martedì 28 aprile 2026
L’ ignoranza che alimenta la polemica: come funziona davvero la Sanità
sabato 25 aprile 2026
FiIGLI DI UN BENESSERE CHE NON SA PIU' CREARE
Affidiamoci ancora una volta ai dati pubblicati dal quotidiano locale "La Provincia di Como" per poi sviluppare un tema.
Parliamo degli artigiani, e non solo di Cantù, stiamo parlando di una città che era strutturata sull'artigianato ed il piccolo commercio, una di quelle che più paga dazio, ma il discorso secondo me fila anche altrove.
Nel 2025 le imprese artigiane canturine sono scese da 1.299 a 1.231 unità, 68 in meno.
Il quotidiano ci racconta che ogni settimana sparisce un attività, ma anche che nell'arco dell'ultimo decennio vi è stato un calo del 14,57%.
Chi rappresenta la categoria a livello di associazioni ovviamente guarda la parte piena del bicchiere, ma davanti a questi dati non si può nascondere la testa sotto terra.
E' chiaro anche a me che i tempi in cui sotto ogni appartamento a Cantù vi era una bottega artigiana. ma mi è chiaro, che, malgrado i cambiamenti di mercato, un patrimonio culturale ed economico non possa essere buttato tra le ortiche.
Ma dicevo non solo artigiano, leggendo l'articolo scopriamo anche che a Cantù, nel 2025, chiudeva anche un negozio ogni settimana.
Oggi è vero che esistono le tensioni internazionali (ma c'erano e anche più marcate negli anni addietro), che viviamo una supposta incertezza economica, che sopportiamo l’aumento dei costi e veniamo affossati da un assurda burocrazia, ma queste, se in parte sono dinamiche, in altra visione sono scusanti.
Oggi chi come me è nato negli anni 60 va in pensione portandosi dietro la sua dote di capacità e voglia di produrre con il cuore.
Dietro di noi c'è il nulla purtroppo.
In parte la colpa è nostra che "abbiamo sognato la laurea dei nostri figli", in parte i nostri figli non hanno conosciuto la "fame", non tanto quella del cibo, ma quella di faticare per imparare un lavoro, sicuramente duro, ma gratificante come quello dell'artigiano o del commerciante.
Si dice spesso che oggi non incoraggiamo i giovani, visti certi contratti capestro, ma dimentichiamo che chi ha la mia età a messo a disposizione il sacrificio, lavorando spesso al limite del gratis per anni, per imparare un lavoro, un arte, una produzione fatta col cuore.
Oggi manca proprio questo, il cuore.
Manca alle imprese, che , posso capire davanti al mercato, hanno abbandonato (salvo rare eccezioni) la qualità ed il sacrificio.
Manca a noi genitori che non siamo stati capaci di trasmettere la cultura del lavoro.
Manca a questi ragazzi che non hanno stimoli, nati troppo ricchi per aver bisogno di maturare e competere.
Manca ad una società che si è votata all'usa e getta.
Oggi se cerchiamo su internet le soluzioni ci suggeriscono una serie di interventi di strategia, utili ed efficaci sicuramente, ma che non comprendono che, malgrado questo, tra dieci anni non avremo nessuno in grado di sostituire nemmeno la molla di una tapparella.
Qui occorre intervenire sul territorio.
Ripristinare il senso di appartenenza, a Cantù come a Recanati, ad una categoria ed ad una storia.
Occorre far rinascere una comunità.
Bisogna capire tutti insieme che anche in un mondo che punta ad altro non si può vivere senza un falegname, un idraulico o un ferramenta esperto.
Torniamo a puntare sul sacrificio, sulla scuola professionale ed all'insegnamento, altrimenti vivremo solamente di un caro e ricattante usa e getta.
Giorgio Bargna
venerdì 24 aprile 2026
Mani, Cuore e Cultura: L’arte di produrre emozioni, non solo oggetti
Predo spunto da un post pubblicato sulla pagina Facebook di GiGi Rana che parla di bar, per amplificare il messaggio.
Lui scrive che chi lavora dietro il bancone non serve solo bevande: serve momenti.
Amplifico dicendo che chiunque produce un servizio o un oggetto lavorando con passione produce profumo ed emozioni.
Lui scrive che un buongiorno detto bene, un bicchiere d’acqua portato con rispetto, un caffè che profuma davvero di caffè e non di bruciato.
Io amplifico dicendo che un mobile o un auto prodotti con amore e rispetto del cliente profumano di qualità.
Lui scrive che questa è la differenza tra un bar che resiste e uno che chiude.
Io amplifico dicendo che questo concetto vale per ogni attività, anche per quelle no profit,
E concordo ancora di più, se possibile, quando ci dice che il problema non è economico, è culturale, che abbiamo confuso la quantità con la qualità, che abbiamo scambiato la velocità per efficienza, il profitto immediato per professionalità.
Lui nel post riporta questi pensieri:
"E così il bar, quel luogo che per decenni è stato il cuore pulsante dei paesi e dei quartieri, oggi rischia di diventare un punto vendita come un altro.
Ma il bar vero non è un franchising.
È una bottega, un rito, una forma di identità italiana.
È la mano che ti riconosce al volo e ti prepara “il solito” senza chiedere nulla.
È un sapere che si trasmette, non un bottone che si preme.
Finché non torneremo a capire questo,
continueremo a confondere l’espresso con il caffè.
E a svuotare, un sorso alla volta, la nostra stessa cultura".
"La verità è che oggi chiunque può aprire un bar.
Basta un comodato d’uso, un fornitore di macchine, un corso lampo su “come montare la schiuma perfetta”.
Il resto sembra secondario: la cultura, la competenza, la sensibilità del gesto.
Il bar è diventato un pacchetto chiavi in mano, un sogno standardizzato.
Ma il caffè non è routine.
Il caffè è conoscenza, esperienza, artigianalità".
Io lo ringrazio per queste riflessioni che valgono al di fuori del bar, che valgono su ogni tipologia di mercato.
Laddove lavorano le mani e il cuore, laddove c'è l'esperienza tramandata e la cultura del lavoro, laddove il profitto è in seconda battuta in confronto al cliente, li nasce il prodotto che ha reso unico il nostro Paese, da nord a sud, perché la passione per il lavoro, la cultura del lavoro, l'unicità dei risultati sono uno dei pochi collanti del nostro paese.
Grazie GiGi Rana per lo spunto, ma anche per il valore di questo pensiero.
mercoledì 22 aprile 2026
Mussolini e il pane quotidiano
sabato 18 aprile 2026
UN FUTURO BASATO SU DIGNITA', LAVORO E INDIPENDENZA ENERGETICA
Ne abbiamo già parlato più volte, anche qui ma è sempre meglio tornarci sopra, parlarne, discuterne, non dimenticarsi.
Nell'ideale comune quando si pensa alla Lombardia, si pensa alla regione più produttiva del
Paese, i numeri non sbagliano, ma dietro i numeri troviamo un ossimoro sociale che sta, col tempo, diventando sempre più insostenibile.
La nostra gente, chi lavora, come chi si gode una meritata pensione, fatica ad arrivare alla terza
settimana del mese.
Se fino a qualche tempo fa quando si parlava del potere d’acquisto si ragionava di numeri e tendenze, oggi il trend è cambiato disperatamente, parliamo di un’emergenza sociale quotidiana, partendo dall’erosione salariale.
L'inflazione e la salita vertiginosa dei prezzi negli ultimi anni si sono, si stanno, mangiando mensilità intere.
In cambio "i padroni del vapore" hanno messo in campo bonus, spesso ridicoli, le agevolazioni in bolletta per i nuclei più vulnerabili, letta in 115 euro, scusatemi, sono una presa per i fondelli.
Anche il liberista più accanito sarà d'accordo nel definire un omicidio sociale un costo per l'affitto che sfiora spesso il 60% di uno stipendio, non solo nelle città più grandi come la nostra Como e Milano, ma ormai anche in periferia.
Ora è chiaro che non son più tempi di edilizia popolare, ma le istituzioni dovrebbero avere la decenza di attivare interventi territoriali e nazionali che calmierino i canoni.
Tutti abbiamo diritto a un esistenza dignitosa che è costituzionalmente legata a una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro, che permetta di sostenere sé stessi e la propria famiglia.
Ma in realtà non è esattamente così, spesso gli stipendi ed il loro valore, sono minati da contratti pirata e dumping, che alimentano la concorrenza sleale tra imprese e condannano i lavoratori alla povertà salariale.
La sostanza ci dice che i salari italiani, ma anche quelli lombardi, non riescono a rincorrere il costo della vita, che più di un lavoratore su dieci vive in una famiglia a rischio povertà, con retribuzioni spesso inferiori al 60% della mediana, che i prezzi dei beni alimentari sono aumentati drasticamente (+30-34% nell'ultimo decennio), che le bollette energetiche sono diventate insostenibili e che i costi abitativi/affitti sono cresciuti tra il 28% e il 60%, rendendo difficile la gestione del quotidiano.
Oggi non dobbiamo più separarci tra destra e sinistra, non dobbiamo più dividerci tra settore pubblico o privato, oggi ci dobbiamo unire tutti a difesa del nostro futuro.
La Lombardia per decenni è stata un esempio di giustizia sociale, che non aveva assolutamente rallentato la crescita della produzione e del commercio.
Occorre il ritorno ad una situazione dove il lavoro sia sinonimo di dignità, stabilità e futuro, Patto per il Nord, il Sindacato del Nord, sono qui per raggiungere anche questo obbiettivo, lottiamo insieme per il Nostro Futuro.
Sarò ripetitivo, sarò nauseante, ma dobbiamo spingere sempre di più al rientro dal residuo fiscale ed all'applicazione delle gabbie salariali, ma anche verso dei piani di indipendenza energetica, riducendo la dipendenza dalle importazioni esterne per garantire stabilità economica e politica.
A mio avviso, non solo fotovoltaico, eolico e tecnologie di accumulo energetico per superare l'intermittenza delle rinnovabili, ma anche il nucleare, possibilità che l'Italia ha sempre escluso, ma che se gestita intelligentemente paga immensamente.
Unisciti a Noi, costruiamo la nuova classe politica fatta dalla gente per la gente, lottiamo insieme per riprenderci il diritto di una vita serena e felice.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
giovedì 16 aprile 2026
IL DIRITTO AUTISTICO
Sviluppiamo delle riflessioni, partendo da dei dati citati in un articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como", che ci portano a scoprire che le diagnosi che portano al "disturbo" dello spettro autistico, nella sola provincia comasca, parlano di quasi 6mila persone interessate.
In realtà le persone interessate sono molte di più perché la situazione coinvolge anche i genitori, i fratelli, i nonni.
Va detto che nel tempo l'intercettazione del problema è decisamente migliorata in confronto a diagnosi spesso di frontiera che si avevano 25/30 anni fa.
Dobbiamo sicuramente ringraziare la scienza, ma anche un differente approccio al "problema" da parte di medici, genitori, scuole e cittadinanza.
Ma se è migliorata la capacità di intercettare i sintomi, non migliora sicuramente la possibile assistenza, anzi, aumentati i numeri si stringono le maglie, tanto nell'ambito sanitario, quanto nell'ambito scolastico, quanto nel superamento della maggiore età.
Da "adulti", se si è autistici, trovare percorsi che portino a sviluppare autonomia ed indipendenza diventa una sorta di Parigi-Dakar, dove è più facile trovare supporto in associazioni private che non nello "Stato".
Il primo pensiero dei genitori, soprattutto, ma non necessariamente, con l'avvicinarsi di una certa età,
è la preoccupazione per il "dopo di noi", la paura per il futuro dei propri figli autistici, evidenziando la necessità di soluzioni abitative dignitose e non istituzionalizzanti.
Restando sulla realtà comasca purtroppo non esistono molti esempi pratici paragonabili a Cascina Cristina , un centro sia diurno che residenziale, nato dalla forza di un associazione di genitori e supportato, si da fondi pubblici provenienti da Regione Lombardia, da Fondazione Cariplo ma anche da forti donazioni private e lasciti parrocchiali.
Ma uscendo da questo esempio, tanto raro quanto valido, torniamo a qualcosa di sottolineato qualche riga sopra.
Le famiglie interessate affrontano diverse sfide, spesso legate alla gestione quotidiana e alla necessità di supporto continuo.
L'autismo non è confinato dentro parametri precisi, ogni ragazzo ha un suo "perché", da qui nasce l'esigenza di interventi multimodali e personalizzati, con richieste di maggiore assistenza sanitaria e riabilitativa-abilitativa sul territorio. E va sottolineato che parliamo del Comasco, so di situazioni a Sud davvero drammatiche, anche nei temi trattati a inizio articolo in termine di intercettazione.
Le famiglie si trovano in situazioni di forte stress psicofisico, non è semplice capire (sia soli che con supporto) come gestire situazioni che a volte hanno dei risvolti veramente tanto pesanti da dover portare alla separazione dei ragazzi dalla famiglia.
Esistono servizi di sollievo per gestire crisi forti e la quotidianità, ma la battaglia si affronta e si vince tra le mura di casa, ad ogni ora e davanti a mille evenienze, supportati dai propri nervi, dalla propria capacità di affrontare il momento, dall'esperienza, che, volenti o nolenti, si accumula.
Come ogni persona, anche chi è soggetto allo spettro autistico, ha diritto ad una vita sociale che comprende anche un lavoro, che è fonte essenziale per un percorso di autonomia ed indipendenza sia personale che economica, ma l'inclusione nel mondo del lavoro per adulti autistici rimane una sfida significativa.
L'inclusione lavorativa per adulti autistici richiede un approccio mirato, adattando l'ambiente e valorizzando le competenze uniche. Meno del 10% è occupato, rendendo cruciali tirocini, coaching sul posto di lavoro e formazione specifica per colmare le sfide sociali.
Spesso chi soffre di questa sindrome, tanto da ragazzo quanto da adulto, evidenzia ottime capacità in logica, informatica, attenzione ai dettagli e affidabilità, ma è fondamentale passare da un approccio assistenziale ad uno che valorizzi il potenziale lavorativo, mettendoli a loro agio, permettendogli di esprimersi al massimo, perché per loro il massimo obbiettivo non è lo stipendio, ma l'autostima e sentirsi parte del "sistema".
In un sistema sanitario e sociale che ho già descritto più volte, in un momento difficile a livello commerciale, la "battaglia" si fa sempre più ardua, ma chi vive la situazione, malgrado attimi di sconforto, non demorde mai, l'amore per un figlio non ha paragoni.
Oggi il movimento politico dove milito non occupa ancora poltrone, ma arriverà il momento in cui amministrerà città, regioni e nazione ed io sarò li a spingere affinché questo, come altri spinosi temi, venga affrontato con la dovuta serietà e capacità.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
martedì 14 aprile 2026
EGOISMO, L'ESSERE IO, L'ESSERE DIO
Come succede qualche volta prendo spunto da un pensiero di Marcello Veneziani, troverete in parte il suo pensiero, in parte il mio, due pensieri comunque simili.
Nella vicenda del ragazzino che ha accoltellato l'insegnante ci possiamo leggere il manifesto della nostra epoca, un macabro resoconto di una parte predominante della nostra società che incrociamo anche in altre vicende più recenti che vedono protagonisti i giovani, i più fragili davanti al mondo.
Veneziani isola, interpetra, il riassunto delle frasi del tredicenne, le identifica nella sindrome che affligge il nostro tempo.
“Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi”.
Cosa possiamo riconoscere dentro l'Io di chi si crede Dio ed odia tutto ciò che non si riconosce in lui?
Sicuramente ci possiamo riconoscere del disagio più o meno sociale e come afferma Veneziani ci possiamo riconoscere anche il disprezzo della realtà e la considerazione di sé come Unico, Individuo Assoluto, senza limiti e freni.
Io sono sempre stato un ribelle, ancora lo sono oggi, ma con un codice d'onore, una sorta di vademecum, con il rispetto per il prossimo.
Veneziani, e sono in accordo con lui, vede trasparire in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo.
Infine la regola regina dell’egoismo, anzi dell’autoesaltazione presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi.
Qui ragazzi, lasciamo perdere le congetture tipo famiglia difficile, caso isolato, istituzioni assenti.
Qui siamo davanti a un pensiero comune di questa epoca.
Qui siamo davanti ad un individualismo esasperato, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e tutto il resto, ogni realtà oggettiva che non rientri nella propria sfera d’interessi, viene decisamente ignorata se non addirittura negata,
Qui siamo di fronte ad una miscela esplosiva che aggiunge a quanto detto nel paragrafo precedente egocentrismo, egoismo e narcisismo patologico.
Cosa comporta questa filosofia di vita?
Chi la interpetra è disposto a rompere o rinnegare ogni genere di legame, ogni genere di impegno, è disposto anche a far del male agli altri, quando non si accontenta di trascurarli.
Sintetizza Veneziani, la traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non conta. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto.
Se stessimo parlando di un caso isolato non sarebbe preoccupante a livello sociologico, ma questo è un pensiero diffuso, purtroppo non solo tra i giovani.
Come esplicita Veneziani l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi.
È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.
E qui torniamo al mio (ma anche della mia intera generazione) codice d'onore, alla sorta di vademecum, al rispetto per il prossimo.
Molti, soprattutto gli adulti, riescono a mediare tra il proprio egoismo e quello degli altri tenendo in piedi una sorta di utilità reciproca.
Ma per i giovani è molto più facile cadere nella versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista.
Ci dice Veneziani che quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare seppur in modo estremo una nuova, tremenda normalità.
Sono questi i danni dell'atomizzazione, di una società in cui gli individui sono isolati, privi di legami sociali significativi, di una dimensione pubblica condivisa e di un senso di appartenenza a una comunità.
La società atomizzata è caratterizzata da una profonda passività, da un egoismo diffuso, dalla mancanza di mutualità e purtroppo anche dall'abbandono dell'altro al proprio destino.
E l'altro, non molto raramente è nostro figlio, quindi assumiamoci anche noi le colpe. almeno fino quando non avremo ristabilito il senso di comunità perché vivere in comunità aiuta a trasformare la fragilità in risorse condivise e irrora la consapevolezza che il singolo conta per il gruppo e viceversa.
Giorgio Bargna
sabato 11 aprile 2026
INNOVARE LA SANITA'
mercoledì 1 aprile 2026
DAL POLITICO LOCALE ALLA GESTIONE NAZIONALE (VARIANTE TREMEZZINA)
La figura di Leonardo (Leo) Carioni è storicamente legata alla Variante della Tremezzina principalmente per il suo ruolo politico come Presidente della Provincia di Como (dal 2002 al 2012).
Durante il suo mandato, Carioni è stato uno dei principali promotori dell'opera, definendola strategica per risolvere l'annoso problema del traffico sulla Strada Statale 340 "Regina".
Carioni ha sostenuto con forza il progetto nei primi anni 2000, lavorando per ottenere i finanziamenti necessari e l'inserimento dell'opera tra le priorità infrastrutturali della Lombardia.
Sotto la sua presidenza sono stati mossi i primi passi decisivi per la progettazione e il superamento dei vincoli ambientali, sebbene l'avvio effettivo dei cantieri sia avvenuto molto dopo il termine del suo incarico e magari c'è da chiedersi il perché.
L'approvazione del progetto definitivo, da parte di Anas, che gestisce l'appalto, nel 2019 e di quello esecutivo nel 2022 ha permesso l'avvio di questa opera, stimata inizialmente come da oltre 390 milioni di euro, ma stime non ufficiali parlano di un rincaro di un centinaio di milioni di euro.
La cifra iniziale è destinata a lievitare a causa di spese aggiuntive, tra cui la gestione dell'arsenico e degli idrocarburi rinvenuti durante gli scavi, che non risultavano durante le perizie iniziali oltre alla necessità di perizie di variante.
I lavori per la Variante della Tremezzina sono iniziati ufficialmente il 29 novembre 2021 e la stima ufficiale di fine lavori prevedeva la consegna in tempi utili per le olimpiadi del 2026.
Anas ha confermato a fine 2024 che l'obiettivo di terminare entro il 2028 è ancora considerato possibile, ma alcune fonti locali e istituzionali, a seguito delle criticità emerse, hanno indicato una finestra temporale di fine lavori più ampia, estesa tra il 2028 e il 2029.
Senza polemizzare oltre e senza voler approfondire tecnicamente, ci troviamo ancora una volta allo scontro frontale tra ciò che un politico locale, che ama il proprio territorio, mette in progetto e ciò che un ente, un impresa, un carrozzone a gestione nazionale riesce a rallentare e a volte ad affondare.
Anas S.p.A. è parte del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane dal 2018 ed è vigilata dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con socio unico il Ministero dell'Economia.
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, sta coordinando l'iter per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, un'opera considerata strategica per il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria da parte del Governo e da Salvini stesso, tanto è vero che è stato confermato uno stanziamento di 13,5 miliardi di euro per la realizzazione dell'opera.
Quindi stiamo parlando di miliardi contro milioni di euro per un opera lunga un terzo confronto alla Tremezzina, con davanti a noi una sola certezza, la Tremezzina sarà davvero utile, una volta ultimata, e col solito dubbio sulla realizzazione del ponte, di cui si parla dalle calende greche.
Se ami il tuo territorio, se ne vuoi il benessere, se vuoi che i soldi dei tuoi balzelli restino sul territorio sostieni o vieni a far parte di "Patto per il Nord", l'unico movimento che ha a cuore ancora le istanze del Nord, l'unico movimento che può ancora permettersi di definirsi il "Sindacato del Nord"!!!!
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
PRONTO SOCCORSO, UNA DIFFICOLTA' NON SOLO COMASCA DA RISOLVERE
Apprendiamo i dati seguenti, che riguardano il territorio comasco, ma poi andremo oltre, attraverso un articolo del quotidiano locale "La Provincia di Como".Precisiamo che si illustra il tempo di permanenza totale che comprende, oltre la sala d'attesa la valutazione clinica, gli accertamenti diagnostici, le consulenze specialistiche.Al Pronto soccorso del Sant’Anna si parla di dieci ore e cinque minuti, a Cantù in media sette ore e 13 minuti, a Menaggio tre ore e otto minuti.Ma ai codici di importanza minore può capitare di aspettare invece anche un giorno intero e più.
Scopriamo attraverso questo dettagliato articolo che il numero dei pazienti nel tempo è calato, a salire è stata l’attesa.
Questo a causa dell'ormai ben nota mancanza, e l'altrettanto nota difficoltà, dei ricoveri, dovuta alla sempre più elevata mancanza di letti nei reparti e, questo lo aggiungo io, la sempre più elevata mancanza di reparti nelle strutture minori.
Scopriamo anche, e non credo proprio sia un fenomeno solo comasco, che l'80% dei casi registrati sono codici bianchi o verdi, situazione che denota la mancanza di medici sul territorio, ma soprattutto che oggi il medico è difficilmente raggiungibile, in molti casi, fuori dagli orari di ambulatorio.
Attraverso una ricerca internet scopriamo che i pronto soccorso in Lombardia vivono una fase di forte crisi, con oltre la metà delle strutture (circa 30 su 45) che non rispetta i requisiti standard, causando attese spesso superiori alle 8 ore.
Nonostante la situazione critica, la Regione ha evidenziato l'impossibilità di chiudere i presidi non a norma per non ridurre l'assistenza.
Le principali criticità includono una grave carenza di personale medico e infermieristico, accessi impropri e carenza di posti. Molti medici e infermieri abbandonano i reparti di emergenza a causa dei ritmi insostenibile, ma anche a causa, a mio avviso, di una certa mancanza di sicurezza, come evidenziato spesso dai fatti di cronaca, i quali però è non possono annoverare i vari casi di violenza verbale e maleducazione che si possono rilevare ogni giorno all'interno dei pronto soccorso.
La situazione a livello nazionale è caratterizzata da una crisi strutturale profonda, anche qui nonostante il calo degli accessi totali rispetto al passato, la riduzione del numero di strutture operative e la carenza di personale hanno creato una pressione insostenibile sul sistema, con lunghe attese, sovraffollamento e barelle nei corridoi.
Aldilà degli "accessi impropri", scopriamo che tra il 2003 e il 2023, i pronto soccorso sono scesi da 659 a 433, con una riduzione di 226 unità.
Secondo la Società Italiana di Medicina d'Emergenza-Urgenza, mancano all'appello almeno 3.500 medici, pari al 38% del personale necessario. Anche la carenza infermieristica è critica comportando turni scoperti e condizioni disagiate, in particolare al Sud.
Questa miscela esplosiva ha creato il fenomeno del boarding, tradotta, la già citata lunga permanenza dei pazienti in barella al pronto soccorso in attesa di un posto letto in reparto. Riguardo questo vi sono studi i quali evidenziano che l'attesa prolungata in pronto soccorso e il sovraffollamento aumentano la mortalità dei pazienti.
Risolvere le difficoltà dei Pronto Soccorso richiede un approccio strutturale che vada oltre l'emergenza quotidiana, intervenendo sulla carenza di personale, il sovraffollamento e il legame con il territorio.
Ma per arrivare a questo occorre innanzitutto una classe politica ancor prima capace che onesta, ma soprattutto legata al territorio ed al bene comune.
Poi occorrono fondi, e noi di "Patto per il Nord" siamo ogni giorno sempre più convinti che il denaro della tasse e delle imposte debba restare sul territorio, per risolvere i problemi e gestire le necessità del territorio, sanità e primo soccorso compresi.
Solo attraverso questo si potrebbero implementare i medici di base e le Case di Comunità, per gestire i codici non urgenti al di fuori dell'ospedale, oltre che rafforzare il servizio per la continuità assistenziale (ex guardia medica), per evitare accessi impropri in pronto soccorso.
Solo attraverso questo si potrà colmare il deficit di circa 3.500 medici di emergenza-urgenza, rendendo la specializzazione più attrattiva, anche attraverso migliori retribuzioni e condizioni di lavoro, contrastando così il burnout e la conseguente fuga di personale sanitario.
Solo attraverso questo si potranno elaborare soluzioni scientifiche e innovazioni tecnologiche.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como










