giovedì 15 ottobre 2026

Dall'atomizzazione dell'individuo alla forza del territorio: una proposta per il futuro

Quando una società mette l'economia al centro di tutto, perde la propria dimensione spirituale e si frammenta. Le persone smettono di sentirsi parte di una comunità e diventano individui isolati, tutti uguali e interchangeable.

Scomparso ogni valore morale o ideale, l'unica gerarchia che conta davvero diventa quella del portafoglio: il valore di una persona si misura solo in base a quanto guadagna e a quanto può consumare. Più che in una vera democrazia, viviamo in una plutocrazia — il dominio dei ricchi — dove il potere del denaro e il conformismo delle idee riducono gli spazi di reale libertà.

Tutto diventa merce da comprare e vendere: persino la vita umana, il corpo, la fertilità e la maternità. La libertà non viene più intesa come crescita condivisa, ma come la pretesa di liberarsi da qualsiasi vincolo o limite: familiare, comunitario, religioso e persino biologico.

Si crea così una profonda contraddizione: da un lato l'essere umano viene ridotto a semplice materia o animale; dall'altro viene esaltato come se fosse dio di se stesso. La ragione stessa perde la sua saggezza e si riduce a puro calcolo; la tecnologia e il denaro diventano strumenti per controllare e manipolare ogni aspetto della realtà.

È la fase finale della modernità: un sistema materialista che, perso ogni legame con il sacro e con la trascendenza, mostra la sua natura del tutto vuota. Viviamo in una nuova barbarie e in un momento di buio spirituale. Ma chi mantiene uno sguardo lucido ha il vantaggio di non potersi più illudere.

Eppure, la lucidità non è disperazione: è il punto da cui ripartire.

La vera speranza oggi non nasce da grandi teorie astratte, ma dal ritorno alla terra, alle comunità reali e al localismo. Mentre il mondo globale tende a omologare tutto e a sradicare le persone, noi riscopriamo la forza del nostro territorio e delle nostre tradizioni — che non sono cenere del passato, ma un fuoco vivo capaci di guidarci nel futuro.

Ricostruire una vera civiltà significa ripartire a misura d'uomo: difendere l'identità dei luoghi, coltivare relazioni autentiche, ritrovare il senso del sacro e il valore dei legami familiari e comunitari. Chi conserva le proprie radici non teme la tempesta: sa da dove viene, conosce il proprio valore e ha una luce concreta da custodire e tramandare.

Giorgio Bargna


 

martedì 13 ottobre 2026

Oggi chiude il punto nascite, domani chissà?


Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?


Torniamo a parlare della chiusura del punto nascite dell’Ospedale Sacra Famiglia di Erba, andando a scoprire le reali difficoltà a cui andranno incontro gestanti e dipendenti. Se da un lato i grandi ospedali vicini dicono di essere pronti, dall'altro la realtà del territorio racconta tutta un'altra storia.

Sostenibilità per le gestanti: i numeri contro la geografia

Dal punto di vista puramente strutturale (posti letto e sale parto), i grandi ospedali scelti per assorbire il flusso sono perfettamente in grado di gestire i volumi di Erba. I veri problemi, però, sono la distanza e i trasporti.

    Il fattore numerico (Sostenibile): A Erba i numeri erano ormai in forte calo, con una stima di circa 250 parti totali per l'intero anno 2026. Ciò significa che la chiusura del reparto sposterà sul territorio una media di meno di un parto al giorno (circa 5 a settimana). Strutture come il Sant'Anna di Como o il Manzoni di Lecco, che registrano oltre 1.000 o 1.500 parti all'anno, hanno l'ampia capacità clinica e strutturale per assorbire questo incremento senza subire il collasso dei reparti.

    Il fattore logistico e d'emergenza (Critico): Le reali preoccupazioni sollevate da sindacati, medici e rappresentanti locali riguardano la gestione delle urgenze nell'Erbese e nel Triangolo Lariano.


  • Tempi di percorrenza: In caso di complicanze improvvise (come un distacco di placenta o minacce d'aborto), le gestanti che prima raggiungevano Erba in pochi minuti dovranno ora percorrere circa 15-20 km per raggiungere Como o Lecco.

  • Viabilità critica: Le arterie stradali che collegano Erba a Como (la statale Briantea) e a Lecco sono storicamente congestionate, soprattutto nelle ore di punta. I sindacati denunciano il rischio concreto che i tempi di trasporto in ambulanza si allunghino eccessivamente per i residenti delle aree più isolate o montane.


In sintesi: Gli ospedali di destinazione hanno spazi e culle a sufficienza, ma questa chiusura priva un bacino di circa 70.000 persone di un presidio di prossimità fondamentale.

 

Il fattore morale

Non è più tollerabile una sanità che, in nome dei numeri, taglia ogni giorno di più i servizi essenziali ai cittadini. E la preoccupazione è identica anche sul fronte dei lavoratori coinvolti. Riguardo ai dipendenti, infatti, vengono fornite rassicurazioni che a prima vista sembrano confortanti. Guardando bene i dati, però, il quadro cambia drasticamente: il fatto che le persone coinvolte siano "solo" 19 non sminuisce affatto la gravità del tema.

C'è una differenza netta nel destino dei professionisti, legata alla specificità delle loro competenze e alle logiche aziendali:

    Infermieri e OSS (Semplicità massima): Per loro l'assorbimento è quasi automatico. Grazie a competenze trasversali e alla fame cronica di personale degli ospedali di Como e Lecco (oltre che dei reparti rimanenti di Erba), verranno ricollocati all'istante per tappare i "buchi" nei turni di Medicina, Chirurgia o Pronto Soccorso. Il cambiamento sarà puramente logistico.


Ostetriche (Complessità medio-alta): Qui la situazione si complica. Le ostetriche hanno una specializzazione verticale (gravidanza e parto) e non possono essere spostate in reparti generici come Cardiologia o Ortopedia. Inoltre, l'Ospedale di Erba è gestito da Lifenet Healthcare (gruppo privato accreditato): trasferire d'ufficio un dipendente da una struttura privata a un ospedale pubblico (Como o Lecco) non è immediato e richiede concorsi o procedure specifiche. L'alternativa dei consultori locali per i corsi pre e post-parto è limitata da posti già ampiamente occupati.


Medici (Ginecologi e Pediatri - Rischio de-qualificazione e "fuga"): È la transizione più critica, tanto che le opposizioni politiche regionali segnalano già un inizio di esodo spontaneo verso il pubblico. Un ginecologo ha bisogno della sala parto per mantenere l'esperienza e la manualità nelle chirurgie d'urgenza (es. cesarei d'emergenza). Rimanere a Erba a fare solo visite ambulatoriali significa subire una de-qualificazione professionale. Avendo molta autonomia di mercato, ginecologi e pediatri preferiscono dimettersi e andare dove la sala parto c'è ancora, impoverendo rapidamente l'organico di Erba anche per le attività ordinarie che dovrebbero restare aperte.


La protesta dei sindacati: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?"

La posizione di Cgil, Cisl e Uil è di forte attacco e aperta diffidenza nei confronti della nuova proprietà Lifenet Healthcare. I rappresentanti dei lavoratori hanno riassunto il loro pensiero in un motto emblematico lanciato nelle ultime settimane: "Oggi chiude il punto nascita, domani chissà?".

I sindacati hanno allargato il fuoco della polemica ben oltre le mura del reparto di maternità, accendendo i riflettori sulle condizioni generali dell'ospedale:

  • Clima lavorativo deteriorato: Viene segnalata un'incertezza diffusa sul futuro, con carenze di personale strutturali in altri reparti e carichi di lavoro diventati gravosi per chi resta. La chiusura del punto nascite rischia di dare il colpo di grazia allo stato emotivo e organizzativo dell'intera pianta organica.

  • Il rischio di nuovi smantellamenti: Il timore è che, una volta eliminato un reparto storico, la proprietà possa procedere in futuro con la riduzione o l'esternalizzazione di altri servizi specialistici. Per questo i sindacati stanno chiamando in causa direttamente i sindaci del territorio, la politica locale e i rappresentanti regionali, esigendo impegni chiari sul futuro a lungo termine del presidio ospedaliero.


Purtroppo, il timore è che queste richieste istituzionali rimangano speranze peregrine. Il rischio reale è che la politica degli smantellamenti continui anche in futuro, finendo per minare non solo la salute dei cittadini, ma anche le loro tasche.


La mia conclusione politica

Come esponente politico radicato in questa terra e militante del Patto per il Nord, non posso assistere in silenzio a questo ennesimo schiaffo alle nostre comunità.

La chiusura del punto nascite di Erba non è una scelta tecnica inevitabile, ma il risultato di una visione centralista della sanità, che ragiona solo per algoritmi e freddi bilanci, ignorando la geografia, la viabilità e la dignità dei territori. Quando lo Stato o i grandi gruppi privati scelgono di tagliare un servizio essenziale, stanno scientificamente svuotando il nostro territorio, costringendo i cittadini a diventare clienti e a viaggiare per chilometri anche solo per far nascere un figlio.

Il nostro movimento crede nel federalismo, nell'autonomia vera e soprattutto nella tutela di chi vive, lavora e paga le tasse qui. Risorse prodotte sul nostro territorio dovrebbero servire a garantire presidi di prossimità come l'Ospedale Sacra Famiglia, non a finanziare gli sprechi del centralismo romano.

Chiediamo che tutti gli attori in campo facciano onestamente la propria parte.

Accettare passivamente questo smantellamento significa avallare l'idea che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Noi non ci stiamo. Chiediamo trasparenza sulle alternative, chiediamo che vengano verificate tutte le deroghe possibili e pretendiamo che la politica locale e regionale risponda delle proprie responsabilità di fronte ai 70.000 abitanti di questo bacino. Difendere il punto nascite di Erba significa difendere l'identità, la sicurezza e il futuro stesso del nostro Nord.

Giorgio Bargna



 

sabato 10 ottobre 2026

Se cede il Nord, cede tutto. Autonomia e federalismo fiscale contro il carrello della spesa più caro d'Italia



Il paradosso della Lombardia: nella regione più ricca d’Italia si fa largo l'ombra della povertà alimentare

Partendo da una recente inchiesta del portale casadeglitaliani,it, torniamo a riflettere sulle condizioni drammatiche in cui versano moltissime famiglie lombarde. Dalla Pianura Padana alla metropoli milanese, fare la spesa è diventato un lusso: il costo del carrello è aumentato del 30% in soli tre anni, conquistando il triste primato di più caro d’Italia. Un rincaro insostenibile che, come denunciano Istat e Caritas, ha fatto scivolare 714mila persone a rischio alimentare proprio all'interno della regione più produttiva del Paese.

Il mix micidiale: carburante, logistica e speculazione

Il cibo, bene primario per eccellenza, si è trasformato in una voce di spesa che impoverisce. La causa? Un mix micidiale di inflazione, rincari energetici e speculazioni lungo la filiera.
Secondo i dati riportati da
casadeglitaliani.it, tra il 2021 e il 2024 i prodotti base della dieta mediterranea hanno subito i rincari più pesanti: a Milano un chilo di pane costa in media 5,20 euro, mentre l'olio extravergine ha superato i 10 euro al litro.

A pesare come un macigno è soprattutto la logistica. Con il gasolio agricolo tra 1,75 e 1,90 euro al litro e il carburante per autotrasporto sopra gli 1,85 euro, portare un prodotto dal campo allo scaffale costa il 40% in più rispetto a tre anni fa. Un sovraccarico scaricato interamente sul consumatore finale, a cui si aggiunge il nodo della speculazione: Coldiretti Lombardia denuncia infatti che dal campo alla tavola il prezzo del grano aumenta fino a 5 volte. Il produttore riceve pochi centesimi, mentre il consumatore paga fior di euro.

L'esercito dei "nuovi poveri" e i lavoratori che non arrivano alla fine del mese

In quella che è una delle aree economicamente più importanti d'Europa, si sta concretizzando ogni giorno di più un paradosso: un esercito di nuovi poveri alimentari. I dati nazionali di ISTAT e ActionAid mostrano uno scenario inquietante: nel 2025 il 9,3% degli italiani (circa 5,4 milioni di persone) non poteva permettersi un pasto proteico completo ogni due giorni. In Lombardia, la strategia di difesa è il risparmio forzato: il 17,7% dei nuclei familiari spende per il cibo meno della media nazionale.


La difficoltà economica sul territorio non riguarda più soltanto chi è disoccupato. Il Rapporto Caritas 2024 parla chiaro: i centri di ascolto lombardi hanno accolto 26.535 persone. La maggioranza è composta da anziani soli, mamme single, famiglie monoreddito e, soprattutto, dai cosiddetti lavoratori poveri. Persone che un impiego ce l’hanno, ma il cui stipendio non basta più nemmeno per riempire il carrello.

Se cede la Lombardia, cede l'Italia

Il quadro finale è quasi grottesco: "La Lombardia produce il 40% del latte italiano, il 50% del maiale e vanta 36 tra DOP e IGP. Eppure rischia di non potersi permettere il proprio cibo", evidenzia l'articolo di casadeglitaliani.it.

Senza interventi strutturali immediati su tre fronti specifici – il calmieramento dei costi energetici per le aziende agricole, un controllo severo sulla filiera e un sostegno concreto ai redditi bassi (come mense scolastiche gratuite e carte solidali strutturali) – il diritto al cibo rischia di trasformarsi in un privilegio per pochi. E le conseguenze sarebbero sistemiche: se cede la Lombardia sul fronte alimentare, rischia di cedere l’intera nazione.

La mia proposta: le risorse del Nord restino al Nord


Di fronte a questo scenario, non possiamo più accontentarci di palliativi assistenziali calati dall'alto. Il paradosso di una Lombardia che produce per l'intero Paese ma non riesce a sfamare i propri figli è la condanna definitiva del centralismo romano. Come sosteniamo da sempre con le battaglie del Patto per il Nord, la vera risposta a questa emergenza sociale non si trova nei sussidi centralisti, ma nell'autonomia vera e nell'applicazione rigorosa del federalismo fiscale.

È una questione di giustizia e di sopravvivenza territoriale: le tasse pagate dai lavoratori e dalle imprese lombarde devono rimanere qui, per sostenere chi produce, calmierare i costi energetici delle nostre aziende agricole e garantire che nessuna famiglia della nostra terra debba rinunciare a un pasto dignitoso. Difendere il diritto al cibo per i nostri cittadini significa difendere il lavoro, l'identità e la dignità del nostro territorio. Il Nord ha sempre trainato l'Italia; ora è il momento che il Nord pensi a proteggere la sua gente.

Giorgio Bargna



 

giovedì 8 ottobre 2026

Case popolari e aiuti sociali: come trovare il giusto equilibrio tra solidarietà e contributo al Paese?


Welfare, edilizia pubblica e immigrazione: un'analisi storica e critica

È corretto affermare che gli aiuti sociali di Comuni e Stato, come i criteri di assegnazione delle case popolari, siano stati varati a suo tempo per agevolare l'immigrazione meridionale?

Le origini dello Stato sociale e dell'edilizia residenziale pubblica in Italia precedono il boom economico. Nacquero per rispondere alle prime dinamiche di industrializzazione e alla povertà generale. Tuttavia, è innegabile che la massiccia immigrazione interna dal Mezzogiorno abbia influenzato profondamente la gestione pratica e l'espansione di questi aiuti tra gli anni '50 e '60.

1. Il tema della casa: dal dopoguerra al boom economico

Partiamo dal tema della casa, oggi al centro del dibattito. Nel secondo dopoguerra, l'Italia dovette affrontare la ricostruzione post-bellica e una gravissima carenza di alloggi. Per rispondere a questa emergenza, nel 1949 nacque il Piano INA-Casa (noto come Piano Fanfani). Il fine principale era duplice: combattere la disoccupazione aprendo migliaia di cantieri edili e fornire case ai lavoratori. I fondi erano alimentati dalle trattenute sulle buste paga dei lavoratori dipendenti di tutta Italia, oltre che dai contributi dei datori di lavoro e dello Stato.

La vera svolta strutturale avvenne tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, con la massiccia migrazione interna dal Sud verso il "Triangolo Industriale" (Milano, Torino, Genova). In quel momento storico, i comuni del Nord si trovarono del tutto impreparati a gestire l'enorme afflusso. I lavoratori meridionali vissero gravi discriminazioni nel mercato immobiliare privato, finendo spesso ammassati in condizioni drammatiche in coree, soffitte e scantinati. Solo allora le amministrazioni locali e i successivi piani statali — come la Gescal, nata nel 1963 — furono costretti ad ampliare l'offerta di edilizia pubblica. L'obiettivo era assorbire la forte domanda dei nuovi residenti che erano, a tutti gli effetti, lavoratori regolari che contribuivano all'economia locale.


2. Criteri di assegnazione e nodi critici attuali

I criteri storici e attuali di assegnazione non sono nati per "privilegiare" gli immigrati (meridionali ieri, o stranieri oggi), bensì per misurare il bisogno socio-economico. Ma qui è lecito domandarsi: chi ha davvero diritto, perché e con quali parametri?

Oggi i punteggi si basano principalmente su tre pilastri, che sollevano non poche perplessità:

  • Reddito basso (calcolato tramite ISEE): Un parametro oggettivo e incontestabile.

  • Presenza di minori, anziani o disabili: Fatti salvi i casi legati alla disabilità (che dovrebbe rappresentare la precedenza assoluta) e agli anziani bisognosi, valutare la mera presenza di minori rischia oggi di penalizzare i nuclei familiari italiani e comunitari.

  • Condizioni abitative precarie o coattive (es. sfratti): Anche in questo caso si potrebbe contestare la motivazione dello sfratto o valutare criticamente il motivo per cui si viveva in ambienti fatiscenti.

Nel corso degli anni, molti enti locali hanno provato a introdurre criteri premiali basati sulla lunga residenza nel territorio per favorire i residenti storici. Tuttavia, la Corte Costituzionale ha ripetutamente dichiarato illegittimi i requisiti di residenza prolungata troppo stringenti. La Consulta ha ribadito che la funzione delle case popolari è assistere chi si trova in stato di indigenza, indipendentemente dalla provenienza.

Eppure, a livello sociale, il dibattito resta aperto: essere italiani in Italia non deve essere un privilegio assoluto, ma dovrebbe rappresentare un criterio rilevante, considerando che generazioni di italiani hanno costruito e sostenuto economicamente il Paese.

3. Il "Welfare della Fabbrica" e l'assenza di un reddito minimo

Durante le grandi migrazioni interne, lo Stato italiano scelse di strutturare un sistema di welfare fortemente occupazionale:

  • Gli aiuti economici (pensioni di vecchiaia, assegni familiari, indennità di malattia) spettavano solo a chi aveva un lavoro regolare e pagava i contributi.

  • Gli immigrati meridionali che arrivavano a Torino o Milano ricevevano tutele e assegni familiari solo in quanto operai, non in quanto "poveri" o immigrati.

Chi rimaneva disoccupato o ai margini non aveva diritto a paracaduti economici statali. Doveva bussare alla porta delle parrocchie, dei sindacati o dell'ECA comunale (Ente Comunale di Assistenza) per ottenere sussidi straordinari una tantum. Il sistema italiano ha storicamente frenato i sussidi diretti alla povertà monetaria, preferendo proteggere il lavoratore. I meridionali beneficiarono del "welfare della fabbrica" (salario, tutele, previdenza), mentre i poveri storici non occupati — sia del Nord sia del Sud — rimasero per quasi un secolo affidati alla limitata assistenza dei singoli Comuni.

L'Italia è stata infatti per decenni uno degli ultimi Paesi europei a non avere un reddito minimo garantito slegato dalla storia lavorativa. I tentativi di creare sostegni universali basati solo sull'indigenza sono recentissimi e privi di legami con le vecchie dinamiche migratorie:

  • 1998-2003: Sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento (RMI).

  • 2018: Introduzione del REI (Reddito di Inclusione).

  • 2019-2023: Il Reddito di Cittadinanza.

  • Dal 2024: L'Assegno di Inclusione (ADI), che limita il sostegno economico ai nuclei familiari con componenti fragili (minori, anziani, disabili).

Oggi, i parametri per accedere agli aiuti dei servizi sociali comunali e statali riflettono ancora questa storica tensione tra la tutela del bisogno immediato e il principio di contribuzione al sistema Paese.


Il legame storico con il Paese e la proporzione degli aiuti

Alla luce di questa evoluzione, appare evidente come oggi non esista una reale tutela basata sul legame generazionale: l'essere l'ultimo anello di una catena di persone che hanno concretamente costruito, finanziato e fatto crescere il Paese non garantisce alcun riconoscimento prioritario. Sebbene questo concetto non sia condiviso da tutti, ritengo che chi appartiene a questa categoria non debba certo godere di privilegi assoluti, ma meriti quantomeno un "punteggio di attenzione" all'interno dei sistemi di welfare.

Oggi, purtroppo, la realtà è ben diversa.

Se è vero che la spesa previdenziale e assistenziale legata alla vecchiaia (come l'Assegno Sociale) è destinata in larghissima parte ai cittadini italiani, il dibattito si accende quando si analizzano i sussidi di ultima generazione. Nelle misure di contrasto alla povertà — dal vecchio Reddito di Cittadinanza all'attuale Assegno di Inclusione — i nuclei familiari italiani costituiscono storicamente circa il 65-70% dei beneficiari totali, mentre il restante 30-35% è coperto da cittadini stranieri.

Per comprendere il peso di queste percentuali, basta guardare i dati demografici ufficiali dell'Istat:

    Popolazione totale: L'Italia conta circa 53 milioni e 383 mila cittadini italiani a fronte di 5 milioni e 560 mila residenti stranieri.

  • Incidenza percentuale: La popolazione straniera rappresenta il 9,4% del totale degli abitanti (in costante incremento), mentre la componente italiana mostra una leggera flessione.

Mettendo a confronto questi dati, emerge una sproporzione evidente: una componente che rappresenta meno del 10% della popolazione totale assorbe quasi un terzo delle risorse destinate al contrasto della povertà.

Il rischio concreto è quello di creare una disparità di trattamento percepita: chi ha un legame storico ed economico profondo con il territorio si trova talvolta penalizzato o scalato in graduatoria, pur continuando a sostenere i servizi pubblici — come la sanità — attraverso il pagamento quotidiano di tasse, imposte e dazi.

Sia chiaro: l'obiettivo non deve mai essere quello di abbandonare al proprio destino chi si trova in condizioni di indigenza. Tuttavia, sarebbe equo mostrare maggiore attenzione a chi, negli anni, ha contribuito fattivamente allo sviluppo economico e sociale del Paese. E in questa categoria di contribuenti meritevoli di tutela, sia chiaro, rientrano a pieno titolo anche le migliaia di lavoratori immigrati residenti e integrati in Italia ormai da lungo tempo.

In conclusione, la vera sfida del welfare moderno non risiede nella contrapposizione ideologica tra chi arriva e chi è già qui, ma nella capacità di riscoprire il valore del patto sociale. Un sistema assistenziale che ignora la storia contributiva dei propri cittadini rischia di minare la fiducia stessa nelle istituzioni; al contrario, un modello equilibrato dovrebbe essere in grado di garantire una rete di sicurezza universale per gli ultimi, senza però dimenticare di proteggere e valorizzare chi — italiano di nascita o immigrato di lungo corso — quel sistema ha contribuito a edificarlo e a mantenerlo in vita con il proprio lavoro.


Giorgio Bargna


 

mercoledì 7 ottobre 2026

Il viaggio della disabilità: tra sogni di autonomia e barriere invisibili


 

Il viaggio della disabilità: le sfide invisibili dalla nascita al "Dopo di Noi"

Quando nasce un bambino, nasce una nuova famiglia e un futuro tutto da scrivere. Ma cosa succede quando arriva una diagnosi di disabilità? La rotta cambia improvvisamente. L'intero nucleo familiare si trova a percorrere una strada inattesa, fatta di riscrittura dei tempi, paure per il domani e la necessità di reinventarsi. I genitori diventano registi della riabilitazione, mentre i fratelli e le sorelle crescono accanto a una realtà diversa da quella immaginata.

La vita di una persona con disabilità è una costante ricerca di autonomia. In questo viaggio, le barriere più alte non sono solo i gradini fisici, ma gli ostacoli culturali, burocratici e istituzionali che si trasformano a ogni tappa dell'esistenza.

1. Nascita e infanzia: l'impatto della diagnosi

La scoperta della disabilità rompe gli equilibri familiari e apre una fase di profonda destabilizzazione.

  • Il trauma dell'invisibile: Spesso la diagnosi viene comunicata senza supporto psicologico. Nelle disabilità mentali e neuropsichiatriche (come l'autismo), il forte ritardo diagnostico iniziale logora i genitori tra dubbi e sensi di colpa.

  • La giungla burocratica: Ottenere i diritti della Legge 104 sul portale INPS richiede tempo ed energie estenuanti.

  • Liste d'attesa infinite: L'accesso a terapie cruciali (logopedia, psicomotricità, interventi comportamentali) nel sistema pubblico è spesso un miraggio.

  • Isolamento precoce: Mancano parchi giochi inclusivi e le strutture ricreative sono spesso impreparate a gestire ipersensibilità sensoriali o cognitive.

2. La scuola: tra l'illusione e la realtà dell'inclusione

L'Italia ha leggi all'avanguardia sulla carta, ma la quotidianità scolastica racconta una storia diversa.

  • Il valzer dei docenti: Il continuo turn-over degli insegnanti di sostegno spezza la continuità didattica ed emotiva degli alunni.

  • Mancanza di specializzazione: Spesso il personale assegnato non ha una formazione specifica per gestire i disturbi del comportamento o dello spettro autistico.

  • Barriere strutturali e sociali: Molti istituti mancano ancora di ascensori o bagni a norma.

  • Gite negate: Gli studenti con disabilità vengono frequentemente esclusi dai viaggi d'istruzione per la mancanza di trasporti o hotel accessibili.

3. Il mondo del lavoro: il "salto nel vuoto" dell'età adulta

Finita la scuola, la rete di protezione sociale scompare. Il passaggio all'età adulta diventa un momento critico.

  • Una legge aggirata: Il collocamento mirato previsto dalla Legge 68/99 sul sito del Ministero del Lavoro viene spesso evitato dalle aziende, che preferiscono pagare le sanzioni piuttosto che assumere.

  • Mansioni marginali: Chi ha una disabilità intellettiva o psichiatrica viene spesso relegato a compiti ripetitivi, ignorando il suo reale potenziale.

  • Il pregiudizio della produttività: Persiste lo stereotipo che il lavoratore con disabilità sia solo un "costo" o un peso.

  • Ambienti non flessibili: Manca la cultura degli accomodamenti ragionevoli, come il supporto di un tutor aziendale o la gestione dello stress ambientale.

4. Vita autonoma: il tabù dei desideri e delle relazioni

Diventare adulti significa poter scegliere come e con chi vivere. Un diritto fondamentale che resta un miraggio per molti.

  • Città ostili: Muoversi da soli è una sfida quotidiana tra marciapiedi senza scivoli, ascensori della metropolitana guasti e trasporti inefficienti.

  • L'infantilizzazione culturale: La sfera sentimentale, sessuale e relazionale delle persone con disabilità (specialmente mentali) è circondata da un forte tabù sociale.

  • Povertà economica: Le pensioni di invalidità sono insufficienti a coprire le spese vive per terapie private, farmaci e assistenti personali.

5. La vecchiaia e l'angoscia del "Dopo di Noi"

L'invecchiamento dei genitori e la gestione del futuro rappresentano la preoccupazione più grande per le famiglie.

  • La domanda più dolorosa: "Cosa farà mio figlio quando io non ci sarò più?"

  • Una legge a metà: La Legge 112/2016 sul Dopo di Noi finanzia progetti di co-housing, ma la sua applicazione sul territorio italiano è ancora fortemente disomogenea.

  • Il rischio del ricovero forzato: Senza una rete familiare o progetti di vita indipendente, il destino di molti anziani con disabilità neuropsichiatriche è l'istituzionalizzazione coatta in RSA o strutture residenziali, con la perdita totale di ogni forma di autodeterminazione.

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Le barriere culturali si superano solo facendo informazione. Se pensi che questo articolo accenda un faro importante sulle difficoltà invisibili delle famiglie e della disabilità neuropsichiatrica, condividilo sui tuoi canali social: un piccolo click può fare una grande differenza.

Questo viaggio è fatto di sfide, ma anche di straordinaria forza. Qual è stata la barriera più difficile che hai dovuto superare, come genitore o come persona con disabilità? Lascia un commento qui sotto: la tua esperienza può essere una luce e un supporto prezioso per chi oggi si sente solo in questo percorso.

Giorgio Bargna



giovedì 1 ottobre 2026

La grande illusione elettorale e la trincea del territorio




Di solito evito di espormi sulla politica internazionale nei miei scritti, ma questa volta sento il bisogno di fare un’eccezione.

Il dibattito attuale è saturo di discorsi su leggi elettorali ed elezioni anticipate. Una consultazione che molti definiscono incerta, soprattutto per l’incognita rappresentata dal partito del generale Vannacci, visto da alcuni come l'unica vera novità in un panorama altrimenti fossilizzato. La verità è un'altra: da decenni sentiamo promesse di cambiamento, eppure a cambiare sono stati solo i governanti, puntualmente fagocitati da un sistema che non lascia spazio a una reale indipendenza nazionale.

Destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra: non sono alternative reali, ma due varianti per gestire le rovine di un Paese intrappolato nelle maglie dell’Unione Europea e, di riflesso, nell’orbita americana. Una gabbia geopolitica da cui non si esce certo tracciando una croce su una scheda elettorale. Anche il centrodestra, che di recente aveva sbandierato ben altre intenzioni, si è prontamente allineato all’agenda della sinistra. La realtà è cruda: siamo una nazione a sovranità limitata, segnata dalla presenza militare statunitense fin dal 1945. E nessun generale potrà salvarci. Anzi, sorge il sospetto che certe figure siano create ad arte dal sistema stesso: un paracadute per intercettare la rabbia e il dissenso popolare, evitando che il crollo di credibilità dei partiti tradizionali metta a rischio la stabilità di chi muove davvero i fili.

Oggi i partiti assomigliano a imprese che competono sul mercato del consenso. Vendono merci avariate confezionate con il marketing migliore, ma il loro pubblico diminuisce ogni giorno di più. L’astensionismo dilagante è proprio il termometro di questo malessere che cresce di anno in anno. Eppure, mentre il mondo fuori muta a ritmi vertiginosi, le oligarchie politiche rimangono abbarbicate alle proprie posizioni, offrendo solo timide variazioni sullo stesso spartito. Qualunque sia il verdetto delle urne, il vincitore è già scritto: il "partito degli americani". Passeremo solo da una metà all'altra dello stesso campo da gioco.

La storia intanto accelera, e le democrazie occidentali faticano sempre più a nascondere i propri tratti illiberali. È facile prevedere che, con l'aggravarsi delle crisi globali, le libertà individuali verranno progressivamente erose e le opinioni controllate, pur salvando le apparenze e le formalità istituzionali. La giustificazione di facciata è già pronta: là fuori ci sono i "cattivi" che attentano al nostro stile di vita, pronti a farci la guerra. E di fronte all'emergenza, si sa, i governi non vanno troppo per il sottile.

Se lo sguardo resta rivolto ai vertici della piramide, lo scenario appare privo di sbocchi. Ma è proprio quando il macrocosmo della geopolitica si rivela una prigione che diventa vitale riscoprire il microcosmo delle nostre comunità. La vera alternativa non nascerà dai palazzi romani o dai diktat internazionali, ma da chi sceglie di ripartire dal territorio. C'è una politica sana, silenziosa ma tenace, che si fa tra le strade, nei quartieri, nei piccoli comuni. È l'impegno di chi decide di non arrendersi al cinismo globale e sceglie di difendere la propria terra, di dare voce ai bisogni reali delle persone e di ricostruire quel tessuto sociale che le grandi dinamiche di potere vorrebbero disintegrare. Uscire dallo stadio e dalle sue tifoserie teleguidate significa questo: smettere di guardare a un cielo sopra di noi che non possiamo controllare, e ricominciare a coltivare la terra sotto i nostri piedi. La vera sovranità, e la prima vera forma di resistenza, ricomincia da qui.

Giorgio Bargna

 

martedì 29 settembre 2026

L'eredità fantasma di Milano-Cortina: cantieri fermi, conti in rosso e la Lombardia tradita


L'eredità fantasma di Milano-Cortina: 3,6 miliardi di costi, cantieri al 2033 e la Lombardia in coda

I riflettori si sono spenti, le medaglie sono state assegnate e il grande circo mediatico delle Olimpiadi invernali ha levato le tende. Ma a sei mesi da Milano-Cortina 2026, lo spettacolo che va in scena sui nostri territori è ben diverso dal trionfalismo dei mesi passati. È lo spettacolo amaro dei cantieri fantasma e dei conti in rosso.

Chi vive in prima linea la quotidianità della macchina amministrativa locale sa bene che il vero banco di prova di un "Grande Evento" non è mai la cerimonia d'apertura, ma la cosiddetta legacy. L'eredità. Ci avevano promesso infrastrutture, viabilità scorrevole, una Lombardia finalmente sbloccata nei suoi nodi nevralgici. La realtà, certificata dal recente dossier di Libera e Open Olympics 2026, è una doccia fredda. E, numeri alla mano, non lascia spazio a interpretazioni.

Su 98 interventi infrastrutturali totali previsti, ben il 58% è ancora fermo alla fase di progettazione. Avete letto bene: non in ritardo, ma nemmeno partiti. Nella nostra Lombardia il paradosso è servito: su 29 opere programmate, appena 11 risultano concluse, mentre 10 sono rimaste semplici linee su una mappa. E il cronoprogramma? Per 48 opere la data di fine lavori è già slittata, con l'ultimo cantiere che traguarda addirittura il dicembre 2033.

Tutto questo mentre i costi sono letteralmente esplosi. Il Piano opere ha toccato l'esorbitante quota di 3,62 miliardi di euro, con un'infrastruttura su cinque che ha subito rincari in corso d'opera, bruciando 210 milioni di euro aggiuntivi.

Ma c'è un dato che suona come un allarme rosso per la tenuta dei conti pubblici: il buco della Fondazione Milano Cortina. Il bilancio 2025 registra un deficit patrimoniale di 176,5 milioni e debiti per oltre un miliardo di euro (1.020,4 milioni) a fronte di crediti per soli 365,8 milioni. Un disavanzo che, inevitabilmente, rischia di scaricarsi come un macigno sul sistema pubblico e, a cascata, sulle spalle degli Enti locali, già costantemente a corto di ossigeno.

Il vero dramma per noi cittadini si legge in un'ultima, impietosa percentuale: solo il 15,2% di questa montagna di denaro è stato destinato a finanziare opere di viabilità permanente (strade, ferrovie, potenziamenti). Il resto è stato assorbito da altre voci, o frammentato in una giungla di subappalti.

Per chi, come noi, ha l'orgoglio di dirsi localista e vive visceralmente la difesa della propria terra, questa non è solo cattiva amministrazione: è uno sfregio. Hanno trattato la nostra Lombardia – le nostre valli, i nostri laghi e i territori produttivi come la nostra Brianza – come un banale palcoscenico da allestire per quindici giorni di vetrina internazionale.

Una volta spenta la fiamma olimpica, le grandi cabine di regia hanno smontato il tendone, lasciandoci in eredità solo debiti, colate di cemento a metà e cantieri transennati che deturpano il paesaggio. Mentre noi, sui territori, combattiamo ogni giorno per difendere i servizi essenziali, le strutture sanitarie locali e la viabilità ordinaria per chi deve andare a lavorare, i grandi apparati centrali calano dall'alto progetti faraonici che si trasformano regolarmente in cattedrali nel deserto o in imbuti di traffico. È una ferita profonda per chi ama e difende le proprie radici: la nostra terra non è la scenografia di passaggio da sfruttare e abbandonare, ma una comunità viva che esige e merita rispetto.


Giorgio Bargna


 

La "Profezia" di Pasolini tra mutazione antropologica e complessità multietnica


Il richiamo alla "profezia" di Pier Paolo Pasolini intercetta una delle riflessioni intellettuali più profonde e dibattute del Novecento italiano. Il parallelismo tra le tesi pasoliniane e l'attualità oscilla costantemente tra intuizioni antropologiche straordinariamente lucide e marcate divergenze storiche rispetto alla realtà odierna. Considerata la distanza temporale e la forte matrice marxista dell'autore, emerge chiaramente ciò che egli seppe cogliere con formidabile anticipo, così come ciò che gli sfuggì a causa dei limiti della propria epoca e della gabbia ideologica del suo tempo.

Il legame profondo tra vecchi e nuovi sottomessi

Nella celebre poesia Profezia (1964), Pasolini immagina un'ondata migratoria epocale che dall'Africa approda in Calabria per poi risalire verso il Nord. Lo scrittore descrive questi popoli in cammino con i propri figli, riconoscendo in loro la medesima "disperazione" e la stessa vitalità primitiva che caratterizzavano i subproletari dei suoi romanzi romani, come i protagonisti di Ragazzi di vita o Una vita violenta.

In questo senso, l'autore ha anticipato di decenni l'idea che l'immigrazione estera avrebbe occupato i medesimi margini sociali ed economici lasciati vuoti dall'esodo dei contadini e degli operai italiani. Per Pasolini, il "Terzo Mondo" rappresentava l'ultimo serbatoio di un’umanità pre-industriale non ancora corrotta dalla modernità, destinata a ereditare il ruolo storico del vecchio proletariato.

La mutazione antropologica nell'era della Trap e dei Social

Per comprendere appieno la portata della premonizione pasoliniana sul "genocidio culturale" delle classi popolari, è necessario analizzare il moderno cortocircuito che lega l’esclusione sociale al feticismo delle merci. Negli Scritti corsari, l'autore denunciava come l'edonismo consumistico avesse imposto un modello unico di felicità basato sul possesso, distruggendo le culture particolari. Oggi, questa mutazione si manifesta in modo plastico nelle periferie urbane attraverso l'estetica della musica trap e le dinamiche dei social network.

A differenza delle sottoculture giovanili del Novecento (como il punk o l'hip-hop delle origini), che contestavano il sistema capitalistico o ne rifiutavano i simboli, la devianza giovanile contemporanea non contesta il capitalismo: lo esaspera. I testi musicali e l'immaginario visivo della trap non propongono un’alternativa sociale, ma celebrano in modo ossessivo i simboli del lusso borghese: marchi di alta moda, denaro contante, auto di grossa cilindrata e ostentazione del successo.

In questo contesto, la violenza di strada e la criminalità non nascono dal rifiuto dei valori occidentali, ma dalla frustrazione di non poterli possedere. I giovani emarginati — siano essi italiani o stranieri — sono sottoposti a un bombardamento mediatico incessante che impone il consumo come unico requisito per esistere e avere valore. Quando a questo imperativo psicologico si somma l'assenza di un reale ascensore sociale, la devianza diventa la scorciatoia più accessibile per colmare il divario. La violenza diventa così l'atto disperato di ragazzi sradicati che, non potendo accedere al benessere legale, ne mimano i codici con la forza, confermando l'allarme pasoliniano: il consumismo crea bisogni che non può soddisfare per tutti, trasformando la frustrazione in aggressività.

Oltre la lotta di classe: l'identità "ibrida" delle Seconde Generazioni

Se l'analisi di Pasolini sul consumismo si rivela insostituibile, il suo impianto teorico mostra inevitabili limiti interpretativi quando viene applicato alla complessità multietnica contemporanea. Essendo un intellettuale di formazione rigidamente marxista, Pasolini interpretava la storia quasi esclusivamente attraverso la lente della lotta di classe e dell'opposizione tra l'omologazione borghese e la purezza subproletaria. All'epoca, l'emigrazione interna (dal Sud contadino al Nord industriale) comportava un processo di assimilazione che si consumava tutto all'interno della medesima matrice culturale e nazionale.

L'immigrazione estera odierna e, in particolare, la condizione delle seconde generazioni, sfuggono a questa linearità. Oggi non assistiamo a un semplice processo di "acculturazione" o alla totale dissoluzione delle identità d'origine nel calderone del consumismo. Si assiste, invece, alla nascita di identità "ibride" o "glocali", caratterizzate da un legame profondo e apparentemente contraddittorio con il proprio background.

Molti giovani nati o cresciuti nel Paese ospitante vivono un vero e proprio cortocircuito identitario. Da un lato sono pienamente immersi nella cultura di massa occidentale; dall'altro, avvertendo spesso un senso di mancata accettazione o di discriminazione da parte della società, tendono a riscoprire, reinventare o persino irrigidire l'appartenenza culturale o religiosa dei padri. Questo legame con le origini non è una semplice eredità del passato, ma una strategia di difesa identitaria nel presente. I conflitti odierni nelle periferie, di conseguenza, non si sviluppano solo lungo l'asse verticale della ricchezza (ricchi contro poveri), ma si ramificano in tensioni orizzontali e culturali. Questioni centrali come i diritti delle donne, la parità di genere e la laicità dello Stato si scontrano talvolta con sacche di resistenza tradizionalista che la sola categoria marxista della "condizione economica" non è in grado di decifrare, rivelando come la realtà odierna sia decisamente più frammentata e pluralista di quanto la "sfera magica" di Pasolini potesse prevedere.

Il divario tra l'ideale democratico e il disincanto della realtà

Di fronte alle derive violente della sottocultura giovanile, alla precarizzazione della sicurezza e alle minacce che gravano sui diritti conquistati dalle donne, il dibattito democratico propone ricette note e consolida sul piano teorico. Da un lato, si invoca il potenziamento dei dispositivi repressivi e di controllo (la certezza della pena, il presidio del territorio e la prevenzione di derive di giustizia privata); dall'altro, si insiste sulla necessità di patti civici di cittadinanza, percorsi di educazione all'uguaglianza di genere nelle scuole e modelli partecipativi di inclusione socio-economica.

Tuttavia, l'efficacia concreta di queste risposte si scontra oggi con un profondo e giustificato disincanto, frenata da due barriere strutturali che rischiano di ridurle a mere dichiarazioni d'intenti.

In primo luogo, l'azione dello Stato risente drammaticamente della cronica pochezza delle risorse pubbliche. Senza massicci investimenti strutturali e continuativi, le soluzioni teoriche svaniscono: i presidi di sicurezza sul territorio rimangono sguarniti, la giustizia sconta tempi troppo lunghi per garantire una reale percezione di certezza della pena, e i progetti educativi o di mediazione sociale nelle periferie degradate vengono ridotti a interventi simbolici e frammentari.

In secondo luogo, e in modo ancora più radicale, pesa l'evidenza di una mancanza di una vera e profonda volontà di integrazione. Questo vuoto si manifesta in modo bidirezionale: da una parte, in larghe fette della società ospitante, l'integrazione viene spesso declinata come una tolleranza superficiale o una mera sottomissione economica alle mansioni lavorative più umili, priva di una reale apertura civile; dall'altra, in segmenti significativi delle comunità migranti e in particolare delle seconde generazioni, si osserva un rifiuto identitario intenzionale, un arroccamento in valori tradizionalisti o subculture di risentimento incompatibili con i principi costituzionali e con la tutela della donna.

Questo doppio binario di disinteresse e diffidenza reciproca trasforma il tessuto sociale in un mosaico di solitudini e ghetti culturali comunicanti solo attraverso le regole del consumo. Il rischio odierno, dunque, è che l'allarme pasoliniano trovi il suo compimento più cupo: non una società multietnica unita da valori democratici condivisi, ma una frammentazione conflittuale dove la precarietà economica e lo sradicamento culturale alimentano, giorno dopo giorno, un'inevitabile spirale di insicurezza, rancore e violenza.

Giorgio Bargna

 

domenica 27 settembre 2026

Il grande freddo delle nostre comunità anziani soli, matrimoni d’interesse e la fine della solidarietà paesana



Da localista e da persona che crede nel valore dell'identità e della famiglia, non posso far finta di niente. Qui non si tratta di fare la caccia alle streghe né di negare il lavoro, spesso fondamentale, di tante assistenti familiari. Il punto è un altro: come siamo arrivati al punto che i nostri vecchi preferiscono consegnare i propri risparmi e la propria eredità a una sconosciuta piuttosto che contare sui propri figli o sul proprio vicinato?

La frattura sociale ed economica

Le dinamiche della cronaca giudiziaria e dell'ISTAT ci mostrano una realtà a due facce:

  • La solitudine come merce di scambio: Scomparsa la rete della famiglia allargata e disgregata la solidarietà di quartiere, l'anziano diventa preda facile. In molti casi si instaurano unioni di comodo — talvolta persino pilotate da organizzazioni poco chiare — volte unicamente all'ottenimento rapido della cittadinanza o alla pensione di reversibilità.

  • Il peso sul sistema previdenziale: La pensione di reversibilità nasce per proteggere chi ha condiviso una vita di sacrifici con il lavoratore. Se il coniuge ha un’età molto inferiore, l'INPS si ritrova a erogare prestazioni per 50 o 60 anni a fronte di unioni durate pochi mesi. La legge (la n. 111/2011) prevede già dei tagli alla pensione se il matrimonio dura meno di 10 anni in caso di forti divari d'età, ma il meccanismo contorto finisce comunque per scaricare il costo sulle future generazioni e su chi oggi lavora per una pensione da fame.

Come se ne esce? Le risposte identitarie e territoriali

La soluzione non è l'ennesimo burocratico cavillo statale, ma il ricostruire la comunità dal basso, restituendo valore alla nostra terra e alle nostre radici:

  1. Rifondare il Patto Intergenerazionale di Comunità I comuni e i quartieri devono farsi promotori di reti di vicinato attive. Un tempo nei nostri paesi il "vecchio" era la memoria storica da accudire e rispettare, non un intralcio da scaricare in una RSA. Servono progetti locali di mutuo soccorso, banche del tempo e incentivi per i giovani che scelgono di rimanere vicini alle famiglie d'origine anziché emigrare.

  2. Tutela preventiva della fragilità nei Comuni Invece di intervenire a cose fatte a colpi di tribunali, la rete dei servizi sociali comunali — in sinergia con i medici di base — deve monitorare proattivamente le situazioni di forte isolamento. L'istituto dell'Amministratore di Sostegno va promosso per tempo, affinché il patrimonio e la memoria di una vita restino legati al territorio e alla famiglia, al riparo da circonvenzioni e raggiri.

  3. Incentivi al Co-Housing di Paese e alle Associazioni Locali Favorire forme di coabitazione assistita tra anziani dello stesso paese, gestite da associazioni radicate sul territorio. Questo riduce i costi per le famiglie, abbatte la solitudine e impedisce che l'anziano diventi bersaglio di speculazioni affettive ed economiche.

Non salviamo le nostre radici sventolando bandiere, ma occupandoci di chi quelle radici le ha piantate. Se lasciamo i nostri anziani nella solitudine più nera, non dobbiamo sorprenderci se a prendersi la loro eredità — materiale e culturale — sarà qualcun altro.



Giorgio Bargna

 

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna