domenica 12 luglio 2026

Contro il "Cittadino del Mondo": Cittadinanza e Comunità quali atti di resistenza


Un pensiero di Francesco Petrone, letto sulla rassegna stampa di "Arianna Editrice", mi offre lo spunto per affrontare un tema che mi sta profondamente a cuore: la Cittadinanza. L'essere Cittadino, rigorosamente con la C maiuscola.

L'articolo si apre con una tesi che condivido in toto: l'idea di essere “Cittadino del mondo” è un'assoluta impossibilità. Chiamatela retorica, ossimoro o pura sciocchezza; di certo non ha nulla a che fare con il nobile concetto filosofico dello "stare bene con il prossimo".

Essere Cittadino significa accettare dei margini invalicabili. Dentro questi confini prendono forma una comunità, una storia, una lingua e delle leggi. Al Cittadino appartengono diritti e doveri: il voto e le tasse, l'accesso alla sanità e la tutela del territorio.

Soprattutto, la cittadinanza ha senso solo se esiste un limite. Se tutti fossimo cittadini del mondo, nessuno sarebbe cittadino di nulla. Come ricordava Leopardi, citato da Petrone: "Quando Roma fu il mondo, nessuno fu romano."

Definisci pure "poetica" questa cittadinanza universale, ma poi prova a chiedere al mondo un parlamento, dei servizi finanziati dalle tasse, la protezione di un esercito o la tutela di un tribunale. Questo globalismo maldestro cerca di livellare tutto, cancellando nazioni, culture e specificità.

Scrive Petrone:«Ma se vengono cancellati i confini, si cancella anche il concetto stesso di città da cui viene "cittadino". Civis in latino significa membro di una civitas, cioè una città-stato. Quindi "cittadino del mondo" nega se stesso: senza Stato nessuno ha diritti esigibili. Chi tutela l'individuo se viene arrestato a Dubai o in Cina come "cittadino del mondo"? Nessuno. Senza doveri non esiste comunità. Se non vengono pagate le tasse da nessuna parte, non viene mantenuta nessuna scuola, nessun ospedale.»

Far parte di una comunità reale permette la nascita di un "Noi" in cui l'individuo si realizza come "Io" politico e sociale. Il "mondo globale", invece, ci condanna alla neutralità assoluta: ci chiede di non scegliere, e quindi di non essere.

In sostanza, la globalizzazione appiattisce e nega ogni forma di cittadinanza particolare. A questo proposito, Petrone cita Chesterton: «Cosmopolita vuol dire che non hai patria. E chi non ha patria, non ha nemmeno casa».

Questo non fa che confermare una tesi che sostengo da anni: il solidarismo, la fratellanza e l'altruismo reali nascono solo all'interno di un legame di gruppo; tutto il resto non è che atomizzazione sociale.

Certi miti ideologici hanno radici lontane. Petrone definisce queste visioni "lennoniane", figlie di quella cultura hippie e new age che tra gli anni Sessanta e Settanta lanciò lo slogan "la mia patria è il mondo intero". Un mondo senza confini, senza nazioni e senza bandiere in cui i concetti di pace, amore, musica e viaggi si fondevano – aggiungerei io – con l'uso di droghe.

Oggi quella stessa utopia ci viene riproposta sotto formule diverse e con un lessico rinnovato dai nuovi "padroni del vapore". Nel mondo dominato dai PowerPoint, dai fondi europei, dalle banche e dalle multinazionali, le grandi oligarchie sostituiscono e surclassano un cittadino ormai sistematicamente deresponsabilizzato.

E come ci ricorda giustamente Petrone: «Possiamo osservare che quando il cittadino del mondo è troppo deresponsabilizzato, è fatale che si addensino nubi di guerre, genocidi, illegittimità, sfruttamento. È lì che le grandi imprese prendono decisioni al posto delle istituzioni, svuotate delle loro funzioni originarie».

A causa di questa logica globalizzatrice, il potere decisionale è scivolato nelle mani del privato. Non del cittadino comune, ovviamente, ma di un privato dotato di capitali immensi, capace di controllare armamenti, media e fondi d'investimento; un privato che dispone delle banche e degli eserciti più grandi. Possiamo definirlo a tutti gli effetti un nuovo "feudalesimo finanziario": nel momento in cui lo Stato viene smantellato e l'etica messa al bando, a prevalere restano unicamente gli interessi della speculazione economica.

Riabilitare il concetto di Cittadinanza, oggi, non è un esercizio di sterile nostalgia, ma un atto di vera e propria resistenza. Dire di no all'illusione del "cittadino del mondo" significa rifiutare il ruolo di sudditi passivi di questo feudalesimo finanziario. Significa riscoprire che i diritti non cadono dall'alto dei mercati, ma si conquistano e si difendono dentro i confini di una comunità reale, fatta di volti, di doveri condivisi, di storia e di leggi. Solo tornando a essere cittadini di una civitas concreta potremo sottrarre il nostro futuro alle logiche dei "padroni del vapore" e restituire all'individuo la sua dignità di "Io" politico, libero e responsabile.

Giorgio Bargna

 

sabato 11 luglio 2026

La Variante Tremezzina: cronaca di un’opera senza fine



Lo avevamo scritto già il primo aprile — una data che, col senno di poi, suona come una profezia sarcastica — riguardo ai lavori sulla "Variante Tremezzina". Ripercorrere la cronistoria di questo cantiere equivale a sfogliare il catalogo dell'inefficienza.

Tutto inizia con l'approvazione del progetto definitivo da parte di Anas nel 2019, seguita da quello esecutivo nel 2022. I lavori partono ufficialmente il 29 novembre 2021, con una stima di spesa iniziale di 390 milioni di euro. Già ad aprile segnalavamo rincari ufficiosi di almeno cento milioni, destinati a lievitare ulteriormente per via di varianti e "imprevisti" — come il ritrovamento di arsenico e idrocarburi — dettagli che, per una perizia degna di questo nome, avrebbero dovuto essere evidenti fin dal primo giorno.

Se le finanze piangono, i tempi sono ormai pura utopia. La consegna, promessa in tempo per le Olimpiadi del 2026, è stata archiviata come un ricordo sbiadito. A fine 2024, Anas parlava di un "possibile" completamento entro il 2028, ma le cronache di oggi confermano il peggio: rispondendo a La Provincia Unica, l'ad di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha fissato l'orizzonte ad aprile 2031.

Parallelamente, il conto sale: dai 412 milioni annunciati siamo ormai stabilmente oltre il mezzo miliardo di euro. Una "variante" che, più che una strada, sembra una voragine finanziaria.

A coronare l'assurdo, scopriamo che i lavori proseguono al ritmo di cinque giorni a settimana. Evidentemente, di fronte a ritardi faraonici, la soluzione non è accelerare con un turno pieno, ma mantenere un approccio da "ufficio pubblico" anni '80. Il Ministro Salvini, dal canto suo, osserva in silenzio, forte di un’informativa che serve solo a certificare la sua consapevolezza.

Ma davvero possiamo continuare a stare a guardare? Possiamo ancora permetterci di limitare la nostra indignazione allo sfogo sui social, tra un selfie sul lago e la solita lamentela da bar, mentre le nostre tasche vengono svuotate e il futuro del territorio viene ipotecato da una gestione che definire dilettantistica sarebbe un complimento? Questa strada non è più solo un’opera incompiuta: è diventata il monumento alla nostra stessa passività, gestita da chi tratta il tempo e il denaro pubblico con la stessa, colpevole inerzia di chi attende che l'acqua bolla per la pasta, incurante di quanto tempo stia sprecando.

Noi non ci stiamo. Sappiamo che queste pagine sono lette da chi, come noi, vive ogni giorno sulla propria pelle il peso di questa inefficienza. È il momento di passare dalle parole ai fatti: contattateci, incontriamoci, creiamo comitati di pressione, studiamo insieme proposte che non possano più essere ignorate. Il territorio appartiene a chi lo vive, non a chi lo usa come terreno di caccia per scadenze elettorali o promesse mai mantenute.

La nostra battaglia inizia dai presidi sul campo: vi aspettiamo al nostro gazebo a San Fedele Intelvi, Sabato 18 luglio, per confrontarci, organizzarci e riprenderci la voce che ci stanno togliendo.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

Oltre il multiculturalismo: verso un nuovo patto di cittadinanza


Proviamo ad analizzare, con rigore e senza cedere a derive populiste o razziste, come l’immigrazione contemporanea incida sul tessuto sociale, mettendo in discussione la coesione comunitaria e la sostenibilità del welfare.

Sebbene le migrazioni siano un fenomeno storico fisiologico, esse hanno generato benefici reali solo laddove sono state governate con lungimiranza, favorendo un autentico processo di integrazione culturale che, oggi, appare assente. I sostenitori del multiculturalismo storceranno il naso, ma, a sessant'anni dall'avvento di questo paradigma, la metafora della 'macedonia' – in cui ogni cultura preserva intatta la propria specificità in un insieme armonico – non si è tradotta, se non in rare eccezioni, in quel progresso tangibile che avrebbe dovuto migliorare la vita di tutti.

Oggi si sostiene spesso che l'immigrazione sia la risposta necessaria alla crisi demografica italiana, utile a sostenere il sistema previdenziale e a colmare la carenza di manodopera. Sebbene l'argomento abbia una sua logica, esso appare parziale: l'immigrato che oggi versa contributi, domani sarà un pensionato che richiederà le medesime tutele. Piuttosto che affidarsi a una delega esterna per sopperire a carenze strutturali, sarebbe prioritario investire nel coinvolgimento dei nostri giovani, incentivandoli a ricoprire anche i ruoli lavorativi più gravosi.

Questa riflessione si scontra con una mutazione profonda della percezione collettiva: se in passato una rapida diversificazione etnica o religiosa veniva temuta come una minaccia astratta all'identità nazionale, oggi tale inquietudine si è trasformata in una certezza, alimentata dalle cronache quotidiane. La presenza di flussi migratori non regolati non solo marginalizza i migranti, rendendo vana ogni prospettiva di integrazione, ma genera un senso di insicurezza diffuso e fondato, ben diverso dallo 'spauracchio' del passato.

La marginalizzazione – dovuta a barriere linguistiche, culturali o lavorative – crea sacche di esclusione e 'mondi paralleli' che, vivendo in una reciproca incomprensione, alimentano una sorta di conflitto strisciante tra comunità. Parallelamente, il risentimento cresce anche tra gli autoctoni: in contesti di scarsità di risorse, la competizione per l'accesso ai servizi pubblici (casa, sanità, istruzione) – gestiti spesso tramite regolamenti ormai obsoleti – esacerba le tensioni sociali. Quando, infine, le cronache riportano con frequenza episodi di violenza, il senso di insicurezza esplode, rischiando di innescare reazioni indisciplinate e laceranti da entrambe le parti.

In definitiva, quando un Paese non è in grado di governare l'integrazione, i problemi sorgono spontanei. Tali tensioni si amplificano ulteriormente quando la politica e lo stesso corpo sociale degli immigrati regolari finiscono per ignorare il fenomeno dell'immigrazione irregolare, minando alla base quel patto di legalità indispensabile per una convivenza civile.

Vediamo a questo punto cosa si potrebbe proporre.

Il fallimento del multiculturalismo "a macchia di leopardo" va sostituito con un modello in cui l'adesione ai valori costituzionali e alla cultura del territorio di accoglienza non è un'opzione, ma un requisito.

Quindi :

- Contratti di integrazione: Vincolare i permessi di soggiorno a percorsi certificati di apprendimento della lingua e della storia/civiltà italiana.

- Valorizzazione del merito: Incentivare le comunità di immigrati che dimostrano capacità di autogestione, lavoro regolare e rispetto delle regole, distinguendole nettamente da chi vive nell'illegalità.

Sulla necessità di coinvolgere i giovani anziché "delegare" all'immigrazione, la politica dovrebbe agire su due fronti:

- Investimento formativo mirato: Trasformare il sistema di istruzione professionale (scuole tecniche e ITS) per rendere attrattivi i lavori manuali e tecnici, oggi abbandonati, rendendoli carriere dignitose e ben retribuite, non "lavori di serie B".

- Disincentivare la "manodopera a basso costo": Spesso l'immigrazione massiccia viene usata per tenere bassi i salari in certi settori. Una politica "nordista" dovrebbe promuovere l'automazione e l'innovazione tecnologica nelle imprese, riducendo la dipendenza da manodopera non qualificata e aumentando la produttività e i salari dei lavoratori locali.

In linea con le istanze di autonomia, il welfare deve essere considerato un patto tra i cittadini che contribuiscono al sistema.

Quindi:

- Gradualità nell'accesso ai servizi: Introdurre requisiti di residenza prolungata e di anzianità contributiva per l'accesso a specifici sussidi sociali o edilizia popolare. L'idea è che il welfare sia un "sistema di mutuo soccorso" che si costruisce col tempo e con il contributo attivo alla comunità.

- Trasparenza e controlli severi: Lotta senza quartiere all'immigrazione irregolare, non solo per sicurezza, ma per proteggere l'equilibrio dei servizi pubblici locali, che non possono essere illimitati.

E su quanto io ho definito il rischio di "reazioni indisciplinate". la soluzione passa per il ripristino dell'autorità.

Quindi:

- Tolleranza zero verso l'irregolarità: L'irregolarità mina il patto tra Stato e cittadini. È necessario un sistema di espulsioni efficace e una gestione rigorosa del territorio che impedisca la formazione di "enclavi" fuori controllo.

- Coinvolgimento delle comunità: Chiedere (o pretendere) che anche le associazioni di immigrati regolari collaborino attivamente con le forze dell'ordine per isolare gli elementi estremisti o criminali, superando l'omertà.

La mia non è una chiusura dettata dal pregiudizio, ma una richiesta di responsabilità. Vorrei. e sono convinto lo voglia che fa politica con me, un territorio in cui l'accoglienza sia sinonimo di rispetto delle regole, in cui il lavoro dei nostri giovani sia messo al centro della strategia industriale e in cui il welfare non sia un beneficio erogato a pioggia, ma un patrimonio comune da tutelare attraverso la legalità e l'integrazione reale. Senza regole certe e senza una visione identitaria, il futuro non è una ricchezza, ma un elemento di dissoluzione.

Giorgio Bargna

Tessera 0624

Patto per il Nord

 

lunedì 6 luglio 2026

Non c’è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci


Sono ormai lontani i tempi in cui a Cantù, come in gran parte della Brianza, sotto ogni condominio trovava spazio la bottega di chi quell’edificio lo aveva visto nascere. Sono lontani anche gli anni in cui l’immigrato – veneto, siciliano, calabrese o pugliese – riusciva, nel weekend, a costruire con le proprie mani e il supporto di amici e parenti la casa in cui vivere. I tempi cambiano, è un dato di fatto, ma la deriva odierna è diametralmente opposta e, soprattutto, insostenibile.

Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.

Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.

Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.

Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.

Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:

- meno di 1.000 euro netti: 8,9%

- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%

- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%

- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%

- oltre 2.500 euro: 13,6%

Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.

Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.

Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.

Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.

Giorgio Bargna

sabato 4 luglio 2026

Overtourism e diritto all'abitare: perché il Lago di Como deve riprendere il controllo del proprio futuro.

 


Non sempre tutto quello che luccica, che appare come oro, in realtà lo è.
E' notizia apparsa sulla stampa l'omelia, le parole del parroco di Lenno e Isola-Ossuccio don Italo Mazzoni.
La questione sollevata da don Italo Mazzoni e ripresa dagli attori chiave del territorio tramezzino tocca un nervo scoperto di molte destinazioni turistiche italiane di eccellenza. La Tremezzina, con il suo mix unico di paesaggio, storia e prestigio internazionale, è diventata un laboratorio a cielo aperto dove le tensioni tra "economia turistica" e "diritto all'abitare" si manifestano con particolare intensità.

Proviamo a proporre un’analisi strutturata per approfondire i nodi cruciali di questo dibattito:

1. Il cuore del problema: L'impatto dell'Extra-alberghiero
Il punto sollevato da Luca Leoni (Associazione Albergatori) è centrale: la "bolla" degli affitti brevi (Airbnb e simili) ha trasformato il mercato immobiliare residenziale.
Sostituzione dell'offerta: Il mercato ha preferito la redditività immediata e alta degli affitti turistici rispetto ai canoni concordati per residenti. Questo ha generato una crisi abitativa per le classi lavoratrici locali (insegnanti, operatori sanitari), creando un effetto "città fantasma" nei centri storici.
Perdita di identità: Quando il tessuto commerciale di vicinato (botteghe, forni, alimentari) viene sostituito da attività pensate esclusivamente per il turista (souvenir, locali di passaggio), la comunità perde la sua funzione sociale.
La previsione: Leoni ipotizza un'imminente saturazione della bolla. Se il mercato delle case vacanza dovesse flettere, si aprirebbe la sfida politica di incentivare il rientro di quegli immobili nel mercato residenziale a prezzi calmierati.

2. Le infrastrutture come collo di bottiglia
Alberto Cetti (Associazione Turistica Tremezzina) sposta giustamente l'attenzione su mobilità e stagionalità. Il paradosso della Tremezzina è quello di una zona con una domanda elevatissima, ma con infrastrutture fisiche (strade strette, parcheggi limitati) progettate per una realtà demografica di cinquant'anni fa.
La variante della Tremezzina: È l'opera pubblica considerata essenziale per decongestionare il traffico di attraversamento. Senza di essa, il carico turistico attuale è insostenibile per la qualità della vita dei residenti.
Destagionalizzazione: L'idea è quella di spostare i flussi dai mesi estivi di punta (giugno-agosto) verso la "spalla" della stagione (primavera e autunno), riducendo la pressione concentrata e rendendo il business turistico più sostenibile e meno "mordi e fuggi".

3. La governance del territorio: "Legge e Consapevolezza"
Il sindaco Mauro Guerra richiama una responsabilità collettiva. Non si può demonizzare il successo turistico, che è una fonte di reddito vitale, ma bisogna passare da una fase di "gestione dell'emergenza" a una fase di "pianificazione strategica":
Regolazione degli affitti: Molti comuni montani e lacustri iniziano a pensare a limitazioni quantitative o zone a numero chiuso per gli appartamenti turistici.
Responsabilità dell'amministratore: Il ruolo del Comune non è più solo quello di promuovere la destinazione, ma di fungere da regolatore per garantire che il turismo non "cannibalizzi" il benessere sociale.

Su questo punti il "grido d'allarme" di don Mazzoni non è un atto di ostilità verso i turisti, ma una richiesta di equilibrio. Quando il costo della vita e la difficoltà di trovare casa superano i benefici portati dall'indotto, il sistema entra in crisi. La Tremezzina oggi si trova in una fase di transizione fondamentale: o riesce a imporre regole che proteggano la propria specificità culturale e sociale, o rischia di diventare una "cartolina" bellissima ma privata della propria comunità pulsante.

Ma allarghiamo il discorso.
La situazione che sta vivendo la Tremezzina è assolutamente speculare a quanto sta accadendo a Como, sebbene con alcune differenze di scala e dinamica.
A Como la pressione dell'overtourism è diventata un tema centrale del dibattito pubblico e politico. 
Il capoluogo sta affrontando sfide molto simili a quelle del resto del lago, ma con intensità diverse:
- Mercato immobiliare "drogato": Anche a Como, come sottolineato da diverse sigle sindacali e osservatori locali, gli affitti a breve termine hanno sottratto una fetta consistente di alloggi al mercato residenziale a lungo termine. Il risultato è la difficoltà per lavoratori, studenti e giovani famiglie di trovare casa, spingendo la popolazione residente lontano dal centro storico.
- Servizi e commercio: La città sta subendo una mutazione della propria offerta commerciale: le botteghe storiche lasciano spazio a catene o attività focalizzate esclusivamente sui turisti, innescando quella progressiva "svuotamento" dell'identità cittadina di cui si lamentano molti residenti.
- Pressione infrastrutturale: A differenza della Tremezzina, dove il problema è il transito (la strada Regina è l'unica arteria), a Como il problema è la saturazione degli spazi urbani, del lungolago e dei parcheggi, aggravata da una presenza turistica che non conosce più stagionalità.

Situazioni molto simili dunque, sebbene gli scenari siano molto diversi tra borghi e città.
Abbiamo citato la Strada Regina, la Variante Tremezzina, facciamo una breve riflessione su questo.

Fatto salvo che dobbiamo considerare necessaria la variante della Tremezzina questa opera sarà un vero  un "toccasana" o un’illusione?

Il beneficio principale sarà la separazione tra il traffico locale/di residenti e il traffico di transito (camion, turisti diretti verso l'alto lago). Questo dovrebbe abbattere drasticamente i tempi di percorrenza e lo smog nei centri abitati.
Liberare la vecchia "Regina" dal traffico pesante consentirà una maggiore fruibilità dei centri storici, che potranno finalmente respirare.
Le criticità sono legate, oltre ai lunghi tempi di realizzazione, al timore che una viabilità più fluida possa paradossalmente aumentare l'accessibilità della zona, attirando ancora più turisti "mordi e fuggi" se non accompagnata da politiche di gestione dei flussi (come parcheggi scambiatori o limitazioni al traffico privato); inoltre, restando legati ai temi trattati è fondamentale sottolineare che la variante risolverà i problemi di mobilità, ma non incide minimamente sul mercato immobiliare. 

Il mio pensiero personale:

Intravvedo la situazione di Como e della Tremezzina come il fallimento del modello di "turismo di massa globale". Lentamente, forse inconsapevolmente stiamo vendendo la nostra identità per alimentare una rendita finanziaria che non resta sul territorio.
Invece di inseguire il numero di presenze (che distrugge il territorio), credo che andrebbe promosso un turismo qualitativo, che rispetti la cultura locale. Una campagna di comunicazione che dica: "Siamo una comunità viva, non una cartolina. Qui le regole si rispettano perché qui la gente vive e lavora".

Sia chiaro a chi (probabilmente anche nella mia area politica) è contrario al mio pensiero che non sto parlando di "chiudere il lago" ma di riprendere il controllo del timone.
Mentre il mercato vede Como e la Tremezzina come una "vacca da mungere" (da spremere finché c'è domanda), io le vedo come una casa da proteggere. La differenza è radicale: per il mercato, se il residente se ne va perché l'affitto è troppo alto, è una legge economica; per il localista, se il residente se ne va, è un fallimento politico.

Giorgio Bargna


Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (7)


Settima pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

La Sicurezza Nazionale: Una Priorità Strategica
La sicurezza è una funzione statale che non ammette dilettantismo: richiede competenze specialistiche, visione lungimirante e una rigorosa continuità istituzionale. In uno scenario internazionale caratterizzato da competizione geopolitica, minacce ibride, rischi cyber, terrorismo e criminalità transnazionale, l’Italia ha il dovere di rafforzare la propria capacità di difesa e la tutela dei propri interessi vitali.

Le nostre proposte
Investimenti nella Difesa: L'Italia deve allineare la spesa per la difesa ai propri impegni internazionali e al reale livello di esposizione geopolitica. Tali investimenti devono fungere da volano per l’industria nazionale — un’eccellenza riconosciuta globalmente — privilegiando l’innovazione e la ricerca tecnologica di punta.

Cybersicurezza e Infrastrutture Critiche: Reti energetiche, telecomunicazioni, sistemi finanziari e nodi logistici rappresentano i principali bersagli degli attacchi ibridi. La loro messa in sicurezza è una priorità strategica che necessita di investimenti mirati, competenze d'eccellenza e un coordinamento centrale efficace.

Sicurezza Economica e Golden Power: Proteggere gli asset nazionali — brevetti, tecnologie proprietarie, aziende strategiche e infrastrutture — è un pilastro della sovranità nazionale. Il Golden Power va esercitato con visione strategica e pragmatismo, trasformandolo da mero adempimento burocratico a efficace strumento di difesa del sistema-Paese.

Intelligence Economica: In un contesto in cui il vantaggio competitivo dipende dalla qualità delle informazioni, l’Italia deve potenziare la propria capacità di raccolta e analisi di intelligence economica. Dotarsi di strumenti all'avanguardia in questo settore è essenziale per tutelare la competitività del nostro sistema produttivo.

Atlantismo e Autonomia Strategica: L’Alleanza Atlantica rimane il pilastro insostituibile della sicurezza italiana ed europea. Tuttavia, l'Italia deve sapersi porre come un alleato credibile e consapevole, capace di far valere i propri interessi nazionali all'interno del quadro delle alleanze. La politica estera non si costruisce con gli slogan, ma attraverso coerenza, competenza e serietà istituzionale.

Con chi parliamo: L’identità del Patto per il Nord
Il Patto per il Nord nasce come soggetto politico pienamente autonomo. La nostra identità non si misura in base alle alleanze, ma è definita dai contenuti: federalismo, libertà economica e responsabilità territoriale. Non siamo subalterni, costola o satellite di alcuno.

La nostra collocazione naturale è nell'area del centrodestra, per una profonda affinità di merito: condividiamo i valori della libertà d’impresa, della sicurezza, della responsabilità individuale, del realismo in politica estera e del rispetto delle istituzioni. Sono pilastri storici della nostra cultura politica. Tuttavia, una propensione non è una cambiale in bianco. Il centrodestra, nella sua attuale configurazione, ha progressivamente abbandonato la cultura dell’autonomia e del radicamento territoriale, sacrificando le idee sull'altare della comunicazione, sostituendo la competenza con lo slogan e il confronto con la verticalizzazione del comando. Non ci collochiamo dove la nostra identità e il nostro valore aggiunto non vengono riconosciuti.

Siamo aperti al dialogo con tutte le forze politiche che condividono una visione pragmatica e riformista. Il primato della competenza sulla propaganda, dell’economia reale sulla finanza, del territorio sul palazzo, della responsabilità sull’assistenzialismo: è su questi temi che misuriamo i nostri interlocutori. Non poniamo steccati ideologici a priori: giudichiamo le proposte, non le etichette. Ove incontreremo serietà, disponibilità al confronto sui contenuti e rispetto per la nostra autonomia, saremo pronti a costruire percorsi comuni. Dove invece troveremo arroganza, pretesa di subalternità o disprezzo per il territorio, non ci saremo.

Ciò che rifiutiamo è netto:
- Il centralismo, da qualsiasi parte provenga;
- L'assistenzialismo come modello sociale;
- L’ideologia che soffoca il pragmatismo;
- La politica degli slogan a discapito della competenza;
- La verticalizzazione del comando che mortifica la partecipazione e la responsabilità territoriale.

Non accettiamo, in particolare, che qualcuno pretenda di rappresentare il Nord senza averlo mai ascoltato, né che si agiti la bandiera dell’autonomia in campagna elettorale per poi archiviarla una volta raggiunto il governo


 

mercoledì 1 luglio 2026

Borghi-Campus ed RSA diffuse: l'eresia che può salvare il nostro territorio



Mentre mi reco al lavoro, ascolto spesso la rassegna stampa di RTL. A commentare i fatti del giorno c'è Davide Giaccalone: pur trovandomi raramente d’accordo con lui, riconosco in lui una persona colta e acuta, capace di cogliere il cuore dei problemi e proporre soluzioni, al di là di ogni condivisione.

In una recente puntata, ha collegato tre temi che ho trovato profondamente interconnessi: gli investimenti privati per un futuro sostenibile, la carenza di servizi essenziali nei piccoli centri e la possibilità di trasformare i borghi spopolati in 'campus' o RSA diffuse. Un’intuizione che può apparire eretica o peregrina, ma è proprio dall'eresia che spesso nascono i cambiamenti più significativi. Per questo, ho deciso di approfondire la questione.

Sono convinto che l'idea di trasformare i borghi spopolati in campus o RSA diffuse non sia solo una suggestione architettonica, ma una vera e propria strategia di rigenerazione territoriale che risponde a due grandi emergenze del nostro tempo: l'abbandono dei piccoli centri e la crisi del modello di assistenza residenziale tradizionale.

Analizziamo le potenzialità e le sfide di questo modello, declinato per il contesto italiano e locale:

1. Il Modello del "Borgo-Campus" (Community Living)

Invece di concentrare i servizi in grandi strutture isolate, il borgo diventa un campus aperto.

Architettura diffusa: Invece di un unico edificio-caserma, gli alloggi, i laboratori e le aree comuni sono ricavati dal recupero di edifici storici dismessi, creando un ecosistema integrato.

Target intergenerazionale: Il successo di questi progetti risiede nell'evitare la ghettizzazione. Un campus che ospita sia anziani autosufficienti (o con fragilità lievi) che giovani lavoratori in smart working o studenti, favorisce uno scambio sociale che contrasta la solitudine.

Servizi a rete: La mobilità interna e il telelavoro permettono di mantenere il borgo connesso, trasformando il limite geografico in un vantaggio competitivo per chi cerca qualità della vita.

2. RSA "Allargate" e Assistenza di Comunità

Il modello delle "RSA allargate" supera il concetto di istituto chiuso, puntando su una dimensione più umana e integrata.

Integrazione col territorio: Gli spazi comuni della RSA (mense, giardini, ambulatori) vengono aperti alla cittadinanza, riducendo lo stigma del "luogo di segregazione" e rendendo la struttura un centro polifunzionale per il paese.

Telemedicina e domotica: Per un borgo, la sfida è la distanza dai presidi ospedalieri. L'implementazione di reti di telemedicina avanzata e assistenza domiciliare tecnologicamente monitorata permette di mantenere standard di sicurezza elevati pur vivendo in un ambiente di "borgo".

Economia circolare del care: Il personale che lavora nella struttura diventa parte integrante della comunità, creando un indotto economico che aiuta a stabilizzare le famiglie nel borgo.

3. Fattori Critici di Successo (La visione bottom-up)

Per passare dalla teoria alla realtà in territori come le nostre aree di frontiera o le zone collinari lombarde, è necessario affrontare alcuni nodi strutturali:

Infrastruttura Digitale: Senza una connettività ultra-veloce (fibra/5G), il modello campus non regge. È il prerequisito fondamentale per la telemedicina e il lavoro da remoto.

Mobilità di Raccordo: Occorre una rete di "navette di prossimità" che colleghino il borgo-campus ai nodi ferroviari o ai centri urbani maggiori, per evitare l'isolamento geografico.

Normativa e Flessibilità: Le leggi regionali attuali sulle RSA sono molto rigide su standard edilizi e di personale. Progetti innovativi richiedono "zone franche" normative o sperimentazioni amministrative che permettano di adattare i vecchi edifici senza snaturarli.

Governance Locale: Questo non è un progetto che può essere imposto dall'alto. Richiede il coinvolgimento dei comuni, delle cooperative sociali locali e dei privati, in una logica di partenariato pubblico-privato che mantenga la gestione radicata nel territorio.

Tutto questo ovviamente può stare in piedi soltanto attraverso il serio impegno sia del pubblico che del privato, sia da parte degli amministratori che da parte degli investitori.

Il problema attuale, spesso, è che il mercato delle RSA ragiona su cicli di rientro dell'investimento troppo brevi, che mal si conciliano con le lungaggini burocratiche e la complessità logistica di un borgo o di un centro storico. Se il privato vede il "mattone" solo come costo da ammortizzare rapidamente, il rischio è che cerchi di massimizzare il numero di posti letto in strutture iper-concentrate, ignorando la qualità della vita e la sostenibilità sociale.

Per spostare la visione verso il lungo termine, la strategia dovrebbe probabilmente passare per questi tre assi:

Convenzioni "a lungo respiro": Le amministrazioni locali potrebbero offrire il comodato d'uso gratuito di edifici pubblici o dismessi a fronte di concessioni pluridecennali (20-30 anni). Questo abbassa drasticamente l'investimento iniziale del privato, permettendogli di spalmare i costi su un arco temporale più ampio e, idealmente, di calmierare le rette per le famiglie.

ESG e Rating Sociale: Molti fondi di investimento oggi cercano progetti con forte impatto sociale (criteri ESG). Un progetto di borgo-campus ha una "narrazione" molto più potente di una RSA tradizionale. Se le istituzioni riuscissero a creare dei "pacchetti" di borghi pronti per la riqualificazione, potrebbero attirare capitali interessati non al profitto immediato, ma alla stabilità e al prestigio di un modello di welfare all'avanguardia.

Il ruolo del "Regista Pubblico": Il pubblico non può limitarsi a concedere le autorizzazioni, ma deve fare da garante della qualità. Se il privato gestisce la struttura, il pubblico deve mantenere il controllo sui requisiti di accesso (le rette) e sulla qualità del servizio, trasformando il profitto in una forma di "profitto sociale" dove una parte dell'utile viene reinvestita nella manutenzione del borgo stesso o in servizi di prossimità (es. infermiere di comunità, consegna pasti, trasporto).

In sostanza, il privato diventa un partner di gestione territoriale e non solo un prestatore di servizi sanitari.

Ereticamente mi sento di proporre qualcosa che molti di voi riterranno inaudito, una città di media dimensione che diventa il polo logistico di un programma.

Questa visione di una rete territoriale inter-comunale è, dal punto di vista strategico, l'unica risposta seria alla frammentazione amministrativa che affligge il nostro territorio. La connessione tra Cantù, il sistema del Lago di Como e la Vallassina non è solo un auspicio, ma una necessità logistica ed economica.

Unire le forze tra questi ambiti permetterebbe di creare quello che definirei un "ecosistema dei servizi" su scala provinciale:

Complementarità funzionale: Cantù può fungere da polo logistico e di erogazione di servizi complessi (sanità specialistica, uffici, distretti produttivi), mentre la Vallassina e i centri minori del Lago di Como possono offrire gli spazi per quel "welfare di rigenerazione" di cui parlavamo: RSA diffuse, campus residenziali immersi nel verde, centri per la riabilitazione o il soggiorno a lungo termine.

Superamento del Campanilismo: La sfida politica qui è enorme. La storia delle nostre amministrazioni locali è spesso segnata da una resistenza a cedere autonomia. Tuttavia, una proposta "bottom-up" (come quelle che sostieni da tempo) che parta dai bisogni reali – mancanza di medici di base, costi RSA, dispersione dei giovani – potrebbe obbligare la politica a sedersi allo stesso tavolo.

Infrastruttura di Connessione: Se pensiamo a un progetto di questo tipo, la connessione fisica e digitale diventa il fulcro. Non parliamo solo di strade, ma di una mobilità di bacino che faccia sentire la Vallassina non un'appendice montana, ma parte integrante di un distretto economico che gravita su Cantù e Como.

È un approccio che guarda al futuro con estremo pragmatismo: non più comuni che competono per risorse scarse, ma un territorio che si organizza per offrire soluzioni abitative e di cura scalabili.

Giorgio Bargna


 

lunedì 29 giugno 2026

Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (6)


Sesta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Welfare e Sanità: Coesione, non Assistenzialismo
Il Congresso di Treviglio ha sancito un principio cardine: un sistema produttivo solido poggia necessariamente su una società coesa. Il modello di welfare per il Nord non può essere un mero riflesso di quello nazionale, poiché risponde a sfide profondamente diverse. La nostra non è la sfida della disoccupazione di massa, ma quella di garantire l'eccellenza dei servizi in un territorio a piena occupazione, dove il tempo è una risorsa scarsa, le famiglie sono sempre più frammentate e le reti di supporto tradizionali mostrano segni di cedimento.

Le nostre direttrici d’intervento

Sanità di prossimità: La cura deve tornare ad abitare il territorio. Dobbiamo superare il paradigma "ospedale-centrico" integrando le strutture di ricovero con una rete capillare di Case della Comunità, medicina territoriale e telemedicina. L’obiettivo è duplice: ridurre drasticamente le liste d'attesa e decongestionare i Pronto Soccorso, offrendo risposte rapide e adeguate vicino a casa.

Infrastruttura sociale per le famiglie: Asili nido, tempo pieno scolastico, assistenza agli anziani e politiche di conciliazione non sono servizi accessori, ma pilastri della nostra competitività. Un genitore che non trova sostegno nel proprio territorio è un capitale umano sottratto al sistema produttivo. Investire nella famiglia significa investire nella tenuta economica del Nord.

Welfare sussidiario e mutualistico: Il Nord vanta un ecosistema unico di terzo settore, volontariato, cooperazione sociale e fondazioni. La politica deve agire da catalizzatore, valorizzando e sostenendo queste realtà, evitando la tentazione di sostituirle con apparati burocratici pubblici spesso inefficienti e distanti dai bisogni reali.

Sicurezza urbana e sociale: La vivibilità e l’attrattività dei nostri territori sono direttamente proporzionali alla percezione di sicurezza dei cittadini. Occorre potenziare le risorse destinate alle forze dell'ordine, incentivare la sinergia con le polizie locali e garantire la certezza della pena per i reati che colpiscono la persona e il patrimonio.

Autonomia gestionale: Chiediamo il diritto di gestire sanità e welfare con poteri e risorse commisurati al gettito fiscale generato. È tempo di superare un sistema di finanziamento che livella verso il basso la qualità dei servizi, penalizzando le Regioni più virtuose e soffocando lo sviluppo del Nord.

Europa: Una sfida Federalista
Siamo europeisti per vocazione e per necessità economica. Il sistema produttivo del Nord è intrinsecamente europeo: esporta su mercati continentali, compete con realtà globali, opera in filiere transnazionali e attrae capitali e talenti dall'estero. L'appartenenza all'Unione non è per noi un'opzione politica, ma il presupposto stesso della nostra realtà economica.

Tuttavia, siamo europeisti critici. L’Unione soffre oggi dei medesimi mali che denunciamo sul piano nazionale: un centralismo burocratico soffocante, un eccesso di regolamentazione astratta e una crescente distanza dai territori. La risposta non può essere l'euroscetticismo, sterile e autolesionista, ma una svolta federalista.

I pilastri della nostra visione europea

Sussidiarietà reale: L'Unione deve concentrarsi solo su ciò che gli Stati e le Regioni non possono gestire individualmente: mercato unico, politica commerciale, difesa comune e grandi sfide ambientali. Ogni altra competenza va restituita ai livelli territoriali, più vicini al cittadino e alle imprese.

Approccio pragmatico, non ideologico: La transizione ecologica e le politiche industriali devono poggiare sull'evidenza scientifica e su rigorose analisi d'impatto, abbandonando agende ideologiche che finiscono per penalizzare proprio i territori più produttivi e innovativi del continente.

Protagonismo delle Regioni trainanti: Il Nord Italia deve fare rete con le aree motore d’Europa — come Baviera, Baden-Württemberg, Catalogna e Fiandre. Queste regioni devono avere un peso decisionale diretto a Bruxelles: è qui che si gioca la competitività europea.

Il rilancio della Mitteleuropa: Dobbiamo tornare a investire sui corridoi mitteleuropei. I legami storici, infrastrutturali ed economici con Austria, Baviera e Svizzera rappresentano un asset strategico troppo a lungo trascurato dalla politica nazionale.

Sicurezza e Interessi Strategici: Una Difesa al passo coi tempi
In uno scenario globale segnato da conflitti ibridi, minacce cibernetiche e instabilità geopolitica, la sicurezza non ammette dilettantismo. L'Italia deve passare da una gestione reattiva a una visione strategica di lungo periodo, capace di tutelare il sistema-Paese con competenza e continuità.

Le nostre priorità strategiche

Difesa come eccellenza industriale: È necessario un investimento costante nel comparto Difesa, che rappresenti non solo un dovere verso gli alleati, ma anche una leva per lo sviluppo tecnologico e industriale nazionale.

Resilienza digitale e infrastrutturale: La protezione delle reti energetiche, finanziarie e logistiche è la nuova frontiera della sicurezza. Serve un coordinamento serrato per rendere le nostre infrastrutture critiche inattaccabili dalle minacce ibride.

Tutela degli asset strategici: Il Golden Power non deve essere un vincolo burocratico, ma uno strumento di politica industriale attiva, volto a proteggere brevetti, tecnologie di punta e aziende di rilevanza sistemica.

Intelligence economica: In un mondo dominato dalla guerra dell'informazione, la capacità di raccogliere e analizzare intelligence economica è un vantaggio competitivo imprescindibile per sostenere il nostro export e la proiezione delle nostre aziende nel mondo.

Atlantismo, pragmatismo e autonomia: L'Alleanza Atlantica resta il pilastro insostituibile della nostra sicurezza. Essere alleati credibili, tuttavia, significa anche avere la capacità di tutelare con pragmatismo i propri interessi nazionali, facendo valere la propria voce nei consessi internazionali con coerenza e competenza.


 

domenica 28 giugno 2026

Un sogno da scongelare: il patto tra generazioni per il futuro del Nord



Oltre il tramonto della vecchia politica: un sogno da scongelare

Chi, come me, ha superato i sessanta e segue con passione l'orizzonte politico, custodisce nel cuore un sogno che resta più che mai possibile: trasformare il nostro Stato-nazione in un moderno Stato federale, tappa necessaria per approdare a un'Europa dei popoli e rifondare il senso della nostra comunità.


Il blocco del sistema

Purtroppo, questo percorso è stato ostacolato da una politica nazionale restia a cambiare rotta. Si è preferito preservare un assetto che ha favorito l’ascesa di una classe dirigente autoreferenziale e tecnocratica. Dopo la stagione di Tangentopoli, il sistema politico è degenerato: siamo passati dal confronto tra i grandi schieramenti di un tempo a un’accozzaglia di sigle che, pur dichiarandosi di destra o di sinistra, hanno fatto ricorso ad accordi sottobanco pur di gestire il potere. Emblematico è il caso di molti movimenti che, nati come federalisti, hanno tradito le proprie radici in nome di un nazionalismo di convenienza.

Sfatare il mito dell'apatia giovanile

Tuttavia, questo sogno non è morto; è semplicemente "surgelato", in attesa di qualcuno capace di riportarlo in vita. E i protagonisti devono essere i giovani. Contrariamente a quanto raccontano i media, i ragazzi non sono affatto disinteressati: un recente studio dell'Istituto Toniolo smentisce categoricamente lo stereotipo dell'apatia giovanile, offrendoci una fotografia chiara della situazione:

Interesse e partecipazione: Il 76,4% dei giovani si dichiara mediamente o molto interessato alla politica, mentre il 71,7% considera il voto uno strumento fondamentale per la democrazia.

Volontà di impegno: Circa l'80% è pronto a impegnarsi in prima persona, a patto di trovare occasioni concrete.

Il vero ostacolo: Il problema non è la mancanza di interesse, ma un profondo senso di esclusione. Il 62,3% ritiene che la politica italiana non offra spazi reali di partecipazione, percependo i pochi canali esistenti come puramente simbolici o consultivi.

Sfiducia nei partiti: Solo il 31,6% dei giovani ripone fiducia nei partiti tradizionali, sentendosi sistematicamente ignorati dai leader attuali.

Proprio a causa di questo isolamento, i giovani si sono orientati verso forme di attivismo alternative — movimenti tematici per il clima, diritti civili e parità di genere, piazze digitali e consumo critico — che, pur mantenendo viva la loro passione, non sono ancora sufficienti a trasformare radicalmente il quadro politico nazionale.

La proposta di "Patto per il Nord" secondo la mia visione

Noi di Patto per il Nord abbiamo una visione diversa: vogliamo spalancare le porte al confronto, per costruire insieme una classe dirigente che nasca dal basso. La nostra politica vuole essere, davvero, "con la gente, tra la gente, per la gente".

Mi rivolgo soprattutto ai giovani: solo voi potete portare quel pensiero innovativo che noi, "anziani" dell'impegno politico, non siamo più in grado di generare da soli. È tempo di passare il testimone: noi mettiamo l'esperienza, voi l'energia necessaria per scongelare finalmente il nostro sogno.

Non chiedo ai giovani di 'seguire' un leader, ma di costruire con noi. 

Per questo ritengo che, Patto per il Nord, debba lanciare qualcosa di simile a delle proprie Officine del Territorio: laboratori aperti dove l’esperienza di chi ha vissuto la politica del secolo scorso incontra l'energia e le competenze dei nativi digitali. 

Non occorrono  giovani che facciano da spettatori ai congressi, ma protagonisti che, attraverso mentorship dedicate e maratone di idee, scrivano le soluzioni per il futuro del Nord. 

Lo spazio che le istituzioni vi negano, noi lo vogliamo aprire insieme a voi, perchè vi è dovuto.

So che siete stanchi di sentire promesse e so che i partiti vi hanno deluso, per questo non vi chiedo di iscrivervi a un partito, ma di partecipare a un cantiere aperto.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como

 

sabato 27 giugno 2026

Oltre la retorica dei flussi: la mutazione antropologica da Pasolini a Massimo Fini

 



Immigrazione, "maranza", remigrazione: tre termini che da qualche tempo a questa parte dominano i notiziari e infiammano il dibattito pubblico.

Nel seguire queste dinamiche, mi è capitato spesso di trovarmi d’accordo con le riflessioni di due intellettuali culturalmente e storicamente distanti tra loro, ma uniti da una straordinaria lucidità antropologica: Massimo Fini e Pier Paolo Pasolini.

Recentemente,, mi sono imbattuto in una riflessione, che se la memoria non mi inganna è attribuibile a Fini, ma che anche in caso contrario ricalca le sue idee e, che fotografa perfettamente la situazione. Condivido appieno il punto di vista:

"È impossibile negare seriamente l’esigenza storica del capitale di trovare negli immigrati la sua armata di riserva, ma c’è di più: l’economia ipertrofica porta con sé una concezione del mondo (l’economia al comando) e un’antropologia (l’individuo intercambiabile), e tutto ciò ha degli effetti sociali profondi."

In questo paradigma, l'economia si regge sul puro calcolo e gli esseri umani diventano semplici ingranaggi interscambiabili. Non contano l'origine, l'identità, la fede o la cultura di provenienza; ciò che conta è esclusivamente la capacità di produrre, vendere e consumare.

Al di là delle suggestioni poetiche che accompagnano questa analisi, aggiungo unanlapidaria  conclusione di Ennio Chiodi:

"Altro che remigrazione! In nome dei diritti dell’uomo non si possono respingere masse di persone senza documenti, figuriamoci se sarebbe possibile 'remigrare' qualcuno. È fantascienza".

Una cosa è certa: con l’avvento della stagione globalista (convenzionalmente avviata nel 1991), che ha posto come dogma la libera circolazione di capitali, merci e persone, si è scardinato un sistema millenario. C’è un dato di fatto incontestabile: la deregolamentazione dei flussi finanziari e, soprattutto, delle "risorse umane" segna l’inizio della fine dello Stato sovrano. Di conseguenza, si svuota la possibilità stessa delle comunità nazionali di incidere sui processi decisionali attraverso le proprie rappresentanze democratiche. In questo senso, l’Unione Europea rappresenta la piena attuazione di questo processo di smantellamento delle sovranità nazionali.

Sull'altro fronte, chi sostiene una visione opposta sposa generalmente la tesi secondo cui l’immigrazione sia una fonte intrinseca di arricchimento culturale, un valore aggiunto generato proprio dall'apporto delle diversità.

Veniamo ora alla visione di Pier Paolo Pasolini. Una visione radicata in una sinistra d'altri tempi: un'intellettualità eretica, capace di "vedere l'oltre" e di ragionare fuori dagli schemi dogmatici, in netto contrasto con l'omologazione ideologica degli ultimi decenni.

Quella di Pasolini non è una teoria politica in senso tradizionale, bensì una profonda radiografia antropologica animata da una sensibilità poetica quasi profetica. Per comprendere il suo pensiero sul legame tra capitalismo e immigrazione, occorre unire due elementi chiave: la sua critica al "nuovo potere" consumistico e la sua visione, a tratti mitica e drammatica, dei popoli che premono ai confini dell'Europa.

Il punto di partenza è il concetto pasoliniano di mutazione antropologica. Egli identificava nel neocapitalismo una forza devastante, capace di alterare geneticamente il popolo italiano. L'omologazione consumistica, diffusa capillarmente attraverso la televisione e la nascente cultura di massa, ha distrutto le culture locali, i valori del mondo contadino e la diversità dei modelli di vita. Pasolini non esitò a definire questo edonismo strisciante come il "nuovo fascismo": un potere totalitario molto più efficace di quello precedente, perché non impone il conformismo con la forza, ma lo inocula attraverso l'illusione della libertà e del benessere individuali. La modernizzazione ha così trasformato i cittadini in puri consumatori, svuotando l'esistenza di significati profondi e legami solidali, e riducendo l'idea di "bene" al solo possesso di oggetti superflui.

È in questo contesto di totale aridità culturale che si inserisce lo sguardo lungimirante di Pasolini, capace di scorgere cinquant'anni fa il nostro presente. Nella sua celebre e apocalittica Profezia, il poeta descrive l'arrivo in massa di milioni di diseredati che, travolgendo la quiete borghese e il razionalismo occidentale, avrebbero messo in crisi le fondamenta stesse della civiltà europea ("Distruggeranno Roma..."). Questa dinamica non è una mera analisi sociologica, ma una visione sacrale e tragica: i nuovi "barbari" che risalgono dal Sud del mondo sono destinati a sovvertire un ordine occidentale che ha rinnegato la sacralità della vita in nome del profitto.

Per Pasolini, capitalismo e immigrazione sono dunque le due facce della stessa medaglia. Da un lato, il capitalismo crea un mondo vacante e standardizzato, incapace di accogliere davvero l'altro se non come ingranaggio produttivo; dall'altro, i flussi migratori sono il sintomo macroscopico di un benessere occidentale che poggia su un'ingiustizia globale sistemica.

Pasolini non ha lasciato in eredità ricette politiche o soluzioni pronte all'uso. Ci ha lasciato, però, un avvertimento disperato e lucidissimo: il nostro modello di vita, fondato sulla mercificazione assoluta, era fatalmente destinato a scontrarsi con la realtà umana e fisica di chi non ha nulla da perdere. Di chi, proprio in virtù di quella primordiale disperazione, possiede ancora una forza vitale capace di "cambiare il corso del cielo".

L'immigrazione di massa e il fenomeno dei 'maranza' non sono incidenti di percorso, ma le conseguenze inevitabili del dogma globalista iniziato nel 1991. Come intuito da Fini e profetizzato da Pasolini, il neocapitalismo ipertrofico ha imposto una 'mutazione antropologica' che riduce l'essere umano a un ingranaggio interscambiabile, distruggendo le sovranità nazionali, le identità e la democrazia in nome della libera circolazione di merci e 'risorse umane'. Da un lato, l'Occidente ha svuotato i propri cittadini trasformandoli in puri consumatori; dall'altro, la pressione disperata dei popoli del Sud del mondo si appresta a travolgere un sistema che ha rinnegato la vita per il profitto. Parlare di 'remigrazione' in questo contesto è pura fantascienza: siamo di fronte al tramonto inevitabile della civiltà liberale, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni globali.

Lontano dagli slogan della politica urlata, la realtà ci dice che non si risolve il problema gestendo l'emergenza con i respingimenti di facciata, né spalancando le porte in nome di un falso umanitarismo che fa il gioco del capitale. La vera soluzione è la de-globalizzazione: ridare dignità e confini agli Stati, restituire un'identità ai popoli e fermare lo sfruttamento globale che sradica gli uomini dalle loro patrie per trasformarli in merci interscambiabili.

Suggerirei dunque:

Un ritorno a un'economia nazionale programmata e incentrata sulla sostenibilità locale, non sul profitto ipertrofico delle multinazionali. Se si smette di concepire la società come un'azienda che deve crescere quantitativamente ogni anno, cessa anche la necessità patologica di importare manodopera a basso costo per deprimere i salari dei lavoratori locali.

Spostare l'asse del dibattito sui diritti umani. Il primo vero diritto non è quello di scappare, ma il diritto di rimanere nella propria terra. Questo significa proporre una geopolitica che cessi il saccheggio delle risorse nel Sud del mondo da parte delle corporazioni occidentali e spinga per la sovranità alimentare ed economica dei paesi in via di sviluppo. Solo curando la ferita alla radice si ferma l'emorragia migratoria.

Il recupero della sovranità monetaria, legislativa e doganale. Uno Stato per definirsi tale deve poter decidere chi entra, come entra e per fare cosa, sottraendo i flussi migratori all'arbitrio dei mercati finanziari e rimettendoli sotto il controllo delle rappresentanze democratiche del popolo.

Una ricostruzione culturale radicale. Per accogliere o per integrare (o persino per porre dei confini sani) serve una comunità che sappia chi è. Bisogna proporre il recupero delle identità storiche, della cultura comunitaria e dei legami di solidarietà locali contro l'individualismo atomizzato del mercato. Solo una società culturalmente forte non si fa omologare e non crea ghetti nichilisti.

Giorgio Bargna