Qualche giorno fa un sindaco di sinistra, leggendo il mio post "Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza", ha — diciamo così — storto il naso.
Proviamo allora a dare sostanza alla mia proposta, partendo da basi concrete e da ciò che ognuno di noi può osservare quotidianamente. Nel post precedente proponevo in sintesi due punti chiave:
Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua, della storia e della civiltà italiana.
Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.
Analizziamo la realtà dell'immigrazione in Italia mettendo a confronto due fasce. Non su base etnica, ma su base sociologica e culturale: da un lato chi condivide un background d'impronta europea, dall'altro chi proviene da tradizioni diametralmente opposte.
Il blocco a matrice europea e occidentale I dati e la quotidianità ci dicono che i più integrati sono i Rumeni, seguiti da Albanesi e Ucraini. Un discorso a parte meritano i Filippini, che pur essendo meno numerosi vantano una presenza storicamente ben radicata e rispettosa. A favorire questa buona convivenza è senza dubbio la matrice culturale e cristiana (anche quando si parla della quota musulmana della popolazione albanese, la vicinanza geografica e storica fa la differenza).
I Rumeni beneficiano certamente dell'appartenenza all'Unione Europea, ma portano anche un prezioso bagaglio di competenze manuali e artigianali: edilizia, arredo e idraulica per quanto riguarda gli uomini. Sul fronte femminile, libero da vincoli religiosi o moralisti invadenti, troviamo una presenza massiccia sia nel settore industriale sia nei servizi, dalle cure domestiche all'assistenza familiare (colf e badanti).
Lo stesso principio vale per Ucraini e Albanesi. Avendo lavorato al loro fianco in diversi settori, posso confermare che sul piano professionale ed etico del lavoro non hanno nulla da invidiarci.
Le realtà a forte distanza culturale Il quadro cambia notevolmente quando ci si confronta con le comunità provenienti da contesti differenti. Per motivi di tradizione culturale e sociale, l'integrazione piena risulta assai più complessa per i cittadini provenienti da Nord Africa, India e Pakistan.
La comunità cinese, infine, rappresenta un vero e proprio mondo a sé: un ecosistema produttivo e sociale operoso, ma sostanzialmente chiuso ed estraneo alla vita pubblica generale, quasi invisibile agli occhi dei più.
Tutto questo, che piaccia o meno, genera evidenti squilibri sia nell'accesso al mondo del lavoro sia nell'integrazione nel tessuto sociale, finendo per riflettersi in modo inevitabile anche nelle statistiche sulla criminalità.
Mercato del lavoro e divario formativo Se la fascia di matrice europea trova un inserimento lavorativo più lineare e qualificato (come abbiamo visto precedentemente), la compagine proveniente dal Nord Africa (ad esempio Marocco, Tunisia ed Egitto) finisce in gran parte relegata all'agricoltura stagionale, alla logistica, alla ristorazione, ai servizi urbani e al commercio al dettaglio. Si tratta di ambiti dove è purtroppo più frequente l'impiego informale o di mera sussistenza, caratterizzato dall'assenza di tutele contrattuali e, nei casi più gravi, dalla sottomissione alle piaghe del caporalato. Su questo divario incide in maniera determinante anche il livello di scolarizzazione e formazione di partenza, mediamente più elevato tra chi proviene da Paesi europei.
L'analisi delle statistiche criminali: numeri assoluti vs incidenza percentuale Un discorso analogo vale per l'analisi dei reati, dove occorre fare chiarezza per evitare facili strumentalizzazioni:
In termini assoluti, le comunità romena e albanese registrano il maggior numero complessivo di denunce e arresti tra gli stranieri. Un dato ampiamente prevedibile, essendo le comunità numericamente più vaste e stabili sul territorio nazionale.
In termini percentuali (in rapporto ai residenti ufficiali), si registra invece un'incidenza proporzionalmente più alta tra i cittadini provenienti dall'Africa settentrionale. Questo dato si concentra in prevalenza su specifiche tipologie di reato urbano, quali lo spaccio di stupefacenti al dettaglio e i reati contro il patrimonio (furti e rapine).
La struttura sociale: perché non è una questione etnica, ma culturale e demografica Anche in questo caso, la spiegazione non è di natura etnica o biologica, bensì squisitamente sociologica e culturale.
Mentre l'immigrazione europea e dell'Est si muove prevalentemente per nuclei familiari o si stabilizza in tempi brevi, i flussi dal Nord Africa, dal Pakistan e dall'India sono spesso composti da singoli individui. La presenza di giovani uomini soli, privi di una rete familiare di supporto, di un'abitazione formale e di un contesto comunitario di riferimento li espone a un rischio statisticamente molto più elevato di scivolare nella marginalità e, di conseguenza, nella microcriminalità, rispetto a chi è inserito in un nucleo familiare strutturato.
Non si tratta quindi di alimentare pregiudizi o di tracciare divisioni ideologiche, ma di guardare la realtà per quella che è. L'integrazione non avviene per magia né per decreto: funziona dove ci sono condizioni culturali, familiari e normative che la favoriscono; fallisce dove si creano sacche di marginalità e clandestinità.
Ed è esattamente qui che si inserisce la mia proposta: vincolare i permessi a contratti di integrazione seri e premiare chi rispetta le regole. Continuare a negare queste evidenze in nome di un multiculturalismo astratto non fa il bene del Paese e, soprattutto, non fa il bene di chi in Italia cerca davvero un futuro di lavoro e rispetto reciproco.
Giorgio Bargna







