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domenica 27 settembre 2026

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna

 

martedì 22 settembre 2026

Caso Erba, la verità sul punto nascite: la Regione sapeva tutto. Ora basta tagli ai nostri territori!



Ospedali convenzionati e chiusura reparti: come funziona la catena di comando

La chiusura o la sospensione delle attività di un reparto in un ospedale privato accreditato (convenzionato) da parte dell'ATS (Agenzia Tutela della Salute) non avviene mai all'insaputa della politica. L'idea che tali provvedimenti scattino "senza che i politici regionali e nazionali ne siano informati" non corrisponde al reale funzionamento della catena istituzionale e gerarchica della sanità italiana.

L'ATS è l'organo tecnico e ispettivo della Regione. Pur avendo il potere di sospendere le attività o revocare l'accreditamento di un reparto, l'ATS non è un ente indipendente, ma il braccio operativo della Giunta Regionale. I suoi Direttori Generali sono nominati direttamente dal Presidente della Regione e dall'Assessore al Welfare/Sanità. Di conseguenza, qualsiasi azione strutturale — come la rimodulazione dei posti letto convenzionati — discende dai piani sanitari regionali o viene tempestivamente notificata all'Assessorato competente, che detta la linea politica.

Se un reparto chiude improvvisamente, la proprietà privata dell'ospedale e i vertici della Regione sono perfettamente a conoscenza delle motivazioni, siano esse economiche, legate alla carenza di medici o al mancato rispetto degli standard di sicurezza.

Il ruolo (limitato) del Sindaco

Il Sindaco, pur essendo la massima autorità sanitaria sul territorio comunale, ha competenze legate esclusivamente alla salute pubblica e alla vigilanza d'urgenza (ordinanze contingibili e urgenti). Il Sindaco non ha alcun potere gestionale sugli ospedali o sui contratti di convenzione tra Regione e privati.

Per questo motivo i primi cittadini lamentano spesso di non essere stati informati preventivamente, venendo a conoscenza dei provvedimenti solo a cose fatte o tramite i comitati dei cittadini: la programmazione della rete ospedaliera spetta per legge alla Regione, non al Comune.

Il caso del punto nascite dell'Ospedale Sacra Famiglia di Erba

La vicenda del punto nascite di Erba conferma questa dinamica: l'ATS Insubria non ha agito in segreto, ma ha avviato una formale procedura tecnica dettata da standard nazionali e regionali.

1. Chi ha deciso e perché?

Il 17 settembre 2026, il Comitato Locale Percorso Nascita di ATS Insubria ha espresso parere favorevole alla riorganizzazione (e quindi alla chiusura) del reparto.

  • La motivazione ufficiale: Il crollo verticale delle nascite. Nel 2025 si sono registrati solo 320 parti e la proiezione per il 2026 è di circa 250.

  • Il legame con la legge nazionale: Il Decreto Balduzzi prevede che sotto la soglia dei 500 parti all'anno i punti nascita debbano essere dismessi o messi in deroga per ragioni di sicurezza clinica (mancanza di casistica sufficiente e assenza di rianimazione neonatale H24).

2. L'ok finale spetta alla politica regionale

L'ATS non ha l'ultima parola. Il parere favorevole di ATS Insubria è stato immediatamente trasmesso alla Regione Lombardia e al Comitato Regionale Percorso Nascita (convocato per il 22 settembre 2026). La decisione finale sui tempi e sulle modalità della chiusura spetta esclusivamente alla Giunta Regionale guidata da Attilio Fontana. I tecnici dell'assessorato al Welfare regionale guidano politicamente questo processo: la Regione stessa è il destinatario che deve firmare il decreto definitivo di chiusura.

Reazioni locali e posizionamento politico

Quando i politici locali, regionali o nazionali dichiarano pubblicamente di essere "sorpresi" o si oppongono fermamente, spesso si tratta di una scelta di posizionamento sul territorio. I sindaci e i rappresentanti locali si trovano quasi sempre a rincorrere decisioni tecniche basate sui numeri nel tentativo di negoziare deroghe politiche dell'ultimo minuto.

La notizia del punto nascite di Erba ha scatenato un'immediata mobilitazione bipartisan, evidenziando due approcci distinti:

  • La politica di governo regionale: Esponenti dei partiti che guidano la Regione (come la Lega, con il deputato erbese Eugenio Zoffili, e Fratelli d'Italia) hanno richiesto interventi pubblici, nonostante i rispettivi schieramenti controllino i vertici dell'assessorato competente e non potessero non sapere.

  • I movimenti del territorio: Realtà locali come Erba Civica e Patto per il Nord hanno depositato mozioni e avviato raccolte firme, dimostrando come l'atto tecnico abbia attivato una risposta politica territoriale indipendente dalle dinamiche della politica nazionale.

  • La conseguenza pratica:

Al di là del dibattito istituzionale, l'impatto reale ricade sui cittadini. Le neomamme del territorio erbese saranno costrette a rivolgersi alle strutture di Lecco, Como o Merate, con tutti i disagi logistici legati ai tempi di percorrenza, aggravati nei mesi invernali.

La sostanza politica che Patto per il Nord rivendica è chiara: questa vicenda svela fino in fondo l'ipocrisia della politica dei palazzi. Da un lato, i partiti tradizionali che governano la Regione firmano i decreti di chiusura applicando ciecamente i diktat nazionali; dall'altro, i loro rappresentanti locali scendono in piazza a protestare contro se stessi pur di non perdere consenso sul territorio. Una recita a cui i cittadini non possono più credere.

La sanità non può essere gestita solo con la calcolatrice in mano, ignorando la geografia e la vita reale delle persone. La chiusura del punto nascite di Erba è il risultato di un sistema centralista che esautora i Sindaci — lasciati sistematicamente all'oscuro — e penalizza le nostre comunità.

L'azione di Patto per il Nord dimostra che esiste un’alternativa: una politica che non risponde a logiche di scuderia nazionale o di autoconservazione, ma che si batte per un vero federalismo dei servizi. Le firme raccolte e le mozioni depositate non sono solo una protesta, ma l'inizio di una battaglia per restituire ai territori il potere di decidere sul proprio destino e sulla propria salute, perché la vita di una madre e di un bambino conta più di un freddo vincolo numerico del Decreto Balduzzi.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como






 

sabato 19 settembre 2026

Giù le mani dall’Erbese: la farsa del bollo auto non pagherà il taglio della nostra sanità!


Ci risiamo: ecco l’ennesimo schiaffo al nostro territorio. La chiusura del reparto di maternità dell’Ospedale Sacra Famiglia (Fatebenefratelli) di Erba — ipocritamente mascherata sotto la parola "revisione" — è la goccia che fa traboccare il vaso. Da anni lo Stato centrale fa cassa sulla pelle dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. È semplicemente intollerabile che la sanità della Lombardia, da sempre un'eccellenza nazionale, venga continuamente saccheggiata per coprire i fallimenti altrui.

Guardiamo alla realtà dei fatti: smantellare il punto nascite di Erba significa scaricare un peso insostenibile sugli ospedali Valduce e Sant'Anna, strutture i cui reparti sono già oggi al limite del collasso. Dobbiamo pretendere rispetto. Rispetto per il nostro territorio, rispetto per le mamme e per i bambini che nasceranno, ma anche rispetto per medici, infermieri e personale sanitario che lavorano con dedizione pur essendo già allo stremo delle forze.

Ma c'è di più. In questi giorni si fa un gran parlare della presunta "svolta" sull'abolizione del bollo auto per il 2027. Ci raccontano che per le casse della Regione Lombardia sarà a costo zero e che il Governo nazionale compenserà interamente il mancato gettito. Il governatore Attilio Fontana ci rassicura, promettendo che il Ministero dell'Economia coprirà ogni centesimo. Ma la verità è un'altra, ed è sotto gli occhi di tutti: è veramente difficile credere alle favole.

Lo Stato non sta cancellando una tassa regalando soldi ai cittadini. La bozza del decreto parla chiaro: i 2,36 miliardi di euro necessari a coubrire l'operazione nazionale verranno scippati dai fondi non utilizzati del PNRR e, soprattutto, da una rimodulazione dello sconto sulle accise dei carburanti (in particolare sul diesel). Tradotto in parole povere: nel 2027 non pagherai il bollo, ma lo lascerai direttamente al distributore ogni volta che farai il pieno di benzina o gasolio. Una beffa colossale.

Non a caso, molti presidenti di Regione hanno già alzato gli scudi, denunciando che i fondi stanziati dal Governo non copriranno mai il reale valore delle tasse non riscosse. Nonostante le rassicurazioni del ministro Giorgetti, la diffidenza resta altissima. Il bollo auto è un’entrata a destinazione libera che le Regioni usano per finanziare i servizi essenziali. Togliere queste risorse significa costringere gli amministratori locali a tagliare ulteriormente sulla sanità pubblica e sui trasporti per far quadrare i conti.

A confermare questo sospetto è la durata stessa del provvedimento. Guarda caso, la sospensione vale solo per il 2027, l’anno delle elezioni politiche nazionali. Siamo davanti a una cinica "svendita di fine stagione", una mossa elettorale che regala un'illusione immediata per raccogliere voti, scaricando sulle amministrazioni locali e sui cittadini il collasso dei servizi nei mesi successivi.

Da territorialista convinto, legato a questa terra che va dalle sponde del nostro lago alle vette del Triangolo Lariano, non posso restare in silenzio di fronte a questo scempio. Il benessere profondo delle nostre comunità si misura dalla capillarità dei servizi di prossimità. Sradicare la maternità dal cuore dell'Erbese non è una semplice scelta tecnica: significa costringere le famiglie di Asso, di Canzo, della Vallassina e di tutta l'Alta Brianza comasca a fare chilometri di tornanti e code sulla statale solo per dare alla luce un fragile neonato. Stanno desertificando i servizi storici della provincia di Como per piegarli alle logiche burocratiche dei palazzi. E mentre ci tolgono il diritto di nascere a casa nostra, a Roma giocano al gioco delle tre carte con i fondi del bollo auto per fare propaganda elettorale. La Lombardia e il Comasco producono la ricchezza di questo Paese e meritano autonomia vera, rispetto e la certezza assoluta che le risorse generate qui rimangano qui, a difesa dei nostri ospedali e della nostra gente. Difendere Erba oggi significa difendere il futuro stesso della nostra terra.Giù le mani dalla nostra sanità, giù le mani dal nostro territorio!

Giorgio Bargna


 

lunedì 14 settembre 2026

Oltre la Maschera dell'Occidente: Il Nuovo Paradigma Multipolare


IL NUOVO PARADIGMA GEOPOLITICO

Smascherare la Cupola Globale per la Liberazione dei Popoli

1. L'ILLUSIONE DEL NEMICO TRADIZIONALE

I leader delle nostre società tradizionali continuano a ignorare un dato fondamentale: la minaccia attuale non proviene da un nemico classico. Non abbiamo a che fare con un avversario tradizionale che, pur attaccandoci, riconosce e condivide i valori millenari su cui si fonda la nostra civiltà. La realtà è ben diversa: ci troviamo di fronte a una mafia internazionale, una vera e propria setta cresciuta nell'ombra per secoli, il cui obiettivo finale è il controllo totale del pianeta e dei suoi abitanti. Questa organizzazione agisce secondo l'unico vero principio comune a tutte le mafie: l'assenza totale di regole, etica o moralità, se si esclude un rigido codice interno applicato con inflessibile disciplina per preservare il potere dei propri membri.

2. LA MASCHERA DELL'OCCIDENTE E IL BUSINESS DELLA GUERRA

Per i seguaci di questa cupola globale ogni mezzo è lecito, anche il più abbietto, pur di soddisfare i piani dei loro padrini. Il fine non cambia mai: accumulare potere materiale e ricchezza depredando il prossimo con la frode e la forza, dal furto sistematico fino all'omicidio. Di fronte a una simile minaccia, le nostre società "normali" non possono cavarsela con piccoli aggiustamenti o compromessi. È necessario un radicale cambio di paradigma, una rivoluzione strategica che parta dalle basi: prima di intraprendere qualsiasi azione, bisogna saper identificare e nominare il nemico. Un nemico che oggi opera su scala globale dietro la maschera dell'"Occidente", nascondendosi deliberatamente per rimanere invisibile.

In questa logica di dominio, le guerre non scoppiano per motivi ideologici o di difesa, ma diventano veri e propri strumenti geopolitici orchestrati per affondare gli Stati sovrani che si oppongono al cartello. Paesi come la Russia, l'Iran o la Cina vengono presi di mira non per reali questioni di sicurezza internazionale, ma perché rappresentano blocchi geopolitici indipendenti che rifiutano di piegarsi al sistema finanziario e politico globale. Questa mafia onnipotente scatena conflitti, sanzioni e crisi economiche con l'unico scopo di abbattere e colonizzare chiunque difenda la propria sovranità.

3. LA STRATEGIA DI RISCOSSA: I DUE PILASTRI DELLA CONTROFFENSIVA

Per sconfiggere un fenomeno così pervasivo, non bastano le vecchie armi della diplomazia: serve una controffensiva globale basata su due pilastri fondamentali.

Il risveglio delle coscienze e lo smascheramento: La prima forma di resistenza è culturale. Bisogna strappare la maschera umanitaria e democratica dietro cui questa élite si nasconde, mostrando ai popoli la reale natura criminale e parassitaria delle sue azioni.

La sovranità condivisa e il nuovo fronte multipolare: Una volta compresa la vera natura del problema, la risposta non è l'isolamento, ma la nascita di alleanze oneste e trasparenti. Gli Stati e i popoli devono rifiutare i ricatti delle istituzioni finanziarie sovranazionali e dei cartelli globali per ricostruire la propria indipendenza economica, alimentare, energetica e legislativa. Da questa ritrovata sovranità deve nascere un fronte multipolare di nazioni non allineate: una rete di cooperazione basata sul mutuo rispetto e su sistemi commerciali paralleli, capaci di spezzare i monopoli e di generare ricchezza reale, duratura e diffusa direttamente all'interno dei territori e a beneficio delle comunità locali.

4. UN MONDO SENZA COMPROMESSI

Non dobbiamo quindi combattere contro l'Occidente inteso come civiltà: quell'Occidente non esiste più, è stato espropriato. Non siamo davanti a coalizioni di nazioni da affrontare secondo i codici d'onore delle armi o le dottrine di Clausewitz e Sun Tzu. Questa è una rete criminale transnazionale. Per questo non possiamo permetterci scrupoli, dubbi o riguardi: verso di loro la risposta deve essere implacabile. Con una mafia non si negozia, non si scende a patti e non si concedono tregue: va sradicata completamente attraverso la fermezza delle istituzioni sovrane e l'unione dei popoli. I nostri ideali sono infinitamente più nobili dei loro: mentre questa élite si muove per il bieco interesse personale e l'avidità di pochi, noi lottiamo per far regnare la pace e la libertà tra le nazioni. Combattiamo per un mondo che, evidentemente, a loro non appartiene.

Giorgio Bargna





 

venerdì 11 settembre 2026

DAL FANGO DELLA SERIE D AI VERTICI D'EUROPA: LA PARABOLA DEL COMO È IL MODELLO PER IL RISCATTO DEL NOSTRO NORD



Oggi parliamo di parabole, nel senso più ampio del termine: sia religioso che di percorso.

Il nostro Signore Gesù Cristo amava raccontare parabole. Erano storie semplici per descrivere concetti profondi, che per molti erano difficili da comprendere e accettare; storie che insegnavano l'amore e l'umiltà, ma anche dinamiche di vera e propria risurrezione dalle fasi più calanti dell'esistenza.

Oggi, a livello politico e strutturale, stiamo vivendo una fase complessa dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Molti cittadini non vedono all'orizzonte un movimento o un leader capace di fare il "miracolo". Eppure, la storia recente del Calcio Como ci offre una lezione straordinaria. Quasi una parabola, tanto ideale quanto pratica: ci insegna che se si lavora con serietà, costanza e programmazione, tutto ciò che sembrava impossibile può realizzarsi.

La parabola del Como 1907 sotto l'attuale presidenza della famiglia Hartono rappresenta uno dei casi più singolari, ambiziosi e di successo nel panorama calcistico internazionale recente. Rilevato nel 2019 dopo il fallimento, mentre militava in Serie D, il club lariano ha vissuto una scalata verticale impressionante. In pochissimi anni la squadra è passata dalle categorie dilettantistiche alla promozione in Serie A nel 2024, fino allo storico 4° posto conquistato nella stagione 2025-2026. Un traguardo che ha garantito l'incredibile e inedito debutto nella UEFA Champions League 2026-2027, culminato proprio il 10 settembre con un'esaltante vittoria.

I fratelli indonesiani Robert Budi e Michael Bambang Hartono (scomparso a marzo 2026 all'età di 86 anni) sono stati a lungo certificati da Forbes come la proprietà più ricca del calcio italiano. Ma nonostante le immense risorse finanziarie disponibili, la gestione guidata dal manager e presidente operativo Mirwan Suwarso non ha mai seguito la logica del mero "mecenatismo a fondo perduto", bensì una pianificazione strategica ben definita.

Perché il modello Como ha funzionato?

La presidenza vede il Como 1907 non solo come una squadra di calcio, ma come un asset d'intrattenimento e turismo globale. L'obiettivo è unire l'incredibile fascino internazionale del Lago di Como all'esperienza sportiva, attirando tifosi, appassionati e investitori da tutto il mondo.

In questo contesto, la scelta di volti non solo iconici, ma competenti e di respiro internazionale, ha influito parecchio. L'ingaggio e la successiva centralità di Cesc Fàbregas (prima come giocatore, poi azionista e allenatore), insieme al coinvolgimento di brand ambassador globali del calibro di Thierry Henry, hanno dato al club un'immediata visibilità planetaria.

Al tempo stesso, però, va evidenziato il rapporto viscerale con la comunità. Nonostante la forte spinta all'internazionalizzazione, la proprietà ha mantenuto un occhio di riguardo unico per il territorio. Un gesto concreto e bellissimo lo si è visto proprio in occasione dello storico esordio casalingo in Champions League, quando il presidente Suwarso e i massimi dirigenti hanno ceduto i propri posti in tribuna d'onore ai tifosi storici over 75 rimasti senza biglietto.

La parabola del Como, partita dal fango dei campi della Serie D, si è trasformata in un modello manageriale d'avanguardia che unisce sostenibilità aziendale, marketing territoriale d'alto livello e risultati sportivi di portata europea.

Da comasco, oggi voglio accostare questa parabola sportivo-aziendale al progetto politico-culturale di Patto per il Nord. Si tratta di un esercizio di sociologia territoriale affascinante: pur muovendosi in ambiti diversi (calcio globale e politica federalista), entrambi i modelli condividono la stessa area geografica d'origine e poggiano su logiche di sviluppo speculari. La "visione del Como" può essere considerata la traduzione pratica, in chiave privatistica e globale, di ciò che noi auspichiamo per le comunità locali in termini istituzionali, economici e nazionali.

1. La Questione Settentrionale: Valorizzazione dell'Identità e Autonomia Territoriale

Il focus primario di Patto per il Nord è denunciare l'abbandono delle problematiche del territorio settentrionale (infrastrutture inefficienti, cuneo fiscale soffocante, "tasse sulla salute" per i lavoratori frontalieri) causato da una politica centralista. La nostra tesi è chiara: il Nord deve essere lasciato libero di correre, valorizzando le proprie peculiarità.

  • Il parallelo con il Como: La gestione Hartono-Suwarso ha fatto esattamente questo a livello di brand. Invece di omologarsi ai modelli delle grandi metropoli del calcio (Milano, Torino, Roma), ha preso le caratteristiche uniche del territorio lariano — il lago, il turismo di fascia alta, l'attrattività internazionale — e le ha trasformate nel motore del proprio successo. Quando una realtà del Nord ottimizza le proprie risorse specifiche senza disperderle in logiche assistenziali, crea un valore immenso. Il Como è diventato un'eccellenza che si autofinanzia e attrae capitali esteri, incarnando perfettamente il concetto di autonomia virtuosa e responsabile.

2. Sostenibilità e Pragmatismo: Il Modello Gestionale contro l'Assistenzialismo

Nel proprio manifesto, Patto per il Nord si dimostra un movimento pragmatico, concentrato sulla risoluzione dei problemi reali del tessuto produttivo lombardo e settentrionale, composto da piccole e medie imprese, artigiani e lavoratori. Rifiutiamo la spesa pubblica a fondo perduto e il centralismo romano.

  • Il parallelo con il Como: Nonostante una proprietà tra le più ricche del pianeta, la gestione del club rifiuta categoricamente il modello del "Magnate spendaccione". Gli Hartono non hanno ripianato i debiti con immissioni di denaro sconsiderate, ma hanno investito in strutture stabili: centri sportivi, settore giovanile, ristrutturazione dello stadio Sinigaglia e un marketing capace di vendere il brand nel mondo. È la trasposizione sportiva del pragmatismo economico nordico: l'investimento deve produrre sviluppo reale e duraturo per la comunità, non dipendenza da sussidi esterni.


3. Il "Bene Nazionale": Se corre il Nord, corre tutta l'Italia

La tesi di Patto per il Nord riprende un pilastro storico del federalismo: la locomotiva settentrionale non vuole isolarsi, ma se viene lasciata libera di produrre ricchezza, finisce per trainare l'intero Paese. La risoluzione della "questione settentrionale" è la vera chiave per il benessere nazionale.

  • Il parallelo con il Como: Lo straordinario exploit del Como 1907 non ha fatto solo la fortuna della nostra città, ma ha arricchito l'intero sistema calcistico italiano. L'arrivo di stelle mondiali, gli investimenti esteri e la visibilità televisiva globale hanno ridato appeal internazionale a tutta la Serie A. Il successo di una "provincia del Nord" ha alzato il livello di competitività e il valore economico dell'intero movimento nazionale.

In conclusione, la parabola del Como mostra sul campo da gioco ciò che noi di Patto per il Nord vogliamo creare e vedere all'interno delle istituzioni: una realtà locale che, smettendo di dipendere dalle vecchie logiche centraliste e valorizzando le proprie forze e la propria identità, riesce a scalare i vertici europei, portando beneficio sia alla propria gente che all'intero sistema-Paese.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord - Como

 

mercoledì 9 settembre 2026

Stato e INPS tra italiani e immigrati regolari: la trappola di un sistema che vive alla giornata



Sono andato a riprendere dai Quaderni Padani un approfondimento sul tema dell’immigrazione. Correva l’anno 2011 e, sebbene sia passato diverso tempo, il quadro di fondo è cambiato ben poco.

Già allora si parlava di costi fino a 52 miliardi e di un saldo negativo pari a 31 miliardi. Si trattava però di cifre calcolate sulla base del cosiddetto "costo globale pro-capite", una metodologia contabile che la maggior parte degli istituti di ricerca economica e statistica non ritiene rappresentativa dell'impatto reale.

La differenza nei metodi di calcolo

Per comprendere l'origine di numeri così divergenti, occorre distinguere due approcci contabili distinti:

  • Approccio della spesa divisibile (adottato da ISTAT, Fondazione Moressa, IDOS, Banca d'Italia): Isola esclusivamente le spese pubbliche usufruite in modo diretto dai singoli (sanità, istruzione, sussidi, pensioni). Poiché la popolazione immigrata è mediamente molto più giovane rispetto a quella autoctona (con un'età media di circa 35 anni contro i 48 degli italiani), il suo peso sulla spesa sanitaria complessa e sul monte pensioni è ridotto rispetto al gettito versato. L'incrocio tra entrate (IRPEF, contributi, IVA) e uscite dirette evidenzia un saldo netto positivo per le casse statali, stimato tra 1 e 2 miliardi di euro all'anno.

  • Approccio del costo complessivo pro-capite (all'origine delle stime da 34 a 52 miliardi): Prende in esame l'intero bilancio dello Stato — includendo voci come difesa nazionale, debito pubblico, infrastrutture e diplomazia — e lo suddivide in quota fissa per ogni residente. Applicare i costi generali di gestione della macchina statale a una popolazione giovane genera un disavanzo contabile teorico, che tuttavia non rispecchia l'effettivo costo marginale generato dall'utenza straniera sui servizi pubblici.

Mercato del lavoro e nodo previdenziale

  • Tasso di occupazione: A differenza della percezione di una diffusa inattività, il tasso di occupazione degli stranieri si attesta storicamente su livelli analoghi — e in alcune fasce di età persino superiori — a quello degli italiani, sebbene concentrato in mansioni a medio-bassa qualifica.

  • Lavoro sommerso: L'irregolarità lavorativa resta una criticità strutturale dell'economia nazionale che danneggia tanto gli italiani quanto gli stranieri. In ambiti quali l'agricoltura, la logistica o l'assistenza familiare, il sommerso erode il gettito fiscale. Ciononostante, i lavoratori nati all'estero garantiscono ogni anno oltre 15 miliardi di euro di contributi INPS.

  • Sostegno al sistema pensionistico: I contributi versati dagli immigrati vengono immediatamente impiegati per erogare le pensioni correnti della popolazione italiana, in forza del meccanismo a ripartizione. Più che una soluzione definitiva al calo demografico, questo flusso rappresenta un polmone finanziario d'emergenza che garantisce liquidità al sistema.

La pressione sul welfare locale

L'idea che la presenza straniera privi di risorse i cittadini italiani meno abbienti trova riscontro in problematiche concrete avvertite a livello comunale e regionale:

  • Saturazione dei servizi di base: La richiesta di alloggi popolari, sussidi per l'affitto, asili nido e interventi di assistenza sociale registra un'elevata incidenza di nuclei stranieri, legata a livelli retributivi mediamente più contenuti.

  • Tensione distributiva: A fronte di risorse di bilancio comunali limitate, l'assegnazione dei servizi calcolata rigidamente sull'ISEE innesca una competizione diretta tra le fasce deboli della popolazione autoctona e i nuclei immigrati, alimentando un senso di accerchiamento e marginalizzazione nelle periferie e nei quartieri popolari.

Le rilevazioni ufficiali sulle finanze pubbliche mostrano dunque un saldo tendenzialmente attivo a livello centrale (imposte e contributi contro sanità e pensioni), mentre sul territorio la gestione della vulnerabilità economica genera costi concreti e tensioni sociali a carico dei ceti meno abbienti.

Lo Stato, l'INPS e la redistribuzione dei costi

Alla luce di questi dati, si deduce come lo Stato e l'INPS finiscano per scaricare i costi del sistema sia sugli italiani sia sugli immigrati. Più che di un utile in senso privatistico, si tratta di un meccanismo in cui entrambe le categorie subiscono forti penalizzazioni.

1. Come il sistema penalizza gli immigrati

A fronte di oltre 15 miliardi di euro versati annualmente in contributi, una quota consistente di queste risorse rischia di non convertirsi mai in prestazioni pensionistiche:

  • Mancato raggiungimento dei requisiti: Molti lavoratori stranieri operano in Italia per 10-15 anni prima di rientrare nel Paese d'origine o spostarsi in Europa, senza raggiungere la soglia minima dei 20 anni di contribuzione necessaria per la pensione di vecchiaia (sebbene, con il radicamento sul territorio, questo trend sia destinato a ridimensionarsi gradualmente).

  • Contributi silenti: A differenza del passato, quando era consentito riscattare i versamenti prima del rientro in patria, oggi quelle somme restano incamerate dall'INPS per coprire le pensioni correnti degli italiani. Si tratta di una rigida penalizzazione d'impianto burocratico applicata nel tempo a danno prima dei lavoratori italiani e poi degli stranieri.

  • Bassi salari: La concentrazione in professioni a bassa retribuzione genera montanti contributivi ridotti, che si tradurranno — qualora maturati — in assegni pensionistici minimi.

2. Come il sistema penalizza i cittadini italiani

I lavoratori italiani — con particolare riferimento alle giovani generazioni e ai ceti sociali più esposti — subiscono le ripercussioni del medesimo squilibrio:

  • Pressione fiscale e contributiva: Il cuneo fiscale sul lavoro rimane tra i più elevati in ambito europeo. Una quota considerevole della retribuzione (circa il 33% di contribuzione complessiva) viene assorbita dall'INPS per erogare le prestazioni attuali, anziché accumularsi in un fondo individuale accessibile in futuro.

  • Sottrazione di risorse ai servizi essenziali: L'assorbimento di risorse da parte della spesa previdenziale (oltre il 16% del PIL) limita gli investimenti pubblici in settori chiave quali sanità, istruzione, edilizia popolare e politiche per la famiglia.

  • Stagnazione retributiva e penalizzazione contributiva: Le nuove generazioni sostengono con aliquote alte i trattamenti erogati con il precedente sistema retributivo, pur sapendo che la propria pensione verrà calcolata con il metodo contributivo, dai rendimenti decisamente più contenuti: un ulteriore elemento di rigidità di un ente che ha evitato di riformarsi strutturalmente.

La radice del problema: la trappola demografica

L'INPS e l'amministrazione statale si trovano a gestire l'equilibrio precario di un sistema che eroga oltre 300 miliardi di euro all'anno in pensioni all'interno di un quadro segnato dal rapido invecchiamento demografico, operando senza introdurre modelli previdenziali alternativi.

In questo scenario:

  • I lavoratori stranieri immettono la liquidità necessaria a rinviare lo scoperto delle casse previdenziali, spesso senza maturare le relative tutele future.

  • I cittadini e i lavoratori italiani sopportano una pressione fiscale elevata e la saturazione del welfare locale, a fronte di garanzie pensionistiche ridotte per il proprio futuro.

La criticità di fondo risiede dunque nella distanza tra le esigenze di sostenibilità di un impianto statale in declino demografico e la capacità di assicurare tutele adeguate alla totalità dei contribuenti.

Quanto ci perde esattamente un cittadino italiano?

Il danno per un cittadino italiano si sviluppa su tre livelli distinti:

  1. Il "furto di futuro" previdenziale (Il livello generazionale): Un giovane lavoratore italiano versa circa un terzo dello stipendio all'INPS. Quei soldi non vengono messi da parte per la sua pensione, ma usati subito per pagare le pensioni correnti (spesso erogate in passato con il generoso metodo retributivo). Il risultato è che l'italiano lavoratore paga aliquote da capogiro per ottenere, tra 30 o 40 anni, una pensione calcolata col contributivo puro, spesso insufficiente.

  2. La compressione dei servizi e delle retribuzioni (Il livello macroeconomico): L'alto cuneo fiscale necessario per tenere in piedi l'INPS tiene bassi gli stipendi netti in busta paga. Inoltre, poiché lo Stato spende quasi il 17% del PIL solo per le pensioni, toglie ossigeno finanziario a sanità pubblica, scuola, ricerca e infrastrutture. L'italiano ci perde in qualità della vita e servizi pubblici fatiscenti.

  3. La competizione sociale sul territorio (Il livello locale e dei ceti deboli): L'italiano appartenente alle fasce sociali più fragili (il lavoratore a basso reddito, il precario, l'anziano con la minima) subisce la perdita più diretta sul welfare locale. A parità di povertà, una famiglia numerosa straniera ha spesso punteggi ISEE più bassi che le permettono di scavallare il cittadino italiano nelle graduatorie per le case popolari, per i sussidi al sostegno affitto o per i posti negli asili nido comunali.

La perdita dell'italiano non sta quindi in un "trasferimento diretto di denaro" verso l'immigrato, ma nel fatto di vivere in uno Stato che usa la forza lavoro straniera come "tampone" per non riformare l'INPS e la spesa pubblica, scaricando sui cittadini autoctoni meno abbienti il peso dell'aumento della rivalità per le poche risorse del welfare locale.

Per un movimento politico identitario e territoriale — radicato nella storia, nella cultura e nella specificità socio-economica di una comunità locale (come quella lombarda o pedemontana) — la sfida principale è superare la sola protesta culturale per trasformarsi in proposta di governo della comunità.

L'obiettivo di un progetto simile non è la chiusura arroccata, ma il ripristino della sovranità decisionale del territorio contro la burocrazia centralista e i processi di omologazione.

1. Riforma istituzionale e Autonomia reale

  • Autonomia fiscale e trattenuta dei tributi: Applicazione del principio di territorialità dell'imposta. Il territorio deve trattenere la maggior parte delle risorse fiscali generate in loco (almeno il 75-80% di IRPEF, IVA e IRES) per finanziare sanità, trasporti e infrastrutture regionali, superando il centralismo romano e i trasferimenti a pioggia.

  • Statuti di Autonomia Speciale o Differenziata: Attuazione integrale e spinta dell'art. 116, terzo comma, della Costituzione per trasferire competenze legislative ed esecutive su materie chiave: gestione del territorio, ambiente, beni culturali, lavoro, istruzione e commercio.

  • Democrazia diretta e partecipazione popolare: Sviluppo di strumenti di democrazia partecipativa a livello comunale e provinciale (referendum propositivi senza quorum, bilanci partecipativi) per restituire potere decisionale alle comunità locali sui progetti ad alto impatto territoriale.

2. Tutela dell'identità, della lingua e del patrimonio culturale

  • Valorizzazione della lingua e dei dialetti locali: Introduzione dell'insegnamento facoltativo delle lingue regionali/Insubriche nelle scuole, sostegno alla produzione letteraria, musicale (es. musica tradizionale locale) e teatrale in lingua locale e tutela della toponomastica storica.

  • Tutela del paesaggio e del patrimonio architettonico: Piani urbanistici a "consumo di suolo zero", recupero del patrimonio edilizio storico e industriale abbandonato e tutela delle specificità paesaggistiche (colline, laghi, aree pedemontane) contro la cementificazione selvaggia e la speculazione immobiliare.

  • Promozione delle tradizioni e della storia locale: Finanziamento a Pro Loco, rievocazioni storiche, gruppi folkloristici ed enti di ricerca storica locale per sottrarre l'identità del territorio all'omologazione culturale.

3. Economia del territorio e "Protezionismo di Prossimità"

  • Sostegno al tessuto produttivo locale e all'artigianato: Defiscalizzazione per le micro e piccole imprese territoriali, le botteghe artigiane tradizionali e i negozi di vicinato, contrastando la grande distribuzione organizzata che desertifica i centri storici.

  • Sostegno alle filiere corte e all'agricoltura a KM 0: Clausole di preferenza territoriale negli appalti pubblici (es. mense scolastiche e ospedaliere) per i prodotti agricoli e alimentari locali e marchio di origine territoriale garantito per le eccellenze manifatturiere e agroalimentari.

  • Contrasto alla delocalizzazione: Disincentivi fiscali e sanzioni per le aziende che ricevono contributi regionali/locali e poi delocalizzano la produzione all'estero, integrati da premi fiscali per chi mantiene la produzione sul territorio.

4. Welfare di comunità e priorità residenziale

  • "Preferenza Comunitaria" per i servizi sociali: Criteri di assegnazione degli alloggi popolari, dei contributi per l'affitto e dell'accesso agli asili nido che valorizzino la durata della residenza sul territorio e la continuità contributiva, per proteggere i residenti storici in stato di fragilità.

  • Incentivi alla natalità locale: Sostegno economico diretto e progressivo (bonus bebè territoriali, azzeramento rette nido) per i nuclei familiari residenti, per contrastare il drammatico inverno demografico che minaccia l'esistenza stessa della comunità.

  • Presidio della sicurezza e controllo del territorio: Sostegno alle forze di polizia locale con ampliamento dei poteri di presidio del territorio, contrasto al degrado urbano e alla criminalità predatoria nei quartieri popolari e nelle periferie.

5. Gestione dei flussi e integrazione condizionata

  • Integrazione basata sul rispetto dell'identità: L'accoglienza e l'integrazione non devono tradursi in assimilazione o multiculturalismo passivo, ma nel richiesto rispetto della cultura, della lingua e delle leggi del territorio ospitante.

  • Contrasto al lavoro nero e al caporalato: Controlli severi nei settori manifatturiero, agricolo e della logistica per impedire che l'immigrazione venga usata da grandi gruppi o mafie come manodopera a basso costo per fare dumping salariale ai danni dei lavoratori residenti.

A conclusione di questa disamina, il quadro che emerge – al di là delle singole cifre e delle contese di parte – definisce una realtà strutturale precisa: il sistema pubblico e previdenziale italiano vive un equilibrio precario che scarica i propri costi sia sulla popolazione autoctona sia su quella immigrata.

La tesi secondo cui l’immigrazione rappresenta un costo vivo e insanabile per le casse dello Stato si scontra con la realtà contabile del bilancio centrale: l’immissione di forza lavoro giovane e regolare garantisce alla finanza pubblica e all’INPS una liquidità immediata e indispensabile per pagare le prestazioni correnti e rinviare lo scoperto strutturale generato dal declino demografico.

Tuttavia, considerare questo flusso come la soluzione definitiva ai problemi dell'Italia nasconde le contraddizioni di un modello d'impianto burocratico e centralista:

  • Sui cittadini italiani si abbattono una pressione fiscale e contributiva tra le più alte d'Europa, la perdita di valore futuro delle proprie pensioni e una concorrenza diretta sulle risorse limitate del welfare locale (casa, nidi, assistenza), che colpisce in primis le fasce sociali autoctone più deboli.

  • Sui lavoratori stranieri si pesa con la trattenuta di contributi che spesso non si tradurranno mai in una prestazione previdenziale reale per mancanza di requisiti o per il rientro nei Paesi d'origine, oltre che con l'inserimento in fasce salariali medio-basse che alimentano la trappola della povertà lavorativa.

In ultima analisi, il problema di fondo non è una sterile contrapposizione tra italiani e immigrati, ma la scelta di un modello di Stato che sceglie di "sopravvivere alla giornata" senza riformare la propria spesa pubblica, la propria burocrazia e la tutela dei territori.

Per chiunque intenda proporre un'alternativa politica fondata sulla comunità e sull'identità, la sfida consiste nel restituire centralità al lavoro, alla famiglia e al radicamento territoriale: trattenere le risorse dove vengono prodotte, proteggere i ceti sociali più fragili e garantire che chiunque viva e contribuisca in un territorio trovi un sistema giusto, trasparente e capace di premiare il reale valore generato.

Giorgio Bargna

 

martedì 8 settembre 2026

La trappola del tecnototalitarismo: perché stiamo smettendo di pensare


Ci sono dati veramente allarmanti, situazioni pratiche e dinamiche sociologiche che rischiano di minare il nostro futuro. Si sta estendendo in forma massiccia l’analfabetismo funzionale: la condizione di chi, pur sapendo leggere e scrivere, è incapace di comprendere, valutare e utilizzare appieno un testo scritto.

Se cerchiamo di mettere a fuoco il problema, ci accorgiamo che l'analfabeta di ritorno ha difficoltà a decifrare concetti semplici, a eseguire calcoli matematici basilari, non possiede coordinate storiche e manca del tutto di spirito critico. Non si tratta di semplice scolarizzazione o di titoli di studio: l’analfabeta funzionale, spesso, non sa nemmeno di esserlo. In Italia i numeri sono impietosi: un’indagine dell’OCSE stima che il fenomeno riguardi il 27% della popolazione adulta, il dato più elevato d'Europa. Nello specifico, il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi brevissimi, mentre il 22,2% riesce a decodificare contenuti cartacei o digitali solo se estremamente sinteti: parliamo di oltre quindici milioni di persone.

Le fasce interessate sono trasversali, e tra queste si contano ben tre milioni di giovani. La maggior parte ha un'occupazione, spesso manuale o ripetitiva. L'italiano medio, del resto, si informa pressoché unicamente attraverso la televisione: legge poco o nulla, non va a teatro né al cinema, non coltiva particolari interessi e non riceve stimoli cognitivi. Pur essendo molto attivo sui social, analizza il mondo prendendo in considerazione soltanto la propria esperienza diretta: il microcosmo individuale diventa l'unica realtà a cui riconosce accesso.

Legge, ascolta, guarda, ma non elabora. Ogni giorno si discute di politica, lavoro, sport o religione ripetendo a memoria ciò che il cervello ha immagazzinato, senza aver mai assimilato i concetti. Durante uno scambio di opinioni ci scopriamo incapaci di spiegare quanto appena ascoltato, di ricostruire il ragionamento sottostante o di cogliere la complessità della realtà: ne percepiamo solo i passaggi più semplici, privi di una vera rielaborazione logica.

Diciamocelo chiaramente: l’evoluzione tecnologica — niente affatto neutra e guidata da chi ne detiene i brevetti — ha semplificato all'estremo azioni e pensieri, atrofizzando le nostre capacità analitiche. L’analfabetismo funzionale non è dunque la semplice eredità di una scarsa istruzione, ma il prodotto di un modello preciso.

Tra guardare la TV e leggere c'è una differenza abissale. Persone che guardano lo stesso film lo racconteranno usando più o meno le stesse immagini e percezioni. Chi si immerge nella lettura di un libro, al contrario, produrrà riflessioni così personali da far pensare a opere differenti. Lo schermo addormenta il cervello: guardiamo e ascoltiamo senza partecipare, senza generare nuove connessioni. La lettura ha l'effetto opposto: stimola la mente, accende l'immaginazione e modella mondi e personaggi a nostra immagine. Passare ore tra smartphone e TV ci assuefà a concetti banali e ci rende insofferenti alle argomentazioni articolate. Così, a furia di percorsi mentali semplificati, il cervello si spegne gradualmente, trascinando con sé l'intuizione, lo spirito critico e la capacità di connettere saperi differenti — ossia l'essenza stessa della cultura.

Il medesimo effetto lo produce il navigatore GPS. Ci chiediamo come si potesse vivere senza, eppure ci bastavano una cartina, qualche domanda ai passanti e l'uso combinato di memoria e orientamento. Ora seguiamo passivamente una voce elettronica, incapaci di valutare la strada e persino pronti a violare i cartelli di divieto se il «tecnopadrone» lo impone. Il titolo di una celebre commedia irrideva il turismo inconsapevole: Se è giovedì, deve essere il Belgio. Non c'era ancora lo smartphone, vera propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Oggi abbiamo in tasca uno strumento che erode la capacità di pensiero: una micro-televisione che ci culla e ci spegne, rendendoci schiavi dell'immagine. Il cervello si modella su contenuti frammentari e veloci, intrappolato nelle logiche di algoritmi che ci propongono solo ciò che vogliamo vedere per trattenerci a sé.

Google stima in otto secondi il tempo medio della nostra concentrazione. Con una soglia così ridotta, la comprensione del mondo cade in frantumi. Diventiamo passivi e intorpiditi, inclini a reiterare formule altrui senza rielaborarle o argomentarle, incapaci di nessi autonomi. Inseguiamo la facilità e la banalità, al punto da mettere in dubbio verità millenarie soltanto perché difformi dai dogmi odierni.

E domani? Chi dirige i giochi sfruttando l'illusione della nostra autonomia sa perfettamente quanto il cervello sia plastico. Vi è il fondato timore che l'intelligenza artificiale finisca per far esplodere l'analfabetismo funzionale, infierendo su chi è già sprovvisto di capacità analitiche. Gli stessi assistenti digitali che ci suggeriscono decisioni e scansiscono le nostre giornate ne sono la prova: si insediano nella plasticità cerebrale fino a diventare insostituibili.

Ma questo è solo il primo passo di un disegno in cui poteri economici e tecnocrazia lavorano per ridefinire ogni ambito della vita umana, compreso il lavoro. Circa quattro milioni di italiani rischiano il posto nei prossimi anni per via dell'automazione, nella vaga speranza di potersi riconvertire nei servizi. Riusciamo a comprendere il cortocircuito di un sistema in cui la sostituzione progressiva degli esseri umani produce povertà e marginalità, mentre si pretende di gestire la società come un algoritmo?

Sia chiaro: l’intelligenza artificiale non è un male in sé, ma l’uso dei suoi algoritmi viene sfruttato per manipolare l’opinione pubblica attraverso la diffusione chirurgica di informazione e disinformazione. La dipendenza da questi sistemi automatizzati atrofizza la capacità di svolgere compiti pratici e di assumere decisioni autonome. La libertà di scelta diventa un’illusione e, se a questo sommiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende come si possa essere manovrati in ogni momento.

Sradicare la capacità di elaborazione, la memoria e l’analisi di ciò che ci circonda è la chiave per esercitare il controllo sulle persone. In una società individualista e materialista, plasmare individui incapaci di pensare significa potersi assicurare un dominio totale con il minimo sforzo. Di fronte a popolazioni prive di senso critico e regredite nell'ignoranza, l'IA conferisce un potere immenso a chi la possiede, la programma e la orienta. È la nascita del tecnototalitarismo: uno scenario in cui, incapaci persino di distinguere la realtà, diventeremo strumenti inconsapevoli nelle mani di chi detiene la tecnologia. È questa la vera posta in gioco, ben oltre le futili schermaglie tra tifoserie politiche — un potere, quello politico, ormai ridotto al più debole, fungibile ed eterodiretto.

Difendere la propria capacità di pensare, leggere e connettere i fatti non è più un semplice esercizio culturale: è l'ultimo atto di resistenza per rimanere umani e liberi.

Giorgio Bargna

 

mercoledì 2 settembre 2026

PNRR e Sanità: si tagliano i nastri, ma dentro le Case di Comunità non c'è nessuno


La Casa di Comunità è la nuova struttura sanitaria e sociosanitaria pubblica introdotta dalla riforma dell'assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77/2022 e fondi PNRR). Nasce con un obiettivo chiaro: avvicinare la sanità ai cittadini e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo un punto di riferimento unico sul territorio in cui far collaborare medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e assistenti sociali.

Sulla carta, la gamma dei servizi offerti è ambiziosa:

  • Punto Unico di Accesso (PUA): accoglienza, informazione e orientamento ai servizi sociosanitari.

  • Assistenza primaria e specialistica: presenza di medici di base, pediatri e visite per esami diagnostici di primo livello (ecografie, ECG).

  • Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFoC): gestione a domicilio dei pazienti cronici e fragili.

  • Prevenzione e continuità: punti prelievi, vaccinazioni e guardia medica.

Il modello si articola su due livelli principali: le Case di Comunità Hub (strutture principali per bacini di 40.000–50.000 abitanti, aperte fino a 24 ore su 24) e le Case di Comunità Spoke (presidi periferici con orari più ridotti e servizi essenziali).

Il quadro normativo: come dovrebbero funzionare?

La normativa e l'Accordo Collettivo Nazionale (ACN) prevedono che i medici di medicina generale operino nelle Case di Comunità, ma senza un trasferimento esclusivo:

  • Presenza programmata: la partecipazione avviene per turni o fasce orarie dedicate (ambulatori integrati, gestione delle cronicità).

  • Mantenimento dello studio privato: i medici conservano la propria natura di liberi professionisti convenzionati e non sono tenuti a spostare la propria attività ordinaria nella nuova struttura.

  • Lavoro in rete (AFT): attraverso le Aggregazioni Funzionali Territoriali, i medici si coordinano a rotazione per garantire la copertura oraria e la condivisione delle schede cliniche.

La realtà dei fatti: le criticità di una riforma a metà

Sulla carta il modello funziona; nella pratica, rischia di reggersi a fatica sulle spalle di pochi professionisti, spesso già sopraffatti dal carico di lavoro. L'attuazione procede a macchia di leopardo, evidenziando un profondo divario tra la consegna dei "muri" (gli immobili ristrutturati con il PNRR) e l'effettiva erogazione dei servizi.

Tra i principali nodi irrisolti:

  • Carenza strutturale di personale: senza un piano massiccio di assunzioni di infermieri e medici, molte strutture rimangono scatole vuote.

  • Integrazione debole: il raccordo tra la parte sanitaria e i servizi sociali dei Comuni stenta a decollare.

  • Pronto Soccorso ancora intasati: non essendo le strutture pienamente operative H24, il flusso dei "codici bassi" verso gli ospedali non accenna a diminuire.

Vi sono indubbiamente alcune luci — laddove i PUA e gli infermieri di comunità sono stati attivati, il cittadino trova finalmente un punto di orientamento — ma il quadro generale resta fragile.

Il termometro del territorio: il caso comasco

Per comprendere il polso della situazione basta guardare a quanto accade nel territorio comasco, specchio di una realtà comune a molte altre province italiane.

Un recente articolo de La Provincia di Como ha acceso i riflettori sul crescente distacco percepito dai cittadini nei confronti del Servizio Sanitario. Un vuoto che ha spinto i comitati locali ad attivarsi con iniziative dal basso per riavvicinare i servizi alla popolazione. Nelle periferie e nei quartieri del capoluogo si chiede a gran voce la riapertura degli ex ambulatori comunali per creare piccoli sportelli di quartiere. Oggi, infatti, la semplice prenotazione di una visita si trasforma in un'odissea per un anziano: tra Fascicolo Sanitario e numeri verdi, ci si scontra regolarmente con agende bloccate o con disponibilità spostate a decine di chilometri di distanza.

Persino i tentativi di aiuto da parte di medici e infermieri in pensione, disposti a prestare servizio volontario, si scontrano spesso con il muro della burocrazia e le incertezze della politica locale.

Nel frattempo, la carenza di personale sta stravolgendo la geografia della medicina di base. Se un tempo il medico di famiglia curava i residenti del proprio rione, oggi le assegnazioni incrociate portano gli assistiti a spostarsi da un capo all'altro della città e della provincia. Risultato? Visite domiciliari sempre più difficili, ore perse nel traffico e costi di gestione alle stelle.

È in questo contesto che s'inserisce la scadenza di settembre: l'avvio dei turni obbligatori per i medici di base all'interno delle Case di Comunità. Chiedere ore aggiuntive di presenza a professionisti che hanno già sforato il massimale di assistiti — e con un'età media spesso elevata — rischia di trasformare una riforma virtuosa nell'ennesimo corto circuito.

Continuare a tagliare nastro rossi davanti a edifici ristrutturati mentre dentro mancano medici, infermieri e risorse non è riorganizzare la sanità: è fare propaganda sulla pelle dei pazienti. Non si può scaricare il peso dell'intero sistema su una classe medica esausta e su cittadini lasciati soli a districarsi tra burocrazia e agende chiuse. Le Case di Comunità non possono diventare l'ennesimo monumento allo spreco del PNRR. Se la politica non passa dalle inaugurazioni ai fatti concreti, la sanità di prossimità resterà soltanto una bella favola stampata sulla carta.

Non servono cali dall'alto o direttive burocratiche staccate dalla realtà: servono autonomia decisionale per i territori, ascolto dei sindaci e valorizzazione delle energie locali. Ridate ai quartieri e ai comuni le risorse per curare i propri cittadini.

Giorgio Bargna


 

martedì 1 settembre 2026

Custodi della nostra terra: l'alternativa identitaria alla fine del legame sociale


Quando vedo e sento le persone cantare, sostanzialmente solo prima delle partite della nazionale, "Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" non posso che sorridere, se non ridere, innanzitutto perché cerco di immaginare questi leoni da tastiera col moschetto in mano e poi perché non riesco proprio ad individuare la corte, c'è si uno stato, ma è sparita la comunità, quindi chi stringe chi?

Ogni volta che leggo un testo di Marcello Veneziani non posso che essere d'accordo con lui, la sua è una visione più ad ampio raggio, io mi limito al bene del mio territorio, ma la questione di fondo è la stessa: non siamo più in grado di essere una comunità e abbiamo, pardon, hanno mortificato, a ogni livello e in ogni campo il senso della comunità.

Solleviamo lo sguardo dalla routine quotidiana per scavare sotto la superficie dei dibattiti politici e sociali. Ci troviamo di fronte a una sfida gigantesca e fondamentale, che supera i confini delle istituzioni per riversarsi nella nostra intimità: nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri e nell'intera Europa. Il vero nodo è che abbiamo smarrito il senso di comunità. Ragioniamo e agiamo esclusivamente come singoli, sganciati da ogni tessuto civile e legame sociale. Siamo diventati isole, individui confinati in una solitudine globale.

Il male più profondo delle società occidentali contemporanee risiede proprio in questa deriva individualista, che lascia tracce profonde in ogni aspetto della nostra esistenza. Il risultato è un isolamento radicale, dove la solitudine diventa la condizione normale della vita. Ci muoviamo nel mondo guidati dall'egoismo e dall'egocentrismo, chiusi in una visione puramente soggettiva dove l'unico orizzonte è il proprio io. È il trionfo del narcisismo: un amore malato per se stessi che rende impossibile aprirsi davvero agli altri. Persino nei rapporti di coppia, nella socialità e nella psicanalisi, il consiglio che rimbalza ovunque come un'ossessione è sempre lo stesso: l'importante è stare bene con se stessi. È il dogma dell'individualismo assoluto. Tutto il resto può andare in pezzi, e ogni legame può essere cancellato senza esitazione, pur di proteggere questo imperativo supremo.

"Sii te stesso" è diventato il vero mantra del nostro tempo, un valore idolatrato fino a trasformarsi in un feticcio. Dietro questo culto, però, si nasconde ancora una volta l'individualismo, nella sua forma più superficiale e vanitosa: il narcisismo. Non c'è spazio per l'amore né per relazioni durature in un mondo in cui il narcisismo è diventato una patologia di massa. Siamo troppo concentrati su noi stessi per prenderci cura di qualcun altro, per accettare il prossimo con i suoi limiti e le sue diversità, o per impegnarci a camminare insieme nel tempo. L'imperativo di "stare bene con se stessi" cancella ogni forma di lealtà, rendendo tutto precario, fluido e reversibile. L'unica cosa che conta davvero è l'Io, e l'unica priorità è il suo comfort emotivo. Con queste premesse, crolla ogni possibilità di fare comunità, di creare legami civili, di appartenere a un progetto politico o di far parte di un gruppo. Persino l'idea stessa di famiglia si dissolve di fronte al primato assoluto del singolo.

Senza il senso di comunità non esiste una vera società, ma solo un freddo contratto commerciale basato sull'utilità del momento. Non ci riconosciamo più come membri dello stesso cammino, ma come semplici utenti o, peggio, come consumatori che si incrociano per caso seguendo le stesse mode del momento. Diventa impossibile pensare in termini di "noi", perché cambiamo continuamente pelle in base ai nostri desideri passeggeri, sostituendo con la stessa facilità il partner, il gestore telefonico o il compagno di un'avventura temporanea. Al tempo stesso, ci troviamo a vivere in una società sempre più blindata, sorvegliata e controllata. Accettiamo limiti e restrizioni che sarebbero impensabili persino nella comunità più rigida, senza però ricevere in cambio quel calore, quel sostegno e quelle motivazioni profonde che solo una vera comunità sa dare.

Per uscire da questa gabbia artificiale, l'unica via di fuga non si trova nell'ennesima astrazione globale, ma nel ritorno alla concretezza della terra e delle nostre radici. Curare la patologia dell'individualismo significa riscoprire l'appartenenza a un territorio, la sacralità dei legami generazionali e l'identità profonda di un popolo che condivide una storia comune. Solo ripartendo dalla dimensione locale — dal paese, dal quartiere, dalle tradizioni vive della nostra terra — possiamo sperare di spezzare l'isolamento. Dobbiamo tornare a riconoscerci custodi del nostro territorio e dei nostri legami originari, per trasformare di nuovo una massa di individui solitari in una comunità autentica, unita dal destino e radicata nei propri valori.

Giorgio Bargna


 

giovedì 27 agosto 2026

L'esercito di riserva della finanza: la realtà nascosta dietro i flussi migratori

 



Riflettere sulle distinte ondate migratorie, sulle loro cause e sui loro effetti è un esercizio sempre utile. I recenti fatti di Ceuta hanno reso ancora più evidente ciò che era già chiaro a chi osserva con occhio critico: i flussi attuali non hanno quasi nulla a che vedere con quelli del passato. Un tempo la mobilità era regolata da accordi interstatali che definivano quote e profili professionali. Gli emigranti partivano con i documenti in regola per occupare un posto di lavoro già concordato.

Si trattava di uno spostamento governato dalle leggi del capitale industriale, che necessitava di abbondante forza-lavoro per la filiera produttiva. I nuovi arrivati si integravano nelle fabbriche della nazione ospitante rispettando i contratti vigenti. Con il tempo, alcuni rientravano in patria dopo la pensione, mentre molti altri rimanevano, ormai assimilati nel nuovo tessuto sociale, nel quale finivano per adattare anche i propri cognomi. Un modello di integrazione che oggi appare dimenticato.

Questo sistema regolato è tramontato alla fine degli anni '80. Con la caduta del Muro di Berlino si è aperta la stagione della globalizzazione, che ha decretato il trionfo del capitale finanziario su quello industriale. Hanno preso il via i processi di delocalizzazione e si sono affacciati flussi migratori caotici e privi di pianificazione (come nel 1991, con l'arrivo nel porto di Bari della nave "Vlora" e dei suoi 20.000 albanesi).

Questa nuova massa migrante è diventata a tutti gli effetti un "esercito di riserva industriale", utile a sostituire la manodopera autoctona a costi decisamente inferiori. Il processo è stato favorito dalla progressiva precarizzazione del mercato del lavoro e dal superamento del concetto di "posto fisso", spesso oggetto di campagne svalutative.

Ma la ragione economica è solo l'aspetto superficiale. L'élite globalista muove queste masse non solo per azzerare il potere contrattuale dei lavoratori locali, ma anche per destrutturare la coesione dei popoli e favorire dinamiche di sostituzione demografica, in un contesto segnato dal calo delle nascite.

L'aggressione coinvolge direttamente l'identità culturale e religiosa, accelerando la demonizzazione dello Stato-nazione. Da qui la spinta propagandistica a favore del multiculturalismo e del multietnicismo, sostenuta dalla retorica del politicamente corretto e dalle correnti woke. Tale narrazione dipinge il migrante unicamente come un disperato bisognoso di assistenza. In questo quadro sono nate ONG che operano nello spazio istituzionale dettando tempi e modalità del soccorso, supportate da una ramificata rete cooperativa (legale, ricettiva e sanitaria). Si sono così verificati episodi in cui navi con bandiera straniera hanno operato nelle acque territoriali annullando gli interventi della marina nazionale (come nel caso della Sea Watch guidata da Carola Rackete nel giugno 2019).

L'ingresso di masse destinate prevalentemente a mansioni a basso contenuto specialistico (agricoltura, manovalanza, servizi) penalizza le attività tradizionalmente gestite dagli autoctoni, impossibilitati a competere con costi del lavoro estremamente bassi e con forme di impresa che spesso eludono i controlli e sfruttano la manodopera straniera. Tale dinamica viene giustificata dall'argomentazione secondo cui gli immigrati "facciano lavori che gli autoctoni non vogliono più fare", o che il loro contributo sia indispensabile per sostenere il sistema previdenziale.

Mentre il numero dei residenti stranieri aumenta — anche in virtù di ricongiungimenti familiari facilitati da normative permissive —, non tutti riescono o intendono inserirsi nel circuito produttivo. Una parte finisce per alimentare l'economia informale, il lavoro nero o la criminalità organizzata (spaccio, prostituzione). Coloro che restano ai margini ingrossano le fila del degrado urbano, rendendosi talvolta protagonisti di episodi di microcriminalità, violenze e molestie. Episodi di fronte ai quali una certa corrente immigrazionista mostra una marcata indulgenza, in netto contrasto con la rigidità applicata quando i responsabili sono maschi autoctoni.

La figura del migrante costantemente disperato e bisognoso di assistenza è per lo più una costruzione ideologica, sostenuta anche da settori ecclesiastici ridotti a strutture assistenziali. La maggioranza di chi intraprende questi viaggi è composta da giovani maschi, abili e capaci di sostenere costi elevati per finanziare le rotte migratorie, spesso grazie agli investimenti delle famiglie d'origine che confidano nel flusso delle rimesse.

Sul piano politico, la sinistra radicale — abbandonato il riferimento alla classe operaia integrata nel sistema di consumo — ha individuato nel migrante il nuovo soggetto idealmente rivoluzionario, interpretandolo come un proletariato che "non ha nulla da perdere se non le proprie catene". Questa visione, tuttavia, ignora la realtà sociale: la maggior parte degli immigrati aspira semplicemente a integrarsi e a migliorare il proprio tenore di vita. Il paradosso è che la politica finisce per puntare non sull'immigrato integrato, ma su quella fascia marginalizzata che la teoria marxista definirebbe sottoproletariato: una componente priva di coscienza di classe, attratta principalmente dai modelli di consumo e dalle dinamiche della società dello spettacolo.

In definitiva, il globalismo non crea inclusione, ma sradicamento. Ha trasformato l'immigrazione in un'arma di deregolamentazione economica e di scomposizione sociale, privando i popoli della propria sovranità e i lavoratori dei propri diritti. Riconoscere questa realtà non è una forma di chiusura, ma il primo e indispensabile passo per difendere la nostra identità culturale, la nostra continuità storica e la dignità del lavoro autoctono.

Giorgio Bargna


mercoledì 26 agosto 2026

Il modello Olivetti: una riforma dello Stato che serve ancora oggi

 



Tra le figure che hanno maggiormente ispirato il mio pensiero politico federalista ed autonomista trova un posto di rilievo Adriano Olivetti.

Per comprenderne la visione, analizziamo i punti chiave del suo saggio "L’Ordine politico delle Comunità", pubblicato nel 1945.

1. Il valore della Comunità e delle autonomie

Per Olivetti una vera civiltà ha un obiettivo preciso: fare in modo che l'eccellenza di pochi diventi un bene accessibile a tutti. Questo accade solo se lo Stato fa circolare continuamente idee, risorse e valori tra il centro e la periferia.

Lo Stato federale valorizza le autonomie locali per due ragioni:

  • Ideale: garantiscono una democrazia reale e vicina ai cittadini.

  • Pratica: rendono l'amministrazione più efficiente.

L'autonomia, tuttavia, non deve mai diventare isolamento. Un'indipendenza assoluta delle singole regioni rischierebbe di far prevalere egoismi locali e visioni miopi, distruggendo proprio la libertà che si voleva proteggere. Per questo la Comunità (ispirata al modello del Cantone svizzero) fa da ponte tra i Comuni e lo Stato centrale.

2. Le 4 fondamenta dello Stato Federale

Il sistema comunitari si regge su quattro pilastri costituzionali:

  • Autonomia delle Regioni.

  • Autonomia delle Comunità.

  • Stato centrale aperto: gli organi centrali portano il loro lavoro sul territorio.

  • Regioni aperte: le istituzioni regionali collaborano strettamente con le realtà locali.

In questo modello le competenze sono chiare: lo Stato centrale mantiene la legislazione esclusiva sulle grandi materie nazionali e fissa i principi generali; le Regioni e le Comunità gestiscono i dettagli e la politica locale. È un sistema flessibile, capace di superare la rigidità del vecchio Stato accentrato.

3. Un Parlamento fondato su Territorio e Competenze

Ispirandosi a Montesquieu e all'idea di unire la stabilità delle istituzioni con la forza della partecipazione popolare, Olivetti propone una profonda riforma del Parlamento, fondata su due rami:

  1. La Camera delle Comunità (Camera bassa): rappresenta i territori e i cittadini.

  2. Il Senato degli "Ordini" (Camera alta): un vero e proprio Senato funzionale che non rappresenta i soliti partiti, ma le competenze reali della società organizzate in 7 ambiti specifici (Affari generali, Giustizia, Relazioni sociali, Assistenza sociale, Urbanistica, Cultura, Economia sociale).

4. Dalla Comunità alle Unioni Sovranazionali

Questa visione non vale solo per l'Italia, ma anche per la costruzione di grandi unioni tra Stati (come l'Unione Europea). Secondo Olivetti, un'unione sovranazionale funziona solo se rispetta tre condizioni:

  • Autonomie chiare: enti locali liberi, ma con confini di potere ben definiti.

  • Un'autorità coordinatrice unica: per evitare il caos e la paralisi.

  • Radici democratiche dirette: il potere deve nascere dal voto e dalla partecipazione dei cittadini, non da burocrazie lontane.

È proprio la mancanza di questi elementi che, in passato, ha reso deboli le prime organizzazioni internazionali (come la Società delle Nazioni).

In conclusione, quella di Adriano Olivetti non è mai stata una semplice teoria utopistica, ma un progetto istituzionale concreto e straordinariamente profetico. In un'epoca in cui assistiamo spesso al contrasto tra un centralismo burocratico distante dai cittadini e spinte autonomistiche frammentate ed egoistiche, la lezione dell' Ordine politico delle Comunità ci ricorda che la vera forza di una democrazia sta nell'equilibrio: unire il territorio alle competenze, e la libertà locale alla solidarietà nazionale. È da questa sintesi che deve ripartire ogni seria riforma federalista del nostro Paese.