giovedì 1 gennaio 2026

FORMULE DI FEDERALISMO (Comunità, Senso di Appartenenza, Territori a misura d'Uomo)

 



Si è parlato spesso, a dismisura, a volte a sproposito, di federalismo e di macroregioni negli ultimi decenni.

Esistono in effetti diverse possibili forme di strutture generali, che potrebbero, in forme di varia identità, costituire delle regioni, aree territoriali e macroregioni, che individuate con intelligenza, potrebbero costituire un federalismo reale, non qualcosa di tracciato a livello politico.

I confini, in alcuni casi, sono barriere arbitrarie, volute per difendere interessi economici ed egoismi e sono spesso quel che resta sul campo, di guerre e sfruttamento, tuttavia i confini sono anche contenitori di luoghi omogenei, di paesaggi che caratterizzano le identità, di tradizioni e di progetti per un futuro condiviso, di comunità che vivono nei luoghi, ne traggono linfa, ispirazione e li rivitalizzano.

Ad esempio ISTAT, ma siamo sempre sul tecnico, suddivide la nazione italiana  in 5 aree principali: Nord-Ovest (Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia, Piemonte), Nord-Est (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna), Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio), Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) e Insulare (Sicilia, Sardegna). Queste macro-aree, sebbene non siano enti amministrativi, facilitano, secondo l'istituto statistico,  l'analisi territoriale, unendo regioni con caratteristiche geografiche e socio-economiche simili. 

Questa ipotesi potrebbe trovare similitudini con le idee di Franco Bassanini che ipotizzò una suddivisione dell’Italia in macroregioni, con obiettivi economici e di risparmio sulla spesa.

Potremmo riferirci anche a forme di regione naturale, cioè ad un'area della superficie terrestre che presenta delle caratteristiche fisiche piuttosto uniformi. 

Sono esempi di regioni naturali quelle che presentano determinate caratteristiche paesaggistiche o climatiche o nelle quali cresce un certo tipo di vegetazione o dove i confini sono segnati da elementi della natura.

In questo contesto, ad esempio, potrebbe rientrare quell'ipotesi di fascia appenninica, stiamo parlando di una fascia molto lunga e stretta, ma che potrebbe tranquillamente connettersi con altre forme giuridico territoriali circostanti.

 Questa regione avrebbe similitudine con molte altre aree territoriali composte in stragrande maggioranza da Comuni con popolazione di 20.000/30.000 abitanti.

Questa formula numerica di abitanti tra le altre cose va a richiamare il pensiero che fu di Adriano Olivetti.

Tra l'altro è l’Italia delle piccole città che in passato si giovavano di un rapporto di complementarietà con i propri territori, fatto di reciproci vantaggi e servizi diffusi, che oggi potrebbero tradursi in nuove forme di partenariato, di aggregazione in rete tra enti locali. 

Una comunità troppo grande perdeva, secondo Olivetti, la capacità di autogovernarsi e di mantenere relazioni autentiche tra i cittadini. Questa idea si inseriva nella sua concezione di “Comunità”, intesa come un organismo intermedio tra individuo e Stato, dove la persona potesse trovare il giusto equilibrio tra libertà e responsabilità sociale. 

La città per Olivetti era anche da considerare come parte di un sistema territoriale policentrico, fatto di centri di dimensione simile, o più piccola, ciascuno con una propria identità ma collegato agli altri da reti di trasporto, cultura e produzione. La pianificazione territoriale doveva rispettare la morfologia del paesaggio e le sue risorse, evitando la concentrazione urbana e l’impatto ambientale delle grandi città industriali. L’industria, l’abitato e la natura dovevano convivere in equilibrio.

Ci si potrebbe anche appellare ad una regione storica, cioè un'area della superficie terrestre con una storia comune. In Italia,  le zone del Sud dell'Italia sono accomunate da uno stesso percorso storico, questo ragionamento fila abbastanza nell'ipotesi di Gianfranco Miglio, laddove le altre due macroregioni però avevano comunanze diverse, di tipo più geografico-culturale, radunando insieme Nord-Ovest (Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta, Lombardia) e Nord-Est (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia) e ipotizzando il  Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio).

Si potrebbe ipotizzare una regione economica, un'area con caratteristiche economiche simili, come ad esempio la prevalenza di alcune attività economiche rispetto ad altre, concetto applicabile alla Lombardia, al Veneto ed Piemonte, a livello industriale e produttivo, ma difficilmente replicabile su altre macroregioni per mancanza di forme produttive così espanse.

Si potrebbe parlare di una regione umana, cioè ad un'area della superficie terrestre dove si riscontrano caratteristiche umane uniformi, come la prevalenza di una certa etnia o di una lingua o di un determinato tipo di insediamento (urbano o rurale). Questo richiama in parte l'ipotesi precedente ed in parte, riferendoci alla formula linguistica, ad alcune zone del Triveneto e dell'Insubria, ma anche il centro dell'Italia e del Sud hanno dei richiami simili.

Nelle varie ipotesi potremmo inserire anche delle Città Metropolitane a Statuto Speciale Reale, partendo da ciò che oggi sono ed ampliando il loro status giuridico.

Come leggete non mancano certo le formule, che possono tra loro connettersi.

Alcune tra loro già lo sono, sia economicamente che culturalmente che linguisticamente, ad esempio, la Regione Insubrica, come parte del Triveneto, hanno più collanti storico-culturali-economici.

Quella che manca è una vera volontà politica, perché tutto questo complicherebbe la vita ai partiti storici che per varie motivazioni non hanno voglia di evoluzioni.

Ci sono invece movimenti politici, quali ad esempio "Patto per il Nord", che nascono dal basso, seguendo la voglia, i principi, di Comunità, Autonomia, Sostenibilità e Benessere Comuni che hanno voglia di "emancipare" tanto la Politica quanto il Senso di Appartenenza.

Comunità, Senso di Appartenenza, Territori a misura d'Uomo, tre principi, tre fondamenti, su cui ricreare un Paese forte e dinamico.

Giorgio Bargna

Patto per il Nord

Como




mercoledì 31 dicembre 2025

LA NUOVA POLIS

 



Se è vero che anni fa erano le metropoli ad essere atomizzanti, ad essere abitate da flotte di eremiti, oggi troviamo la stessa situazione anche nelle città meno espanse, perfino nei piccoli borghi, nei paesi di campagna.

Non si tratta di ascetismo, di solitudine, parliamo di isolamento individuale, atomizzazione , un isolamento, che è la perdita del mondo, il venir meno dei legami e dei rapporti comunitari. 

Oggi paradossalmente siamo collegati con il mondo intero a 360°, virtualmente, da remoto, ma siamo staccati completamente, inconsciamente sconnessi dai vicini e astanti, creando famiglie sempre più "condensate", prive di prole o di natura mononucleare o "formato single", per andare sull'ossimoro.

Media tradizionali e/o web, se da un lato ci fanno compagnia, dall'altro ci rendono dei solitari che trovano compagnia nel già citato remoto.

Marcello Veneziani in un suo testo evidenzia, utilizzo sue parole,  tre fattori come cause principali dell’alienazione urbana: la prevalenza del brutto nel nome della funzionalità abitativa, la tirannia del profitto nel nome della commercializzazione totalitaria, l’invasione dei clandestini e degli homeless che rendono estranei luoghi un tempo avvertiti come nostrani, famigliari.

I non luoghi creati dalla società moderna non possono che incarognire chi li abita, l'essere umano, per natura è un animale sociale, vivere un mondo vuoto, vivere nel brutto, nel negozio virtuale e globale, oltre che avvelenarti l'animo ti porta a disprezzare la città, ritenerla malevola, invasiva e minacciosa. La vivi in cagnesco e la patisci di conseguenza. E la casa diventa la sua antitesi, il riparo dalla città.

Se vogliamo ritrovare la sostenibilità dobbiamo affidarci ad un concetto, che pur essendo antico, ha un fondamento indiscutibile: la Polis Greca.

Significa innanzitutto la riscoperta della dimensione civica, comunitaria della città, il recupero del bello, la riscoperta di un cuore sacro intorno a cui vive una comunità.

Riscoprire insomma il ruolo della cittadinanza: nelle Polis il concetto di "cittadino" era fondamentale. Non si trattava solo di abitare in un luogo, ma di partecipare attivamente alla gestione del bene comune.

Occorre rispolverare il "luogo simbolo", sia esso religioso oppure civico, occorre riportare decoro a strade ed ambienti urbani, occorre ristabilire, per tornare alla democrazia, la socialità.

Chi di voi ha vissuto la comunità affidata alla parrocchia alle associazioni lavoristiche o dopolavoristiche o generaliste, ai movimenti, ai sindacati e ai partiti, ai circoli e le sale d’intrattenimento?

E' possibile però pensare alla polis soltanto attraverso una "nuova" dimensione politica, è impensabile una nuova politica senza un pensiero, una visione e una visuale che ne allarghino il campo e ne allunghino lo sguardo. 

E' ovvio che non possiamo fare tabula rasa dell'attuale situazione, ma nel mio cammino politico terrò sempre al centro del mio pensiero l'intenzione di un ideale che porti ad avere città a misura d'uomo e uomini a misura di comunità, una rivoluzione culturale che vede quale fulcro essenziale la civitas a misura storica, che abita la realtà con la mente del mito e usa la creatività per risvegliare la tradizione. Città intesa come  la casa comune a cielo aperto dove risorge la comunità.


Giorgio Bargna

lunedì 29 dicembre 2025

PUNTATE, MIRATE, FUOCO (La condanna a morte per l'Occidente)

 



In molti miei articoli, sia recenti che datati, ho accennato spesso ad una caduta rovinosa del sistema occidentale.

Approfondiamo un po' il tema, solleticato da un articolo letto sulla Rassegna Stampa di Arianna Editrice.

Non posso che concordare (mi sembra tra l'alto teoria logica) con il citato Oswald Spengler, secondo cui ogni civiltà è soggetta a un ciclo di nascita, maturazione e morte. 

Esiste, ed è naturale, una divisione su chi considera le tematiche riportate di seguito come problemi e chi invece, dà di essi una lettura positiva oppure ne nega l'esistenza.

Come sempre oriento il mio pensiero uscendo dallo schema destra-sinistra, schema che non trova più fondamento da anni proprio perché gli indirizzi degli ultimi decenni hanno annientato questa schematica, il concetto di progresso risulta oggi scollegato da quello di giustizia sociale, mentre, al contrario, il concetto di giustizia sociale esprime un'istanza di conservazione nel momento stesso in cui viene menzionato. 

Andiamo un po' a snocciolare le problematiche che stanno condannando a morte il sistema occidentale.

La prima in realtà non è un esclusiva occidentale. 

Viviamo oggi urbanizzazione altamente diffusa, altissime percentuali di popolazioni che si ammassano in megalopoli che finiscono per avere, rispetto al resto della nazione circostante, una funzione parassitaria.

Viviamo poi un certo senso di avversione e rigetto verso la famiglia e la procreazione, sicuramente incide, a livello di paura economica, l'attuale livello di precarietà, ma molto di più condiziona il pensiero moderno occidentale, il quale ha portato all'esaltazione filosofica dell'individuo in solitudine e deprivato d'ogni legame. 

Vengono così dilapidate le basi della socialità collettiva e viene sentenziata la condanna a morte per collasso demografico.

Un'altra problematica, che però anch'essa non è una novità esclusiva dei nostri tempi, è la disuguaglianza sociale. questo genera una sempre più elevata quota di ceto medio trascinato nella povertà, in contraltare a una millesimale quota di facoltosi che da soli governano le scelte globali e che sono in grado di controllare tutte le risorse e i patrimoni strategici.

Spesso cito la fine indecorosa, il crollo, dell'Impero Romano, oggi, come allora i Romani, i Governi Occidentali utilizzano per le guerre, più o meno nascoste o lampanti, barbari mercenari, quali ad esempio gli jihadisti in Libia e Siria,  oppure gli Ucraini per affrontare i russi e via dicendo.

Possiamo citare i fenomeni del bullismo giovanile, della violenza di genere, del malcostume mascherato come emancipazione, parliamo di fenomeni quale ad esempio Onlyfans o la desessualizzazione, come decadimento, si morale, ma in fondo generale, che prevalgono in modalità prepotente sulla solidarietà e sul senso comune, non tanto del pudore ma, di una società che possa vantarsi di moralità e comunanza.

Inseriamo nelle problematiche anche internet.

Internet offre enormi vantaggi come accesso immediato a informazioni e comunicazione globale, opportunità di lavoro e intrattenimento, ma presenta seri problemi quali dipendenza, fake news, rischi per la privacy, cyberbullismo e sovraccarico informativo. 

E non sono neppure convinto che quelli che ho elencato quali vantaggi lo siano veramente.

Certo, per le ricerche scolastiche, per gli acquisti e per qualche passatempo musicale e artistico è una fantastica scorciatoia, ma abbiamo svuotato, ad esempio, le sale cinematografiche e i negozi, con danni per l'indotto. 

Poi sicuramente un uso eccessivo può portare a isolamento sociale, ansia e problemi di salute mentale.

La disinformazione, spesso pianificata, porta a difficoltà nel distinguere le notizie vere da quelle false.

Fenomeni di bullismo, "haters" e commenti negativi diffusi, difficili da gestire emotivamente, mi sembra li abbiamo già citati.

Vogliamo aggiungere la sorveglianza dei dati, il furto dati personali, frodi online (phishing, virus), le troppe informazioni, pubblicità e notifiche che rendono difficile concentrarsi? 

Vogliamo, un po' fuori tema, parlare dell' impatto sulla salute: problemi fisici (postura, vista) oltre che psicologici, magari indotti volontariamente, (stress, bassa autostima) legati all'uso prolungato?

Poniamo alla fine un aspetto che non è però ultimo per importanza. 

L'immigrazione illimitata, che non è un effetto collaterale, ma una scelta precisa, volta ad atomizzare ancor di più la società. 

Una società dove le diverse componenti non condividono lingua, costumi e soprattutto memoria storica, semplicemente è una non-società, è un ammasso informe dove segmenti sociali del tutto estranei gli uni agli altri si trovano forzatamente a convivere.

Questa è stata una delle scelte più gravi, tra le principali, che nostro malgrado, condanneranno a morte il sistema occidentale, o meglio quello europeo, che vanta una storia secolare.

E noi comuni mortali, malgrado di "sfuggita" ci rendiamo conto che esiste una degenerazione dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani, dell'indipendenza della magistratura, della libertà di stampa ed espressione e di molto altro, ci opponiamo in minoranza, considerato che la maggior parte della popolazione agisce inconsciamente, sulla scorta di un meccanismo di pensiero, di un sillogismo vincente, governato dall'informazione tossica.

Il cittadino europeo medio non ha la più pallida idea neppure di come si vive alla periferia della sua città, non conosce la vita o i problemi di chi vive sul suo stesso pianerottolo, tuttavia gli arrivano comodamente, a domicilio, saldissime certezze intorno a quanto oppressiva e umiliante sia l'esistenza in Cina, in Russia, in Iran, a Cuba, in Venezuela. 

Una volta che ci hanno educati, le classi dirigenti occidentali, hanno mano libera per le peggio porcate.

Qui, come in moltissimi altri casi, la responsabilità del sistema mediatico, la criminale complicità del giornalismo mainstream, è una volta di più decisiva.

Chiamatemi tranquillamente complottista, non è un problema, ma chi ha trent'anni meno di me e leggerà questo articolo, un giorno dirà: caxxo, quel "rimba" aveva ragione.

Grazie per l'attenzione,

Giorgio Bargna