Ultimamente ci si interroga spesso sulle cause della crescente disaffezione verso la politica e del conseguente aumento dell'astensionismo.
Molti sono convinti che il fenomeno sia dovuto principalmente alla perdita di fiducia, generata dall'immobilismo delle istituzioni di fronte ai bisogni concreti dei cittadini. Altri, con una retorica più populista, si limitano ad accusare la classe politica di corruzione.
Se sulla prima tesi concordo pienamente — la politica si è allontanata dalle persone, o meglio, è stata costruita nel tempo una struttura deliberatamente distante dalla realtà quotidiana — resto invece molto scettico sulla seconda. La politica è fatta dagli uomini e, per quanto la disonestà sia purtroppo una componente intrinseca dell'animo umano, il fenomeno delle tangenti, del clientelismo e degli affari illeciti non è certo una novità. Eppure, in passato, nonostante tali dinamiche esistessero già, i cittadini non rinunciavano a votare o a partecipare attivamente alla vita politica.
A mio avviso, hanno inciso principalmente due fattori. In primo luogo, l'atomizzazione della società ha reso gli individui più egoisti, isolati e ripiegati su se stessi; questo imbarbarimento dei rapporti umani si riflette inevitabilmente sulla politica, proprio come accade in ogni altro aspetto del vivere quotidiano. A ciò si aggiunge la totale assenza di veri statisti, una carenza che ha di fatto impedito sia la nascita di nuove visioni, sia la necessaria evoluzione o modernizzazione delle ideologie esistenti.
Ma io considero che allontanare le persone dalla politica sia stata una scelta consapevole. In quest'ottica, l'allontanamento dei cittadini non è un effetto collaterale, ma una tattica di sopravvivenza del sistema.
Se la politica ha deciso, consciamente, di creare questo vuoto, lo ha fatto per ragioni strategiche ben precise:
- Riduzione del conflitto interno: Gestire un'assemblea, una sezione di partito o un movimento di base richiede compromessi, fatica e ascolto. Governare un elettorato passivo, raggiunto solo tramite algoritmi o campagne di marketing, è infinitamente più semplice. Si elimina il "disturbo" della base che contesta, propone o pretende.
- Gestione della complessità: Molte scelte politiche contemporanee (specialmente in economia o infrastrutture) sono impopolari o dettate da vincoli esterni. Allontanare le persone significa creare un velo di complessità: se il cittadino non capisce i meccanismi, non può contestare le scelte. Il distacco diventa una forma di protezione per chi governa.
- Conservazione dello status quo: Una classe dirigente che si auto-seleziona e che comunica solo col proprio cerchio ristretto teme chiunque arrivi dal basso con una visione alternativa. "Atomizzare" la società significa impedire che si formino classi dirigenti nuove, movimenti radicali o sindacati forti che potrebbero scalzare l'establishment.
- La politica come casta autoreferenziale: Quando il legame col territorio si spezza, la politica cessa di essere una missione civica e diventa una professione. Chi la pratica ha tutto l'interesse a mantenere alta la barriera tra "noi" (i decisori) e "voi" (i cittadini), trasformando il palazzo in una fortezza autosufficiente.
Di conseguenza l'astensionismo non è un fallimento della democrazia, ma si tramuta in un successo del sistema: se la partecipazione è bassa, il peso dei "pochi" che gestiscono il potere è proporzionalmente più alto e meno contrastato. È una forma di "democrazia protetta" dal disinteresse.
Tradotto non siamo semplicemente di fronte a politici incapaci, impreparati, ma a politici, tecnici, gruppi di potere che hanno deciso che il cittadino, nel suo ruolo di partecipante attivo, è diventato un elemento di rischio anziché una risorsa.
Ma tornerei anche a parlare di statisti. La carenza di statisti è probabilmente la condizione necessaria affinché questo distacco consapevole potesse consolidarsi.
Se ci fossero stati ancora degli statisti — figure con una visione di lungo periodo, capaci di guardare oltre il prossimo sondaggio o la prossima scadenza elettorale — la strategia del "divide et impera" o dell'isolamento del cittadino non avrebbe potuto attecchire così profondamente.
Ecco perché la mancanza di statisti è il vero "abilitatore" di questo scenario:
- Lo statista coltiva, il politico "gestisce": Lo statista ha come obiettivo la crescita del tessuto sociale e la formazione di cittadini consapevoli, perché sa che una democrazia forte ha bisogno di persone che pensano. Il politico di basso profilo, invece, teme il cittadino consapevole perché lo vede come un potenziale critico. La mancanza di statisti ha fatto sì che la politica diventasse pura "gestione dell'esistente", dove ogni energia viene spesa per la conservazione del potere, non per la costruzione del futuro.
- La perdita della pedagogia politica: Un tempo, i grandi leader avevano anche una funzione pedagogica: spiegavano le scelte difficili, cercavano di elevare il dibattito, sfidavano il popolo a crescere insieme al Paese. Senza statisti, questa funzione è morta. Si è passati dal "guidare la società" al "seguire i flussi dell'opinione pubblica", il che ha portato inevitabilmente a un linguaggio più povero, a soluzioni di corto respiro e, in ultima analisi, al disinteresse dei cittadini.
- La sostituzione della visione con la tattica: Lo statista è colui che costruisce ponti tra il presente e il futuro (infrastrutture, riforme di sistema, patti sociali). La politica priva di statisti è diventata tatticismo puro. Senza una visione alta, l'unico modo per mantenere il potere è isolare gli avversari e, di riflesso, allontanare i cittadini, perché ogni coinvolgimento reale della base elettorale diventerebbe un fattore di instabilità per i piccoli equilibri quotidiani del potere.
- Il vuoto di autorità morale: La statura dello statista funge da argine naturale contro la corruzione e il clientelismo. Quando mancano queste figure di riferimento, il sistema si adagia su logiche di convenienza. Il "pizzico di disonestà" di cui scrivevi inizialmente — che prima era un'eccezione tollerata all'interno di un sistema comunque vitale — in assenza di una guida morale diventa la norma.
- In sostanza, lo statista è colui che "abbraccia" la complessità della società, mentre il politico senza visione la "teme". Il distacco consapevole di cui parlavamo prima è, in fondo, la prova definitiva che al comando non ci sono più persone interessate al bene comune, ma solo amministratori delegati di un sistema che ha paura del proprio azionista di maggioranza: il popolo.
Io però, come pochi altri non demordo, mi ribello a questa situazione, scendendo in campo, titpolare di una squadra che io definisco gli "Artigiani della Politica"!
L'artigiano è colui che lavora con le mani, che cura il dettaglio, che conosce la materia prima (il territorio, le persone, i problemi reali) e che non cerca la produzione in serie, ma il pezzo unico, fatto con dedizione.
Ecco perché questa figura oggi è così preziosa e, allo stesso tempo, così fragile:
- Il recupero della dimensione umana: L'artigiano della politica è colui che ancora "ci mette la faccia" in modo autentico. Mentre la grande politica (quella dei "top manager" o dei leader televisivi) usa slogan preconfezionati, l'artigiano cerca il confronto diretto. È quello che ancora gira tra la gente, che ascolta le lamentele sui cantieri, sulla sanità, sui servizi, e prova a dare risposte che abbiano senso in quel contesto specifico.
- La resistenza al "sistema": Definendoli artigiani, ammetti implicitamente che operano fuori dalla catena di montaggio del potere centrale. Loro non hanno i grandi megafoni mediatici, non hanno il controllo degli algoritmi che gestiscono il consenso, ma hanno una risorsa che il sistema ha perso: la credibilità locale. È una forma di resistenza silenziosa.
- Il rischio dell'isolamento: Il problema è che l'artigianato, in un mondo dominato dalla grande distribuzione industriale, rischia di restare confinato ai margini. Il sistema, per sopravvivere e consolidare il distacco consapevole di cui parlavamo, tende a ignorare o a neutralizzare questi "artigiani", perché il loro modo di fare politica mette in luce, per contrasto, la vacuità dei grandi leader.
- Il valore pedagogico del "fare": L'artigiano della politica insegna ancora che la politica è fatica, studio e presenza costante. Anche se non cambiano le sorti del Paese con un colpo di mano, riescono a mantenere vivo il tessuto civile di una comunità. Senza questi artigiani, avremmo già assistito al collasso totale della fiducia tra le istituzioni e i cittadini.
La politica non è "morta", ma si è ritirata nelle botteghe, esiste ancora una base di persone che cerca di mantenere un contatto reale con la realtà.
Oggi, quale "Artigiano della Politica" ho scelto di aderire a "Patto per il Nord".
Identificarmi così all'interno di una formazione che mette al centro il territorio — e le sue specifiche esigenze — è una scelta coerente per chi ha deciso di non subire l'atomizzazione, ma di provare a ricucire il tessuto sociale partendo dalla prossimità.
Chi fa politica oggi, con onestà intellettuale, può provare a invertire la rotta:
- Il territorio come anticorpo: L'atomizzazione della società, di cui parlavamo, si combatte più facilmente a livello locale. È molto più difficile per il "sistema" creare distacco e opacità quando la politica è fatta di persone che vivono gli stessi disservizi, gli stessi cantieri (come la Tremezzina) e le stesse dinamiche sanitarie del cittadino. Il "Patto per il Nord" può fungere da laboratorio dove si pratica la politica come cura del particolare, contrapponendosi alla politica come slogan universale.
- La sfida della scala: Il grande rischio per un "artigiano" dentro un movimento è sempre quello di farsi assorbire dalla logica dell'apparato. Tuttavia, se il movimento mantiene l'identità di "Patto per il Nord", si pone come una forza che non cerca di scalare il potere centrale con le regole del gioco odierno, ma di proteggere l'interesse di una macro-regione storica ed economica. Questo è un modo per rifiutare la "globalizzazione" della politica che ha allontanato i cittadini.
- La credibilità come capitale: In un'epoca di astensionismo, la mia attività di scrittura e la mia presenza pubblica sono strumenti fondamentali. Un "artigiano" che comunica bene, che spiega i motivi delle criticità (dalla sanità alle infrastrutture) e che non si nasconde dietro un linguaggio tecnico-burocratico, diventa un punto di riferimento naturale. La gente torna a fidarsi se percepisce che non c'è una "strategia di manipolazione" dietro, ma un interesse reale per il benessere collettivo.
- Il punto critico è la difficoltà di far percepire questa differenza. Quando la sfiducia è così profonda, anche chi è sincero viene guardato con sospetto. La sfida per chi sta dentro un movimento come il "Patto per il Nord" è proprio quella di dimostrare, con la costanza dei fatti, che esiste un modo di fare politica che non è "contro" la gente, ma "con" la gente.
In questo scenario, la politica ha smesso di essere un ponte per diventare una barriera, un esercizio consapevole di distanziamento per evitare il fastidio del confronto. La carenza di statisti, figure capaci di visione e di pedagogia civile, ha spalancato le porte a una gestione burocratica e autoreferenziale, dove la frammentazione della società è diventata uno strumento per governare senza opposizione.
Eppure, in questo panorama desolante, non tutto è perduto. Esiste ancora chi — all'interno di movimenti attenti al territorio come il "Patto per il Nord" — sceglie di operare come un "artigiano della politica". Non si tratta di venditori di illusioni, ma di persone che continuano a sporcarsi le mani con i problemi reali, quelli che non finiscono nei sondaggi ma che definiscono la qualità della vita di una comunità.
Forse la vera sfida non è più quella di scalare un sistema che si è voluto costruire lontano, ma quella di ricostruire la fiducia un metro alla volta, partendo dal basso. La disillusione dei cittadini è profonda, ed è legittima, ma è proprio qui che l'artigiano deve dimostrare la differenza: non promettendo un futuro radioso, ma tornando a spiegare, a discutere e a testimoniare che, nonostante tutto, la politica resta l'unica, faticosa via per prendersi cura del bene comune.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
