martedì 21 luglio 2026

La «Questione Settentrionale»: dall'invecchiamento alla nuova povertà


Abbiamo affrontato più volte queste tematiche, ma un ripasso ogni tanto non fa mai male.

Partiamo dall'invecchiamento demografico, un fenomeno che porta con sé un problema ormai strutturale: la sostenibilità del sistema di welfare.

Nel Nord Italia, questo fenomeno è legato a due fattori principali: il crollo storico delle nascite e il netto aumento dell'aspettativa di vita. Dire questo, però, rischia di essere riduttivo.

Al Nord si fanno pochi figli e sempre più avanti con gli anni. Le donne tendono ad avere il primo figlio in età più avanzata (spesso oltre i 32 anni) per dare priorità alla formazione, alla carriera e alla stabilità economica, riducendo così la finestra biologica per ulteriori gravidanze. A questo si aggiunge l'effetto del baby boom del passato: le generazioni molto numerose nate in quegli anni stanno oggi entrando nell'età della terza e quarta età, ingrossando le fila della popolazione anziana.

Come se non bastasse, negli ultimi anni l'immigrazione si è stabilizzata e non riesce più a colmare l'enorme divario tra decessi e nascite. Parallelamente, la costante fuga di giovani laureati verso l'estero priva il territorio di risorse in età lavorativa e riproduttiva.

La conseguenza è il continuo aumento dei cosiddetti "grandi anziani", una fascia d'età che richiede cure mediche prolungate, assistenza infermieristica costante e supporto quotidiano. Allo stesso tempo, la frammentazione delle famiglie moderne e la riduzione del numero di figli fanno sì che molti anziani si trovino a vivere soli, poggiando su una rete di supporto informale (i caregiver familiari) sempre più fragile e sovraccarica.

In questo scenario, la carenza di posti letto accreditati nelle RSA e i costi oramai proibitivi delle rette rispetto alle pensioni medie spingono le famiglie verso lunghe liste d'attesa o soluzioni private insostenibili. Si tratta di una vera e propria emergenza che richiede al più presto risposte e modelli alternativi.

Una risposta l'abbiamo data attraverso questo pensiero che vi invito a leggere , che va oltre l'assistenza domiciliare integrata o l'utilizzo della telemedicina, questa seconda ipotesi poi si scontra con la fragilità digitale nella popolazione anziana.

Affrontare questo tema richiede una visione che sappia coniugare la sostenibilità dei bilanci pubblici con il riconoscimento della dignità e dei diritti di cura per una generazione che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo economico del territorio.

Ma altri drammatici problemi sociali incalzano la nostra società: la crisi del potere d’acquisto, l’emergenza abitativa nelle grandi città e il progressivo declino del sistema sanitario pubblico ribaltano la storica percezione del Settentrione come un’"isola felice" immune da gravi fratture sociali.

I dati del Rapporto Istat 2026 e i monitoraggi della Caritas Italiana lo confermano senza sconti: la povertà è ormai diventata una vera e propria "questione settentrionale" — una piaga mimetizzata ma strutturale, alimentata dal costo della vita insostenibile.

Di seguito, le emergenze sociali prioritarie che il Nord si trova oggi ad affrontare:

- Il fenomeno del "lavoro povero": Avere un’occupazione non basta più a proteggere dalla povertà. I salari stagnanti crollano di fronte a un’inflazione cumulata sempre più pesante.

- Emergenza abitativa e caro affitti: Il costo degli alloggi e dei canoni di locazione nelle grandi aree metropolitane (Milano, Torino, Bologna) esclude lavoratori, giovani e studenti dalla vita urbana.

- Crisi dei servizi sociali e della sanità: Liste d’attesa interminabili nella sanità pubblica costringono le famiglie al ricorso forzato alle strutture private o alla rinuncia alle cure.

-Povertà assoluta nelle periferie: Negli ultimi dieci anni, il numero di famiglie indigenti al Nord è raddoppiato, concentrandosi soprattutto nelle cinture periferiche dei grandi centri.

- Disagio giovanile e sicurezza urbana: Aumenta la percezione di insicurezza legata al fenomeno delle "baby gang" e alla devianza giovanile, sintomo di un profondo sfilacciamento sociale.

- Integrazione e marginalità: La forte richiesta di manodopera si scontra ancora troppo spesso con la mancanza di tutele contrattuali adeguate e soluzioni abitative dignitose.

Le risposte non possono che essere quelle che vi elenco:

1. Contrastare il "lavoro povero"

- Gabbie salariali su base regionale/territoriale: Adeguare la contrattazione collettiva al costo effettivo della vita locale. Un salario nominale non può valere lo stesso a Milano e in aree dal costo della vita dimezzato.

- Meno tasse sul lavoro locale: Detassazione completa degli straordinari e dei premi di produzione per riattivare il potere d'acquisto dei lavoratori del Nord.

2. Emergenza abitativa e affitti

- Social Housing e valorizzazione del patrimonio pubblico: Un piano straordinario di edilizia residenziale sociale attraverso fondi regionali, recuperando gli immobili pubblici sbandonati anziché cementificare.

-Incentivi fiscali per i locatori vicini al territorio: Riduzione dell'IMU e cedolare secca agevolata per chi affitta a canone concordato a residenti, giovani e lavoratori della comunità.

3. Sanità e servizi sociali di prossimità

- Autonomia e gestione diretta della spesa sanitaria: Trattenere il gettito fiscale al Nord per investire nelle eccellenze mediche territoriali e abbattere le liste d'attesa.

- Valorizzazione del Terzo Settore e sussidiarietà: Valorizzare la rete di volontariato e mutualismo storica del Nord per alleggerire la pressione sui servizi pubblici.

4. Periferie e povertà assoluta

- Riqualificazione urbana e sicurezza: Fondi dedicati per le periferie dei grandi capoluoghi per creare centri di aggregazione, servizi essenziali e presidi di quartiere.

- Welfare attivo e non assistenzialista: Passaggio da misure puramente assistenziali a percorsi di reinserimento lavorativo gestiti direttamente dai Centri per l'Impiego regionali.

5. Sicurezza e devianza giovanile

- Presidio del territorio e Polizia Locale rafforzata: Riconoscimento di maggiori competenze e risorse alle forze di polizia locale per il controllo dei quartieri a rischio.

-Educazione al lavoro e formazione professionale: Rilancio degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) e dei centri di formazione professionale regionali come alternativa alla strada e all'abbandono scolastico.

6. Gestione dell'immigrazione e lavoro dignitoso

- Integrazione legata al lavoro e alla casa: L'accoglienza deve essere proporzionata alla reale capacità di assorbimento del mercato del lavoro e del sistema abitativo locale.

- Lotta al caporalato urbano e all'irregolarità: Tolleranza zero verso lo sfruttamento lavorativo che crea degrado e marginalità nelle nostre città.

Giorgio Bargna


domenica 19 luglio 2026

Il caso Roggero e il nodo della legittima difesa


Oggi affrontiamo, in bilico tra polemica ed equilibrio, il caso Roggero e il più ampio tema della legittima difesa, ma anche il concetto, spesso calpestato, di proprietà privata.

Partiamo da Mario Roggero. Vi invito innanzitutto a diffidare da chi, oggi, dichiara di volerlo candidare in Parlamento: con una condanna definitiva sulle spalle, la partita giuridica e politica sulla sua candidabilità è chiusa. Se la politica avesse voluto muoversi davvero in tal senso, avrebbe dovuto farlo prima, dimostrando vero coraggio istituzionale anziché limitarsi a slogan postumi.Allo stesso modo, vi invito a diffidare di chi si oppone a priori a un'eventuale concessione della Grazia. A questi ultimi verrebbe da dire, provocatoriamente: "Lasciate il vostro indirizzo nei commenti, così i delinquenti sapranno dove andare". È ovviamente un'iperbole – non fatelo – ma serve a ricordare a tutti che ricevere certe "visite" tra le mura di casa non è esattamente una passeggiata di salute.

Non starò a riassumere la cronistoria della vicenda, che ormai tutti conoscete. Sappiamo che Roggero ha commesso un reato e che la legge, su questo, è stata inflessibile. Lo è molto meno, invece, sulla quantificazione della pena, sul riconoscimento del trauma e su altri aspetti legali che rimangono fin troppo legati alla discrezionalità del giudice.

Per capire l'anomalia di questo sistema, facciamo un paragone estremo ma concreto, che presenta forti similitudini sul piano della valutazione psicologica.

Nelle aule di tribunale capita che per un femminicidio l'ergastolo venga ridotto a 15 o 20 anni perché i giudici decidono di "comprendere" il contesto della gelosia o della separazione. In alcune sentenze si è letto che l'assassino viveva un "crescente senso di disagio e frustrazione" per lo "scarto" avvertito tra l’intensità dei propri sentimenti e quelli della vittima. Uno scarto che, per le corti, rendeva "comprensibile" la tempesta emotiva.

Ed ecco il paradosso. A un uomo come Roggero – che ha subito due rapine, di cui una estremamente violenta, con la famiglia minacciata, anche in altri contesti – quel "disagio" e quella "frustrazione" non sono stati concessi come attenuanti, se lo fossero stati (non sono un penalista) allora qualcosa non funziona . A lui non è stata riconosciuta la parziale scusabilità di aver vissuto in uno stato di terrore e rabbia quotidiana; sentimenti che hanno scatenato una reazione sicuramente illegale, ma psicologicamente spontanea. Oggi Roggero vive in carcere, ironia della sorte, proprio insieme ai "colleghi" di chi lo ha rapinato.

In questo scenario, la vera via d'uscita – che permetterebbe alla nostra Nazione di salvare la faccia e mostrare umanità – si chiama Grazia Presidenziale.

Molti temono che questo provvedimento possa creare un precedente pericoloso. Tuttavia, la storia recente dimostra il contrario: la Grazia è uno strumento eccezionale che risolve i cortocircuiti della giustizia senza scardinare il sistema. Ecco alcuni casi celebri, legati a fatti gravissimi, in cui il Quirinale è intervenuto per motivi umanitari o sociali e malgrado tutto non è cambiato sistema:

- Il caso Ovidio Bompressi (2006): Condannato per l'omicidio del commissario Calabresi, ottenne la grazia dal Presidente Napolitano per motivi esclusivamente umanitari legati alla salute.

- Il caso Adriano Sofri e la svolta costituzionale: Il Ministro della Giustizia Castelli si rifiutò di firmare l'atto di grazia voluto dal Presidente Ciampi. Lo scontro portò a una storica sentenza della Corte Costituzionale, la quale stabilì che la Grazia è un potere monocratico ed esclusivo del Capo dello Stato.

- Il caso Stefano Oria: Ex esponente della lotta armata, ottenne il provvedimento da Ciampi per completare il suo percorso di reinserimento sociale.

- Il caso Alaa Faraj: Condannato a 30 anni come scafista per una tragica traversata, ha ricevuto dal Presidente Mattarella una grazia parziale di oltre 11 anni, valutando il suo percorso e la revisione del contesto.

La Grazia a Roggero non sarebbe un'anomalia, ma un atto di eccezionale e necessaria giustizia umana. 

Anche perché questo caso solleva un problema enorme che tocca tutti noi: cosa resta della nostra proprietà privata?

In Italia la Proprietà Privata dovrebbe essere un pilastro dell'ordinamento. Nella realtà, questo diritto è costantemente gravato da una tassazione, diretta o indiretta, che non concede sconti. Eppure, a fronte di questi doveri fiscali sacrosanti, la tutela reale dello spazio privato lascia a desiderare.

Certo, l'Articolo 614 del Codice Penale punisce la violazione di domicilio, e la pena sale da due a sei anni se c'è violenza o se il colpevole è armato. Una sanzione che sulla carta sembra severa, ma che spesso si scontra con la realtà dei fatti e delle scarcerazioni facili.

La riforma della legittima difesa del 2019 (Legge n. 36) ha provato a introdurre la presunzione di proporzionalità e la scriminante del "grave turbamento" per chi si difende in casa propria. Ma qui sta la trappola: definire e dimostrare lo stato di shock dell'aggredito spetta comunque all'interpretazione personale del Giudice. Il caso Roggero ne è la dimostrazione lampante: il suo turbamento non è bastato.

Mentre l'Europa si attorciglia intorno a questi paletti stringenti, gli Stati Uniti offrono la tutela più ampia al mondo per la difesa della persona e della proprietà, basandosi su due pilastri chiari:

- Castle Doctrine (La Dottrina del Castello): Dentro casa tua non hai l'obbligo di fuggire o nasconderti. Puoi usare la forza letale se ritieni che l'intruso voglia commettere un reato grave o farti del male.

- Stand Your Ground (Difendi la tua posizione): In circa 30 Stati, se vieni aggredito in un luogo pubblico dove hai il diritto di stare, non sei obbligato a scappare prima di reagire. Puoi difenderti subito se temi per la tua vita.

Le conclusioni: una provocazione necessaria

Le leggi esistono e vanno rispettate, nessuno lo mette in dubbio. Ma di fronte a questo scenario la domanda sorge spontanea: quali risposte vogliamo dare ai cittadini onesti?

Le mie risposte sono due, nette e senza giri di parole:

Grazia incondizionata a Mario Roggero, vittima prima dei criminali e poi di un sistema cieco che non ha saputo comprendere il suo grave turbamento.

Introduzione del modello USA sulla difesa della proprietà privata.

Giorgio Bargna

 

sabato 18 luglio 2026

Il residuo fiscale è legittimo: ce lo dice l'Europa



Devo ammettere che la mia sensibilità è più autonomista che secessionista, pur senza escludere a prescindere la seconda strada. In queste ore, una notizia cruciale arriva dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto l'amnistia spagnola per gli indipendentisti catalani compatibile con il diritto dell'Unione. Si tratta di una pronuncia che stabilisce un principio cardine, capace di andare ben oltre il caso specifico e di toccare da vicino tutte le istanze autonomiste e indipendentiste del continente.

Se non interpreto male, la sentenza europea sancisce due punti fondamentali. Il primo è che la concessione dell’amnistia per la responsabilità contabile (legata alle spese per il referendum) non compromette le finanze europee né lede gli interessi finanziari dell’Unione. Il secondo, ancora più dirompente, è che un'eventuale diminuzione del Reddito Nazionale Lordo (RNL) derivante dalla secessione di una parte del territorio non si pone in contrasto con il diritto europeo.

Senza cedere a facili entusiasmi, dobbiamo ricordare che il dossier catalano è da oltre dieci anni uno dei più delicati della politica comunitaria. Tra referendum, dichiarazioni unilaterali, processi e colpi di spugna normativi, la Spagna ha fatto da laboratorio: ha dimostrato che l’Unione deve gestire al proprio interno pulsioni identitarie profonde, che non possono più essere liquidate come mere questioni di ordine pubblico.

Analizziamo la portata economica e giuridica di questo passaggio. Sostenere che il calo del reddito nazionale a seguito di una separazione non violi il diritto Ue significa sgonfiare un grande spauracchio. Il diritto dell’Unione, infatti, non impone agli Stati membri di mantenere invariato il proprio PIL. Non esiste una norma europea che vieti a una regione di staccarsi sol perché questo ridurrebbe la ricchezza dello Stato centrale. Per anni, nei dibattiti su Catalogna, Scozia e sullo stesso Nord Italia, si è gridato all'incompatibilità della secessione con i trattati Ue per via dei rischi sulla stabilità economica e sul bilancio comunitario. La Corte ha chiarito che il mero calo del reddito non è un parametro di illegittimità europea.

Intendiamoci: l’Unione non ha legittimato le secessioni unilaterali né le incoraggia. Semplicemente, non le vieta con strumenti di diritto comunitario, considerandole fatti interni da gestire secondo le rispettive Costituzioni nazionali.

Ed è qui che il discorso si allarga e tocca un tema a me particolarmente caro: il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto i cittadini e le imprese di un territorio versano allo Stato sotto forma di tasse e quanto ricevono indietro in termini di spesa pubblica e servizi.

Se la secessione – che abbatte il reddito di uno Stato – non contrasta con il diritto Ue, a maggior ragione non può contrastarlo la richiesta di trattenere sul territorio il proprio residuo fiscale. Le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – rivendicano da anni una maggiore autonomia fiscale basandosi sull’articolo 116, terzo comma, della nostra Costituzione. Alla luce del pronunciamento europeo, questa battaglia non può più essere bollata come anti-europea o incompatibile con i vincoli di Bruxelles.

Trattenere risorse sul territorio e gestire direttamente una quota consistente del gettito non lede gli interessi finanziari dell’Unione. Al contrario, l'Europa ci offre oggi lo scudo giuridico per dimostrare che l'autonomia non è un atto di egoismo, ma una scelta di efficienza.


Da questo laboratorio europeo non dobbiamo quindi trarre un incentivo alla frammentazione fine a se stessa, quanto piuttosto la spinta a rifondare il rapporto tra territori e Stati centrali su basi nuove e più mature. La sentenza della Corte UE ci dice che l’architettura comunitaria è abbastanza flessibile da accogliere geometrie istituzionali diverse, purché orientate alla stabilità e alla responsabilità.

La sfida per il Nord Italia non è quella di inseguire strappi unilaterali logoranti, ma di fare dell'autonomia differenziata il motore di una modernizzazione complessiva. Gestire le proprie risorse non significa voltare le spalle all'Europa, ma interpretarne al meglio il principio fondante della sussidiarietà: fare a livello locale ciò che il centro non riesce più a fare con efficienza. Diventare padroni del proprio residuo fiscale si traduce nella possibilità di investire in infrastrutture strategiche, innovazione e welfare a chilometro zero, trasformando il blocco padano in una macro-regione europea iper-competitiva. L'Europa ha aperto una strada giuridica; ora sta alla politica italiana percorrere quella della responsabilità, dimostrando che un territorio più autonomo non indebolisce l'Unione, ma la arricchisce di nuove energie.

Giorgio Bargna 

mercoledì 15 luglio 2026

Metterci la faccia: il nostro Patto per tornare protagonisti



Lungo i sentieri della vita capita di incontrare — per caso o per destino — persone interessanti, stimolanti e capaci di fare rete. Recentemente mi è successo di imbattermi, attraverso un post su Facebook, in Francesco Ravenda, un giornalista digitale specializzato in informazione responsabile e giornalismo costruttivo. Questa è una visione che ci accomuna profondamente. Proprio partendo da alcune sue riflessioni, vorrei provare oggi a costruire delle metafore: non so quanto efficaci, ma sicuramente animate da un intento costruttivo e intelligente.

Prima metafora: Dagli "affittuari digitali" alla responsabilità reale

La visione di Ravenda: "Oggi ci sentiamo spesso 'inquilini in affitto' di piattaforme governate da algoritmi che non ci appartengono. In questo scenario, la nostra firma deve tornare a essere un bene rifugio. Ma per farlo, dobbiamo cambiare prospettiva su ciò che produciamo."

La mia riflessione: Se trasportiamo questo concetto nella nostra quotidianità, molti di noi oggi si sentono come piccoli atomi isolati, privi di reale potere di replica in un mondo governato da decisori politici e tecnocrati che spesso non possiamo scegliere e che non ci rappresentano.

In un contesto simile, metterci la faccia non è più una scelta, ma un dovere morale, ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. Chi, come me, lo fa scrivendo e facendo politica attiva in prima persona, chi seguendo la politica con occhio attento e critico, chi decidendo, finalmente, di tornare a votare.

Oggi, noi di "Patto per il Nord" vi presentiamo un movimento politico che vuole essere proprio questo: un'alternativa che si identifica e si incarna profondamente con il proprio territorio.

Seconda metafora: L'impegno come dono d'amore

La visione di Ravenda: "Produrre un contenuto digitale non dovrebbe essere un esercizio di stile per compiacere un motore di ricerca, ma un gesto simile a fare un regalo a una persona a cui volete bene. In un dono, ciò che conta è l’intenzione, il tempo e l’investimento emotivo che abbiamo sacrificato per renderlo unico. Se un contenuto non mostra alcuno sforzo o 'fatica' intellettuale, perché dovrebbe avere valore per chi lo legge?"

La mia riflessione: Questo principio vale ancora di più nella sfera pubblica: scrivere di politica e fare politica non possono ridursi a un esercizio di compiacimento per accaparrarsi "like" e voti. Tutto questo ha senso solo se guidato da un sentimento sincero. Alla politica vanno dedicati tempo, passione e un amore viscerale per la propria comunità. Del resto, se non siamo noi i primi a dimostrare questo legame profondo verso la nostra terra e i nostri concittadini, come possiamo pretendere che loro si fidino di noi?

La buona politica si fonda su un esercizio quotidiano di responsabilità: farsi domande difficili, sforzarsi di trovare risposte concrete e, soprattutto, mettersi in ascolto di chi chiede attenzione. Solo così l'impegno pubblico si trasforma in un dono di valore per tutti.

Terza metafora: Essere "Certificatori di Senso"

La visione di Ravenda:"Questa idea del 'contenuto come dono' si sposa con il concetto di Certificatore di Senso. Secondo questa visione, il senso non è un dato che esiste a prescindere, ma qualcosa che viene costruito e validato attraverso il racconto. Mentre l’intelligenza artificiale può gestire con precisione chirurgica il 'chi', il 'cosa' e il 'quando', essa rimane muta davanti al 'perché'. Certificare il senso significa assumersi la responsabilità di aggiungere contesto, morale e storia a quel materiale grezzo che l’algoritmo distribuisce istantaneamente."

La mia riflessione: Questo straordinario concetto si applica perfettamente anche alla politica. Oggi non possiamo più accontentarci del pensiero unico — nemmeno quando è un pensiero che ci piace o ci fa comodo. Abbiamo il dovere di accendere le nostre menti, di farci domande scomode e di metterci alla ricerca di risposte reali. Un'ideologia politica del passato, se ripetuta pigramente per decenni senza mai essere discussa, finisce per comportarsi proprio come un'Intelligenza Artificiale: si consolida nell'etere, ma perde del tutto la capacità di sviscerare i problemi reali e le esigenze concrete di oggi.

La politica locale e del territorio non può essere un algoritmo che ripete formule preimpostate. Dobbiamo essere noi, con la nostra presenza e la nostra testa, i veri "certificatori di senso" della nostra comunità, traducendo la teoria in risposte vive per il presente.

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente. Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnando si onestamente ed alacremente.

Il nostro patto: dalle parole all'azione

Prendendo spunto dalle parole di Ravenda possiamo asserire che la vera rotta verso la libertà inizia quando decidiamo di uscire dal feed per tornare al confronto reale. Il giornalismo, in fondo, rimane un patto tra due persone: una che interroga il mondo con coraggio e l’altra che desidera comprenderlo profondamente.

Io aggiungo che la politica è un patto tra due persone: una accorda fiducia, l'altra ricambia impegnandosi onestamente ed alacremente.

È proprio su questo patto di lealtà, presenza e ascolto reciproco che nasce e si fonda Patto per il Nord.

Non vogliamo più essere "inquilini in affitto" delle decisioni altrui, né vogliamo che il destino delle nostre comunità e delle nostre famiglie sia deciso da algoritmi lontani, da freddi calcoli romani o da una politica senza volto. Vogliamo tornare a essere i proprietari del nostro futuro, i custodi fieri della nostra terra.

Metterci la faccia, per noi, significa proprio questo: smettere di essere spettatori passivi di un declino imposto dall'alto ed entrare nell'arena a testa alta. Significa trasformare la rassegnazione in partecipazione, la rabbia in proposta.

Non vi chiediamo un semplice voto di delega, ma una camminata comune. Vi chiediamo di accendere la mente, di fare domande scomode e di pretendere, insieme a noi, risposte vive, concrete, reali.

Sforziamoci insieme di dare un senso nuovo al nostro domani. Spegniamo lo schermo, usciamo dal feed e torniamo a guardarci negli occhi. La nostra terra ha bisogno di persone che la amino davvero.

Noi ci siamo, pronti a fare la nostra parte. E voi, siete pronti a fare questo cammino con noi?

Giorgio Bargna 

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

domenica 12 luglio 2026

Contro il "Cittadino del Mondo": Cittadinanza e Comunità quali atti di resistenza


Un pensiero di Francesco Petrone, letto sulla rassegna stampa di "Arianna Editrice", mi offre lo spunto per affrontare un tema che mi sta profondamente a cuore: la Cittadinanza. L'essere Cittadino, rigorosamente con la C maiuscola.

L'articolo si apre con una tesi che condivido in toto: l'idea di essere “Cittadino del mondo” è un'assoluta impossibilità. Chiamatela retorica, ossimoro o pura sciocchezza; di certo non ha nulla a che fare con il nobile concetto filosofico dello "stare bene con il prossimo".

Essere Cittadino significa accettare dei margini invalicabili. Dentro questi confini prendono forma una comunità, una storia, una lingua e delle leggi. Al Cittadino appartengono diritti e doveri: il voto e le tasse, l'accesso alla sanità e la tutela del territorio.

Soprattutto, la cittadinanza ha senso solo se esiste un limite. Se tutti fossimo cittadini del mondo, nessuno sarebbe cittadino di nulla. Come ricordava Leopardi, citato da Petrone: "Quando Roma fu il mondo, nessuno fu romano."

Definisci pure "poetica" questa cittadinanza universale, ma poi prova a chiedere al mondo un parlamento, dei servizi finanziati dalle tasse, la protezione di un esercito o la tutela di un tribunale. Questo globalismo maldestro cerca di livellare tutto, cancellando nazioni, culture e specificità.

Scrive Petrone:«Ma se vengono cancellati i confini, si cancella anche il concetto stesso di città da cui viene "cittadino". Civis in latino significa membro di una civitas, cioè una città-stato. Quindi "cittadino del mondo" nega se stesso: senza Stato nessuno ha diritti esigibili. Chi tutela l'individuo se viene arrestato a Dubai o in Cina come "cittadino del mondo"? Nessuno. Senza doveri non esiste comunità. Se non vengono pagate le tasse da nessuna parte, non viene mantenuta nessuna scuola, nessun ospedale.»

Far parte di una comunità reale permette la nascita di un "Noi" in cui l'individuo si realizza come "Io" politico e sociale. Il "mondo globale", invece, ci condanna alla neutralità assoluta: ci chiede di non scegliere, e quindi di non essere.

In sostanza, la globalizzazione appiattisce e nega ogni forma di cittadinanza particolare. A questo proposito, Petrone cita Chesterton: «Cosmopolita vuol dire che non hai patria. E chi non ha patria, non ha nemmeno casa».

Questo non fa che confermare una tesi che sostengo da anni: il solidarismo, la fratellanza e l'altruismo reali nascono solo all'interno di un legame di gruppo; tutto il resto non è che atomizzazione sociale.

Certi miti ideologici hanno radici lontane. Petrone definisce queste visioni "lennoniane", figlie di quella cultura hippie e new age che tra gli anni Sessanta e Settanta lanciò lo slogan "la mia patria è il mondo intero". Un mondo senza confini, senza nazioni e senza bandiere in cui i concetti di pace, amore, musica e viaggi si fondevano – aggiungerei io – con l'uso di droghe.

Oggi quella stessa utopia ci viene riproposta sotto formule diverse e con un lessico rinnovato dai nuovi "padroni del vapore". Nel mondo dominato dai PowerPoint, dai fondi europei, dalle banche e dalle multinazionali, le grandi oligarchie sostituiscono e surclassano un cittadino ormai sistematicamente deresponsabilizzato.

E come ci ricorda giustamente Petrone: «Possiamo osservare che quando il cittadino del mondo è troppo deresponsabilizzato, è fatale che si addensino nubi di guerre, genocidi, illegittimità, sfruttamento. È lì che le grandi imprese prendono decisioni al posto delle istituzioni, svuotate delle loro funzioni originarie».

A causa di questa logica globalizzatrice, il potere decisionale è scivolato nelle mani del privato. Non del cittadino comune, ovviamente, ma di un privato dotato di capitali immensi, capace di controllare armamenti, media e fondi d'investimento; un privato che dispone delle banche e degli eserciti più grandi. Possiamo definirlo a tutti gli effetti un nuovo "feudalesimo finanziario": nel momento in cui lo Stato viene smantellato e l'etica messa al bando, a prevalere restano unicamente gli interessi della speculazione economica.

Riabilitare il concetto di Cittadinanza, oggi, non è un esercizio di sterile nostalgia, ma un atto di vera e propria resistenza. Dire di no all'illusione del "cittadino del mondo" significa rifiutare il ruolo di sudditi passivi di questo feudalesimo finanziario. Significa riscoprire che i diritti non cadono dall'alto dei mercati, ma si conquistano e si difendono dentro i confini di una comunità reale, fatta di volti, di doveri condivisi, di storia e di leggi. Solo tornando a essere cittadini di una civitas concreta potremo sottrarre il nostro futuro alle logiche dei "padroni del vapore" e restituire all'individuo la sua dignità di "Io" politico, libero e responsabile.

Giorgio Bargna

 

sabato 11 luglio 2026

La Variante Tremezzina: cronaca di un’opera senza fine



Lo avevamo scritto già il primo aprile — una data che, col senno di poi, suona come una profezia sarcastica — riguardo ai lavori sulla "Variante Tremezzina". Ripercorrere la cronistoria di questo cantiere equivale a sfogliare il catalogo dell'inefficienza.

Tutto inizia con l'approvazione del progetto definitivo da parte di Anas nel 2019, seguita da quello esecutivo nel 2022. I lavori partono ufficialmente il 29 novembre 2021, con una stima di spesa iniziale di 390 milioni di euro. Già ad aprile segnalavamo rincari ufficiosi di almeno cento milioni, destinati a lievitare ulteriormente per via di varianti e "imprevisti" — come il ritrovamento di arsenico e idrocarburi — dettagli che, per una perizia degna di questo nome, avrebbero dovuto essere evidenti fin dal primo giorno.

Se le finanze piangono, i tempi sono ormai pura utopia. La consegna, promessa in tempo per le Olimpiadi del 2026, è stata archiviata come un ricordo sbiadito. A fine 2024, Anas parlava di un "possibile" completamento entro il 2028, ma le cronache di oggi confermano il peggio: rispondendo a La Provincia Unica, l'ad di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha fissato l'orizzonte ad aprile 2031.

Parallelamente, il conto sale: dai 412 milioni annunciati siamo ormai stabilmente oltre il mezzo miliardo di euro. Una "variante" che, più che una strada, sembra una voragine finanziaria.

A coronare l'assurdo, scopriamo che i lavori proseguono al ritmo di cinque giorni a settimana. Evidentemente, di fronte a ritardi faraonici, la soluzione non è accelerare con un turno pieno, ma mantenere un approccio da "ufficio pubblico" anni '80. Il Ministro Salvini, dal canto suo, osserva in silenzio, forte di un’informativa che serve solo a certificare la sua consapevolezza.

Ma davvero possiamo continuare a stare a guardare? Possiamo ancora permetterci di limitare la nostra indignazione allo sfogo sui social, tra un selfie sul lago e la solita lamentela da bar, mentre le nostre tasche vengono svuotate e il futuro del territorio viene ipotecato da una gestione che definire dilettantistica sarebbe un complimento? Questa strada non è più solo un’opera incompiuta: è diventata il monumento alla nostra stessa passività, gestita da chi tratta il tempo e il denaro pubblico con la stessa, colpevole inerzia di chi attende che l'acqua bolla per la pasta, incurante di quanto tempo stia sprecando.

Noi non ci stiamo. Sappiamo che queste pagine sono lette da chi, come noi, vive ogni giorno sulla propria pelle il peso di questa inefficienza. È il momento di passare dalle parole ai fatti: contattateci, incontriamoci, creiamo comitati di pressione, studiamo insieme proposte che non possano più essere ignorate. Il territorio appartiene a chi lo vive, non a chi lo usa come terreno di caccia per scadenze elettorali o promesse mai mantenute.

La nostra battaglia inizia dai presidi sul campo: vi aspettiamo al nostro gazebo a San Fedele Intelvi, Sabato 18 luglio, per confrontarci, organizzarci e riprenderci la voce che ci stanno togliendo.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

lunedì 6 luglio 2026

Non c’è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci


Sono ormai lontani i tempi in cui a Cantù, come in gran parte della Brianza, sotto ogni condominio trovava spazio la bottega di chi quell’edificio lo aveva visto nascere. Sono lontani anche gli anni in cui l’immigrato – veneto, siciliano, calabrese o pugliese – riusciva, nel weekend, a costruire con le proprie mani e il supporto di amici e parenti la casa in cui vivere. I tempi cambiano, è un dato di fatto, ma la deriva odierna è diametralmente opposta e, soprattutto, insostenibile.

Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.

Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.

Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.

Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.

Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:

- meno di 1.000 euro netti: 8,9%

- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%

- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%

- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%

- oltre 2.500 euro: 13,6%

Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.

Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.

Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.

Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.

Giorgio Bargna

sabato 4 luglio 2026

Overtourism e diritto all'abitare: perché il Lago di Como deve riprendere il controllo del proprio futuro.

 


Non sempre tutto quello che luccica, che appare come oro, in realtà lo è.
E' notizia apparsa sulla stampa l'omelia, le parole del parroco di Lenno e Isola-Ossuccio don Italo Mazzoni.
La questione sollevata da don Italo Mazzoni e ripresa dagli attori chiave del territorio tramezzino tocca un nervo scoperto di molte destinazioni turistiche italiane di eccellenza. La Tremezzina, con il suo mix unico di paesaggio, storia e prestigio internazionale, è diventata un laboratorio a cielo aperto dove le tensioni tra "economia turistica" e "diritto all'abitare" si manifestano con particolare intensità.

Proviamo a proporre un’analisi strutturata per approfondire i nodi cruciali di questo dibattito:

1. Il cuore del problema: L'impatto dell'Extra-alberghiero
Il punto sollevato da Luca Leoni (Associazione Albergatori) è centrale: la "bolla" degli affitti brevi (Airbnb e simili) ha trasformato il mercato immobiliare residenziale.
Sostituzione dell'offerta: Il mercato ha preferito la redditività immediata e alta degli affitti turistici rispetto ai canoni concordati per residenti. Questo ha generato una crisi abitativa per le classi lavoratrici locali (insegnanti, operatori sanitari), creando un effetto "città fantasma" nei centri storici.
Perdita di identità: Quando il tessuto commerciale di vicinato (botteghe, forni, alimentari) viene sostituito da attività pensate esclusivamente per il turista (souvenir, locali di passaggio), la comunità perde la sua funzione sociale.
La previsione: Leoni ipotizza un'imminente saturazione della bolla. Se il mercato delle case vacanza dovesse flettere, si aprirebbe la sfida politica di incentivare il rientro di quegli immobili nel mercato residenziale a prezzi calmierati.

2. Le infrastrutture come collo di bottiglia
Alberto Cetti (Associazione Turistica Tremezzina) sposta giustamente l'attenzione su mobilità e stagionalità. Il paradosso della Tremezzina è quello di una zona con una domanda elevatissima, ma con infrastrutture fisiche (strade strette, parcheggi limitati) progettate per una realtà demografica di cinquant'anni fa.
La variante della Tremezzina: È l'opera pubblica considerata essenziale per decongestionare il traffico di attraversamento. Senza di essa, il carico turistico attuale è insostenibile per la qualità della vita dei residenti.
Destagionalizzazione: L'idea è quella di spostare i flussi dai mesi estivi di punta (giugno-agosto) verso la "spalla" della stagione (primavera e autunno), riducendo la pressione concentrata e rendendo il business turistico più sostenibile e meno "mordi e fuggi".

3. La governance del territorio: "Legge e Consapevolezza"
Il sindaco Mauro Guerra richiama una responsabilità collettiva. Non si può demonizzare il successo turistico, che è una fonte di reddito vitale, ma bisogna passare da una fase di "gestione dell'emergenza" a una fase di "pianificazione strategica":
Regolazione degli affitti: Molti comuni montani e lacustri iniziano a pensare a limitazioni quantitative o zone a numero chiuso per gli appartamenti turistici.
Responsabilità dell'amministratore: Il ruolo del Comune non è più solo quello di promuovere la destinazione, ma di fungere da regolatore per garantire che il turismo non "cannibalizzi" il benessere sociale.

Su questo punti il "grido d'allarme" di don Mazzoni non è un atto di ostilità verso i turisti, ma una richiesta di equilibrio. Quando il costo della vita e la difficoltà di trovare casa superano i benefici portati dall'indotto, il sistema entra in crisi. La Tremezzina oggi si trova in una fase di transizione fondamentale: o riesce a imporre regole che proteggano la propria specificità culturale e sociale, o rischia di diventare una "cartolina" bellissima ma privata della propria comunità pulsante.

Ma allarghiamo il discorso.
La situazione che sta vivendo la Tremezzina è assolutamente speculare a quanto sta accadendo a Como, sebbene con alcune differenze di scala e dinamica.
A Como la pressione dell'overtourism è diventata un tema centrale del dibattito pubblico e politico. 
Il capoluogo sta affrontando sfide molto simili a quelle del resto del lago, ma con intensità diverse:
- Mercato immobiliare "drogato": Anche a Como, come sottolineato da diverse sigle sindacali e osservatori locali, gli affitti a breve termine hanno sottratto una fetta consistente di alloggi al mercato residenziale a lungo termine. Il risultato è la difficoltà per lavoratori, studenti e giovani famiglie di trovare casa, spingendo la popolazione residente lontano dal centro storico.
- Servizi e commercio: La città sta subendo una mutazione della propria offerta commerciale: le botteghe storiche lasciano spazio a catene o attività focalizzate esclusivamente sui turisti, innescando quella progressiva "svuotamento" dell'identità cittadina di cui si lamentano molti residenti.
- Pressione infrastrutturale: A differenza della Tremezzina, dove il problema è il transito (la strada Regina è l'unica arteria), a Como il problema è la saturazione degli spazi urbani, del lungolago e dei parcheggi, aggravata da una presenza turistica che non conosce più stagionalità.

Situazioni molto simili dunque, sebbene gli scenari siano molto diversi tra borghi e città.
Abbiamo citato la Strada Regina, la Variante Tremezzina, facciamo una breve riflessione su questo.

Fatto salvo che dobbiamo considerare necessaria la variante della Tremezzina questa opera sarà un vero  un "toccasana" o un’illusione?

Il beneficio principale sarà la separazione tra il traffico locale/di residenti e il traffico di transito (camion, turisti diretti verso l'alto lago). Questo dovrebbe abbattere drasticamente i tempi di percorrenza e lo smog nei centri abitati.
Liberare la vecchia "Regina" dal traffico pesante consentirà una maggiore fruibilità dei centri storici, che potranno finalmente respirare.
Le criticità sono legate, oltre ai lunghi tempi di realizzazione, al timore che una viabilità più fluida possa paradossalmente aumentare l'accessibilità della zona, attirando ancora più turisti "mordi e fuggi" se non accompagnata da politiche di gestione dei flussi (come parcheggi scambiatori o limitazioni al traffico privato); inoltre, restando legati ai temi trattati è fondamentale sottolineare che la variante risolverà i problemi di mobilità, ma non incide minimamente sul mercato immobiliare. 

Il mio pensiero personale:

Intravvedo la situazione di Como e della Tremezzina come il fallimento del modello di "turismo di massa globale". Lentamente, forse inconsapevolmente stiamo vendendo la nostra identità per alimentare una rendita finanziaria che non resta sul territorio.
Invece di inseguire il numero di presenze (che distrugge il territorio), credo che andrebbe promosso un turismo qualitativo, che rispetti la cultura locale. Una campagna di comunicazione che dica: "Siamo una comunità viva, non una cartolina. Qui le regole si rispettano perché qui la gente vive e lavora".

Sia chiaro a chi (probabilmente anche nella mia area politica) è contrario al mio pensiero che non sto parlando di "chiudere il lago" ma di riprendere il controllo del timone.
Mentre il mercato vede Como e la Tremezzina come una "vacca da mungere" (da spremere finché c'è domanda), io le vedo come una casa da proteggere. La differenza è radicale: per il mercato, se il residente se ne va perché l'affitto è troppo alto, è una legge economica; per il localista, se il residente se ne va, è un fallimento politico.

Giorgio Bargna


Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (7)


Settima pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

La Sicurezza Nazionale: Una Priorità Strategica
La sicurezza è una funzione statale che non ammette dilettantismo: richiede competenze specialistiche, visione lungimirante e una rigorosa continuità istituzionale. In uno scenario internazionale caratterizzato da competizione geopolitica, minacce ibride, rischi cyber, terrorismo e criminalità transnazionale, l’Italia ha il dovere di rafforzare la propria capacità di difesa e la tutela dei propri interessi vitali.

Le nostre proposte
Investimenti nella Difesa: L'Italia deve allineare la spesa per la difesa ai propri impegni internazionali e al reale livello di esposizione geopolitica. Tali investimenti devono fungere da volano per l’industria nazionale — un’eccellenza riconosciuta globalmente — privilegiando l’innovazione e la ricerca tecnologica di punta.

Cybersicurezza e Infrastrutture Critiche: Reti energetiche, telecomunicazioni, sistemi finanziari e nodi logistici rappresentano i principali bersagli degli attacchi ibridi. La loro messa in sicurezza è una priorità strategica che necessita di investimenti mirati, competenze d'eccellenza e un coordinamento centrale efficace.

Sicurezza Economica e Golden Power: Proteggere gli asset nazionali — brevetti, tecnologie proprietarie, aziende strategiche e infrastrutture — è un pilastro della sovranità nazionale. Il Golden Power va esercitato con visione strategica e pragmatismo, trasformandolo da mero adempimento burocratico a efficace strumento di difesa del sistema-Paese.

Intelligence Economica: In un contesto in cui il vantaggio competitivo dipende dalla qualità delle informazioni, l’Italia deve potenziare la propria capacità di raccolta e analisi di intelligence economica. Dotarsi di strumenti all'avanguardia in questo settore è essenziale per tutelare la competitività del nostro sistema produttivo.

Atlantismo e Autonomia Strategica: L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro insostituibile della sicurezza italiana ed europea. Tuttavia, l'Italia deve sapersi porre come un alleato credibile e consapevole, capace di far valere i propri interessi nazionali all'interno del quadro delle alleanze. La politica estera non si costruisce con gli slogan, ma attraverso coerenza, competenza e serietà istituzionale.

Con chi parliamo: L’identità del Patto per il Nord
Il Patto per il Nord nasce come soggetto politico pienamente autonomo. La nostra identità non si misura in base alle alleanze, ma è definita dai contenuti: federalismo, libertà economica e responsabilità territoriale. Non siamo subalterni, costola o satellite di alcuno.

La nostra collocazione naturale è nell'area del centrodestra, per una profonda affinità di merito: condividiamo i valori della libertà d’impresa, della sicurezza, della responsabilità individuale, del realismo in politica estera e del rispetto delle istituzioni. Sono pilastri storici della nostra cultura politica. Tuttavia, una propensione non è una cambiale in bianco. Il centrodestra, nella sua attuale configurazione, ha progressivamente abbandonato la cultura dell’autonomia e del radicamento territoriale, sacrificando le idee sull'altare della comunicazione, sostituendo la competenza con lo slogan e il confronto con la verticalizzazione del comando. Non ci collochiamo dove la nostra identità e il nostro valore aggiunto non vengono riconosciuti.

Siamo aperti al dialogo con tutte le forze politiche che condividono una visione pragmatica e riformista. Il primato della competenza sulla propaganda, dell’economia reale sulla finanza, del territorio sul palazzo, della responsabilità sull’assistenzialismo: è su questi temi che misuriamo i nostri interlocutori. Non poniamo steccati ideologici a priori: giudichiamo le proposte, non le etichette. Ove incontreremo serietà, disponibilità al confronto sui contenuti e rispetto per la nostra autonomia, saremo pronti a costruire percorsi comuni. Dove invece troveremo arroganza, pretesa di subalternità o disprezzo per il territorio, non ci saremo.

Ciò che rifiutiamo è netto:
- Il centralismo, da qualsiasi parte provenga;
- L'assistenzialismo come modello sociale;
- L’ideologia che soffoca il pragmatismo;
- La politica degli slogan a discapito della competenza;
- La verticalizzazione del comando che mortifica la partecipazione e la responsabilità territoriale.

Non accettiamo, in particolare, che qualcuno pretenda di rappresentare il Nord senza averlo mai ascoltato, né che si agiti la bandiera dell’autonomia in campagna elettorale per poi archiviarla una volta raggiunto il governo