Trent'anni di Questione Settentrionale: dal sogno della Padania alla sfida di "Patto per il Nord"
Prendiamo spunto da un recente articolo di Carlo Stagnaro pubblicato su Il Foglio per analizzare trent'anni di storia politica ed economica del nostro territorio.
Solo pochi giorni fa ricorreva l’anniversario di quel 15 settembre 1996, il momento in cui Umberto Bossi proclamava a Venezia che “la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana”. Per quanto a molti osservatori esterni sembrò soprattutto folklore, quasi un milione di persone vissero intensamente una tre giorni partita dal Monviso e culminata in laguna con la dichiarazione d'indipendenza. Non era solo politica, non era una messinscena: era il desiderio profondo di un popolo.
Pochi mesi dopo anche io, che non sono mai stato iscritto alla Lega, mi presentai ai seggi per votare alle elezioni del Parlamento Padano, carico di speranze e di voglia di un futuro migliore. Poi arrivò l'8 maggio 1997. Quando i Serenissimi "attaccarono" Piazza San Marco, ero pronto a scendere in strada per la libertà. Restai profondamente deluso dal comportamento di Bossi e della dirigenza di allora, che scelsero una linea opposta alla spinta e al sentire dei militanti.
Quell'epoca rimane comunque un punto di demarcazione indelebile per la storia d'Italia. Il resto del mondo politico capì che stava succedendo qualcosa di inimmaginabile. Come scrive Stagnaro:
"Forza Italia e Alleanza Nazionale organizzarono contromanifestazioni. Il centrosinistra riscoprì la Patria e la Nazione, con le maiuscole d’ordinanza. Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno del primo governo Prodi, non nascose i suoi timori. Addirittura, il 18 settembre 1996 la Digos fece irruzione nella sede di Via Bellerio, perquisendo l’ufficio di Roberto Maroni e ferendolo".
Subito dopo, quegli stessi partiti di centrodestra compresero di non poter ignorare il Settentrione e si allearono con la Lega Nord (ribadisco: Lega Nord) nel Polo delle Libertà. In quegli anni, la maggior parte degli abitanti delle lande del Nord era sinceramente attratta da forme spinte di federalismo e autonomia. Al bar, dal barbiere, nelle botteghe artigiane non si parlava d'altro. Non cito a caso il mondo delle Partite IVA: allora come oggi, a spingere non erano solo una lingua o una cultura comuni. C'era — e c'è tuttora — di mezzo la sopravvivenza economica di un popolo. La sopravvivenza del motore che mantiene l'Italia e spinge l'Europa.
Il "residuo fiscale", questo sconosciuto, venne alla ribalta proprio in quegli anni perché la Lega Nord intercettò un problema reale e innegabile. Nel corso del tempo, però, Bossi perse il controllo, gli altri partiti si riorganizzarono e l’Europa, nata come una speranza di libertà, si è progressivamente trasformata in una trappola tecnocratica.
La Lega, dal canto suo, ha smesso di essere la "Lega Nord". Come ci spiega chiaramente Stagnaro:
"La battaglia culturale (‘Prima gli italiani’) ha preso il sopravvento su quella economica (‘Più lontani da Roma, più vicini all’Europa’) e la migrazione politica verso destra ha soppiantato l’appartenenza geografica al Nord".
Oggi, la Lega Salvini Premier (ribadisco: Salvini Premier) ha perso il suo primato. Il partito più votato al Nord è diventato Fratelli d’Italia, che ora reclama persino la presidenza della Regione Lombardia. Eppure, nonostante la globalizzazione, il Nord Italia resta uno dei motori economici più potenti del pianeta. Un motore che però si trova a dover combattere ogni giorno contro una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, una burocrazia soffocante e una carenza di servizi ormai dilaniante.
Oggi come allora, chi chiede di rispolverare la "Questione Settentrionale" non sono solo gli operai e i pensionati in difficoltà, ma l'intero settore produttivo. Stagnaro ci ricorda il nucleo del pensiero di Gianfranco Miglio: lo Stato nazionale appare tremendamente inadeguato a bilanciare le esigenze del territorio con le sfide globali. Per disegnare un nuovo equilibrio dei poteri serve una dimensione intermedia, una dimensione macroregionale, che sia sufficientemente vicina agli elettori ma anche abbastanza grande da poter giocare un ruolo da protagonista in un contesto internazionale.
Proprio da questa consapevolezza nasce la necessità di una svolta. Quello spazio politico, economico e sociale rimasto orfano di rappresentanza non può più attendere i comodi di Roma o i compromessi dei partiti nazionali.
Oggi, il vero "Sindacato del Nord" ha un nome nuovo, autonomo e radicato nelle nostre comunità: si chiama Patto per il Nord.
Non abbiamo più tempo per le promesse tradite o per le sfilate elettorali di chi ha barattato il federalismo fiscale con il nazionalismo di facciata. Patto per il Nord rappresenta l’ultimo treno da non perdere per sottrarre le nostre imprese, i nostri lavoratori e le nostre famiglie alla morsa della tecnocrazia europea e al centralismo romano.
Il Nord ha prodotto, mantiene e merita la propria libertà economica e amministrativa. Noi non guardiamo al passato con nostalgia, ma raccogliamo il testimone di quella spinta ideale per trasformarla in azione concreta, qui e ora. La macroregione del Nord deve tornare a decidere del proprio destino.
Unisciti a noi. Riprendiamoci il nostro futuro. Sostieni Patto per il Nord.
Giorgio Bargna





