Forse la Presidente ignora — e glielo si potrebbe anche perdonare — che già una dozzina di anni fa la Regione Lombardia aveva approvato una legge regionale per l'istituzione di aree ZES. È inutile sottolineare come il progetto si sia arenato, o forse sia stato deliberatamente affossato, a Roma (intesa, ovviamente, come centro decisionale).
Verso la fine dello scorso anno, inoltre, la Lega è tornata sul tema, proponendo l'introduzione di un singolare "premio di confine" destinato ai lavoratori italiani. Sebbene sia indubbio che, tra nuove tasse sulla salute e logiche di ristorno, fosse necessario tutelare i frontalieri, rimane il dubbio che serva una strategia di più ampio respiro per l'intero territorio, anziché limitarsi a misure settoriali — per quanto importanti — rivolte a una parte della cittadinanza comasca.
Ma andiamo a sviluppare un po' il tema.
Abbiamo in vigore una ZES Unica: Attualmente, la normativa nazionale (D.L. 124/2023) ha istituito una "ZES Unica" per il Mezzogiorno, recentemente estesa anche a Marche e Umbria. Si tratta di uno strumento basato su crediti d'imposta per investimenti e semplificazioni burocratiche (Autorizzazione unica), finalizzato a colmare il divario economico tra le regioni.
Esiste una proposta di "ZES di confine": La discussione che riguarda il Nord Italia (Varese, Como, Sondrio, VCO) mira a creare uno strumento analogo, ma con obiettivi differenti. Qui il focus non è solo lo sviluppo industriale in aree meno avvantaggiate, ma la tenuta del mercato del lavoro locale di fronte alla forte attrazione salariale del Canton Ticino e dei Cantoni svizzeri.
Fatto salvo quanto già affermato sul "premio di confine", il progetto di una "ZES di confine" solleva diverse questioni tecniche e politiche.
In primis qualsiasi zona di agevolazione fiscale deve superare il vaglio dell'Unione Europea sugli aiuti di Stato. È qui che spesso si "arenano" i progetti, poiché il rischio è creare distorsioni della concorrenza che l'UE non accetta facilmente.
Quindi una ZES di frontiera, per essere realmente efficace in un contesto come quello del Nord Italia — caratterizzato dalla pressione competitiva del Canton Ticino — dovrebbe superare il modello standard (che punta principalmente al credito d'imposta per investimenti industriali) per diventare un vero "ecosistema di trattenimento".
Per essere efficace, una Zona Economica Speciale (ZES) di frontiera deve superare il modello tradizionale di semplice incentivazione, diventando uno strumento di governo del territorio basato su due pilastri fondamentali: imprese competitive e lavoratori valorizzati.
1. Per le Imprese: Competitività e Radicamento
L’obiettivo non è solo attrarre nuovi insediamenti, ma consolidare il tessuto produttivo esistente, contrastando la delocalizzazione e favorendo il reinserimento dei capitali sul territorio.
-Fiscalità di vantaggio strutturale: Andare oltre il credito d’imposta per i beni strumentali. Introdurre una rimodulazione dell'IRAP/IRES condizionata al mantenimento della produzione locale e a investimenti certificati in formazione continua.
-Riduzione del cuneo fiscale: Incentivi diretti per le assunzioni a tempo indeterminato e per la conversione dei contratti di frontalierato in contratti di lavoro in sede, colmando il divario di competitività salariale rispetto ai competitor svizzeri.
-Autorizzazione Unica (Fast-Track): Istituzione di una cabina di regia locale dotata di poteri sostitutivi per sbloccare l'iter di pratiche edilizie, ambientali e logistiche, bypassando i rallentamenti burocratici centralizzati e garantendo tempi certi.
-Innovazione e Logistica 4.0: Finanziamenti mirati per la digitalizzazione delle filiere e il potenziamento dei nodi logistici, essenziali per ridurre i costi di trasporto che penalizzano le aree montane e pedemontane.
2. Per i Lavoratori: Valore Aggiunto e Qualità della Vita
La sfida è sociale: trattenere i talenti rendendo il mercato del lavoro italiano attrattivo, non solo in termini di salario netto, ma attraverso un ecosistema che compensi il gap economico con il vicino elvetico.
-Premio di confine (Salario di zona): Integrazione al reddito – finanziata attraverso il surplus dei ristorni fiscali – volta a ridurre il differenziale salariale tra chi lavora in Italia e chi sceglie il pendolarismo transfrontaliero.
-Welfare territoriale integrato: Promozione di modelli di welfare interaziendale (asili nido, mobilità, sanità integrativa) che offrano servizi di alta qualità a costi sostenibili, creando un vantaggio competitivo non monetario rispetto alla Svizzera.
-Alta formazione specialistica: Creazione di poli formativi in sinergia con la ZES, focalizzati sulle competenze tecniche richieste dal mercato transfrontaliero, garantendo ai giovani sbocchi occupazionali di alto profilo direttamente sul territorio.
-Mobilità efficiente: Investimenti infrastrutturali finalizzati a rendere il pendolarismo verso i poli produttivi interni rapido, economico e competitivo rispetto ai flussi verso il Ticino.
Considerazioni Strategiche: Dal "Top-Down" al Modello "Bottom-Up"
L'attuale modello di ZES Unica (tipico del Mezzogiorno) segue una logica "top-down" finalizzata al recupero di divari storici. Al contrario, una ZES di frontiera richiede un approccio "bottom-up":
Analisi del contesto: Le aree come Como, Varese e Sondrio non soffrono di sottosviluppo, ma di una dinamica di "svuotamento" indotta da un vicino estremamente competitivo. Ogni misura di sgravio deve essere tarata sull'effettivo differenziale fiscale e salariale, evitando interventi puramente cosmetici.
Sostenibilità giuridica: La sfida principale è armonizzare queste misure con i rigidi vincoli UE sugli aiuti di Stato. Sarà necessario inquadrare le agevolazioni non come strumenti di distorsione del mercato, ma come leve strategiche per la coesione transfrontaliera.
In sintesi: La ZES di frontiera deve smettere di focalizzarsi sul mero acquisto di beni strumentali, per orientarsi verso la creazione di un ecosistema che renda la scelta di "restare in Italia" una decisione razionale, conveniente e sostenibile sotto il profilo della qualità della vita.
Per sviscerare l'incapacità dell'attuale classe politica e delineare una visione alternativa, occorre guardare alle dinamiche di potere che hanno paralizzato la questione ZES fin dal 2014, quando la Regione Lombardia approvò una legge in materia, poi rimasta inattuata.
Perché la classe politica attuale ha fallito
Il fallimento non è dovuto a mancanza di buone intenzioni, ma a una strutturale subalternità istituzionale e a una visione miope della gestione del territorio:
Il centralismo come "muro di gomma": La politica nazionale (di qualsiasi colore) teme che concedere leve fiscali o amministrative autonome al Nord possa innescare un effetto domino, richiedendo un decentramento reale che il sistema romano — fondato sulla redistribuzione centralizzata — non può permettersi. Il progetto ZES del 2014 si è arenato a Roma perché è stato vissuto non come un’opportunità di sviluppo, ma come una minaccia all'unità fiscale dello Stato.
La trappola del "Bonus" vs "Strategia": L'attuale classe dirigente preferisce interventi tampone (come la "tassa sulla salute" con susseguenti promesse di detrazioni) che generano consenso immediato ma creano incertezza normativa. Si agisce sulla punta dell'iceberg (il costo del lavoro del frontaliero) ignorando la base: la desertificazione industriale del territorio causata da infrastrutture carenti e burocrazia asfissiante.
Assenza di una "voce unica" del Nord: Le divisioni partitiche hanno spesso prevalso sugli interessi territoriali. Nel 2014, il dibattito si è polarizzato tra "localismo" di facciata e "opposizione ideologica", lasciando che il progetto si spegnesse nei meandri delle commissioni parlamentari.
Cosa dovrebbe proporre a mio avviso un movimento localista come "Patto per il Nord"?
Un movimento autenticamente localista non cerca "concessioni" da Roma, ma propone una sovranità funzionale basata su questi pilastri:
1. Il Federalismo di Responsabilità
Invece di chiedere permessi, un movimento localista promuove il principio: "Le tasse generate dal lavoro locale devono restare sul territorio".
Proposta: Trasformare le zone di confine in Laboratori di Autonomia Fiscale, dove una quota significativa del gettito fiscale locale (incluso parte del residuo fiscale) viene reinvestita direttamente in servizi (asili, sanità, trasporti) per ridurre il costo della vita e rendere competitivo lo stipendio netto italiano rispetto a quello svizzero.
2. Dalla "ZES" alla "Zona a Burocrazia Zero"
Il limite della ZES attuale è la dipendenza da decreti statali. Un modello localista punterebbe sulla deregolamentazione totale per le imprese che restano:
Proposta: Creazione di uno Sportello Unico Territoriale che esautora la competenza burocratica nazionale per tutte le pratiche di insediamento e ampliamento industriale, garantendo tempi certi (massimo 30 giorni) e sanzioni per l'ente che non rispetta i termini.
3. Welfare "di prossimità" vs. Assistenzialismo
Invece di "premi di confine" erogati a pioggia, il movimento propone di trasformare le risorse in infrastrutture di welfare privato-pubblico:
Proposta: Incentivi alle aziende che creano asili aziendali, convenzioni sanitarie e trasporti pendolari dedicati, deducendo questi costi integralmente dall'imponibile IRAP e IRES, rendendo l'azienda stessa il perno del welfare locale.
4. Relazioni transfrontaliere da "Regione a Regione"
La politica attuale passa per il Ministero degli Esteri. Un movimento localista propone di saltare il passaggio romano:
Proposta: Istituzione di tavoli tecnici permanenti tra Lombardia e Cantoni svizzeri per gestire autonomamente la mobilità, la formazione professionale e l'integrazione dei servizi, trattando non come "Stato vs Stato", ma come "Regioni confinanti con problemi comuni".
Il passaggio fondamentale è passare da una politica che chiede "quanto possiamo ottenere da Roma?" a una che si chiede "come possiamo far funzionare questo territorio meglio dei nostri vicini?". Un movimento localista vede il confine non come un limite, ma come un vantaggio competitivo da presidiare con efficienza, non con elemosine di Stato.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como