giovedì 7 maggio 2026

Pedemontana: traffico, costi e l'incubo diossina che ritorna



Ci sono temi che non dovrebbero avere colore politico, ma semplicemente essere trattati con buonsenso.
Torniamo a parlare della tratta Lentate - Cesano Maderno che sarebbe la parte iniziale della Superstrada Milano Meda.
Su questa vicenda Patto per Il Nord si è speso molto, compreso un presidio ad Affori, altri movomenti politici di opposizione si sono mossi, comitati si sono formati, ma da parte  Regione Lombardia e organi competenti soltanto no, al limite vaghe risposte.
Aldilà del costo a cui andranno incontro i pendolari, che spenderanno un centinaio di euro al mese, a cui andranno incontro automobilisti di ogni genere, pensionati e disabili compresi, vi sono effetti collaterali che andranno a colpire anche chi la superstrada in questione non la utilizzano, rei di viverne ai bordi.
E' garantito infatti un intenso aumento di traffico e inquinamento, anche acustico, nei centri abitati della Brianza e del Comasco.
Eh si signori, non semplicemente  effetti pesanti non solo per cittadini e imprese, ma anche sulla viabilità locale, le strade secondarie diventeranno percorsi alternativi gratuiti, ergo, oltre l'aumento del traffico e dell'inquinamento potremmo includere rischi anche per chi il mattino va a scuola, tanto per fare il più banale degli esempi.
Ma dobbiamo aggiungere un tema che a molti sfugge ed ad altri conviene tacere.
I lavori di trasformazione della superstrada Milano-Meda (SP ex SS 35) nella Tratta B2 dell'Autostrada Pedemontana Lombarda coinvolgeranno aree di Seveso, Meda e Cesano Maderno, storicamente contaminate dalla diossina TCDD dopo il disastro ICMESA del 1976.L'introduzione del pedaggio è legata alla realizzazione di questa nuova opera, il cui progetto prevede la bonifica dei terreni prima della costruzione.
Per quanto siano in corso lavori di bonifica su una superficie di circa 100.000 metri quadrati nei comuni interessati, con l'obiettivo di mettere in sicurezza le aree, comitati ambientalisti, ma soprattutto analisi dell'ARPA hanno segnalato criticità, evidenziando che in alcune zone i livelli di diossina superano i limiti di legge, complicando le operazioni.
A Seveso e Meda c'è preoccupazione per il movimento terra e lo spostamento dei teli di copertura dei terreni già bonificati, a causa del rischio di inalazione o dispersione dei residui.
Insomma, tra pedaggi onerosi, traffico in tilt, strade secondarie paralizzate e l'incubo diossina che ritorna, la Pedemontana si conferma un progetto calato dall'alto, dannoso e anacronistico. Regione Lombardia fermi i lavori: il territorio di Seveso, Meda e Cesano Maderno ha già pagato abbastanza.
La battaglia contro la Pedemontana non è solo politica, è una battaglia di civiltà per il diritto alla salute e alla viabilità della Brianza e del Comasco.
Ci sono battaglie che superano le bandiere: la Tratta B2 della Pedemontana è una di queste. Trasformare la Milano-Meda in un’autostrada a pagamento non è progresso, è un attacco al nostro territorio.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como



 

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como



 

venerdì 1 maggio 2026

Rottamazioni infinite: lo Stato che scommette (e perde) sulle tasse evase


Parliamo di credibilità da parte delle Istituzioni.
Prendiamo spunto innanzitutto da un tema in corso, la rottamazione delle cartelle esattoriali.
La situazione è paradossale, lo Stato si inventa periodicamente tasse e balzelli che non è in grado di incassare.
E allora che fa? Si inventa una procedura che si perpetua negli anni nella speranza di recuperare una parte delle tasse evase.
Nelle prime edizioni, la simpatica trovata ebbe qualche successo, ma recentemente e progressivamente è stata snobbata dai debitori, vuoi perché qualcuno non ha veramente la capacità economica per pagare, ma soprattutto perché ormai l'evasore seriale ha capito di dover temere poco dagli enti creditori.
Nel dettaglio le quattro precedenti edizioni della rottamazione hanno portato complessivamente nelle casse dello Stato 28,9 miliardi di euro a fronte di un gettito previsto di 111,2 miliardi.
Per la rottamazione attuale, le stime basate sulle relazioni tecniche indicano un incasso previsto per lo Stato di circa 9 miliardi di euro distribuiti nell'arco di 9 anni, ma allo stato attuale delle cose si stima un tasso di adesione del 3,3% rispetto al totale dei carichi affidati.
Lo Stato non fa paura, secondo i dati della Corte di Conti del resto emerge che venga controllato il 4% dei contribuenti, l'Agenzia delle Entrate riesce ad incassare non più del 17% dell'evasione accertata.
Ecco diciamo che nell'insieme delle cose il rischio di essere punito per un evasore sarà si e no dell'1%.
Diventa ovvio che l'evasore seriale non abbia alcun timore davanti a questi dati e davanti a questo presunto metodo di recupero credito.
Lo Stato potrebbe verificare i suoi conti in banca ma non lo fa, potrebbe verificare la congruità del tenore di vita di molte famiglie, perché non si parla solo di partite IVA per l'evasione, ma non lo fa.
Lo Stato si limita a incassare il sicuro e a scommettere, come fosse il "Gratta e Vinci", sul presunto evaso, presunto visto che non riesce a verificare i redditi.
A versare almeno un euro di Irpef in Italia sono 33,5 milioni, vale a dire circa il 57% della popolazione complessiva (58,9 milioni). Il restante 43% degli italiani non ha redditi o non li dichiara. 
Su questi numeri, oltre al controllo del "nero" ci si dovrebbe concentrare, ma è evidentemente più semplice calcare la mano sul sicuro, cioè sulle buste paga e sulle dichiarazioni dei piccoli e medi imprenditori.
Per quel che riguarda la ripartizione del carico fiscale, su 42,6 milioni di italiani che presentano la dichiarazione dei redditi, il 76,87% dell’intera Irpef è pagato da circa 11,6 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13%.
Entrando molto meno nel dettaglio altri fattori minano la credibilità della Stato, pensiamo al sistema giudiziario ed a quello sanitario dei quali abbiamo scritto già in altre occasioni.
Ma anche alla burocrazia ed al debito pubblico, alla scarsa meritocrazia ed alla corruzione.
E allora che fare?
Beh, lo Stato siamo noi, non la partitocrazia ed il proprio apparato ancorato alle persone.
Patto per il Nord è nato anche per costruire una nuova classe politica, che si occupi del presente e del futuro, del territorio locale si, ma anche della nazione intera.
Unisciti a noi e costruiamo insieme, da capo, la credibilità delle Istituzioni.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como


 

martedì 28 aprile 2026

L’ ignoranza che alimenta la polemica: come funziona davvero la Sanità

 


Il tema trattato oggi risulterà antipatico a molti, soprattutto a chi ragiona di pancia o per spirito di polemica a prescindere.
Ammetto che in certe circostanze si potrebbe cercare di soprassedere, ma certi meccanismi sono spesso automatici e normali per chi svolge una professione.
Prima di entrare appieno nel tema facciamo una specifica. 
In Lombardia, come in altre Regioni italiane, è prevista una forma di trasparenza sui costi del ricovero, ma è importante distinguere tra l'informazione del costo a carico del Servizio Sanitario Regionale e l'effettivo pagamento da parte del paziente.
E' una cosa che ho vissuto anche io come antipatica, vista una mia particolare situazione, ma che è stabilita da una legge e che comunque non mi accusa di nulla, tantomeno di aver sfruttato il Servizio Sanitario.
Aggiungo un esperienza personale di più di 30 anni fa.
Un sabato sera, 35 anni fa, a Lugano mia moglie ha un leggero malore, andiamo all'Ospedale Italiano.
Pronto Soccorso pulito, vuoto, efficace, visita rapida e approfondita.
Mi vengono chieste 100.000 lire che poi la Regione (con calma olimpica) mi restituirà; qualche anno dopo andando in Grecia scopro che la regola d'ingaggio è la stessa.
Oggi (vi ricordo che stiamo parlando dalla nazione della strage di Corinaldo) si monta la polemica sulla trasmissione dei costi sanitari della tragedia di Cran Montana.
Che i giornali che devono fatturare montino un caso, che qualche giornalista che non approfondisce, polemizzano ci sta. Che lo faccia il Presidente dl Consiglio un po' meno, dovrebbe essere informato sulle ratifiche internazionali, dovrebbe. Invece abbiamo vissuto una totale ignoranza del funzionamento del sistema sanitario svizzero, e dall’ignoranza sul contenuto dei trattati bilaterali fra i due Paesi, che regolano anche l’assistenza medica. 
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche, sono obbligati a inviare copia delle fatture alle persone che hanno curato.
Le cure prestate in Svizzera a una persona di cittadinanza italiana sono regolate dai trattati bilaterali fra i due Paesi. In nessun caso, a quella persona verrà richiesto di pagare una fattura. Sono gli enti rispettivi a gestire la partita, attraverso l’Istituzione comune LAMal, fondazione di diritto pubblico elvetica che gestisce le pratiche sanitarie internazionali ed in ogni caso oggi  le famiglie non dovranno pagare alcuna fattura medica.
L'unico in Italia che sembra avere le idee chiare è Guido Bertolaso,assessore al Welfare della Regione Lombardia: “Atti dovuti, certificazioni che gli ospedali devono fare per coprire il loro bilancio e giustificare ai loro contabili. È chiaro che non esiste che nessuno debba sborsare un solo euro per quello che è successo”.
Inoltre va ricordato che in Italia:
-  I cittadini europei possono usufruire delle cure necessarie (urgenti e non) esibendo la Tessera Europea Assicurazione Malattia. Il costo viene addebitato allo Stato di provenienza.
-  I turisti o visitatori extracomunitari sono tenuti al pagamento delle tariffe regionali per le prestazioni sanitarie ricevute.
- Ai cittadini stranieri non in regola è comunque garantita l'assistenza sanitaria urgente o essenziale in pronto soccorso. Il costo di tali prestazioni è a carico del SSN, cioè il Contribuente, in attesa di eventuale rivalsa. 
Se sull'ultima prestazione si potrebbe lanciare un altro approfondimento sul resto direi che se a Corinaldo fosse stato ferito uno Svizzero, quindi extracomunitario, a parti inverse la legge è praticamente la stessa, da vedere il buonsenso non chiedere risarcimenti.
L'invito è ad informarsi, su questo come su tutto, anziché farsi traviare dalle polemiche sterili e magari consapevoli.
Nella Confederazione, ma come detto anche in alcune Regioni italiane, enti e soggetti che forniscono prestazioni mediche sono obbligati per legge a rendicontare il valore economico dell'intervento. Non si tratta di una "fattura da pagare" inviata per mancanza di tatto, ma di un atto amministrativo dovuto, previsto dai trattati bilaterali che regolano l'assistenza tra Stati.
È il meccanismo della trasparenza: il cittadino viene informato di quanto la collettività ha sostenuto per la sua salute. Eppure, abbiamo assistito allo spettacolo deprimente di una politica che, pur di inseguire il consenso immediato, preferisce cavalcare l’indignazione piuttosto che spiegare il diritto.
Se persino le massime istituzioni confondono un atto di trasparenza con un atto di scortesia, significa che abbiamo rinunciato a capire come funziona il mondo per ridurlo a un eterno, inutile post sui social. La gestione della cosa pubblica meriterebbe competenza e studio dei trattati, non reazioni emotive che servono solo a nascondere la realtà dei fatti.
Giorgio Bargna


sabato 25 aprile 2026

FiIGLI DI UN BENESSERE CHE NON SA PIU' CREARE


 

Affidiamoci ancora una volta ai dati pubblicati dal quotidiano locale "La Provincia di Como" per poi sviluppare un tema.

Parliamo degli artigiani, e non solo di Cantù, stiamo parlando di una città che era strutturata sull'artigianato ed il piccolo commercio, una di quelle che più paga dazio, ma il discorso secondo me fila anche altrove. 

Nel 2025  le imprese artigiane canturine sono scese da 1.299 a 1.231 unità, 68 in meno.

Il quotidiano ci racconta che ogni settimana sparisce un attività, ma anche che nell'arco dell'ultimo decennio vi è stato un calo del 14,57%.

Chi rappresenta la categoria a livello di associazioni ovviamente guarda la parte piena del bicchiere, ma davanti a questi dati non si può nascondere la testa sotto terra.

E' chiaro anche a me che i tempi in cui sotto ogni appartamento a Cantù vi era una bottega artigiana. ma mi è chiaro, che, malgrado i cambiamenti di mercato, un patrimonio culturale ed economico non possa essere buttato tra le ortiche.

Ma dicevo non solo artigiano, leggendo l'articolo scopriamo anche che a Cantù, nel 2025, chiudeva anche  un negozio ogni settimana.

Oggi è vero che esistono le tensioni internazionali (ma c'erano e anche più marcate negli anni addietro), che viviamo una supposta incertezza economica, che sopportiamo l’aumento dei costi e veniamo affossati da un assurda burocrazia, ma queste, se in parte sono dinamiche, in altra visione sono scusanti.

Oggi chi come me è nato negli anni 60 va in pensione portandosi dietro la sua dote di capacità e voglia di produrre con il cuore.

Dietro di noi c'è il nulla purtroppo.

In parte la colpa è nostra che "abbiamo sognato la laurea dei nostri figli", in parte i nostri figli non hanno conosciuto la "fame", non tanto quella del cibo, ma quella di faticare per imparare un lavoro, sicuramente duro, ma gratificante come quello dell'artigiano o del commerciante.

Si dice spesso che oggi non incoraggiamo i giovani, visti certi contratti capestro, ma dimentichiamo che chi ha la mia età a messo a disposizione il sacrificio, lavorando spesso al limite del gratis per anni, per imparare un lavoro, un arte, una produzione fatta col cuore.

Oggi manca proprio questo, il cuore.

Manca alle imprese, che , posso capire davanti al mercato, hanno abbandonato (salvo rare eccezioni) la qualità ed il sacrificio.

Manca a noi genitori che non siamo stati capaci di trasmettere la cultura del lavoro.

Manca a questi ragazzi che non hanno stimoli, nati troppo ricchi per aver bisogno di maturare e competere.

Manca ad una società che si è votata all'usa e getta.

Oggi se cerchiamo su internet le soluzioni ci suggeriscono una serie di interventi di strategia, utili ed efficaci sicuramente, ma che non comprendono che, malgrado questo, tra dieci anni non avremo nessuno in grado di sostituire nemmeno la molla di una tapparella.

Qui occorre intervenire sul territorio.

Ripristinare il senso di appartenenza, a Cantù come a Recanati, ad una categoria ed ad una storia.

Occorre far rinascere una comunità.

Bisogna capire tutti insieme che anche in un mondo che punta ad altro non si può vivere senza un falegname, un idraulico o un ferramenta esperto.

Torniamo a puntare sul sacrificio, sulla scuola professionale ed  all'insegnamento, altrimenti vivremo solamente di un caro e ricattante usa e getta.

Giorgio Bargna

 

venerdì 24 aprile 2026

Mani, Cuore e Cultura: L’arte di produrre emozioni, non solo oggetti


Predo spunto da un post pubblicato sulla pagina Facebook di GiGi Rana che parla di bar, per amplificare il messaggio.


Lui scrive che chi lavora dietro il bancone non serve solo bevande: serve momenti.

Amplifico dicendo che chiunque produce un servizio o un oggetto lavorando con passione produce profumo ed emozioni.


Lui scrive che un buongiorno detto bene, un bicchiere d’acqua portato con rispetto, un caffè che profuma davvero di caffè e non di bruciato.

Io amplifico dicendo che un mobile o un auto prodotti con amore e rispetto del cliente profumano di qualità.


Lui scrive che questa è la differenza tra un bar che resiste e uno che chiude.

Io amplifico dicendo che questo concetto vale per ogni attività, anche per quelle no profit,

E concordo ancora di più, se possibile, quando ci dice che il problema non è economico, è culturale, che abbiamo confuso la quantità con la qualità, che abbiamo scambiato la velocità per efficienza, il profitto immediato per professionalità.


Lui nel post riporta questi pensieri:

"E così il bar, quel luogo che per decenni è stato il cuore pulsante dei paesi e dei quartieri, oggi rischia di diventare un punto vendita come un altro.

Ma il bar vero non è un franchising.

È una bottega, un rito, una forma di identità italiana.

È la mano che ti riconosce al volo e ti prepara “il solito” senza chiedere nulla.

È un sapere che si trasmette, non un bottone che si preme.

Finché non torneremo a capire questo, 

continueremo a confondere l’espresso con il caffè.

E a svuotare, un sorso alla volta, la nostra stessa cultura".


"La verità è che oggi chiunque può aprire un bar.

Basta un comodato d’uso, un fornitore di macchine, un corso lampo su “come montare la schiuma perfetta”.

Il resto sembra secondario: la cultura, la competenza, la sensibilità del gesto.

Il bar è diventato un pacchetto chiavi in mano, un sogno standardizzato.

Ma il caffè non è routine.

Il caffè è conoscenza, esperienza, artigianalità".


Io lo ringrazio per queste riflessioni che valgono al di fuori del bar, che valgono su ogni tipologia di mercato.

Laddove lavorano le mani e il cuore, laddove c'è l'esperienza tramandata e la cultura del lavoro, laddove il profitto è in seconda battuta in confronto al cliente, li nasce il prodotto che ha reso unico il nostro Paese, da nord a sud, perché la passione per il lavoro, la cultura del lavoro, l'unicità dei risultati sono uno dei pochi collanti del nostro paese.

Grazie GiGi Rana per lo spunto, ma anche per il valore di questo pensiero.

 

mercoledì 22 aprile 2026

Mussolini e il pane quotidiano



È più importante discutere di una cittadinanza onoraria di 100 anni fa o delle liste d'attesa in sanità? Nel comasco si torna a parlare di Mussolini, ma il sospetto è che sia l'ennesimo polverone distrattivo per non affrontare i problemi reali di operai e pensionati. Ecco la mia riflessione.





Leggiamo nelle cronache locali di questi giorni che in alcuni Comuni della Provincia di Como, Olgiate Comasco e Cantù, viene richiesta, discussa, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Si parla di una deliberazione messa in pratica 102 anni fa da moltissimi comuni di tutta Italia, un atto di propaganda fascista in linea con i dettami di quel tempo.
Fatto salvo che se non fosse stato indicato il tema dal "Comitato comasco per la morte di Giacomo Matteotti", nessun comasco si sarebbe mai svegliato la mattina con questa problematica, chiamiamola così, da risolvere.
Anzi diciamola tutta, il comasco nemmeno sapeva che queste cittadinanze fossero state assegnate.
Diciamocela tutta, chi scrive è persona sicuramente di destra, ma mai stata fascista, anzi tra le mie pagine il fascismo viene aberrato, ma ogni volta che viene riproposta una posizione ideologica arcaica, obsoleta, belligerante su fatti di storia seppelliti decenni fa, qualche dubbio mi assale.
Mi chiedo, siamo semplicemente davanti a persone che non riescono ad uscire da uno stereotipo?
Mi chiedo, non essendo in grado di proporre concretezza, alcune persone si attaccano al passato?
Mi chiedo, soprattutto quando si tratta di amministratori, ma nella vostra città non ci sono problemi concreti da risolvere?
Mi chiedo, anzi vi chiedo, per il cittadino, per il pensionato, per l'operaio pensate che sia più importante un Consiglio Comunale che tratti di questa tematica oppure uno dove si discute di un problema quotidiano?
Parliamoci chiaro, il fascismo andava e va condannato, ai ragazzi va insegnato che è male.
Parliamoci chiaro, l'antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, forme ancora presenti, vanno combattuti, ma basandosi sugli accadimenti moderni, ragionando e proponendo in base alla realtà attuale, non continuando ad attaccarsi ad episodi di un secolo fa, perpetrati tra l'altro in una situazione sociopolitica oggi inconcepibile e neppure immaginabile, vista la diversità dei tempi e delle culture a confronto. 
L'ho già scritto decine di volte, la divisione anacronistica tra destra e sinistra è ormai superata da anni, oggi la "battaglia" si combatte, si deve combattere, tra chi deve salvare il proprio salario, il proprio potere d'acquisto e chi ogni giorno glielo erode voracemente pur di mantenere in piedi un apparato politico consolidato.
Nel momento in cui non devi far sapere al cittadino, al contribuente, che lo stai sodomizzando, tanto a chi sta a destra, quanto a chi sta a sinistra, viene comodo alzare polveroni distrattivi.
Perché il popolo non deve pensare alla mafia, non deve pensare alle lunghe liste d'attesa in sanità, non deve pensare all'aumento delle bollette.
Il popolo deve seguire i processi in TV, i talk show di cui abbiamo scritto qui, i grandi fratelli ed i piccoli artisti allo sbaraglio, richiamando si, in questo modo, la disinformazione tipica dei regimi.
Quindi da sinceri antifascisti, questo si lo dobbiamo essere, non facciamoci gabbare da inutili discussioni, ma pretendiamo risposte sui nostri problemi e sulle nostre necessità quotidiane.
Giorgio Bargna






sabato 18 aprile 2026

UN FUTURO BASATO SU DIGNITA', LAVORO E INDIPENDENZA ENERGETICA

 



Ne abbiamo già parlato più volte, anche qui ma è sempre meglio tornarci sopra, parlarne, discuterne, non dimenticarsi.

Nell'ideale comune quando si pensa alla Lombardia, si pensa alla regione più produttiva del

Paese, i numeri non sbagliano, ma dietro i numeri troviamo un ossimoro sociale che sta, col tempo,  diventando sempre più insostenibile.

La nostra gente, chi lavora, come chi si gode una meritata pensione, fatica ad arrivare alla terza

settimana del mese.

Se fino a qualche tempo fa quando si parlava del potere d’acquisto si ragionava di numeri e tendenze,  oggi il trend è cambiato disperatamente, parliamo di un’emergenza sociale quotidiana, partendo dall’erosione salariale.

L'inflazione e la salita vertiginosa dei prezzi negli ultimi anni si sono, si stanno, mangiando mensilità intere. 

In cambio "i padroni del vapore" hanno messo in campo bonus, spesso ridicoli, le agevolazioni in bolletta per i nuclei più vulnerabili, letta in 115 euro, scusatemi, sono una presa per i fondelli.

Anche il liberista più accanito sarà d'accordo nel definire un omicidio sociale un costo per l'affitto che sfiora spesso il 60% di uno stipendio, non solo nelle città più grandi come la nostra Como e Milano, ma ormai anche in periferia.

Ora è chiaro che non son più tempi di edilizia popolare, ma le istituzioni dovrebbero avere la decenza di attivare interventi territoriali e nazionali che calmierino i canoni.

Tutti abbiamo diritto a un esistenza dignitosa che è costituzionalmente legata a una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro, che permetta di sostenere sé stessi e la propria famiglia.

Ma in realtà non è esattamente così, spesso gli stipendi ed il loro valore, sono minati da contratti pirata e dumping, che alimentano la concorrenza sleale tra imprese e condannano i lavoratori alla povertà salariale.

La sostanza ci dice che i salari italiani, ma anche quelli lombardi, non riescono a rincorrere il costo della vita, che più di un lavoratore su dieci vive in una famiglia a rischio povertà, con retribuzioni spesso inferiori al 60% della mediana, che i prezzi dei beni alimentari sono aumentati drasticamente (+30-34% nell'ultimo decennio), che le bollette energetiche sono diventate insostenibili e che i costi abitativi/affitti sono cresciuti tra il 28% e il 60%, rendendo difficile la gestione del quotidiano.

Oggi non dobbiamo più separarci tra destra e sinistra, non dobbiamo più dividerci tra settore pubblico o privato, oggi ci dobbiamo unire tutti a difesa del nostro futuro.

La Lombardia per decenni è stata  un esempio di giustizia sociale, che non aveva assolutamente rallentato la crescita della produzione e del commercio. 

Occorre il ritorno ad una situazione dove il  lavoro sia sinonimo di dignità, stabilità e futuro, Patto per il Nord, il Sindacato del Nord, sono qui per raggiungere anche questo obbiettivo, lottiamo insieme per il Nostro Futuro.

Sarò ripetitivo, sarò nauseante, ma dobbiamo spingere sempre di più al rientro dal residuo fiscale ed all'applicazione delle gabbie salariali, ma anche verso dei piani di indipendenza energetica, riducendo la dipendenza dalle importazioni esterne per garantire stabilità economica e politica.

A mio avviso, non solo fotovoltaico, eolico e tecnologie di accumulo energetico per superare l'intermittenza delle rinnovabili, ma anche il nucleare, possibilità che l'Italia ha sempre escluso, ma che se gestita intelligentemente paga immensamente.

Unisciti a Noi, costruiamo la nuova classe politica fatta dalla gente per la gente, lottiamo insieme per riprenderci il diritto di una vita serena e felice.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


giovedì 16 aprile 2026

IL DIRITTO AUTISTICO

 



Sviluppiamo delle riflessioni, partendo da dei dati citati in un articolo pubblicato dal quotidiano locale "La Provincia di Como", che ci portano a scoprire che le diagnosi che portano al "disturbo" dello spettro autistico, nella sola provincia comasca, parlano di quasi 6mila persone interessate.

In realtà le persone interessate sono molte di più perché la situazione coinvolge anche i genitori, i fratelli, i nonni.

Va detto che nel tempo l'intercettazione del problema è decisamente migliorata in confronto a diagnosi spesso di frontiera che si avevano 25/30 anni fa.

Dobbiamo sicuramente ringraziare la scienza, ma anche un differente approccio al "problema" da parte di medici, genitori, scuole e cittadinanza.

Ma se è migliorata la capacità di intercettare i sintomi, non migliora sicuramente la possibile assistenza, anzi, aumentati i numeri si stringono le maglie, tanto nell'ambito sanitario, quanto nell'ambito scolastico, quanto nel superamento della maggiore età.

Da "adulti", se si è autistici, trovare percorsi che portino a sviluppare autonomia ed indipendenza diventa una sorta di Parigi-Dakar, dove è più facile trovare supporto in associazioni private che non nello "Stato".

Il primo pensiero dei genitori, soprattutto, ma non necessariamente, con l'avvicinarsi di una certa età,

è la preoccupazione per il "dopo di noi", la paura per il futuro dei propri figli autistici, evidenziando la necessità di soluzioni abitative dignitose e non istituzionalizzanti.

Restando sulla realtà comasca purtroppo non esistono molti esempi pratici paragonabili a Cascina Cristina , un centro sia  diurno che residenziale, nato dalla forza di un associazione di genitori e supportato, si da fondi pubblici provenienti da Regione Lombardia, da Fondazione Cariplo ma anche da forti donazioni private e lasciti parrocchiali.

Ma uscendo da questo esempio, tanto raro quanto valido, torniamo a qualcosa di sottolineato qualche riga sopra.

Le famiglie interessate affrontano diverse sfide, spesso legate alla gestione quotidiana e alla necessità di supporto continuo. 

L'autismo non è confinato dentro parametri precisi, ogni ragazzo ha un suo "perché", da qui nasce l'esigenza di interventi multimodali e personalizzati, con richieste di maggiore assistenza sanitaria e riabilitativa-abilitativa sul territorio. E va sottolineato che parliamo del Comasco, so di situazioni a Sud davvero drammatiche, anche nei temi trattati a inizio articolo in termine di intercettazione.

Le famiglie si trovano in situazioni di forte stress psicofisico, non è semplice capire (sia soli che con supporto) come gestire situazioni che a volte hanno dei risvolti veramente tanto pesanti da dover portare alla separazione dei ragazzi dalla famiglia. 

Esistono servizi di sollievo per gestire crisi forti e la quotidianità, ma la battaglia si affronta e si vince tra le mura di casa, ad ogni ora e davanti a mille evenienze, supportati dai propri nervi, dalla propria capacità di affrontare il momento, dall'esperienza, che, volenti o nolenti, si accumula.

Come ogni persona, anche chi è soggetto allo spettro autistico, ha diritto ad una vita sociale che comprende anche un lavoro, che è fonte essenziale per un percorso di autonomia ed indipendenza sia personale che economica, ma l'inclusione nel mondo del lavoro per adulti autistici rimane una sfida significativa.

L'inclusione lavorativa per adulti autistici richiede un approccio mirato, adattando l'ambiente e valorizzando le competenze uniche. Meno del 10% è occupato, rendendo cruciali tirocini, coaching sul posto di lavoro e formazione specifica per colmare le sfide sociali.

Spesso chi soffre di questa sindrome, tanto da ragazzo quanto da adulto, evidenzia ottime capacità in logica, informatica, attenzione ai dettagli e affidabilità, ma è fondamentale passare da un approccio assistenziale ad uno che valorizzi il potenziale lavorativo, mettendoli a loro agio, permettendogli di esprimersi al massimo, perché per loro il massimo obbiettivo non è lo stipendio, ma l'autostima e sentirsi parte del "sistema".

In un sistema sanitario e sociale che ho già descritto più volte, in un momento difficile a livello commerciale, la "battaglia" si fa sempre più ardua, ma chi vive la situazione, malgrado attimi di sconforto, non demorde mai, l'amore per un figlio non ha paragoni.

Oggi il movimento politico dove milito non occupa ancora poltrone, ma arriverà il momento in cui amministrerà città, regioni e nazione ed io sarò li a spingere affinché questo, come altri spinosi temi, venga affrontato con la dovuta serietà e capacità.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como


martedì 14 aprile 2026

EGOISMO, L'ESSERE IO, L'ESSERE DIO




Come succede qualche volta prendo spunto da un pensiero di Marcello Veneziani, troverete in parte il suo pensiero, in parte il mio, due pensieri comunque simili.

Nella vicenda del ragazzino che ha accoltellato l'insegnante ci possiamo leggere il manifesto della nostra epoca, un macabro resoconto di una parte predominante della nostra società che incrociamo anche in altre vicende più recenti che vedono protagonisti i giovani, i più fragili davanti al mondo.

Veneziani isola, interpetra, il riassunto delle frasi del tredicenne, le identifica nella sindrome che affligge il nostro tempo. 

“Non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizia, mancanza di rispetto e banalità. Ucciderò la mia insegnante di francese. Sono unico, non imito casi precedenti. Voglio essere riconosciuto perché vado contro la norma. L’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita conta oltre la mia. E la vita è inutile se decidi di viverla come un topo. Le regole non sono cose da seguire ma da infrangere, perché devo vendicarmi”. 

Cosa possiamo riconoscere dentro l'Io di chi si crede Dio ed odia tutto ciò che non si riconosce in lui?

Sicuramente ci possiamo riconoscere del disagio più o meno sociale e come afferma Veneziani ci possiamo riconoscere anche il disprezzo della realtà e la considerazione di sé come Unico, Individuo Assoluto, senza limiti e freni. 

Io sono sempre stato un ribelle, ancora lo sono oggi, ma con un codice d'onore, una sorta di vademecum, con il rispetto per il prossimo.

Veneziani, e sono in accordo con lui, vede trasparire in quelle parole la voglia di emergere e distinguersi andando contro la norma e le regole, vendicandosi del mondo. 

Infine la regola regina dell’egoismo, anzi dell’autoesaltazione presente: conto solo io e la mia vita, non gli altri e la loro vita; non voglio vivere come loro una vita da topi.

Qui ragazzi, lasciamo perdere le congetture tipo famiglia difficile, caso isolato, istituzioni assenti.

Qui siamo davanti a un pensiero comune di questa epoca. 

Qui siamo davanti ad un  individualismo esasperato, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e tutto il resto, ogni realtà oggettiva che non rientri nella propria sfera d’interessi, viene decisamente ignorata se non addirittura negata,

Qui siamo di fronte ad una miscela esplosiva che aggiunge a quanto detto nel paragrafo precedente egocentrismo, egoismo e narcisismo patologico. 

Cosa comporta questa filosofia di vita?

Chi la interpetra è disposto a rompere o rinnegare ogni genere di legame, ogni genere di impegno, è disposto anche a far del male agli altri, quando non si accontenta di trascurarli.

Sintetizza Veneziani, la traduzione più becera è: conto solo io, conta solo la mia vita, il resto non conta. È la fine delle relazioni e dei legami sociali, a partire da quelli più intimi, è la priorità assoluta di mettersi in salvo anche a costo di mandare alla malora chi ci è accanto. 

Se stessimo parlando di un caso isolato non sarebbe preoccupante a livello sociologico, ma questo è un pensiero diffuso, purtroppo non solo tra i giovani.

Come esplicita Veneziani l’egoismo-egocentrismo dei vecchi fa a gara con l’egoismo-egocentrismo dei ragazzi. 

È tutto un modello di società fondato sull’individualismo e sull’atomizzazione, magari “nobilitato” con aggettivi come liberale, libertario, liberista. La differenza è tra chi vive senza gli altri, e chi vive contro gli altri, con un ego aggressivo.

E qui torniamo al mio (ma anche della mia intera generazione) codice d'onore, alla sorta di vademecum, al rispetto per il prossimo.

Molti, soprattutto gli adulti, riescono a mediare tra il proprio egoismo e quello degli altri tenendo in piedi una sorta di utilità reciproca.

Ma per i giovani è molto più facile cadere nella versione negativa anche perché è difficile poi trovare limiti insuperabili una volta accettata la prospettiva individualista. 

Ci dice Veneziani che quel principio portato alle estreme ma coerenti conseguenze si riassume in una doppia equazione: Io cioè Tutto, Voi cioè Nulla. E si può sostituire voi col mondo intero, gli altri, la società, il prossimo, mentre resta inalterato e supremo l’Io-Tutto. Insomma davanti a episodi efferati come quello di Bergamo anziché scaricare tutto su un bambino malvagio, provate a scoprire quanta dose di quell’atteggiamento si nasconde in voi e intorno a voi. Allora si capirà che l’aspetto peggiore di quell’episodio non è il fatto di essere abnorme ma di rappresentare seppur in modo estremo una nuova, tremenda normalità. 

Sono questi i danni dell'atomizzazione, di una società in  cui gli individui sono isolati, privi di legami sociali significativi, di una dimensione pubblica condivisa e di un senso di appartenenza a una comunità.

La società atomizzata è caratterizzata da una profonda passività, da un egoismo diffuso, dalla mancanza di mutualità e purtroppo anche dall'abbandono dell'altro al proprio destino.

E l'altro, non molto raramente è nostro figlio, quindi assumiamoci anche noi le colpe. almeno fino quando non avremo ristabilito il senso di comunità perché vivere in comunità aiuta a trasformare la fragilità in risorse condivise e irrora la consapevolezza che il singolo conta per il gruppo e viceversa.

Giorgio Bargna