venerdì 11 settembre 2026

DAL FANGO DELLA SERIE D AI VERTICI D'EUROPA: LA PARABOLA DEL COMO È IL MODELLO PER IL RISCATTO DEL NOSTRO NORD



Oggi parliamo di parabole, nel senso più ampio del termine: sia religioso che di percorso.

Il nostro Signore Gesù Cristo amava raccontare parabole. Erano storie semplici per descrivere concetti profondi, che per molti erano difficili da comprendere e accettare; storie che insegnavano l'amore e l'umiltà, ma anche dinamiche di vera e propria risurrezione dalle fasi più calanti dell'esistenza.

Oggi, a livello politico e strutturale, stiamo vivendo una fase complessa dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Molti cittadini non vedono all'orizzonte un movimento o un leader capace di fare il "miracolo". Eppure, la storia recente del Calcio Como ci offre una lezione straordinaria. Quasi una parabola, tanto ideale quanto pratica: ci insegna che se si lavora con serietà, costanza e programmazione, tutto ciò che sembrava impossibile può realizzarsi.

La parabola del Como 1907 sotto l'attuale presidenza della famiglia Hartono rappresenta uno dei casi più singolari, ambiziosi e di successo nel panorama calcistico internazionale recente. Rilevato nel 2019 dopo il fallimento, mentre militava in Serie D, il club lariano ha vissuto una scalata verticale impressionante. In pochissimi anni la squadra è passata dalle categorie dilettantistiche alla promozione in Serie A nel 2024, fino allo storico 4° posto conquistato nella stagione 2025-2026. Un traguardo che ha garantito l'incredibile e inedito debutto nella UEFA Champions League 2026-2027, culminato proprio il 10 settembre con un'esaltante vittoria.

I fratelli indonesiani Robert Budi e Michael Bambang Hartono (scomparso a marzo 2026 all'età di 86 anni) sono stati a lungo certificati da Forbes come la proprietà più ricca del calcio italiano. Ma nonostante le immense risorse finanziarie disponibili, la gestione guidata dal manager e presidente operativo Mirwan Suwarso non ha mai seguito la logica del mero "mecenatismo a fondo perduto", bensì una pianificazione strategica ben definita.

Perché il modello Como ha funzionato?

La presidenza vede il Como 1907 non solo come una squadra di calcio, ma come un asset d'intrattenimento e turismo globale. L'obiettivo è unire l'incredibile fascino internazionale del Lago di Como all'esperienza sportiva, attirando tifosi, appassionati e investitori da tutto il mondo.

In questo contesto, la scelta di volti non solo iconici, ma competenti e di respiro internazionale, ha influito parecchio. L'ingaggio e la successiva centralità di Cesc Fàbregas (prima come giocatore, poi azionista e allenatore), insieme al coinvolgimento di brand ambassador globali del calibro di Thierry Henry, hanno dato al club un'immediata visibilità planetaria.

Al tempo stesso, però, va evidenziato il rapporto viscerale con la comunità. Nonostante la forte spinta all'internazionalizzazione, la proprietà ha mantenuto un occhio di riguardo unico per il territorio. Un gesto concreto e bellissimo lo si è visto proprio in occasione dello storico esordio casalingo in Champions League, quando il presidente Suwarso e i massimi dirigenti hanno ceduto i propri posti in tribuna d'onore ai tifosi storici over 75 rimasti senza biglietto.

La parabola del Como, partita dal fango dei campi della Serie D, si è trasformata in un modello manageriale d'avanguardia che unisce sostenibilità aziendale, marketing territoriale d'alto livello e risultati sportivi di portata europea.

Da comasco, oggi voglio accostare questa parabola sportivo-aziendale al progetto politico-culturale di Patto per il Nord. Si tratta di un esercizio di sociologia territoriale affascinante: pur muovendosi in ambiti diversi (calcio globale e politica federalista), entrambi i modelli condividono la stessa area geografica d'origine e poggiano su logiche di sviluppo speculari. La "visione del Como" può essere considerata la traduzione pratica, in chiave privatistica e globale, di ciò che noi auspichiamo per le comunità locali in termini istituzionali, economici e nazionali.

1. La Questione Settentrionale: Valorizzazione dell'Identità e Autonomia Territoriale

Il focus primario di Patto per il Nord è denunciare l'abbandono delle problematiche del territorio settentrionale (infrastrutture inefficienti, cuneo fiscale soffocante, "tasse sulla salute" per i lavoratori frontalieri) causato da una politica centralista. La nostra tesi è chiara: il Nord deve essere lasciato libero di correre, valorizzando le proprie peculiarità.

  • Il parallelo con il Como: La gestione Hartono-Suwarso ha fatto esattamente questo a livello di brand. Invece di omologarsi ai modelli delle grandi metropoli del calcio (Milano, Torino, Roma), ha preso le caratteristiche uniche del territorio lariano — il lago, il turismo di fascia alta, l'attrattività internazionale — e le ha trasformate nel motore del proprio successo. Quando una realtà del Nord ottimizza le proprie risorse specifiche senza disperderle in logiche assistenziali, crea un valore immenso. Il Como è diventato un'eccellenza che si autofinanzia e attrae capitali esteri, incarnando perfettamente il concetto di autonomia virtuosa e responsabile.

2. Sostenibilità e Pragmatismo: Il Modello Gestionale contro l'Assistenzialismo

Nel proprio manifesto, Patto per il Nord si dimostra un movimento pragmatico, concentrato sulla risoluzione dei problemi reali del tessuto produttivo lombardo e settentrionale, composto da piccole e medie imprese, artigiani e lavoratori. Rifiutiamo la spesa pubblica a fondo perduto e il centralismo romano.

  • Il parallelo con il Como: Nonostante una proprietà tra le più ricche del pianeta, la gestione del club rifiuta categoricamente il modello del "Magnate spendaccione". Gli Hartono non hanno ripianato i debiti con immissioni di denaro sconsiderate, ma hanno investito in strutture stabili: centri sportivi, settore giovanile, ristrutturazione dello stadio Sinigaglia e un marketing capace di vendere il brand nel mondo. È la trasposizione sportiva del pragmatismo economico nordico: l'investimento deve produrre sviluppo reale e duraturo per la comunità, non dipendenza da sussidi esterni.


3. Il "Bene Nazionale": Se corre il Nord, corre tutta l'Italia

La tesi di Patto per il Nord riprende un pilastro storico del federalismo: la locomotiva settentrionale non vuole isolarsi, ma se viene lasciata libera di produrre ricchezza, finisce per trainare l'intero Paese. La risoluzione della "questione settentrionale" è la vera chiave per il benessere nazionale.

  • Il parallelo con il Como: Lo straordinario exploit del Como 1907 non ha fatto solo la fortuna della nostra città, ma ha arricchito l'intero sistema calcistico italiano. L'arrivo di stelle mondiali, gli investimenti esteri e la visibilità televisiva globale hanno ridato appeal internazionale a tutta la Serie A. Il successo di una "provincia del Nord" ha alzato il livello di competitività e il valore economico dell'intero movimento nazionale.

In conclusione, la parabola del Como mostra sul campo da gioco ciò che noi di Patto per il Nord vogliamo creare e vedere all'interno delle istituzioni: una realtà locale che, smettendo di dipendere dalle vecchie logiche centraliste e valorizzando le proprie forze e la propria identità, riesce a scalare i vertici europei, portando beneficio sia alla propria gente che all'intero sistema-Paese.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord - Como

 

mercoledì 9 settembre 2026

Stato e INPS tra italiani e immigrati regolari: la trappola di un sistema che vive alla giornata



Sono andato a riprendere dai Quaderni Padani un approfondimento sul tema dell’immigrazione. Correva l’anno 2011 e, sebbene sia passato diverso tempo, il quadro di fondo è cambiato ben poco.

Già allora si parlava di costi fino a 52 miliardi e di un saldo negativo pari a 31 miliardi. Si trattava però di cifre calcolate sulla base del cosiddetto "costo globale pro-capite", una metodologia contabile che la maggior parte degli istituti di ricerca economica e statistica non ritiene rappresentativa dell'impatto reale.

La differenza nei metodi di calcolo

Per comprendere l'origine di numeri così divergenti, occorre distinguere due approcci contabili distinti:

  • Approccio della spesa divisibile (adottato da ISTAT, Fondazione Moressa, IDOS, Banca d'Italia): Isola esclusivamente le spese pubbliche usufruite in modo diretto dai singoli (sanità, istruzione, sussidi, pensioni). Poiché la popolazione immigrata è mediamente molto più giovane rispetto a quella autoctona (con un'età media di circa 35 anni contro i 48 degli italiani), il suo peso sulla spesa sanitaria complessa e sul monte pensioni è ridotto rispetto al gettito versato. L'incrocio tra entrate (IRPEF, contributi, IVA) e uscite dirette evidenzia un saldo netto positivo per le casse statali, stimato tra 1 e 2 miliardi di euro all'anno.

  • Approccio del costo complessivo pro-capite (all'origine delle stime da 34 a 52 miliardi): Prende in esame l'intero bilancio dello Stato — includendo voci come difesa nazionale, debito pubblico, infrastrutture e diplomazia — e lo suddivide in quota fissa per ogni residente. Applicare i costi generali di gestione della macchina statale a una popolazione giovane genera un disavanzo contabile teorico, che tuttavia non rispecchia l'effettivo costo marginale generato dall'utenza straniera sui servizi pubblici.

Mercato del lavoro e nodo previdenziale

  • Tasso di occupazione: A differenza della percezione di una diffusa inattività, il tasso di occupazione degli stranieri si attesta storicamente su livelli analoghi — e in alcune fasce di età persino superiori — a quello degli italiani, sebbene concentrato in mansioni a medio-bassa qualifica.

  • Lavoro sommerso: L'irregolarità lavorativa resta una criticità strutturale dell'economia nazionale che danneggia tanto gli italiani quanto gli stranieri. In ambiti quali l'agricoltura, la logistica o l'assistenza familiare, il sommerso erode il gettito fiscale. Ciononostante, i lavoratori nati all'estero garantiscono ogni anno oltre 15 miliardi di euro di contributi INPS.

  • Sostegno al sistema pensionistico: I contributi versati dagli immigrati vengono immediatamente impiegati per erogare le pensioni correnti della popolazione italiana, in forza del meccanismo a ripartizione. Più che una soluzione definitiva al calo demografico, questo flusso rappresenta un polmone finanziario d'emergenza che garantisce liquidità al sistema.

La pressione sul welfare locale

L'idea che la presenza straniera privi di risorse i cittadini italiani meno abbienti trova riscontro in problematiche concrete avvertite a livello comunale e regionale:

  • Saturazione dei servizi di base: La richiesta di alloggi popolari, sussidi per l'affitto, asili nido e interventi di assistenza sociale registra un'elevata incidenza di nuclei stranieri, legata a livelli retributivi mediamente più contenuti.

  • Tensione distributiva: A fronte di risorse di bilancio comunali limitate, l'assegnazione dei servizi calcolata rigidamente sull'ISEE innesca una competizione diretta tra le fasce deboli della popolazione autoctona e i nuclei immigrati, alimentando un senso di accerchiamento e marginalizzazione nelle periferie e nei quartieri popolari.

Le rilevazioni ufficiali sulle finanze pubbliche mostrano dunque un saldo tendenzialmente attivo a livello centrale (imposte e contributi contro sanità e pensioni), mentre sul territorio la gestione della vulnerabilità economica genera costi concreti e tensioni sociali a carico dei ceti meno abbienti.

Lo Stato, l'INPS e la redistribuzione dei costi

Alla luce di questi dati, si deduce come lo Stato e l'INPS finiscano per scaricare i costi del sistema sia sugli italiani sia sugli immigrati. Più che di un utile in senso privatistico, si tratta di un meccanismo in cui entrambe le categorie subiscono forti penalizzazioni.

1. Come il sistema penalizza gli immigrati

A fronte di oltre 15 miliardi di euro versati annualmente in contributi, una quota consistente di queste risorse rischia di non convertirsi mai in prestazioni pensionistiche:

  • Mancato raggiungimento dei requisiti: Molti lavoratori stranieri operano in Italia per 10-15 anni prima di rientrare nel Paese d'origine o spostarsi in Europa, senza raggiungere la soglia minima dei 20 anni di contribuzione necessaria per la pensione di vecchiaia (sebbene, con il radicamento sul territorio, questo trend sia destinato a ridimensionarsi gradualmente).

  • Contributi silenti: A differenza del passato, quando era consentito riscattare i versamenti prima del rientro in patria, oggi quelle somme restano incamerate dall'INPS per coprire le pensioni correnti degli italiani. Si tratta di una rigida penalizzazione d'impianto burocratico applicata nel tempo a danno prima dei lavoratori italiani e poi degli stranieri.

  • Bassi salari: La concentrazione in professioni a bassa retribuzione genera montanti contributivi ridotti, che si tradurranno — qualora maturati — in assegni pensionistici minimi.

2. Come il sistema penalizza i cittadini italiani

I lavoratori italiani — con particolare riferimento alle giovani generazioni e ai ceti sociali più esposti — subiscono le ripercussioni del medesimo squilibrio:

  • Pressione fiscale e contributiva: Il cuneo fiscale sul lavoro rimane tra i più elevati in ambito europeo. Una quota considerevole della retribuzione (circa il 33% di contribuzione complessiva) viene assorbita dall'INPS per erogare le prestazioni attuali, anziché accumularsi in un fondo individuale accessibile in futuro.

  • Sottrazione di risorse ai servizi essenziali: L'assorbimento di risorse da parte della spesa previdenziale (oltre il 16% del PIL) limita gli investimenti pubblici in settori chiave quali sanità, istruzione, edilizia popolare e politiche per la famiglia.

  • Stagnazione retributiva e penalizzazione contributiva: Le nuove generazioni sostengono con aliquote alte i trattamenti erogati con il precedente sistema retributivo, pur sapendo che la propria pensione verrà calcolata con il metodo contributivo, dai rendimenti decisamente più contenuti: un ulteriore elemento di rigidità di un ente che ha evitato di riformarsi strutturalmente.

La radice del problema: la trappola demografica

L'INPS e l'amministrazione statale si trovano a gestire l'equilibrio precario di un sistema che eroga oltre 300 miliardi di euro all'anno in pensioni all'interno di un quadro segnato dal rapido invecchiamento demografico, operando senza introdurre modelli previdenziali alternativi.

In questo scenario:

  • I lavoratori stranieri immettono la liquidità necessaria a rinviare lo scoperto delle casse previdenziali, spesso senza maturare le relative tutele future.

  • I cittadini e i lavoratori italiani sopportano una pressione fiscale elevata e la saturazione del welfare locale, a fronte di garanzie pensionistiche ridotte per il proprio futuro.

La criticità di fondo risiede dunque nella distanza tra le esigenze di sostenibilità di un impianto statale in declino demografico e la capacità di assicurare tutele adeguate alla totalità dei contribuenti.

Quanto ci perde esattamente un cittadino italiano?

Il danno per un cittadino italiano si sviluppa su tre livelli distinti:

  1. Il "furto di futuro" previdenziale (Il livello generazionale): Un giovane lavoratore italiano versa circa un terzo dello stipendio all'INPS. Quei soldi non vengono messi da parte per la sua pensione, ma usati subito per pagare le pensioni correnti (spesso erogate in passato con il generoso metodo retributivo). Il risultato è che l'italiano lavoratore paga aliquote da capogiro per ottenere, tra 30 o 40 anni, una pensione calcolata col contributivo puro, spesso insufficiente.

  2. La compressione dei servizi e delle retribuzioni (Il livello macroeconomico): L'alto cuneo fiscale necessario per tenere in piedi l'INPS tiene bassi gli stipendi netti in busta paga. Inoltre, poiché lo Stato spende quasi il 17% del PIL solo per le pensioni, toglie ossigeno finanziario a sanità pubblica, scuola, ricerca e infrastrutture. L'italiano ci perde in qualità della vita e servizi pubblici fatiscenti.

  3. La competizione sociale sul territorio (Il livello locale e dei ceti deboli): L'italiano appartenente alle fasce sociali più fragili (il lavoratore a basso reddito, il precario, l'anziano con la minima) subisce la perdita più diretta sul welfare locale. A parità di povertà, una famiglia numerosa straniera ha spesso punteggi ISEE più bassi che le permettono di scavallare il cittadino italiano nelle graduatorie per le case popolari, per i sussidi al sostegno affitto o per i posti negli asili nido comunali.

La perdita dell'italiano non sta quindi in un "trasferimento diretto di denaro" verso l'immigrato, ma nel fatto di vivere in uno Stato che usa la forza lavoro straniera come "tampone" per non riformare l'INPS e la spesa pubblica, scaricando sui cittadini autoctoni meno abbienti il peso dell'aumento della rivalità per le poche risorse del welfare locale.

Per un movimento politico identitario e territoriale — radicato nella storia, nella cultura e nella specificità socio-economica di una comunità locale (come quella lombarda o pedemontana) — la sfida principale è superare la sola protesta culturale per trasformarsi in proposta di governo della comunità.

L'obiettivo di un progetto simile non è la chiusura arroccata, ma il ripristino della sovranità decisionale del territorio contro la burocrazia centralista e i processi di omologazione.

1. Riforma istituzionale e Autonomia reale

  • Autonomia fiscale e trattenuta dei tributi: Applicazione del principio di territorialità dell'imposta. Il territorio deve trattenere la maggior parte delle risorse fiscali generate in loco (almeno il 75-80% di IRPEF, IVA e IRES) per finanziare sanità, trasporti e infrastrutture regionali, superando il centralismo romano e i trasferimenti a pioggia.

  • Statuti di Autonomia Speciale o Differenziata: Attuazione integrale e spinta dell'art. 116, terzo comma, della Costituzione per trasferire competenze legislative ed esecutive su materie chiave: gestione del territorio, ambiente, beni culturali, lavoro, istruzione e commercio.

  • Democrazia diretta e partecipazione popolare: Sviluppo di strumenti di democrazia partecipativa a livello comunale e provinciale (referendum propositivi senza quorum, bilanci partecipativi) per restituire potere decisionale alle comunità locali sui progetti ad alto impatto territoriale.

2. Tutela dell'identità, della lingua e del patrimonio culturale

  • Valorizzazione della lingua e dei dialetti locali: Introduzione dell'insegnamento facoltativo delle lingue regionali/Insubriche nelle scuole, sostegno alla produzione letteraria, musicale (es. musica tradizionale locale) e teatrale in lingua locale e tutela della toponomastica storica.

  • Tutela del paesaggio e del patrimonio architettonico: Piani urbanistici a "consumo di suolo zero", recupero del patrimonio edilizio storico e industriale abbandonato e tutela delle specificità paesaggistiche (colline, laghi, aree pedemontane) contro la cementificazione selvaggia e la speculazione immobiliare.

  • Promozione delle tradizioni e della storia locale: Finanziamento a Pro Loco, rievocazioni storiche, gruppi folkloristici ed enti di ricerca storica locale per sottrarre l'identità del territorio all'omologazione culturale.

3. Economia del territorio e "Protezionismo di Prossimità"

  • Sostegno al tessuto produttivo locale e all'artigianato: Defiscalizzazione per le micro e piccole imprese territoriali, le botteghe artigiane tradizionali e i negozi di vicinato, contrastando la grande distribuzione organizzata che desertifica i centri storici.

  • Sostegno alle filiere corte e all'agricoltura a KM 0: Clausole di preferenza territoriale negli appalti pubblici (es. mense scolastiche e ospedaliere) per i prodotti agricoli e alimentari locali e marchio di origine territoriale garantito per le eccellenze manifatturiere e agroalimentari.

  • Contrasto alla delocalizzazione: Disincentivi fiscali e sanzioni per le aziende che ricevono contributi regionali/locali e poi delocalizzano la produzione all'estero, integrati da premi fiscali per chi mantiene la produzione sul territorio.

4. Welfare di comunità e priorità residenziale

  • "Preferenza Comunitaria" per i servizi sociali: Criteri di assegnazione degli alloggi popolari, dei contributi per l'affitto e dell'accesso agli asili nido che valorizzino la durata della residenza sul territorio e la continuità contributiva, per proteggere i residenti storici in stato di fragilità.

  • Incentivi alla natalità locale: Sostegno economico diretto e progressivo (bonus bebè territoriali, azzeramento rette nido) per i nuclei familiari residenti, per contrastare il drammatico inverno demografico che minaccia l'esistenza stessa della comunità.

  • Presidio della sicurezza e controllo del territorio: Sostegno alle forze di polizia locale con ampliamento dei poteri di presidio del territorio, contrasto al degrado urbano e alla criminalità predatoria nei quartieri popolari e nelle periferie.

5. Gestione dei flussi e integrazione condizionata

  • Integrazione basata sul rispetto dell'identità: L'accoglienza e l'integrazione non devono tradursi in assimilazione o multiculturalismo passivo, ma nel richiesto rispetto della cultura, della lingua e delle leggi del territorio ospitante.

  • Contrasto al lavoro nero e al caporalato: Controlli severi nei settori manifatturiero, agricolo e della logistica per impedire che l'immigrazione venga usata da grandi gruppi o mafie come manodopera a basso costo per fare dumping salariale ai danni dei lavoratori residenti.

A conclusione di questa disamina, il quadro che emerge – al di là delle singole cifre e delle contese di parte – definisce una realtà strutturale precisa: il sistema pubblico e previdenziale italiano vive un equilibrio precario che scarica i propri costi sia sulla popolazione autoctona sia su quella immigrata.

La tesi secondo cui l’immigrazione rappresenta un costo vivo e insanabile per le casse dello Stato si scontra con la realtà contabile del bilancio centrale: l’immissione di forza lavoro giovane e regolare garantisce alla finanza pubblica e all’INPS una liquidità immediata e indispensabile per pagare le prestazioni correnti e rinviare lo scoperto strutturale generato dal declino demografico.

Tuttavia, considerare questo flusso come la soluzione definitiva ai problemi dell'Italia nasconde le contraddizioni di un modello d'impianto burocratico e centralista:

  • Sui cittadini italiani si abbattono una pressione fiscale e contributiva tra le più alte d'Europa, la perdita di valore futuro delle proprie pensioni e una concorrenza diretta sulle risorse limitate del welfare locale (casa, nidi, assistenza), che colpisce in primis le fasce sociali autoctone più deboli.

  • Sui lavoratori stranieri si pesa con la trattenuta di contributi che spesso non si tradurranno mai in una prestazione previdenziale reale per mancanza di requisiti o per il rientro nei Paesi d'origine, oltre che con l'inserimento in fasce salariali medio-basse che alimentano la trappola della povertà lavorativa.

In ultima analisi, il problema di fondo non è una sterile contrapposizione tra italiani e immigrati, ma la scelta di un modello di Stato che sceglie di "sopravvivere alla giornata" senza riformare la propria spesa pubblica, la propria burocrazia e la tutela dei territori.

Per chiunque intenda proporre un'alternativa politica fondata sulla comunità e sull'identità, la sfida consiste nel restituire centralità al lavoro, alla famiglia e al radicamento territoriale: trattenere le risorse dove vengono prodotte, proteggere i ceti sociali più fragili e garantire che chiunque viva e contribuisca in un territorio trovi un sistema giusto, trasparente e capace di premiare il reale valore generato.

Giorgio Bargna

 

martedì 8 settembre 2026

La trappola del tecnototalitarismo: perché stiamo smettendo di pensare


Ci sono dati veramente allarmanti, situazioni pratiche e dinamiche sociologiche che rischiano di minare il nostro futuro. Si sta estendendo in forma massiccia l’analfabetismo funzionale: la condizione di chi, pur sapendo leggere e scrivere, è incapace di comprendere, valutare e utilizzare appieno un testo scritto.

Se cerchiamo di mettere a fuoco il problema, ci accorgiamo che l'analfabeta di ritorno ha difficoltà a decifrare concetti semplici, a eseguire calcoli matematici basilari, non possiede coordinate storiche e manca del tutto di spirito critico. Non si tratta di semplice scolarizzazione o di titoli di studio: l’analfabeta funzionale, spesso, non sa nemmeno di esserlo. In Italia i numeri sono impietosi: un’indagine dell’OCSE stima che il fenomeno riguardi il 27% della popolazione adulta, il dato più elevato d'Europa. Nello specifico, il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi brevissimi, mentre il 22,2% riesce a decodificare contenuti cartacei o digitali solo se estremamente sinteti: parliamo di oltre quindici milioni di persone.

Le fasce interessate sono trasversali, e tra queste si contano ben tre milioni di giovani. La maggior parte ha un'occupazione, spesso manuale o ripetitiva. L'italiano medio, del resto, si informa pressoché unicamente attraverso la televisione: legge poco o nulla, non va a teatro né al cinema, non coltiva particolari interessi e non riceve stimoli cognitivi. Pur essendo molto attivo sui social, analizza il mondo prendendo in considerazione soltanto la propria esperienza diretta: il microcosmo individuale diventa l'unica realtà a cui riconosce accesso.

Legge, ascolta, guarda, ma non elabora. Ogni giorno si discute di politica, lavoro, sport o religione ripetendo a memoria ciò che il cervello ha immagazzinato, senza aver mai assimilato i concetti. Durante uno scambio di opinioni ci scopriamo incapaci di spiegare quanto appena ascoltato, di ricostruire il ragionamento sottostante o di cogliere la complessità della realtà: ne percepiamo solo i passaggi più semplici, privi di una vera rielaborazione logica.

Diciamocelo chiaramente: l’evoluzione tecnologica — niente affatto neutra e guidata da chi ne detiene i brevetti — ha semplificato all'estremo azioni e pensieri, atrofizzando le nostre capacità analitiche. L’analfabetismo funzionale non è dunque la semplice eredità di una scarsa istruzione, ma il prodotto di un modello preciso.

Tra guardare la TV e leggere c'è una differenza abissale. Persone che guardano lo stesso film lo racconteranno usando più o meno le stesse immagini e percezioni. Chi si immerge nella lettura di un libro, al contrario, produrrà riflessioni così personali da far pensare a opere differenti. Lo schermo addormenta il cervello: guardiamo e ascoltiamo senza partecipare, senza generare nuove connessioni. La lettura ha l'effetto opposto: stimola la mente, accende l'immaginazione e modella mondi e personaggi a nostra immagine. Passare ore tra smartphone e TV ci assuefà a concetti banali e ci rende insofferenti alle argomentazioni articolate. Così, a furia di percorsi mentali semplificati, il cervello si spegne gradualmente, trascinando con sé l'intuizione, lo spirito critico e la capacità di connettere saperi differenti — ossia l'essenza stessa della cultura.

Il medesimo effetto lo produce il navigatore GPS. Ci chiediamo come si potesse vivere senza, eppure ci bastavano una cartina, qualche domanda ai passanti e l'uso combinato di memoria e orientamento. Ora seguiamo passivamente una voce elettronica, incapaci di valutare la strada e persino pronti a violare i cartelli di divieto se il «tecnopadrone» lo impone. Il titolo di una celebre commedia irrideva il turismo inconsapevole: Se è giovedì, deve essere il Belgio. Non c'era ancora lo smartphone, vera propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Oggi abbiamo in tasca uno strumento che erode la capacità di pensiero: una micro-televisione che ci culla e ci spegne, rendendoci schiavi dell'immagine. Il cervello si modella su contenuti frammentari e veloci, intrappolato nelle logiche di algoritmi che ci propongono solo ciò che vogliamo vedere per trattenerci a sé.

Google stima in otto secondi il tempo medio della nostra concentrazione. Con una soglia così ridotta, la comprensione del mondo cade in frantumi. Diventiamo passivi e intorpiditi, inclini a reiterare formule altrui senza rielaborarle o argomentarle, incapaci di nessi autonomi. Inseguiamo la facilità e la banalità, al punto da mettere in dubbio verità millenarie soltanto perché difformi dai dogmi odierni.

E domani? Chi dirige i giochi sfruttando l'illusione della nostra autonomia sa perfettamente quanto il cervello sia plastico. Vi è il fondato timore che l'intelligenza artificiale finisca per far esplodere l'analfabetismo funzionale, infierendo su chi è già sprovvisto di capacità analitiche. Gli stessi assistenti digitali che ci suggeriscono decisioni e scansiscono le nostre giornate ne sono la prova: si insediano nella plasticità cerebrale fino a diventare insostituibili.

Ma questo è solo il primo passo di un disegno in cui poteri economici e tecnocrazia lavorano per ridefinire ogni ambito della vita umana, compreso il lavoro. Circa quattro milioni di italiani rischiano il posto nei prossimi anni per via dell'automazione, nella vaga speranza di potersi riconvertire nei servizi. Riusciamo a comprendere il cortocircuito di un sistema in cui la sostituzione progressiva degli esseri umani produce povertà e marginalità, mentre si pretende di gestire la società come un algoritmo?

Sia chiaro: l’intelligenza artificiale non è un male in sé, ma l’uso dei suoi algoritmi viene sfruttato per manipolare l’opinione pubblica attraverso la diffusione chirurgica di informazione e disinformazione. La dipendenza da questi sistemi automatizzati atrofizza la capacità di svolgere compiti pratici e di assumere decisioni autonome. La libertà di scelta diventa un’illusione e, se a questo sommiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende come si possa essere manovrati in ogni momento.

Sradicare la capacità di elaborazione, la memoria e l’analisi di ciò che ci circonda è la chiave per esercitare il controllo sulle persone. In una società individualista e materialista, plasmare individui incapaci di pensare significa potersi assicurare un dominio totale con il minimo sforzo. Di fronte a popolazioni prive di senso critico e regredite nell'ignoranza, l'IA conferisce un potere immenso a chi la possiede, la programma e la orienta. È la nascita del tecnototalitarismo: uno scenario in cui, incapaci persino di distinguere la realtà, diventeremo strumenti inconsapevoli nelle mani di chi detiene la tecnologia. È questa la vera posta in gioco, ben oltre le futili schermaglie tra tifoserie politiche — un potere, quello politico, ormai ridotto al più debole, fungibile ed eterodiretto.

Difendere la propria capacità di pensare, leggere e connettere i fatti non è più un semplice esercizio culturale: è l'ultimo atto di resistenza per rimanere umani e liberi.

Giorgio Bargna

 

domenica 6 settembre 2026

Dalla Piccola Patria al Mercato Globale: Come ci hanno sradicati (e come possiamo resistere)



Il "problema della politica" ha molte sfaccettature, ma una è più radicale e originaria di tutte.


Nel suo senso più autentico ed etimologico, la politica è l'azione all'interno della società (polis) finalizzata a un bene comune. Fare politica significa proporre un'azione collettiva. Questa può esprimersi in forme diverse: dalle proteste spontanee e poco coordinate di una rivolta, fino alle strutture altamente organizzate di un partito o di uno Stato.


La politica si fonda sulla persuasione: senza di essa, restano solo i rapporti di forza.

Tuttavia, l'esistenza stessa della politica presuppone una comunità di riferimento, che sia una società, un popolo o, più originariamente, una patria locale dotata di una specifica identità culturale e territoriale. È proprio su questo legame organico che la "rivoluzione neoliberale e globalista", avviata alla fine degli anni '70, ha impresso danni antropologici irreparabili attraverso due fasi: una distruttiva e una affermativa.

Sul piano distruttivo, si è alimentata una frammentazione sociale orizzontale, coltivata in modo scientifico e sistematico per sradicare i popoli dalle loro radici storiche e geografiche e trasformarli in atomi isolati:


Guerra generazionale: rompendo la trasmissione della memoria e della tradizione tra anziani e giovani.

  • Guerra professionale e territoriale: mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, desertificando le economie locali a favore delle grandi catene globali.

  • Guerra culturale e di genere: i media hanno alimentato un discorso d'odio costante, frammentando la società in micro-identità artificiali e fluide (donne contro uomini, minoranze contro maggioranze) per distruggere l'identità autentica e condivisa di un popolo.

Il paradosso finale è che, dopo aver svuotato le culture locali e fomentato questi conflitti, lo stesso sistema globale si erge a giudice, mettendo in guardia la popolazione dai "discorsi d'odio" che esso stesso ha creato.

Anche la "lotta di classe" ha subito una profonda metamorfosi. Nata come difesa del lavoro e del territorio contro i meccanismi del grande potere economico, è stata degradata a una generica invidia sociale, orizzontale e individuale. Al contempo, la difesa sacrosanta delle proprie radici e della propria identità è stata criminalizzata come anacronistica.

Sul piano affermativo, questo processo si è tradotto in una forma di autoaffermazione individualista e apolide, in cui l'unico fondamento dell'identità non sono più la storia, la terra o la comunità, ma la percezione soggettiva e fluida di sé. Un vero e proprio delirio trasformato in senso comune: "come mi immagino, così sono". Di conseguenza, se la realtà del territorio e della natura non asseconda i desideri momentanei del singolo, è la realtà a essere sbagliata.

I media e l'industria culturale incarnano perfettamente questa logica. Ogni film e prodotto globale ripete lo slogan sradicato "puoi essere qualunque cosa tu voglia essere", purché tu sia un consumatore standardizzato. Si tratta di un rifiuto del "principio di realtà" (fatto di legami, doveri e appartenenze) a favore di un "principio di piacere", da soddisfare esclusivamente attraverso il mercato globale e gli atti di consumo.

L'esito di questo processo è oggi sotto gli occhi di tutti. Si manifesta in modo acuto sui social network, dove regna il trionfo della Schadenfreude: il piacere cinico per le disgrazie altrui. Nessuna epoca ha mai abusato così tanto della parola "empatia", usata come arma virtuale da individui incapaci di amare il proprio vicino e la propria comunità reale. Il meccanismo psicologico è diventato distruttivo: ogni altra persona ha la colpa di essere un ostacolo alla mia autoaffermazione, mentre io soffro perché non riesco a raggiungere gli standard fittizi del modello globale.

Su un retroterra culturale di questo tipo, l'azione politica collettiva su grande scala sembra paralizzata. Ci hanno fottuto per bene, sradicandoci.


La Soluzione: Ripartire dal Locale e dall'Identità

Se risalire la cascata a nuoto è impossibile, la soluzione non è arrendersi, ma cambiare il terreno di gioco. Se lo Stato-nazione è stato svuotato dal globalismo, la vera resistenza politica ed esistenziale nasce oggi dal basso.

  • Il Comunitarismo di Prossimità: Ricostruire il legame sociale partendo dai territori, dai quartieri, dai piccoli comuni. Laddove le persone si guardano in faccia, la manipolazione mediatica perde potere.

  • Sovranità Economica e Culturale Locale: Sostenere le economie di prossimità, l'artigianato, i prodotti della terra e la filiera corta. Difendere la trasmissione della storia locale, dei dialetti e delle tradizioni comunitarie come scudo contro l'omologazione di massa.

  • Dal Consumatore all'Uomo Radicato: Rifiutare il modello dell'individuo "fluido" e ritrovare la stabilità delle appartenenze condivise.

La vera azione politica oggi non si fa nei palazzi della finanza globale o nei talk show, ma ricolti-vando la terra e i legami che il neoliberismo ha cercato di recidere. Per ritrovare un popolo, dobbiamo ripartire dai luoghi.

Giorgio Bargna

 

giovedì 3 settembre 2026

La bilancia demografica si è rotta: come salvare la nostra comunità


Prendiamo ancora una volta spunto da un articolo de La Provincia di Como per far parlare i numeri: il gap demografico tra le nuove generazioni e la popolazione anziana sta disegnando un futuro che è già qui.

I dati ISTAT per la nostra provincia raccontano una sproporzione netta: a fronte di 69.484 ragazzi sotto i 14 anni, contiamo 148.963 over 65 e ben 78.829 over 75. Intendiamoci: definire "anziano" un sessantacinquenne oggi è del tutto anacronistico. Ciò che rileva, però, è la direzione della bilancia. Il saldo tra nuovi nati e generazioni mature è destinato a inclinarsi sempre più dalla stessa parte, almeno fino a quando non interverrà una svolta socioculturale oggi difficile da scorgere.

Come fa notare con lucidità il quotidiano locale, la platea delle potenziali madri continua a restringersi. Senza un’improvvisa (e improbabile) esplosione delle nascite, un’inversione di rotta appare irrealistica.

Questa tendenza non è una nozione astratta: sta già ridisegnando le fondamenta del nostro tessuto sociale ed economico. Le prime crepe sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla tenuta della sanità territoriale e dal ridimensionamento della rete scolastica.

Siamo di fronte a una trasformazione epocale. Da un lato facciamo i conti con la carenza di manodopera, la sostenibilità del sistema previdenziale e la necessità di ripensare da cima a fondo i modelli assistenziali ed educativi. Dall'altro assistiamo all'ascesa della cosiddetta Silver Economy: un mercato di prodotti e servizi ritagliato su una popolazione senior che, almeno per ora, può ancora fare affidamento su un’entrata sicura a fine mese.

La vera sfida non è solo constatare questo squilibrio, ma capire come la nostra comunità saprà riorganizzarsi prima che il divario diventi incolmabile.

In un’ottica squisitamente localista e comunitaria — orientata al principio di sussidiarietà, alla valorizzazione dei borghi e al rafforzamento dei legami di prossimità — la crisi demografica non si combatte con freddi bonus a pioggia o con l'assistenzialismo centralizzato. Si affronta ridando centralità al territorio, alle famiglie e alla cooperazione di bacino.

Ecco una serie di proposte concrete articolate tra livello locale (comunale e provinciale) e livello nazionale:

Livello Locale: Welfare di Prossimità e Borghi Vivi

  • Micro-RSA di Borgo e Co-housing Intergenerazionale: Superare il modello delle grandi strutture sociosanitarie spersonalizzanti e costose. Si possono riqualificare edifici storici o pubblici dismessi nei centri urbani e nei paesi per creare piccole strutture residenziali integrate nel quartiere. L'integrazione di spazi di co-housing dove giovani studenti o giovani coppie ottengono affitti calmierati in cambio di ore di assistenza o compagnia agli anziani crea una reale solidarietà di quartiere.

  • Assegno di Cura Territoriale e Albo Comunale dell'Assistenza: Anziché delegare la cura a contributi statali indistinti, i Comuni e le ATS possono istituire un Assegno di Cura gestito a livello di Distretto sociosanitario, affiancato da un Albo comunale o d'ambito per le assistenti familiari verificate e formate. In questo modo si mantiene l'anziano nella propria casa, supportando l'economia informale locale e riducendo la pressione sui pronto soccorso.

  • Integrazione dei Distretti e Svincolo dai Campanilismi: A livello provinciale (come nell'asse Cantù-Como e nelle valli), occorre superare i frammentarismi comunali per gestire in modo associato la rete dei servizi alla persona, i trasporti sociali di bacino e la medicina territoriale di base, garantendo pari dignità di cura anche nelle aree più periferiche.

  • Spazi di Aggregazione e Presìdi di Frazione: Convertire gli ex spazi comunali, scuole dismesse o vecchie sedi associative in centri polivalenti di frazione. Spazi che uniscano attività per la terza età, presìdi infermieristici di comunità, punti di facilitazione digitale e piccole attività ricreative per bambini.

Livello Nazionale: Politiche di Sussidiarietà e Radicamento

  • Fiscalità di Svantaggio per la Famiglia e Radicamento Giovanile: Introdurre una misura di fiscalità di vantaggio (es. quoziente familiare reale sulle addizionali e sulle imposte dirette) tarata per incentivare la permanenza dei giovani nei propri territori d'origine, contrastando lo spopolamento e la fuga dei talenti verso le metropoli o l'estero.

  • Defiscalizzazione del Welfare Comunitario e Aziendale Territoriale: Riconoscere forti sgravi fiscali alle imprese locali che investono nel welfare dei propri dipendenti attraverso asili nido aziendali o interaziendali, flessibilità oraria per la gestione dei familiari anziani e contributi diretti alla rete dei servizi sociali del Comune di appartenenza.

  • Riforma della Governance Sociosanitaria: Riconoscere maggiore autonomia decisionale e di budget ai Distretti sociosanitari e ai Comuni capofila d'ambito, permettendo di adattare l'offerta dei servizi alle reali caratteristiche demografiche del singolo bacino territorialmente omogeneo, anziché applicare direttive rigide e uguali per tutti a livello centrale o regionale.

  • Valorizzazione della Formazione Professionale e del Lavoro di Cura: Promuovere e finanziare la rete della formazione professionale territoriale (CFP e ITS) per riqualificare i giovani e gli inoccupati locali nelle professioni sociosanitarie e nell'assistenza qualificata, trasformando la Silver Economy da mero costo passivo a volano di occupazione stabile e radicata.

Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere l'attesa passiva di sussidi statali centralizzati. Serve una svolta localista, fondata sulla sussidiarietà e sulla valorizzazione della comunità: dalla creazione di Micro-RSA di borgo al rafforzamento dell'assistenza domiciliare di distretto, fino a una fiscalità che aiuti i giovani a mettere radici nel proprio territorio. Solo ricucendo il patto tra generazioni a livello locale potremo trasformare l'invecchiamento da emergenza a risorsa per i nostri paesi.

Giorgio Bargna

 

mercoledì 2 settembre 2026

PNRR e Sanità: si tagliano i nastri, ma dentro le Case di Comunità non c'è nessuno


La Casa di Comunità è la nuova struttura sanitaria e sociosanitaria pubblica introdotta dalla riforma dell'assistenza territoriale (Decreto Ministeriale 77/2022 e fondi PNRR). Nasce con un obiettivo chiaro: avvicinare la sanità ai cittadini e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo un punto di riferimento unico sul territorio in cui far collaborare medici di medicina generale, pediatri, specialisti, infermieri di famiglia e assistenti sociali.

Sulla carta, la gamma dei servizi offerti è ambiziosa:

  • Punto Unico di Accesso (PUA): accoglienza, informazione e orientamento ai servizi sociosanitari.

  • Assistenza primaria e specialistica: presenza di medici di base, pediatri e visite per esami diagnostici di primo livello (ecografie, ECG).

  • Infermieri di Famiglia e di Comunità (IFoC): gestione a domicilio dei pazienti cronici e fragili.

  • Prevenzione e continuità: punti prelievi, vaccinazioni e guardia medica.

Il modello si articola su due livelli principali: le Case di Comunità Hub (strutture principali per bacini di 40.000–50.000 abitanti, aperte fino a 24 ore su 24) e le Case di Comunità Spoke (presidi periferici con orari più ridotti e servizi essenziali).

Il quadro normativo: come dovrebbero funzionare?

La normativa e l'Accordo Collettivo Nazionale (ACN) prevedono che i medici di medicina generale operino nelle Case di Comunità, ma senza un trasferimento esclusivo:

  • Presenza programmata: la partecipazione avviene per turni o fasce orarie dedicate (ambulatori integrati, gestione delle cronicità).

  • Mantenimento dello studio privato: i medici conservano la propria natura di liberi professionisti convenzionati e non sono tenuti a spostare la propria attività ordinaria nella nuova struttura.

  • Lavoro in rete (AFT): attraverso le Aggregazioni Funzionali Territoriali, i medici si coordinano a rotazione per garantire la copertura oraria e la condivisione delle schede cliniche.

La realtà dei fatti: le criticità di una riforma a metà

Sulla carta il modello funziona; nella pratica, rischia di reggersi a fatica sulle spalle di pochi professionisti, spesso già sopraffatti dal carico di lavoro. L'attuazione procede a macchia di leopardo, evidenziando un profondo divario tra la consegna dei "muri" (gli immobili ristrutturati con il PNRR) e l'effettiva erogazione dei servizi.

Tra i principali nodi irrisolti:

  • Carenza strutturale di personale: senza un piano massiccio di assunzioni di infermieri e medici, molte strutture rimangono scatole vuote.

  • Integrazione debole: il raccordo tra la parte sanitaria e i servizi sociali dei Comuni stenta a decollare.

  • Pronto Soccorso ancora intasati: non essendo le strutture pienamente operative H24, il flusso dei "codici bassi" verso gli ospedali non accenna a diminuire.

Vi sono indubbiamente alcune luci — laddove i PUA e gli infermieri di comunità sono stati attivati, il cittadino trova finalmente un punto di orientamento — ma il quadro generale resta fragile.

Il termometro del territorio: il caso comasco

Per comprendere il polso della situazione basta guardare a quanto accade nel territorio comasco, specchio di una realtà comune a molte altre province italiane.

Un recente articolo de La Provincia di Como ha acceso i riflettori sul crescente distacco percepito dai cittadini nei confronti del Servizio Sanitario. Un vuoto che ha spinto i comitati locali ad attivarsi con iniziative dal basso per riavvicinare i servizi alla popolazione. Nelle periferie e nei quartieri del capoluogo si chiede a gran voce la riapertura degli ex ambulatori comunali per creare piccoli sportelli di quartiere. Oggi, infatti, la semplice prenotazione di una visita si trasforma in un'odissea per un anziano: tra Fascicolo Sanitario e numeri verdi, ci si scontra regolarmente con agende bloccate o con disponibilità spostate a decine di chilometri di distanza.

Persino i tentativi di aiuto da parte di medici e infermieri in pensione, disposti a prestare servizio volontario, si scontrano spesso con il muro della burocrazia e le incertezze della politica locale.

Nel frattempo, la carenza di personale sta stravolgendo la geografia della medicina di base. Se un tempo il medico di famiglia curava i residenti del proprio rione, oggi le assegnazioni incrociate portano gli assistiti a spostarsi da un capo all'altro della città e della provincia. Risultato? Visite domiciliari sempre più difficili, ore perse nel traffico e costi di gestione alle stelle.

È in questo contesto che s'inserisce la scadenza di settembre: l'avvio dei turni obbligatori per i medici di base all'interno delle Case di Comunità. Chiedere ore aggiuntive di presenza a professionisti che hanno già sforato il massimale di assistiti — e con un'età media spesso elevata — rischia di trasformare una riforma virtuosa nell'ennesimo corto circuito.

Continuare a tagliare nastro rossi davanti a edifici ristrutturati mentre dentro mancano medici, infermieri e risorse non è riorganizzare la sanità: è fare propaganda sulla pelle dei pazienti. Non si può scaricare il peso dell'intero sistema su una classe medica esausta e su cittadini lasciati soli a districarsi tra burocrazia e agende chiuse. Le Case di Comunità non possono diventare l'ennesimo monumento allo spreco del PNRR. Se la politica non passa dalle inaugurazioni ai fatti concreti, la sanità di prossimità resterà soltanto una bella favola stampata sulla carta.

Non servono cali dall'alto o direttive burocratiche staccate dalla realtà: servono autonomia decisionale per i territori, ascolto dei sindaci e valorizzazione delle energie locali. Ridate ai quartieri e ai comuni le risorse per curare i propri cittadini.

Giorgio Bargna


 

martedì 1 settembre 2026

Custodi della nostra terra: l'alternativa identitaria alla fine del legame sociale


Quando vedo e sento le persone cantare, sostanzialmente solo prima delle partite della nazionale, "Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" non posso che sorridere, se non ridere, innanzitutto perché cerco di immaginare questi leoni da tastiera col moschetto in mano e poi perché non riesco proprio ad individuare la corte, c'è si uno stato, ma è sparita la comunità, quindi chi stringe chi?

Ogni volta che leggo un testo di Marcello Veneziani non posso che essere d'accordo con lui, la sua è una visione più ad ampio raggio, io mi limito al bene del mio territorio, ma la questione di fondo è la stessa: non siamo più in grado di essere una comunità e abbiamo, pardon, hanno mortificato, a ogni livello e in ogni campo il senso della comunità.

Solleviamo lo sguardo dalla routine quotidiana per scavare sotto la superficie dei dibattiti politici e sociali. Ci troviamo di fronte a una sfida gigantesca e fondamentale, che supera i confini delle istituzioni per riversarsi nella nostra intimità: nella famiglia, nel lavoro, nei quartieri e nell'intera Europa. Il vero nodo è che abbiamo smarrito il senso di comunità. Ragioniamo e agiamo esclusivamente come singoli, sganciati da ogni tessuto civile e legame sociale. Siamo diventati isole, individui confinati in una solitudine globale.

Il male più profondo delle società occidentali contemporanee risiede proprio in questa deriva individualista, che lascia tracce profonde in ogni aspetto della nostra esistenza. Il risultato è un isolamento radicale, dove la solitudine diventa la condizione normale della vita. Ci muoviamo nel mondo guidati dall'egoismo e dall'egocentrismo, chiusi in una visione puramente soggettiva dove l'unico orizzonte è il proprio io. È il trionfo del narcisismo: un amore malato per se stessi che rende impossibile aprirsi davvero agli altri. Persino nei rapporti di coppia, nella socialità e nella psicanalisi, il consiglio che rimbalza ovunque come un'ossessione è sempre lo stesso: l'importante è stare bene con se stessi. È il dogma dell'individualismo assoluto. Tutto il resto può andare in pezzi, e ogni legame può essere cancellato senza esitazione, pur di proteggere questo imperativo supremo.

"Sii te stesso" è diventato il vero mantra del nostro tempo, un valore idolatrato fino a trasformarsi in un feticcio. Dietro questo culto, però, si nasconde ancora una volta l'individualismo, nella sua forma più superficiale e vanitosa: il narcisismo. Non c'è spazio per l'amore né per relazioni durature in un mondo in cui il narcisismo è diventato una patologia di massa. Siamo troppo concentrati su noi stessi per prenderci cura di qualcun altro, per accettare il prossimo con i suoi limiti e le sue diversità, o per impegnarci a camminare insieme nel tempo. L'imperativo di "stare bene con se stessi" cancella ogni forma di lealtà, rendendo tutto precario, fluido e reversibile. L'unica cosa che conta davvero è l'Io, e l'unica priorità è il suo comfort emotivo. Con queste premesse, crolla ogni possibilità di fare comunità, di creare legami civili, di appartenere a un progetto politico o di far parte di un gruppo. Persino l'idea stessa di famiglia si dissolve di fronte al primato assoluto del singolo.

Senza il senso di comunità non esiste una vera società, ma solo un freddo contratto commerciale basato sull'utilità del momento. Non ci riconosciamo più come membri dello stesso cammino, ma come semplici utenti o, peggio, come consumatori che si incrociano per caso seguendo le stesse mode del momento. Diventa impossibile pensare in termini di "noi", perché cambiamo continuamente pelle in base ai nostri desideri passeggeri, sostituendo con la stessa facilità il partner, il gestore telefonico o il compagno di un'avventura temporanea. Al tempo stesso, ci troviamo a vivere in una società sempre più blindata, sorvegliata e controllata. Accettiamo limiti e restrizioni che sarebbero impensabili persino nella comunità più rigida, senza però ricevere in cambio quel calore, quel sostegno e quelle motivazioni profonde che solo una vera comunità sa dare.

Per uscire da questa gabbia artificiale, l'unica via di fuga non si trova nell'ennesima astrazione globale, ma nel ritorno alla concretezza della terra e delle nostre radici. Curare la patologia dell'individualismo significa riscoprire l'appartenenza a un territorio, la sacralità dei legami generazionali e l'identità profonda di un popolo che condivide una storia comune. Solo ripartendo dalla dimensione locale — dal paese, dal quartiere, dalle tradizioni vive della nostra terra — possiamo sperare di spezzare l'isolamento. Dobbiamo tornare a riconoscerci custodi del nostro territorio e dei nostri legami originari, per trasformare di nuovo una massa di individui solitari in una comunità autentica, unita dal destino e radicata nei propri valori.

Giorgio Bargna


 

lunedì 31 agosto 2026

Oltre la politica delle élite: la risposta localista alla crisi della rappresentanza



Abbiamo espresso qualche giorno fa delle critiche alla sinistra italiana nel testo dedicato al "Climunismo".

Facciamo un'ulteriore analisi sulla situazione politica, partendo dal presupposto che negli ultimi decenni la scena è radicalmente mutata dai primi successi leghisti e dalla discesa in campo di Berlusconi. Tali eventi hanno scompaginato gli equilibri, messo in crisi una parte politica incapace di rinnovarsi e portato gradualmente molti italiani ad allontanarsi dalle urne e dalla militanza attenta.

In passato, argomenti come lavoro, reddito, classe e territorio tracciavano la linea di demarcazione tra la sinistra e gli altri schieramenti. Oggi raramente ne sentiamo discutere: il dibattito si è spostato su temi eterei e verticistici. Con una narrativa paternalista, la sinistra suggerisce che votare da una parte significhi essere colti e consapevoli, mentre sostenere l'altra sponda equivalga a essere gretti, condizionabili o risentiti.

Scomparsa la vecchia scuola politica, si è persa anche la capacità di offrire risposte tecniche ed efficaci ai problemi reali. Questo spinge la classe dirigente di sinistra — spesso emulata anche a destra — a liquidare i risultati elettorali sgraditi sostenendo che milioni di cittadini "non abbiano capito". Le recenti dichiarazioni di Bonaccini ne sono una conferma: il dissenso politico viene derubricato a deficit culturale.

Un tempo, a destra come a sinistra, le masse si cercava di comprenderle e servirle; oggi ci si limita a giudicarle e denigrarle. Questo perverso meccanismo finisce purtroppo per risucchiare anche il centrodestra. Sebbene quest'ultimo si sia fatto portavoce di battaglie su immigrazione, taglio delle tasse, difesa del lavoro autonomo e identità, lo ha fatto spesso in modo sterile e programmatico — promesse elettorali a cui non è seguito un reale cambio di passo strutturale.

Occorre superare questo teatrino formale attraverso soluzioni radicate nel territorio, capaci di restituire centralità alla sovranità locale e alla tutela delle comunità.

Le proposte per un’alternativa localista e identitaria

  • Fiscalità di distretto e sovranità economica locale: Trattenere nei territori la maggior parte del gettito fiscale generato dalle imprese e dai lavoratori locali. Introdurre incentivi a chilometro zero per le filiere produttive e artigianali, svincolando la piccola impresa dal giogo delle multinazionali e della burocrazia centrale.

  • Tutela del territorio e ripopolamento delle aree interne: Favorire il ritorno alla terra e la permanenza nei borghi attraverso sgravi fiscali per chi apre un'attività nei comuni montani o rurali. Valorizzare l'agricoltura tradizionale e l'autonomia energetica di distretto come argine allo spopolamento e al dissesto idrogeologico.

  • Difesa dell'identità e del patrimonio culturale: Promuovere programmi scolastici e iniziative civiche orientati alla riscoperta della storia, della lingua e delle tradizioni locali, per contrastare l'omologazione culturale globale e ridare senso di appartenenza ai giovani.

  • Ritorno alla democrazia partecipata e di prossimità: Ridare potere reale alle comunità di quartiere e ai municipi tramite referendum consultivi vincolanti sui progetti che impattano il territorio, ricucendo il frattura tra cittadini e istituzioni con una presenza politica costante e non elettorale.

  • Politiche per la famiglia e continuità generazionale: Sostegno economico diretto alle giovani coppie del luogo e preferenza nazionale/regionale nell'accesso ai servizi sociali ed abitativi, garantendo che le risorse locali servano prima di tutto a far crescere le comunità che le hanno generate.

    Giorgio Bargna


 

domenica 30 agosto 2026

Caro gasolio: il Nord produce, Roma incassa e le nostre tasche si svuotano



Parliamo oggi del costo del gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale sostanzialmente anche per la benzina.

Tutti sappiamo che il prezzo alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il quadro è completo.

La pressione fiscale: il primato delle tasse

In Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa il 59% sul prezzo finale del gasolio.

Esiste però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7° posto nell'Unione Europea per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.

La mappa dei prezzi in Europa (Agosto 2026)

Rispetto all'Italia, il resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:

Paesi con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia: In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione. Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.

Paesi con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia: Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.

Il vero nodo: il potere d'acquisto e l'impatto sui salari

Guardare solo il prezzo al litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più "tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari ridotti.

Nord Europa (Danimarca e Paesi Bassi): Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa (spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).

Centro Europa (Germania e Francia): Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.

Il caso Italia: Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si riscontra anche in Grecia e in Portogallo.

In sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia subisce il peggio dei due mondi: tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.

Addio al vantaggio del Diesel: il riallineamento delle accise

Per decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole verso quota 672,90 euro per mille litri), azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.

La crisi della raffinazione europea

A peggiorare il contesto industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante arrivi alle nostre stazioni di servizio.

Quali soluzioni?

A fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo possano essere anche quelle di Patto per il Nord, affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei", ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.

Le soluzioni concrete messe sul tavolo si articolano su tre punti chiave:

Stop alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle accise): È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa 8-10 centesimi al litro.

Trattenuta territoriale delle accise: Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il movimento propone di trattenere sul territorio una quota significativa di queste risorse. In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.

Interventi stabili contro le "promesse al palo": Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi centrali. La richiesta è una riduzione strutturale e permanente del peso fiscale per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.

In conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso modo, è la struttura fiscale interna dello Stato italiano a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare una vera riforma federalista dei costi dell'energia, l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da record e da salari inadeguati al costo della vita.

Giorgio Bargna