Visualizzazione post con etichetta casta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta casta. Mostra tutti i post

mercoledì 12 agosto 2026

L'Europa dei Popoli: unire la potenza continentale, salvare le Autonomie Locali




 

Si parla sempre più spesso di Sovranismo. Vale la pena dedicarci del tempo per fare chiarezza.

Per sovranismo si intende un’ideologia e un movimento politico incentrato sulla difesa e sul recupero della sovranità nazionale: il potere supremo del singolo Stato di decidere sulle proprie leggi, politiche ed economie senza condizionamenti esteri o sovranazionali. Il termine si è diffuso prevalentemente negli anni 2010 per descrivere le posizioni critiche verso la globalizzazione e verso le istituzioni europee.

I pilastri tradizionali del sovranismo sono quattro:

  • Sovranità politica e giuridica: Primato della costituzione e delle leggi nazionali sui trattati internazionali.

  • Controllo dei confini: Gestione autonoma delle frontiere e politiche restrittive sull'immigrazione.

  • Sovranità economica e monetaria: Opposizione al liberismo globale e alla delocalizzazione per tutelare la produzione interna (talvolta con la proposta di abbandonare le monete uniche).

  • Identità culturale: Difesa delle tradizioni locali e nazionali contro l'omologazione culturale.

Se devo identificarmi in una visione sovranista, la mia adesione parte innanzitutto dalla tutela dell'identità culturale e dall'opposizione al liberismo selvaggio e alle delocalizzazioni. Un tempo ero contrario anche alla moneta unica; negli anni mi sono convinto che il vero problema non risieda nella valuta in sé, ma nell'architettura politica che la governa.

Di conseguenza, la mia posizione rifiuta le etichette tradizionali di destra o sinistra per promuovere un sovranismo territoriale e autonomista: una visione che rivendica la sovranità per le specifiche regioni, le comunità e i territori storici all'interno del continente.

La gabbia burocratica dell'Unione Europea

L'Unione Europea di oggi ha sostituito la politica con la tecnocrazia: un sistema rigido di norme, decreti e sentenze dove il cosiddetto "Stato di diritto" è diventato una super-regola intoccabile. Il risultato è che la sovranità non appartiene più al popolo tramite il voto, ma è stata trasferita a giudici, burocrati e funzionari non elettivi.

Tuttavia, quando le nazioni cedono la propria sovranità a questa UE, si verifica un cortocircuito: quel potere non rende l'Europa più forte, semplicemente scompare in un buco nero burocratico. Gli Stati si ritrovano svuotati e impotenti, mentre l'Unione resta incapace di agire in modo deciso sul piano globale.

La contraddizione del sovranismo classico

Le ragioni di chi si oppone a questo sistema sono comprensibili: fa bene chi rifiuta di accettare l'UE come un destino inevitabile e vuole ridare voce a cittadini che si sentono espropriati a casa propria. L'errore del sovranismo tradizionale risiede però nella ricetta: pensare di risolvere i problemi del XXI secolo rifugiandosi nel vecchio Stato-nazione centralizzato è un'illusione.

Il nostro obiettivo deve essere il doppio superamento dello Stato-nazione: bisogna liberarsi sia dal centralismo soffocante di Bruxelles, sia da quello rigido di capitali come Roma o Parigi, restituendo il potere alle reali comunità territoriali.

Nel mondo attuale — dominato dalla globalizzazione e da colossi come Stati Uniti e Cina — un singolo Paese o territorio è troppo piccolo per difendersi da solo. Europa e territori non devono essere per forza nemici. Il problema non è l'idea di un'Europa unita, ma questa Unione Europea.

I sovranisti tradizionali commettono una doppia incoerenza:

  1. Accusano l'Europa di essere debole, ma rifiutano qualsiasi integrazione politica che possa renderla forte;

  2. Criticano l'egemonia americana, ma impediscono la nascita dell'unica potenza continentale in grado di farle da contropeso.

Rifiutando un'Europa politica, il sovranismo di vecchio stampo finisce per condannare i propri popoli a rimanere subalterni ai mercati finanziari e alle superpotenze straniere.

Un'alternativa federale, territoriale ed europea

Per affrontare le sfide dell'economia, della difesa, dell'ambiente e della politica estera, la sovranità perduta a livello locale e nazionale deve essere ricostruita su scala continentale.

Serve un'Europa fondata sul vero principio di sussidiarietà — vicina all'idea dell'Europa delle Regioni e dei Popoli cara a Gianfranco Miglio — basata su una chiara e pragmatica divisione dei ruoli:

  • Al Vertice (Europa-Potenza): La gestione di ciò che richiede una forza continentale — difesa comune, grande strategia estera, politica energetica, tutela delle frontiere esterne e grandi reti infrastrutturali.

  • Alla Base (Territori e Regioni): L'autonomia decisionale su ciò che attiene alla vita quotidiana dei cittadini — fiscalità di prossimità, tutela della cultura e della lingua locale, istruzione, welfare e gestione diretta del territorio.

Il conflitto tra sovranismo e Unione Europea va superato modificando entrambi i termini della questione: serve un sovranismo più europeo e un'Europa più sovranista.

Conclusione: L'Europa dei Popoli

È tempo di far uscire questa visione dal campo del mito, del folklore o della semplice protesta, per conferirle la veste di una proposta politica concreta, democratica e federale.

Propongo un modello confederale e imperiale nel senso più nobile del termine: un organismo politico capace di proteggere e valorizzare le diversità al suo interno, e di proiettare la propria potenza all'esterno.

Perché non basta criticare l'Unione Europea di oggi: bisogna avere il coraggio di costruire l'Europa delle Comunità e dei Popoli di domani.

Giorgio Bargna

venerdì 31 luglio 2026

Oltre il paravento economico: perché l'inverno demografico è soprattutto una scelta culturale


Negli scorsi giorni, a margine di uno dei vari incontri sul territorio, è emerso il tema dei flussi migratori. Parlo chiaramente di immigrazione regolare — che semmai andrebbe regolamentata meglio nel rapporto tra autoctoni e immigrati. Il mio parere, senza troppi fronzoli, è lineare: se gli italiani non fanno figli, il Paese si ferma. Di conseguenza, diventa quasi "obbligatorio" importare manovalanza e persone che facciano girare l'economia attraverso affitti, mutui, spese al supermercato, in farmacia, acquisti di automobili e chi più ne ha più ne metta. Al contempo, mi sembra evidente che i "padroni del vapore" non abbiano alcun interesse a incentivare gli italiani a sentirsi tali: un popolo unito, consapevole e responsabile. L'immigrato, d'altronde, è spesso più ricattabile sul piano salariale e riattiva consumi che gli italiani tendono a contrarre.

Certo, non nego le difficoltà oggettive: oggi in Italia si arriva all'indipendenza economica sempre più tardi, gli stipendi d'ingresso sono bassi e la precarietà rende difficile pianificare a lungo termine. L'accesso al credito e la casa rappresentano ostacoli reali, e cresce la percezione che un figlio sia un fattore di impoverimento per i redditi medio-bassi.
Ma, ragazzi, parliamoci chiaro. Venticinque o trent'anni fa, chi come me non sapeva con certezza se avrebbe portato a casa lo stipendio il mese successivo, metteva comunque su casa e faceva figli. Ci si privava del vestito firmato, della cucina all'ultima moda o del salotto di design.

È vero che, rispetto ad altri Paesi europei come la Francia o i Paesi Nordici, la spesa pubblica italiana a sostegno della famiglia è storicamente carente e frammentata. È vero che sono mancati servizi per l'infanzia, congedi equiparati e agevolazioni fiscali strutturali. Ma nulla di tutto questo ce lo sognavamo noi trent'anni fa.
Possiamo tirare in ballo anche il fattore aritmetico: ci sono meno donne in età fertile rispetto al passato a causa del calo iniziato negli anni '70 e '80, per cui, con una platea ridotta, le nascite calerebbero anche a parità di fecondità. Ma qui le nascite non "diminuiscono" soltanto: stanno crollando.

La verità è che il fattore economico è diventato un comodo paravento. La questione è prima di tutto sociale e culturale.
Assistiamo a una ridefinizione radicale delle priorità individuali e del concetto stesso di vita e di coppia. La genitorialità non è più vista come una tappa naturale dell'età adulta o come un dovere verso la comunità e la famiglia d'origine. Il concetto di "sacrificio" in nome delle generazioni future oggi non è più dato per scontato. Il paradigma è cambiato: al centro ci sono il benessere personale, la carriera, il tempo libero, i viaggi, l'autonomia finanziaria.
Non si tratta solo di "non volere rotture", ma della presa di coscienza che un figlio richiede una dedizione totale e irreversibile. Molti semplicemente — e sì, diciamolo, egoisticamente — scelgono di non rinunciare alla propria libertà quotidiana. In un mondo "atomizzato", questa viene perfino contrabbandata come una scelta di responsabilità verso se stessi e verso un ipotetico bambino a cui non si vorrebbe stravolgere la vita.

Ma chi pensa ancora in termini di comunità, di territorio e di futuro, non può che interpretare tutto ciò per quello che è: individualismo. Perché la tenuta sociale, pensionistica e assistenziale di un Paese si regge unicamente sul ricambio generazionale. E allora, a questo punto, è inutile lamentarsi dei flussi migratori.
In sintesi: la ricerca della propria comodità e il rifiuto di addossarsi il peso della genitorialità giocano un ruolo di primissimo piano. Non si tratta di negare le difficoltà economiche, ma di riconoscere che si sommano a un cambio culturale profondo: se fare un figlio richiede un impegno enorme e la società non richiede né valorizza più quel sacrificio come un bene comune, la scelta di evitarlo diventa un'opzione comoda, diffusa e socialmente assolta.

Alla fine è una questione di coraggio. Trent'anni fa non eravamo più ricchi o più tutelati di oggi, avevamo semplicemente più fame di futuro e meno paura del sacrificio. 

Oggi abbiamo scambiato la libertà con la comodità. Ma la comodità ha un prezzo salatissimo: la fine della nostra identità e della nostra continuità. Chi oggi rifiuta il peso di un figlio non si lamenti domani se a pagare la sua pensione o a vivere nel suo quartiere sarà qualcuno arrivato da migliaia di chilometri di distanza. Perché la storia, come la natura, non sopporta il vuoto.

Giorgio Bargna


 

lunedì 27 luglio 2026

Dal disagio all'autonomia: difendiamo il nostro territorio e i diritti dei cittadini

 


Propongo oggi una riflessione sulla reale situazione che vivono i nostri cittadini: una sola parola la descrive ed è DISAGIO.

C’è stato un tempo in cui gli abitanti dei nostri quartieri — dalle periferie ai centri delle grandi e piccole città italiane — credevano sinceramente in un miglioramento concreto della qualità della vita. Si sperava in parchi più sicuri, strade curati, una sanità efficiente e una maggiore fruibilità di servizi, negozi e spazi pubblici.

Oggi, purtroppo, viviamo l'esatto contrario. Il quadro è quello di una cittadinanza oppressa e ferita da continui disservizi. Quel poco che la politica locale garantiva è scomparso: un po' per incapacità, un po' per i tagli continui dello Stato centrale agli Enti Locali. Un regresso che si sente sulla pelle ogni giorno: quando si scopre che una linea d'autobus è stata cancellata o quando un negozio sotto casa abbassa per sempre la saracinesca.

Treni, bus e tram sono sempre meno e costantemente in ritardo. Le strade sono bloccate da cantieri e deviazioni infinite, la sanità pubblica è al collasso — costringendo i cittadini al privato — e i medici di base scarseggiano. Il cittadino si sente inerme, imbrigliato da una burocrazia asfissiante. I parchi, abbandonati all'incuria, diventano terra di nessuno, inaccessibili ad anziani, mamme e bambini. Dopo il calare del sole, le piazze si trasformano in teatro di degrado e criminalità, rendendo persino una passeggiata serale un rischio reale, come leggiamo ogni giorno in cronaca.

Persino le scuole — prima fondamentale palestra di vita — versano in condizioni di vergognosa fatiscenza.

Questo decadimento generalizzato ha un impatto devastante sul piano emotivo: le persone si ammalano, cade la fiducia, crescono la rabbia e lo sconcerto. La politica promette mari e monti ma restituisce il deserto, ignorando la sofferenza di chi fa code infinite per un diritto negato. A "Lorsignori" la voce del popolo non interessa più; passa il messaggio che le priorità siano il riarmo e la guerra, mentre la vita quotidiana dei cittadini viene sacrificata.

Oggi ci accorgiamo, sbigottiti, di non essere più sicuri di nulla, nemmeno di portare una catenina al collo senza temere per la propria incolumità.

È giunto il momento di dire basta. Servono soluzioni concrete, affidate a persone che amano davvero il territorio e che sappiano guidarne il rilancio.


Cerchiamo argomentazioni e soluzioni concrete:

1. Sui tagli della politica e lo "Stato Centrale"

  • Autonomia differenziata e Trattenimento delle risorse.

  • L'argomentazione: «I tagli agli Enti Locali e il degrado che vivete non sono un caso, ma il risultato di un centralismo romano che usa i Comuni del Nord come bancomat. Il Nord produce la maggior parte del PIL e del gettito fiscale nazionale, ma i soldi dei cittadini lombardi, veneti e piemontesi finiscono nel "buco nero" della spesa pubblica centrale anziché tornare sul territorio under forma di autobus, medici e manutenzione delle strade.»

  • La soluzione: Pretendere il trattenimento di almeno il 75% delle tasse sul territorio di produzione (residuo fiscale) per finanziare direttamente i servizi locali senza attendere i "trasferimenti" da Roma.

2. Sanità al collasso e la mancanza di Medici di Base

  • Gestione regionale autonoma e stipendi adeguati.

  • L'argomentazione: «La sanità deve tornare a essere un'eccellenza territoriale. Se i medici di base mancano o vanno nel privato, è perché i tetti nazionali agli stipendi e la burocrazia del Ministero della Salute soffocano i nostri professionisti, che spesso preferiscono andare a lavorare oltreconfine (es. in Svizzera).»

  • La soluzione: Svincolare la sanità dai vincoli di spesa nazionali per pagare di più i medici locali, eliminare i test d'ingresso a numero chiuso imposti da Roma e valorizzare gli ospedali e i presidi di territorio.

3. Sicurezza, degrado nei parchi e criminalità serale

  • Controllo stringente del territorio, Polizia Locale potenziata e stop all'immigrazione clandestina.

  • L'argomentazione: «Se le mamme, i bambini e gli anziani non possono più usare i parchi ed è rischioso portare una catenina al collo, è perché si è tollerata per anni l'assenza di controllo e il degrado diffuso. La sicurezza non è di destra né di sinistra, è il primo dei diritti di un cittadino.»

  • La soluzione:

    1. Dare più poteri e dotazioni alla Polizia Locale (taser, strumenti operativi) trattandola come vera forza di sicurezza territoriale.

    2. Tolleranza zero per il vandalismo e le occupazioni abusive degli spazi pubblici.

    3. Presidio fisso nei quartieri critici e nelle stazioni.

4. Burocrazia, trasporti e "riarmo/guerra"

  • Pragmatismo locale contro le ideologie e la geopolitica d'élite.

  • L'argomentazione: «I cittadini soffrono la burocrazia e la mancanza di treni e bus perché le priorità della politica "di palazzo" sono staccate dalla realtà quotidiana. Si destinano risorse ed energie a dinamiche geopolitiche lontane o a vincoli ideologici (es. direttive europee su mobilità e casa) mentre le ferrovie locali e le strade provinciali cadono a pezzi.»

  • La soluzione: Sburocratizzare a livello regionale/comunale per far ripartire i cantieri utili e reinvestire i fondi pubblici nelle infrastrutture di prossimità (pendolari, mobilità locale, manutenzione ordinaria delle scuole).

In sintesi: che soldi del Nord restino al Nord per garantire sicurezza, sanità e servizi ai nostri cittadini. Meno burocrazia da Roma, più potere alle nostre comunità.


Giorgio Bargna





mercoledì 15 luglio 2026

Metterci la faccia: il nostro Patto per tornare protagonisti



Lungo i sentieri della vita capita di incontrare — per caso o per destino — persone interessanti, stimolanti e capaci di fare rete. Recentemente mi è successo di imbattermi, attraverso un post su Facebook, in Francesco Ravenda, un giornalista digitale specializzato in informazione responsabile e giornalismo costruttivo. Questa è una visione che ci accomuna profondamente. Proprio partendo da alcune sue riflessioni, vorrei provare oggi a costruire delle metafore: non so quanto efficaci, ma sicuramente animate da un intento costruttivo e intelligente.

Prima metafora: Dagli "affittuari digitali" alla responsabilità reale

La visione di Ravenda: "Oggi ci sentiamo spesso 'inquilini in affitto' di piattaforme governate da algoritmi che non ci appartengono. In questo scenario, la nostra firma deve tornare a essere un bene rifugio. Ma per farlo, dobbiamo cambiare prospettiva su ciò che produciamo."

La mia riflessione: Se trasportiamo questo concetto nella nostra quotidianità, molti di noi oggi si sentono come piccoli atomi isolati, privi di reale potere di replica in un mondo governato da decisori politici e tecnocrati che spesso non possiamo scegliere e che non ci rappresentano.

In un contesto simile, metterci la faccia non è più una scelta, ma un dovere morale, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Chi, come me, lo fa scrivendo e facendo politica attiva in prima persona, chi seguendo la politica con occhio attento e critico, chi decidendo, finalmente, di tornare a votare.

Oggi, noi di "Patto per il Nord" vi presentiamo un movimento politico che vuole essere proprio questo: un'alternativa che si identifica e si incarna profondamente con il proprio territorio.

Seconda metafora: L'impegno come dono d'amore

La visione di Ravenda: "Produrre un contenuto digitale non dovrebbe essere un esercizio di stile per compiacere un motore di ricerca, ma un gesto simile a fare un regalo a una persona a cui volete bene. In un dono, ciò che conta è l’intenzione, il tempo e l’investimento emotivo che abbiamo sacrificato per renderlo unico. Se un contenuto non mostra alcuno sforzo o 'fatica' intellettuale, perché dovrebbe avere valore per chi lo legge?"

La mia riflessione: Questo principio vale ancora di più nella sfera pubblica: scrivere di politica e fare politica non possono ridursi a un esercizio di compiacimento per accaparrarsi "like" e voti. Tutto questo ha senso solo se guidato da un sentimento sincero. Alla politica vanno dedicati tempo, passione e un amore viscerale per la propria comunità. Del resto, se non siamo noi i primi a dimostrare questo legame profondo verso la nostra terra e i nostri concittadini, come possiamo pretendere che loro si fidino di noi?

La buona politica si fonda su un esercizio quotidiano di responsabilità: farsi domande difficili, sforzarsi di trovare risposte concrete e, soprattutto, mettersi in ascolto di chi chiede attenzione. Solo così l'impegno pubblico si trasforma in un dono di valore per tutti.

Terza metafora: Essere "Certificatori di Senso"

La visione di Ravenda:"Questa idea del 'contenuto come dono' si sposa con il concetto di Certificatore di Senso. Secondo questa visione, il senso non è un dato che esiste a prescindere, ma qualcosa che viene costruito e validato attraverso il racconto. Mentre l’intelligenza artificiale può gestire con precisione chirurgica il 'chi', il 'cosa' e il 'quando', essa rimane muta davanti al 'perché'. Certificare il senso significa assumersi la responsabilità di aggiungere contesto, morale e storia a quel materiale grezzo che l’algoritmo distribuisce istantaneamente."

La mia riflessione: Questo straordinario concetto si applica perfettamente anche alla politica. Oggi non possiamo più accontentarci del pensiero unico — nemmeno quando è un pensiero che ci piace o ci fa comodo. Abbiamo il dovere di accendere le nostre menti, di farci domande scomode e di metterci alla ricerca di risposte reali. Un'ideologia politica del passato, se ripetuta pigramente per decenni senza mai essere discussa, finisce per comportarsi proprio come un'Intelligenza Artificiale: si consolida nell'etere, ma perde del tutto la capacità di sviscerare i problemi reali e le esigenze concrete di oggi.

La politica locale e del territorio non può essere un algoritmo che ripete formule preimpostate. Dobbiamo essere noi, con la nostra presenza e la nostra testa, i veri "certificatori di senso" della nostra comunità, traducendo la teoria in risposte vive per il presente.

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente. Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnando si onestamente ed alacremente.

Il nostro patto: dalle parole all'azione

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente.

Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnandosi onestamente ed alacremente.

È proprio su questo patto di lealtà, presenza e ascolto reciproco che nasce e si fonda Patto per il Nord.

Non vogliamo più essere "inquilini in affitto" delle decisioni altrui, né vogliamo che il destino delle nostre comunità e delle nostre famiglie sia deciso da algoritmi lontani, da freddi calcoli romani o da una politica senza volto. Vogliamo tornare a essere i proprietari del nostro futuro, i custodi fieri della nostra terra.

Metterci la faccia, per noi, significa proprio questo: smettere di essere spettatori passivi di un declino imposto dall'alto ed entrare nell'arena a testa alta. Significa trasformare la rassegnazione in partecipazione, la rabbia in proposta.

Non vi chiediamo un semplice voto di delega, ma una camminata comune. Vi chiediamo di accendere la mente, di fare domande scomode e di pretendere, insieme a noi, risposte vive, concrete, reali.

Sforziamoci insieme di dare un senso nuovo al nostro domani. Spegniamo lo schermo, usciamo dal feed e torniamo a guardarci negli occhi. La nostra terra ha bisogno di persone che la amino davvero.

Noi ci siamo, pronti a fare la nostra parte. E voi, siete pronti a fare questo cammino con noi?

Giorgio Bargna 

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

sabato 27 giugno 2026

Oltre la retorica dei flussi: la mutazione antropologica da Pasolini a Massimo Fini

 



Immigrazione, "maranza", remigrazione: tre termini che da qualche tempo a questa parte dominano i notiziari e infiammano il dibattito pubblico.

Nel seguire queste dinamiche, mi è capitato spesso di trovarmi d’accordo con le riflessioni di due intellettuali culturalmente e storicamente distanti tra loro, ma uniti da una straordinaria lucidità antropologica: Massimo Fini e Pier Paolo Pasolini.

Recentemente,, mi sono imbattuto in una riflessione, che se la memoria non mi inganna è attribuibile a Fini, ma che anche in caso contrario ricalca le sue idee e, che fotografa perfettamente la situazione. Condivido appieno il punto di vista:

"È impossibile negare seriamente l’esigenza storica del capitale di trovare negli immigrati la sua armata di riserva, ma c’è di più: l’economia ipertrofica porta con sé una concezione del mondo (l’economia al comando) e un’antropologia (l’individuo intercambiabile), e tutto ciò ha degli effetti sociali profondi."

In questo paradigma, l'economia si regge sul puro calcolo e gli esseri umani diventano semplici ingranaggi interscambiabili. Non contano l'origine, l'identità, la fede o la cultura di provenienza; ciò che conta è esclusivamente la capacità di produrre, vendere e consumare.

Al di là delle suggestioni poetiche che accompagnano questa analisi, aggiungo unanlapidaria  conclusione di Ennio Chiodi:

"Altro che remigrazione! In nome dei diritti dell’uomo non si possono respingere masse di persone senza documenti, figuriamoci se sarebbe possibile 'remigrare' qualcuno. È fantascienza".

Una cosa è certa: con l’avvento della stagione globalista (convenzionalmente avviata nel 1991), che ha posto come dogma la libera circolazione di capitali, merci e persone, si è scardinato un sistema millenario. C’è un dato di fatto incontestabile: la deregolamentazione dei flussi finanziari e, soprattutto, delle "risorse umane" segna l’inizio della fine dello Stato sovrano. Di conseguenza, si svuota la possibilità stessa delle comunità nazionali di incidere sui processi decisionali attraverso le proprie rappresentanze democratiche. In questo senso, l’Unione Europea rappresenta la piena attuazione di questo processo di smantellamento delle sovranità nazionali.

Sull'altro fronte, chi sostiene una visione opposta sposa generalmente la tesi secondo cui l’immigrazione sia una fonte intrinseca di arricchimento culturale, un valore aggiunto generato proprio dall'apporto delle diversità.

Veniamo ora alla visione di Pier Paolo Pasolini. Una visione radicata in una sinistra d'altri tempi: un'intellettualità eretica, capace di "vedere l'oltre" e di ragionare fuori dagli schemi dogmatici, in netto contrasto con l'omologazione ideologica degli ultimi decenni.

Quella di Pasolini non è una teoria politica in senso tradizionale, bensì una profonda radiografia antropologica animata da una sensibilità poetica quasi profetica. Per comprendere il suo pensiero sul legame tra capitalismo e immigrazione, occorre unire due elementi chiave: la sua critica al "nuovo potere" consumistico e la sua visione, a tratti mitica e drammatica, dei popoli che premono ai confini dell'Europa.

Il punto di partenza è il concetto pasoliniano di mutazione antropologica. Egli identificava nel neocapitalismo una forza devastante, capace di alterare geneticamente il popolo italiano. L'omologazione consumistica, diffusa capillarmente attraverso la televisione e la nascente cultura di massa, ha distrutto le culture locali, i valori del mondo contadino e la diversità dei modelli di vita. Pasolini non esitò a definire questo edonismo strisciante come il "nuovo fascismo": un potere totalitario molto più efficace di quello precedente, perché non impone il conformismo con la forza, ma lo inocula attraverso l'illusione della libertà e del benessere individuali. La modernizzazione ha così trasformato i cittadini in puri consumatori, svuotando l'esistenza di significati profondi e legami solidali, e riducendo l'idea di "bene" al solo possesso di oggetti superflui.

È in questo contesto di totale aridità culturale che si inserisce lo sguardo lungimirante di Pasolini, capace di scorgere cinquant'anni fa il nostro presente. Nella sua celebre e apocalittica Profezia, il poeta descrive l'arrivo in massa di milioni di diseredati che, travolgendo la quiete borghese e il razionalismo occidentale, avrebbero messo in crisi le fondamenta stesse della civiltà europea ("Distruggeranno Roma..."). Questa dinamica non è una mera analisi sociologica, ma una visione sacrale e tragica: i nuovi "barbari" che risalgono dal Sud del mondo sono destinati a sovvertire un ordine occidentale che ha rinnegato la sacralità della vita in nome del profitto.

Per Pasolini, capitalismo e immigrazione sono dunque le due facce della stessa medaglia. Da un lato, il capitalismo crea un mondo vacante e standardizzato, incapace di accogliere davvero l'altro se non come ingranaggio produttivo; dall'altro, i flussi migratori sono il sintomo macroscopico di un benessere occidentale che poggia su un'ingiustizia globale sistemica.

Pasolini non ha lasciato in eredità ricette politiche o soluzioni pronte all'uso. Ci ha lasciato, però, un avvertimento disperato e lucidissimo: il nostro modello di vita, fondato sulla mercificazione assoluta, era fatalmente destinato a scontrarsi con la realtà umana e fisica di chi non ha nulla da perdere. Di chi, proprio in virtù di quella primordiale disperazione, possiede ancora una forza vitale capace di "cambiare il corso del cielo".

L'immigrazione di massa e il fenomeno dei 'maranza' non sono incidenti di percorso, ma le conseguenze inevitabili del dogma globalista iniziato nel 1991. Come intuito da Fini e profetizzato da Pasolini, il neocapitalismo ipertrofico ha imposto una 'mutazione antropologica' che riduce l'essere umano a un ingranaggio interscambiabile, distruggendo le sovranità nazionali, le identità e la democrazia in nome della libera circolazione di merci e 'risorse umane'. Da un lato, l'Occidente ha svuotato i propri cittadini trasformandoli in puri consumatori; dall'altro, la pressione disperata dei popoli del Sud del mondo si appresta a travolgere un sistema che ha rinnegato la vita per il profitto. Parlare di 'remigrazione' in questo contesto è pura fantascienza: siamo di fronte al tramonto inevitabile della civiltà liberale, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni globali.

Lontano dagli slogan della politica urlata, la realtà ci dice che non si risolve il problema gestendo l'emergenza con i respingimenti di facciata, né spalancando le porte in nome di un falso umanitarismo che fa il gioco del capitale. La vera soluzione è la de-globalizzazione: ridare dignità e confini agli Stati, restituire un'identità ai popoli e fermare lo sfruttamento globale che sradica gli uomini dalle loro patrie per trasformarli in merci interscambiabili.

Suggerirei dunque:

Un ritorno a un'economia nazionale programmata e incentrata sulla sostenibilità locale, non sul profitto ipertrofico delle multinazionali. Se si smette di concepire la società come un'azienda che deve crescere quantitativamente ogni anno, cessa anche la necessità patologica di importare manodopera a basso costo per deprimere i salari dei lavoratori locali.

Spostare l'asse del dibattito sui diritti umani. Il primo vero diritto non è quello di scappare, ma il diritto di rimanere nella propria terra. Questo significa proporre una geopolitica che cessi il saccheggio delle risorse nel Sud del mondo da parte delle corporazioni occidentali e spinga per la sovranità alimentare ed economica dei paesi in via di sviluppo. Solo curando la ferita alla radice si ferma l'emorragia migratoria.

Il recupero della sovranità monetaria, legislativa e doganale. Uno Stato per definirsi tale deve poter decidere chi entra, come entra e per fare cosa, sottraendo i flussi migratori all'arbitrio dei mercati finanziari e rimettendoli sotto il controllo delle rappresentanze democratiche del popolo.

Una ricostruzione culturale radicale. Per accogliere o per integrare (o persino per porre dei confini sani) serve una comunità che sappia chi è. Bisogna proporre il recupero delle identità storiche, della cultura comunitaria e dei legami di solidarietà locali contro l'individualismo atomizzato del mercato. Solo una società culturalmente forte non si fa omologare e non crea ghetti nichilisti.

Giorgio Bargna


mercoledì 24 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)


Quarta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Ci dedichiamo oggi ad energie ed infrastrutture.

Energia: una priorità strategica per la competitività e l'autonomia del Paese
La questione energetica rappresenta la priorità trasversale per eccellenza: il suo impatto abbraccia la competitività delle imprese, il benessere delle famiglie e l’autonomia strategica dell’Italia. Se la transizione energetica è una necessità imprescindibile, essa deve essere governata con pragmatismo, evitando approcci ideologici che rischierebbero di compromettere il nostro sistema produttivo.

Neutralità tecnologica: una scelta di responsabilità
Per un Paese a forte vocazione manifatturiera come l’Italia, l’esclusione di tecnologie basata su pregiudizi ideologici è un lusso che non possiamo permetterci. Sosteniamo con convinzione il principio di neutralità tecnologica: ogni fonte — rinnovabili, gas naturale come vettore di transizione, nucleare di nuova generazione, idrogeno (dove economicamente sostenibile), geotermia e biomasse — deve essere valorizzata. Il criterio di selezione è semplice e rigoroso: ogni soluzione che garantisca sicurezza, affidabilità ed efficienza economica deve trovare spazio nel nostro mix energetico.

L’energia come motore, non come balzello
L’energia deve tornare a essere una leva di competitività e non un mero strumento di politica fiscale o punitiva. Le attuali accise sull’energia si traducono, di fatto, in una tassa sulla produzione. È essenziale che la bolletta energetica delle imprese — in particolare in un motore economico come il Nord Italia — converga rapidamente verso la media europea, invertendo l'attuale tendenza.

Autonomia come obiettivo geopolitico
La dipendenza da fornitori instabili è un rischio geopolitico oltre che un insostenibile onere economico. L’Italia deve puntare all’autonomia energetica. In questo scenario, il Nord, forte della sua dotazione infrastrutturale e tecnologica, è chiamato a ricoprire il ruolo di piattaforma strategica per la diversificazione delle forniture nazionali.

Realismo nei tempi e nei modi
La transizione deve essere graduale e realistica. I tempi di attuazione non possono essere dettati da calendari politici arbitrari, ma devono essere subordinati alla maturità tecnologica e alla sostenibilità economica. Forzare la transizione oltre le reali capacità di adattamento del sistema industriale significa distruggere valore e occupazione, senza produrre benefici ambientali tangibili.


L’infrastruttura come motore: superare il freno strutturale del Nord
Il ritardo infrastrutturale del Nord non è un problema di settore, ma un freno strutturale allo sviluppo. L’area più produttiva del Paese è oggi paralizzata da infrastrutture che non riescono più a sostenere il ritmo dell’economia.

Il divario con i competitor europei è evidente e misurabile in termini di velocità di collegamento, capacità logistica, connettività digitale e intermodalità. Per colmare questa distanza, le priorità d’azione devono essere radicali:

1. Corridoi europei: connettere, non isolare
Il completamento dei grandi assi di connessione (Brennero, Terzo Valico, Alta Velocità verso Est) richiede tempi certi, governance snella e un dialogo reale con i territori. Il Nord deve tornare a essere il fulcro strategico dell’Europa, non un’area isolata dalla burocrazia.

2. Logistica integrata: il sistema prima dei compartimenti
Porti, interporti, ferrovie merci e ultimo miglio devono agire come un unico ecosistema. La logistica è un pilastro della competitività, al pari di energia e fiscalità: la frammentazione gestionale è un costo occulto che le imprese non possono più sostenere.

3. Governance territoriale: decidere con il territorio
Le scelte infrastrutturali devono essere condivise, non imposte da commissariamenti centralizzati. L’esperienza ha dimostrato il fallimento del modello "calato dall'alto": tempi dilatati, costi fuori controllo e scollamento totale dalle esigenze del tessuto produttivo. Serve un nuovo patto che valorizzi la capacità decisionale locale.

4. Infrastrutture digitali: connettività universale
La banda ultra-larga e il 5G non sono "servizi aggiuntivi", ma infrastrutture primarie. In un'economia che corre verso la digitalizzazione, la connettività non può essere a macchia di leopardo. Ogni comune, distretto industriale e area agricola deve avere pari dignità digitale.

5. Manutenzione: la cura dell’esistente
Oltre alle grandi opere, serve un piano ambizioso per la cura dell'esistente. Strade provinciali, ponti, reti idriche ed edilizia pubblica (scuole e ospedali) richiedono manutenzione costante. È tempo di invertire la rotta: l'Italia deve imparare a spendere bene nella cura del proprio patrimonio tanto quanto nella pianificazione del nuovo.


 

lunedì 22 giugno 2026

Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria



Riprendo oggi una riflessione condivisa da una mia follower. È un punto di vista che accolgo con interesse e che, pur non sposando integralmente nelle sue premesse, trovo estremamente significativo per la carica di umanità che porta con sé. Pur provenendo da chi non si occupa di politica per professione, queste parole nascono da un vissuto autentico e colgono le diseguaglianze del nostro tempo con una lucidità che spesso sfugge a chi guarda la società solo attraverso i numeri.

Il cuore della riflessione nasce da un contrasto stridente: da una parte le vacanze da sogno delle celebrità, costantemente esibite sui rotocalchi e sui social, dall'altra la dignità silenziosa di chi vive una realtà profondamente diversa. L'autrice interroga la giustizia di un mondo in cui, mentre una parte di società vive nell'agiatezza più sfrenata, molti altri — anziani che faticano a permettersi anche solo un caffè, lavoratori che hanno smarrito il contatto con il mare da anni o famiglie schiacciate dal peso di mutui e cure — sono costretti a fare i conti con una privazione costante.

Riporto qui alcune delle sue parole, che credo parlino da sole:

"Persone che hanno fatto lavori usuranti e hanno una pensione da poveri. Gente che ha cura di malati in casa, spesso abbandonata a se stessa, che avrebbe bisogno di una pausa, ma non può permetterselo. Mamme lavoratrici che tornano a casa per un 'secondo turno' domestico, con mutui da pagare e l'impossibilità di staccare la spina."

Analizzando questo sfogo, è inevitabile fare una distinzione. Pur distanziandomi dal confronto diretto con le vite di star e calciatori — le cui remunerazioni rispondono a logiche di mercato del tutto peculiari e distinte dal sistema di welfare sociale — trovo che la sua critica colpisca nel segno laddove evidenzia un vuoto sistemico: la mancata gratificazione di chi, pur costituendo la spina dorsale del Paese, non vede riconosciuto il valore del proprio impegno quotidiano.

Rispetto al ruolo istituzionale che ricopro, leggo in queste parole un monito. La politica non può limitarsi a gestire la macroeconomia; ha il dovere di guardare a queste "invisibili" fatiche quotidiane. Se la società non è in grado di garantire il diritto a un benessere minimo e a un sollievo dignitoso per chi ha speso una vita nel lavoro o nel sacrificio, il rischio è quello di una frattura che nessuna crescita del PIL potrà mai sanare.

Dalla riflessione all'azione: il realismo del fare

Sia chiaro: i miracoli appartengono alla sfera della fede, non a quella del governo. Se vogliamo affrontare il disagio reale, dobbiamo passare dall'etica alla concretezza, chiedendo da un lato un impegno solido alle istituzioni e, dall'altro, la consapevolezza che il cambiamento è un processo graduale che richiede a tutti noi un esercizio di sobrietà.

Ecco alcune proposte che credo possano incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana:

Welfare del Tempo: Propongo di incentivare, attraverso il credito d'imposta, le piccole e medie imprese locali che scelgono di integrare il salario con voucher per il "tempo libero": attività culturali, sportive o percorsi di sollievo che permettano di staccare realmente la spina, andando oltre il semplice bonus economico.

Sostegno al Caregiver: Chi si prende cura di un familiare malato è spesso invisibile. Dobbiamo rafforzare i Servizi di Sollievo a domicilio tramite il Comune e l'ente provinciale: poche ore a settimana di supporto professionale possono restituire una boccata d'ossigeno vitale a chi vive una condizione di isolamento.

Fiscalità ed Equità: Serve una rimodulazione dell'IRPEF o detrazioni specifiche per le famiglie che sostengono costi certificati di assistenza (anziani o disabili) sopra una certa soglia. Dobbiamo trasformare il carico fiscale in un "investimento sociale" riconosciuto. Parallelamente, è doveroso introdurre una defiscalizzazione per i lavori usuranti: chi ha speso la salute in una vita di fatica merita un riconoscimento concreto che renda accessibile un periodo di riposo dignitoso.

Turismo di Prossimità: Perché non creare convenzioni tra enti pubblici e operatori locali per pacchetti a prezzo calmierato? Promuovere il turismo nei nostri borghi e nelle località meno battute significa offrire esperienze rigeneranti a costi sostenibili. È una strategia "win-win": rigeneriamo il cittadino e valorizziamo il territorio, disinnescando al contempo quell'invidia sociale verso mete patinate che nulla hanno a che fare con la nostra realtà.

Oltre il PIL: la misura di una comunità
Infine, una riflessione politica che mi sta a cuore: la dignità di una società si misura superando la logica esclusiva del PIL. Iniziamo a guardare al "Tempo Libero di Qualità" pro-capite come a un indicatore di benessere imprescindibile.

Chi governa ha una responsabilità ulteriore: quando l'ostentazione del successo diventa lo stile della comunicazione istituzionale, si scava un solco profondo tra le istituzioni e il cittadino. Chiedere sobrietà e rispetto per la sofferenza reale non è solo un esercizio di stile, è il primo, fondamentale atto politico per ricucire il tessuto della nostra comunità.

Giorgio Bargna





 

venerdì 19 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (2)


Seconda pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Il federalismo come architettura dello Stato
Per il "Patto", il federalismo non è un tema accessorio, ma il cardine, la cerniera e l’alchimia che congiunge ogni nostra proposta politica. È la risposta strutturale al fallimento del centralismo italiano che, in quasi ottant’anni di Repubblica, non ha prodotto efficienza amministrativa, coesione territoriale, né convergenza economica tra le aree del Paese.

Il centralismo romano ha mostrato i suoi limiti a ogni latitudine:
- Al Nord, dove si producono risorse che non possono essere gestite localmente;
- Al Sud, che riceve trasferimenti senza generare sviluppo reale;
- Allo Stato, che accumula debito pubblico senza riuscire a migliorare la qualità dei servizi.

Di conseguenza, il federalismo non è la difesa di un territorio contro un altro, ma una scelta profondamente democratica: è la risposta di chi vuole un Paese che funzioni contro un sistema che ha ormai dimostrato la propria inadeguatezza.

Il modello di riferimento: la sussidiarietà come regola
Il nostro riferimento è il federalismo reale, quello che ha reso funzionali le democrazie più avanzate del mondo:
- La Confederazione Svizzera dimostra che un Paese multilingue, multiculturale e di dimensioni contenute può raggiungere vertici mondiali di competitività e coesione sociale, proprio perché le decisioni vengono assunte al livello più vicino ai cittadini.
- La Germania prova che il federalismo è pienamente compatibile con un’economia industriale di alto profilo e con una solida proiezione internazionale.
- L’Austria testimonia come anche una nazione di dimensioni ridotte possa organizzarsi con successo secondo criteri federali.

Non proponiamo di copiare pedissequamente nessuno di questi modelli, poiché ogni nazione possiede le proprie peculiarità. Proponiamo, più semplicemente, di adottare un principio cardine: la sussidiarietà come regola, non come eccezione.
Ogni decisione deve essere attribuita al livello istituzionale più prossimo a chi ne subisce gli effetti. Allo Stato centrale si riservano, per ovvi motivi, la difesa, la politica estera, la sicurezza nazionale, la moneta, la giustizia penale e le grandi infrastrutture strategiche. Tutto il resto deve essere gestito dai territori, con la piena disponibilità delle risorse necessarie e la responsabilità diretta dei risultati.

Dalla sussidiarietà alla riorganizzazione strategica del territorio
Il federalismo che proponiamo non si esaurisce nel trasferimento di competenze dallo Stato alle Regioni. Richiede un ripensamento più profondo dell’architettura territoriale del Paese.
Le Regioni italiane, nella loro configurazione attuale, sono in molti casi contenitori amministrativi che non corrispondono a realtà economiche e sociali omogenee. La vera unità di misura dell’economia del Nord non è la Regione: sono i sistemi produttivi territoriali, i distretti, i corridoi logistici, i bacini occupazionali, le filiere che attraversano i confini regionali. La pedemontana lombardo-veneta, l’asse del Brennero, il sistema portuale ligure-emiliano, il triangolo manifatturiero Brescia-Bergamo-Lecco: queste sono le unità reali dell’economia del Nord.

Proponiamo quindi una divisione strategica del territorio che riconosca queste realtà e le doti di strumenti di governo adeguati:
- Macro-regioni economiche come livello di coordinamento strategico per la politica industriale, le infrastrutture, l’energia, la formazione. Non un ulteriore livello burocratico, ma un’interfaccia efficiente tra il territorio e lo Stato, e tra il territorio e l’Europa.
- Competenze reali alle Regioni su sanità, formazione professionale, politiche del lavoro, infrastrutture locali, gestione del territorio, con le risorse corrispondenti e la responsabilità piena dei risultati. Chi governa deve rispondere ai propri cittadini, non a Roma.
- Autonomia fiscale effettiva: chi amministra deve poter rispondere ai propri cittadini della relazione tra le tasse raccolte e i servizi erogati. Senza autonomia fiscale non c’è responsabilità, e senza responsabilità non c’è buon governo.
- Sussidiarietà orizzontale come metodo ordinario: il rapporto tra pubblico e privato, tra istituzioni e corpi intermedi — camere di commercio, associazioni di categoria, fondazioni, enti bilaterali, università, centri di ricerca — non è un’eccezione ma la regola del governo del territorio.
- Rapporto diretto tra territori e istituzioni europee: le Regioni produttive del Nord devono poter dialogare direttamente con Bruxelles sui temi che le riguardano, senza la mediazione di un centro nazionale che spesso ne ignora le esigenze.

L’autonomia differenziata, nelle forme in cui è stata finora proposta e mai realmente attuata, rappresenta un passo avanti insufficiente e per certi versi fuorviante. Non basta trasferire competenze se non si trasferiscono risorse e responsabilità. Non basta modificare i titoli delle funzioni se non si cambia la logica del sistema. Il federalismo che proponiamo è strutturale, non cosmetico. È una riforma dell’architettura dello Stato, non un aggiustamento burocratico.


 

domenica 24 maggio 2026

Portafogli a dieta: il caso Como e la trappola dei rincari



Più o meno un mesetto fa sulle cronache locali si scopriva che una famiglia residente nel comasco nel 2026 sarà costretta a spendere 816 euro in più rispetto all’anno precedente.

Stando all'articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como" una stima che si ricava da un analisi dei dati dell’inflazione colloca Como al primo posto in Italia tra le città che hanno subito,
lo scorso mese di marzo, la maggiore crescita del costo della vita.

Vediamo un attimo cos'è l'inflazione.
Tendenzialmente l'inflazione nasce da un disequilibrio tra la quantità di denaro in circolazione e la disponibilità di beni e servizi. In parole semplici, accade quando c'è "troppa moneta a caccia di troppi pochi beni".
Può succedere che i prezzi salgano perché la scarsità dei prodotti spinge chi compra a offrire di più.
Aumento dei costi di produzione ma anche che le aziende alzino i prezzi per non perdere guadagno se aumentano le spese.
Non succede da molto ma se gli stipendi salgono molto velocemente, le imprese scaricano il costo sui prezzi finali; è molto più attuale che se petrolio o gas costino di più, tutto il resto rincari.
Succede anche un errore macroscopico legato alla partitocrazia, se le Banca Centrale stampa troppo denaro, ogni singola banconota perde valore; succede anche che se la moneta nazionale si indebolisce, comprare prodotti dall'estero costa di più.

Ma anche la burocrazia incide sull'inflazione agendo come un costo di produzione indiretto che le imprese scaricano sui prezzi finali. In Italia, questo fenomeno è particolarmente evidente: il carico burocratico rappresenta una "tassa occulta" stimata in oltre 80 miliardi di euro all'anno, pari a circa il 3-4% del PIL.
La burocrazia alimenta l'inflazione attraverso tre canali principali:
Aumento dei costi operativi: Le imprese spendono tra 45 e 190 giorni lavorativi l'anno solo per adempiere agli obblighi amministrativi. Questo tempo sottratto alla produzione diventa un costo fisso che gonfia il prezzo di beni e servizi.
Barriere all'ingresso: La complessità normativa ostacola la nascita di nuove aziende, riducendo la concorrenza. Con meno competitor, le imprese esistenti hanno più facilità ad aumentare i prezzi senza perdere quote di mercato.
Ritardi negli investimenti: L'inefficienza della Pubblica Amministrazione rallenta l'adozione di nuove tecnologie e la digitalizzazione. Una bassa produttività impedisce di compensare l'aumento dei costi delle materie prime, rendendo i prezzi più sensibili agli shock esterni.

Quindi sebbene l'inflazione sia guidata principalmente da fattori monetari ed energetici, la burocrazia agisce come un moltiplicatore, impedendo ai prezzi di scendere anche quando le cause esterne (come il costo del gas) si attenuano.

Di questi ultimi giorni, se ne è discusso parecchio sui media, la notizia che la Premier Giorgia Meloni ha inviato una lettera alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per richiedere una deroga specifica volta a fronteggiare il caro energia senza compromettere i conti pubblici.
Sostanzialmente l'Italia ha chiesto formalmente all'Unione Europea di escludere le spese energetiche dal calcolo del deficit previsto dal Patto di Stabilità.
In sostanza l'Italia punta a trasformare la crisi energetica in una "clausola di salvaguardia" per mantenere gli investimenti necessari alla crescita senza incorrere in procedure d'infrazione, ma non è esattamente così, tanto è vero che esperti e istituzioni monitorano con attenzione la dinamica del debito italiano, considerato ancora un elemento di fragilità.

Ma vediamo cos'è il Patto di Stabilità e Crescita. 
È l'accordo tra i paesi dell'Unione Europea per garantire finanze pubbliche sane. Nel 2024 sono entrate in vigore nuove regole approvate in via definitiva dal Parlamento Europeo che puntano a mantenere il deficit pubblico sotto il 3% del PIL ed il debito che deve rimanere sotto il 60% del PIL (o ridursi a un ritmo soddisfacente). Gli Stati che non rispettano i parametri possono subire procedure per disavanzo eccessivo.
In sostanza si tratta dell'insieme di regole che applica i vincoli europei ai bilanci di Comuni, Province e Regioni per assicurare che il sistema Paese nel suo complesso rispetti i target di deficit.
In questo periodo il governo ha prorogato il taglio delle accise sui carburanti fino al 6 giugno 2026. L'intervento, varato il 22 maggio 2026, mirerebbe a contrastare i rincari legati alle tensioni internazionali. Il costo per le casse statali non sarà indolore, forse c'era da fare a meno e/o studiare altri tipi di manovra, ma evidentemente ci sono categorie da proteggere arrivando ad investire anche 200-300 milioni di euro  per portare  alla sospensione, rimarco, sospensione, dello sciopero previsto.

Ma questo agire è nell' indole della politica italiana.
Guardiamo ad esempio quanto è costato al contribuente il superbonus.
Il costo totale del Superbonus a carico dello Stato ha superato i 170 miliardi di euro, secondo le stime più recenti di maggio 2026, questa cifra rappresenta un aumento enorme rispetto alle previsioni iniziali, che stimavano un impegno di circa 35-36 miliardi.

Alcuni studi (come quelli del Consiglio Nazionale dei Commercialisti) suggeriscono che una parte della spesa (circa il 47%) rientri nelle casse dello Stato sotto forma di maggiori entrate fiscali generate dai cantieri e dai consumi, ma  altri parlano al massimo del 20%. quello che è sicuro è quanto economicamente ogni italiano ha messo a disposizione di poche e potenti categorie.
Dividendo la spesa stimata di 170 miliardi per la popolazione italiana, il costo teorico si aggira intorno ai 2.800 - 3.000 euro per ogni cittadino (inclusi neonati e anziani).

I dati pubblicati da "La Provincia" non sono solo statistiche: sono uno schiaffo alle famiglie comasche. 816 euro di rincaro annuo sono il frutto avvelenato di un sistema che ci munge come sudditi e ci ignora come cittadini.
Perché Como è la più colpita? La risposta sta nel cortocircuito tra una realtà locale produttiva e un sistema centrale parassitario.
L’inflazione non è un fenomeno meteorologico, ma una scelta politica. La partitocrazia romana ed europea ha inondato il mercato di moneta per finanziare bonus elettorali e spesa pubblica improduttiva. Il risultato? Il valore dei vostri risparmi evapora per mantenere apparati di partito che non producono nulla.
Il testo lo dice chiaramente: la burocrazia ci costa 80 miliardi l’anno. 
Ma chi alimenta questa giungla di timbri e permessi? 
Lo Stato centrale. Ogni modulo in più è un posto di lavoro creato per un burocrate nominato dalla politica, pagato con i soldi sottratti alle imprese di Como. È una "tassa occulta" che finisce direttamente nel prezzo del latte e del pane che comprate.

La soluzione può essere solo  federalista: trattenere le risorse.
Se Como è la città più cara, è perché siamo costretti a subire decisioni prese a centinaia di chilometri di distanza da chi non conosce le dinamiche del nostro territorio.
Se le tasse restassero sul territorio, potremmo abbattere i costi locali e sostenere il potere d'acquisto delle famiglie senza aspettare i "permessi" di Roma.
Non serve "riformare" la burocrazia, bisogna abbatterla. Meno uffici centrali significa meno costi per le imprese e prezzi più bassi per tutti.
Basta essere il bancomat d’Italia.
È ora di dire basta a un sistema partitocratico che crea inflazione per coprire i propri debiti. Vogliamo che la ricchezza prodotta a Como resti a Como, per difendere le famiglie da un carovita che ha un solo colpevole: lo Stato centralista.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como



 

venerdì 1 maggio 2026

Rottamazioni infinite: lo Stato che scommette (e perde) sulle tasse evase


Parliamo di credibilità da parte delle Istituzioni.
Prendiamo spunto innanzitutto da un tema in corso, la rottamazione delle cartelle esattoriali.
La situazione è paradossale, lo Stato si inventa periodicamente tasse e balzelli che non è in grado di incassare.
E allora che fa? Si inventa una procedura che si perpetua negli anni nella speranza di recuperare una parte delle tasse evase.
Nelle prime edizioni, la simpatica trovata ebbe qualche successo, ma recentemente e progressivamente è stata snobbata dai debitori, vuoi perché qualcuno non ha veramente la capacità economica per pagare, ma soprattutto perché ormai l'evasore seriale ha capito di dover temere poco dagli enti creditori.
Nel dettaglio le quattro precedenti edizioni della rottamazione hanno portato complessivamente nelle casse dello Stato 28,9 miliardi di euro a fronte di un gettito previsto di 111,2 miliardi.
Per la rottamazione attuale, le stime basate sulle relazioni tecniche indicano un incasso previsto per lo Stato di circa 9 miliardi di euro distribuiti nell'arco di 9 anni, ma allo stato attuale delle cose si stima un tasso di adesione del 3,3% rispetto al totale dei carichi affidati.
Lo Stato non fa paura, secondo i dati della Corte di Conti del resto emerge che venga controllato il 4% dei contribuenti, l'Agenzia delle Entrate riesce ad incassare non più del 17% dell'evasione accertata.
Ecco diciamo che nell'insieme delle cose il rischio di essere punito per un evasore sarà si e no dell'1%.
Diventa ovvio che l'evasore seriale non abbia alcun timore davanti a questi dati e davanti a questo presunto metodo di recupero credito.
Lo Stato potrebbe verificare i suoi conti in banca ma non lo fa, potrebbe verificare la congruità del tenore di vita di molte famiglie, perché non si parla solo di partite IVA per l'evasione, ma non lo fa.
Lo Stato si limita a incassare il sicuro e a scommettere, come fosse il "Gratta e Vinci", sul presunto evaso, presunto visto che non riesce a verificare i redditi.
A versare almeno un euro di Irpef in Italia sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara. 
Su questi numeri, oltre al controllo del "nero" ci si dovrebbe concentrare, ma è evidentemente più semplice calcare la mano sul sicuro, cioè sulle buste paga e sulle dichiarazioni dei piccoli e medi imprenditori.
Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13%.
Entrando molto meno nel dettaglio altri fattori minano la credibilità della Stato, pensiamo al sistema giudiziario ed a quello sanitario dei quali abbiamo scritto già in altre occasioni.
Ma anche alla burocrazia ed al debito pubblico, alla scarsa meritocrazia ed alla corruzione.
E allora che fare?
Beh, lo Stato siamo noi, non la partitocrazia ed il proprio apparato ancorato alle persone.
Patto per il Nord è nato anche per costruire una nuova classe politica, che si occupi del presente e del futuro, del territorio locale si, ma anche della nazione intera.
Unisciti a noi e costruiamo insieme, da capo, la credibilità delle Istituzioni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como