Se cerchiamo di mettere a fuoco il problema, ci accorgiamo che l'analfabeta di ritorno ha difficoltà a decifrare concetti semplici, a eseguire calcoli matematici basilari, non possiede coordinate storiche e manca del tutto di spirito critico. Non si tratta di semplice scolarizzazione o di titoli di studio: l’analfabeta funzionale, spesso, non sa nemmeno di esserlo. In Italia i numeri sono impietosi: un’indagine dell’OCSE stima che il fenomeno riguardi il 27% della popolazione adulta, il dato più elevato d'Europa. Nello specifico, il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi brevissimi, mentre il 22,2% riesce a decodificare contenuti cartacei o digitali solo se estremamente sinteti: parliamo di oltre quindici milioni di persone.
Le fasce interessate sono trasversali, e tra queste si contano ben tre milioni di giovani. La maggior parte ha un'occupazione, spesso manuale o ripetitiva. L'italiano medio, del resto, si informa pressoché unicamente attraverso la televisione: legge poco o nulla, non va a teatro né al cinema, non coltiva particolari interessi e non riceve stimoli cognitivi. Pur essendo molto attivo sui social, analizza il mondo prendendo in considerazione soltanto la propria esperienza diretta: il microcosmo individuale diventa l'unica realtà a cui riconosce accesso.
Legge, ascolta, guarda, ma non elabora. Ogni giorno si discute di politica, lavoro, sport o religione ripetendo a memoria ciò che il cervello ha immagazzinato, senza aver mai assimilato i concetti. Durante uno scambio di opinioni ci scopriamo incapaci di spiegare quanto appena ascoltato, di ricostruire il ragionamento sottostante o di cogliere la complessità della realtà: ne percepiamo solo i passaggi più semplici, privi di una vera rielaborazione logica.
Diciamocelo chiaramente: l’evoluzione tecnologica — niente affatto neutra e guidata da chi ne detiene i brevetti — ha semplificato all'estremo azioni e pensieri, atrofizzando le nostre capacità analitiche. L’analfabetismo funzionale non è dunque la semplice eredità di una scarsa istruzione, ma il prodotto di un modello preciso.
Tra guardare la TV e leggere c'è una differenza abissale. Persone che guardano lo stesso film lo racconteranno usando più o meno le stesse immagini e percezioni. Chi si immerge nella lettura di un libro, al contrario, produrrà riflessioni così personali da far pensare a opere differenti. Lo schermo addormenta il cervello: guardiamo e ascoltiamo senza partecipare, senza generare nuove connessioni. La lettura ha l'effetto opposto: stimola la mente, accende l'immaginazione e modella mondi e personaggi a nostra immagine. Passare ore tra smartphone e TV ci assuefà a concetti banali e ci rende insofferenti alle argomentazioni articolate. Così, a furia di percorsi mentali semplificati, il cervello si spegne gradualmente, trascinando con sé l'intuizione, lo spirito critico e la capacità di connettere saperi differenti — ossia l'essenza stessa della cultura.
Il medesimo effetto lo produce il navigatore GPS. Ci chiediamo come si potesse vivere senza, eppure ci bastavano una cartina, qualche domanda ai passanti e l'uso combinato di memoria e orientamento. Ora seguiamo passivamente una voce elettronica, incapaci di valutare la strada e persino pronti a violare i cartelli di divieto se il «tecnopadrone» lo impone. Il titolo di una celebre commedia irrideva il turismo inconsapevole: Se è giovedì, deve essere il Belgio. Non c'era ancora lo smartphone, vera propaggine del padrone insinuata dentro di noi. Oggi abbiamo in tasca uno strumento che erode la capacità di pensiero: una micro-televisione che ci culla e ci spegne, rendendoci schiavi dell'immagine. Il cervello si modella su contenuti frammentari e veloci, intrappolato nelle logiche di algoritmi che ci propongono solo ciò che vogliamo vedere per trattenerci a sé.
Google stima in otto secondi il tempo medio della nostra concentrazione. Con una soglia così ridotta, la comprensione del mondo cade in frantumi. Diventiamo passivi e intorpiditi, inclini a reiterare formule altrui senza rielaborarle o argomentarle, incapaci di nessi autonomi. Inseguiamo la facilità e la banalità, al punto da mettere in dubbio verità millenarie soltanto perché difformi dai dogmi odierni.
E domani? Chi dirige i giochi sfruttando l'illusione della nostra autonomia sa perfettamente quanto il cervello sia plastico. Vi è il fondato timore che l'intelligenza artificiale finisca per far esplodere l'analfabetismo funzionale, infierendo su chi è già sprovvisto di capacità analitiche. Gli stessi assistenti digitali che ci suggeriscono decisioni e scansiscono le nostre giornate ne sono la prova: si insediano nella plasticità cerebrale fino a diventare insostituibili.
Ma questo è solo il primo passo di un disegno in cui poteri economici e tecnocrazia lavorano per ridefinire ogni ambito della vita umana, compreso il lavoro. Circa quattro milioni di italiani rischiano il posto nei prossimi anni per via dell'automazione, nella vaga speranza di potersi riconvertire nei servizi. Riusciamo a comprendere il cortocircuito di un sistema in cui la sostituzione progressiva degli esseri umani produce povertà e marginalità, mentre si pretende di gestire la società come un algoritmo?
Sia chiaro: l’intelligenza artificiale non è un male in sé, ma l’uso dei suoi algoritmi viene sfruttato per manipolare l’opinione pubblica attraverso la diffusione chirurgica di informazione e disinformazione. La dipendenza da questi sistemi automatizzati atrofizza la capacità di svolgere compiti pratici e di assumere decisioni autonome. La libertà di scelta diventa un’illusione e, se a questo sommiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende come si possa essere manovrati in ogni momento.
Sradicare la capacità di elaborazione, la memoria e l’analisi di ciò che ci circonda è la chiave per esercitare il controllo sulle persone. In una società individualista e materialista, plasmare individui incapaci di pensare significa potersi assicurare un dominio totale con il minimo sforzo. Di fronte a popolazioni prive di senso critico e regredite nell'ignoranza, l'IA conferisce un potere immenso a chi la possiede, la programma e la orienta. È la nascita del tecnototalitarismo: uno scenario in cui, incapaci persino di distinguere la realtà, diventeremo strumenti inconsapevoli nelle mani di chi detiene la tecnologia. È questa la vera posta in gioco, ben oltre le futili schermaglie tra tifoserie politiche — un potere, quello politico, ormai ridotto al più debole, fungibile ed eterodiretto.
Difendere la propria capacità di pensare, leggere e connettere i fatti non è più un semplice esercizio culturale: è l'ultimo atto di resistenza per rimanere umani e liberi.
Giorgio Bargna









