I dati del congresso straordinario di Milano parlano chiaro: Matteo Salvini è stato riconfermato segretario federale con 465 voti, superando lo sfidante Massimo Garavaglia che ha ottenuto 146 preferenze. Se guardiamo solo ai voti validi espressi per i candidati, Salvini chiude con il 76,1% contro il 23,9% di Garavaglia.
Ma la vera notizia politica si nasconde tra le righe del voto complessivo. Su 705 delegati presenti aventi diritto, ben 94 hanno scelto di astenersi o annullare la scheda. Questo significa che 240 delegati – il 34% del totale – non hanno rinnovato la fiducia al segretario. Salvini viene confermato dal 66% degli aventi diritto: un risultato ben lontano dai plebisciti storici a cui eravamo abituati, come l’82,7% del 2017 o l’81,66% contro Umberto Bossi nel 2013. La base ha lanciato un segnale forte, che non può essere ignorato.
Oltre ai numeri, il congresso segna una svolta che fa riflettere:
Addio al territorio nel nome: la base storica settentrionale chiedeva a gran voce di cancellare la scritta "Salvini Premier" per rimettere al centro la nostra terra. La risposta è stata il conio di una nuova sigla: "Lega Italia Federale". Una formula in cui molti di noi fanno davvero fatica a ritrovare il profumo del nostro territorio.
Geopolitica e centralizzazione: si è sancito lo stop al sostegno militare all'Ucraina (una rottura netta con gli alleati di governo) e soprattutto si è azzerata la vecchia struttura dirigenziale per far spazio a una segreteria snella, controllata direttamente dal vertice. Una mossa che profuma di centralismo e che sembra nata per blindare il partito dalle voci libere interne.
Ma che cos'è, oggi, la vera "difesa del territorio"?
Per chi ha creduto nella Lega della prima ora, questa non è una parola vuota. La difesa del territorio è un atto d'amore e di giustizia. Significa autonomia vera, centralità delle comunità locali e il sacrosanto principio che le risorse restino dove vengono prodotte. Significa dare ossigeno e tutele a un Nord che è il motore produttivo d'Europa e del mondo, pretendendo che le tasse dei nostri cittadini si trasformino in servizi d'eccellenza.
Oggi, però, lo storico equilibrio tra "Lega di lotta e di governo" sembra essersi spezzato. A furia di stare nelle stanze del potere romano, la "lotta" è scomparsa dai radar. E mentre si fa politica nei palazzi, la nostra gente sul territorio si trova a combattere ogni giorno da sola: contro il costo della vita che soffoca le famiglie, contro ospedali storici che chiudono, contro liste d'attesa nella sanità che non sono degne di un Paese civile e contro infrastrutture inadeguate al valore delle nostre imprese. Difendere il territorio significa stare lì, in mezzo a questi problemi, e alzare la voce senza fare sconti a nessuno.
Oggi quella voce, quel coraggio di metterci la faccia e il sudore per le istanze del Nord, si intercetta fuori dal nuovo corso federale: soprattutto tra gli aderenti a "Patto per il Nord", poi tra gli aderenti al "Partito Popolare del Nord" e in terza battuta tra chi sostiene le battaglie culturali di Vannacci. Sono loro, innanzi a tutti, "Patto per il Nord" che continuano a scendere nelle strade a difendere la nostra identità.
Continuare a sostenere a scatola chiusa questa svolta centralista significa due cose: o essere profondamente distratti da ciò che succede fuori dalla finestra, o voler difendere a tutti i costi una poltrona o un incarico.
L'augurio sincero è che la base militante e gli esponenti di primo piano che hanno sempre dimostrato di avere a cuore la nostra terra – penso a figure come Garavaglia, Romeo e Fontana – prendano il coraggio a due mani. È il momento di ritrovare un’autonomia di pensiero, di smettere di rincorrere dinamiche romane e di tornare a mettere al centro la nostra gente.
Chi sceglierà di dimenticare il territorio, da oggi in poi, non potrà più essere considerato un alleato del nostro futuro.
Giorgio Bargna
