Proviamo oggi a fare un raffronto sociologico tra le situazioni di disagio e violenza dell'immigrazione interna degli anni 50/60 e di quella odierna, legata a flussi migratori stranieri.
Vi tolgo subito la possibilità di indicarmi quale razzista visto che nel mio sangue corre sangue pugliese.
Per prima cosa vorrei spendere qualche riga, anche se non è esattamente il centro del problema, per un confronto tra il "soggiorno obbligato" e l' "immigrazione clandestina indotta".
A mio avviso il primo fu un intelligente pretesto per spostare un certo tipo di delinquenza all'interno del territorio nazionale. la seconda, è lampante, serve a "deportare" gente disperata da mettere a disposizione della delinquenza sia come manovalanza che come soggetti da ricattare e sfruttare.
Le analogie tra i due fenomeni riguardano il controllo dello spostamento e della residenza di soggetti considerati "indesiderati" o "pericolosi" all'interno del territorio nazionale. Entrambi sono strettamente collegati alle mafie. Il soggiorno obbligato veniva utilizzato per "spostare" i mafiosi, mentre l'immigrazione clandestina è oggi una fonte di profitto per la criminalità organizzata transnazionale. Sia il soggiorno obbligato che la condizione di clandestinità impongono alla persona un luogo di vita preciso e limitante (il comune di soggiorno per il mafioso, il luogo di lavoro in nero o l'alloggio di fortuna per il migrante).
Questo però è un tema da approfondire in un altro testo, torniamo invece al tema iniziale.
Va ricordato che la migrazione interna (dal Sud al Nord Italia) ha generato dinamiche di integrazione e conflitto sociale spesso risolte con l'inclusione, l'immigrazione straniera di oggi affronta sfide legate alla clandestinità, alla diversità culturale e a una maggiore sovra-rappresentazione nelle statistiche di microcriminalità. Pur subendo discriminazioni (episodi di razzismo interno), erano cittadini italiani, condividevano lingua, religione e diritti civili, facilitando l'inserimento nel mercato del lavoro industriale; di conseguenza l'onesto difficilmente si votava alla delinquenza.
Negli anni citati, ed altri a seguire, milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova).
I dati dell'epoca mostrano che gli immigrati interni non avevano tassi di criminalità superiori agli autoctoni, spesso persino inferiori, nonostante vivessero in condizioni disagiate ed eventuali reati erano legati alla marginalità sociale e urbana, ma non a una "criminalità etnica".
Però negli anni addietro il lavoro c'era, ed in forma elettrizzante, chi si spostava all'interno del nostro territorio se predisposto un lavoro lo trovava, oggi non è più così certo.
Di conseguenza la criminalità è fortemente correlata all'impossibilità di lavorare legalmente, alla disperazione e allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, gli stranieri con permesso di soggiorno regolare e lavoro hanno tassi di criminalità quasi identici a quelli degli italiani. Situazione immutata se facciamo un confronto con qualche riga sopra.
Detto questo però passiamo ad trattare di un fenomeno attuale che riguarda tanto l'Italia che altri paesi con forte tasso di immigrazione: le seconde generazioni.
Tanto la sociologia che la criminologia evidenziano forti analogie tra i fenomeni di devianza dei figli degli immigrati dal Sud Italia (anni '50-'60) e quelli delle attuali seconde generazioni straniere.
Le similitudini non dipendono dall'origine etnica, ma da meccanismi di marginalità sociale e conflitto identitario comuni a chi vive il passaggio tra due mondi culturali diversi.
Entrambi i gruppi hanno vissuto in quartieri periferici degradati ("coree" negli anni '60, periferie odierne), dove la mancanza di servizi e lo stigma sociale favoriscono l'adesione a "culture oppositive" o gruppi devianti come forma di riscatto.
La sociologia ha dimostrato come i figli dei migranti si sentano spesso "stranieri" sia nel paese dei genitori che in quello di nascita. Questa crisi di identità, vissuta dai figli dei meridionali a Torino o Milano cinquant'anni fa, è identica a quella vissuta oggi dai giovani con background migratorio.
La propensione alla devianza è spesso legata a un alto livello di conflitto tra genitori (legati a valori tradizionali) e figli (che desiderano gli agi del modello societario locale).
Quanto descritto ci porta ad affrontare un confronto tra le baby gang moderne (prevalentemente composte da seconde generazioni di origine straniera) e le bande di quartiere del dopoguerra (figli di immigrati interni dal Sud) che rivela una continuità sorprendente nelle dinamiche di gruppo, pur in contesti tecnologici diversi.
Negli anni del boom economico le bande nascevano intorno a luoghi fisici precisi, quali potevano essere ad esempio, i grandi palazzoni delle periferie di Milano e Torino o dei quartieri abusivi.
In quegli anni la banda serviva a proteggere il territorio dai "locali" che discriminavano i "terroni", creando un senso di appartenenza laddove la società li escludeva.
Oggi tanto la musica trap che i social media ci insegnano che il territorio non è più solo un "luogo fisico", ma diventa un "brand" da difendere anche online per ottenere prestigio.
Oggi come allora, la banda compensa l'assenza di figure adulte di riferimento, si trasforma in una sorta di "Famiglia Sostitutiva". Tanto allora che oggi, i genitori erano e sono, alle prese con il lavoro e/o una "distanza culturale" che ha impedito ed impedisce loro di guidare i figli nel contesto di residenza.
Tanto oggi che allora la maggior parte di questi gruppi non è legata alla criminalità organizzata (mafia o cartelli), ma è composta da aggregazioni spontanee di giovani tra i 14 e i 24 anni che compiono reati di opportunità (furti, rapine, atti di vandalismo).
Una sostanziale differenza sta nel fatto che le bande storiche erano più isolate, più settoriali, mentre le baby gang attuali sono spesso multietniche, non prive di italiani "autoctoni" e mostrano una maggiore fluidità, spostandosi tra quartieri diversi grazie ai trasporti pubblici, ma anche verso località turistiche durante i weekend.
Un'altra invece riguarda il genere di cruenza, se ieri la violenza era funzionale allo scontro fisico tra bande rivali o alla piccola sopravvivenza oggi è spesso esibita e spettacolarizzata. I video delle aggressioni vengono caricati su Tik Tok o Instagram per "fare hype", trasformando l'atto deviante in una performance per guadagnare follower e status.
Il raffronto tra l'immigrazione interna degli anni '50/'60 e quella straniera odierna evidenzia una profonda differenza di contesto, nonostante le analogie nel disagio sociale e nello sfruttamento criminale. Se ieri il conflitto era di natura socio-economica e culturale tra italiani (risolto col tempo attraverso la condivisione della cittadinanza e la "nazione"), oggi ci troviamo di fronte a una sfida più complessa, esacerbata dalla clandestinità indotta, che trasforma i migranti in soggetti ricattabili e manovalanza per la criminalità organizzata.
La conclusione è che, mentre l'immigrazione interna trovava una naturale strada verso l'inclusione, quella attuale è strutturalmente ostacolata da barriere normative e culturali, che rendono la sovra-rappresentazione nella microcriminalità non un dato etnico, ma una conseguenza diretta della mancanza di percorsi legali e dignitosi di inserimento.
Alla luce di questa analisi, emerge chiara una necessità: il territorio non si difende con la retorica, ma con il governo dei virtuosismi.
Se le periferie di ieri, pur tra mille difficoltà, sono state ricucite grazie al lavoro e all'inclusione, quelle di oggi rischiano di diventare zone franche in mano alla criminalità, che sfrutta la disperazione dell'immigrazione clandestina per i propri sporchi affari.
Come forza politica radicata nel territorio, non possiamo accettare né lo sfruttamento dei disperati, che crea insicurezza, né l'abbandono delle seconde generazioni a derive devianti. La nostra ricetta è chiara: legalità rigorosa contro chi sfrutta e criminalizza, ma anche percorsi certi di integrazione per chi lavora e rispetta le regole.
Dobbiamo tornare a presidiare il territorio con servizi, educazione e lavoro, sottraendo i giovani – di origine italiana o straniera – alle logiche delle "baby gang" e delle culture oppositive. La vera identità di una comunità si misura dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini, trasformando le periferie da zone di conflitto a luoghi di opportunità. Solo così possiamo garantire la sicurezza dei nostri cittadini e la dignità di chi vive nel nostro territorio
Giorgio Bargna










