sabato 4 luglio 2026
Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (7)
mercoledì 1 luglio 2026
Borghi-Campus ed RSA diffuse: l'eresia che può salvare il nostro territorio
In una recente puntata, ha collegato tre temi che ho trovato profondamente interconnessi: gli investimenti privati per un futuro sostenibile, la carenza di servizi essenziali nei piccoli centri e la possibilità di trasformare i borghi spopolati in 'campus' o RSA diffuse. Un’intuizione che può apparire eretica o peregrina, ma è proprio dall'eresia che spesso nascono i cambiamenti più significativi. Per questo, ho deciso di approfondire la questione.
Sono convinto che l'idea di trasformare i borghi spopolati in campus o RSA diffuse non sia solo una suggestione architettonica, ma una vera e propria strategia di rigenerazione territoriale che risponde a due grandi emergenze del nostro tempo: l'abbandono dei piccoli centri e la crisi del modello di assistenza residenziale tradizionale.
Analizziamo le potenzialità e le sfide di questo modello, declinato per il contesto italiano e locale:
1. Il Modello del "Borgo-Campus" (Community Living)
Invece di concentrare i servizi in grandi strutture isolate, il borgo diventa un campus aperto.
Architettura diffusa: Invece di un unico edificio-caserma, gli alloggi, i laboratori e le aree comuni sono ricavati dal recupero di edifici storici dismessi, creando un ecosistema integrato.
Target intergenerazionale: Il successo di questi progetti risiede nell'evitare la ghettizzazione. Un campus che ospita sia anziani autosufficienti (o con fragilità lievi) che giovani lavoratori in smart working o studenti, favorisce uno scambio sociale che contrasta la solitudine.
Servizi a rete: La mobilità interna e il telelavoro permettono di mantenere il borgo connesso, trasformando il limite geografico in un vantaggio competitivo per chi cerca qualità della vita.
2. RSA "Allargate" e Assistenza di Comunità
Il modello delle "RSA allargate" supera il concetto di istituto chiuso, puntando su una dimensione più umana e integrata.
Integrazione col territorio: Gli spazi comuni della RSA (mense, giardini, ambulatori) vengono aperti alla cittadinanza, riducendo lo stigma del "luogo di segregazione" e rendendo la struttura un centro polifunzionale per il paese.
Telemedicina e domotica: Per un borgo, la sfida è la distanza dai presidi ospedalieri. L'implementazione di reti di telemedicina avanzata e assistenza domiciliare tecnologicamente monitorata permette di mantenere standard di sicurezza elevati pur vivendo in un ambiente di "borgo".
Economia circolare del care: Il personale che lavora nella struttura diventa parte integrante della comunità, creando un indotto economico che aiuta a stabilizzare le famiglie nel borgo.
3. Fattori Critici di Successo (La visione bottom-up)
Per passare dalla teoria alla realtà in territori come le nostre aree di frontiera o le zone collinari lombarde, è necessario affrontare alcuni nodi strutturali:
Infrastruttura Digitale: Senza una connettività ultra-veloce (fibra/5G), il modello campus non regge. È il prerequisito fondamentale per la telemedicina e il lavoro da remoto.
Mobilità di Raccordo: Occorre una rete di "navette di prossimità" che colleghino il borgo-campus ai nodi ferroviari o ai centri urbani maggiori, per evitare l'isolamento geografico.
Normativa e Flessibilità: Le leggi regionali attuali sulle RSA sono molto rigide su standard edilizi e di personale. Progetti innovativi richiedono "zone franche" normative o sperimentazioni amministrative che permettano di adattare i vecchi edifici senza snaturarli.
Governance Locale: Questo non è un progetto che può essere imposto dall'alto. Richiede il coinvolgimento dei comuni, delle cooperative sociali locali e dei privati, in una logica di partenariato pubblico-privato che mantenga la gestione radicata nel territorio.
Tutto questo ovviamente può stare in piedi soltanto attraverso il serio impegno sia del pubblico che del privato, sia da parte degli amministratori che da parte degli investitori.
Il problema attuale, spesso, è che il mercato delle RSA ragiona su cicli di rientro dell'investimento troppo brevi, che mal si conciliano con le lungaggini burocratiche e la complessità logistica di un borgo o di un centro storico. Se il privato vede il "mattone" solo come costo da ammortizzare rapidamente, il rischio è che cerchi di massimizzare il numero di posti letto in strutture iper-concentrate, ignorando la qualità della vita e la sostenibilità sociale.
Per spostare la visione verso il lungo termine, la strategia dovrebbe probabilmente passare per questi tre assi:
Convenzioni "a lungo respiro": Le amministrazioni locali potrebbero offrire il comodato d'uso gratuito di edifici pubblici o dismessi a fronte di concessioni pluridecennali (20-30 anni). Questo abbassa drasticamente l'investimento iniziale del privato, permettendogli di spalmare i costi su un arco temporale più ampio e, idealmente, di calmierare le rette per le famiglie.
ESG e Rating Sociale: Molti fondi di investimento oggi cercano progetti con forte impatto sociale (criteri ESG). Un progetto di borgo-campus ha una "narrazione" molto più potente di una RSA tradizionale. Se le istituzioni riuscissero a creare dei "pacchetti" di borghi pronti per la riqualificazione, potrebbero attirare capitali interessati non al profitto immediato, ma alla stabilità e al prestigio di un modello di welfare all'avanguardia.
Il ruolo del "Regista Pubblico": Il pubblico non può limitarsi a concedere le autorizzazioni, ma deve fare da garante della qualità. Se il privato gestisce la struttura, il pubblico deve mantenere il controllo sui requisiti di accesso (le rette) e sulla qualità del servizio, trasformando il profitto in una forma di "profitto sociale" dove una parte dell'utile viene reinvestita nella manutenzione del borgo stesso o in servizi di prossimità (es. infermiere di comunità, consegna pasti, trasporto).
In sostanza, il privato diventa un partner di gestione territoriale e non solo un prestatore di servizi sanitari.
Ereticamente mi sento di proporre qualcosa che molti di voi riterranno inaudito, una città di media dimensione che diventa il polo logistico di un programma.
Questa visione di una rete territoriale inter-comunale è, dal punto di vista strategico, l'unica risposta seria alla frammentazione amministrativa che affligge il nostro territorio. La connessione tra Cantù, il sistema del Lago di Como e la Vallassina non è solo un auspicio, ma una necessità logistica ed economica.
Unire le forze tra questi ambiti permetterebbe di creare quello che definirei un "ecosistema dei servizi" su scala provinciale:
Complementarità funzionale: Cantù può fungere da polo logistico e di erogazione di servizi complessi (sanità specialistica, uffici, distretti produttivi), mentre la Vallassina e i centri minori del Lago di Como possono offrire gli spazi per quel "welfare di rigenerazione" di cui parlavamo: RSA diffuse, campus residenziali immersi nel verde, centri per la riabilitazione o il soggiorno a lungo termine.
Superamento del Campanilismo: La sfida politica qui è enorme. La storia delle nostre amministrazioni locali è spesso segnata da una resistenza a cedere autonomia. Tuttavia, una proposta "bottom-up" (come quelle che sostieni da tempo) che parta dai bisogni reali – mancanza di medici di base, costi RSA, dispersione dei giovani – potrebbe obbligare la politica a sedersi allo stesso tavolo.
Infrastruttura di Connessione: Se pensiamo a un progetto di questo tipo, la connessione fisica e digitale diventa il fulcro. Non parliamo solo di strade, ma di una mobilità di bacino che faccia sentire la Vallassina non un'appendice montana, ma parte integrante di un distretto economico che gravita su Cantù e Como.
È un approccio che guarda al futuro con estremo pragmatismo: non più comuni che competono per risorse scarse, ma un territorio che si organizza per offrire soluzioni abitative e di cura scalabili.
Giorgio Bargna
lunedì 29 giugno 2026
Patto per il Nord La competenza come metodo, il territorio come visione (6)
domenica 28 giugno 2026
Un sogno da scongelare: il patto tra generazioni per il futuro del Nord
Oltre il tramonto della vecchia politica: un sogno da scongelare
Chi, come me, ha superato i sessanta e segue con passione l'orizzonte politico, custodisce nel cuore un sogno che resta più che mai possibile: trasformare il nostro Stato-nazione in un moderno Stato federale, tappa necessaria per approdare a un'Europa dei popoli e rifondare il senso della nostra comunità.
Il blocco del sistema
Purtroppo, questo percorso è stato ostacolato da una politica nazionale restia a cambiare rotta. Si è preferito preservare un assetto che ha favorito l’ascesa di una classe dirigente autoreferenziale e tecnocratica. Dopo la stagione di Tangentopoli, il sistema politico è degenerato: siamo passati dal confronto tra i grandi schieramenti di un tempo a un’accozzaglia di sigle che, pur dichiarandosi di destra o di sinistra, hanno fatto ricorso ad accordi sottobanco pur di gestire il potere. Emblematico è il caso di molti movimenti che, nati come federalisti, hanno tradito le proprie radici in nome di un nazionalismo di convenienza.
Sfatare il mito dell'apatia giovanile
Tuttavia, questo sogno non è morto; è semplicemente "surgelato", in attesa di qualcuno capace di riportarlo in vita. E i protagonisti devono essere i giovani. Contrariamente a quanto raccontano i media, i ragazzi non sono affatto disinteressati: un recente studio dell'Istituto Toniolo smentisce categoricamente lo stereotipo dell'apatia giovanile, offrendoci una fotografia chiara della situazione:
Interesse e partecipazione: Il 76,4% dei giovani si dichiara mediamente o molto interessato alla politica, mentre il 71,7% considera il voto uno strumento fondamentale per la democrazia.
Volontà di impegno: Circa l'80% è pronto a impegnarsi in prima persona, a patto di trovare occasioni concrete.
Il vero ostacolo: Il problema non è la mancanza di interesse, ma un profondo senso di esclusione. Il 62,3% ritiene che la politica italiana non offra spazi reali di partecipazione, percependo i pochi canali esistenti come puramente simbolici o consultivi.
Sfiducia nei partiti: Solo il 31,6% dei giovani ripone fiducia nei partiti tradizionali, sentendosi sistematicamente ignorati dai leader attuali.
Proprio a causa di questo isolamento, i giovani si sono orientati verso forme di attivismo alternative — movimenti tematici per il clima, diritti civili e parità di genere, piazze digitali e consumo critico — che, pur mantenendo viva la loro passione, non sono ancora sufficienti a trasformare radicalmente il quadro politico nazionale.
La proposta di "Patto per il Nord" secondo la mia visione
Noi di Patto per il Nord abbiamo una visione diversa: vogliamo spalancare le porte al confronto, per costruire insieme una classe dirigente che nasca dal basso. La nostra politica vuole essere, davvero, "con la gente, tra la gente, per la gente".
Mi rivolgo soprattutto ai giovani: solo voi potete portare quel pensiero innovativo che noi, "anziani" dell'impegno politico, non siamo più in grado di generare da soli. È tempo di passare il testimone: noi mettiamo l'esperienza, voi l'energia necessaria per scongelare finalmente il nostro sogno.
Non chiedo ai giovani di 'seguire' un leader, ma di costruire con noi.
Per questo ritengo che, Patto per il Nord, debba lanciare qualcosa di simile a delle proprie Officine del Territorio: laboratori aperti dove l’esperienza di chi ha vissuto la politica del secolo scorso incontra l'energia e le competenze dei nativi digitali.
Non occorrono giovani che facciano da spettatori ai congressi, ma protagonisti che, attraverso mentorship dedicate e maratone di idee, scrivano le soluzioni per il futuro del Nord.
Lo spazio che le istituzioni vi negano, noi lo vogliamo aprire insieme a voi, perchè vi è dovuto.
So che siete stanchi di sentire promesse e so che i partiti vi hanno deluso, per questo non vi chiedo di iscrivervi a un partito, ma di partecipare a un cantiere aperto.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como
sabato 27 giugno 2026
Oltre la retorica dei flussi: la mutazione antropologica da Pasolini a Massimo Fini
Immigrazione, "maranza", remigrazione: tre termini che da qualche tempo a questa parte dominano i notiziari e infiammano il dibattito pubblico.
Nel seguire queste dinamiche, mi è capitato spesso di trovarmi d’accordo con le riflessioni di due intellettuali culturalmente e storicamente distanti tra loro, ma uniti da una straordinaria lucidità antropologica: Massimo Fini e Pier Paolo Pasolini.
Recentemente,, mi sono imbattuto in una riflessione, che se la memoria non mi inganna è attribuibile a Fini, ma che anche in caso contrario ricalca le sue idee e, che fotografa perfettamente la situazione. Condivido appieno il punto di vista:
"È impossibile negare seriamente l’esigenza storica del capitale di trovare negli immigrati la sua armata di riserva, ma c’è di più: l’economia ipertrofica porta con sé una concezione del mondo (l’economia al comando) e un’antropologia (l’individuo intercambiabile), e tutto ciò ha degli effetti sociali profondi."
In questo paradigma, l'economia si regge sul puro calcolo e gli esseri umani diventano semplici ingranaggi interscambiabili. Non contano l'origine, l'identità, la fede o la cultura di provenienza; ciò che conta è esclusivamente la capacità di produrre, vendere e consumare.
Al di là delle suggestioni poetiche che accompagnano questa analisi, aggiungo unanlapidaria conclusione di Ennio Chiodi:
"Altro che remigrazione! In nome dei diritti dell’uomo non si possono respingere masse di persone senza documenti, figuriamoci se sarebbe possibile 'remigrare' qualcuno. È fantascienza".
Una cosa è certa: con l’avvento della stagione globalista (convenzionalmente avviata nel 1991), che ha posto come dogma la libera circolazione di capitali, merci e persone, si è scardinato un sistema millenario. C’è un dato di fatto incontestabile: la deregolamentazione dei flussi finanziari e, soprattutto, delle "risorse umane" segna l’inizio della fine dello Stato sovrano. Di conseguenza, si svuota la possibilità stessa delle comunità nazionali di incidere sui processi decisionali attraverso le proprie rappresentanze democratiche. In questo senso, l’Unione Europea rappresenta la piena attuazione di questo processo di smantellamento delle sovranità nazionali.
Sull'altro fronte, chi sostiene una visione opposta sposa generalmente la tesi secondo cui l’immigrazione sia una fonte intrinseca di arricchimento culturale, un valore aggiunto generato proprio dall'apporto delle diversità.
Veniamo ora alla visione di Pier Paolo Pasolini. Una visione radicata in una sinistra d'altri tempi: un'intellettualità eretica, capace di "vedere l'oltre" e di ragionare fuori dagli schemi dogmatici, in netto contrasto con l'omologazione ideologica degli ultimi decenni.
Quella di Pasolini non è una teoria politica in senso tradizionale, bensì una profonda radiografia antropologica animata da una sensibilità poetica quasi profetica. Per comprendere il suo pensiero sul legame tra capitalismo e immigrazione, occorre unire due elementi chiave: la sua critica al "nuovo potere" consumistico e la sua visione, a tratti mitica e drammatica, dei popoli che premono ai confini dell'Europa.
Il punto di partenza è il concetto pasoliniano di mutazione antropologica. Egli identificava nel neocapitalismo una forza devastante, capace di alterare geneticamente il popolo italiano. L'omologazione consumistica, diffusa capillarmente attraverso la televisione e la nascente cultura di massa, ha distrutto le culture locali, i valori del mondo contadino e la diversità dei modelli di vita. Pasolini non esitò a definire questo edonismo strisciante come il "nuovo fascismo": un potere totalitario molto più efficace di quello precedente, perché non impone il conformismo con la forza, ma lo inocula attraverso l'illusione della libertà e del benessere individuali. La modernizzazione ha così trasformato i cittadini in puri consumatori, svuotando l'esistenza di significati profondi e legami solidali, e riducendo l'idea di "bene" al solo possesso di oggetti superflui.
È in questo contesto di totale aridità culturale che si inserisce lo sguardo lungimirante di Pasolini, capace di scorgere cinquant'anni fa il nostro presente. Nella sua celebre e apocalittica Profezia, il poeta descrive l'arrivo in massa di milioni di diseredati che, travolgendo la quiete borghese e il razionalismo occidentale, avrebbero messo in crisi le fondamenta stesse della civiltà europea ("Distruggeranno Roma..."). Questa dinamica non è una mera analisi sociologica, ma una visione sacrale e tragica: i nuovi "barbari" che risalgono dal Sud del mondo sono destinati a sovvertire un ordine occidentale che ha rinnegato la sacralità della vita in nome del profitto.
Per Pasolini, capitalismo e immigrazione sono dunque le due facce della stessa medaglia. Da un lato, il capitalismo crea un mondo vacante e standardizzato, incapace di accogliere davvero l'altro se non come ingranaggio produttivo; dall'altro, i flussi migratori sono il sintomo macroscopico di un benessere occidentale che poggia su un'ingiustizia globale sistemica.
Pasolini non ha lasciato in eredità ricette politiche o soluzioni pronte all'uso. Ci ha lasciato, però, un avvertimento disperato e lucidissimo: il nostro modello di vita, fondato sulla mercificazione assoluta, era fatalmente destinato a scontrarsi con la realtà umana e fisica di chi non ha nulla da perdere. Di chi, proprio in virtù di quella primordiale disperazione, possiede ancora una forza vitale capace di "cambiare il corso del cielo".
L'immigrazione di massa e il fenomeno dei 'maranza' non sono incidenti di percorso, ma le conseguenze inevitabili del dogma globalista iniziato nel 1991. Come intuito da Fini e profetizzato da Pasolini, il neocapitalismo ipertrofico ha imposto una 'mutazione antropologica' che riduce l'essere umano a un ingranaggio interscambiabile, distruggendo le sovranità nazionali, le identità e la democrazia in nome della libera circolazione di merci e 'risorse umane'. Da un lato, l'Occidente ha svuotato i propri cittadini trasformandoli in puri consumatori; dall'altro, la pressione disperata dei popoli del Sud del mondo si appresta a travolgere un sistema che ha rinnegato la vita per il profitto. Parlare di 'remigrazione' in questo contesto è pura fantascienza: siamo di fronte al tramonto inevitabile della civiltà liberale, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni globali.
Lontano dagli slogan della politica urlata, la realtà ci dice che non si risolve il problema gestendo l'emergenza con i respingimenti di facciata, né spalancando le porte in nome di un falso umanitarismo che fa il gioco del capitale. La vera soluzione è la de-globalizzazione: ridare dignità e confini agli Stati, restituire un'identità ai popoli e fermare lo sfruttamento globale che sradica gli uomini dalle loro patrie per trasformarli in merci interscambiabili.
Suggerirei dunque:
Un ritorno a un'economia nazionale programmata e incentrata sulla sostenibilità locale, non sul profitto ipertrofico delle multinazionali. Se si smette di concepire la società come un'azienda che deve crescere quantitativamente ogni anno, cessa anche la necessità patologica di importare manodopera a basso costo per deprimere i salari dei lavoratori locali.
Spostare l'asse del dibattito sui diritti umani. Il primo vero diritto non è quello di scappare, ma il diritto di rimanere nella propria terra. Questo significa proporre una geopolitica che cessi il saccheggio delle risorse nel Sud del mondo da parte delle corporazioni occidentali e spinga per la sovranità alimentare ed economica dei paesi in via di sviluppo. Solo curando la ferita alla radice si ferma l'emorragia migratoria.
Il recupero della sovranità monetaria, legislativa e doganale. Uno Stato per definirsi tale deve poter decidere chi entra, come entra e per fare cosa, sottraendo i flussi migratori all'arbitrio dei mercati finanziari e rimettendoli sotto il controllo delle rappresentanze democratiche del popolo.
Una ricostruzione culturale radicale. Per accogliere o per integrare (o persino per porre dei confini sani) serve una comunità che sappia chi è. Bisogna proporre il recupero delle identità storiche, della cultura comunitaria e dei legami di solidarietà locali contro l'individualismo atomizzato del mercato. Solo una società culturalmente forte non si fa omologare e non crea ghetti nichilisti.
Giorgio Bargna
giovedì 25 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (5)
mercoledì 24 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)
lunedì 22 giugno 2026
Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria
sabato 20 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (3)
Terza pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.
Il Liberismo
Patto per il Nord è un movimento liberale che affonda le sue radici nella realtà. Crediamo fermamente nella libertà d’impresa, nella proprietà privata, nella libera concorrenza, nella riduzione del peso dello Stato e nella centralità della responsabilità individuale.Per noi, queste non sono astrazioni ideologiche. Il nostro liberismo nasce dall'esperienza diretta di chi vive e lavora sul territorio: di chi la burocrazia non l’ha studiata sui libri, ma l’ha subita ogni giorno. Sappiamo che la libertà economica non è un concetto astratto, ma si misura nel rapporto quotidiano, spesso difficile, tra chi produce e l’apparato statale.La nostra cifra è chiara: poca teoria, molta pratica.
Vogliamo promuovere un liberalismo popolare e radicato, che parli la lingua di chi tiene in piedi il Paese: imprese, artigiani, professionisti, lavoratori autonomi e amministratori locali. Un liberalismo che non ha timore di essere pragmatico e concreto.
Per questo, il nostro approccio è indissolubilmente legato al federalismo. Non può esservi vera libertà in uno Stato centralista, che per sua natura concentra le decisioni, allontana il potere dai cittadini, soffoca le energie locali e deresponsabilizza la classe dirigente. Il federalismo è la precondizione indispensabile per la libertà economica.
L’imprenditore di Lecco, l’artigiano di Vigevano, l’agricoltore mantovano o il commerciante di Comacchio lo sanno bene: il principale ostacolo alla loro libertà non è il mercato, ma uno Stato che non funziona.
Di conseguenza diretta:
- Meno Stato dove lo Stato non serve: riduzione della burocrazia, semplificazione normativa, eliminazione degli enti inutili, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ogni regola deve giustificare il proprio costo.
- Più Stato dove lo Stato è indispensabile: sicurezza, giustizia, difesa, politica estera, protezione delle infrastrutture critiche, tutela della concorrenza. In questi ambiti servono competenza, investimenti e serietà.
- Fiscalità come patto, non come rapina: riduzione della pressione fiscale complessiva, semplificazione del sistema, autonomia impositiva territoriale. Il contribuente deve sapere chi tassa, perché tassa e cosa fa con le sue tasse. La fiscalità deve premiare chi lavora, chi rischia, chi investe.
- Sussidiarietà sociale: le comunità, le famiglie, le associazioni, il volontariato, le imprese sociali sono il primo livello di risposta ai bisogni. Lo Stato interviene dove la società non arriva, non al posto della società.
L’economia reale al centro
Il cuore del Nord è il suo sistema produttivo. Non la finanza, non la rendita, non il pubblico impiego: l’impresa. Piccole e medie imprese, distretti, filiere integrate, artigianato evoluto, cooperazione tra impresa e territorio. Questo tessuto — che non ha equivalenti in Europa per densità e capillarità — è la spina dorsale dell’economia italiana e la ragione per cui il Paese esporta e compete sui mercati internazionali.
Dal Congresso di Treviglio è emersa con forza una percezione condivisa: il sistema produttivo del Nord genera valore ma non incide sulle condizioni in cui opera. Le imprese producono, innovano, esportano, assumono — ma le regole del gioco vengono scritte altrove, spesso da chi non ha mai messo piede in un capannone, in un laboratorio, in un’azienda agricola. Questa è la frattura fondamentale che il Patto per il Nord intende sanare.
Competitività delle imprese
La competitività non si ottiene con i sussidi a pioggia né con gli incentivi contingenti. Si ottiene creando le condizioni operative perché le imprese possano competere ad armi pari con i concorrenti europei. Questo significa intervenire sui fattori strutturali che determinano il costo di fare impresa in Italia:
- Costo dell’energia: il differenziale di costo energetico tra le imprese italiane e quelle tedesche, francesi o spagnole è un handicap competitivo che si traduce direttamente in margini più bassi, investimenti mancati, delocalizzazioni. La riduzione strutturale del costo dell’energia per le imprese è la prima priorità di politica industriale.
- Stabilità normativa: le imprese pianificano su orizzonti di anni, non di mesi. Il cambio continuo di regole — fiscali, ambientali, lavoristiche, urbanistiche — è un costo occulto enorme che scoraggia gli investimenti e favorisce chi opera nell’informalità. Chiediamo un patto di stabilità normativa: nessun cambio di regole retroattivo, periodi minimi di vigenza delle norme, valutazione d’impatto obbligatoria prima di ogni nuova regolazione.
- Accesso al credito: il rapporto tra banca e impresa si è progressivamente deteriorato, anche per effetto di una regolazione europea pensata per le grandi banche e inadatta al tessuto delle PMI. Serve rafforzare il credito cooperativo e territoriale, rendere efficaci gli strumenti di garanzia pubblica, favorire forme di finanziamento alternative per le imprese che investono.
- Semplificazione burocratica: ogni adempimento inutile è una tassa occulta sull’impresa. Proponiamo un audit permanente della regolazione, con l’obiettivo di eliminare ogni obbligo che non sia strettamente necessario e di digitalizzare radicalmente il rapporto tra impresa e pubblica amministrazione.
Politica industriale territoriale
L’Italia non ha bisogno di una politica industriale calata dall’alto, modellata sui grandi gruppi e sulle logiche ministeriali. Ha bisogno di una politica industriale costruita dal basso, che riconosca la specificità dei sistemi produttivi territoriali e li sostenga nei loro punti di forza.
I distretti industriali, le filiere, le reti di impresa sono forme organizzative originali che il sistema produttivo del Nord ha sviluppato nei decenni e che costituiscono un vantaggio competitivo unico. La politica industriale deve sostenere queste forme, non sostituirle. Questo significa: investire nella ricerca applicata e nel trasferimento tecnologico a livello territoriale; sostenere l’internazionalizzazione delle PMI attraverso strumenti collettivi; facilitare la cooperazione tra imprese, università, centri di ricerca e amministrazioni locali; proteggere le filiere strategiche dalle acquisizioni predatorie attraverso un uso rigoroso e competente del Golden Power.
venerdì 19 giugno 2026
Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (2)
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