Parliamo oggi del costo del
gasolio da autotrazione in Italia e del perché abbia raggiunto cifre
così elevate; un discorso che, pur con minime sfumature, vale
sostanzialmente anche per la benzina.
Tutti sappiamo che il prezzo
alla pompa è gonfiato da un pesante carico fiscale basato su accise
e IVA. A questo scenario si è aggiunto il recente riallineamento
delle aliquote fiscali con la benzina, che ha definitivamente
cancellato lo storico vantaggio economico del diesel. Se uniamo
questi elementi alle complesse dinamiche internazionali di
raffinazione e approvvigionamento che colpiscono l'intera Europa, il
quadro è completo.
La pressione fiscale: il
primato delle tasse
In
Italia la tassazione (accise fisse + IVA al 22%) incide per circa
il 59% sul prezzo finale
del gasolio.
Esiste
però un paradosso: senza l'applicazione delle tasse, il costo del
gasolio italiano "nudo" (il prezzo industriale) sarebbe tra
i più bassi d'Europa. È proprio la componente fiscale a ribaltare
completamente la classifica, posizionando l'Italia stabilmente tra i
Paesi più cari del continente. Secondo le ultime rilevazioni della
Commissione Europea, il nostro Paese occupa il 7°
posto nell'Unione Europea
per i prezzi più alti alla pompa sia della benzina che del diesel.
La mappa dei prezzi in
Europa (Agosto 2026)
Rispetto all'Italia, il
resto dell'Unione Europea si divide chiaramente in due categorie:
Paesi
con prezzi PIÙ ALTI dell'Italia:
In Danimarca, Paesi Bassi e Germania il prezzo della benzina è
stabilmente superiore a quello italiano, a causa di una tassazione
locale eccezionalmente alta unita a maggiori costi di distribuzione.
Francia e Finlandia si posizionano invece sulla nostra stessa
fascia, con oscillazioni minime a seconda della settimana.
Paesi
con prezzi PIÙ BASSI dell'Italia:
Malta detiene il primato dei prezzi più bassi dell'UE per i
carburanti. Seguono Bulgaria, Polonia e Ungheria, con differenze che
possono superare i 40-50 centesimi al litro rispetto alle pompe
italiane. Anche Belgio e Lussemburgo, pur non essendo mercati
economici, riescono a garantire prezzi inferiori alla media italiana.
Il vero nodo: il potere
d'acquisto e l'impatto sui salari
Guardare solo il prezzo al
litro, però, non basta. Un prezzo elevato alla pompa è più
"tollerabile" se gli stipendi medi sono molto alti, mentre
tariffe apparentemente basse possono pesare enormemente su salari
ridotti.
Nord
Europa (Danimarca e Paesi Bassi):
Un litro di benzina può superare i 2,30-2,40 euro. Tuttavia, grazie
a salari medi netti tra i più elevati al mondo, l'acquisto di
carburante richiede una percentuale minima della giornata lavorativa
(spesso inferiore al 3-3,5% del budget quotidiano).
Centro
Europa (Germania e Francia):
Pur risentendo dei rincari energetici, i salari di questi Paesi
riescono ad assorbire la spesa in modo decisamente più efficiente
rispetto ai Paesi del Sud o dell'Est.
Il
caso Italia:
Il nostro Paese si trova nella posizione peggiore. Combina infatti
prezzi da Nord Europa (causati dal fisco) a stipendi medi che negli
ultimi decenni sono rimasti al palo. Un lavoratore italiano spende
per un pieno una quota di reddito disponibile nettamente superiore
rispetto a un collega tedesco o francese. Una dinamica simile si
riscontra anche in Grecia e in Portogallo.
In
sintesi: i Paesi Bassi hanno il carburante più caro ma l'impatto
più leggero sugli stipendi; i Paesi dell'Est hanno il carburante
più economico ma l'impatto più pesante sui portafogli. L'Italia
subisce il peggio dei due mondi:
tassazione da record e stipendi non adeguati al costo della vita.
Addio al vantaggio del
Diesel: il riallineamento delle accise
Per
decenni il gasolio ha goduto di un'accisa ridotta rispetto alla
benzina. Le recenti normative hanno però avviato il progressivo
riallineamento delle aliquote con l'obiettivo di eliminare i
cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". Questo
intervento ha uniformato le accise dei due carburanti (portandole
verso quota 672,90
euro per mille litri),
azzerando lo storico risparmio di chi sceglieva il motore diesel.
La crisi della
raffinazione europea
A peggiorare il contesto
industriale c'è una pesante dipendenza dall'estero. L'Europa ha
ridotto progressivamente la propria capacità di raffinazione
interna, convertendo molti impianti verso i biocarburanti. Di
conseguenza, il Vecchio Continente è costretto a importare massicce
quote di prodotto finito da paesi extra-UE.Inoltre, le sanzioni e le
scelte geopolitiche legate al conflitto tra Russia e Ucraina hanno
causato la perdita delle vecchie forniture russe a basso costo. I
mercati europei sono stati costretti a rifornirsi da partner più
lontani, come gli Stati Uniti o il Qatar. Questo comporta lunghi
trasporti via nave e una catena logistica complessa che fa lievitare
inevitabilmente i listini industriali prima ancora che il carburante
arrivi alle nostre stazioni di servizio.
Quali soluzioni?
A
fronte di questo scenario penalizzante, la discussione politica si
sposta inevitabilmente sulle possibili vie d'uscita. Una risposta
radicale e strutturale arriva da queste proposte che io ritengo
possano essere anche quelle di Patto
per il Nord,
affrontando il problema non con semplici "bonus temporanei",
ma applicando i principi dell'autonomia e del federalismo fiscale.
Le soluzioni concrete messe
sul tavolo si articolano su tre punti chiave:
Stop
alla "tassa sulla tassa" (Abolizione dell'IVA sulle
accise):
È una delle battaglie storiche sollevate dai comitati territoriali
del movimento. Attualmente lo Stato applica l'IVA al 22% anche sulla
quota delle accise, generando una vera e propria doppia tassazione
ingiustificata. L'eliminazione di questo cortocircuito fiscale
garantirebbe un taglio immediato e automatico alla pompa di circa
8-10
centesimi al litro.
Trattenuta
territoriale delle accise:
Oggi i miliardi di euro versati da cittadini e imprese del Nord
finiscono interamente nel bilancio centrale dei ministeri a Roma. Il
movimento propone di trattenere
sul territorio una quota significativa di queste risorse.
In questo modo, le imposte pagate nelle regioni ad alta produttività
rimarrebbero a disposizione delle stesse comunità locali per
investimenti in infrastrutture, sviluppo e detassazioni mirate.
Interventi
stabili contro le "promesse al palo":
Davanti ai rincari estivi che hanno visto il gasolio superare la
soglia critica dei 2,10 euro al litro in molte tratte strategiche, il
Patto per il Nord – anche attraverso mobilitazioni nelle piazze con
le sue "Gazebate Federali" – rigetta la politica dei
decreti temporanei e dei piccoli sconti a scadenza dei governi
centrali. La richiesta è una riduzione
strutturale e permanente del peso fiscale
per tutelare chi ogni giorno si sposta per lavorare e produrre.
In
conclusione, la corsa dei prezzi del gasolio in Italia non è una
fatalità legata unicamente allo scacchiere geopolitico mondiale. Se
le tensioni internazionali colpiscono tutta l'Europa allo stesso
modo, è la struttura
fiscale interna dello Stato italiano
a fare la vera differenza sui portafogli delle famiglie e sulla
competitività delle imprese. Continuare a spremere i territori
produttivi per alimentare la macchina della spesa centralizzata non è
più sostenibile. Fino a quando non si avrà il coraggio di attuare
una vera
riforma federalista dei costi dell'energia,
l'Italia rimarrà intrappolata in questo paradosso: un Paese che
lavora a ritmi europei, ma che viene frenato da una tassazione da
record e da salari inadeguati al costo della vita.
Giorgio
Bargna