venerdì 15 maggio 2026
Politica di prossimità: la mia sfida per Como, la Lombardia. il Nord
mercoledì 13 maggio 2026
Opere incompiute: la responsabilità locale contro lo spreco di Stato
Passano gli anni, cambiano i governi, anche se alcuni sono più longevi e testardi, ma non cambia la loro voglia comune di stupire, promettere, progettare.
Sono specializzati nel regalare il sogno della grandi opere, alcune più sobrie, altre faraoniche, altre suicidi allo stato puro.
Ma ci sono suicidi e omicidi, il suicidio è politico, l'omicidio invece colpisce il contribuente.
Quanti progetti visti programmare da politici e tecnici, mancano solo quelli della NASA, date certe di partenza e di conclusione lavori, costi sicuri e inaugurazioni programmate.
Poi magari succede che dopo qualche taglio di nastro il Palazzetto dello Sport a Cantù sorga dopo 36 anni grazie alla volontà dei privati, ma non è il nostro motivo di discussione.
Magari sarebbe più interessante soffermarsi sul Ponte sullo Stretto di Messina.
Ne sento parlare da quando sono bambino, un concorso internazionale nel 69, altri progetti e promesse, soldi spesi ovviamente e un progetto del 2011 ora ripreso e aggiornato, concepito come il ponte sospeso a campata unica più lungo al mondo per il quale però sono state segnalate 68 criticità, inclusi dubbi sulla resistenza a terremoti e vento e sul quale la Corte dei Conti ha evidenziato aumenti ingiustificati dei costi e documenti incompleti.
Fino a marzo 2026, si stima che siano stati già spesi oltre 1,2 miliardi di euro dalla nascita della società Stretto di Messina S.p.A. (1981) a oggi, principalmente per studi di fattibilità, progettazione e gestione societaria, consulenze varie, gli ultimi 200 milioni di euro dal 2017 ad oggi.
Ma per noi comaschi l'icona, lo scempio, la vergogna, si chiama innanzitutto Variante della Tremezzina.
Si potrebbe sorridere, schernire, farne semplicemente una critica politica, ma sarebbe scendere al livello di chi sino ad oggi ha deluso.
Non stiamo parlando della tangenzialina di Erbonne o Morterone, ma di una strada fondamentale che indirizza il flusso veicolare di buona parte della provincia di Como, ma che interessa anche a nord la bassa Valtellina e l’alto lago Lecchese, ma non è solo traffico è anche qualità della vita per i residenti.
Ogni mese, forse anche piu' spesso qualche Ministro ci rassicura, ma ormai più nessuno ci crede, alcuni, i più disperati, attendono l'intervento di Trump o Netanyahu.
Ripeto, se non fosse un dramma, potremmo tutti ritrovarci all'osteria e sorridere, raccontarci che fra dieci anni sarà ancora così e brindare alla malapolitica.
Ma ripeto è un dramma, soprattutto quando non si riescono nemmeno smussare degli angoli su una strada o sostituire dei parapetti, soluzione che sembrava quasi fondamentale.
Gli unici a gioire saranno gli “umarell” e, quando si accorgeranno della situazione, i comici di Zelig.
La variante della Tremezzina è lo specchio fedele di un Paese che sa progettare solo il proprio immobilismo. Il costo di questa inefficienza non è solo economico, ma è la qualità della vita dei comaschi, sacrificata sull'altare di una burocrazia che sa solo promettere, ma non sa finire.
La Tremezzina resta ostaggio di ritardi biblici, cantieri lumaca e progetti che si modificano in corso d'opera, trasformando un'arteria vitale in un incubo quotidiano. Il Ponte sullo Stretto resta un miraggio faraonico, ma la Variante resta una realtà fatta di pazienza finita. Cambiano i governi, restano le incompiute: l'unica vera opera pubblica italiana è la sagra della promessa mancata.
La Variante della Tremezzina non è un'opera di serie B, è una necessità primaria, così come molte opere non solo del Nord Italia, ma del paese intero.
Le ricette, se si vogliono applicare, sono semplici e tutte nel DNA di "Patto per il Nord".
Esautoriamo i Ministeri romani, con conseguente trasferimento dei poteri decisionali e dei fondi dal Ministero delle Infrastrutture alla Provincia di Como e ai Comuni interessati.
Basta affidamenti a macro-società statali. I contratti d'appalto devono essere gestiti a livello locale con clausole penali severissime per ogni mese di ritardo. Se il cantiere della Tremezzina si ferma, la ditta paga di tasca propria e il funzionario locale ne risponde, responsabilità e meritocrazia sono per noi fondamentali.
Obiettivo finale la trasparenza totale, basta saltimbanchi. Ogni euro del contribuente comasco deve trasformarsi in asfalto, non in carte bollate o studi di fattibilità eterni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
sabato 9 maggio 2026
Migrazioni a confronto: Anni '60 e oggi, tra integrazione e disagio
Proviamo oggi a fare un raffronto sociologico tra le situazioni di disagio e violenza dell'immigrazione interna degli anni 50/60 e di quella odierna, legata a flussi migratori stranieri.
Vi tolgo subito la possibilità di indicarmi quale razzista visto che nel mio sangue corre sangue pugliese.
Per prima cosa vorrei spendere qualche riga, anche se non è esattamente il centro del problema, per un confronto tra il "soggiorno obbligato" e l' "immigrazione clandestina indotta".
A mio avviso il primo fu un intelligente pretesto per spostare un certo tipo di delinquenza all'interno del territorio nazionale. la seconda, è lampante, serve a "deportare" gente disperata da mettere a disposizione della delinquenza sia come manovalanza che come soggetti da ricattare e sfruttare.
Le analogie tra i due fenomeni riguardano il controllo dello spostamento e della residenza di soggetti considerati "indesiderati" o "pericolosi" all'interno del territorio nazionale. Entrambi sono strettamente collegati alle mafie. Il soggiorno obbligato veniva utilizzato per "spostare" i mafiosi, mentre l'immigrazione clandestina è oggi una fonte di profitto per la criminalità organizzata transnazionale. Sia il soggiorno obbligato che la condizione di clandestinità impongono alla persona un luogo di vita preciso e limitante (il comune di soggiorno per il mafioso, il luogo di lavoro in nero o l'alloggio di fortuna per il migrante).
Questo però è un tema da approfondire in un altro testo, torniamo invece al tema iniziale.
Va ricordato che la migrazione interna (dal Sud al Nord Italia) ha generato dinamiche di integrazione e conflitto sociale spesso risolte con l'inclusione, l'immigrazione straniera di oggi affronta sfide legate alla clandestinità, alla diversità culturale e a una maggiore sovra-rappresentazione nelle statistiche di microcriminalità. Pur subendo discriminazioni (episodi di razzismo interno), erano cittadini italiani, condividevano lingua, religione e diritti civili, facilitando l'inserimento nel mercato del lavoro industriale; di conseguenza l'onesto difficilmente si votava alla delinquenza.
Negli anni citati, ed altri a seguire, milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova).
I dati dell'epoca mostrano che gli immigrati interni non avevano tassi di criminalità superiori agli autoctoni, spesso persino inferiori, nonostante vivessero in condizioni disagiate ed eventuali reati erano legati alla marginalità sociale e urbana, ma non a una "criminalità etnica".
Però negli anni addietro il lavoro c'era, ed in forma elettrizzante, chi si spostava all'interno del nostro territorio se predisposto un lavoro lo trovava, oggi non è più così certo.
Di conseguenza la criminalità è fortemente correlata all'impossibilità di lavorare legalmente, alla disperazione e allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, gli stranieri con permesso di soggiorno regolare e lavoro hanno tassi di criminalità quasi identici a quelli degli italiani. Situazione immutata se facciamo un confronto con qualche riga sopra.
Detto questo però passiamo ad trattare di un fenomeno attuale che riguarda tanto l'Italia che altri paesi con forte tasso di immigrazione: le seconde generazioni.
Tanto la sociologia che la criminologia evidenziano forti analogie tra i fenomeni di devianza dei figli degli immigrati dal Sud Italia (anni '50-'60) e quelli delle attuali seconde generazioni straniere.
Le similitudini non dipendono dall'origine etnica, ma da meccanismi di marginalità sociale e conflitto identitario comuni a chi vive il passaggio tra due mondi culturali diversi.
Entrambi i gruppi hanno vissuto in quartieri periferici degradati ("coree" negli anni '60, periferie odierne), dove la mancanza di servizi e lo stigma sociale favoriscono l'adesione a "culture oppositive" o gruppi devianti come forma di riscatto.
La sociologia ha dimostrato come i figli dei migranti si sentano spesso "stranieri" sia nel paese dei genitori che in quello di nascita. Questa crisi di identità, vissuta dai figli dei meridionali a Torino o Milano cinquant'anni fa, è identica a quella vissuta oggi dai giovani con background migratorio.
La propensione alla devianza è spesso legata a un alto livello di conflitto tra genitori (legati a valori tradizionali) e figli (che desiderano gli agi del modello societario locale).
Quanto descritto ci porta ad affrontare un confronto tra le baby gang moderne (prevalentemente composte da seconde generazioni di origine straniera) e le bande di quartiere del dopoguerra (figli di immigrati interni dal Sud) che rivela una continuità sorprendente nelle dinamiche di gruppo, pur in contesti tecnologici diversi.
Negli anni del boom economico le bande nascevano intorno a luoghi fisici precisi, quali potevano essere ad esempio, i grandi palazzoni delle periferie di Milano e Torino o dei quartieri abusivi.
In quegli anni la banda serviva a proteggere il territorio dai "locali" che discriminavano i "terroni", creando un senso di appartenenza laddove la società li escludeva.
Oggi tanto la musica trap che i social media ci insegnano che il territorio non è più solo un "luogo fisico", ma diventa un "brand" da difendere anche online per ottenere prestigio.
Oggi come allora, la banda compensa l'assenza di figure adulte di riferimento, si trasforma in una sorta di "Famiglia Sostitutiva". Tanto allora che oggi, i genitori erano e sono, alle prese con il lavoro e/o una "distanza culturale" che ha impedito ed impedisce loro di guidare i figli nel contesto di residenza.
Tanto oggi che allora la maggior parte di questi gruppi non è legata alla criminalità organizzata (mafia o cartelli), ma è composta da aggregazioni spontanee di giovani tra i 14 e i 24 anni che compiono reati di opportunità (furti, rapine, atti di vandalismo).
Una sostanziale differenza sta nel fatto che le bande storiche erano più isolate, più settoriali, mentre le baby gang attuali sono spesso multietniche, non prive di italiani "autoctoni" e mostrano una maggiore fluidità, spostandosi tra quartieri diversi grazie ai trasporti pubblici, ma anche verso località turistiche durante i weekend.
Un'altra invece riguarda il genere di cruenza, se ieri la violenza era funzionale allo scontro fisico tra bande rivali o alla piccola sopravvivenza oggi è spesso esibita e spettacolarizzata. I video delle aggressioni vengono caricati su Tik Tok o Instagram per "fare hype", trasformando l'atto deviante in una performance per guadagnare follower e status.
Il raffronto tra l'immigrazione interna degli anni '50/'60 e quella straniera odierna evidenzia una profonda differenza di contesto, nonostante le analogie nel disagio sociale e nello sfruttamento criminale. Se ieri il conflitto era di natura socio-economica e culturale tra italiani (risolto col tempo attraverso la condivisione della cittadinanza e la "nazione"), oggi ci troviamo di fronte a una sfida più complessa, esacerbata dalla clandestinità indotta, che trasforma i migranti in soggetti ricattabili e manovalanza per la criminalità organizzata.
La conclusione è che, mentre l'immigrazione interna trovava una naturale strada verso l'inclusione, quella attuale è strutturalmente ostacolata da barriere normative e culturali, che rendono la sovra-rappresentazione nella microcriminalità non un dato etnico, ma una conseguenza diretta della mancanza di percorsi legali e dignitosi di inserimento.
Alla luce di questa analisi, emerge chiara una necessità: il territorio non si difende con la retorica, ma con il governo dei virtuosismi.
Se le periferie di ieri, pur tra mille difficoltà, sono state ricucite grazie al lavoro e all'inclusione, quelle di oggi rischiano di diventare zone franche in mano alla criminalità, che sfrutta la disperazione dell'immigrazione clandestina per i propri sporchi affari.
Come forza politica radicata nel territorio, non possiamo accettare né lo sfruttamento dei disperati, che crea insicurezza, né l'abbandono delle seconde generazioni a derive devianti. La nostra ricetta è chiara: legalità rigorosa contro chi sfrutta e criminalizza, ma anche percorsi certi di integrazione per chi lavora e rispetta le regole.
Dobbiamo tornare a presidiare il territorio con servizi, educazione e lavoro, sottraendo i giovani – di origine italiana o straniera – alle logiche delle "baby gang" e delle culture oppositive. La vera identità di una comunità si misura dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini, trasformando le periferie da zone di conflitto a luoghi di opportunità. Solo così possiamo garantire la sicurezza dei nostri cittadini e la dignità di chi vive nel nostro territorio
Giorgio Bargna
giovedì 7 maggio 2026
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venerdì 1 maggio 2026
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martedì 28 aprile 2026
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sabato 25 aprile 2026
FiIGLI DI UN BENESSERE CHE NON SA PIU' CREARE
Affidiamoci ancora una volta ai dati pubblicati dal quotidiano locale "La Provincia di Como" per poi sviluppare un tema.
Parliamo degli artigiani, e non solo di Cantù, stiamo parlando di una città che era strutturata sull'artigianato ed il piccolo commercio, una di quelle che più paga dazio, ma il discorso secondo me fila anche altrove.
Nel 2025 le imprese artigiane canturine sono scese da 1.299 a 1.231 unità, 68 in meno.
Il quotidiano ci racconta che ogni settimana sparisce un attività, ma anche che nell'arco dell'ultimo decennio vi è stato un calo del 14,57%.
Chi rappresenta la categoria a livello di associazioni ovviamente guarda la parte piena del bicchiere, ma davanti a questi dati non si può nascondere la testa sotto terra.
E' chiaro anche a me che i tempi in cui sotto ogni appartamento a Cantù vi era una bottega artigiana. ma mi è chiaro, che, malgrado i cambiamenti di mercato, un patrimonio culturale ed economico non possa essere buttato tra le ortiche.
Ma dicevo non solo artigiano, leggendo l'articolo scopriamo anche che a Cantù, nel 2025, chiudeva anche un negozio ogni settimana.
Oggi è vero che esistono le tensioni internazionali (ma c'erano e anche più marcate negli anni addietro), che viviamo una supposta incertezza economica, che sopportiamo l’aumento dei costi e veniamo affossati da un assurda burocrazia, ma queste, se in parte sono dinamiche, in altra visione sono scusanti.
Oggi chi come me è nato negli anni 60 va in pensione portandosi dietro la sua dote di capacità e voglia di produrre con il cuore.
Dietro di noi c'è il nulla purtroppo.
In parte la colpa è nostra che "abbiamo sognato la laurea dei nostri figli", in parte i nostri figli non hanno conosciuto la "fame", non tanto quella del cibo, ma quella di faticare per imparare un lavoro, sicuramente duro, ma gratificante come quello dell'artigiano o del commerciante.
Si dice spesso che oggi non incoraggiamo i giovani, visti certi contratti capestro, ma dimentichiamo che chi ha la mia età a messo a disposizione il sacrificio, lavorando spesso al limite del gratis per anni, per imparare un lavoro, un arte, una produzione fatta col cuore.
Oggi manca proprio questo, il cuore.
Manca alle imprese, che , posso capire davanti al mercato, hanno abbandonato (salvo rare eccezioni) la qualità ed il sacrificio.
Manca a noi genitori che non siamo stati capaci di trasmettere la cultura del lavoro.
Manca a questi ragazzi che non hanno stimoli, nati troppo ricchi per aver bisogno di maturare e competere.
Manca ad una società che si è votata all'usa e getta.
Oggi se cerchiamo su internet le soluzioni ci suggeriscono una serie di interventi di strategia, utili ed efficaci sicuramente, ma che non comprendono che, malgrado questo, tra dieci anni non avremo nessuno in grado di sostituire nemmeno la molla di una tapparella.
Qui occorre intervenire sul territorio.
Ripristinare il senso di appartenenza, a Cantù come a Recanati, ad una categoria ed ad una storia.
Occorre far rinascere una comunità.
Bisogna capire tutti insieme che anche in un mondo che punta ad altro non si può vivere senza un falegname, un idraulico o un ferramenta esperto.
Torniamo a puntare sul sacrificio, sulla scuola professionale ed all'insegnamento, altrimenti vivremo solamente di un caro e ricattante usa e getta.
Giorgio Bargna
venerdì 24 aprile 2026
Mani, Cuore e Cultura: L’arte di produrre emozioni, non solo oggetti
Predo spunto da un post pubblicato sulla pagina Facebook di GiGi Rana che parla di bar, per amplificare il messaggio.
Lui scrive che chi lavora dietro il bancone non serve solo bevande: serve momenti.
Amplifico dicendo che chiunque produce un servizio o un oggetto lavorando con passione produce profumo ed emozioni.
Lui scrive che un buongiorno detto bene, un bicchiere d’acqua portato con rispetto, un caffè che profuma davvero di caffè e non di bruciato.
Io amplifico dicendo che un mobile o un auto prodotti con amore e rispetto del cliente profumano di qualità.
Lui scrive che questa è la differenza tra un bar che resiste e uno che chiude.
Io amplifico dicendo che questo concetto vale per ogni attività, anche per quelle no profit,
E concordo ancora di più, se possibile, quando ci dice che il problema non è economico, è culturale, che abbiamo confuso la quantità con la qualità, che abbiamo scambiato la velocità per efficienza, il profitto immediato per professionalità.
Lui nel post riporta questi pensieri:
"E così il bar, quel luogo che per decenni è stato il cuore pulsante dei paesi e dei quartieri, oggi rischia di diventare un punto vendita come un altro.
Ma il bar vero non è un franchising.
È una bottega, un rito, una forma di identità italiana.
È la mano che ti riconosce al volo e ti prepara “il solito” senza chiedere nulla.
È un sapere che si trasmette, non un bottone che si preme.
Finché non torneremo a capire questo,
continueremo a confondere l’espresso con il caffè.
E a svuotare, un sorso alla volta, la nostra stessa cultura".
"La verità è che oggi chiunque può aprire un bar.
Basta un comodato d’uso, un fornitore di macchine, un corso lampo su “come montare la schiuma perfetta”.
Il resto sembra secondario: la cultura, la competenza, la sensibilità del gesto.
Il bar è diventato un pacchetto chiavi in mano, un sogno standardizzato.
Ma il caffè non è routine.
Il caffè è conoscenza, esperienza, artigianalità".
Io lo ringrazio per queste riflessioni che valgono al di fuori del bar, che valgono su ogni tipologia di mercato.
Laddove lavorano le mani e il cuore, laddove c'è l'esperienza tramandata e la cultura del lavoro, laddove il profitto è in seconda battuta in confronto al cliente, li nasce il prodotto che ha reso unico il nostro Paese, da nord a sud, perché la passione per il lavoro, la cultura del lavoro, l'unicità dei risultati sono uno dei pochi collanti del nostro paese.
Grazie GiGi Rana per lo spunto, ma anche per il valore di questo pensiero.










