno pulsioni identitarie profonde, che non possono più essere liquidate come mere questioni di ordine pubblico.

Analizziamo la portata economica e giuridica di questo passaggio. Sostenere che il calo del reddito nazionale a seguito di una separazione non violi il diritto Ue significa sgonfiare un grande spauracchio. Il diritto dell’Unione, infatti, non impone agli Stati membri di mantenere invariato il proprio PIL. Non esiste una norma europea che vieti a una regione di staccarsi sol perché questo ridurrebbe la ricchezza dello Stato centrale. Per anni, nei dibattiti su Catalogna, Scozia e sullo stesso Nord Italia, si è gridato all'incompatibilità della secessione con i trattati Ue per via dei rischi sulla stabilità economica e sul bilancio comunitario. La Corte ha chiarito che il mero calo del reddito non è un parametro di illegittimità europea.

Intendiamoci: l’Unione non ha legittimato le secessioni unilaterali né le incoraggia. Semplicemente, non le vieta con strumenti di diritto comunitario, considerandole fatti interni da gestire secondo le rispettive Costituzioni nazionali.

Ed è qui che il discorso si allarga e tocca un tema a me particolarmente caro: il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto i cittadini e le imprese di un territorio versano allo Stato sotto forma di tasse e quanto ricevono indietro in termini di spesa pubblica e servizi.

Se la secessione – che abbatte il reddito di uno Stato – non contrasta con il diritto Ue, a maggior ragione non può contrastarlo la richiesta di trattenere sul territorio il proprio residuo fiscale. Le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – rivendicano da anni una maggiore autonomia fiscale basandosi sull’articolo 116, terzo comma, della nostra Costituzione. Alla luce del pronunciamento europeo, questa battaglia non può più essere bollata come anti-europea o incompatibile con i vincoli di Bruxelles.

Trattenere risorse sul territorio e gestire direttamente una quota consistente del gettito non lede gli interessi finanziari dell’Unione. Al contrario, l'Europa ci offre oggi lo scudo giuridico per dimostrare che l'autonomia non è un atto di egoismo, ma una scelta di efficienza.


Da questo laboratorio europeo non dobbiamo quindi trarre un incentivo alla frammentazione fine a se stessa, quanto piuttosto la spinta a rifondare il rapporto tra territori e Stati centrali su basi nuove e più mature. La sentenza della Corte UE ci dice che l’architettura comunitaria è abbastanza flessibile da accogliere geometrie istituzionali diverse, purché orientate alla stabilità e alla responsabilità.

La sfida per il Nord Italia non è quella di inseguire strappi unilaterali logoranti, ma di fare dell'autonomia differenziata il motore di una modernizzazione complessiva. Gestire le proprie risorse non significa voltare le spalle all'Europa, ma interpretarne al meglio il principio fondante della sussidiarietà: fare a livello locale ciò che il centro non riesce più a fare con efficienza. Diventare padroni del proprio residuo fiscale si traduce nella possibilità di investire in infrastrutture strategiche, innovazione e welfare a chilometro zero, trasformando il blocco padano in una macro-regione europea iper-competitiva. L'Europa ha aperto una strada giuridica; ora sta alla politica italiana percorrere quella della responsabilità, dimostrando che un territorio più autonomo non indebolisce l'Unione, ma la arricchisce di nuove energie.

Giorgio Bargna 

mercoledì 15 luglio 2026

Metterci la faccia: il nostro Patto per tornare protagonisti



Lungo i sentieri della vita capita di incontrare — per caso o per destino — persone interessanti, stimolanti e capaci di fare rete. Recentemente mi è successo di imbattermi, attraverso un post su Facebook, in Francesco Ravenda, un giornalista digitale specializzato in informazione responsabile e giornalismo costruttivo. Questa è una visione che ci accomuna profondamente. Proprio partendo da alcune sue riflessioni, vorrei provare oggi a costruire delle metafore: non so quanto efficaci, ma sicuramente animate da un intento costruttivo e intelligente.

Prima metafora: Dagli "affittuari digitali" alla responsabilità reale

La visione di Ravenda: "Oggi ci sentiamo spesso 'inquilini in affitto' di piattaforme governate da algoritmi che non ci appartengono. In questo scenario, la nostra firma deve tornare a essere un bene rifugio. Ma per farlo, dobbiamo cambiare prospettiva su ciò che produciamo."

La mia riflessione: Se trasportiamo questo concetto nella nostra quotidianità, molti di noi oggi si sentono come piccoli atomi isolati, privi di reale potere di replica in un mondo governato da decisori politici e tecnocrati che spesso non possiamo scegliere e che non ci rappresentano.

In un contesto simile, metterci la faccia non è più una scelta, ma un dovere morale, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Chi, come me, lo fa scrivendo e facendo politica attiva in prima persona, chi seguendo la politica con occhio attento e critico, chi decidendo, finalmente, di tornare a votare.

Oggi, noi di "Patto per il Nord" vi presentiamo un movimento politico che vuole essere proprio questo: un'alternativa che si identifica e si incarna profondamente con il proprio territorio.

Seconda metafora: L'impegno come dono d'amore

La visione di Ravenda: "Produrre un contenuto digitale non dovrebbe essere un esercizio di stile per compiacere un motore di ricerca, ma un gesto simile a fare un regalo a una persona a cui volete bene. In un dono, ciò che conta è l’intenzione, il tempo e l’investimento emotivo che abbiamo sacrificato per renderlo unico. Se un contenuto non mostra alcuno sforzo o 'fatica' intellettuale, perché dovrebbe avere valore per chi lo legge?"

La mia riflessione: Questo principio vale ancora di più nella sfera pubblica: scrivere di politica e fare politica non possono ridursi a un esercizio di compiacimento per accaparrarsi "like" e voti. Tutto questo ha senso solo se guidato da un sentimento sincero. Alla politica vanno dedicati tempo, passione e un amore viscerale per la propria comunità. Del resto, se non siamo noi i primi a dimostrare questo legame profondo verso la nostra terra e i nostri concittadini, come possiamo pretendere che loro si fidino di noi?

La buona politica si fonda su un esercizio quotidiano di responsabilità: farsi domande difficili, sforzarsi di trovare risposte concrete e, soprattutto, mettersi in ascolto di chi chiede attenzione. Solo così l'impegno pubblico si trasforma in un dono di valore per tutti.

Terza metafora: Essere "Certificatori di Senso"

La visione di Ravenda:"Questa idea del 'contenuto come dono' si sposa con il concetto di Certificatore di Senso. Secondo questa visione, il senso non è un dato che esiste a prescindere, ma qualcosa che viene costruito e validato attraverso il racconto. Mentre l’intelligenza artificiale può gestire con precisione chirurgica il 'chi', il 'cosa' e il 'quando', essa rimane muta davanti al 'perché'. Certificare il senso significa assumersi la responsabilità di aggiungere contesto, morale e storia a quel materiale grezzo che l’algoritmo distribuisce istantaneamente."

La mia riflessione: Questo straordinario concetto si applica perfettamente anche alla politica. Oggi non possiamo più accontentarci del pensiero unico — nemmeno quando è un pensiero che ci piace o ci fa comodo. Abbiamo il dovere di accendere le nostre menti, di farci domande scomode e di metterci alla ricerca di risposte reali. Un'ideologia politica del passato, se ripetuta pigramente per decenni senza mai essere discussa, finisce per comportarsi proprio come un'Intelligenza Artificiale: si consolida nell'etere, ma perde del tutto la capacità di sviscerare i problemi reali e le esigenze concrete di oggi.

La politica locale e del territorio non può essere un algoritmo che ripete formule preimpostate. Dobbiamo essere noi, con la nostra presenza e la nostra testa, i veri "certificatori di senso" della nostra comunità, traducendo la teoria in risposte vive per il presente.

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente. Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnando si onestamente ed alacremente.

Il nostro patto: dalle parole all'azione

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente.

Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnandosi onestamente ed alacremente.

È proprio su questo patto di lealtà, presenza e ascolto reciproco che nasce e si fonda Patto per il Nord.

Non vogliamo più essere "inquilini in affitto" delle decisioni altrui, né vogliamo che il destino delle nostre comunità e delle nostre famiglie sia deciso da algoritmi lontani, da freddi calcoli romani o da una politica senza volto. Vogliamo tornare a essere i proprietari del nostro futuro, i custodi fieri della nostra terra.

Metterci la faccia, per noi, significa proprio questo: smettere di essere spettatori passivi di un declino imposto dall'alto ed entrare nell'arena a testa alta. Significa trasformare la rassegnazione in partecipazione, la rabbia in proposta.

Non vi chiediamo un semplice voto di delega, ma una camminata comune. Vi chiediamo di accendere la mente, di fare domande scomode e di pretendere, insieme a noi, risposte vive, concrete, reali.

Sforziamoci insieme di dare un senso nuovo al nostro domani. Spegniamo lo schermo, usciamo dal feed e torniamo a guardarci negli occhi. La nostra terra ha bisogno di persone che la amino davvero.

Noi ci siamo, pronti a fare la nostra parte. E voi, siete pronti a fare questo cammino con noi?

Giorgio Bargna 

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

domenica 12 luglio 2026

Contro il "Cittadino del Mondo": Cittadinanza e Comunità quali atti di resistenza


Un pensiero di Francesco Petrone, letto sulla rassegna stampa di "Arianna Editrice", mi offre lo spunto per affrontare un tema che mi sta profondamente a cuore: la Cittadinanza. L'essere Cittadino, rigorosamente con la C maiuscola.

L'articolo si apre con una tesi che condivido in toto: l'idea di essere “Cittadino del mondo” è un'assoluta impossibilità. Chiamatela retorica, ossimoro o pura sciocchezza; di certo non ha nulla a che fare con il nobile concetto filosofico dello "stare bene con il prossimo".

Essere Cittadino significa accettare dei margini invalicabili. Dentro questi confini prendono forma una comunità, una storia, una lingua e delle leggi. Al Cittadino appartengono diritti e doveri: il voto e le tasse, l'accesso alla sanità e la tutela del territorio.

Soprattutto, la cittadinanza ha senso solo se esiste un limite. Se tutti fossimo cittadini del mondo, nessuno sarebbe cittadino di nulla. Come ricordava Leopardi, citato da Petrone: "Quando Roma fu il mondo, nessuno fu romano."

Definisci pure "poetica" questa cittadinanza universale, ma poi prova a chiedere al mondo un parlamento, dei servizi finanziati dalle tasse, la protezione di un esercito o la tutela di un tribunale. Questo globalismo maldestro cerca di livellare tutto, cancellando nazioni, culture e specificità.

Scrive Petrone:«Ma se vengono cancellati i confini, si cancella anche il concetto stesso di città da cui viene "cittadino". Civis in latino significa membro di una civitas, cioè una città-stato. Quindi "cittadino del mondo" nega se stesso: senza Stato nessuno ha diritti esigibili. Chi tutela l'individuo se viene arrestato a Dubai o in Cina come "cittadino del mondo"? Nessuno. Senza doveri non esiste comunità. Se non vengono pagate le tasse da nessuna parte, non viene mantenuta nessuna scuola, nessun ospedale.»

Far parte di una comunità reale permette la nascita di un "Noi" in cui l'individuo si realizza come "Io" politico e sociale. Il "mondo globale", invece, ci condanna alla neutralità assoluta: ci chiede di non scegliere, e quindi di non essere.

In sostanza, la globalizzazione appiattisce e nega ogni forma di cittadinanza particolare. A questo proposito, Petrone cita Chesterton: «Cosmopolita vuol dire che non hai patria. E chi non ha patria, non ha nemmeno casa».

Questo non fa che confermare una tesi che sostengo da anni: il solidarismo, la fratellanza e l'altruismo reali nascono solo all'interno di un legame di gruppo; tutto il resto non è che atomizzazione sociale.

Certi miti ideologici hanno radici lontane. Petrone definisce queste visioni "lennoniane", figlie di quella cultura hippie e new age che tra gli anni Sessanta e Settanta lanciò lo slogan "la mia patria è il mondo intero". Un mondo senza confini, senza nazioni e senza bandiere in cui i concetti di pace, amore, musica e viaggi si fondevano – aggiungerei io – con l'uso di droghe.

Oggi quella stessa utopia ci viene riproposta sotto formule diverse e con un lessico rinnovato dai nuovi "padroni del vapore". Nel mondo dominato dai PowerPoint, dai fondi europei, dalle banche e dalle multinazionali, le grandi oligarchie sostituiscono e surclassano un cittadino ormai sistematicamente deresponsabilizzato.

E come ci ricorda giustamente Petrone: «Possiamo osservare che quando il cittadino del mondo è troppo deresponsabilizzato, è fatale che si addensino nubi di guerre, genocidi, illegittimità, sfruttamento. È lì che le grandi imprese prendono decisioni al posto delle istituzioni, svuotate delle loro funzioni originarie».

A causa di questa logica globalizzatrice, il potere decisionale è scivolato nelle mani del privato. Non del cittadino comune, ovviamente, ma di un privato dotato di capitali immensi, capace di controllare armamenti, media e fondi d'investimento; un privato che dispone delle banche e degli eserciti più grandi. Possiamo definirlo a tutti gli effetti un nuovo "feudalesimo finanziario": nel momento in cui lo Stato viene smantellato e l'etica messa al bando, a prevalere restano unicamente gli interessi della speculazione economica.

Riabilitare il concetto di Cittadinanza, oggi, non è un esercizio di sterile nostalgia, ma un atto di vera e propria resistenza. Dire di no all'illusione del "cittadino del mondo" significa rifiutare il ruolo di sudditi passivi di questo feudalesimo finanziario. Significa riscoprire che i diritti non cadono dall'alto dei mercati, ma si conquistano e si difendono dentro i confini di una comunità reale, fatta di volti, di doveri condivisi, di storia e di leggi. Solo tornando a essere cittadini di una civitas concreta potremo sottrarre il nostro futuro alle logiche dei "padroni del vapore" e restituire all'individuo la sua dignità di "Io" politico, libero e responsabile.

Giorgio Bargna