Il
richiamo alla "profezia" di Pier Paolo Pasolini intercetta
una delle riflessioni intellettuali più profonde e dibattute del
Novecento italiano. Il parallelismo tra le tesi pasoliniane e
l'attualità oscilla costantemente tra intuizioni antropologiche
straordinariamente lucide e marcate divergenze storiche rispetto alla
realtà odierna. Considerata la distanza temporale e la forte matrice
marxista dell'autore, emerge chiaramente ciò che egli seppe cogliere
con formidabile anticipo, così come ciò che gli sfuggì a causa dei
limiti della propria epoca e della gabbia ideologica del suo tempo.
Il
legame profondo tra vecchi e nuovi sottomessi
Nella
celebre poesia Profezia (1964), Pasolini immagina un'ondata
migratoria epocale che dall'Africa approda in Calabria per poi
risalire verso il Nord. Lo scrittore descrive questi popoli in
cammino con i propri figli, riconoscendo in loro la medesima
"disperazione" e la stessa vitalità primitiva che
caratterizzavano i subproletari dei suoi romanzi romani, come i
protagonisti di Ragazzi di vita o Una vita
violenta.
In
questo senso, l'autore ha anticipato di decenni l'idea che
l'immigrazione estera avrebbe occupato i medesimi margini sociali ed
economici lasciati vuoti dall'esodo dei contadini e degli operai
italiani. Per Pasolini, il "Terzo Mondo" rappresentava
l'ultimo serbatoio di un’umanità pre-industriale non ancora
corrotta dalla modernità, destinata a ereditare il ruolo storico del
vecchio proletariato.
La
mutazione antropologica nell'era della Trap e dei Social
Per
comprendere appieno la portata della premonizione pasoliniana sul
"genocidio culturale" delle classi popolari, è necessario
analizzare il moderno cortocircuito che lega l’esclusione sociale
al feticismo delle merci. Negli Scritti corsari, l'autore
denunciava come l'edonismo consumistico avesse imposto un modello
unico di felicità basato sul possesso, distruggendo le culture
particolari. Oggi, questa mutazione si manifesta in modo plastico
nelle periferie urbane attraverso l'estetica della musica trap e le
dinamiche dei social network.
A
differenza delle sottoculture giovanili del Novecento (como il punk o
l'hip-hop delle origini), che contestavano il sistema capitalistico o
ne rifiutavano i simboli, la devianza giovanile contemporanea non
contesta il capitalismo: lo esaspera. I testi musicali e
l'immaginario visivo della trap non propongono un’alternativa
sociale, ma celebrano in modo ossessivo i simboli del lusso borghese:
marchi di alta moda, denaro contante, auto di grossa cilindrata e
ostentazione del successo.
In
questo contesto, la violenza di strada e la criminalità non nascono
dal rifiuto dei valori occidentali, ma dalla frustrazione di non
poterli possedere. I giovani emarginati — siano essi italiani o
stranieri — sono sottoposti a un bombardamento mediatico incessante
che impone il consumo come unico requisito per esistere e avere
valore. Quando a questo imperativo psicologico si somma l'assenza di
un reale ascensore sociale, la devianza diventa la scorciatoia più
accessibile per colmare il divario. La violenza diventa così l'atto
disperato di ragazzi sradicati che, non potendo accedere al benessere
legale, ne mimano i codici con la forza, confermando l'allarme
pasoliniano: il consumismo crea bisogni che non può soddisfare per
tutti, trasformando la frustrazione in aggressività.
Oltre
la lotta di classe: l'identità "ibrida" delle Seconde
Generazioni
Se
l'analisi di Pasolini sul consumismo si rivela insostituibile, il suo
impianto teorico mostra inevitabili limiti interpretativi quando
viene applicato alla complessità multietnica contemporanea. Essendo
un intellettuale di formazione rigidamente marxista, Pasolini
interpretava la storia quasi esclusivamente attraverso la lente della
lotta di classe e dell'opposizione tra l'omologazione borghese e la
purezza subproletaria. All'epoca, l'emigrazione interna (dal Sud
contadino al Nord industriale) comportava un processo di
assimilazione che si consumava tutto all'interno della medesima
matrice culturale e nazionale.
L'immigrazione
estera odierna e, in particolare, la condizione delle seconde
generazioni, sfuggono a questa linearità. Oggi non assistiamo a un
semplice processo di "acculturazione" o alla totale
dissoluzione delle identità d'origine nel calderone del consumismo.
Si assiste, invece, alla nascita di identità "ibride" o
"glocali", caratterizzate da un legame profondo e
apparentemente contraddittorio con il proprio background.
Molti
giovani nati o cresciuti nel Paese ospitante vivono un vero e proprio
cortocircuito identitario. Da un lato sono pienamente immersi nella
cultura di massa occidentale; dall'altro, avvertendo spesso un senso
di mancata accettazione o di discriminazione da parte della società,
tendono a riscoprire, reinventare o persino irrigidire l'appartenenza
culturale o religiosa dei padri. Questo legame con le origini non è
una semplice eredità del passato, ma una strategia di difesa
identitaria nel presente. I conflitti odierni nelle periferie, di
conseguenza, non si sviluppano solo lungo l'asse verticale della
ricchezza (ricchi contro poveri), ma si ramificano in tensioni
orizzontali e culturali. Questioni centrali come i diritti delle
donne, la parità di genere e la laicità dello Stato si scontrano
talvolta con sacche di resistenza tradizionalista che la sola
categoria marxista della "condizione economica" non è in
grado di decifrare, rivelando come la realtà odierna sia decisamente
più frammentata e pluralista di quanto la "sfera magica"
di Pasolini potesse prevedere.
Il
divario tra l'ideale democratico e il disincanto della realtà
Di
fronte alle derive violente della sottocultura giovanile, alla
precarizzazione della sicurezza e alle minacce che gravano sui
diritti conquistati dalle donne, il dibattito democratico propone
ricette note e consolida sul piano teorico. Da un lato, si invoca il
potenziamento dei dispositivi repressivi e di controllo (la certezza
della pena, il presidio del territorio e la prevenzione di derive di
giustizia privata); dall'altro, si insiste sulla necessità di patti
civici di cittadinanza, percorsi di educazione all'uguaglianza di
genere nelle scuole e modelli partecipativi di inclusione
socio-economica.
Tuttavia,
l'efficacia concreta di queste risposte si scontra oggi con un
profondo e giustificato disincanto, frenata da due barriere
strutturali che rischiano di ridurle a mere dichiarazioni d'intenti.
In
primo luogo, l'azione dello Stato risente drammaticamente della
cronica pochezza delle risorse pubbliche. Senza massicci investimenti
strutturali e continuativi, le soluzioni teoriche svaniscono: i
presidi di sicurezza sul territorio rimangono sguarniti, la giustizia
sconta tempi troppo lunghi per garantire una reale percezione di
certezza della pena, e i progetti educativi o di mediazione sociale
nelle periferie degradate vengono ridotti a interventi simbolici e
frammentari.
In
secondo luogo, e in modo ancora più radicale, pesa l'evidenza di una
mancanza di una vera e profonda volontà di integrazione. Questo
vuoto si manifesta in modo bidirezionale: da una parte, in larghe
fette della società ospitante, l'integrazione viene spesso declinata
come una tolleranza superficiale o una mera sottomissione economica
alle mansioni lavorative più umili, priva di una reale apertura
civile; dall'altra, in segmenti significativi delle comunità
migranti e in particolare delle seconde generazioni, si osserva un
rifiuto identitario intenzionale, un arroccamento in valori
tradizionalisti o subculture di risentimento incompatibili con i
principi costituzionali e con la tutela della donna.
Questo
doppio binario di disinteresse e diffidenza reciproca trasforma il
tessuto sociale in un mosaico di solitudini e ghetti culturali
comunicanti solo attraverso le regole del consumo. Il rischio
odierno, dunque, è che l'allarme pasoliniano trovi il suo compimento
più cupo: non una società multietnica unita da valori democratici
condivisi, ma una frammentazione conflittuale dove la precarietà
economica e lo sradicamento culturale alimentano, giorno dopo giorno,
un'inevitabile spirale di insicurezza, rancore e violenza.
Giorgio
Bargna