martedì 29 settembre 2026

L'eredità fantasma di Milano-Cortina: cantieri fermi, conti in rosso e la Lombardia tradita


L'eredità fantasma di Milano-Cortina: 3,6 miliardi di costi, cantieri al 2033 e la Lombardia in coda

I riflettori si sono spenti, le medaglie sono state assegnate e il grande circo mediatico delle Olimpiadi invernali ha levato le tende. Ma a sei mesi da Milano-Cortina 2026, lo spettacolo che va in scena sui nostri territori è ben diverso dal trionfalismo dei mesi passati. È lo spettacolo amaro dei cantieri fantasma e dei conti in rosso.

Chi vive in prima linea la quotidianità della macchina amministrativa locale sa bene che il vero banco di prova di un "Grande Evento" non è mai la cerimonia d'apertura, ma la cosiddetta legacy. L'eredità. Ci avevano promesso infrastrutture, viabilità scorrevole, una Lombardia finalmente sbloccata nei suoi nodi nevralgici. La realtà, certificata dal recente dossier di Libera e Open Olympics 2026, è una doccia fredda. E, numeri alla mano, non lascia spazio a interpretazioni.

Su 98 interventi infrastrutturali totali previsti, ben il 58% è ancora fermo alla fase di progettazione. Avete letto bene: non in ritardo, ma nemmeno partiti. Nella nostra Lombardia il paradosso è servito: su 29 opere programmate, appena 11 risultano concluse, mentre 10 sono rimaste semplici linee su una mappa. E il cronoprogramma? Per 48 opere la data di fine lavori è già slittata, con l'ultimo cantiere che traguarda addirittura il dicembre 2033.

Tutto questo mentre i costi sono letteralmente esplosi. Il Piano opere ha toccato l'esorbitante quota di 3,62 miliardi di euro, con un'infrastruttura su cinque che ha subito rincari in corso d'opera, bruciando 210 milioni di euro aggiuntivi.

Ma c'è un dato che suona come un allarme rosso per la tenuta dei conti pubblici: il buco della Fondazione Milano Cortina. Il bilancio 2025 registra un deficit patrimoniale di 176,5 milioni e debiti per oltre un miliardo di euro (1.020,4 milioni) a fronte di crediti per soli 365,8 milioni. Un disavanzo che, inevitabilmente, rischia di scaricarsi come un macigno sul sistema pubblico e, a cascata, sulle spalle degli Enti locali, già costantemente a corto di ossigeno.

Il vero dramma per noi cittadini si legge in un'ultima, impietosa percentuale: solo il 15,2% di questa montagna di denaro è stato destinato a finanziare opere di viabilità permanente (strade, ferrovie, potenziamenti). Il resto è stato assorbito da altre voci, o frammentato in una giungla di subappalti.

Per chi, come noi, ha l'orgoglio di dirsi localista e vive visceralmente la difesa della propria terra, questa non è solo cattiva amministrazione: è uno sfregio. Hanno trattato la nostra Lombardia – le nostre valli, i nostri laghi e i territori produttivi come la nostra Brianza – come un banale palcoscenico da allestire per quindici giorni di vetrina internazionale.

Una volta spenta la fiamma olimpica, le grandi cabine di regia hanno smontato il tendone, lasciandoci in eredità solo debiti, colate di cemento a metà e cantieri transennati che deturpano il paesaggio. Mentre noi, sui territori, combattiamo ogni giorno per difendere i servizi essenziali, le strutture sanitarie locali e la viabilità ordinaria per chi deve andare a lavorare, i grandi apparati centrali calano dall'alto progetti faraonici che si trasformano regolarmente in cattedrali nel deserto o in imbuti di traffico. È una ferita profonda per chi ama e difende le proprie radici: la nostra terra non è la scenografia di passaggio da sfruttare e abbandonare, ma una comunità viva che esige e merita rispetto.


Giorgio Bargna


 

La "Profezia" di Pasolini tra mutazione antropologica e complessità multietnica


Il richiamo alla "profezia" di Pier Paolo Pasolini intercetta una delle riflessioni intellettuali più profonde e dibattute del Novecento italiano. Il parallelismo tra le tesi pasoliniane e l'attualità oscilla costantemente tra intuizioni antropologiche straordinariamente lucide e marcate divergenze storiche rispetto alla realtà odierna. Considerata la distanza temporale e la forte matrice marxista dell'autore, emerge chiaramente ciò che egli seppe cogliere con formidabile anticipo, così come ciò che gli sfuggì a causa dei limiti della propria epoca e della gabbia ideologica del suo tempo.

Il legame profondo tra vecchi e nuovi sottomessi

Nella celebre poesia Profezia (1964), Pasolini immagina un'ondata migratoria epocale che dall'Africa approda in Calabria per poi risalire verso il Nord. Lo scrittore descrive questi popoli in cammino con i propri figli, riconoscendo in loro la medesima "disperazione" e la stessa vitalità primitiva che caratterizzavano i subproletari dei suoi romanzi romani, come i protagonisti di Ragazzi di vita o Una vita violenta.

In questo senso, l'autore ha anticipato di decenni l'idea che l'immigrazione estera avrebbe occupato i medesimi margini sociali ed economici lasciati vuoti dall'esodo dei contadini e degli operai italiani. Per Pasolini, il "Terzo Mondo" rappresentava l'ultimo serbatoio di un’umanità pre-industriale non ancora corrotta dalla modernità, destinata a ereditare il ruolo storico del vecchio proletariato.

La mutazione antropologica nell'era della Trap e dei Social

Per comprendere appieno la portata della premonizione pasoliniana sul "genocidio culturale" delle classi popolari, è necessario analizzare il moderno cortocircuito che lega l’esclusione sociale al feticismo delle merci. Negli Scritti corsari, l'autore denunciava come l'edonismo consumistico avesse imposto un modello unico di felicità basato sul possesso, distruggendo le culture particolari. Oggi, questa mutazione si manifesta in modo plastico nelle periferie urbane attraverso l'estetica della musica trap e le dinamiche dei social network.

A differenza delle sottoculture giovanili del Novecento (como il punk o l'hip-hop delle origini), che contestavano il sistema capitalistico o ne rifiutavano i simboli, la devianza giovanile contemporanea non contesta il capitalismo: lo esaspera. I testi musicali e l'immaginario visivo della trap non propongono un’alternativa sociale, ma celebrano in modo ossessivo i simboli del lusso borghese: marchi di alta moda, denaro contante, auto di grossa cilindrata e ostentazione del successo.

In questo contesto, la violenza di strada e la criminalità non nascono dal rifiuto dei valori occidentali, ma dalla frustrazione di non poterli possedere. I giovani emarginati — siano essi italiani o stranieri — sono sottoposti a un bombardamento mediatico incessante che impone il consumo come unico requisito per esistere e avere valore. Quando a questo imperativo psicologico si somma l'assenza di un reale ascensore sociale, la devianza diventa la scorciatoia più accessibile per colmare il divario. La violenza diventa così l'atto disperato di ragazzi sradicati che, non potendo accedere al benessere legale, ne mimano i codici con la forza, confermando l'allarme pasoliniano: il consumismo crea bisogni che non può soddisfare per tutti, trasformando la frustrazione in aggressività.

Oltre la lotta di classe: l'identità "ibrida" delle Seconde Generazioni

Se l'analisi di Pasolini sul consumismo si rivela insostituibile, il suo impianto teorico mostra inevitabili limiti interpretativi quando viene applicato alla complessità multietnica contemporanea. Essendo un intellettuale di formazione rigidamente marxista, Pasolini interpretava la storia quasi esclusivamente attraverso la lente della lotta di classe e dell'opposizione tra l'omologazione borghese e la purezza subproletaria. All'epoca, l'emigrazione interna (dal Sud contadino al Nord industriale) comportava un processo di assimilazione che si consumava tutto all'interno della medesima matrice culturale e nazionale.

L'immigrazione estera odierna e, in particolare, la condizione delle seconde generazioni, sfuggono a questa linearità. Oggi non assistiamo a un semplice processo di "acculturazione" o alla totale dissoluzione delle identità d'origine nel calderone del consumismo. Si assiste, invece, alla nascita di identità "ibride" o "glocali", caratterizzate da un legame profondo e apparentemente contraddittorio con il proprio background.

Molti giovani nati o cresciuti nel Paese ospitante vivono un vero e proprio cortocircuito identitario. Da un lato sono pienamente immersi nella cultura di massa occidentale; dall'altro, avvertendo spesso un senso di mancata accettazione o di discriminazione da parte della società, tendono a riscoprire, reinventare o persino irrigidire l'appartenenza culturale o religiosa dei padri. Questo legame con le origini non è una semplice eredità del passato, ma una strategia di difesa identitaria nel presente. I conflitti odierni nelle periferie, di conseguenza, non si sviluppano solo lungo l'asse verticale della ricchezza (ricchi contro poveri), ma si ramificano in tensioni orizzontali e culturali. Questioni centrali come i diritti delle donne, la parità di genere e la laicità dello Stato si scontrano talvolta con sacche di resistenza tradizionalista che la sola categoria marxista della "condizione economica" non è in grado di decifrare, rivelando come la realtà odierna sia decisamente più frammentata e pluralista di quanto la "sfera magica" di Pasolini potesse prevedere.

Il divario tra l'ideale democratico e il disincanto della realtà

Di fronte alle derive violente della sottocultura giovanile, alla precarizzazione della sicurezza e alle minacce che gravano sui diritti conquistati dalle donne, il dibattito democratico propone ricette note e consolida sul piano teorico. Da un lato, si invoca il potenziamento dei dispositivi repressivi e di controllo (la certezza della pena, il presidio del territorio e la prevenzione di derive di giustizia privata); dall'altro, si insiste sulla necessità di patti civici di cittadinanza, percorsi di educazione all'uguaglianza di genere nelle scuole e modelli partecipativi di inclusione socio-economica.

Tuttavia, l'efficacia concreta di queste risposte si scontra oggi con un profondo e giustificato disincanto, frenata da due barriere strutturali che rischiano di ridurle a mere dichiarazioni d'intenti.

In primo luogo, l'azione dello Stato risente drammaticamente della cronica pochezza delle risorse pubbliche. Senza massicci investimenti strutturali e continuativi, le soluzioni teoriche svaniscono: i presidi di sicurezza sul territorio rimangono sguarniti, la giustizia sconta tempi troppo lunghi per garantire una reale percezione di certezza della pena, e i progetti educativi o di mediazione sociale nelle periferie degradate vengono ridotti a interventi simbolici e frammentari.

In secondo luogo, e in modo ancora più radicale, pesa l'evidenza di una mancanza di una vera e profonda volontà di integrazione. Questo vuoto si manifesta in modo bidirezionale: da una parte, in larghe fette della società ospitante, l'integrazione viene spesso declinata come una tolleranza superficiale o una mera sottomissione economica alle mansioni lavorative più umili, priva di una reale apertura civile; dall'altra, in segmenti significativi delle comunità migranti e in particolare delle seconde generazioni, si osserva un rifiuto identitario intenzionale, un arroccamento in valori tradizionalisti o subculture di risentimento incompatibili con i principi costituzionali e con la tutela della donna.

Questo doppio binario di disinteresse e diffidenza reciproca trasforma il tessuto sociale in un mosaico di solitudini e ghetti culturali comunicanti solo attraverso le regole del consumo. Il rischio odierno, dunque, è che l'allarme pasoliniano trovi il suo compimento più cupo: non una società multietnica unita da valori democratici condivisi, ma una frammentazione conflittuale dove la precarietà economica e lo sradicamento culturale alimentano, giorno dopo giorno, un'inevitabile spirale di insicurezza, rancore e violenza.

Giorgio Bargna

 

domenica 27 settembre 2026

Il grande freddo delle nostre comunità anziani soli, matrimoni d’interesse e la fine della solidarietà paesana



Da localista e da persona che crede nel valore dell'identità e della famiglia, non posso far finta di niente. Qui non si tratta di fare la caccia alle streghe né di negare il lavoro, spesso fondamentale, di tante assistenti familiari. Il punto è un altro: come siamo arrivati al punto che i nostri vecchi preferiscono consegnare i propri risparmi e la propria eredità a una sconosciuta piuttosto che contare sui propri figli o sul proprio vicinato?

La frattura sociale ed economica

Le dinamiche della cronaca giudiziaria e dell'ISTAT ci mostrano una realtà a due facce:

  • La solitudine come merce di scambio: Scomparsa la rete della famiglia allargata e disgregata la solidarietà di quartiere, l'anziano diventa preda facile. In molti casi si instaurano unioni di comodo — talvolta persino pilotate da organizzazioni poco chiare — volte unicamente all'ottenimento rapido della cittadinanza o alla pensione di reversibilità.

  • Il peso sul sistema previdenziale: La pensione di reversibilità nasce per proteggere chi ha condiviso una vita di sacrifici con il lavoratore. Se il coniuge ha un’età molto inferiore, l'INPS si ritrova a erogare prestazioni per 50 o 60 anni a fronte di unioni durate pochi mesi. La legge (la n. 111/2011) prevede già dei tagli alla pensione se il matrimonio dura meno di 10 anni in caso di forti divari d'età, ma il meccanismo contorto finisce comunque per scaricare il costo sulle future generazioni e su chi oggi lavora per una pensione da fame.

Come se ne esce? Le risposte identitarie e territoriali

La soluzione non è l'ennesimo burocratico cavillo statale, ma il ricostruire la comunità dal basso, restituendo valore alla nostra terra e alle nostre radici:

  1. Rifondare il Patto Intergenerazionale di Comunità I comuni e i quartieri devono farsi promotori di reti di vicinato attive. Un tempo nei nostri paesi il "vecchio" era la memoria storica da accudire e rispettare, non un intralcio da scaricare in una RSA. Servono progetti locali di mutuo soccorso, banche del tempo e incentivi per i giovani che scelgono di rimanere vicini alle famiglie d'origine anziché emigrare.

  2. Tutela preventiva della fragilità nei Comuni Invece di intervenire a cose fatte a colpi di tribunali, la rete dei servizi sociali comunali — in sinergia con i medici di base — deve monitorare proattivamente le situazioni di forte isolamento. L'istituto dell'Amministratore di Sostegno va promosso per tempo, affinché il patrimonio e la memoria di una vita restino legati al territorio e alla famiglia, al riparo da circonvenzioni e raggiri.

  3. Incentivi al Co-Housing di Paese e alle Associazioni Locali Favorire forme di coabitazione assistita tra anziani dello stesso paese, gestite da associazioni radicate sul territorio. Questo riduce i costi per le famiglie, abbatte la solitudine e impedisce che l'anziano diventi bersaglio di speculazioni affettive ed economiche.

Non salviamo le nostre radici sventolando bandiere, ma occupandoci di chi quelle radici le ha piantate. Se lasciamo i nostri anziani nella solitudine più nera, non dobbiamo sorprenderci se a prendersi la loro eredità — materiale e culturale — sarà qualcun altro.



Giorgio Bargna

 

Il finto stupore della politica sul punto nascite di Erba: cronaca di uno scempio annunciato



Assistiamo in queste ore a un teatrino politico grottesco sul destino del punto nascite dell’ospedale Sacra Famiglia di Erba. Da destra a sinistra, da chi governa la Regione a chi siede sui banchi dell'opposizione o nei consigli comunali, è tutto un fiorire di dichiarazioni indignate, interrogazioni parlamentari dell'ultimo minuto e raccolte firme di facciata.

Davanti a questa improvvisa ondata di indignazione, mi pongo e vi pongo una domanda semplice e diretta: com’è possibile che per tutte queste forze politiche la decisione arrivi oggi come un fulmine a ciel sereno?

Vogliono far credere a noi cittadini che la chiusura sia un evento imprevedibile, una calamità naturale piovuta dall'alto. Ma la realtà che conosco bene è un'altra. I membri delle Commissioni tematiche regionali sono designati su base strettamente politica. Il compito di questi consiglieri è prettamente politico e legislativo: discutono le proposte di legge, analizzano i dati dei territori, propongono emendamenti e preparano i testi prima che arrivino al voto finale dell'aula.

È praticamente impossibile, se non per una colpevole distrazione, che la sorte del punto nascite di Erba fosse a loro sconosciuta. Chi doveva vigilare, programmare e difendere il nostro territorio nelle sedi istituzionali ha fallito. O peggio, ha finto di non vedere i numeri e i decreti che da mesi andavano in una direzione ben precisa.

La prova lampante di questo disinteresse? Il tema verrà liquidato e discusso addirittura come diciottesimo punto all'ordine del giorno nel prossimo Consiglio Comunale di Erba. Un posizionamento che, a mio avviso, la dice lunga sulla reale priorità data a un servizio vitale per le nostre famiglie: declassato a un semplice adempimento da trattare a notte fonda, quando l'attenzione cala e i giochi sono ormai fatti.

La sanità del Triangolo Lariano non si difende con lo stupore tardivo a favore di telecamera o con i comunicati di solidarietà scritti quando i buoi sono già scappati dalla stalla. La smobilitazione dei servizi sanitari periferici è il frutto di logiche centraliste che sia la destra che la sinistra hanno avallato nei fatti, salvo poi riscoprirsi "paladini del territorio" solo a ridosso delle decisioni definitive.

Come esponente del Patto per il Nord, ma prima ancora come cittadino che ha a cuore questa terra, continuerò a battermi sul serio, tra la gente e nelle piazze, contro lo smantellamento dei nostri ospedali e per pretendere deroghe reali da Regione Lombardia. Non sono disposto, però, ad accettare lezioni o finti pianti greci da chi aveva gli strumenti politici per bloccare questo scempio e ha preferito girarsi dall'altra parte.

Giorgio Bargna

 

giovedì 24 settembre 2026

L’alternativa parte dal basso: perché la vera politica siamo noi



Spesso si tende a credere che per incidere davvero in politica serva per forza una poltrona in Parlamento o una carica istituzionale. È una convinzione sbagliata e rassegnata: chi milita sul territorio, chi anima una forza extraparlamentare o fa attivismo dal basso non firma decreti, ma possiede armi potenti per condizionare le scelte di chi governa e tutelare i diritti della comunità.

In primo luogo, c'è il potere della pressione pubblica e del controllo. Denunciare i disservizi sui media, sui social o in piazza significa accendere i riflettori sui problemi reali, costringendo la politica di palazzo a uscire dall'ambiguità e a fornire risposte. È un’azione di fiato sul collo che come Patto per il Nord portiamo avanti ogni giorno.

Esistono poi gli strumenti di democrazia diretta. C’è la strada della legge di iniziativa popolare, che permette ai cittadini di portare progetti di riforma direttamente alle Camere raccogliendo 50.000 firme. Ci sono gli strumenti ancora più immediati della politica locale: petizioni, mozioni e consulte previste dagli statuti comunali e regionali, utili a muovere i Consigli e ad affrontare questioni vitali per i nostri territori. Lo abbiamo dimostrato mettendoci la faccia nelle piazze, tra gazebo e sit-in, per le battaglie sulla Variante della Tremezzina e contro il pedaggio sulla Milano-Meda; con la stessa determinazione saremo di nuovo sul campo a difesa del Punto Nascite dell’Ospedale di Erba.

Oltre ai presidi fisici, le assemblee e le manifestazioni servono a dare forma e voce al dissenso. Ma la protesta, per essere credibile, deve farsi proposta. Per questo elaboriamo programmi concreti e visioni alternative, dimostrando che un altro modo di amministrare la cosa pubblica non solo è possibile, ma è già a disposizione.

La politica non è un club privato riservato ai soli addetti ai lavori: è una porta aperta sul futuro della propria terra.

Questo messaggio si rivolge a chi ama davvero la propria terra, a chi ne conosce le radici, le fatiche e le straordinarie potenzialità. Amare il proprio territorio significa non voltarsi dall'altra parte quando viene trascurato o impoverito dei suoi servizi essenziali; significa difendere le nostre comunità con l'orgoglio e la dignità che meritano.

Ogni grande cambiamento della storia è nato da una minoranza determinata che ha deciso di non rassegnarsi. Chi vorrebbe farci credere che "tanto non cambia nulla" scommette sulla nostra apatia per mantenere lo status quo. Partecipare, iscriversi, scendere in piazza o firmare un’iniziativa significa riprendersi la parola e togliere la delega in bianco a chi decide sopra la testa delle persone.

Rimboccarsi le maniche e metterci impegno, competenza e cuore è l'unico modo per trasformare la rassegnazione in riscatto. Se hai a cuore il futuro della nostra terra e vuoi tutelarla per chi ci vive e per chi verrà, l'alternativa c'è e si costruisce insieme, un passo alla volta: unisciti a noi e fai la tua parte.



Giorgio Bargna

Patto per il Nord Como


 

martedì 22 settembre 2026

Caso Erba, la verità sul punto nascite: la Regione sapeva tutto. Ora basta tagli ai nostri territori!



Ospedali convenzionati e chiusura reparti: come funziona la catena di comando

La chiusura o la sospensione delle attività di un reparto in un ospedale privato accreditato (convenzionato) da parte dell'ATS (Agenzia Tutela della Salute) non avviene mai all'insaputa della politica. L'idea che tali provvedimenti scattino "senza che i politici regionali e nazionali ne siano informati" non corrisponde al reale funzionamento della catena istituzionale e gerarchica della sanità italiana.

L'ATS è l'organo tecnico e ispettivo della Regione. Pur avendo il potere di sospendere le attività o revocare l'accreditamento di un reparto, l'ATS non è un ente indipendente, ma il braccio operativo della Giunta Regionale. I suoi Direttori Generali sono nominati direttamente dal Presidente della Regione e dall'Assessore al Welfare/Sanità. Di conseguenza, qualsiasi azione strutturale — come la rimodulazione dei posti letto convenzionati — discende dai piani sanitari regionali o viene tempestivamente notificata all'Assessorato competente, che detta la linea politica.

Se un reparto chiude improvvisamente, la proprietà privata dell'ospedale e i vertici della Regione sono perfettamente a conoscenza delle motivazioni, siano esse economiche, legate alla carenza di medici o al mancato rispetto degli standard di sicurezza.

Il ruolo (limitato) del Sindaco

Il Sindaco, pur essendo la massima autorità sanitaria sul territorio comunale, ha competenze legate esclusivamente alla salute pubblica e alla vigilanza d'urgenza (ordinanze contingibili e urgenti). Il Sindaco non ha alcun potere gestionale sugli ospedali o sui contratti di convenzione tra Regione e privati.

Per questo motivo i primi cittadini lamentano spesso di non essere stati informati preventivamente, venendo a conoscenza dei provvedimenti solo a cose fatte o tramite i comitati dei cittadini: la programmazione della rete ospedaliera spetta per legge alla Regione, non al Comune.

Il caso del punto nascite dell'Ospedale Sacra Famiglia di Erba

La vicenda del punto nascite di Erba conferma questa dinamica: l'ATS Insubria non ha agito in segreto, ma ha avviato una formale procedura tecnica dettata da standard nazionali e regionali.

1. Chi ha deciso e perché?

Il 17 settembre 2026, il Comitato Locale Percorso Nascita di ATS Insubria ha espresso parere favorevole alla riorganizzazione (e quindi alla chiusura) del reparto.

  • La motivazione ufficiale: Il crollo verticale delle nascite. Nel 2025 si sono registrati solo 320 parti e la proiezione per il 2026 è di circa 250.

  • Il legame con la legge nazionale: Il Decreto Balduzzi prevede che sotto la soglia dei 500 parti all'anno i punti nascita debbano essere dismessi o messi in deroga per ragioni di sicurezza clinica (mancanza di casistica sufficiente e assenza di rianimazione neonatale H24).

2. L'ok finale spetta alla politica regionale

L'ATS non ha l'ultima parola. Il parere favorevole di ATS Insubria è stato immediatamente trasmesso alla Regione Lombardia e al Comitato Regionale Percorso Nascita (convocato per il 22 settembre 2026). La decisione finale sui tempi e sulle modalità della chiusura spetta esclusivamente alla Giunta Regionale guidata da Attilio Fontana. I tecnici dell'assessorato al Welfare regionale guidano politicamente questo processo: la Regione stessa è il destinatario che deve firmare il decreto definitivo di chiusura.

Reazioni locali e posizionamento politico

Quando i politici locali, regionali o nazionali dichiarano pubblicamente di essere "sorpresi" o si oppongono fermamente, spesso si tratta di una scelta di posizionamento sul territorio. I sindaci e i rappresentanti locali si trovano quasi sempre a rincorrere decisioni tecniche basate sui numeri nel tentativo di negoziare deroghe politiche dell'ultimo minuto.

La notizia del punto nascite di Erba ha scatenato un'immediata mobilitazione bipartisan, evidenziando due approcci distinti:

  • La politica di governo regionale: Esponenti dei partiti che guidano la Regione (come la Lega, con il deputato erbese Eugenio Zoffili, e Fratelli d'Italia) hanno richiesto interventi pubblici, nonostante i rispettivi schieramenti controllino i vertici dell'assessorato competente e non potessero non sapere.

  • I movimenti del territorio: Realtà locali come Erba Civica e Patto per il Nord hanno depositato mozioni e avviato raccolte firme, dimostrando come l'atto tecnico abbia attivato una risposta politica territoriale indipendente dalle dinamiche della politica nazionale.

  • La conseguenza pratica:

Al di là del dibattito istituzionale, l'impatto reale ricade sui cittadini. Le neomamme del territorio erbese saranno costrette a rivolgersi alle strutture di Lecco, Como o Merate, con tutti i disagi logistici legati ai tempi di percorrenza, aggravati nei mesi invernali.

La sostanza politica che Patto per il Nord rivendica è chiara: questa vicenda svela fino in fondo l'ipocrisia della politica dei palazzi. Da un lato, i partiti tradizionali che governano la Regione firmano i decreti di chiusura applicando ciecamente i diktat nazionali; dall'altro, i loro rappresentanti locali scendono in piazza a protestare contro se stessi pur di non perdere consenso sul territorio. Una recita a cui i cittadini non possono più credere.

La sanità non può essere gestita solo con la calcolatrice in mano, ignorando la geografia e la vita reale delle persone. La chiusura del punto nascite di Erba è il risultato di un sistema centralista che esautora i Sindaci — lasciati sistematicamente all'oscuro — e penalizza le nostre comunità.

L'azione di Patto per il Nord dimostra che esiste un’alternativa: una politica che non risponde a logiche di scuderia nazionale o di autoconservazione, ma che si batte per un vero federalismo dei servizi. Le firme raccolte e le mozioni depositate non sono solo una protesta, ma l'inizio di una battaglia per restituire ai territori il potere di decidere sul proprio destino e sulla propria salute, perché la vita di una madre e di un bambino conta più di un freddo vincolo numerico del Decreto Balduzzi.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como






 

lunedì 21 settembre 2026

Virtute et Constantia: la nostra battaglia per Erba e per il futuro del Nord



Virtute et Constantia: il nostro cammino per il Nord, senza compromessi

Ci sono momenti in cui la politica deve smettere di guardare ai sondaggi del giorno dopo e riscoprire le proprie radici valoriali. Per me, e per tutto il movimento del Patto per il Nord, questo momento è adesso.

Esiste un'antica locuzione latina che descrive perfettamente la fase che stiamo vivendo e la sfida che abbiamo deciso di raccogliere: "Virtute et Constantia" – Con valore e fermezza. Non si tratta di un semplice motto accademico, ma di una vera e propria bussola politica per il nostro percorso, essenziale per rispondere ai continui attacchi che colpiscono i nostri territori.

La "Virtute": il coraggio di difendere la nostra gente (Il caso Erba)

La virtù, per come la intendiamo noi, non è una medaglia da appuntarsi al petto, ma il coraggio delle proprie azioni. Significa avere l'audacia di dire che i vecchi poli – una destra e una sinistra ormai centraliste e distanti – non rappresentano più le necessità delle nostre comunità.

La nostra virtute si vede nelle battaglie quotidiane. L'esempio più lampante è quello che stiamo vivendo in questi giorni: la scelta inaccettabile di chiudere il Punto Nascite dell'Ospedale di Erba. Una decisione ipocritamente mascherata sotto il termine di "riorganizzazione", che rappresenta l'ennesimo schiaffo al nostro territorio.

Da anni lo Stato centrale fa cassa a spese dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. Privare le future mamme dei Comuni dell'Erbese e del Triangolo Lariano di un presidio medico fondamentale non è solo un danno logistico, è un attacco diretto ai servizi di prossimità essenziali. Come Patto per il Nord, abbiamo fatto sentire subito la nostra voce pretendendo che la Regione intervenga e blocchi questo ridimensionamento. Questa è la nostra virtù: tutelare i diritti della nostra gente dove gli altri partiti preferiscono tacere o allinearsi ai diktat di Milano e Roma.

La "Constantia": la tenacia di chi non molla di un millimetro

Se la virtù è la scintilla che accende la protesta per l'ospedale di Erba, la costanza è il motore che ci fa andare avanti ogni singolo giorno. Fare politica oggi con il Patto per il Nord richiede una fermezza d'animo non comune. Significa scegliere la strada più lunga e difficile: quella del radicamento, dei gazebo nel weekend, del confronto continuo e senza filtri nelle piazze.

La constantia è il rifiuto categorico delle scorciatoie populiste e delle promesse elettorali che svaniscono il giorno dopo il voto. Noi portiamo avanti la bandiera del federalismo, dell'autogoverno e della gestione responsabile delle risorse con la stessa identica fermezza, indipendentemente dalle mode del momento. Perché le istituzioni locali forti e la sanità territoriale non sono un capriccio, ma l'unica garanzia di buon governo.

Un cammino condiviso: la chiamata all'azione

Questo percorso non lo faccio da solo. Lo faccio insieme a un movimento che ha deciso di essere il vero ed unico "Sindacato del Territorio". Un gruppo di donne e uomini che non cercano poltrone nei palazzi romani, ma risposte concrete per i nostri Comuni e le nostre Province.

Ma per vincere battaglie come quella di Erba, e per ridare dignità a tutto il nostro territorio, la forza dei nostri rappresentanti non basta: serve la tua voce.

Non possiamo più permetterci di restare a guardare mentre smantellano, pezzo dopo pezzo, il futuro delle nostre comunità. Se credi anche tu in un Nord padrone del proprio destino, capace di difendere i propri ospedali, le proprie imprese e le proprie famiglie, è il momento di scendere in campo.

Sostieni le nostre iniziative sul territorio, partecipa ai nostri prossimi gazebo e unisciti al movimento.

Sabato 3 Ottobre saremo presenti ad Erba per traccogliere firme ed idee, vieni, parla, firma, iscriviti, partecipa.

Virtute et constantia. Riprendiamoci il nostro futuro. Unisciti al Patto per il Nord!


Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como




 

sabato 19 settembre 2026

Giù le mani dall’Erbese: la farsa del bollo auto non pagherà il taglio della nostra sanità!


Ci risiamo: ecco l’ennesimo schiaffo al nostro territorio. La chiusura del reparto di maternità dell’Ospedale Sacra Famiglia (Fatebenefratelli) di Erba — ipocritamente mascherata sotto la parola "revisione" — è la goccia che fa traboccare il vaso. Da anni lo Stato centrale fa cassa sulla pelle dei cittadini lombardi con tagli continui e sconsiderati. È semplicemente intollerabile che la sanità della Lombardia, da sempre un'eccellenza nazionale, venga continuamente saccheggiata per coprire i fallimenti altrui.

Guardiamo alla realtà dei fatti: smantellare il punto nascite di Erba significa scaricare un peso insostenibile sugli ospedali Valduce e Sant'Anna, strutture i cui reparti sono già oggi al limite del collasso. Dobbiamo pretendere rispetto. Rispetto per il nostro territorio, rispetto per le mamme e per i bambini che nasceranno, ma anche rispetto per medici, infermieri e personale sanitario che lavorano con dedizione pur essendo già allo stremo delle forze.

Ma c'è di più. In questi giorni si fa un gran parlare della presunta "svolta" sull'abolizione del bollo auto per il 2027. Ci raccontano che per le casse della Regione Lombardia sarà a costo zero e che il Governo nazionale compenserà interamente il mancato gettito. Il governatore Attilio Fontana ci rassicura, promettendo che il Ministero dell'Economia coprirà ogni centesimo. Ma la verità è un'altra, ed è sotto gli occhi di tutti: è veramente difficile credere alle favole.

Lo Stato non sta cancellando una tassa regalando soldi ai cittadini. La bozza del decreto parla chiaro: i 2,36 miliardi di euro necessari a coubrire l'operazione nazionale verranno scippati dai fondi non utilizzati del PNRR e, soprattutto, da una rimodulazione dello sconto sulle accise dei carburanti (in particolare sul diesel). Tradotto in parole povere: nel 2027 non pagherai il bollo, ma lo lascerai direttamente al distributore ogni volta che farai il pieno di benzina o gasolio. Una beffa colossale.

Non a caso, molti presidenti di Regione hanno già alzato gli scudi, denunciando che i fondi stanziati dal Governo non copriranno mai il reale valore delle tasse non riscosse. Nonostante le rassicurazioni del ministro Giorgetti, la diffidenza resta altissima. Il bollo auto è un’entrata a destinazione libera che le Regioni usano per finanziare i servizi essenziali. Togliere queste risorse significa costringere gli amministratori locali a tagliare ulteriormente sulla sanità pubblica e sui trasporti per far quadrare i conti.

A confermare questo sospetto è la durata stessa del provvedimento. Guarda caso, la sospensione vale solo per il 2027, l’anno delle elezioni politiche nazionali. Siamo davanti a una cinica "svendita di fine stagione", una mossa elettorale che regala un'illusione immediata per raccogliere voti, scaricando sulle amministrazioni locali e sui cittadini il collasso dei servizi nei mesi successivi.

Da territorialista convinto, legato a questa terra che va dalle sponde del nostro lago alle vette del Triangolo Lariano, non posso restare in silenzio di fronte a questo scempio. Il benessere profondo delle nostre comunità si misura dalla capillarità dei servizi di prossimità. Sradicare la maternità dal cuore dell'Erbese non è una semplice scelta tecnica: significa costringere le famiglie di Asso, di Canzo, della Vallassina e di tutta l'Alta Brianza comasca a fare chilometri di tornanti e code sulla statale solo per dare alla luce un fragile neonato. Stanno desertificando i servizi storici della provincia di Como per piegarli alle logiche burocratiche dei palazzi. E mentre ci tolgono il diritto di nascere a casa nostra, a Roma giocano al gioco delle tre carte con i fondi del bollo auto per fare propaganda elettorale. La Lombardia e il Comasco producono la ricchezza di questo Paese e meritano autonomia vera, rispetto e la certezza assoluta che le risorse generate qui rimangano qui, a difesa dei nostri ospedali e della nostra gente. Difendere Erba oggi significa difendere il futuro stesso della nostra terra.Giù le mani dalla nostra sanità, giù le mani dal nostro territorio!

Giorgio Bargna


 

giovedì 17 settembre 2026

Trent'anni di Questione Settentrionale: dal sogno della Padania alla sfida di Patto per il Nord


Trent'anni di Questione Settentrionale: dal sogno della Padania alla sfida di "Patto per il Nord"

Prendiamo spunto da un recente articolo di Carlo Stagnaro pubblicato su Il Foglio per analizzare trent'anni di storia politica ed economica del nostro territorio.

Solo pochi giorni fa ricorreva l’anniversario di quel 15 settembre 1996, il momento in cui Umberto Bossi proclamava a Venezia che “la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana”. Per quanto a molti osservatori esterni sembrò soprattutto folklore, quasi un milione di persone vissero intensamente una tre giorni partita dal Monviso e culminata in laguna con la dichiarazione d'indipendenza. Non era solo politica, non era una messinscena: era il desiderio profondo di un popolo.

Pochi mesi dopo anche io, che non sono mai stato iscritto alla Lega, mi presentai ai seggi per votare alle elezioni del Parlamento Padano, carico di speranze e di voglia di un futuro migliore. Poi arrivò l'8 maggio 1997. Quando i Serenissimi "attaccarono" Piazza San Marco, ero pronto a scendere in strada per la libertà. Restai profondamente deluso dal comportamento di Bossi e della dirigenza di allora, che scelsero una linea opposta alla spinta e al sentire dei militanti.

Quell'epoca rimane comunque un punto di demarcazione indelebile per la storia d'Italia. Il resto del mondo politico capì che stava succedendo qualcosa di inimmaginabile. Come scrive Stagnaro:

"Forza Italia e Alleanza Nazionale organizzarono contromanifestazioni. Il centrosinistra riscoprì la Patria e la Nazione, con le maiuscole d’ordinanza. Giorgio Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno del primo governo Prodi, non nascose i suoi timori. Addirittura, il 18 settembre 1996 la Digos fece irruzione nella sede di Via Bellerio, perquisendo l’ufficio di Roberto Maroni e ferendolo".


Subito dopo, quegli stessi partiti di centrodestra compresero di non poter ignorare il Settentrione e si allearono con la Lega Nord (ribadisco: Lega Nord) nel Polo delle Libertà. In quegli anni, la maggior parte degli abitanti delle lande del Nord era sinceramente attratta da forme spinte di federalismo e autonomia. Al bar, dal barbiere, nelle botteghe artigiane non si parlava d'altro. Non cito a caso il mondo delle Partite IVA: allora come oggi, a spingere non erano solo una lingua o una cultura comuni. C'era — e c'è tuttora — di mezzo la sopravvivenza economica di un popolo. La sopravvivenza del motore che mantiene l'Italia e spinge l'Europa.

Il "residuo fiscale", questo sconosciuto, venne alla ribalta proprio in quegli anni perché la Lega Nord intercettò un problema reale e innegabile. Nel corso del tempo, però, Bossi perse il controllo, gli altri partiti si riorganizzarono e l’Europa, nata come una speranza di libertà, si è progressivamente trasformata in una trappola tecnocratica.

La Lega, dal canto suo, ha smesso di essere la "Lega Nord". Come ci spiega chiaramente Stagnaro:

"La battaglia culturale (‘Prima gli italiani’) ha preso il sopravvento su quella economica (‘Più lontani da Roma, più vicini all’Europa’) e la migrazione politica verso destra ha soppiantato l’appartenenza geografica al Nord".

Oggi, la Lega Salvini Premier (ribadisco: Salvini Premier) ha perso il suo primato. Il partito più votato al Nord è diventato Fratelli d’Italia, che ora reclama persino la presidenza della Regione Lombardia. Eppure, nonostante la globalizzazione, il Nord Italia resta uno dei motori economici più potenti del pianeta. Un motore che però si trova a dover combattere ogni giorno contro una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, una burocrazia soffocante e una carenza di servizi ormai dilaniante.

Oggi come allora, chi chiede di rispolverare la "Questione Settentrionale" non sono solo gli operai e i pensionati in difficoltà, ma l'intero settore produttivo. Stagnaro ci ricorda il nucleo del pensiero di Gianfranco Miglio: lo Stato nazionale appare tremendamente inadeguato a bilanciare le esigenze del territorio con le sfide globali. Per disegnare un nuovo equilibrio dei poteri serve una dimensione intermedia, una dimensione macroregionale, che sia sufficientemente vicina agli elettori ma anche abbastanza grande da poter giocare un ruolo da protagonista in un contesto internazionale.

Proprio da questa consapevolezza nasce la necessità di una svolta. Quello spazio politico, economico e sociale rimasto orfano di rappresentanza non può più attendere i comodi di Roma o i compromessi dei partiti nazionali.

Oggi, il vero "Sindacato del Nord" ha un nome nuovo, autonomo e radicato nelle nostre comunità: si chiama Patto per il Nord.

Non abbiamo più tempo per le promesse tradite o per le sfilate elettorali di chi ha barattato il federalismo fiscale con il nazionalismo di facciata. Patto per il Nord rappresenta l’ultimo treno da non perdere per sottrarre le nostre imprese, i nostri lavoratori e le nostre famiglie alla morsa della tecnocrazia europea e al centralismo romano.

Il Nord ha prodotto, mantiene e merita la propria libertà economica e amministrativa. Noi non guardiamo al passato con nostalgia, ma raccogliamo il testimone di quella spinta ideale per trasformarla in azione concreta, qui e ora. La macroregione del Nord deve tornare a decidere del proprio destino.

Unisciti a noi. Riprendiamoci il nostro futuro. Sostieni Patto per il Nord.


Giorgio Bargna


 

lunedì 14 settembre 2026

Oltre la Maschera dell'Occidente: Il Nuovo Paradigma Multipolare


IL NUOVO PARADIGMA GEOPOLITICO

Smascherare la Cupola Globale per la Liberazione dei Popoli

1. L'ILLUSIONE DEL NEMICO TRADIZIONALE

I leader delle nostre società tradizionali continuano a ignorare un dato fondamentale: la minaccia attuale non proviene da un nemico classico. Non abbiamo a che fare con un avversario tradizionale che, pur attaccandoci, riconosce e condivide i valori millenari su cui si fonda la nostra civiltà. La realtà è ben diversa: ci troviamo di fronte a una mafia internazionale, una vera e propria setta cresciuta nell'ombra per secoli, il cui obiettivo finale è il controllo totale del pianeta e dei suoi abitanti. Questa organizzazione agisce secondo l'unico vero principio comune a tutte le mafie: l'assenza totale di regole, etica o moralità, se si esclude un rigido codice interno applicato con inflessibile disciplina per preservare il potere dei propri membri.

2. LA MASCHERA DELL'OCCIDENTE E IL BUSINESS DELLA GUERRA

Per i seguaci di questa cupola globale ogni mezzo è lecito, anche il più abbietto, pur di soddisfare i piani dei loro padrini. Il fine non cambia mai: accumulare potere materiale e ricchezza depredando il prossimo con la frode e la forza, dal furto sistematico fino all'omicidio. Di fronte a una simile minaccia, le nostre società "normali" non possono cavarsela con piccoli aggiustamenti o compromessi. È necessario un radicale cambio di paradigma, una rivoluzione strategica che parta dalle basi: prima di intraprendere qualsiasi azione, bisogna saper identificare e nominare il nemico. Un nemico che oggi opera su scala globale dietro la maschera dell'"Occidente", nascondendosi deliberatamente per rimanere invisibile.

In questa logica di dominio, le guerre non scoppiano per motivi ideologici o di difesa, ma diventano veri e propri strumenti geopolitici orchestrati per affondare gli Stati sovrani che si oppongono al cartello. Paesi come la Russia, l'Iran o la Cina vengono presi di mira non per reali questioni di sicurezza internazionale, ma perché rappresentano blocchi geopolitici indipendenti che rifiutano di piegarsi al sistema finanziario e politico globale. Questa mafia onnipotente scatena conflitti, sanzioni e crisi economiche con l'unico scopo di abbattere e colonizzare chiunque difenda la propria sovranità.

3. LA STRATEGIA DI RISCOSSA: I DUE PILASTRI DELLA CONTROFFENSIVA

Per sconfiggere un fenomeno così pervasivo, non bastano le vecchie armi della diplomazia: serve una controffensiva globale basata su due pilastri fondamentali.

Il risveglio delle coscienze e lo smascheramento: La prima forma di resistenza è culturale. Bisogna strappare la maschera umanitaria e democratica dietro cui questa élite si nasconde, mostrando ai popoli la reale natura criminale e parassitaria delle sue azioni.

La sovranità condivisa e il nuovo fronte multipolare: Una volta compresa la vera natura del problema, la risposta non è l'isolamento, ma la nascita di alleanze oneste e trasparenti. Gli Stati e i popoli devono rifiutare i ricatti delle istituzioni finanziarie sovranazionali e dei cartelli globali per ricostruire la propria indipendenza economica, alimentare, energetica e legislativa. Da questa ritrovata sovranità deve nascere un fronte multipolare di nazioni non allineate: una rete di cooperazione basata sul mutuo rispetto e su sistemi commerciali paralleli, capaci di spezzare i monopoli e di generare ricchezza reale, duratura e diffusa direttamente all'interno dei territori e a beneficio delle comunità locali.

4. UN MONDO SENZA COMPROMESSI

Non dobbiamo quindi combattere contro l'Occidente inteso come civiltà: quell'Occidente non esiste più, è stato espropriato. Non siamo davanti a coalizioni di nazioni da affrontare secondo i codici d'onore delle armi o le dottrine di Clausewitz e Sun Tzu. Questa è una rete criminale transnazionale. Per questo non possiamo permetterci scrupoli, dubbi o riguardi: verso di loro la risposta deve essere implacabile. Con una mafia non si negozia, non si scende a patti e non si concedono tregue: va sradicata completamente attraverso la fermezza delle istituzioni sovrane e l'unione dei popoli. I nostri ideali sono infinitamente più nobili dei loro: mentre questa élite si muove per il bieco interesse personale e l'avidità di pochi, noi lottiamo per far regnare la pace e la libertà tra le nazioni. Combattiamo per un mondo che, evidentemente, a loro non appartiene.

Giorgio Bargna