Un pensiero di Francesco Petrone, letto sulla rassegna stampa di "Arianna Editrice", mi offre lo spunto per affrontare un tema che mi sta profondamente a cuore: la Cittadinanza. L'essere Cittadino, rigorosamente con la C maiuscola.
L'articolo si apre con una tesi che condivido in toto: l'idea di essere “Cittadino del mondo” è un'assoluta impossibilità. Chiamatela retorica, ossimoro o pura sciocchezza; di certo non ha nulla a che fare con il nobile concetto filosofico dello "stare bene con il prossimo".
Essere Cittadino significa accettare dei margini invalicabili. Dentro questi confini prendono forma una comunità, una storia, una lingua e delle leggi. Al Cittadino appartengono diritti e doveri: il voto e le tasse, l'accesso alla sanità e la tutela del territorio.
Soprattutto, la cittadinanza ha senso solo se esiste un limite. Se tutti fossimo cittadini del mondo, nessuno sarebbe cittadino di nulla. Come ricordava Leopardi, citato da Petrone: "Quando Roma fu il mondo, nessuno fu romano."
Definisci pure "poetica" questa cittadinanza universale, ma poi prova a chiedere al mondo un parlamento, dei servizi finanziati dalle tasse, la protezione di un esercito o la tutela di un tribunale. Questo globalismo maldestro cerca di livellare tutto, cancellando nazioni, culture e specificità.
Scrive Petrone:«Ma se vengono cancellati i confini, si cancella anche il concetto stesso di città da cui viene "cittadino". Civis in latino significa membro di una civitas, cioè una città-stato. Quindi "cittadino del mondo" nega se stesso: senza Stato nessuno ha diritti esigibili. Chi tutela l'individuo se viene arrestato a Dubai o in Cina come "cittadino del mondo"? Nessuno. Senza doveri non esiste comunità. Se non vengono pagate le tasse da nessuna parte, non viene mantenuta nessuna scuola, nessun ospedale.»
Far parte di una comunità reale permette la nascita di un "Noi" in cui l'individuo si realizza come "Io" politico e sociale. Il "mondo globale", invece, ci condanna alla neutralità assoluta: ci chiede di non scegliere, e quindi di non essere.
In sostanza, la globalizzazione appiattisce e nega ogni forma di cittadinanza particolare. A questo proposito, Petrone cita Chesterton: «Cosmopolita vuol dire che non hai patria. E chi non ha patria, non ha nemmeno casa».
Questo non fa che confermare una tesi che sostengo da anni: il solidarismo, la fratellanza e l'altruismo reali nascono solo all'interno di un legame di gruppo; tutto il resto non è che atomizzazione sociale.
Certi miti ideologici hanno radici lontane. Petrone definisce queste visioni "lennoniane", figlie di quella cultura hippie e new age che tra gli anni Sessanta e Settanta lanciò lo slogan "la mia patria è il mondo intero". Un mondo senza confini, senza nazioni e senza bandiere in cui i concetti di pace, amore, musica e viaggi si fondevano – aggiungerei io – con l'uso di droghe.
Oggi quella stessa utopia ci viene riproposta sotto formule diverse e con un lessico rinnovato dai nuovi "padroni del vapore". Nel mondo dominato dai PowerPoint, dai fondi europei, dalle banche e dalle multinazionali, le grandi oligarchie sostituiscono e surclassano un cittadino ormai sistematicamente deresponsabilizzato.
E come ci ricorda giustamente Petrone: «Possiamo osservare che quando il cittadino del mondo è troppo deresponsabilizzato, è fatale che si addensino nubi di guerre, genocidi, illegittimità, sfruttamento. È lì che le grandi imprese prendono decisioni al posto delle istituzioni, svuotate delle loro funzioni originarie».
A causa di questa logica globalizzatrice, il potere decisionale è scivolato nelle mani del privato. Non del cittadino comune, ovviamente, ma di un privato dotato di capitali immensi, capace di controllare armamenti, media e fondi d'investimento; un privato che dispone delle banche e degli eserciti più grandi. Possiamo definirlo a tutti gli effetti un nuovo "feudalesimo finanziario": nel momento in cui lo Stato viene smantellato e l'etica messa al bando, a prevalere restano unicamente gli interessi della speculazione economica.
Riabilitare il concetto di Cittadinanza, oggi, non è un esercizio di sterile nostalgia, ma un atto di vera e propria resistenza. Dire di no all'illusione del "cittadino del mondo" significa rifiutare il ruolo di sudditi passivi di questo feudalesimo finanziario. Significa riscoprire che i diritti non cadono dall'alto dei mercati, ma si conquistano e si difendono dentro i confini di una comunità reale, fatta di volti, di doveri condivisi, di storia e di leggi. Solo tornando a essere cittadini di una civitas concreta potremo sottrarre il nostro futuro alle logiche dei "padroni del vapore" e restituire all'individuo la sua dignità di "Io" politico, libero e responsabile.
Giorgio Bargna

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