martedì 29 settembre 2026

La "Profezia" di Pasolini tra mutazione antropologica e complessità multietnica


Il richiamo alla "profezia" di Pier Paolo Pasolini intercetta una delle riflessioni intellettuali più profonde e dibattute del Novecento italiano. Il parallelismo tra le tesi pasoliniane e l'attualità oscilla costantemente tra intuizioni antropologiche straordinariamente lucide e marcate divergenze storiche rispetto alla realtà odierna. Considerata la distanza temporale e la forte matrice marxista dell'autore, emerge chiaramente ciò che egli seppe cogliere con formidabile anticipo, così come ciò che gli sfuggì a causa dei limiti della propria epoca e della gabbia ideologica del suo tempo.

Il legame profondo tra vecchi e nuovi sottomessi

Nella celebre poesia Profezia (1964), Pasolini immagina un'ondata migratoria epocale che dall'Africa approda in Calabria per poi risalire verso il Nord. Lo scrittore descrive questi popoli in cammino con i propri figli, riconoscendo in loro la medesima "disperazione" e la stessa vitalità primitiva che caratterizzavano i subproletari dei suoi romanzi romani, come i protagonisti di Ragazzi di vita o Una vita violenta.

In questo senso, l'autore ha anticipato di decenni l'idea che l'immigrazione estera avrebbe occupato i medesimi margini sociali ed economici lasciati vuoti dall'esodo dei contadini e degli operai italiani. Per Pasolini, il "Terzo Mondo" rappresentava l'ultimo serbatoio di un’umanità pre-industriale non ancora corrotta dalla modernità, destinata a ereditare il ruolo storico del vecchio proletariato.

La mutazione antropologica nell'era della Trap e dei Social

Per comprendere appieno la portata della premonizione pasoliniana sul "genocidio culturale" delle classi popolari, è necessario analizzare il moderno cortocircuito che lega l’esclusione sociale al feticismo delle merci. Negli Scritti corsari, l'autore denunciava come l'edonismo consumistico avesse imposto un modello unico di felicità basato sul possesso, distruggendo le culture particolari. Oggi, questa mutazione si manifesta in modo plastico nelle periferie urbane attraverso l'estetica della musica trap e le dinamiche dei social network.

A differenza delle sottoculture giovanili del Novecento (como il punk o l'hip-hop delle origini), che contestavano il sistema capitalistico o ne rifiutavano i simboli, la devianza giovanile contemporanea non contesta il capitalismo: lo esaspera. I testi musicali e l'immaginario visivo della trap non propongono un’alternativa sociale, ma celebrano in modo ossessivo i simboli del lusso borghese: marchi di alta moda, denaro contante, auto di grossa cilindrata e ostentazione del successo.

In questo contesto, la violenza di strada e la criminalità non nascono dal rifiuto dei valori occidentali, ma dalla frustrazione di non poterli possedere. I giovani emarginati — siano essi italiani o stranieri — sono sottoposti a un bombardamento mediatico incessante che impone il consumo come unico requisito per esistere e avere valore. Quando a questo imperativo psicologico si somma l'assenza di un reale ascensore sociale, la devianza diventa la scorciatoia più accessibile per colmare il divario. La violenza diventa così l'atto disperato di ragazzi sradicati che, non potendo accedere al benessere legale, ne mimano i codici con la forza, confermando l'allarme pasoliniano: il consumismo crea bisogni che non può soddisfare per tutti, trasformando la frustrazione in aggressività.

Oltre la lotta di classe: l'identità "ibrida" delle Seconde Generazioni

Se l'analisi di Pasolini sul consumismo si rivela insostituibile, il suo impianto teorico mostra inevitabili limiti interpretativi quando viene applicato alla complessità multietnica contemporanea. Essendo un intellettuale di formazione rigidamente marxista, Pasolini interpretava la storia quasi esclusivamente attraverso la lente della lotta di classe e dell'opposizione tra l'omologazione borghese e la purezza subproletaria. All'epoca, l'emigrazione interna (dal Sud contadino al Nord industriale) comportava un processo di assimilazione che si consumava tutto all'interno della medesima matrice culturale e nazionale.

L'immigrazione estera odierna e, in particolare, la condizione delle seconde generazioni, sfuggono a questa linearità. Oggi non assistiamo a un semplice processo di "acculturazione" o alla totale dissoluzione delle identità d'origine nel calderone del consumismo. Si assiste, invece, alla nascita di identità "ibride" o "glocali", caratterizzate da un legame profondo e apparentemente contraddittorio con il proprio background.

Molti giovani nati o cresciuti nel Paese ospitante vivono un vero e proprio cortocircuito identitario. Da un lato sono pienamente immersi nella cultura di massa occidentale; dall'altro, avvertendo spesso un senso di mancata accettazione o di discriminazione da parte della società, tendono a riscoprire, reinventare o persino irrigidire l'appartenenza culturale o religiosa dei padri. Questo legame con le origini non è una semplice eredità del passato, ma una strategia di difesa identitaria nel presente. I conflitti odierni nelle periferie, di conseguenza, non si sviluppano solo lungo l'asse verticale della ricchezza (ricchi contro poveri), ma si ramificano in tensioni orizzontali e culturali. Questioni centrali come i diritti delle donne, la parità di genere e la laicità dello Stato si scontrano talvolta con sacche di resistenza tradizionalista che la sola categoria marxista della "condizione economica" non è in grado di decifrare, rivelando come la realtà odierna sia decisamente più frammentata e pluralista di quanto la "sfera magica" di Pasolini potesse prevedere.

Il divario tra l'ideale democratico e il disincanto della realtà

Di fronte alle derive violente della sottocultura giovanile, alla precarizzazione della sicurezza e alle minacce che gravano sui diritti conquistati dalle donne, il dibattito democratico propone ricette note e consolida sul piano teorico. Da un lato, si invoca il potenziamento dei dispositivi repressivi e di controllo (la certezza della pena, il presidio del territorio e la prevenzione di derive di giustizia privata); dall'altro, si insiste sulla necessità di patti civici di cittadinanza, percorsi di educazione all'uguaglianza di genere nelle scuole e modelli partecipativi di inclusione socio-economica.

Tuttavia, l'efficacia concreta di queste risposte si scontra oggi con un profondo e giustificato disincanto, frenata da due barriere strutturali che rischiano di ridurle a mere dichiarazioni d'intenti.

In primo luogo, l'azione dello Stato risente drammaticamente della cronica pochezza delle risorse pubbliche. Senza massicci investimenti strutturali e continuativi, le soluzioni teoriche svaniscono: i presidi di sicurezza sul territorio rimangono sguarniti, la giustizia sconta tempi troppo lunghi per garantire una reale percezione di certezza della pena, e i progetti educativi o di mediazione sociale nelle periferie degradate vengono ridotti a interventi simbolici e frammentari.

In secondo luogo, e in modo ancora più radicale, pesa l'evidenza di una mancanza di una vera e profonda volontà di integrazione. Questo vuoto si manifesta in modo bidirezionale: da una parte, in larghe fette della società ospitante, l'integrazione viene spesso declinata come una tolleranza superficiale o una mera sottomissione economica alle mansioni lavorative più umili, priva di una reale apertura civile; dall'altra, in segmenti significativi delle comunità migranti e in particolare delle seconde generazioni, si osserva un rifiuto identitario intenzionale, un arroccamento in valori tradizionalisti o subculture di risentimento incompatibili con i principi costituzionali e con la tutela della donna.

Questo doppio binario di disinteresse e diffidenza reciproca trasforma il tessuto sociale in un mosaico di solitudini e ghetti culturali comunicanti solo attraverso le regole del consumo. Il rischio odierno, dunque, è che l'allarme pasoliniano trovi il suo compimento più cupo: non una società multietnica unita da valori democratici condivisi, ma una frammentazione conflittuale dove la precarietà economica e lo sradicamento culturale alimentano, giorno dopo giorno, un'inevitabile spirale di insicurezza, rancore e violenza.

Giorgio Bargna

 

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