Chi mi segue da anni conosce la mia posizione: ho fatto vaccinare mio figlio e me stesso per tutte le malattie che dispongono di un vaccino ampiamente testato, mentre a suo tempo ho criticato la vaccinazione anti-COVID perché priva delle necessarie garanzie. Certo, anche i vaccini sicuri comportano effetti indesiderati, ma — volendo essere pragmatici — anche viaggiare in auto comporta dei rischi.
Detto questo, parliamo di sciacallaggio.
Giornali e social rilanciano il caso della bambina di 4 anni morta, presumibilmente, di difterite. Sul caso specifico è giusto attendere gli accertamenti delle autorità. Ma la macchina mediatica si è già attivata sul corpo ancora caldo della bambina: accertato che non fosse vaccinata, si è scatenata la solita tifoseria nostalgica dell'epoca Covid.
Io ritengo raccomandabile vaccinarsi contro una malattia seria e con un vaccino collaudato come quello per la difterite. Ma il punto centrale è un altro, ed è ciò da cui stanno deviando l'attenzione: la difterite è una malattia seria, ma curabile. E in questo caso, a quanto pare, la bambina non è stata curata per tempo.
In un sistema sanitario sovraccarico, con medici di base introvabili e personale stremato, il rischio di non essere curati per patologie trattabili cresce esponenzialmente. Questo dettaglio viene ignorato per spingere il cittadino verso i vaccini: presidi facili da somministrare che trasferiscono risorse pubbliche direttamente alle multinazionali del farmaco.
Far credere che la prevenzione vaccinale possa sostituire un sistema ospedaliero efficiente è un'illusione utile. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nessuno nota lo schema di un sistema che:
a) Terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia funzionale al racconto;
b) Fornisce cure pubbliche sempre più inefficienti, spingendo verso il privato;
c) Promuove come salvifico l'unico strumento sanitario che non richiede strutture pubbliche funzionanti e garantisce un guadagno netto a Big Pharma?
Forse è ora di unire i puntini.
Nessuno qui nega il valore della prevenzione, ma i vaccini da soli non bastano se dietro c'è il deserto. Ridurre la tutela della salute a un'unica profilassi, mentre nei nostri comuni chiudono i presidi, i pronto soccorso scoppiano e i medici di famiglia scappano dal servizio pubblico, è una resa politica inaccettabile.
La vera priorità — quella di cui nessuno nei palazzi vuole parlare — è la ricostruzione della sanità pubblica territoriale. Difendere la salute dei nostri cittadini significa pretendere investimenti reali sui medici di medicina generale, sulle strutture di prossimità e sulla capacità di diagnosi e cura nei nostri ospedali. Se permettiamo che la risposta ad ogni crisi sanitaria diventi solo un'emergenza mediatica da delegare al privato o al bilancio delle farmaceutiche, avremo rinunciato al diritto fondamentale alla cura sancito dalla nostra Costituzione.
È ora di smetterla di guardare il dito e tornare a pretendere una sanità pubblica che funzioni, dalle profilassi fino ai letti d'ospedale.
Giorgio Bargna









