Terza pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.
Il Liberismo
Patto per il Nord è un movimento liberale che affonda le sue radici nella realtà. Crediamo fermamente nella libertà d’impresa, nella proprietà privata, nella libera concorrenza, nella riduzione del peso dello Stato e nella centralità della responsabilità individuale.Per noi, queste non sono astrazioni ideologiche. Il nostro liberismo nasce dall'esperienza diretta di chi vive e lavora sul territorio: di chi la burocrazia non l’ha studiata sui libri, ma l’ha subita ogni giorno. Sappiamo che la libertà economica non è un concetto astratto, ma si misura nel rapporto quotidiano, spesso difficile, tra chi produce e l’apparato statale.La nostra cifra è chiara: poca teoria, molta pratica.
Vogliamo promuovere un liberalismo popolare e radicato, che parli la lingua di chi tiene in piedi il Paese: imprese, artigiani, professionisti, lavoratori autonomi e amministratori locali. Un liberalismo che non ha timore di essere pragmatico e concreto.
Per questo, il nostro approccio è indissolubilmente legato al federalismo. Non può esservi vera libertà in uno Stato centralista, che per sua natura concentra le decisioni, allontana il potere dai cittadini, soffoca le energie locali e deresponsabilizza la classe dirigente. Il federalismo è la precondizione indispensabile per la libertà economica.
L’imprenditore di Lecco, l’artigiano di Vigevano, l’agricoltore mantovano o il commerciante di Comacchio lo sanno bene: il principale ostacolo alla loro libertà non è il mercato, ma uno Stato che non funziona.
Di conseguenza diretta:
- Meno Stato dove lo Stato non serve: riduzione della burocrazia, semplificazione normativa, eliminazione degli enti inutili, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ogni regola deve giustificare il proprio costo.
- Più Stato dove lo Stato è indispensabile: sicurezza, giustizia, difesa, politica estera, protezione delle infrastrutture critiche, tutela della concorrenza. In questi ambiti servono competenza, investimenti e serietà.
- Fiscalità come patto, non come rapina: riduzione della pressione fiscale complessiva, semplificazione del sistema, autonomia impositiva territoriale. Il contribuente deve sapere chi tassa, perché tassa e cosa fa con le sue tasse. La fiscalità deve premiare chi lavora, chi rischia, chi investe.
- Sussidiarietà sociale: le comunità, le famiglie, le associazioni, il volontariato, le imprese sociali sono il primo livello di risposta ai bisogni. Lo Stato interviene dove la società non arriva, non al posto della società.
L’economia reale al centro
Il cuore del Nord è il suo sistema produttivo. Non la finanza, non la rendita, non il pubblico impiego: l’impresa. Piccole e medie imprese, distretti, filiere integrate, artigianato evoluto, cooperazione tra impresa e territorio. Questo tessuto — che non ha equivalenti in Europa per densità e capillarità — è la spina dorsale dell’economia italiana e la ragione per cui il Paese esporta e compete sui mercati internazionali.
Dal Congresso di Treviglio è emersa con forza una percezione condivisa: il sistema produttivo del Nord genera valore ma non incide sulle condizioni in cui opera. Le imprese producono, innovano, esportano, assumono — ma le regole del gioco vengono scritte altrove, spesso da chi non ha mai messo piede in un capannone, in un laboratorio, in un’azienda agricola. Questa è la frattura fondamentale che il Patto per il Nord intende sanare.
Competitività delle imprese
La competitività non si ottiene con i sussidi a pioggia né con gli incentivi contingenti. Si ottiene creando le condizioni operative perché le imprese possano competere ad armi pari con i concorrenti europei. Questo significa intervenire sui fattori strutturali che determinano il costo di fare impresa in Italia:
- Costo dell’energia: il differenziale di costo energetico tra le imprese italiane e quelle tedesche, francesi o spagnole è un handicap competitivo che si traduce direttamente in margini più bassi, investimenti mancati, delocalizzazioni. La riduzione strutturale del costo dell’energia per le imprese è la prima priorità di politica industriale.
- Stabilità normativa: le imprese pianificano su orizzonti di anni, non di mesi. Il cambio continuo di regole — fiscali, ambientali, lavoristiche, urbanistiche — è un costo occulto enorme che scoraggia gli investimenti e favorisce chi opera nell’informalità. Chiediamo un patto di stabilità normativa: nessun cambio di regole retroattivo, periodi minimi di vigenza delle norme, valutazione d’impatto obbligatoria prima di ogni nuova regolazione.
- Accesso al credito: il rapporto tra banca e impresa si è progressivamente deteriorato, anche per effetto di una regolazione europea pensata per le grandi banche e inadatta al tessuto delle PMI. Serve rafforzare il credito cooperativo e territoriale, rendere efficaci gli strumenti di garanzia pubblica, favorire forme di finanziamento alternative per le imprese che investono.
- Semplificazione burocratica: ogni adempimento inutile è una tassa occulta sull’impresa. Proponiamo un audit permanente della regolazione, con l’obiettivo di eliminare ogni obbligo che non sia strettamente necessario e di digitalizzare radicalmente il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione.
Politica industriale territoriale
L’Italia non ha bisogno di una politica industriale calata dall’alto, modellata sui grandi gruppi e sulle logiche ministeriali. Ha bisogno di una politica industriale costruita dal basso, che riconosca la specificità dei sistemi produttivi territoriali e li sostenga nei loro punti di forza.
I distretti industriali, le filiere, le reti di impresa sono forme organizzative originali che il sistema produttivo del Nord ha sviluppato nei decenni e che costituiscono un vantaggio competitivo unico. La politica industriale deve sostenere queste forme, non sostituirle. Questo significa: investire nella ricerca applicata e nel trasferimento tecnologico a livello territoriale; sostenere l’internazionalizzazione delle PMI attraverso strumenti collettivi; facilitare la cooperazione tra imprese, università, centri di ricerca e amministrazioni locali; proteggere le filiere strategiche dalle acquisizioni predatorie attraverso un uso rigoroso e competente del Golden Power.
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