sabato 27 giugno 2026

Oltre la retorica dei flussi: la mutazione antropologica da Pasolini a Massimo Fini

 



Immigrazione, "maranza", remigrazione: tre termini che da qualche tempo a questa parte dominano i notiziari e infiammano il dibattito pubblico.

Nel seguire queste dinamiche, mi è capitato spesso di trovarmi d’accordo con le riflessioni di due intellettuali culturalmente e storicamente distanti tra loro, ma uniti da una straordinaria lucidità antropologica: Massimo Fini e Pier Paolo Pasolini.

Recentemente,, mi sono imbattuto in una riflessione, che se la memoria non mi inganna è attribuibile a Fini, ma che anche in caso contrario ricalca le sue idee e, che fotografa perfettamente la situazione. Condivido appieno il punto di vista:

"È impossibile negare seriamente l’esigenza storica del capitale di trovare negli immigrati la sua armata di riserva, ma c’è di più: l’economia ipertrofica porta con sé una concezione del mondo (l’economia al comando) e un’antropologia (l’individuo intercambiabile), e tutto ciò ha degli effetti sociali profondi."

In questo paradigma, l'economia si regge sul puro calcolo e gli esseri umani diventano semplici ingranaggi interscambiabili. Non contano l'origine, l'identità, la fede o la cultura di provenienza; ciò che conta è esclusivamente la capacità di produrre, vendere e consumare.

Al di là delle suggestioni poetiche che accompagnano questa analisi, aggiungo unanlapidaria  conclusione di Ennio Chiodi:

"Altro che remigrazione! In nome dei diritti dell’uomo non si possono respingere masse di persone senza documenti, figuriamoci se sarebbe possibile 'remigrare' qualcuno. È fantascienza".

Una cosa è certa: con l’avvento della stagione globalista (convenzionalmente avviata nel 1991), che ha posto come dogma la libera circolazione di capitali, merci e persone, si è scardinato un sistema millenario. C’è un dato di fatto incontestabile: la deregolamentazione dei flussi finanziari e, soprattutto, delle "risorse umane" segna l’inizio della fine dello Stato sovrano. Di conseguenza, si svuota la possibilità stessa delle comunità nazionali di incidere sui processi decisionali attraverso le proprie rappresentanze democratiche. In questo senso, l’Unione Europea rappresenta la piena attuazione di questo processo di smantellamento delle sovranità nazionali.

Sull'altro fronte, chi sostiene una visione opposta sposa generalmente la tesi secondo cui l’immigrazione sia una fonte intrinseca di arricchimento culturale, un valore aggiunto generato proprio dall'apporto delle diversità.

Veniamo ora alla visione di Pier Paolo Pasolini. Una visione radicata in una sinistra d'altri tempi: un'intellettualità eretica, capace di "vedere l'oltre" e di ragionare fuori dagli schemi dogmatici, in netto contrasto con l'omologazione ideologica degli ultimi decenni.

Quella di Pasolini non è una teoria politica in senso tradizionale, bensì una profonda radiografia antropologica animata da una sensibilità poetica quasi profetica. Per comprendere il suo pensiero sul legame tra capitalismo e immigrazione, occorre unire due elementi chiave: la sua critica al "nuovo potere" consumistico e la sua visione, a tratti mitica e drammatica, dei popoli che premono ai confini dell'Europa.

Il punto di partenza è il concetto pasoliniano di mutazione antropologica. Egli identificava nel neocapitalismo una forza devastante, capace di alterare geneticamente il popolo italiano. L'omologazione consumistica, diffusa capillarmente attraverso la televisione e la nascente cultura di massa, ha distrutto le culture locali, i valori del mondo contadino e la diversità dei modelli di vita. Pasolini non esitò a definire questo edonismo strisciante come il "nuovo fascismo": un potere totalitario molto più efficace di quello precedente, perché non impone il conformismo con la forza, ma lo inocula attraverso l'illusione della libertà e del benessere individuali. La modernizzazione ha così trasformato i cittadini in puri consumatori, svuotando l'esistenza di significati profondi e legami solidali, e riducendo l'idea di "bene" al solo possesso di oggetti superflui.

È in questo contesto di totale aridità culturale che si inserisce lo sguardo lungimirante di Pasolini, capace di scorgere cinquant'anni fa il nostro presente. Nella sua celebre e apocalittica Profezia, il poeta descrive l'arrivo in massa di milioni di diseredati che, travolgendo la quiete borghese e il razionalismo occidentale, avrebbero messo in crisi le fondamenta stesse della civiltà europea ("Distruggeranno Roma..."). Questa dinamica non è una mera analisi sociologica, ma una visione sacrale e tragica: i nuovi "barbari" che risalgono dal Sud del mondo sono destinati a sovvertire un ordine occidentale che ha rinnegato la sacralità della vita in nome del profitto.

Per Pasolini, capitalismo e immigrazione sono dunque le due facce della stessa medaglia. Da un lato, il capitalismo crea un mondo vacante e standardizzato, incapace di accogliere davvero l'altro se non come ingranaggio produttivo; dall'altro, i flussi migratori sono il sintomo macroscopico di un benessere occidentale che poggia su un'ingiustizia globale sistemica.

Pasolini non ha lasciato in eredità ricette politiche o soluzioni pronte all'uso. Ci ha lasciato, però, un avvertimento disperato e lucidissimo: il nostro modello di vita, fondato sulla mercificazione assoluta, era fatalmente destinato a scontrarsi con la realtà umana e fisica di chi non ha nulla da perdere. Di chi, proprio in virtù di quella primordiale disperazione, possiede ancora una forza vitale capace di "cambiare il corso del cielo".

L'immigrazione di massa e il fenomeno dei 'maranza' non sono incidenti di percorso, ma le conseguenze inevitabili del dogma globalista iniziato nel 1991. Come intuito da Fini e profetizzato da Pasolini, il neocapitalismo ipertrofico ha imposto una 'mutazione antropologica' che riduce l'essere umano a un ingranaggio interscambiabile, distruggendo le sovranità nazionali, le identità e la democrazia in nome della libera circolazione di merci e 'risorse umane'. Da un lato, l'Occidente ha svuotato i propri cittadini trasformandoli in puri consumatori; dall'altro, la pressione disperata dei popoli del Sud del mondo si appresta a travolgere un sistema che ha rinnegato la vita per il profitto. Parlare di 'remigrazione' in questo contesto è pura fantascienza: siamo di fronte al tramonto inevitabile della civiltà liberale, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni globali.

Lontano dagli slogan della politica urlata, la realtà ci dice che non si risolve il problema gestendo l'emergenza con i respingimenti di facciata, né spalancando le porte in nome di un falso umanitarismo che fa il gioco del capitale. La vera soluzione è la de-globalizzazione: ridare dignità e confini agli Stati, restituire un'identità ai popoli e fermare lo sfruttamento globale che sradica gli uomini dalle loro patrie per trasformarli in merci interscambiabili.

Suggerirei dunque:

Un ritorno a un'economia nazionale programmata e incentrata sulla sostenibilità locale, non sul profitto ipertrofico delle multinazionali. Se si smette di concepire la società come un'azienda che deve crescere quantitativamente ogni anno, cessa anche la necessità patologica di importare manodopera a basso costo per deprimere i salari dei lavoratori locali.

Spostare l'asse del dibattito sui diritti umani. Il primo vero diritto non è quello di scappare, ma il diritto di rimanere nella propria terra. Questo significa proporre una geopolitica che cessi il saccheggio delle risorse nel Sud del mondo da parte delle corporazioni occidentali e spinga per la sovranità alimentare ed economica dei paesi in via di sviluppo. Solo curando la ferita alla radice si ferma l'emorragia migratoria.

Il recupero della sovranità monetaria, legislativa e doganale. Uno Stato per definirsi tale deve poter decidere chi entra, come entra e per fare cosa, sottraendo i flussi migratori all'arbitrio dei mercati finanziari e rimettendoli sotto il controllo delle rappresentanze democratiche del popolo.

Una ricostruzione culturale radicale. Per accogliere o per integrare (o persino per porre dei confini sani) serve una comunità che sappia chi è. Bisogna proporre il recupero delle identità storiche, della cultura comunitaria e dei legami di solidarietà locali contro l'individualismo atomizzato del mercato. Solo una società culturalmente forte non si fa omologare e non crea ghetti nichilisti.

Giorgio Bargna


giovedì 25 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (5)


Quinta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.


Lavoro e Formazione: Il Cuore Pulsante della Nostra Identità Produttiva
Il Nord Italia sta vivendo un paradosso profondo: un’emergenza lavoro rovesciata rispetto al resto del Paese. Qui non è la mancanza di opportunità a frenare la crescita, ma la drammatica carenza di persone pronte a coglierle.
Siamo di fronte a un disallineamento strutturale e crescente tra domanda e offerta. Le nostre imprese invocano tecnici, operai specializzati, periti, ingegneri e programmatori, ma faticano a trovarli. È l’eredità amara di decenni di politiche formative distanti dal territorio e di una deriva culturale che ha, purtroppo, svalutato l’eccellenza del saper fare manuale e tecnico.

La nostra visione per ripartire

Elevare la formazione tecnica a eccellenza: Gli ITS non devono essere un'alternativa di serie B, ma percorsi d'élite. Il lavoro tecnico — dal perito meccatronico all'esperto in sistemi digitali — è la colonna vertebrale del nostro sistema produttivo. Il sistema educativo ha il dovere di formare professionisti di altissimo profilo, restituendo dignità e orgoglio a queste carriere.

Integrare scuola e impresa: Le aziende devono diventare parte integrante dell’ecosistema formativo. Non possiamo più permettere che i programmi siano calati dall'alto; devono essere co-progettati con chi il mercato lo vive ogni giorno. Potenziare e strutturare l'alternanza scuola-lavoro è la chiave per colmare il divario tra teoria e realtà operativa.

Autonomia e flessibilità territoriale: Non è pensabile governare mercati del lavoro profondamente diversi con un unico metro. Le dinamiche di un distretto come Lecco richiedono strumenti agili e gestiti su base regionale, capaci di rispondere in tempo reale alle vocazioni specifiche dei nostri territori.

Riscoprire il valore dell'apprendistato: In un Paese che soffre di un eccesso di laureati in settori saturi e di una cronica mancanza di tecnici, l'apprendistato è il ponte verso il futuro. Dobbiamo semplificarlo, incentiva-lo e trasformarlo in un emblema di valore sociale e professionale.

Un'immigrazione al servizio dello sviluppo: Il nostro sistema produttivo richiede competenze specifiche. La risposta risiede in un’immigrazione regolare e selettiva, pianificata sulle reali esigenze dei nostri distretti. Un modello basato sul lavoro, sull'apprendimento della lingua e sul rispetto rigoroso delle nostre regole, che integri la legalità come precondizione indispensabile per la crescita economica.


Agricoltura: Una Filiera Strategica, Non un Margine del Sistema
La politica nazionale commette spesso l'errore di considerare l’agricoltura del Nord come un settore residuale, da relegare a una mera protezione sussidiaria. Nulla di più lontano dalla realtà. Il nostro settore primario è, a tutti gli effetti, un pilastro fondamentale delle filiere produttive italiane: agroalimentare, zootecnia, industria di trasformazione ed export. La Pianura Padana non è solo terreno, è uno dei distretti agricoli più avanzati d’Europa, un ecosistema ad alta intensità tecnologica che si fonde indissolubilmente con l’industria d’eccellenza.

La nostra rotta

Sostenibilità basata sull'evidenza, non sull'ideologia: Difenderemo con forza la nostra agricoltura produttiva dalle spinte normative europee che, spesso, colpiscono la competitività senza produrre reali benefici ambientali. La regolazione deve essere figlia della scienza e dei dati, capace di bilanciare la tutela dell’ambiente con la necessità imprescindibile di produrre valore e reddito.

L'Agricoltura 4.0 come motore di crescita: Il futuro si scrive attraverso il precision farming, l’irrigazione intelligente, l’uso avanzato delle biotecnologie e l’automazione. Il Nord possiede il know-how e le infrastrutture per guidare questa rivoluzione digitale. Non siamo agricoltori del passato, siamo gli architetti dell'agricoltura del futuro.

Agricoltura e Industria: un unico ecosistema: È tempo di superare la separazione burocratica tra agricoltura e industria. Dobbiamo integrare le politiche di settore, riconoscendo l’agricoltore come un attore industriale a pieno titolo. Una filiera corta e integrata è la nostra risposta alla sfida globale dei mercati.

Proteggere la terra come risorsa strategica: La cementificazione incontrollata dei nostri suoli più fertili rappresenta una ferita economica e ambientale irreversibile. Il suolo della Pianura Padana è un asset strategico per la sovranità alimentare e la ricchezza nazionale: va tutelato con norme rigorose, guardando alla pianificazione territoriale come a un investimento sul domani.

Infrastrutture idriche: il coraggio del fare: L’acqua è la linfa vitale della nostra agricoltura. Di fronte alla sfida dei cambiamenti climatici, non bastano i proclami: servono soluzioni ingegneristiche concrete. Ci battiamo per un piano infrastrutturale che garantisca lo stoccaggio, la distribuzione ottimale e il riuso circolare della risorsa idrica, superando gli approcci ideologici in favore dell'efficienza.


 

mercoledì 24 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)


Quarta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Ci dedichiamo oggi ad energie ed infrastrutture.

Energia: una priorità strategica per la competitività e l'autonomia del Paese
La questione energetica rappresenta la priorità trasversale per eccellenza: il suo impatto abbraccia la competitività delle imprese, il benessere delle famiglie e l’autonomia strategica dell’Italia. Se la transizione energetica è una necessità imprescindibile, essa deve essere governata con pragmatismo, evitando approcci ideologici che rischierebbero di compromettere il nostro sistema produttivo.

Neutralità tecnologica: una scelta di responsabilità
Per un Paese a forte vocazione manifatturiera come l’Italia, l’esclusione di tecnologie basata su pregiudizi ideologici è un lusso che non possiamo permetterci. Sosteniamo con convinzione il principio di neutralità tecnologica: ogni fonte — rinnovabili, gas naturale come vettore di transizione, nucleare di nuova generazione, idrogeno (dove economicamente sostenibile), geotermia e biomasse — deve essere valorizzata. Il criterio di selezione è semplice e rigoroso: ogni soluzione che garantisca sicurezza, affidabilità ed efficienza economica deve trovare spazio nel nostro mix energetico.

L’energia come motore, non come balzello
L’energia deve tornare a essere una leva di competitività e non un mero strumento di politica fiscale o punitiva. Le attuali accise sull’energia si traducono, di fatto, in una tassa sulla produzione. È essenziale che la bolletta energetica delle imprese — in particolare in un motore economico come il Nord Italia — converga rapidamente verso la media europea, invertendo l'attuale tendenza.

Autonomia come obiettivo geopolitico
La dipendenza da fornitori instabili è un rischio geopolitico oltre che un insostenibile onere economico. L’Italia deve puntare all’autonomia energetica. In questo scenario, il Nord, forte della sua dotazione infrastrutturale e tecnologica, è chiamato a ricoprire il ruolo di piattaforma strategica per la diversificazione delle forniture nazionali.

Realismo nei tempi e nei modi
La transizione deve essere graduale e realistica. I tempi di attuazione non possono essere dettati da calendari politici arbitrari, ma devono essere subordinati alla maturità tecnologica e alla sostenibilità economica. Forzare la transizione oltre le reali capacità di adattamento del sistema industriale significa distruggere valore e occupazione, senza produrre benefici ambientali tangibili.


L’infrastruttura come motore: superare il freno strutturale del Nord
Il ritardo infrastrutturale del Nord non è un problema di settore, ma un freno strutturale allo sviluppo. L’area più produttiva del Paese è oggi paralizzata da infrastrutture che non riescono più a sostenere il ritmo dell’economia.

Il divario con i competitor europei è evidente e misurabile in termini di velocità di collegamento, capacità logistica, connettività digitale e intermodalità. Per colmare questa distanza, le priorità d’azione devono essere radicali:

1. Corridoi europei: connettere, non isolare
Il completamento dei grandi assi di connessione (Brennero, Terzo Valico, Alta Velocità verso Est) richiede tempi certi, governance snella e un dialogo reale con i territori. Il Nord deve tornare a essere il fulcro strategico dell’Europa, non un’area isolata dalla burocrazia.

2. Logistica integrata: il sistema prima dei compartimenti
Porti, interporti, ferrovie merci e ultimo miglio devono agire come un unico ecosistema. La logistica è un pilastro della competitività, al pari di energia e fiscalità: la frammentazione gestionale è un costo occulto che le imprese non possono più sostenere.

3. Governance territoriale: decidere con il territorio
Le scelte infrastrutturali devono essere condivise, non imposte da commissariamenti centralizzati. L’esperienza ha dimostrato il fallimento del modello "calato dall'alto": tempi dilatati, costi fuori controllo e scollamento totale dalle esigenze del tessuto produttivo. Serve un nuovo patto che valorizzi la capacità decisionale locale.

4. Infrastrutture digitali: connettività universale
La banda ultra-larga e il 5G non sono "servizi aggiuntivi", ma infrastrutture primarie. In un'economia che corre verso la digitalizzazione, la connettività non può essere a macchia di leopardo. Ogni comune, distretto industriale e area agricola deve avere pari dignità digitale.

5. Manutenzione: la cura dell’esistente
Oltre alle grandi opere, serve un piano ambizioso per la cura dell'esistente. Strade provinciali, ponti, reti idriche ed edilizia pubblica (scuole e ospedali) richiedono manutenzione costante. È tempo di invertire la rotta: l'Italia deve imparare a spendere bene nella cura del proprio patrimonio tanto quanto nella pianificazione del nuovo.


 

lunedì 22 giugno 2026

Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria



Riprendo oggi una riflessione condivisa da una mia follower. È un punto di vista che accolgo con interesse e che, pur non sposando integralmente nelle sue premesse, trovo estremamente significativo per la carica di umanità che porta con sé. Pur provenendo da chi non si occupa di politica per professione, queste parole nascono da un vissuto autentico e colgono le diseguaglianze del nostro tempo con una lucidità che spesso sfugge a chi guarda la società solo attraverso i numeri.

Il cuore della riflessione nasce da un contrasto stridente: da una parte le vacanze da sogno delle celebrità, costantemente esibite sui rotocalchi e sui social, dall'altra la dignità silenziosa di chi vive una realtà profondamente diversa. L'autrice interroga la giustizia di un mondo in cui, mentre una parte di società vive nell'agiatezza più sfrenata, molti altri — anziani che faticano a permettersi anche solo un caffè, lavoratori che hanno smarrito il contatto con il mare da anni o famiglie schiacciate dal peso di mutui e cure — sono costretti a fare i conti con una privazione costante.

Riporto qui alcune delle sue parole, che credo parlino da sole:

"Persone che hanno fatto lavori usuranti e hanno una pensione da poveri. Gente che ha cura di malati in casa, spesso abbandonata a se stessa, che avrebbe bisogno di una pausa, ma non può permetterselo. Mamme lavoratrici che tornano a casa per un 'secondo turno' domestico, con mutui da pagare e l'impossibilità di staccare la spina."

Analizzando questo sfogo, è inevitabile fare una distinzione. Pur distanziandomi dal confronto diretto con le vite di star e calciatori — le cui remunerazioni rispondono a logiche di mercato del tutto peculiari e distinte dal sistema di welfare sociale — trovo che la sua critica colpisca nel segno laddove evidenzia un vuoto sistemico: la mancata gratificazione di chi, pur costituendo la spina dorsale del Paese, non vede riconosciuto il valore del proprio impegno quotidiano.

Rispetto al ruolo istituzionale che ricopro, leggo in queste parole un monito. La politica non può limitarsi a gestire la macroeconomia; ha il dovere di guardare a queste "invisibili" fatiche quotidiane. Se la società non è in grado di garantire il diritto a un benessere minimo e a un sollievo dignitoso per chi ha speso una vita nel lavoro o nel sacrificio, il rischio è quello di una frattura che nessuna crescita del PIL potrà mai sanare.

Dalla riflessione all'azione: il realismo del fare

Sia chiaro: i miracoli appartengono alla sfera della fede, non a quella del governo. Se vogliamo affrontare il disagio reale, dobbiamo passare dall'etica alla concretezza, chiedendo da un lato un impegno solido alle istituzioni e, dall'altro, la consapevolezza che il cambiamento è un processo graduale che richiede a tutti noi un esercizio di sobrietà.

Ecco alcune proposte che credo possano incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana:

Welfare del Tempo: Propongo di incentivare, attraverso il credito d'imposta, le piccole e medie imprese locali che scelgono di integrare il salario con voucher per il "tempo libero": attività culturali, sportive o percorsi di sollievo che permettano di staccare realmente la spina, andando oltre il semplice bonus economico.

Sostegno al Caregiver: Chi si prende cura di un familiare malato è spesso invisibile. Dobbiamo rafforzare i Servizi di Sollievo a domicilio tramite il Comune e l'ente provinciale: poche ore a settimana di supporto professionale possono restituire una boccata d'ossigeno vitale a chi vive una condizione di isolamento.

Fiscalità ed Equità: Serve una rimodulazione dell'IRPEF o detrazioni specifiche per le famiglie che sostengono costi certificati di assistenza (anziani o disabili) sopra una certa soglia. Dobbiamo trasformare il carico fiscale in un "investimento sociale" riconosciuto. Parallelamente, è doveroso introdurre una defiscalizzazione per i lavori usuranti: chi ha speso la salute in una vita di fatica merita un riconoscimento concreto che renda accessibile un periodo di riposo dignitoso.

Turismo di Prossimità: Perché non creare convenzioni tra enti pubblici e operatori locali per pacchetti a prezzo calmierato? Promuovere il turismo nei nostri borghi e nelle località meno battute significa offrire esperienze rigeneranti a costi sostenibili. È una strategia "win-win": rigeneriamo il cittadino e valorizziamo il territorio, disinnescando al contempo quell'invidia sociale verso mete patinate che nulla hanno a che fare con la nostra realtà.

Oltre il PIL: la misura di una comunità
Infine, una riflessione politica che mi sta a cuore: la dignità di una società si misura superando la logica esclusiva del PIL. Iniziamo a guardare al "Tempo Libero di Qualità" pro-capite come a un indicatore di benessere imprescindibile.

Chi governa ha una responsabilità ulteriore: quando l'ostentazione del successo diventa lo stile della comunicazione istituzionale, si scava un solco profondo tra le istituzioni e il cittadino. Chiedere sobrietà e rispetto per la sofferenza reale non è solo un esercizio di stile, è il primo, fondamentale atto politico per ricucire il tessuto della nostra comunità.

Giorgio Bargna