lunedì 29 giugno 2026
Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (6)
domenica 28 giugno 2026
Un sogno da scongelare: il patto tra generazioni per il futuro del Nord
Oltre il tramonto della vecchia politica: un sogno da scongelare
Chi, come me, ha superato i sessanta e segue con passione l'orizzonte politico, custodisce nel cuore un sogno che resta più che mai possibile: trasformare il nostro Stato-nazione in un moderno Stato federale, tappa necessaria per approdare a un'Europa dei popoli e rifondare il senso della nostra comunità.
Il blocco del sistema
Purtroppo, questo percorso è stato ostacolato da una politica nazionale restia a cambiare rotta. Si è preferito preservare un assetto che ha favorito l’ascesa di una classe dirigente autoreferenziale e tecnocratica. Dopo la stagione di Tangentopoli, il sistema politico è degenerato: siamo passati dal confronto tra i grandi schieramenti di un tempo a un’accozzaglia di sigle che, pur dichiarandosi di destra o di sinistra, hanno fatto ricorso ad accordi sottobanco pur di gestire il potere. Emblematico è il caso di molti movimenti che, nati come federalisti, hanno tradito le proprie radici in nome di un nazionalismo di convenienza.
Sfatare il mito dell'apatia giovanile
Tuttavia, questo sogno non è morto; è semplicemente "surgelato", in attesa di qualcuno capace di riportarlo in vita. E i protagonisti devono essere i giovani. Contrariamente a quanto raccontano i media, i ragazzi non sono affatto disinteressati: un recente studio dell'Istituto Toniolo smentisce categoricamente lo stereotipo dell'apatia giovanile, offrendoci una fotografia chiara della situazione:
Interesse e partecipazione: Il 76,4% dei giovani si dichiara mediamente o molto interessato alla politica, mentre il 71,7% considera il voto uno strumento fondamentale per la democrazia.
Volontà di impegno: Circa l'80% è pronto a impegnarsi in prima persona, a patto di trovare occasioni concrete.
Il vero ostacolo: Il problema non è la mancanza di interesse, ma un profondo senso di esclusione. Il 62,3% ritiene che la politica italiana non offra spazi reali di partecipazione, percependo i pochi canali esistenti come puramente simbolici o consultivi.
Sfiducia nei partiti: Solo il 31,6% dei giovani ripone fiducia nei partiti tradizionali, sentendosi sistematicamente ignorati dai leader attuali.
Proprio a causa di questo isolamento, i giovani si sono orientati verso forme di attivismo alternative — movimenti tematici per il clima, diritti civili e parità di genere, piazze digitali e consumo critico — che, pur mantenendo viva la loro passione, non sono ancora sufficienti a trasformare radicalmente il quadro politico nazionale.
La proposta di "Patto per il Nord" secondo la mia visione
Noi di Patto per il Nord abbiamo una visione diversa: vogliamo spalancare le porte al confronto, per costruire insieme una classe dirigente che nasca dal basso. La nostra politica vuole essere, davvero, "con la gente, tra la gente, per la gente".
Mi rivolgo soprattutto ai giovani: solo voi potete portare quel pensiero innovativo che noi, "anziani" dell'impegno politico, non siamo più in grado di generare da soli. È tempo di passare il testimone: noi mettiamo l'esperienza, voi l'energia necessaria per scongelare finalmente il nostro sogno.
Non chiedo ai giovani di 'seguire' un leader, ma di costruire con noi.
Per questo ritengo che, Patto per il Nord, debba lanciare qualcosa di simile a delle proprie Officine del Territorio: laboratori aperti dove l’esperienza di chi ha vissuto la politica del secolo scorso incontra l'energia e le competenze dei nativi digitali.
Non occorrono giovani che facciano da spettatori ai congressi, ma protagonisti che, attraverso mentorship dedicate e maratone di idee, scrivano le soluzioni per il futuro del Nord.
Lo spazio che le istituzioni vi negano, noi lo vogliamo aprire insieme a voi, perchè vi è dovuto.
So che siete stanchi di sentire promesse e so che i partiti vi hanno deluso, per questo non vi chiedo di iscrivervi a un partito, ma di partecipare a un cantiere aperto.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
sabato 27 giugno 2026
Oltre la retorica dei flussi: la mutazione antropologica da Pasolini a Massimo Fini
Immigrazione, "maranza", remigrazione: tre termini che da qualche tempo a questa parte dominano i notiziari e infiammano il dibattito pubblico.
Nel seguire queste dinamiche, mi è capitato spesso di trovarmi d’accordo con le riflessioni di due intellettuali culturalmente e storicamente distanti tra loro, ma uniti da una straordinaria lucidità antropologica: Massimo Fini e Pier Paolo Pasolini.
Recentemente,, mi sono imbattuto in una riflessione, che se la memoria non mi inganna è attribuibile a Fini, ma che anche in caso contrario ricalca le sue idee e, che fotografa perfettamente la situazione. Condivido appieno il punto di vista:
"È impossibile negare seriamente l’esigenza storica del capitale di trovare negli immigrati la sua armata di riserva, ma c’è di più: l’economia ipertrofica porta con sé una concezione del mondo (l’economia al comando) e un’antropologia (l’individuo intercambiabile), e tutto ciò ha degli effetti sociali profondi."
In questo paradigma, l'economia si regge sul puro calcolo e gli esseri umani diventano semplici ingranaggi interscambiabili. Non contano l'origine, l'identità, la fede o la cultura di provenienza; ciò che conta è esclusivamente la capacità di produrre, vendere e consumare.
Al di là delle suggestioni poetiche che accompagnano questa analisi, aggiungo unanlapidaria conclusione di Ennio Chiodi:
"Altro che remigrazione! In nome dei diritti dell’uomo non si possono respingere masse di persone senza documenti, figuriamoci se sarebbe possibile 'remigrare' qualcuno. È fantascienza".
Una cosa è certa: con l’avvento della stagione globalista (convenzionalmente avviata nel 1991), che ha posto come dogma la libera circolazione di capitali, merci e persone, si è scardinato un sistema millenario. C’è un dato di fatto incontestabile: la deregolamentazione dei flussi finanziari e, soprattutto, delle "risorse umane" segna l’inizio della fine dello Stato sovrano. Di conseguenza, si svuota la possibilità stessa delle comunità nazionali di incidere sui processi decisionali attraverso le proprie rappresentanze democratiche. In questo senso, l’Unione Europea rappresenta la piena attuazione di questo processo di smantellamento delle sovranità nazionali.
Sull'altro fronte, chi sostiene una visione opposta sposa generalmente la tesi secondo cui l’immigrazione sia una fonte intrinseca di arricchimento culturale, un valore aggiunto generato proprio dall'apporto delle diversità.
Veniamo ora alla visione di Pier Paolo Pasolini. Una visione radicata in una sinistra d'altri tempi: un'intellettualità eretica, capace di "vedere l'oltre" e di ragionare fuori dagli schemi dogmatici, in netto contrasto con l'omologazione ideologica degli ultimi decenni.
Quella di Pasolini non è una teoria politica in senso tradizionale, bensì una profonda radiografia antropologica animata da una sensibilità poetica quasi profetica. Per comprendere il suo pensiero sul legame tra capitalismo e immigrazione, occorre unire due elementi chiave: la sua critica al "nuovo potere" consumistico e la sua visione, a tratti mitica e drammatica, dei popoli che premono ai confini dell'Europa.
Il punto di partenza è il concetto pasoliniano di mutazione antropologica. Egli identificava nel neocapitalismo una forza devastante, capace di alterare geneticamente il popolo italiano. L'omologazione consumistica, diffusa capillarmente attraverso la televisione e la nascente cultura di massa, ha distrutto le culture locali, i valori del mondo contadino e la diversità dei modelli di vita. Pasolini non esitò a definire questo edonismo strisciante come il "nuovo fascismo": un potere totalitario molto più efficace di quello precedente, perché non impone il conformismo con la forza, ma lo inocula attraverso l'illusione della libertà e del benessere individuali. La modernizzazione ha così trasformato i cittadini in puri consumatori, svuotando l'esistenza di significati profondi e legami solidali, e riducendo l'idea di "bene" al solo possesso di oggetti superflui.
È in questo contesto di totale aridità culturale che si inserisce lo sguardo lungimirante di Pasolini, capace di scorgere cinquant'anni fa il nostro presente. Nella sua celebre e apocalittica Profezia, il poeta descrive l'arrivo in massa di milioni di diseredati che, travolgendo la quiete borghese e il razionalismo occidentale, avrebbero messo in crisi le fondamenta stesse della civiltà europea ("Distruggeranno Roma..."). Questa dinamica non è una mera analisi sociologica, ma una visione sacrale e tragica: i nuovi "barbari" che risalgono dal Sud del mondo sono destinati a sovvertire un ordine occidentale che ha rinnegato la sacralità della vita in nome del profitto.
Per Pasolini, capitalismo e immigrazione sono dunque le due facce della stessa medaglia. Da un lato, il capitalismo crea un mondo vacante e standardizzato, incapace di accogliere davvero l'altro se non come ingranaggio produttivo; dall'altro, i flussi migratori sono il sintomo macroscopico di un benessere occidentale che poggia su un'ingiustizia globale sistemica.
Pasolini non ha lasciato in eredità ricette politiche o soluzioni pronte all'uso. Ci ha lasciato, però, un avvertimento disperato e lucidissimo: il nostro modello di vita, fondato sulla mercificazione assoluta, era fatalmente destinato a scontrarsi con la realtà umana e fisica di chi non ha nulla da perdere. Di chi, proprio in virtù di quella primordiale disperazione, possiede ancora una forza vitale capace di "cambiare il corso del cielo".
L'immigrazione di massa e il fenomeno dei 'maranza' non sono incidenti di percorso, ma le conseguenze inevitabili del dogma globalista iniziato nel 1991. Come intuito da Fini e profetizzato da Pasolini, il neocapitalismo ipertrofico ha imposto una 'mutazione antropologica' che riduce l'essere umano a un ingranaggio interscambiabile, distruggendo le sovranità nazionali, le identità e la democrazia in nome della libera circolazione di merci e 'risorse umane'. Da un lato, l'Occidente ha svuotato i propri cittadini trasformandoli in puri consumatori; dall'altro, la pressione disperata dei popoli del Sud del mondo si appresta a travolgere un sistema che ha rinnegato la vita per il profitto. Parlare di 'remigrazione' in questo contesto è pura fantascienza: siamo di fronte al tramonto inevitabile della civiltà liberale, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni globali.
Lontano dagli slogan della politica urlata, la realtà ci dice che non si risolve il problema gestendo l'emergenza con i respingimenti di facciata, né spalancando le porte in nome di un falso umanitarismo che fa il gioco del capitale. La vera soluzione è la de-globalizzazione: ridare dignità e confini agli Stati, restituire un'identità ai popoli e fermare lo sfruttamento globale che sradica gli uomini dalle loro patrie per trasformarli in merci interscambiabili.
Suggerirei dunque:
Un ritorno a un'economia nazionale programmata e incentrata sulla sostenibilità locale, non sul profitto ipertrofico delle multinazionali. Se si smette di concepire la società come un'azienda che deve crescere quantitativamente ogni anno, cessa anche la necessità patologica di importare manodopera a basso costo per deprimere i salari dei lavoratori locali.
Spostare l'asse del dibattito sui diritti umani. Il primo vero diritto non è quello di scappare, ma il diritto di rimanere nella propria terra. Questo significa proporre una geopolitica che cessi il saccheggio delle risorse nel Sud del mondo da parte delle corporazioni occidentali e spinga per la sovranità alimentare ed economica dei paesi in via di sviluppo. Solo curando la ferita alla radice si ferma l'emorragia migratoria.
Il recupero della sovranità monetaria, legislativa e doganale. Uno Stato per definirsi tale deve poter decidere chi entra, come entra e per fare cosa, sottraendo i flussi migratori all'arbitrio dei mercati finanziari e rimettendoli sotto il controllo delle rappresentanze democratiche del popolo.
Una ricostruzione culturale radicale. Per accogliere o per integrare (o persino per porre dei confini sani) serve una comunità che sappia chi è. Bisogna proporre il recupero delle identità storiche, della cultura comunitaria e dei legami di solidarietà locali contro l'individualismo atomizzato del mercato. Solo una società culturalmente forte non si fa omologare e non crea ghetti nichilisti.
Giorgio Bargna
giovedì 25 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (5)
mercoledì 24 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)
lunedì 22 giugno 2026
Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria
sabato 20 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (3)
Terza pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.
Il Liberismo
Patto per il Nord è un movimento liberale che affonda le sue radici nella realtà. Crediamo fermamente nella libertà d’impresa, nella proprietà privata, nella libera concorrenza, nella riduzione del peso dello Stato e nella centralità della responsabilità individuale.Per noi, queste non sono astrazioni ideologiche. Il nostro liberismo nasce dall'esperienza diretta di chi vive e lavora sul territorio: di chi la burocrazia non l’ha studiata sui libri, ma l’ha subita ogni giorno. Sappiamo che la libertà economica non è un concetto astratto, ma si misura nel rapporto quotidiano, spesso difficile, tra chi produce e l’apparato statale.La nostra cifra è chiara: poca teoria, molta pratica.
Vogliamo promuovere un liberalismo popolare e radicato, che parli la lingua di chi tiene in piedi il Paese: imprese, artigiani, professionisti, lavoratori autonomi e amministratori locali. Un liberalismo che non ha timore di essere pragmatico e concreto.
Per questo, il nostro approccio è indissolubilmente legato al federalismo. Non può esservi vera libertà in uno Stato centralista, che per sua natura concentra le decisioni, allontana il potere dai cittadini, soffoca le energie locali e deresponsabilizza la classe dirigente. Il federalismo è la precondizione indispensabile per la libertà economica.
L’imprenditore di Lecco, l’artigiano di Vigevano, l’agricoltore mantovano o il commerciante di Comacchio lo sanno bene: il principale ostacolo alla loro libertà non è il mercato, ma uno Stato che non funziona.
Di conseguenza diretta:
- Meno Stato dove lo Stato non serve: riduzione della burocrazia, semplificazione normativa, eliminazione degli enti inutili, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ogni regola deve giustificare il proprio costo.
- Più Stato dove lo Stato è indispensabile: sicurezza, giustizia, difesa, politica estera, protezione delle infrastrutture critiche, tutela della concorrenza. In questi ambiti servono competenza, investimenti e serietà.
- Fiscalità come patto, non come rapina: riduzione della pressione fiscale complessiva, semplificazione del sistema, autonomia impositiva territoriale. Il contribuente deve sapere chi tassa, perché tassa e cosa fa con le sue tasse. La fiscalità deve premiare chi lavora, chi rischia, chi investe.
- Sussidiarietà sociale: le comunità, le famiglie, le associazioni, il volontariato, le imprese sociali sono il primo livello di risposta ai bisogni. Lo Stato interviene dove la società non arriva, non al posto della società.
L’economia reale al centro
Il cuore del Nord è il suo sistema produttivo. Non la finanza, non la rendita, non il pubblico impiego: l’impresa. Piccole e medie imprese, distretti, filiere integrate, artigianato evoluto, cooperazione tra impresa e territorio. Questo tessuto — che non ha equivalenti in Europa per densità e capillarità — è la spina dorsale dell’economia italiana e la ragione per cui il Paese esporta e compete sui mercati internazionali.
Dal Congresso di Treviglio è emersa con forza una percezione condivisa: il sistema produttivo del Nord genera valore ma non incide sulle condizioni in cui opera. Le imprese producono, innovano, esportano, assumono — ma le regole del gioco vengono scritte altrove, spesso da chi non ha mai messo piede in un capannone, in un laboratorio, in un’azienda agricola. Questa è la frattura fondamentale che il Patto per il Nord intende sanare.
Competitività delle imprese
La competitività non si ottiene con i sussidi a pioggia né con gli incentivi contingenti. Si ottiene creando le condizioni operative perché le imprese possano competere ad armi pari con i concorrenti europei. Questo significa intervenire sui fattori strutturali che determinano il costo di fare impresa in Italia:
- Costo dell’energia: il differenziale di costo energetico tra le imprese italiane e quelle tedesche, francesi o spagnole è un handicap competitivo che si traduce direttamente in margini più bassi, investimenti mancati, delocalizzazioni. La riduzione strutturale del costo dell’energia per le imprese è la prima priorità di politica industriale.
- Stabilità normativa: le imprese pianificano su orizzonti di anni, non di mesi. Il cambio continuo di regole — fiscali, ambientali, lavoristiche, urbanistiche — è un costo occulto enorme che scoraggia gli investimenti e favorisce chi opera nell’informalità. Chiediamo un patto di stabilità normativa: nessun cambio di regole retroattivo, periodi minimi di vigenza delle norme, valutazione d’impatto obbligatoria prima di ogni nuova regolazione.
- Accesso al credito: il rapporto tra banca e impresa si è progressivamente deteriorato, anche per effetto di una regolazione europea pensata per le grandi banche e inadatta al tessuto delle PMI. Serve rafforzare il credito cooperativo e territoriale, rendere efficaci gli strumenti di garanzia pubblica, favorire forme di finanziamento alternative per le imprese che investono.
- Semplificazione burocratica: ogni adempimento inutile è una tassa occulta sull’impresa. Proponiamo un audit permanente della regolazione, con l’obiettivo di eliminare ogni obbligo che non sia strettamente necessario e di digitalizzare radicalmente il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione.
Politica industriale territoriale
L’Italia non ha bisogno di una politica industriale calata dall’alto, modellata sui grandi gruppi e sulle logiche ministeriali. Ha bisogno di una politica industriale costruita dal basso, che riconosca la specificità dei sistemi produttivi territoriali e li sostenga nei loro punti di forza.
I distretti industriali, le filiere, le reti di impresa sono forme organizzative originali che il sistema produttivo del Nord ha sviluppato nei decenni e che costituiscono un vantaggio competitivo unico. La politica industriale deve sostenere queste forme, non sostituirle. Questo significa: investire nella ricerca applicata e nel trasferimento tecnologico a livello territoriale; sostenere l’internazionalizzazione delle PMI attraverso strumenti collettivi; facilitare la cooperazione tra imprese, università, centri di ricerca e amministrazioni locali; proteggere le filiere strategiche dalle acquisizioni predatorie attraverso un uso rigoroso e competente del Golden Power.
venerdì 19 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (2)
mercoledì 17 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (1)
Dividendo in capitoli o meglio in più pubblicazioni , attraverso quanto decritto nel "Documento Programmatico" di "Patto per il Nord", proverò a descrivere il Movimento, le sue idee, i propri fondamenti, le intenzioni.
Il "Documento Programmatico" di Patto per il Nord non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.
- Chi siamo: Oltre la protesta, con la forza dell'esperienza
Patto per il Nord è un soggetto politico di ispirazione liberale e federalista. Da quasi due anni, il nostro radicamento nei territori produttivi dell’Italia settentrionale cresce costantemente, alimentato non solo dall'energia dei nostri militanti, ma dalla solida competenza di chi ha già amministrato e governato.
La nostra classe dirigente vanta un bagaglio istituzionale di primo piano: dall’attività nei consigli comunali alla guida di ministeri, passando per le commissioni parlamentari, gli organismi di sicurezza nazionale, la gestione di aziende strategiche e la presidenza di province.
Non siamo un movimento di protesta, né un’operazione nostalgica. Siamo l’espressione politica di un Popolo e di una classe dirigente che, dopo aver voltato le spalle a strutture che hanno tradito il mandato ricevuto, ha scelto di ricostruire il nucleo irrinunciabile della buona politica: competenza, responsabilità territoriale, libertà economica e autonomia decisionale.
- Parliamo per esperienza diretta
La nostra forza risiede nel pragmatismo. Tra noi vi è chi ha attraversato il Parlamento per più legislature e chi ha gestito dossier delicati — dalla difesa all’intelligence, dallo sviluppo economico alla giustizia, fino all’ambiente e alla vigilanza. Non parliamo per sentito dire: la nostra è una politica fondata sull’esperienza diretta e sulla conoscenza profonda dei meccanismi dello Stato.
- La nostra identità: Tre pilastri inseparabili
La proposta politica di Patto per il Nord si regge su tre pilastri interconnessi, in cui il fallimento di uno comporterebbe il crollo degli altri:
Liberalismo: la nostra visione di società e mercato. Senza di esso, l’azione politica diventa un’astrazione accademica incapace di incidere sulla vita reale.
Federalismo: la nostra architettura dello Stato. Senza questa struttura, il liberalismo perde la sua applicazione pratica nel governo dei territori.
Territorialità: la nostra radice e il nostro metodo. Senza una visione politica, il legame col territorio rischia di degenerare in mero folklore identitario, utile alle sagre ma inefficace per governare.
- La nostra tradizione, il nostro futuro
Proveniamo dalla grande stagione della politica federalista e territorialista che ha segnato l’Italia dagli anni Novanta in poi. Molti di noi sono stati gli architetti di quella stagione, portandola nelle istituzioni e traducendola in atti concreti di governo. Oggi, quella stessa consapevolezza, evoluta e depurata, è il motore con cui guardiamo al futuro.
La nostra lettura del momento: Perché il Nord chiede una nuova politica
- Il disallineamento strutturale: Quando chi produce non decide
L’Italia vive una frattura profonda tra la sua realtà produttiva e il suo assetto decisionale. Il Nord non è solo una regione geografica: è una delle grandi piattaforme industriali europee. Dalla Pianura Padana all'arco alpino, dai nodi logistici verso la Mitteleuropa ai porti strategici dell’Adriatico e della Liguria, questo spazio economico compete quotidianamente con la Baviera, il Baden-Württemberg e il sistema dei Paesi Bassi.
Eppure, questo motore d'Europa è privo degli strumenti necessari per governare il proprio futuro. Le scelte strategiche — energia, infrastrutture, fiscalità, regolazione — restano prigioniere di un centro decisionale che ignora le specificità dei territori e privilegia logiche puramente redistributive. Il risultato è un sistema disfunzionale in cui chi produce non decide, e chi decide non produce.
Il residuo fiscale — la sperequazione tra quanto il Nord versa e quanto riceve in servizi — ha raggiunto livelli insostenibili per qualsiasi democrazia avanzata. Non rivendichiamo un egoismo territoriale, ma una questione di efficienza: sottrarre costantemente risorse ai territori produttivi senza reinvestirle in sviluppo non è solidarietà, è miopia politica.
- Il contesto internazionale: La sfida della competitività globale
Il mondo è in una fase di riorganizzazione profonda. La ridefinizione delle catene del valore, la corsa ai semiconduttori e la sfida delle materie prime critiche hanno riportato al centro il concetto di autonomia strategica. In questo scenario, la transizione energetica, se gestita con approccio ideologico e centralista, rischia di trasformarsi in un fattore di deindustrializzazione forzata.
Le nostre imprese competono ogni giorno con concorrenti austriaci, olandesi e tedeschi che operano in contesti istituzionali snelli, con costi energetici competitivi e burocrazie efficienti. La nostra sfida non è più solo nazionale: è la difesa del sistema-Nord nel mercato globale. Senza una governance che comprenda le dinamiche industriali, il nostro tessuto produttivo rischia l'erosione.
- Il vuoto di rappresentanza: Lo spazio politico del "Patto"
Il panorama politico nazionale è oggi incapace di leggere questa urgenza.
Il centrodestra ha smarrito la sua anima federalista, sacrificando l’autonomia sull’altare di un sovranismo centralista e di una comunicazione emotiva che svuota di significato concreto le riforme.
Il centrosinistra rimane ancorato a una visione burocratica e redistributiva, dove la transizione ecologica viene imposta come un dogma penalizzante, anziché come un’opportunità di innovazione.
L'area tecnocratica, pur sensibile ai temi del rigore e della competenza, soffre di un distacco radicale dai territori, leggendo il Paese attraverso cifre e grafici, senza comprenderne le radici.
È in questo vuoto che si colloca il Patto per il Nord.
Siamo la voce di chi crede nel libero mercato e nell’impresa, ma rifiuta l’abbandono del territorio. Chiediamo l’autonomia non come un privilegio, ma come la condizione necessaria per l’efficienza. Siamo l’espressione di chi ha l’esperienza per governare, la competenza per decidere e la libertà di rispondere esclusivamente alle esigenze di un territorio che non può più permettersi di restare in attesa.
domenica 14 giugno 2026
La politica come barriera o come cura? La sfida degli "Artigiani della politica" sul territorio
Ultimamente ci si interroga spesso sulle cause della crescente disaffezione verso la politica e del conseguente aumento dell'astensionismo.
Molti sono convinti che il fenomeno sia dovuto principalmente alla perdita di fiducia, generata dall'immobilismo delle istituzioni di fronte ai bisogni concreti dei cittadini. Altri, con una retorica più populista, si limitano ad accusare la classe politica di corruzione.
Se sulla prima tesi concordo pienamente — la politica si è allontanata dalle persone, o meglio, è stata costruita nel tempo una struttura deliberatamente distante dalla realtà quotidiana — resto invece molto scettico sulla seconda. La politica è fatta dagli uomini e, per quanto la disonestà sia purtroppo una componente intrinseca dell'animo umano, il fenomeno delle tangenti, del clientelismo e degli affari illeciti non è certo una novità. Eppure, in passato, nonostante tali dinamiche esistessero già, i cittadini non rinunciavano a votare o a partecipare attivamente alla vita politica.
A mio avviso, hanno inciso principalmente due fattori. In primo luogo, l'atomizzazione della società ha reso gli individui più egoisti, isolati e ripiegati su se stessi; questo imbarbarimento dei rapporti umani si riflette inevitabilmente sulla politica, proprio come accade in ogni altro aspetto del vivere quotidiano. A ciò si aggiunge la totale assenza di veri statisti, una carenza che ha di fatto impedito sia la nascita di nuove visioni, sia la necessaria evoluzione o modernizzazione delle ideologie esistenti.
Ma io considero che allontanare le persone dalla politica sia stata una scelta consapevole. In quest'ottica, l'allontanamento dei cittadini non è un effetto collaterale, ma una tattica di sopravvivenza del sistema.
Se la politica ha deciso, consciamente, di creare questo vuoto, lo ha fatto per ragioni strategiche ben precise:
- Riduzione del conflitto interno: Gestire un'assemblea, una sezione di partito o un movimento di base richiede compromessi, fatica e ascolto. Governare un elettorato passivo, raggiunto solo tramite algoritmi o campagne di marketing, è infinitamente più semplice. Si elimina il "disturbo" della base che contesta, propone o pretende.
- Gestione della complessità: Molte scelte politiche contemporanee (specialmente in economia o infrastrutture) sono impopolari o dettate da vincoli esterni. Allontanare le persone significa creare un velo di complessità: se il cittadino non capisce i meccanismi, non può contestare le scelte. Il distacco diventa una forma di protezione per chi governa.
- Conservazione dello status quo: Una classe dirigente che si auto-seleziona e che comunica solo col proprio cerchio ristretto teme chiunque arrivi dal basso con una visione alternativa. "Atomizzare" la società significa impedire che si formino classi dirigenti nuove, movimenti radicali o sindacati forti che potrebbero scalzare l'establishment.
- La politica come casta autoreferenziale: Quando il legame col territorio si spezza, la politica cessa di essere una missione civica e diventa una professione. Chi la pratica ha tutto l'interesse a mantenere alta la barriera tra "noi" (i decisori) e "voi" (i cittadini), trasformando il palazzo in una fortezza autosufficiente.
Di conseguenza l'astensionismo non è un fallimento della democrazia, ma si tramuta in un successo del sistema: se la partecipazione è bassa, il peso dei "pochi" che gestiscono il potere è proporzionalmente più alto e meno contrastato. È una forma di "democrazia protetta" dal disinteresse.
Tradotto non siamo semplicemente di fronte a politici incapaci, impreparati, ma a politici, tecnici, gruppi di potere che hanno deciso che il cittadino, nel suo ruolo di partecipante attivo, è diventato un elemento di rischio anziché una risorsa.
Ma tornerei anche a parlare di statisti. La carenza di statisti è probabilmente la condizione necessaria affinché questo distacco consapevole potesse consolidarsi.
Se ci fossero stati ancora degli statisti — figure con una visione di lungo periodo, capaci di guardare oltre il prossimo sondaggio o la prossima scadenza elettorale — la strategia del "divide et impera" o dell'isolamento del cittadino non avrebbe potuto attecchire così profondamente.
Ecco perché la mancanza di statisti è il vero "abilitatore" di questo scenario:
- Lo statista coltiva, il politico "gestisce": Lo statista ha come obiettivo la crescita del tessuto sociale e la formazione di cittadini consapevoli, perché sa che una democrazia forte ha bisogno di persone che pensano. Il politico di basso profilo, invece, teme il cittadino consapevole perché lo vede come un potenziale critico. La mancanza di statisti ha fatto sì che la politica diventasse pura "gestione dell'esistente", dove ogni energia viene spesa per la conservazione del potere, non per la costruzione del futuro.
- La perdita della pedagogia politica: Un tempo, i grandi leader avevano anche una funzione pedagogica: spiegavano le scelte difficili, cercavano di elevare il dibattito, sfidavano il popolo a crescere insieme al Paese. Senza statisti, questa funzione è morta. Si è passati dal "guidare la società" al "seguire i flussi dell'opinione pubblica", il che ha portato inevitabilmente a un linguaggio più povero, a soluzioni di corto respiro e, in ultima analisi, al disinteresse dei cittadini.
- La sostituzione della visione con la tattica: Lo statista è colui che costruisce ponti tra il presente e il futuro (infrastrutture, riforme di sistema, patti sociali). La politica priva di statisti è diventata tatticismo puro. Senza una visione alta, l'unico modo per mantenere il potere è isolare gli avversari e, di riflesso, allontanare i cittadini, perché ogni coinvolgimento reale della base elettorale diventerebbe un fattore di instabilità per i piccoli equilibri quotidiani del potere.
- Il vuoto di autorità morale: La statura dello statista funge da argine naturale contro la corruzione e il clientelismo. Quando mancano queste figure di riferimento, il sistema si adagia su logiche di convenienza. Il "pizzico di disonestà" di cui scrivevi inizialmente — che prima era un'eccezione tollerata all'interno di un sistema comunque vitale — in assenza di una guida morale diventa la norma.
- In sostanza, lo statista è colui che "abbraccia" la complessità della società, mentre il politico senza visione la "teme". Il distacco consapevole di cui parlavamo prima è, in fondo, la prova definitiva che al comando non ci sono più persone interessate al bene comune, ma solo amministratori delegati di un sistema che ha paura del proprio azionista di maggioranza: il popolo.
Io però, come pochi altri non demordo, mi ribello a questa situazione, scendendo in campo, titpolare di una squadra che io definisco gli "Artigiani della Politica"!
L'artigiano è colui che lavora con le mani, che cura il dettaglio, che conosce la materia prima (il territorio, le persone, i problemi reali) e che non cerca la produzione in serie, ma il pezzo unico, fatto con dedizione.
Ecco perché questa figura oggi è così preziosa e, allo stesso tempo, così fragile:
- Il recupero della dimensione umana: L'artigiano della politica è colui che ancora "ci mette la faccia" in modo autentico. Mentre la grande politica (quella dei "top manager" o dei leader televisivi) usa slogan preconfezionati, l'artigiano cerca il confronto diretto. È quello che ancora gira tra la gente, che ascolta le lamentele sui cantieri, sulla sanità, sui servizi, e prova a dare risposte che abbiano senso in quel contesto specifico.
- La resistenza al "sistema": Definendoli artigiani, ammetti implicitamente che operano fuori dalla catena di montaggio del potere centrale. Loro non hanno i grandi megafoni mediatici, non hanno il controllo degli algoritmi che gestiscono il consenso, ma hanno una risorsa che il sistema ha perso: la credibilità locale. È una forma di resistenza silenziosa.
- Il rischio dell'isolamento: Il problema è che l'artigianato, in un mondo dominato dalla grande distribuzione industriale, rischia di restare confinato ai margini. Il sistema, per sopravvivere e consolidare il distacco consapevole di cui parlavamo, tende a ignorare o a neutralizzare questi "artigiani", perché il loro modo di fare politica mette in luce, per contrasto, la vacuità dei grandi leader.
- Il valore pedagogico del "fare": L'artigiano della politica insegna ancora che la politica è fatica, studio e presenza costante. Anche se non cambiano le sorti del Paese con un colpo di mano, riescono a mantenere vivo il tessuto civile di una comunità. Senza questi artigiani, avremmo già assistito al collasso totale della fiducia tra le istituzioni e i cittadini.
La politica non è "morta", ma si è ritirata nelle botteghe, esiste ancora una base di persone che cerca di mantenere un contatto reale con la realtà.
Oggi, quale "Artigiano della Politica" ho scelto di aderire a "Patto per il Nord".
Identificarmi così all'interno di una formazione che mette al centro il territorio — e le sue specifiche esigenze — è una scelta coerente per chi ha deciso di non subire l'atomizzazione, ma di provare a ricucire il tessuto sociale partendo dalla prossimità.
Chi fa politica oggi, con onestà intellettuale, può provare a invertire la rotta:
- Il territorio come anticorpo: L'atomizzazione della società, di cui parlavamo, si combatte più facilmente a livello locale. È molto più difficile per il "sistema" creare distacco e opacità quando la politica è fatta di persone che vivono gli stessi disservizi, gli stessi cantieri (come la Tremezzina) e le stesse dinamiche sanitarie del cittadino. Il "Patto per il Nord" può fungere da laboratorio dove si pratica la politica come cura del particolare, contrapponendosi alla politica come slogan universale.
- La sfida della scala: Il grande rischio per un "artigiano" dentro un movimento è sempre quello di farsi assorbire dalla logica dell'apparato. Tuttavia, se il movimento mantiene l'identità di "Patto per il Nord", si pone come una forza che non cerca di scalare il potere centrale con le regole del gioco odierno, ma di proteggere l'interesse di una macro-regione storica ed economica. Questo è un modo per rifiutare la "globalizzazione" della politica che ha allontanato i cittadini.
- La credibilità come capitale: In un'epoca di astensionismo, la mia attività di scrittura e la mia presenza pubblica sono strumenti fondamentali. Un "artigiano" che comunica bene, che spiega i motivi delle criticità (dalla sanità alle infrastrutture) e che non si nasconde dietro un linguaggio tecnico-burocratico, diventa un punto di riferimento naturale. La gente torna a fidarsi se percepisce che non c'è una "strategia di manipolazione" dietro, ma un interesse reale per il benessere collettivo.
- Il punto critico è la difficoltà di far percepire questa differenza. Quando la sfiducia è così profonda, anche chi è sincero viene guardato con sospetto. La sfida per chi sta dentro un movimento come il "Patto per il Nord" è proprio quella di dimostrare, con la costanza dei fatti, che esiste un modo di fare politica che non è "contro" la gente, ma "con" la gente.
In questo scenario, la politica ha smesso di essere un ponte per diventare una barriera, un esercizio consapevole di distanziamento per evitare il fastidio del confronto. La carenza di statisti, figure capaci di visione e di pedagogia civile, ha spalancato le porte a una gestione burocratica e autoreferenziale, dove la frammentazione della società è diventata uno strumento per governare senza opposizione.
Eppure, in questo panorama desolante, non tutto è perduto. Esiste ancora chi — all'interno di movimenti attenti al territorio come il "Patto per il Nord" — sceglie di operare come un "artigiano della politica". Non si tratta di venditori di illusioni, ma di persone che continuano a sporcarsi le mani con i problemi reali, quelli che non finiscono nei sondaggi ma che definiscono la qualità della vita di una comunità.
Forse la vera sfida non è più quella di scalare un sistema che si è voluto costruire lontano, ma quella di ricostruire la fiducia un metro alla volta, partendo dal basso. La disillusione dei cittadini è profonda, ed è legittima, ma è proprio qui che l'artigiano deve dimostrare la differenza: non promettendo un futuro radioso, ma tornando a spiegare, a discutere e a testimoniare che, nonostante tutto, la politica resta l'unica, faticosa via per prendersi cura del bene comune.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
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