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sabato 1 agosto 2026

La trappola della complessità come l'analfabetismo funzionale sta cambiando il voto e la società



L'impatto invisibile dell'analfabetismo funzionale: dalla scrittura al voto

Di recente mi sono imbattuto più volte in pubblicazioni dedicate all'analfabetismo funzionale. Scrivendo e pubblicando regolarmente testi di una certa lunghezza, ho avvertito il bisogno di approfondire l'argomento. Volevo capire se il mio sforzo comunicativo rischiaste di perdersi nel vuoto.

L'analfabetismo funzionale non descrive chi non sa leggere o scrivere, ma chi possiede le competenze di base senza riuscire a usarle efficacemente nella vita di tutti i giorni. Come sancito dall'UNESCO nel 1984, è l'incapacità di comprendere e valutare i testi scritti per raggiungere i propri obiettivi e sviluppare le proprie potenzialità. In sintesi: si comprendono le singole parole, ma non si afferra il quadro generale di un discorso complesso.

In Italia la situazione è critica e si divide in tre grandi fasce:

  1. Il 35% della popolazione (Livello 0-1) fatica anche con i testi più semplici. Queste persone individuano un dato isolato – come un orario su un cartello – ma si bloccano se la lettura richiede di confrontare informazioni o interpretare un paragrafo.

  2. Il 40% (Livello 2) comprende solo testi diretti e lineari. Leggono facilmente una ricetta o un articolo di cronaca, purché privi di figure retoriche o tecnicismi. Mostrano forti difficoltà davanti a contratti, informative sulla privacy o testi argomentativi.

  3. Solo il 25% (Livello 3+) possiede un'ottima capacità di analisi. Parliamo di un solo italiano su quattro in grado di cogliere l'ironia, verificare le fonti e smontare testi articolati.

All’origine di questo scenario ci sono la mancanza di una fruizione culturale continua dopo la scuola, il sovraccarico informativo dei canali digitali – che frammenta l'attenzione e penalizza la sintassi complessa – e un divario strutturale che ci vede ancora molto indietro rispetto alla media dei paesi OCSE.

Fatti due conti, sebbene il 65-70% degli italiani sia in grado di assimilare un testo semplice scritto in modo chiaro, basta l'introduzione di una minima complessità logica per dimezzare la platea di chi comprende davvero.

Come l'analfabetismo funzionale trasforma il voto

Le ripercussioni di questa frattura cognitiva non si limitano alla ricezione di un articolo, ma si riflettono direttamente sulla vita democratica e sul comportamento elettorale, manifestandosi attraverso quattro dinamiche principali:

  • Vulnerabilità alla disinformazione: L'incapacità di analizzare criticamente una fonte spinge a credere a notizie false, bufale e teorie del complotto. I messaggi politici basati su risposte emotive, stimoli visivi e narrazioni ultra-semplificate trovano qui un terreno ideale.

  • Predilezione per slogan e soluzioni facili: Le grandi questioni (come la gestione economica, i flussi migratori o le riforme strutturali) richiedono ragionamenti articolati. Chi soffre di questo deficit tende a premiare i leader che offrono rispostemmediate, dicotomiche ("noi contro loro") e prive di una reale fattibilità.

  • Percezione limitata all'esperienza diretta: Come evidenziato dal linguista Tullio De Mauro, l'analfabeta funzionale interpreta il mondo solo attraverso la propria sfera personale e immediata. Fatica a valutare gli effetti indiretti, collettivi o a lungo termine di una scelta politica.

  • Sfiducia istituzionale e voto di protesta: Questa barriera genera spesso un profondo risentimento verso la collettività e lo Stato. Il risultato è un grave disallineamento democratico, che si traduce nell'allontanamento totale dalle urne (astensionismo cronico) o in un voto di pura rabbia.

Il costo socioeconomico: produttività, povertà e criminalità

Le conseguenze colpiscono l'intero tessuto socioeconomico. Già nel 2001, uno studio del Northeast Institute evidenziava come le perdite economiche causate da bassa produttività, errori sul lavoro e incidenti legati all'analfabetismo funzionale ammontassero a miliardi di dollari all'anno. Esiste infatti un legame diretto tra le competenze degli adulti e il futuro del Paese: la ricerca sociologica dimostra che le nazioni con una solida competenza civica tra gli adulti registrano anche i più alti livelli di alfabetizzazione scientifica tra i giovani.

Al contrario, la carenza di queste abilità espone le persone a intimidazioni sociali, rischi per la salute, stress cronico e redditi stabilmente bassi, creando un ponte invisibile verso la povertà e l'illegalità.

La correlazione tra criminalità e analfabetismo funzionale è un dato purtroppo noto a criminologi e sociologi. Nei primi anni 2000, le stime negli Stati Uniti indicavano che il 60% degli adulti nelle carceri federali e statali fosse funzionalmente o marginalmente analfabeta, e che ben l'85% dei minorenni entrati nel circuito della giustizia minorile avesse gravi lacune nella lettura, nella scrittura e nella matematica di base.

Conclusione: la responsabilità di chi comunica

Tornando al mio dubbio iniziale, la risposta è sì: il nostro sforzo comunicativo ne risente profondamente. Scrivere oggi non significa più soltanto esprimere un'idea, ma fare i conti con la reale capacità di ricezione del pubblico.

Se la maggioranza dei cittadini fatica a decodificare la complessità, il rischio per chi pubblica testi articolati è duplice: essere fraintesi o, peggio, diventare invisibili. Ma la soluzione non può essere l'appiattimento culturale o la rinuncia alla profondità. Al contrario, la sfida per noi divulgatori e autori diventa quasi pedagogica. Dobbiamo imparare a padroneggiare la chiarezza senza sacrificare la precisione, usando una sintassi lineare come ponte per spiegare concetti complessi.

Solo riducendo l'attrito della lettura potremo sperare di stimolare quel pensiero critico che oggi, i dati dimostrano, è il vero e più fragile pilastro della nostra società.



 

venerdì 15 maggio 2026

Politica di prossimità: la mia sfida per Como, la Lombardia. il Nord


Aderisco con profonda convinzione al Patto per il Nord, una realtà che supera la logica del semplice movimento politico per configurarsi come una vera iniziativa culturale e sociale. Il nostro obiettivo fondamentale è rimettere al centro del dibattito nazionale le esigenze imprescindibili del Nord Italia, focalizzando l'azione su tre direttrici strategiche: autonomia fiscale, potenziamento delle infrastrutture e sviluppo del welfare territoriale.

Da maggio 2025 ho l'onore di ricoprire l'incarico di Segretario Provinciale a Como. Vivo questo ruolo con passione quotidiana, impegnandomi attivamente nella diffusione dei nostri valori fondanti e nel consolidamento di un legame diretto e trasparente con i cittadini del territorio comasco. 
Nella mia doppia veste di analista e blogger, la mia missione principale è azzerare la distanza tra la base elettorale e le istituzioni, coniugando l'indipendenza del libero pensiero con gli storici ideali federalisti del nostro movimento.

La mia visione politica e sociale si articola su quattro pilastri programmatici:

Riavvicinamento alla politica: Dobbiamo contrastare fermamente l'apatia elettorale e l'astensionismo. È necessario restituire centralità ai cittadini, coinvolgendoli in modo attivo e consapevole nelle scelte decisionali che impattano sul loro futuro.

Identità territoriale: Promuovo la valorizzazione delle tradizioni locali e la tutela assoluta delle nostre comunità. Esse rappresentano le fondamenta storiche, economiche e culturali su cui poggia il nostro intero tessuto sociale.

Welfare di prossimità: Sostengo con forza un modello di assistenza sanitaria e sociale radicato nel territorio, prendendo come riferimento virtuoso le Case della Comunità. Questo sistema deve integrarsi sinergicamente con il mondo del volontariato e del terzo settore, pilastri insostituibili della coesione sociale.

Patto sociale per il Nord: Propongo un nuovo accordo strategico che integri welfare, sanità e istruzione scolastica. Questi servizi essenziali devono essere rimodellati in base alle reali dinamiche demografiche e alle esigenze produttive specifiche delle regioni settentrionali.

Attraverso questa piattaforma porto avanti un'azione politica che vuole essere al contempo critica e fortemente propositiva. Chiediamo con fermezza che le risorse fiscali e i fondi nazionali siano destinati prioritariamente a opere pubbliche utili e alle concrete necessità locali. Ci opponiamo, oggi e sempre, alla logica assistenziale delle "cattedrali nel deserto" e a ogni forma di spreco del denaro pubblico.

Giorgio Bargna
Segretario Provinciale Como 
Patto per il Nord

mercoledì 22 aprile 2026

Mussolini e il pane quotidiano



È più importante discutere di una cittadinanza onoraria di 100 anni fa o delle liste d'attesa in sanità? Nel comasco si torna a parlare di Mussolini, ma il sospetto è che sia l'ennesimo polverone distrattivo per non affrontare i problemi reali di operai e pensionati. Ecco la mia riflessione.





Leggiamo nelle cronache locali di questi giorni che in alcuni Comuni della Provincia di Como, Olgiate Comasco e Cantù, viene richiesta, discussa, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Si parla di una deliberazione messa in pratica 102 anni fa da moltissimi comuni di tutta Italia, un atto di propaganda fascista in linea con i dettami di quel tempo.
Fatto salvo che se non fosse stato indicato il tema dal "Comitato comasco per la morte di Giacomo Matteotti", nessun comasco si sarebbe mai svegliato la mattina con questa problematica, chiamiamola così, da risolvere.
Anzi diciamola tutta, il comasco nemmeno sapeva che queste cittadinanze fossero state assegnate.
Diciamocela tutta, chi scrive è persona sicuramente di destra, ma mai stata fascista, anzi tra le mie pagine il fascismo viene aberrato, ma ogni volta che viene riproposta una posizione ideologica arcaica, obsoleta, belligerante su fatti di storia seppelliti decenni fa, qualche dubbio mi assale.
Mi chiedo, siamo semplicemente davanti a persone che non riescono ad uscire da uno stereotipo?
Mi chiedo, non essendo in grado di proporre concretezza, alcune persone si attaccano al passato?
Mi chiedo, soprattutto quando si tratta di amministratori, ma nella vostra città non ci sono problemi concreti da risolvere?
Mi chiedo, anzi vi chiedo, per il cittadino, per il pensionato, per l'operaio pensate che sia più importante un Consiglio Comunale che tratti di questa tematica oppure uno dove si discute di un problema quotidiano?
Parliamoci chiaro, il fascismo andava e va condannato, ai ragazzi va insegnato che è male.
Parliamoci chiaro, l'antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, forme ancora presenti, vanno combattuti, ma basandosi sugli accadimenti moderni, ragionando e proponendo in base alla realtà attuale, non continuando ad attaccarsi ad episodi di un secolo fa, perpetrati tra l'altro in una situazione sociopolitica oggi inconcepibile e neppure immaginabile, vista la diversità dei tempi e delle culture a confronto. 
L'ho già scritto decine di volte, la divisione anacronistica tra destra e sinistra è ormai superata da anni, oggi la "battaglia" si combatte, si deve combattere, tra chi deve salvare il proprio salario, il proprio potere d'acquisto e chi ogni giorno glielo erode voracemente pur di mantenere in piedi un apparato politico consolidato.
Nel momento in cui non devi far sapere al cittadino, al contribuente, che lo stai sodomizzando, tanto a chi sta a destra, quanto a chi sta a sinistra, viene comodo alzare polveroni distrattivi.
Perché il popolo non deve pensare alla mafia, non deve pensare alle lunghe liste d'attesa in sanità, non deve pensare all'aumento delle bollette.
Il popolo deve seguire i processi in TV, i talk show di cui abbiamo scritto qui, i grandi fratelli ed i piccoli artisti allo sbaraglio, richiamando si, in questo modo, la disinformazione tipica dei regimi.
Quindi da sinceri antifascisti, questo si lo dobbiamo essere, non facciamoci gabbare da inutili discussioni, ma pretendiamo risposte sui nostri problemi e sulle nostre necessità quotidiane.
Giorgio Bargna






martedì 14 aprile 2026

EGOISMO, L'ESSERE IO, L'ESSERE DIO




Come succede qualche volta prendo spunto da un pensiero di Marcello Veneziani, troverete in parte il suo pensiero, in parte il mio, due pensieri comunque simili.

Nella vicenda del ragazzino che ha accoltellato l'insegnante ci possiamo leggere il manifesto della nostra epoca, un macabro resoconto di una parte predominante della nostra società che incrociamo anche in altre vicende più recenti che vedono protagonisti i giovani, i più fragili davanti al mondo.

Veneziani isola, interpetra, il riassunto delle frasi del tredicenne, le identifica nella sindrome che affligge il nostro tempo. 

“Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi”. 

Cosa possiamo riconoscere dentro l'Io di chi si crede Dio ed odia tutto ciò che non si riconosce in lui?

Sicuramente ci possiamo riconoscere del disagio più o meno sociale e come afferma Veneziani ci possiamo riconoscere anche il disprezzo della realtà e la considerazione di sé come Unico, Individuo Assoluto, senza limiti e freni. 

Io sono sempre stato un ribelle, ancora lo sono oggi, ma con un codice d'onore, una sorta di vademecum, con il rispetto per il prossimo.

Veneziani, e sono in accordo con lui, vede trasparire in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. 

Infine la regola regina dell’egoismo, anzi dell’autoesaltazione presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi.

Qui ragazzi, lasciamo perdere le congetture tipo famiglia difficile, caso isolato, istituzioni assenti.

Qui siamo davanti a un pensiero comune di questa epoca. 

Qui siamo davanti ad un  individualismo esasperato, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e tutto il resto, ogni realtà oggettiva che non rientri nella propria sfera d’interessi, viene decisamente ignorata se non addirittura negata,

Qui siamo di fronte ad una miscela esplosiva che aggiunge a quanto detto nel paragrafo precedente egocentrismo, egoismo e narcisismo patologico. 

Cosa comporta questa filosofia di vita?

Chi la interpetra è disposto a rompere o rinnegare ogni genere di legame, ogni genere di impegno, è disposto anche a far del male agli altri, quando non si accontenta di trascurarli.

Sintetizza Veneziani, la traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non conta. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto. 

Se stessimo parlando di un caso isolato non sarebbe preoccupante a livello sociologico, ma questo è un pensiero diffuso, purtroppo non solo tra i giovani.

Come esplicita Veneziani l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi. 

È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.

E qui torniamo al mio (ma anche della mia intera generazione) codice d'onore, alla sorta di vademecum, al rispetto per il prossimo.

Molti, soprattutto gli adulti, riescono a mediare tra il proprio egoismo e quello degli altri tenendo in piedi una sorta di utilità reciproca.

Ma per i giovani è molto più facile cadere nella versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista. 

Ci dice Veneziani che quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare seppur in modo estremo una nuova, tremenda normalità. 

Sono questi i danni dell'atomizzazione, di una società in  cui gli individui sono isolati, privi di legami sociali significativi, di una dimensione pubblica condivisa e di un senso di appartenenza a una comunità.

La società atomizzata è caratterizzata da una profonda passività, da un egoismo diffuso, dalla mancanza di mutualità e purtroppo anche dall'abbandono dell'altro al proprio destino.

E l'altro, non molto raramente è nostro figlio, quindi assumiamoci anche noi le colpe. almeno fino quando non avremo ristabilito il senso di comunità perché vivere in comunità aiuta a trasformare la fragilità in risorse condivise e irrora la consapevolezza che il singolo conta per il gruppo e viceversa.

Giorgio Bargna


domenica 1 marzo 2026

TRA UN CAPPUCCINO ED UNO SPRITZ LASCIAMO FUORI ALMENO REZA PAHLAVI


Iniziamo questo personale ragionamento partendo da un fatto che potrebbe risultare futile, ma che forse tanto futile non è.

Il nostro ministro della difesa Guido Crosetto, ma fosse stato il ministro della Sanità poco cambiava, si è ritrovato bloccato, in pieno scenario di guerra a Dubai. 

Una situazione tra il surreale ed il grottesco, che ad essere maliziosi porta a pensare che lui e il governo Meloni non fossero stati pre-allertati sull’escalation di guerra. 

Altrimenti dovremmo pensare a qualche difficoltà intellettiva del Ministro, tanto è vero che , ironicamente il generale Roberto Vannacci ha commentato la questione: “Salvate il soldato Crosetto, l'unico ministro della difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”. 

Ma andiamo oltre, usciamo dai ragionamenti che si fanno davanti ad un cappuccino o ad uno spritz.

E' morto Khamenei? Va bene!!!

E' caduto Maduro? Va bene!!!

Intanto l'amministrazione Trump ha annunciato un piano per acquisire e commercializzare il petrolio venezuelano, versando i proventi in conti controllati dagli Stati Uniti,  nel frattempo gli USA mantengono una sorveglianza (quarantena) sulle navi e credo proprio che il 56% della popolazione locale che vive in condizioni di estrema povertà non abbia molte speranze di miglioramento.

Ma torniamo in Iran, qui hanno fatto fuori la testa, una testa anziana ed incaponita che dava, probabilmente, ormai fastidio anche ai suoi collaboratori, che sono pronto a scommettere, direttamente o indirettamente resteranno al loro posto.  

Magari la Gestapo locale che non si richiamerà più ai guardiani della rivoluzione, farà maquillage, magari vedremo qualche nuovo volto in TV, ma gli amici di Khamenei, ora, per restare comodi al loro posto, non si faranno problemi ad accordarsi con CIA e Mossad per vendere gas e petrolio. 

Finita questa proiezione cinematografica ai giovani iraniani, forse, verrà concesso un minimo di internet e qualche peccatuccio sessuale in più, ma la vera libertà non la conoscerà nemmeno questa generazione.

Ma spostiamoci un passo a fianco, io l'ho definita testa anziana ed incaponita, ma Khamenei, soprattutto il suo ruolo, nel mondo sciita è paragonabile a quello che il Papa ha per il mondo occidentale.

Troviamo fondamento in questo nelle odierne manifestazioni di piazza in Iran, come in Pakistan, come persino in Grecia,  dove le varie comunità sciite stanno, in alcuni casi, mettendo a ferro e fuoco le ambasciate americane. 

Per concludere torniamo ai discorsi davanti al cappuccio od allo spritz.

In un Paese come l'Italia, dove secondo dati Istat, il 31,5% delle donne ha subito violenze nella vita, con prevalenza di minacce e violenze fisiche da partner, ma dobbiamo aggiungere quelle psicologiche ed economiche, in un Paese che si posiziona all'85° posto nel mondo nel Global Gender Gap Report 2025 per la parità, oggi molti indefessi del chiacchiericcio festeggeranno per la presunta libertà delle donne, dei giovani, degli omossessuali in Iran. 

Oggi perché è il giorno X, domani, al più tardi la prossima settimana, per loro non ci sarà il problema, esattamente come non c'è mai stato in passato, visto che, abbiamo letto qualche riga fa, sono coloro che hanno riempito la statistica ISTAT che non rileva ovviamente le violenze non dichiarate.

Alla fine di questo ragionamento vi lascio una mia certezza ed una domanda, che contiene secondo me una risposta direttamente correlata alla mia certezza.

La certezza.

Quando un paese attacca od invade un altro non lo fa mai sicuramente in nome della libertà dell'altro.

Le libertà i popoli se riescono ad averle è soltanto perché le volevano e se le sono conquistate.

Il resto si chiama guerra, si fa per ragioni economiche e spesso e volentieri sui territori "liberati" rimangono presenti le forze armate dei "liberatori".

La pseudodomanda.

Perché in Italia non ci sono centrali nucleari? Oh certo, abbiamo tenuto un referendum su questo, ma in un momento di crisi energetica praticamente nessuno, a livello politico, sposa l'idea di riaccendere il dibattito.

Perché in Italia non abbiamo armi nucleari?

Molto semplice, l'Italia, 70 anni fa ha perso una guerra e quindi in Italia sono custodite testate atomiche statunitensi nelle basi militari di Ghedi (BS) e Aviano (PN).

Pochi anni dopo l’Italia avvio programmi per utilizzare l’energia nucleare in ambito militare internazionale, indirizzata per alimentare i motori dei mezzi navali, soprattutto sottomarini e portaerei; non ci si poteva permettere molto di più, perché era vietato dal trattato di pace firmato al termine della Seconda guerra mondiale, e comunque poi la Francia si chiamò fuori. 

L’Italia qualche anno dopo riuscì a  sviluppare una tecnologia all’avanguardia per l’utilizzo civile dell’energia nucleare,  che avrebbe potuto dare la possibilità di costruire bombe atomiche in tempi relativamente rapidi fosse mutato lo scenario.

Ma nel 1975 il Paese aderì al Trattato di non proliferazione nucleare e quindi nessun programma venne portato a compimento, malgrado il trattato, però, nella Penisola sono ospitate testate atomiche statunitensi.

Oggi nel nostro Paese sono ospitate bombe atomiche americane nell’ambito del programma della Nato per il nuclear sharing (condivisione nucleare, applicato anche in altri Stati). Le bombe possono essere attivate solo con i codici posseduti dal personale militare statunitense, ma, in caso di guerra, devono essere montate su aerei del Paese ospitante.

Fonte per quest'ultima parte Geopop.

In conclusione una speranza, che non si arrivi in qualche modo, demolendo quanto scritto da me in precedenza, a mettere al potere in Iran Reza Pahlavi, visto, innanzitutto, che si dichiara pretendente al trono iraniano, quindi dalla padella alla brace, poi perché, sinceramente, non credo che in Iran se lo fili più di qualcuno e che abbia il carisma per poter governare un cambiamento libero ed incondizionato.

Grazie per l'attenzione
Giorgio Bargna

 

mercoledì 25 febbraio 2026

MACABRI TALK SHOW



Ci occupiamo oggi di un fenomeno sociale che entra nelle nostre case, quotidianamente, ormai da anni.

Chiediamoci quanto incidono le trasmissioni televisive sui fatti di cronaca e i processi.

Io credo sia innegabile che le trasmissioni televisive in Italia incidano in modo significativo sui fatti di cronaca nera e sui processi giudiziari, riuscendo spesso e volentieri a trasformarli in veri e propri "processi mediatici" che rischiano di condizionare l'opinione pubblica e, in casi estremi, le indagini stesse.

Talk show e programmi di approfondimento tendono a ricostruire casi giudiziali, formando "mostri" o innocenti prima della sentenza definitiva. Gli atti processuali, come intercettazioni e verbali, vengono spesso diffusi, decontestualizzati e commentati in studio, influenzando la percezione di colpevolezza.

La forte esposizione mediatica può, indirettamente, influenzare il corso delle indagini, esercitare pressione sugli inquirenti o condizionare la memoria e la testimonianza di persone coinvolte.

Teniamo presente che investigatori e magistrati, in  quanto esseri umani, non sono immuni dalla pressione dell'audience, il che può spingerli più o meno inconsciamente verso soluzioni rapide o clamorose, anche perché a volte si assiste a una narrazione mediatica che contrasta l'operato della magistratura, con il rischio di influenzare la percezione di imparzialità.

Tra l'altro si è assistito a casi di magistrati che hanno utilizzato la televisione per comunicare le proprie indagini.

I "Processi Mediatici" sovente si sostituiscono alle aule di giustizia, creando un'opinione pubblica che giudica prima delle sentenze definitive. Inoltre la forte esposizione mediatica, indirettamente, potrebbe condizionare la memoria e la testimonianza di persone coinvolte.

Vi è anche un altro elemento a non sottovalutare, il linciaggio mediatico, il mancato rispetto del diritto alla presunzione di innocenza, possono causare gravi danni reputazionali agli indagati, anche prima di un eventuale rinvio a giudizio o condanna. 

Vi aggiungo alla fine di questa riflessione un testo molto interessante e molto critico che trovate nell'originale a questo link.

"Quante trasmissioni hanno fatto sul delitto di Garlasco? Centinaia di programmi a spaccare il capello in quattro coinvolgendo avvocati, opinionisti e vari esperti investigativi. Ore ed ore a discutere su un biglietto del parcheggio uscito fuori vent’anni dopo dal cassetto di Sempio. Che c’è di strano? Chi è che non custodisce i tagliandini del parcometro per anni, è la cosa più normale di questo mondo!  Per non parlare delle ore a speculare su un presunto video hard della povera ragazza girato con il suo fidanzato. La poveretta non trova pace neanche da morta. 

Poi veniamo a conoscenza dell’esistenza di un’organizzazione criminale globale impegnata in abusi sessuali, tratta e sfruttamento sistematico di donne e bambine – una rete che coinvolge anche le élite politiche, economiche e mediatiche europee – e tutto improvvisamente viene messo a tacere. Milioni di prove schiaccianti nei cosiddetti Epstein file rivelano ragazze costrette in condizioni di schiavitù sessuale, torture, sparizioni e veri e propri crimini contro l’umanità. Vittime abusate da personalità di alto rango dell’Occidente, tra Stati Uniti ed Europa: criminali, pedofili, torturatori coinvolti in pratiche sataniche e, si vocifera, perfino cannibalismo. Dietro a tutto questo l’ombra dei ricatti del Mossad. Eppure, i grandi media restano in silenzio o, al massimo, mandano qualche servizio a notte fonda. In compenso, continuano puntigliosamente ad analizzare un biglietto del parcometro e le celle agganciate dal cellulare di quel Sempio. Assurdo e vergognoso".

E come diceva Maurizio Costanzo: Buona televisione a tutti!!!

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna

 

domenica 18 gennaio 2026

DISAGIO GIOVANILE: LA SERENITA' PARTE DALLE CERTEZZE E DALLA PRESENZA

 



Parto un concetto stringato e lapidario.

Se da bambino mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo il poliziotto o il pompiere, oggi ti rispondono l'influencer, nel migliore dei casi il programmatore informatico.

Ora, malgrado chi scrive, pur nel rispetto della legge, è sempre stato un ribelle, potrebbe sembrare strano che, parlando di alcune situazioni, ormai conclamate, io affermi che tutto parta anche dalla mancanza di riconoscimento delle autorità, dalla loro svalutazione, dallo snobbarle e sminuirne il valore.

Facendo qualsiasi ricerca internet, ascoltando e leggendo i media, se chiedessimo a chi tocca la responsabilità di educare i giovani, la risposta sarebbe che è una responsabilità condivisa che coinvolge primariamente i genitori, ma anche la scuola, la comunità e i professionisti dell'educazione (pedagogisti, educatori professionali), creando una fondamentale alleanza educativa tra famiglia e istituzioni per la crescita integrale dei ragazzi. 

Perfetto, ma la domanda è: quanto i genitori riconoscono oggi il valore della scuola e di chi ci lavora ed il valore di tutte le altre categorie elencate (lavori che hanno trovato espansione negli ultimi decenni, quasi sconosciuti fino alla soglia del 2000)?

Quanti genitori insegnano ai figli che esiste l'autorità?

L'autorità non è solo quella costituita, è anche quella che affronti ogni giorno della vita al lavoro, a scuola, nelle associazioni ed in ogni forma di rapporto sociale, si ogni rapporto sociale, perché la prima forma di autorità si chiama rispetto.

Ci viene detto spesso che le cause del malessere giovanile sono complesse e multifattoriali, che includono pressioni sociali e accademiche (ansia da prestazione, incertezza per il futuro), dinamiche familiari (mancanza di supporto, conflitti, assenza genitoriale), fattori individuali (bassa autostima, problemi di salute mentale preesistenti) e l'impatto dei media e della tecnologia (social media, cyberbullismo, isolamento).

Ma chiediamoci, chi tra noi non più esattamente giovani non ha dovuto affrontare l'incertezza del futuro o affrontare delle prove?

Chi tra noi non ha conosciuto, direttamente o indirettamente, famiglie in conflitto interno?

Posso invece essere d'accordo in parte con un assenza famigliare, oggi che la "famiglia gerarchica" che comprendeva nonni, zii e parenti non è più applicabile, ma anche io lavoro, faccio politica eppure trovo il tempo di insegnare a mio figlio ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità.

Posso essere anche d'accordo sul fattore tecnologico, ma questo va in concausa con l'abbandono genitoriale, che nasce e si coltiva nel primo decennio di vita, mio padre dopo 10 ore di lavoro la serata la passava comunque in mia compagnia, mi spiegava lui quello che veniva trasmesso in TV (insieme alla radio, unico mezzo a disposizione ai tempi), quello che io non capivo e mi insegnava la distinzione tra il giusto e lo sbagliato.

Mi insegnava che la vita non è perfetta, che le guerre e la violenza esistono, che nella vita avrei incontrato delle difficoltà da affrontare, in ogni fase di essa. Me l'ha insegnato anche dandomi consigli, che io ero libero di accettare o meno, ma lo sentivo vicino. 

Oggi la mia impressione è che si cerchi di nascondere ai figli che la vita non è un isola dorata, che ci sono delle responsabilità da assumere, che nella vita ci sono gerarchie e autorità le quali rendono possibile il vivere comune.

Ecco, se non insegni che la vita è dura, se non insegni fin da piccolo a tuo figlio che il maestro è si un autorità, ma un autorità a sua disposizione, se gli dici che è un cretino, se lo insulti, se lo porti davanti a un tribunale perché l'ha bocciato, lo abbandoni al caos, non ha le basi per una vita sociale normale.

Dopo non ti devi stupire se tuo figlio, e tutti i ragazzi, "improvvisamente", maturano aggressività, irritabilità, ansia e depressione, che di riflesso gli portano delle difficoltà scolastiche, dei disturbi alimentari, dell'autolesionismo.

Se non gli fai sentire la tua vicinanza non devi stupirti se cade nell'isolamento sociale, se vive problemi relazionali che portano a dipendenze forti quali possono essere alcol, droghe, videogiochi.

Certo la droga c'era anche decenni fa, l'alcol, più facile da raggiungere, e forse ancora più pericoloso, è fenomeno recente, casalingo.

Il videogioco, al contrario del "girogirotondo", insegna, spesso, prevaricazione e violenza, minando la capacità di capire dove finisce la finzione e dove inizia la realtà.

L'escalation degli atti di violenza giovanile odierna include forme fisiche (risse, aggressioni), psicologiche (bullismo, mobbing, insulti), verbali e sessuali (molestie), fino al vandalismo e atti online come il revenge porn, spesso guidati da ricerca di riconoscimento, frustrazione e influenzati da social media e contesto familiare/sociale. 

Alla fine di questo lungo giro la mia sentenza, no, la mia esortazione è: torniamo a fare i genitori, torniamo a dire che la vita è una cosa bella anche se difficoltosa, torniamo a dire che il rispetto delle persone e delle regole sociali sono il pane della vita, scopriremo che avremo dei figli molto più sicuri di se stessi e pronti a vivere più serenamente  i rapporti sociali e le difficoltà della vita.

Diamo a loro delle persone di riferimento, loro ci sapranno interloquire.

Grazie per la pazienza,

Giorgio Bargna


martedì 25 novembre 2025

PADRI, MADRI, FIGLI: IL FIGLICIDIO FEMMILE

 



Di seguito alla mia pubblicazione inerente alla ormai famosa "Casa nel bosco", tramite commento, una psicologa mi suggeriva di seguire piuttosto, con più interesse, i figlicidi, ma non mi limiterò a questo, metteremo in pista altri due capitoli, uno sulla situazione delle madri separate e un altro sui padri separati, oltre quello dei figlicidi da parte di madre e padre.

Oggi ci occupiamo dei figlicidi perpetrati dalle madri. Parto con un quadro della situazione che ho individuato sul sito dell'Arma dei Carabinieri:

"Facendo un quadro conclusivo per quanto concerne il fenomeno del figlicidio, nonché cercando di fornire quegli elementi che permettano una visione oggettiva e particolareggiata del problema, si può affermare - in base ai risultati di studi specifici - che un terzo dei casi è riconducibile ad una motivazione inerente a una grave malattia mentale in relazione soprattutto a patologie facenti parte della serie depressiva (spesso nell’ambito di un progetto patologico di suicidio allargato) e paranoidea (omicidio altruistico per salvare il bambino da forze persecutorie, maligne e mortifere); nei restanti due terzi, le figlicide sono affette da disturbi di personalità (antisociale, borderline, immatura, ecc.), disturbi questi che non permettono loro una gestione normale di situazioni di vita difficili e penose (es. perdita di familiari, allontanamenti, frustrazioni sociali e personali, ecc.), di problemi legati alla tossicodipendenza, in situazioni emotive caratterizzate da difficoltà ad acquisire un ruolo materno consapevole e responsabile. Indipendentemente dalla eventuale patologia del soggetto, prima di arrivare alla condotta di reato ci possono essere dei sintomi inequivocabili che, se analizzati con le dovute cautele, possono mettere in allarme e far intravedere che le condizioni psico-fisiche della persona al momento sono deficitarie e necessitano di cure o quantomeno di un intervento medico immediato."

Se ci affidiamo invece all'intelligenza artificiale abbiamo questo responso:

"Le madri possono arrivare a uccidere i propri figli a causa di una complessa interazione di gravi fattori psicologici, sociali e situazionali, che spesso includono disturbi mentali non diagnosticati o non curati appropriatamente, come la depressione post-partum e la psicosi puerperale". 

Le motivazioni sono varie e profonde:

-Disturbi psichici: La presenza di gravi patologie psichiatriche, in particolare la psicosi post-partum, è un fattore di rischio significativo. In questi casi, la madre può vivere alterazioni gravi dello stato di coscienza o deliri che la portano a compiere azioni estreme.

-Motivazione "altruistica" (distorta): In alcuni casi, specialmente in presenza di forte depressione, la madre può percepire l'uccisione del figlio come un atto "salvifico" o un "male minore" per sottrarre il bambino a una vita che lei immagina piena di dolore o ingiustizia, in una visione del mondo distorta dalla malattia."

Aggirandoci invece su pubblicazioni di marca psicologica troviamo alcune ipotesi specifiche.

Per  l’infanticidio tra le possibili cause viene indicata anche la sindrome di Medea.

La sindrome di Medea è un termine psicologico che descrive una madre che uccide i propri figli (fisicamente o psicologicamente) come atto di vendetta contro il padre. Deriva dal mito greco di Medea, che uccise i propri figli per vendicarsi di Giasone dopo essere stata abbandonata. Questa sindrome è spesso associata a profonda rabbia, gelosia e un desiderio di punire l'ex partner attraverso il danno più grande possibile. 

Tra i sintomi che si possono riscontrare nella sindrome di Medea, possono esserci: aggressività, stato confusionale, tendenze suicide, impulsività, conflitti di coppia, senso di solitudine, rabbia e frustrazione.

Tra i fattori descritti come possibili cause di infanticidio ne vengono elencati una lunga serie: 

-individuali: età, livello d’istruzione, capacità intellettive e cognitive, salute mentale e fisica, presenza/assenza di esperienze traumatiche, legame affettivo-emotivo o no con il figlio.

-familiari: famiglia d’origine della donna, presenza di altri figli o gravidanze ravvicinate.

-situazionali: condizione economica-affettiva, tocofobia, gravidanza difficile o in cui c'è stata violenza ostetrica, temperamento o problematiche fisiche del neonato, depressione post parto o psicosi puerperale.

Ci viene inoltre ricordato che una madre vive una serie di micro lutti:

-il momento della nascita, perché con questo evento c'è il distacco definitivo a livello fisico con il bambino portato in grembo per nove mesi.

-il "sostituire" il bambino fantasticato durante la gravidanza con il bambino reale (quanta più idealizzazione la madre ha creato, tanto meno sarà in grado di accettare ciò).

-l'idealizzazione della maternità e l'immagine di sé come madre.

Alcune statistiche ci dicono che sei bambini su dieci sono uccisi dalla madre (questo dovrebbe far aprire il capitolo sui padri assassini), che molti decessi di bambini sono archiviati come accidentali o dovuti a cause naturali, che vi sono centinaia di tentativi non riusciti. 

Dal 2020 al 2023 in Italia si sono registrati 535 figlicidi che rappresentano il 12,5% degli omicidi perpetrati in ambito famigliare.

Andiamo verso le conclusioni. 

Il reinserimento sociale di una madre assassina. 

Si tratta di  un processo molto delicato poiché la madre dopo aver scontato la pena, deve ritornare a rapportarsi con il mondo esterno al carcere. Per il tipo di delitto commesso sarà segnata a vita dalla società. Il reinserimento però è un aspetto estremamente importante, di cui avere cura e da non sottovalutare, e da svolgere con la supervisione di professionisti della salute mentale.

Ma ancor più fondamentale è la prevenzione del reato, ma soprattutto la tutela di una madre fragile.

Vi sono, in alcuni episodi tragici, campanelli d'allarme che vengono ignorati o sottovalutati. In alcuni casi di infanticidio si può tentare una previsione. Prevenire invece è difficile e complesso, ma non impossibile. Sarebbe importante non sottovalutare e anzi comprendere il disagio psichico che può portare a un infanticidio.

Certo è che un mondo che corre all'impazzata come questo moderno spesso ci impedisce di focalizzare gli eventi attorno a noi. 

Dovrebbero essere probabilmente i padri e ogni genere di componente della famiglia i primi ad intercettare il problema, ma essendo ormai la società atomizzata i "nonni" spesso sono distanti e i padri presi dal lavoro, dallo stress, magari da un rapporto di coppia poco felice a volte non osservano oppure sottovalutano la situazione della madre.

Poi ci dovrebbero essere le istituzioni, che in realtà alcuni mezzi li mettono a disposizione,  a creare una campagna di sensibilizzazione sullo stampo di quella messa in corso sulla violenza verso le donne.

Non credo esista una ricetta perfetta, ma credo, questo si, che ognuno di noi, uomini e donne, dovremmo, nel nostro quotidiano, prestare più attenzione a questo tema.

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna



domenica 23 novembre 2025

IN FILA PER TRE (La casa nel bosco)

 



Esprimo anche io, a titolo personale, fuori dal mio contesto politico, alcune considerazioni sulla cosidetta "Casa nel bosco".

Si tratta di un tema spinoso da trattare con le molle, ma che ha la propria importanza perché potrebbe portare a un precedente che poi potrebbe irrompere nella vita di altre famiglie.

Vediamo innanzitutto cosa scrive la responsabile dei Servizi Sociali, su questo mi permetto di premettere che ho avuto a che fare spesso con queste funzioni, vuoi per motivi personali che amministrativi, ed ho incontrato persone davvero preparate e umane ed altre che sanno semplicemente applicare dei regolamenti a volte senza la sensibilità che toccherebbe a chi svolge questa funzione.

«Il nucleo familiare vive in una condizione di disagio abitativo in quanto non è stata dichiarata l'abitabilità dello stabile», «I membri della famiglia Trevallion non hanno interazioni sociali, non hanno entrate fisse, nella dimora non sono presenti i servizi igienici e che i bambini non frequentano la scuola».

Poi ci torniamo.

Le decisioni del Tribunale dell'Aquila: «C'è una grave negligenza genitoriale conseguenti alla mancata frequentazione di istituti scolastici e all'isolamento», di conseguenza si decide per : «L'allontanamento dei minori dai genitori». Si aggiunge:«Gli accertamenti sanitari obbligatori non sono stati compiuti».

Su questo punto, se fosse vero quello che ho letto, troviamo, a mio vedere, l'unico vero errore commesso dai genitori che avrebbero detto di acconsentire agli accertamenti dietro compenso di 50 mila per ogni minore, probabilmente era semplicemente una sottile sfida, ma potrebbe pesare.

Prosegue l'ordinanza: «L'ordinanza è fondata sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione».  «In considerazione delle gravi e pregiudizievoli violazioni dei diritti dei figli all'integrità fisica e psichica...i genitori vanno sospesi dalla responsabilità genitoriale». 

Partiamo dall'abitabilità che è stata fornita dal legale della famiglia, il Tribunale si sarà preso la briga di accertarsi di questo?

Si dice che la famiglia non ha entrate fisse, va bene, fatto salvo che si sa per certo che la signora lavora in smart working, quante famiglie in Italia non hanno entrate fisse? Togliamo i figli a tutti?

Se la signora lavora in smart working si presume abbia un collegamento internet, infatti c'è, consentito da pannelli solari, sistema energetico sponsorizzato dallo stato. Dov'è la negligenza quindi?

Non sono presenti servizi igienici? Ci sono, spartani ma sufficienti a soddisfare l'abitabilità a quanto visto.

Non c'è acqua calda? Chi l'ha detto? Io nella mia vita ho provato a lavarmi in età prescolare con acqua scaldata da una stufa (oggetto presente nella casa in questione) all'interno di una tinozza. Fatto salvo che sono ancora vivo non credo proprio che sia l'acqua corrente a garantire l'igiene, conosco gente che pur avendola a disposizione non ne conosce le funzioni.

Vogliamo parlare degli accertamenti neuropsichiatrici? Aldilà della sfida lanciata dai genitori se proprio ci fosse stata necessità ci sono le autorità preposte ad ordinarla, ma forse per qualcuno è stato meglio non richiedere interventi a piani superiori per non rischiare il crollo del castello.

Ma io credo che il punto cruciale stia su due fronti, la mancata frequentazione della scuola e la presunta mancanza di socializzazione.

Sul secondo punto sembra che siano uscite testimonianze che smontano questa ipotesi, ma anche fosse credo tocchi a un genitore decidere quali persone frequentare basandosi su credo tanto pratici quanto spirituali, visto che nessuno ha messo in dubbio la loro integrità mentale.  

Ma che non regge in modo predominante è l'accusa di non frequentare la scuola.

La famiglia non infrange alcuna regola, in Italia è possibile prendere il diploma anche da casa tramite scuole online, che offrono percorsi di studio riconosciuti dal Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM), (ma anche attraverso un insegnamento privato definito istruzione parentale). Questi istituti permettono di studiare a distanza, flessibilmente e in base ai propri impegni, preparandosi poi per l'Esame di Stato che si svolge presso scuole pubbliche o paritarie. E questo la famiglia sta facendo.

Forse a qualcuno da fastidio che questa famiglia sia vegana, che viva dei prodotti delle proprie coltivazioni, che non guardi la TV, che non abbia elettrodomestici, fatti salvi due pc che vengono utilizzati anche dai bambini per studiare».

Vedete, non mi azzardo a immaginare cosa stanno passando i bambini, non li voglio includere per amore e rispetto in questo articolo, preferisco stare sulle carte e su come interpretare certe decisioni.

Ma non può non tornarmi in mente un vecchio brano di Edoardo Bennato: "In fila per tre!!!

Ecco questo è il punto a mio vedere, questa famiglia non è omologata e questo, consciamente o inconsciamente che sia, ha inciso sulle scelte di Servizi Sociali e Tribunale, non è un atto di accusa, ma una semplice riflessione personale.

Giorgio Bargna

giovedì 6 novembre 2025

Je t'accuse



Ne scrissi la prima volta nel 2007 e lo ribadii nel 2016 attraverso un post intitolato " Il Cavallo di Troia".

Sostanzialmente sostenevo che un vero cambiamento del paese non sarà mai completo né definitivo se non cambierà, insieme alle strutture istituzionali, anche l’atteggiamento personale di ciascuno cittadino.

Volevo e voglio far passare il pensiero che occorre far crescere il senso di responsabilità dei singoli cittadini nei confronti della cosa pubblica, dell’umanità, della natura e delle generazioni future. Troppe sono le persone chiuse nel proprio orticello, vuoi per menefreghismo o per plagio, abituate dai media o dall'ignoranza a pensare che i problemi vanno risolti da altri.

Guardando intorno a me mi accorgo che in questi diciotto anni non sia cambiata una virgola. Il cittadino medio ancora non ha capito nulla di quanto accade attorno a lui o, peggio ancora magari, ha convenienza a non capirlo. 

Quindi non solo menefreghismo purtroppo, a mio avviso, ed è questo è il Cavallo di Troia che i padroni del vapore usano pensando che funzioni a tempo illimitato.

Oggi molti opinionisti parlano di sfiducia e disaffezione nei confronti della politica.

Potrebbe anche essere, ma la politica è diventata proprietà di pochi esattamente per questo, l'abbandono dei tanti.

Io accuso per questo l'egoismo ormai degenerante che ha colpito la società, accuso "l'obesità" dell'essere umano ridotto alla poltrona di casa, accuso l'ignoranza politica ben distribuita dai media.

Ma accuso anche il nichilismo e la viltà.

Quanti hanno paura di mettersi in gioco temendo di essere derisi o perseguiti, timorosi di ritorsioni nella vita privata o lavorativa?

La ritengo una comoda maschera dietro la quale nascondersi.

Dopo 20 anni di politica attiva, di manifestazioni, di identificazioni, sempre nel rispetto della legge, sono ancora qui, nessuno mi ha arrestato, le forze dell'ordine non sono entrate a casa mia, non mi hanno messo bombe sotto casa.

Quindi si può fare e chi non lo fa è complice di un sistema che ci rende poveri, che ci sottrae la sanità, che non ci offre sicurezza e ogni giorno si inventa un balzello.

Perciò scusate lo sfogo, chi si estranea dalla lotta è un gran fijo de na m......a!!!

Giorgio Bargna


 

domenica 12 ottobre 2025

100.000 volte Libero Pensiero

 

Nella giornata del 12 0ttobre 2025 il mio blog "Libero Pensiero" ha segnato la centomilessima visualizzazione.
Ho iniziato in sordina questa attività il 3 Settembre del 2007, dopo un inizio lento nel 2012 iniziano le soddisfazioni, fatti salvi alcuni post molto tecnici iniziavo ad avere dalle 150 alle 2500 visualizzazioni sugli articoli, questo fino al Febbraio 2020 dove iniziavo ad essere critico sulle scelte governative sul Covid, improvvisamente le visualizzazioni calano a poche decine per articolo, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, anche se vedrò di non pensare e darò la colpa alle mie idee.
Fatto sta che a questo punto riduco sensibilmente le mie pubblicazioni fino ad Aprile 2025 quando entro in "Patto per il Nord" e riprendo a pubblicare con continuità.



Qui nascono i temi di paragone tra l'analitica di Google e gli Insight di Facebook.
Prendo ad esempio il post intitolato "Con il cuore e col sorriso (La speranza divampa).
Secondo Google abbiamo 75 visualizzazioni, una sua condivisione su Facebook mi dice che è stato visualizzato 672 volte e questo succede per tutti i post. 
Non andiamo a polemizzare ed evitiamo di pensare che qualcuno sbaglia, festeggiamo questo 100.000 sapendo che probabilmente si dovrebbe festeggiare già il doppio.
Grazie a tutti voi che mi leggete,
Giorgio Bargna


domenica 1 giugno 2025

Una terza posizione per sviluppare il libero pensiero

 



Prendo spunto da un paio di pensieri espressi dai lettori del quotidiano "La Provincia di Como" per condividere un mio pensiero.

Se chiediamo all'intelligenza artificiale chi è un fascista la sintesi della risposta è "Oggi, il termine "fascista" può essere utilizzato in modo più generico per definire persone che si comportano in modo autoritario, che non rispettano le opinioni degli altri o che usano la violenza per raggiungere i propri obiettivi".

Da sempre chi vince le guerre e chi detiene il potere economico detta il "pensiero comune", ultimamente però attraverso i media principali, radio e TV, e quelli tecnologici passa l'idea che chi non si assoggetta sia un fascista. 

Potrei anche essere d'accordo nel volermi dichiarare assolutamente antifascista (e lo sono), ma va ricordato, come diceva De Gasperi, che ogni democratico è sicuramente un antifascista, ma non necessariamente un antifascista è un democratico.

Oggi se critichiamo le azioni di Putin siamo dei sinceri democratici, se critichiamo le azioni di Netanyahu siamo grezzi fascistoidi e rischiamo addirittura un processo se il nostro pensiero cade in mani sbagliate.

Ma azzardo un pensiero: perché nessuno attacca l'idea del ripristino dei confini biblici in medio oriente e tutti attaccano l'altrettanto folle idea putiniana di ristabilire i confini URSS?

Una risposta, soprattutto una provocazione, sarebbe rispondere che la sottomissione alle forze economiche e militari americane incide.

Per alcuni fattori potrebbe essere così, ma noi non vogliamo cadere in questa trappola. Noi vogliamo lavorare affinchè si sviluppi un libero pensiero, come del resto indicato dal titolo di questo blog. Cerchiamo un altra volta di sviluppare una "terza posizione".

Ci si può arrivare evitando di prendere per oro colato l'informazione mediatica, evitando di affidarsi alle intelligenze artificiali, informandosi attraverso più canali, discutendo e dialogando tra noi.

Insomma, facendo esattamente ciò che i poteri forti non vorrebbero, dopo averci faticosamente atomizzati, trasformati in una società in cui gli individui sono isolati gli uni dagli altri, privi di una dimensione pubblica e di un senso di appartenenza.

Quindi oggi più che mai libero pensiero in libera piazza.

Giorgio Bargna


sabato 5 aprile 2025

SALONE DEL MOBILE, ORGOGLIO DEL NORD

 


Purtroppo Domenica 6 Aprile non potrò essere presente presso l'Hotel Cavalieri a Milano al Consiglio Federale di Patto per il Nord.

Mi recherò in un altra zona di Milano ad allestire lo stand dell'azienda per cui lavoro al Salone del Mobile.

E' un attività perenne per me che da oltre 45 anni lavoro nel campo del mobile, ancora oggi che sono un pensionato, non riesco a staccarmi da un grave difetto, l'amore per il lavoro.

Ma non siamo qui a parlare di me ma del Salone del Mobile di Milano, simbolo della laboriosità, dell'ingegno, della forza sia dei Brianzoli che dei Lombardi che dei Settentrionali in genere; sebbene al Salone sia presente anche il resto d'Italia e qualche straniero la forza trainante di questo evento sono le aziende del Nord.

Il Salone del Mobile di Milano è ormai tradizione, è ormai un simbolo, anche se negli anni ha vissuto diverse forme e sfaccettature, comprese date e location.

Per questo dono dobbiamo ringraziare il Cosmit (Comitato Organizzatore del Salone del Mobile Italiano) l'ente che ha ideato e organizzato il Salone Internazionale del Mobile di Milano.

Tra i più antichi comitati della realtà fieristica milanese, Cosmit è stato fondato nel 1960 per iniziativa di Tito Armellini e di un piccolo gruppo di mobilieri aderenti alla Federazione Italiana delle Industrie del legno e del sughero, poi FederlegnoArredo. Nel 1961 organizza il primo Salone del Mobile Italiano alla Fiera di Milano.

Nella foto che ho utilizzato ci sono tutti, i fondatori del Salone del Mobile: Michele Barovero, Alessandro Besana, Franco Cassina, Piero Dal Vera, Vittorio Dassi, Angelo De Baggis, Mario Dosi, Aldo Falcioni, Angelo Marelli, Silvano Montina, Mario Roncoroni, Vittorio Villa, Angelo Molteni.

Era il 1961. La delegazione Alta Italia della Federazione Italiana delle Industrie del Legno e del Sughero, diretta da Tito Armellini, aveva deciso di interpellare le 13 migliori aziende del mobile italiano. Perché? Semplice. Dopo il boom della ricostruzione, in Italia non si vendono più mobili, bisogna andare all’estero. Ma le aziende italiane sono ancora piccole, non ce la fanno da sole. Che fare? Unirsi per organizzare una fiera a Milano e richiamare così l’attenzione degli stranieri. Fare sistema, insomma. Il 24 settembre di quel lontano 1961, 50 anni fa, si inaugura la prima edizione del Salone nel Padiglioni 28 e 34 della vecchia Fiera Campionaria. In poco tempo il Salone del Mobile diventa punto di riferimento mondiale del settore Arredo. E strumento dell’industria, che trova così uno straordinario veicolo di promozione della sua produzione.

E' mio orgoglio personale che ci siano molti canturini tra questi nomi così come Cantù può vantarsi de "La Selettiva del Mobile".

Alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, la necessità di rinnovare la produzione, ancora legata al gusto classico, spinse le autorità canturine a bandire un Concorso Internazionale rivolto ad architetti e designer di tutto il mondo.

Organizzata in stretta collaborazione con la Triennale di Milano, la manifestazione si svolse con cadenza biennale dal 1955 al 1975 e, almeno nelle sue prime edizioni, riscosse un indiscusso successo internazionale.

Ma molte sono state le iniziative legate al Salone del Mobile.

Ricordiamo tra le altre le due biennali dedicate a settori specifici del design: EuroCucina nel ’74 ed EuroLuce nel ’76, l'Eimu dedicata agli arredi per l’ufficio per arrivare, attraverso il Salone Satellite, al "Fuori Salone".

Questo evento garantito fino al 2032 è, oltre che un simbolo, il DNA del Nord che ama il lavoro e lo sviluppa in ogni settore e sicuramente il Nuovo Stato Federale che "Patto per il Nord" porterà alla nascita lo saprà cullare e sviluppare.


L'IDENTITA' DEL NORD E' RAPPRESENTATA DALLA LABORIOSITA' E DAL CORAGGIO, ORA IL VOSTRO CORAGGIO DEVE ESSERE SOSTENERE E ALIMENTARE "PATTO PER IL NORD", SOSTENERE ED ALIMENTARE UN NORD LIBERO E SOSTENIBILE.


Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord







venerdì 31 dicembre 2021

E' ora del "Piano B"

 


Parto da un piccolo inciso, segno dei tempi che riguarda solo in parte il tema del post; i miei articoli di politica (esclusi quelli "tecnici") hanno sempre avuto almeno 200 visualizzazioni, malgrado chi leggesse spesso fosse in disaccordo.Da quando sono una voce fuori dal coro in tema Covid siamo a una media di 20 visualizzazioni... a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca...


Però la verità alla fine viene a galla, i fatti non mentono.

Io sono diventato fervente critico delle mosse governative da subito, ma questo è essenzialmente un pensiero politico, poi viene la scienza, che non mente, se non viene strumentalizzata.

La maggior parte di noi purtroppo guarda solo il TG a tavola o legge i giornali che vivono di sovvenzioni statali, altri come me cercano anche tra le pieghe delle notizie e scovano notizie di questo tipo questa oppure questa.

Dicevamo scienza e la scienza la ritengo identificata con l'Istituto Superiore di Sanità (che è leggittimo immaginare porti un pò di acqua al governo, quindi i dati potrebbero essere più clamorosi) smentisce le quotidiane affermazioni di Premier e Ministri. Di quella categoria che circa un anno fa proclamava che dopo la vaccinazione (parliamo di prima dose) del 70% della popolazione vaccinabile si sarebbe raggiunta l'immunità di gregge; i dati odierni, a seconda dose completata, li smentiscono spudoratamente.


Fu uno dei video più equilibrati visti su youtube (ovviamente oscurato) a portarmi ad essere più che scettico sui vaccini. Una signora, medico, non esortava a non vaccinarsi, ma spiegava i motivi scientifici che la portavano a decidere di non vaccinarsi. 

Due principali e fondamentali.

Il primo: i vaccini sono basati sul primo virus cinese e quindi superati ed inutili. Le varianti hanno confermato questa tesi.

Il secondo: la quantità di test era elevata, ma i tempi troppo stretti per poter intuire quali controindicazioni si potessero scatenare.

La signora era convinta che comunque molte patologie latenti si sarebbero potute scatenare a causa del vaccino, non ricordo purtroppo quali.

Da sempre sostengo che sarebbe stato meglio investire sulle cure. Una delle risposte sentita più volte era che che la cura costa molto.
Beh, anche la crisi economica susseguente al Covid ci costerà parecchio e quello che il contribuente non ha speso per la ricerca sulle cure lo spenderà in aumento di costi dei servizi e delle energie, per non parlare delle attività lavorative distrutte nel frattempo, che nessun "Recovery" potrà mai sanare.

Parlo di scelte sbagliate (a livello globale, non solo nazionale) senza voler accusare di scelte deliberate, però è chiaro che gli aumenti del costo della vita, le restrizioni sulle libertà, le morti che continuano copiosamente, attività che chiudono e saranno boccone appetitoso per le Mafie, siano pane appetitoso per i complottisti.

Mi auguro davvero un cambio di rotta da parte dei Governi, spinto magari ogni giorno di più, dai Popoli che finalmente prendano coscienza del fatto che finora il "Piano A" non ha funzionato.

Giorgio Bargna